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Informazione

Quando Berlusconi parla di poveri

Lavoce.info - 8 ore 23 min fa

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni di Silvio Berlusconi sulla povertà in Italia.

Povertà al centro della campagna elettorale

Il contrasto alla povertà sarà un tema centrale per la prossima campagna elettorale: non vi è leader politico che non ricordi il dramma dei milioni di famiglie che si trovano in questa situazione e suggerisca varie proposte per migliorarne la condizione.

Anche il centro-destra, in Italia storicamente più avverso a politiche pubbliche assistenzialiste, ha elaborato una piattaforma anti-povertà.

Nella serata del 21 luglio Silvio Berlusconi a In Onda su La7 ha affermato (dal minuto 35:00): “Capisco tuttavia che quei 15 milioni, ora 15 milioni e 170mila, di italiani che purtroppo sono poveri e sono 4 milioni 770 mila che sono nella povertà assoluta – non introitano niente, vivono quindi dell’assistenza dello Stato e della carità privata – e quei 10 milioni e 400 mila che sono nella cosiddetta povertà relativa perché introitano mensilmente meno di quello che l’Istat dice essere il livello di dignità che per esempio per una famiglia di padre, madre e due figli l’Istat indica in 1.155€, che quindi queste persone che vedono una proposta dei Cinque Stelle, quella del cosiddetto reddito di cittadinanza, cioè di dare a loro – alla prima e alla seconda categoria – partendo da 0 un reddito completo, votino i Cinque Stelle anche solo per questo. Allora bisogna dire che questo fatto non è possibile, perché i conti che molti hanno fatto indicano una cifra di 130 miliardi che il bilancio italiano non potrebbe sopportare. Noi, al contrario, abbiamo trovato modo di proporre un reddito, che abbiamo chiamato di dignità, che significhi concedere ad ogni famiglia che sia al di sotto del reddito di dignità la differenza tra il reddito che effettivamente entra in famiglia mensilmente e quella soglia del reddito di dignità”.

Quanti sono i poveri

La dichiarazione di Berlusconi è lunga e complessa e quindi va analizzata punto per punto.

L’ex premier affronta il tema del contrasto alla povertà indicando il numero di residenti in Italia che si trovano in tale condizione: 15 milioni 170mila secondo il leader di Forza Italia. Leggendo con attenzione il report prodotto annualmente da Istat sulla povertà il numero non si trova, ma se ne comprende l’origine: Berlusconi somma infatti poveri assoluti – 4 milioni 742mila – e poveri relativi – 8 milioni 465mila (li sovrastima in 10 milioni e 400mila e non ne comprendiamo il motivo).

Non vi è tuttavia alcuna evidenza che i due insiemi siano completamente separati e non presentino aree di sovrapposizione; secondo il chiarimento fornito dall’Istituto nazionale di statistica, direttamente sollecitato: “È presumibile che ci sia un’ampia area di intersezione tra l’insieme dei poveri assoluti e quello dei poveri relativi (nel senso che i primi dovrebbe trovarsi anche nella condizione dei secondi e non viceversa), ma rimane una considerazione presumibile e non è stimabile. Questo perché le metodologie con la quale vengono individuati i due insiemi sono molto diverse tra di loro”.

Se infatti la povertà assoluta è misurata sulla base di una soglia di spesa per consumi che si ritiene necessaria per vivere in modo dignitoso, aggiornata ogni anno per tenere conto dell’andamento dell’inflazione, della ripartizione geografica, della tipologia familiare, in povertà relativa sono invece le famiglie che si trovano al di sotto di una certa soglia riferita all’intero territorio nazionale, tenuto conto di un’opportuna scala di equivalenza per determinare la soglia se le famiglie hanno un numero di componenti diverso da due (maggiori dettagli si possono leggere nel glossario del report Istat, a pagina 17).

Berlusconi sbaglia dunque anche la definizione di povertà assoluta, ritenendo che si tratti della condizione per cui il reddito è nullo e chi ne fa parte “non introita nulla”. Per rientrare nella povertà assoluta è sufficiente spendere in consumi una somma inferiore a determinate soglie, prendendo dunque in considerazione il consumo e non il reddito: per questo rientra nella categoria anche chi riceve un reddito basso, non necessariamente nullo. Tutte le soglie sono riportate nel prospetto 8 del report Istat, a pagina 7.

