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Informazione

Riccardo, il tassista di Torino che ha scelto di lavorare per Uber

Il Sole 24 Ore.com Prima Pagina - Ven, 14/12/2018 - 19:22
È stato tra i primi ad aderire alla rete Uber Taxi avviata il 4 dicembre in via sperimentale: «È giusto che sul mercato crescano servizi alternativi»...
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Con Permicro in otto anni finanziati 700 imprenditori

Il Sole 24 Ore.com Prima Pagina - Ven, 14/12/2018 - 15:21
Secondo il report di impatto, la società di microcredito ha contribuito non solo all’inclusione finanziaria ma ad entrate per lo stato pari a 46 milioni da parte delle aziende e 12 dalle famiglie ...
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Vacanze invernali, cresce la spesa (+12%): riparte l’Egitto

Corriere.it - Economia - Ven, 14/12/2018 - 15:04
Confturismo-Piepoli, 7 italiani su 10 restano in Italia
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Alitalia, 5 euro a passeggero per mandare in pensione (anticipata) piloti e hostess

Corriere.it - Economia - Ven, 14/12/2018 - 13:05
L’addizionale comunale sui diritti di imbarco diventa permanente per finanziare il Fondo volo introdotto da una legge del 2004 e poi prorogato anno per anno per gestire le crisi aziendali. Lo prevede la bozza sulla previdenza allo studio del governo
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Lvmh compra gli hotel di lusso Belmond (come lo Splendido di Portofino e il Cipriani di Venezia)

Corriere.it - Economia - Ven, 14/12/2018 - 12:34
Acquisizione da 3,2 miliardi di dollari da parte del colosso di Bernard Arnault
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Il Punto

Lavoce.info - Ven, 14/12/2018 - 11:01

Cittadini con redditi medio-bassi, i gilet gialli in Francia chiedono un prezzo più basso del carburante e meno tasse. Il presidente Macron – nella difficoltà di salvaguardare insieme l’equità e l’ambiente – fa qualche concessione. Ma a che prezzo? Intanto, l’allentamento del rigore di bilancio della Francia potrebbe giovare al nostro governo impegnato in un negoziato con la Ue sull’orlo della procedura d’infrazione. Un accordo eviterebbe altri guai sui mercati finanziari. Ma il braccio di ferro è soltanto rimandato a primavera.
Mentre l’euro sta per compiere 20 anni (anche se la circolazione della moneta seguì di tre anni), il presidente della Bce Mario Draghi ricorda che, purtroppo, non tutti i cittadini ne hanno beneficiato. Con ciò identificando, senza dirlo, una delle cause dell’esplosione di populismo ed euroscetticismo. Eppure la moneta unica è stata un argine contro la crisi e la politica della Bce – pur azzerando gli acquisti netti di titoli sui mercati – sarà orientata ad assecondare la crescita nel 2019.
In vista dell’eco-tassa a cui pensa il governo, facciamo un confronto dei carichi fiscali sulle auto nei principali paesi europei. Su acquisto e possesso del veicolo pesano di più in Italia e Regno Unito che in Francia e Germania. E questi due paesi premiano le elettriche e le ibride.
I compiti a casa fanno bene agli studi? Un po’ sì ma senza eccessi. La questione però non si risolve con una circolare del Miur come vorrebbe il ministro Bussetti. Ciò che fa davvero male all’apprendimento sono le pause troppo lunghe nel calendario scolastico. Ci sarebbero da adottare soluzioni già sperimentate.
I roghi ai magazzini stipati di rifiuti sono solo una faccia della medaglia: oltre ai comportamenti criminali abbiamo anche regioni più che virtuose nel trattamento della spazzatura. Che mediamente, però, per quasi un quarto finisce in discarica, mentre la Ue chiede di scendere sotto il 10 per cento entro il 2035. Bisogna darsi una mossa.
A tre anni dall’arrivo di Netflix e dei suoi concorrenti, sta cambiando il modo di “consumare” tv in Italia. I numeri dicono che nel 2020 la tv broadband sarà la modalità principale di accesso ai contenuti televisivi per 8,5 milioni di abitazioni. Perché sfrutta meglio le opportunità offerte dall’evoluzione tecnologica.

