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Diamo a colf e badanti la possibilità di pagare le tasse

Lavoce.info - Ven, 28/08/2020 - 11:10

Dal lavoro domestico arriva un gettito fiscale e contributivo di 1 miliardo e mezzo. La cifra potrebbe essere molto più alta se si eliminasse l’ampio ricorso al lavoro nero. La sanatoria è stata un primo passo, ma occorrono incentivi per le famiglie.

Il contributo fiscale del lavoro domestico

Considerato – a ragione – un settore con contribuzione piuttosto bassa, il lavoro domestico contribuisce, tuttavia, al gettito fiscale e contributivo dello stato.

Secondo un’anticipazione del Rapporto annuale sul lavoro domestico 2020, elaborato dall’Osservatorio Domina e in uscita a dicembre, gli 849 mila lavoratori domestici regolari censiti dall’Inps nel 2019 portano un gettito Irpef di 463 milioni di euro e contributi previdenziali e assistenziali per 995 milioni, per un totale di 1,5 miliardi di euro nelle casse dello stato.

Tuttavia, è necessario fare due precisazioni. Innanzitutto, la stima Irpef e delle addizionali locali è teorica, in quanto presuppone che tutti i lavoratori presentino la dichiarazione dei redditi. E non è così scontato, dato che il datore di lavoro non è sostituto d’imposta e quindi l’onere è tutto a carico del lavoratore.

In secondo luogo, vanno considerati gli effetti indiretti legati alla componente deducibile Irpef del datore di lavoro e al bonus Dl 3/2020 (ex “bonus Renzi”, dal mese di luglio 2020 pari a 100 euro al mese), per cui lo stato dovrebbe “restituire” circa 433 milioni, riducendo il saldo delle entrate fiscali totali a un miliardo di euro.

Inoltre, la quota rappresenta solo una piccola parte delle entrate potenziali, considerato che il lavoro domestico è il settore con il più alto tasso di irregolarità (58,3 per cento). Un valore così alto dipende da diversi fattori socio-culturali, tra cui la presenza di lavoratori extra-comunitari senza permesso di soggiorno disponibili al lavoro di assistenza e di cura. Ma, naturalmente, il lavoro “nero” non riguarda solo gli stranieri: secondo le stime dell’Osservatorio Domina, sono oltre un milione i lavoratori domestici non in regola dal punto di vista contrattuale.

Cosa cambia con la sanatoria

A causa del lockdown seguito all’emergenza Covid-19, la situazione si è ulteriormente aggravata, rendendo di fatto impossibile per i lavoratori irregolari continuare a svolgere la propria attività di cura e assistenza. Nella posizione più delicata si sono ritrovati gli stranieri senza permesso di soggiorno, che non avevano né la possibilità di lavorare né quella di rientrare in patria.

Ne è nato un dibattito che ha portato all’inserimento nel “decreto Rilancio” (decreto legge 19.5.2020 n. 34) dell’articolo 103, che riguarda proprio l’“emersione di rapporti di lavoro” in ambito agricolo e domestico.

Al termine del periodo valido per la regolarizzazione (1° giugno – 15 agosto), le domande presentate per il comma 1 (domande del datore di lavoro) sono state 207.542, di cui 177 mila nel settore domestico (85 per cento), mentre quelle per il comma 2 (domande direttamente del lavoratore) sono state 12.986, per un totale complessivo di 220.528, perfettamente in linea con le previsioni.

A partire da questi dati, l’Osservatorio Domina ha potuto stilare un bilancio tra i benefici della regolarizzazione e i costi sostenuti per effettuarla. Innanzitutto, le entrate date dal contributo forfettario richiesto per la regolarizzazione (500 euro o 130 euro a seconda della modalità di presentazione) sono pari a 105,5 milioni, contro 75,2 milioni di costi di gestione amministrativa, per un saldo positivo pari a 30,3 milioni.

Ma il vero beneficio è dato dal fatto che ogni lavoratore, una volta regolarizzato, porta nelle casse dello stato anche contributi assistenziali e previdenziali, Irpef e addizionali locali.

Da un’analisi Inps effettuata sulla regolarizzazione del 2002, l’80 per cento dei lavoratori emersi in quell’anno era ancora regolarmente occupato a distanza di cinque anni.