Anche per quanto riguarda la soglia di 1.155 euro che Berlusconi definisce “livello di dignità” per una famiglia composta da quattro persone (2 genitori e 2 figli) nel documento dell’Istat non si trovano riferimenti.

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Pensioni: la giungla delle uscite

Lavoce.info - 8 ore 27 min fa

Una proposta bipartisan vuole abolire l’adeguamento del requisito dell’età pensionistica alla speranza di vita, previsto nel 2019. Ma se si vuole garantire equità intergenerazionale, è meglio orientarsi su altri interventi, specialmente per le donne.

I possibili salvaguardati

La proposta bi-partisan di Cesare Damiano e Maurizio Sacconi (proposta DS) non è ancora ben definita, ma in sostanza intende rimandare l’adeguamento del requisito dell’età pensionistica alla speranza di vita, previsto per il 2019, in modo da salvaguardare alcune generazioni di pensionandi. La motivazione? Secondo i due presidenti delle commissioni lavoro di Camera e Senato si tratta di equità e di allineamento ad altri paesi europei, per questo l’automatismo attualmente previsto dalla legge è ritenuto dai due ex ministri “inconcepibile”.

In assenza di ulteriori dettagli è difficile azzardare valutazioni. Sembra un intervento che salvaguarda solo le generazioni dei nati tra il 1952 e il 1954 e lascia ad altri l’onere di pareggiare i conti. I salvaguardati sarebbero lavoratori a cui si applica il regime misto, che sono soggetti solo in parte ai correttivi dei coefficienti di trasformazione basati ugualmente sulla speranza di vita nel calcolo della rendita pensionistica. La “doppia correzione” sarà invece più marcata per le generazioni successive.

La tabella mostra la tempistica delle uscite per la sola pensione di vecchiaia (non tenendo conto delle possibili anticipazioni) a partire dalla legge del 2011, nel settore privato.

La colonna (i) presenta le coorti che si sarebbero qualificate per la quiescenza, la colonna (ii) lo slittamento che tiene conto degli adeguamenti correnti. Per alcune coorti si applicano due o più adeguamenti. Ad esempio nel 2012 una donna nata il 10 aprile 1952 si è vista rimandare la pensione di due anni: invece di uscire a 60 anni nel 2012, ha dovuto attendere fino al 2014, tuttavia nel 2014 è scattato un aumento di 1 anno e 9 mesi che l’ha rimandata ulteriormente al 2016. Nel 2016 scatta un ulteriore aumento che la porta al 2017. I lavoratori più giovani passeranno rapidamente al traguardo dei 67 anni. Per non parlare delle lavoratrici del settore pubblico che, in applicazione della normativa europea, hanno subito slittamenti da uno a quattro anni a partire dal 2010. Si tratta di una vera e propria giungla di regole.

I lavoratori “salvaguardati” sono gli uomini nati tra l’1/6/1952 e il 31/5/1954 (di 5-7 mesi) e le donne nate tra l’1/6/1952 e il 31/5/1954 (anche di 5-7 mesi, che però vanno a sommarsi agli slittamenti precedenti). Da notare che una parte di queste lavoratrici potrebbe aver beneficiato dell’eccezione che permetteva loro di andare in pensione nel 2016, all’età di 64 anni (articolo 24, comma 15 bis del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201).

Tabella 1a – Requisiti per la pensione di vecchiaia e relativi “tempi di attesa” (uomini)
Anno di riferimento 2011, età di riferimento 65 anni

Tabella 1b – Requisiti per la pensione di vecchiaia e relativi “tempi di attesa” (donne)
Anno di riferimento 2011, età di riferimento 60 anni.

Il panorama internazionale

Damiano e Sacconi evocano un allineamento agli altri paesi europei, ma il confronto internazionale è complesso. Per fornire una visione completa non basta considerare un unico aspetto, come il requisito dell’età anagrafica, ma si deve valutare tutto il complesso di requisiti che i vari paesi utilizzano: la storia contributiva, l’importo dei benefici pensionistici rispetto ai contributi versati, gli aggiustamenti attuariali e le traiettorie demografiche. La figura 1 mostra l’aspettativa di vita a 65 anni in Italia e in altri paesi europei tra i quali Danimarca e Germania. La speranza di vita nel nostro paese è significativamente più alta e ciò implica un maggior numero di anni di prestazioni percepite, in media, dai pensionati.