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Quel senso di ingiustizia che anima la protesta dei gilet gialli

Lavoce.info - Ven, 14/12/2018 - 10:57

La tassa sui carburanti che ha innescato la protesta dei gilet gialli è solo la punta dell’iceberg di un diffuso senso di iniquità. Ma è desolante che alle richieste di chi si sente escluso e lasciato indietro si risponda solo con ricette populiste.

Dall’economia due verità sgradevoli

Le proteste dei gilet gialli sono state uno degli argomenti di cui si è più discusso nelle ultime settimane, fino a indurre il presidente francese Macron a presentarsi in televisione per dire che ha capito le ragioni dei manifestanti e che adotterà misure per venire incontro alle loro esigenze. L’innesco delle proteste è stato un aumento delle tasse sui carburanti, che penalizzano specialmente chi abita nelle periferie, e quindi usa l’auto per andare al lavoro, e i proprietari di auto più inquinanti. Proprio in questa settimana c’è stata la Nobel lecture di William Nordhaus, che l’Accademia di Stoccolma ha premiato per i suoi studi sul cambiamento climatico. Val la pena di riportare una citazione: “L’economia mostra una verità sconveniente sulle politiche sul cambiamento climatico: per essere efficaci esse devono aumentare il prezzo della CO2 e, così facendo, correggere l’esternalità del mercato. Se si vuole essere efficaci, il prezzo deve aumentare”.

Gli eventi francesi suggeriscono però anche un’altra verità sgradevole: l’aumento di prezzo dei carburanti rischia di penalizzare soprattutto i più poveri. Un obiettivo come quello di limitare i danni del cambiamento climatico rischia di essere percepito come un ulteriore fattore che genera iniquità. Pensare al futuro del pianeta è una preoccupazione riservata solo ai ricchi?

Il contrasto irrisolto tra efficienza ed equità

Negli scorsi giorni un altro premio Nobel, Jean Tirole, ha scritto un articolo sul Journal du Dimanche in cui elenca alcune proposte volte ad attenuare l’impatto della tassa sui carburanti sui meno abbienti: per esempio, ridurre il carico fiscale togliendo alcune delle imposte più distorsive e meno efficaci, come gli oneri fiscali che gravano su imprese e lavoratori, dare un bonus energia ai più bisognosi per far fronte all’aumento dei carburanti, facilitare l’accesso al credito per chi volesse dotarsi di tecnologie meno inquinanti, usare il gettito della tassa sui carburanti per opere di adattamento e di attenuazione dell’impatto del cambiamento climatico.

Ma il problema del diffuso senso di mancanza di equità del sistema economico, nota Tirole, è più ampio di quello legato alla tassa sui carburanti. Infatti la protesta dei gilet gialli, partita da lì, si è spostata su un piano più ambizioso, quello del recupero del potere di acquisto, anche attraverso una netta riduzione della pressione fiscale.

Ma come si può ridurre la pressione fiscale sui più poveri senza privare i cittadini di servizi essenziali? Un primo elemento è quello di fare pagare di più i ricchi. La decisione di Emmanuel Macron di riformare alleggerendo una forma di tassazione patrimoniale ha esacerbato il senso di iniquità dei cittadini francesi. Tuttavia, in passato quell’imposta ha garantito un gettito limitato. Per dare maggiori entrate dovrebbe probabilmente colpire una platea più ampia, con le ovvie conseguenze in termini di consenso. Inoltre, afferma Tirole, occorre spendere meglio, tagliando i programmi di spesa meno efficaci. “Vaste programme”, verrebbe da dire sulla base dell’esperienza italiana della spending review. Infine, e forse è questo il punto più importante, occorre ricordare a tutti che l’economia non è un gioco a somma zero. Le riforme per aumentare la produttività e quindi la crescita sono essenziali. Ma anche in questo caso, non c’è da essere ottimisti. Troppe volte i governi hanno parlato negli anni passati di riforme strutturali senza che poi i cittadini ne abbiano visto gli effetti e oggi molti di loro provano fastidio solo a sentirle nominare.

Il contrasto tra efficienza ed equità non è certo un tema nuovo in economia. Ma è desolante osservare che alle richieste di chi si sente escluso e lasciato indietro oggi siano offerte solo le ricette populiste, come il protezionismo o l’assistenzialismo. La combinazione di fallimento dei mercati e della politica rischia di avere conseguenze difficilmente prevedibili e non certo in senso positivo.