Considerando le attuali classi di reddito dei lavoratori per ciascun settore, possiamo stimare le entrate fiscali per i lavoratori domestici (314,2 milioni) e per i lavoratori agricoli (49,3 milioni), per un ammontare complessivo di 363,5 milioni di euro.

Anche in questo caso, va ribadito che i redditi di questi settori sono mediamente bassi, per cui molti lavoratori si trovano al di sotto della no tax area (addirittura tutti quelli del comparto agricolo). E vanno considerati gli effetti indiretti dovuti alle deduzioni e al bonus Dl 3/2020, per cui il vantaggio netto per lo stato scende a 276,4 milioni di euro annui.

Per quanto riguarda in particolare il lavoro domestico, i “nuovi” lavoratori regolari sono solo una piccola parte del bacino degli irregolari. Infatti, il problema non è solo la mancanza del permesso di s

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Il Sole 24 Ore.com Prima Pagina - Ven, 28/08/2020 - 10:55
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<p>FLASH! &Egrave; ONLINE IL NUOVISSIMO CRUCI-DAGO. SE SEGUITE FATTI E FATTACCI DELLA SETTIMANA NON PERDETEVI LE PAROLE CROCIATE PI&Ugrave; DIVERTENTI DELLA RETE, CREATE AD HOC PER IL NOSTRO SITO DAL MITICO ENIGMISTA BIG BONVI, IN VERSIONE DESKTOP O...

Dagospia - Ven, 28/08/2020 - 10:54
CLICCA QUI PER LA VERSIONE DESKTOP   QUI PER LA VERSIONE MOBILE   Avete perso un vecchio cruci-Dago e volete recuperare? Una volta aperto il link, scorrete  e troverete tutto l'archivio delle edizioni precedenti.
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Dagospia - Ven, 28/08/2020 - 10:50
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Dagospia - Ven, 28/08/2020 - 10:40
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Divieto di licenziamento: un’imposizione inutile?

Lavoce.info - Ven, 28/08/2020 - 10:31

Nel momento più acuto della crisi, il divieto di licenziare potrebbe essere stato una misura ridondante, visto che le aziende potevano ricorrere alla cassa integrazione. Ma d’ora in avanti il mercato del lavoro subirà inevitabilmente dei cambiamenti.

Perché il divieto di licenziare

Il divieto di licenziamento è stata una delle misure più radicali per fronteggiare l’impatto economico e sociale della pandemia da Covid-19. Come ha ricordato il giuslavorista Michele Faioli sul Foglio, l’unica altra volta in cui vi si è fatto ricorso era nell’immediato dopoguerra. Inizialmente se ne era parlato anche in altri paesi, ma, come mostrato nell’Employment Outlook dell’Ocse, alla fine solo l’Italia ha formalmente vietato i licenziamenti individuali e collettivi.

Il divieto di licenziamento – e la cosa non sorprende – ha suscitato feroci dibattiti: per alcuni era una misura imprescindibile per evitare abusi in un periodo eccezionale, per altri una restrizione inaccettabile e dannosa alla libertà di fare impresa (forse persino incostituzionale secondo alcuni giuristi). A inizio agosto, la coalizione di governo ha impiegato diverse settimane per trovare un accordo sull’estensione del divieto. Nel frattempo, Confindustria spingeva per un ritorno alla normalità, mentre i sindacati minacciavano uno sciopero generale se la misura non fosse stato prolungata fino a fine anno.

Il gioco valeva la candela? Nonostante “misure di guerra” come questa, il mercato del lavoro italiano ha registrato 600mila occupati in meno tra febbraio e giugno. Magari la perdita occupazionale sarebbe stata maggiore senza il divieto di licenziamento. Però, non è detto. Se è più difficile licenziare, le imprese saranno anche più prudenti ad assumere (anche se in tempo di crisi, le assunzioni calano comunque notevolmente). Inoltre, licenziare costa, in termini di procedure, Tfr, indennizzi e possibili ricorsi. Mentre invece se l’accesso alla cassa integrazione è immediato e senza costi e se è possibile ridurre a zero il tempo di lavoro, un’impresa non ha vantaggio economico a licenziare, anche senza un divieto formale, perché il costo del lavoro può essere interamente trasferito allo stato, evitando così pure eventuali futuri costi di ricerca e assunzione di nuovi dipendenti.