Figura 1 – Aspettativa di vita a 65 anni in alcuni paesi europei

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

La lunghezza media della vita lavorativa in Italia è inferiore a quella di altri paesi: la media degli anni lavorati è 31 da noi, 37 negli altri stati e 39/40 in Danimarca (figura 2). L’età effettiva di pensionamento, cioè quella effettivamente rilevata e non quella “legale”, è in Italia tra le più basse in Europa, specialmente per gli uomini (figura 3).

Figura 2 – Durata media della vita lavorativa

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

Figura 3 – Età media effettiva di pensionamento per gli uomini, 2009-2014

Fonte: Elaborazioni su dati Oecd

Il confronto tra paesi mostra i problemi strutturali del sistema pensionistico italiano, senza considerare i risultat

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Italia ancora sindacalizzata*

Lavoce.info - 8 ore 28 min fa

In Italia sindacati e associazioni datoriali sono ancora relativamente forti, almeno rispetto al declino generalizzato nella maggior parte degli altri paesi. Secondo i dati Ocse, la quota di lavoratori coperti da contratti collettivi è tra le più elevate.

I dati sul sindacato

Confindustria e sindacati hanno ripreso (e già interrotto) le discussioni sulla riforma del modello contrattuale e della rappresentanza. Qual è lo stato delle relazioni industriali in Italia rispetto agli altri paesi Ocse? L’ultima edizione dell’Employment Outlook fornisce una panoramica completa del funzionamento della contrattazione collettiva nei paesi Ocse. L’Italia, almeno secondo i dati esistenti, emerge come uno dei paesi in cui sindacati e rappresentanze datoriali sono ancora relativamente forti e il numero di lavoratori formalmente coperti molto elevato.

Se negli ultimi trenta anni la quota di lavoratori iscritti a un sindacato è diminuita di un terzo in media tra i paesi Ocse (dal 30 per cento nel 1985 al 17 per cento nel 2013, figura 1, pannello A), in Italia è scesa solo di pochi punti percentuali, dal 42 al 37 per cento. Tito Boeri nella relazione annuale Inps ha affermato che secondo i dati in possesso dell’Inps per le grandi imprese, i tassi di sindacalizzazione in Italia potrebbero essere più bassi, attorno al 25 per cento.

In attesa di dati amministrativi più precisi, quelli attualmente disponibili, in parte basati sulle segnalazioni dei sindacati e in parte su indagini sociali, mostrano che il 57 per cento degli iscritti al sindacato sono uomini, per la maggior parte di età compresa tra i 25 e i 54 anni, con livelli di studio più elevati della media Ocse (un quarto degli iscritti non ha il diploma di scuola superiore, il resto si divide tra scuola superiore e università). Non è sorprendente che l’80 per cento degli iscritti a un sindacato abbia un contratto a tempo indeterminato. Il 20 per cento lavora nel settore manifatturiero o nelle costruzioni, il 14 per cento nel commercio, hotel, trasporti e comunicazioni e il 43 per cento nei servizi sociali e alla persona. Inoltre, il 52 per cento è occupato in imprese con più di 100 lavoratori, il 39 per cento in aziende che hanno tra 10 e 99 lavoratori e il 9 per cento in imprese con meno di dieci lavoratori.

Figura 1 – Lavoratori iscritti ai sindacati

Fonte: Vedere le note dettagliate della figura 4.2 e figura 4.3 nell’Employment Outlook 2017.

Le associazioni datoriali

Le associazioni datoriali (Confindustria, Confartigianato, Confesercenti per citarne solo alcune) costituiscono l’altro lato del tavolo di negoziazione, ma informazioni comparabili al loro riguardo sono decisamente scarse. Statistiche ufficiali e aggiornate sul numero di lavoratori coperti, a differenza del numero d’imprese affiliate, sono limitate e parziali e un’ulteriore difficoltà nel fornire una valutazione precisa deriva dalla possibilità che le imprese appartengano a diverse associazioni di datori di lavoro, con conseguente duplice conteggio. Tuttavia, sulla base dei dati disponibili, l’Employment Outlook (figura 2, pannello A) mostra una generale stabilità degli iscritti alle associazioni datoriali: in Italia il 56 per cento dei lavoratori dipendenti lavora in un’impresa iscritta a un’associazione datoriale, rispetto a una media del 51 per cento nei 26 paesi Ocse per i quali sono disponibili dati. Come nella maggior parte degli altri paesi Ocse, in Italia le organizzazioni dei datori di lavoro tendono a rappresentare, in termini di dipendenti, soprattutto le imprese della manifattura e delle costruzioni e, non sorprendentemente, soprattutto le imprese grandi e medie (figura 2, pannello B).