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Euro, l’alibi perfetto dei governi nazionali

Lavoce.info - Ven, 14/12/2018 - 10:56

L’incompletezza dell’unione monetaria dà un pericoloso alibi ai governi nazionali, soprattutto quando non sanno proporre un disegno coerente per il futuro del loro paese. La risposta è una struttura istituzionale europea che punti a una maggiore equità.

I primi vent’anni di euro

L’euro compie vent’anni, la seconda metà dei quali vissuti pericolosamente. Eppure, nei primissimi mesi della crisi finanziaria globale si era affermata la convinzione che i guai finanziari li avevano combinati gli americani e che l’Europa era in grado di limitarne i danni a casa propria, proprio grazie all’euro. Con l’aggravarsi della crisi, si cominciò a temere che l’Europa dovesse pagare, suo malgrado, gli eccessi della finanza americana. Ma quando la crisi si è rivelata lunga e dolorosa, con una seconda recessione tutta europea e programmi di assistenza finanziaria a cinque paesi dell’Unione economica e monetaria, si è incominciata a delineare un’altra interpretazione, e cioè che fosse proprio l’Europa – e la sua moneta unica – la causa dei problemi.

Anche gli ultimi numeri forniti il 13 dicembre dalla Banca centrale europea sulle previsioni macroeconomiche complessive dell’area euro non sono certo sfavillanti per i prossimi quattro anni: +1,9, +1,7, +1,7 e +1,5 per cento, con un accresciuto rischio di peggioramento di queste cifre a causa, scrive la Bce, delle incertezze geopolitiche, della minaccia di protezionismo, della vulnerabilità dei mercati emergenti e della volatilità sui mercati finanziari.

L’alibi perfetto

Il fatto è che l’incompletezza dell’unione monetaria fornisce ormai da anni uno straordinario e pericoloso alibi ai governi nazionali, soprattutto quando dimostrano di non essere in grado di proporre un disegno coerente per il futuro del proprio paese. Quando ci si trova in difficoltà, è facile prendersela con l’Europa. E il problema è, appunto, che l’Europa non si dimostra all’altezza della sfida. E allora la protesta rissosa, proprio perché animata da un problema autentico, alimenta la convinzione “sovranista” a fare da soli, senza Europa.

A chiosa delle decisioni di politica monetaria del 13 dicembre, Mario Draghi ha detto (ammettendo tuttavia di non essere imparziale) che l’euro, in questi primi vent’anni, è stato un successo. Ma ha anche messo in guardia sul fatto indiscutibile che non tutti hanno beneficiato di questo successo. E ha aggiunto che non sempre e non soltanto ciò è dipeso da responsabilità nazionali. A una domanda sui disordini in Francia, Draghi si è interrotto, e poi corretto, su una frase che cominciava con “non siamo rimasti sorpresi…”. Insomma, è chiaro a tutti che i numeri del Pil, anche quando crescono, non sono sufficienti per cullarsi nell’illusione che l’economia, e la società che ne è il tessuto, siano in buona salute. E i governi e le varie rappresentanze politiche nei cosiddetti “paesi più vulnerabili” (schiera alla quale appartengono ormai, per molti versi, anche la Francia e persino la Germania) hanno ragione quando puntano il dito contro l’Europa, ma allo stesso tempo godono della pacchia (a termine) di poter facilmente scaricare sull’Europa i costi della propria inadeguatezza a governare paesi che invece chiedono orizzonti politici e disegni coerenti di lungo periodo.

Resiste, purtroppo, in Europa, la convinzione che ulteriori riforme quali il completamento dell’unione bancaria e la creazione di un meccanismo condiviso di compensazione fiscale siano auspicabili ma non urgenti, soprattutto se richiedono costi politici interni di breve periodo. Sarebbe bene invece che la politica europea ritrovasse una strada comune per affermare una maggiore sovranità della politica economica europea. In fondo, la richiesta di sovranità economica nazionale non è tanto una rivolta contro la sovranità europea, che è gravemente incompleta. È piuttosto una reazione alla mancanza di una funzionale struttura istituzionale con chiari obiettivi di occupazione, maggiore equità, sicurezza e scelte strategiche. E che metta le politiche nazionali di fronte alle proprie responsabilità. Senza alibi.