Cosa è successo negli altri paesi

Con una cassa integrazione universale e senza costi, estesa a molte piccole imprese che mai prima avevano avuto la possibilità di usare quella straordinaria o in deroga, come è quella introdotta di questi tempi in Italia e in molti altri paesi Ocse, si può quindi pensare che il divieto di licenziamento fosse una norma sostanzialmente ridondante, anche se politicamente “pesante”. Per il momento è impossibile dirlo con certezza, dato che mancano dati specifici sui licenziamenti e prove del contrario. Oggi sappiamo solo che il totale delle cessazioni (licenziamenti ma anche dimissioni) è sceso di molto rispetto allo scorso anno. Tuttavia, se si guarda all’andamento dei licenziamenti in altri paesi in cui esistono dati e le imprese avevano accesso a uno strumento comparabile alla cassa integrazione, il dubbio viene.

In Francia, per esempio, in base ai dati di Pôle Emploi, il servizio pubblico per l’impiego, non si vede alcun aumento dei licenziamenti tra febbraio e giugno rispetto allo stesso periodo del 2019. Anzi, i licenziamenti non economici sono perfino scesi.

Nel Regno Unito, che da fine aprile ha messo in piedi dal nulla una forma di cassa integrazione, il Coronavirus Job Retention Scheme, l’aumento dei licenziamenti rispetto agli stessi mesi degli anni precedenti è relativamente limitato. Si è passati da un tasso di licenziamenti del 3,6 per mille nell’aprile 2019 al 4,1 per mille nello stesso mese del 2020, dal 3,8 per mille del maggio 2019 al 4,8 per mille del maggio 2020. Nulla a che vedere con la crescita registrata nel 2008 durante la crisi finanziaria: dopo il fallimento della Lehman Brothers, a ottobre 2008, il tasso di licenziamenti era schizzato all’8,9 per mille dal 4,9 per mille dell’ottobre 2007, per poi salire ulteriormente nei mesi successivi.

Non bastano queste rapide e grossolane comparazioni internazionali per tirare conclusioni definitive per l’Italia. In particolare, Francia e Regno Unito hanno erogato la cassa integrazione senza i ritardi vissuti da molte imprese italiane. È possibile, quindi, che di fronte alle difficoltà di cassa, senza il divieto i licenziamenti nei primi mesi della crisi sarebbero stati ben più alti nel nostro paese. Tuttavia, i dati francesi e britannici instillano il dubbio che, una volta dato accesso alla Cig a tutti, il divieto di licenziamento, nel bene e nel male, fosse un provvedimento ridondante.

Dunque, un rinnovo del d

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<p>UNA CAPRICCIOSA QUATTRO STAGIONI - LA REGINA ELISABETTA A TAVOLA E&#39; UN PO&#39; VIZIATA E NON LE PIACE LA PIZZA - LO RIVELA LO CHEF REALE,&nbsp;<strong>DARREN MCGRADY, RACCONTANDO CHE IN 15 ANNI AL SUO SERVIZIO NON GLI &Egrave; MAI STATO CHIESTO...

Dagospia - Ven, 28/08/2020 - 10:30
Da "www.leggo.it"   la regina elisabetta trinca 1 Alla Regina Elisabetta non piace la pizza, tanto che per 15 lunghi anni in cui al suo servizio ha lavorato lo chef reale Darren McGrady, la sovrana a quest'ultimo non ha mai chiesto di preparargliela. È la rivelazione che lo stesso McGrady ha dato a Us Food, specificando che in tutto quel lungo periodo in cui ha lavorato a Buckingham...
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<p>TORNA L&rsquo;ITALMANCINI, ORA VEDIAMO QUANTO VALE &ndash; VIA ALLA NATIONS LEAGUE CON LE SFIDE A BOSNIA (4 SETTEMBRE) E OLANDA (IL 7) - IL CT ROBERTO MANCINI HA CONVOCATO 37 GIOCATORI, NELLA SPERANZA CHE PRIMA O POI S&#39;AFFACCI UN VERO CAMPIONE -...