Figura 2 – Iscritti alle associazioni datoriali

Fonte: Vedere le note dettagliate della Figura 4.4 nell’Employment Outlook 2017.

Il rapporto Ocse mostra anche la quota di lavoratori formalmente coperti dai contratti collettivi, l’indicatore principale per valutare la portata della contrattazione collettiva in un paese. In media, la quota è diminuita di un quarto negli ultimi trenta anni, passando dal 45 per cento nel 1985 al 33 per cento nel 2013 (figura 3). In Italia, la quota di lavoratori coperti dagli oltre 800 contratti collettivi è stabile tra l’80 per cento secondo i dati Ictwss (Institutional Characteristics of Trade Unions, Wage Setting, State Intervention and Social Pacts) e quasi il 100 per cento secondo i dati della Rilevazione sulla struttura dei redditi da lavoro. In assenza di un’indagine apposita è difficile produrre una stima univoca per l’Italia, ma, almeno sul piano formale, una copertura praticamente universale, quindi anche dei lavoratori non

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Strada tortuosa per la fine del Quantitative easing

Lavoce.info - 8 ore 29 min fa

Uno degli effetti del Quantitative easing è aver tenuto basso il valore dell’euro. Che ora invece torna ad apprezzarsi verso il dollaro. Le conseguenze potrebbero farsi sentire su obiettivo di inflazione, avanzo commerciale e tasso di crescita dell’area.

In attesa delle decisioni della Bce

I mercati finanziari hanno da tempo indirizzato le proprie antenne a cogliere, nelle dichiarazioni della Banca centrale europea, ogni indizio che possa in qualche modo segnalare la fine del “programma ampliato di acquisto di attività” altrimenti noto come Quantitative easing. L’ultima occasione è stata la decisione di politica monetaria del Consiglio direttivo del 20 luglio. Nel comunicato letto da Mario Draghi si riaffermava l’intenzione di “condurre gli acquisti netti di attività, all’attuale ritmo mensile di 60 miliardi di euro, sino alla fine di dicembre 2017 o anche oltre se necessario, e in ogni caso finché non riscontrerà un aggiustamento durevole dell’evoluzione dei prezzi, coerente con il proprio obiettivo di inflazione”.

Tutto chiaro, almeno in apparenza. Ma come ha notato Fausto Panunzi i giornalisti presenti hanno ripetutamente chiesto a Mario Draghi maggiori lumi sulla fine del Qe, sentendosi peraltro rispondere che il Consiglio non ha ancora avviato la discussione e se ne riparlerà in autunno. Nel valutarne gli esiti, il presidente della Bce ha rivendicato un successo “indiscutibile” del Qe sull’economia reale e un successo parziale sull’inflazione. E a chi gli chiedeva se invece di insistere sul Qe non fosse il caso di accontentarsi di un’inflazione più bassa rivedendo l’obiettivo del 2 per cento, Draghi ha risposto che giustificare una modifica dell’obiettivo dell’inflazione solo perché non lo si riesce a raggiungere costituirebbe un pericoloso precedente che minerebbe la credibilità della Bce.

Ma proprio negli stessi minuti in cui le parole di Draghi rimandavano qualsiasi cambio di rotta sul Qe, l’euro si apprezzava repentinamente, passando in pochi minuti da sotto 1,15 col dollaro a ben sopra 1,16, con un rally che sembrava prodotto da ricoperture di vendite short.

Figura 1

 

 

 

 

 

 

Nota: L’orario riportato è il Coordinated Universal Time, due ore avanti l’ora di Francoforte

Ora, delle due l’una. O i mercati hanno voluto interpretare il riferimento di Draghi all’autunno come un velato messaggio che la svolta è vicina, oppure si è trattato di un ulteriore segnale che l’euro è destinato ad apprezzarsi ancora, con o senza Qe. Un segnale, in altre parole, che gli aggiustamenti di portafoglio che dal 2014 hanno spinto il valore dell’euro verso il basso (compresi quelli effettuati dalle banche centrali) potrebbero cedere il passo alla domanda “fondamentale” della moneta europea innescata dall’enorme avanzo commerciale dell’area euro e favorita dal differenziale di inflazione a favore del dollaro.

L’effetto del cambio euro-dollaro

Che impatto potrà avere il cambio euro-dollaro sul Qe? Va innanzitutto ricordato che oltre ad avere abbassato la curva dei rendimenti, l’effetto più evidente del Qe è stato proprio quello di tenere basso il valore dell’euro. Ciò ha contribuito a far crescere moderatamente l’inflazione e, soprattutto, a sostenere la domanda estera per il Pil dell’area euro, con una domanda interna ancora carente, sia a causa della bassa dinamica salariale che di un orientamento complessivo della politica fiscale (ovvero la somma dei saldi di bilancio dei 19 paesi) non sufficientemente espansivo.

Se il mutamento di rotta dovesse proseguire, il rafforzamento dell’euro potrebbe rendere più difficile raggiungere l’obiettivo di inflazione. Inoltre, se un euro più forte dovesse ridurre l’avanzo commerciale dell’area, si avrebbero conseguenze negative anche sul tasso di crescita, con effetti deflazionistici. Insomma, le sfide della Bce non sono finite, e tra qui e la fine del Qe sembra ancora esserci una strada decisamente tortuosa.

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Alle radici della crescita che non c’è

Lavoce.info - 8 ore 29 min fa

Una nuova metodologia permette di misurare quale fattore abbia inciso di più sulla lunga crisi che ha caratterizzato l’Italia degli ultimi anni. La causa principale della mancata crescita è la produttività. E il 2007 è stato un vero e proprio spartiacque.

L’economia italiana dal 1981 al 2015

La crisi che ha caratterizzato l’economia italiana dopo il 2007 ha avuto varie componenti: la perdita di Pil, il crollo degli investimenti, il raddoppio del tasso di disoccupazione e la perdita di dinamismo della produttività. Un calcolo preciso delle conseguenze economiche deve poi aggiungere alla diminuzione in termini assoluti delle variabili indicate anche la mancata crescita relativamente al trend precedente. Seguendo la metodologia sviluppata dall’economista Robert Hall in un articolo di recente pubblicazione (“Understanding the Stagnation of Modern Economies”) si possono quantificare i vari elementi e misurare quale di essi sia stato il più rilevante. È anche possibile calcolare di quanti punti percentuali il prodotto sarebbe stato più alto se un particolare componente del Pil avesse seguito il suo trend da un certo anno in poi.

Concentrandosi su una finestra temporale che va dal 1981 al 2015 e che permette di utilizzare i dati più attendibili, il tasso di crescita del Pil è dell’1,1 per cento. Sebbene vi siano stati periodi in cui la produzione è aumentata a un ritmo ben più alto, il risultato può considerarsi legittimo in quanto dopo il boom della ricostruzione postbellica la crescita è progressivamente rallentata, per poi crollare a seguito della crisi. All’interno di questo orizzonte temporale, è interessante confrontare il 2015 con il 2007 (ultimo anno di crescita prima della crisi finanziaria) e con il 1993: quest’ultimo è l’anno che più si avvicina al livello medio del Pil “detrendizzato”, cioè privato della componente di crescita all’1,1 per cento.

Date queste premesse, è interessante quantificare la produzione che è stata persa a causa della scarsa crescita di popolazione in età lavorativa, stock di capitale, tasso di partecipazione, tasso di disoccupazione e produttività totale dei fattori. Per la precisione, è stato calcolato di quanti punti percentuali il Pil sarebbe stato più alto se il singolo componente fosse cresciuto al suo tasso di crescita di lungo periodo a partire dall’anno di riferimento.

Figura 1

 

 

 

 

 

 

I risultati

Il primo evidente risultato è che la causa principale della mancata crescita è la produttività, indipendentemente dall’anno preso in considerazione. Il crollo nella capacità di impiegare efficientemente i propri output sperimentato dall’economia italiana a seguito della crisi finanziaria ha portato a una perdita di Pil del 6,9 per cento, ma anche rispetto al 1993 vi è stato un forte rallentamento, con una produzione che sarebbe potuta essere più alta del 5,5 per cento.

Se si guarda all’effetto della popolazione in età lavorativa, cambia molto a seconda dell’anno di riferimento. Se dal 1993 fosse stato seguito il trend, il Pil sarebbe stato più alto quasi del 2 per cento, ma dal 2007 l’effetto è quasi nullo, a indicare che da quell’anno la crescita è stata quella media del periodo. La spiegazione è facilmente individuabile nel rallentamento delle nascite iniziato negli anni Novanta e nell’aumento del numero di immigrati arrivati in Italia a partire dagli anni Duemila.