Dagospia - Ven, 28/08/2020 - 10:20
Alessandro Angeloni per il Messaggero   mancini Dove eravamo rimasti? A Palermo, era il 18 novembre 2019. Armenia, l'avversario, 9-1 il risultato. Goleada e undicesima vittoria di fila per l'Italia di Mancini. La Nazionale piaceva ed era pronta per l'Europeo, poi il tempo si è fermato. Il Mondo si è fermato. Il calcio è ripartito con le sue diversità post Covid, mancavano solo le na...
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<p><strong>DAVVERO UN BELL&#39;AMBIENTE - MOLESTIE SESSUALI, RAZZISMO, RELAZIONI INAPPROPRIATE E SESSISMO NELLA SEDE SUDCOREANA DI</strong> &ldquo;<strong>GREEN CLIMATE FUND&rdquo;, L&rsquo;ENTE ONU PER LA LOTTA AI CAMBIAMENTI CLIMATICI - 17 DIPENDENTI...

Dagospia - Ven, 28/08/2020 - 10:10
Irene Soave per “il Corriere della Sera”   GREEN CLIMATE FUND Il Green Climate Fund è l'ente della Nazioni Unite nato nel 2010 per finanziare la Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite (UNFCCC). Il suo obiettivo è aiutare i Paesi in via di sviluppo a sostenere la sfida del surriscaldamento globale. La missione del Green Climate Fund è quella di contribuire ...
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<p><strong>IL PREMIER GIAPPONESE SHINZO ABE SI &Egrave; DIMESSO DA PRIMO MINISTRO PER MOTIVI DI SALUTE - AFFETTO DA UNA RETTOCOLITE ULCEROSA CHE LO AVEVA GI&Agrave; COSTRETTO ALL&rsquo;ADDIO GIA&rsquo; NEL 2005-2006, DA ALCUNI GIORNI ERA RIENTRATO IN...

Dagospia - Ven, 28/08/2020 - 10:00
  Da www.ilmessaggero.it   Il premier giapponese Shinzo Abe ha deciso di dimettersi per motivi di salute.  Le preoccupazioni per la salute di Abe sono aumentate dopo i due ricoveri in ospedale nella scorsa settimana. abe shinzo   Nei giorni scorsi funzionari del partito di governo, Lpd, avevano cercato di smentire le voci riguardo alla possibilità che Abe potesse per motivi...
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Dagospia - Ven, 28/08/2020 - 10:00
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<p>L&rsquo;ARROCCO DELLA RAGGI: <span style="color:#FF0000;">&ldquo;NO AL SOTTOSEGRETARIO AD HOC PER ROMA&rdquo;</span> &ndash; LA SINDACA TEME DI ESSERE COMMISSARIATA E BOCCIA IL PIANO DI PREMIER E DEMOCRAT DI NOMINARE UNA FIGURA GOVERNATIVA AD HOC -...

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<p>E VISSERO INFELICI E SCONTENTI &ndash; <span style="color:#FF0000;">IL MATRIMONIO DI CARLO E DIANA FU IL PRIMO REALITY DELLA STORIA</span>: LEI CHE IL GIORNO PRIMA DELLE NOZZE NON VOLEVA PI&Ugrave; SPOSARLO, LUI CHE LA ATTENDEVA ALL&rsquo;ALTARE CON...

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Covid-19 nei bambini: meno dell’1% è ricoverato, minimi i rischi a scuola

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<p>AUMENTANO I CONTAGI, RICOMINCIANO LE CHIUSURE! -<span style="color:#FF0000;"> IN ABRUZZO LA PRIMA ZONA ROSSA DOPO IL LOCKDOWN</span>: A CAUSA DI 12 POSITIVI E&#39; STATA CHIUSA UNA FRAZIONE DI LUCOLI - L&#39;11 AGOSTO &Egrave; TORNATO IN PAESE UN...

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Dagospia - Ven, 28/08/2020 - 09:20
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Si avvicina l’intesa per la cessione obbligata del ramo americano dell’applicazione di ByteDance. Intanto lascia l’a.d. Kevin Mayer
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