Per lo stock di capitale vale invece la considerazione opposta, in quanto vi è una differenza di solamente lo 0,2 per cento (il prodotto del 2015 sarebbe stato più alto del 3,8 per cento se il capitale fosse cresciuto costantemente dal 1993, del 4 per cento dal 2007). Ciò significa che dal 1993 al 2007 il capitale è pressappoco rimasto sul trend, ma è crollato a seguito della crisi.

C’è un’unica nota inequivocabilmente lieta nell’andamento dell’economia ed è il tasso di partecipazione al mercato del lavoro: la partecipazione nel 2015 è stata particolarmente alta, è ciò ha mitigato una recessione che sarebbe potuta essere peggiore dello 0,5 o 0,7 per cento. In particolare, è nel 2012 (subito dopo la riforma Fornero) che si è verificato un improvviso aumento in questa componente.

Spostando infine l’attenzione al tasso di disoccupazione, raggiungiamo il fattore il cui effetto varia maggiormente a seconda dell’anno che prendiamo in considerazione. Se guardiamo al 2007, la disoccupazione è la seconda componente per importanza (circa il 60 per cento della produttività), ma se ci focalizziamo sul confronto con il 1993, l’impatto crolla al 30 per cento della produttività, diventando la componente meno importante.

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Più prevenzione col “sisma bonus”

Lavoce.info - 8 ore 30 min fa

Il “sisma bonus” si basa sulla classificazione del rischio per ogni abitazione. Dà ai cittadini la consapevolezza della vulnerabilità della propria casa e li mette in grado di attuare un piano preventivo di interventi, usufruendo di detrazioni crescenti.

Cos’è il sisma bonus

La legge di bilancio 2017 ha previsto il “sisma bonus”, includendo tra le spese per gli interventi edilizi che danno la possibilità di detrazione Irpef anche quelle finalizzate all’adozione di misure antisismiche.

Non si tratta dell’introduzione di un nuovo strumento poiché la detrazione era già prevista nel Testo unico per le imposte sui redditi (articolo 16, comma 1, lettera i), ma di un suo “potenziamento” in una direzione del tutto nuova.

In passato, l’agevolazione fiscale nelle aree ad alta pericolosità sismica è stata scarsamente utilizzata per diverse ragioni, quali l’applicazione solamente alle prime case, le procedure burocratiche, la diluizione in ben dieci anni. Ma il recente terremoto nel Centro Italia ha riproposto la questione ed è apparso chiaro che, di fronte all’accadimento dei disastri naturali e alle drammatiche conseguenze in termini di vittime e di danni, è quanto mai necessario stimolare l’adozione di misure preventive da parte degli stessi proprietari degli immobili.

Il nuovo “sisma bonus”, così come definito nel decreto di attuazione, sembra andare nella giusta direzione in quanto prevede un sistema in grado di mettere a conoscenza i cittadini del grado di rischiosità delle proprie abitazioni e di incentivarli al miglioramento attraverso detrazioni fiscali commisurate all’efficacia degli interventi realizzati.

Vediamo come.

Si parte da una detrazione “base” del 50 per cento per le spese sostenute dal 1° gennaio 2017 al 31 dicembre 2021 (dunque, solamente cinque anni) fino a un importo massimo di 96mila, incluse quelle per la classificazione e la verifica sismica (così il costo del nuovo sistema non graverà sui richiedenti).

La prima novità consiste nella previsione di un aumento della percentuale di detrazione qualora, in virtù delle misure antisismiche adottate, si ottenga una riduzione del rischio sismico. È stato perciò proposto un nuovo sistema di classificazione delle abitazioni che non si basa solamente sulle caratteristiche di sismicità della zona dove è stato costruito l’immobile, ma anche sulla tipologia dell’abitazione.

In pratica, ogni immobile viene posto in una delle otto “classi di rischio” (A+, B, C, D, E, F, G). La differenziazione permette una valutazione preventiva della classe di appartenenza, nonché un’ulteriore analisi della nuova classe che si può raggiungere grazie a lavori di adeguamento. Se poi avviene un miglioramento di una singola classe di rischio, la detrazione viene maggiorata in misura pari al 70 per cento; nel caso di due classi di rischio, all’80 per cento. Per determinare l’efficacia degli interventi edilizi, ogni attività è sottoposta a un’accurata analisi di rischiosità che deve essere compiuta da parte di tecnici abilitati. Inoltre, per evitare eventuali dichiarazioni false, che attestino cioè uno stato dell’edificio differente dalla reale condizione, è prevista una commissione permanente di monitoraggio, istituita presso il Consiglio superiore dei lavori pubblici, che avrà il compito di esaminare e giudicare l’efficacia dell’intervento di prevenzione, convalidando o meno le dichiarazioni effettuate dai periti.

Perché può funzionare

La normativa presenta un sistema di detrazioni premianti: il “sisma bonus” si basa, infatti, su una classificazione del rischio per ogni abitazione che fornisce ai cittadini la consapevolezza della propria vulnerabilità e li mette in grado di attuare un piano preventivo che specifica gli interventi per migliorare la propria classificazione e usufruire di detrazioni crescenti.

Dal punto di vista di una valutazione costi-benefici dei proprietari, i vantaggi di una diminuzione dell’esposizione al rischio dei loro immobili sono difficilmente quantificabili, ma sicuramente rilevanti, data anche la pericolosità per le persone che vi abitano. D’altra parte, i costi per le misure antisismiche vengono coperti da detrazioni Irpef che consentono nell’ipotesi migliore di sobbarcarsi solamente il 20 per cento delle spese totali (per di più anche per le seconde case).

Il provvedimento apre nuovi scenari d’intervento, nella prospettiva di sviluppare e diffondere metodologie nella direzione della cosiddetta “mitigazione” dei danni derivanti da disastri naturali secondo una significativa strategia di incentivazione dell’iniziativa

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<p><strong>&ldquo;SOGNI D&rsquo;ORO, GUERRIERO&rdquo; - LA RESA DEI GENITORI DEL PICCOLO CHARLIE: &quot;ABBIAMO DECISO DI LASCIARE PARTIRE NOSTRO FIGLIO. DORMI BENE, BELLISSIMO BAMBINO. CI SPIACE TANTO CHE NON SIAMO RIUSCITI A SALVARTI&quot;</strong></p>

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  Luigi Ferrarella per il Corriere della Sera UMBERTO BOSSI E BELSITO   Quarantanove milioni di euro da confiscare alla Lega Nord. È una bomba a scoppio ritardato la sentenza del Tribunale di Genova. Sentenza che ieri, nel condannare per «truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche» l' ex segretario politico Umberto Bossi (2 anni e mezzo) e l' ex segretario amm...
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<p><strong>ACCA&rsquo; NISCIUNO E&rsquo; PHELPS! LA &quot;SFIDA-TRUFFA&quot; TRA IL PIU&rsquo; GRANDE NUOTATORE DI TUTTI I TEMPI E LO SQUALO: LA GARA E&#39; STATA SOLO VIRTUALE &ndash; L&rsquo;OLIMPIONICO USA</strong> E L&rsquo;ANIMALE RIPRESI...

Dagospia - 8 ore 53 min fa
  PHELPS SQUALO Da La Gazzetta dello Sport   Discovery Channel, promotore dell' evento, un mese fa l' aveva presentato in questo modo: «Un avvenimento di portata così monumentale che nessuno l' ha mai tentato prima». All' esame dei fatti, però, la tanto decantata sfida fra il più grande nuotatore di sempre e lo squalo, di cui erano stati volutamente nascosti i particolari, si...
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<p><strong>ACCA&rsquo; NISCIUNO E&rsquo; PHELPS! LA SFIDA TRA IL PIU&rsquo; GRANDE NUOTATORE DI TUTTI I TEMPI E LO SQUALO SI E&rsquo; RIVELATA UNA GIGANTESCA TRUFFA &ndash; L&rsquo;OLIMPIONICO USA</strong> E L&rsquo;ANIMALE RIPRESI SEPARATAMENTE:...

Dagospia - 8 ore 53 min fa
  PHELPS SQUALO Da La Gazzetta dello Sport   Discovery Channel, promotore dell' evento, un mese fa l' aveva presentato in questo modo: «Un avvenimento di portata così monumentale che nessuno l' ha mai tentato prima». All' esame dei fatti, però, la tanto decantata sfida fra il più grande nuotatore di sempre e lo squalo, di cui erano stati volutamente nascosti i particolari, si...
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<p><strong>VELTRONI MORSO DA UN CANE ALLA FESTA DELL&rsquo;UNIT&Agrave; DI BRESCIA, DOVE HA PRESENTATO IL SUO ULTIMO FILM. UNA NOTIZIA PERFETTA PER SPINOZA: &lsquo;PER NON DIRE CHE NON C&rsquo;ERA MANCO UN CANE&rsquo; - &lsquo;ERA IL PREMIO DELLA...

Dagospia - 8 ore 55 min fa
VELTRONI MORSO DA UN CANE ALLA FESTA DE L' UNITÀ DI BRESCIA walter veltroni morso da un cane a brescia  (ANSA) - Disavventura questa sera per Walter Veltroni, ospite della Festa provinciale dell'Unità di Brescia, dove ha presentato il suo ultimo film. L'ex segretario del Pd è stato morso da un cane ad un polpaccio. Veltroni è stato subito medicato, e non ha riportato gravi ferite. Seg...
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<p><strong>TRUMP IN ALTO, QUESTA E&rsquo; UNA RAPINA! - ASSALTAVANO I BANCOMAT CON LE MASCHERE DEL PRESIDENTE USA: I CARABINIERI DI TORINO HANNO ARRESTATO DUE FRATELLI SINTI INDAGATI PER 20 COLPI IN TUTTO IL PIEMONTE - RICERCATI DA MESI, PER CAMUFFARSI...

Dagospia - 9 ore 1 min fa
  Federico Genta per la Stampa   RAPINATORI CON LA MASCHERA DI TRUMP 2 In soli due episodi, quelli che gli vengono contestati nell’ordinanza di custodia cautelare, erano riusciti ad accumulare un bottino di centomila euro. Sapevano di essere ricercati, ecco perché nascondevano i loro volti sotto maschere in lattice del presidente americano Donald Trump. E la loro auto, una po...
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<p>BENVENUTI IN PARADISO - PER IL SECONDO ANNO CONSECUTIVO L&#39;ALBERGO PIU&#39; BELLO DEL MONDO E&#39; IL RESORT INDONESIANO DI NIHI SUMBA, 33 VILLE SUL MARE CIRCONDATE DALLA GIUNGLA (COSTA DAI 900 EURO A NOTTE), SEGUITO DAL &#39;BRANDO&#39; DI...

Dagospia - 9 ore 34 min fa
Annabel Fenwick Elliott per “Mail On Line”   VIDEO ‘NIHI SUMBA IL MIGLIORE HOTEL DEL MONDO’     ville hotel nihi sumba Per il secondo anno consecutivo i lettori di ‘Travel + Leisure’ hanno eletto come migliore hotel al mondo il resort indonesiano di Nihi Sumba, che raggiunge un punteggio di 99.12 su 100.   stanza hotel nihi sumba E’ facile capire perché. Con...
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<p>L&rsquo;ESTATE SMERALDA DI BERLUSCONI &ndash; SAGRE, GELATI E SELFIE: IL CAV TORNA IN SARDEGNA E OGNI SERA SI REGALA UN BAGNO DI FOLLA IN PIAZZA: &ldquo;TUTTI MI DICONO CHE CON I MIEI&nbsp; GOVERNI LE COSE ANDAVANO MEGLIO&rdquo; &ndash; E...

Dagospia - 9 ore 38 min fa
  Salvatore Dama per Libero Quotidiano   BERLUSCONI BLAIR La Sardegna è sempre stato il termometro di Silvio Berlusconi per capire l' umore del Paese. In particolare la Gallura. Qui il Cavaliere può incontrare il cumenda in vacanza con la barca, ma anche la gente "normale" che fa la spesa al centro commerciale o che passeggia alla fiera del paese. Ha a disposizione un campion...
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<p><strong>L&rsquo;ESTATE IN CITT&Agrave; - IN ITALIA NIENTE VACANZE PER UN BAMBINO SU TRE: AL SUD LA PERCENTUALE E&rsquo; DEL 65% - PER MOLTE FAMIGLIE ANCHE I CENTRI COMUNALI SONO DIVENTATI TROPPO COSTOSI - E COSI&rsquo; QUASI DUE MILIONI DI RAGAZZINI...

Dagospia - 9 ore 40 min fa
Nadia ferrigo per la Stampa   oratorio Primo giorno di scuola, tema: «Come hai trascorso le vacanze estive?». Svolgimento: «Davanti alla tv». In Italia un bambino su tre non sa cosa voglia dire passare una settimana lontano da casa. La coda lunga delle crisi picchia sui piccoli: quasi uno su tre è «a rischio povertà ed esclusione sociale». Significa non poter contare su cure mediche...
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