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Tasse sulle auto: cosa si fa in Europa

Lavoce.info - Ven, 14/12/2018 - 10:55

L’ecotassa sulle auto nuove non sembra una misura efficace. Ma se l’elettrico dovesse affermarsi rapidamente, l’Italia rischia di ritrovarsi con un parco auto più vecchio e inquinante di quello dei paesi vicini e con una filiera industriale impoverita.

Imposte a confronto

L’emendamento alla manovra economica che prevede incentivi per le auto elettriche e un bonus/malus all’acquisto legato alle emissioni di anidride carbonica (CO2) ha provocato feroci polemiche. Ma cosa succede negli altri paesi?

Un’imposta di acquisto o di circolazione calcolata (in tutto o in parte) in proporzione alle emissioni di CO2, e quindi anche al consumo di carburante, esiste da anni in tutti i maggiori paesi europei – dalla Germania, alla Francia, al Regno Unito. In Francia è in vigore una tassa all’acquisto, mentre il bollo annuo colpisce solo i veicoli che emettono elevate quantità di CO2. In Germania il bollo annuo è proporzionale a emissioni di CO2 e cilindrata. Nel Regno Unito vige una tassa all’acquisto, basata sulla CO2, ma dal secondo anno in poi i proprietari pagano un ammontare fisso, con un lieve sconto per i veicoli ibridi, mentre quelli elettrici sono esenti, come in molte regioni italiane. In Italia la tassa di circolazione annuale è calcolata in base alla potenza dell’auto, con aliquote diverse per regione; le auto elettriche sono esenti dal bollo per cinque anni e in alcune regioni quelle ibride godono di esenzioni.

Se l’obiettivo è la lotta al cambiamento climatico, la tassazione delle vetture in proporzione alle emissioni di CO2 sembra andare nella direzione giusta. Peraltro, la tassazione sull’acquisto e sul possesso dell’auto è relativamente più elevata in Italia e Regno Unito rispetto a Francia e Germania e l’introduzione nel nostro paese della cosiddetta ecotassa aumenterebbe il carico su quelle con motori a benzina e diesel, premiando le elettriche e le ibride come avviene già in Francia e Germania. Rispetto alla tassa francese, il meccanismo proposto in Italia è più severo per la fascia di emissioni media (da 111 a 130 g/km) e più generoso con gli ibridi, anche quelli di potenza e costo elevati.

Italia: elettriche esenti per 5 anni – per le auto ibride, esenzioni totali o parziali in alcune regioni
Italia***: livello tassa della Regione Lombardia, per cui agli ibridi plug-in spetta riduzione del 50% per 3 anni e agli ibridi non si applica la maggiorazione oltre i 100 kW
Tasso di cambio sterlina: 1 euro = £ 0,9
UK: superbollo di 344 euro annui per gli anni dal 2 al 6 per le auto con prezzo >44.444 euro
Germania: l’incentivo da 4.000 euro per BEV e 3.000 euro per PHEV è diviso al 50% fra Stato e costruttore,  e non vale per veicoli con prezzo di vendita >60.000 euro
*Nota: La BMW 530e ha diritto all’incentivo poiché il prezzo in Germania è <60.000 euro
**Nota: in Italia (Regione Lombardia) gli ibridi plug-in godono di una riduzione del 50% dell’imposta per tre anni

Le uniche vetture – per convenzione – a zero emissioni sono quelle elettriche. Le auto a gasolio consumano meno di quelle a benzina ed emettono quindi meno CO2, ma il motore diesel produce più particolato e ossidi di azoto (NOx) dannosi in elevate concentrazioni, soprattutto in ambito urbano. Il problema del particolato è stato affrontato con i filtri (Dpf), mentre i motori diesel più recenti (normativa Euro 6 d-Temp) hanno ottenuto in condizioni reali valori di emissioni di NOx vicini a quelli dei propulsori a benzina. L’efficienza degli ibridi ricaricabili (plug-in) dipende da quanto li si ricarica: paradossalmente, niente vieta di incassare il bonus e viaggiare poi solo a benzina (non esistono ibridi plug-in a gasolio)

L’attenzione alla CO2 ha fatto sì che negli ultimi vent’anni l’Europa abbia privilegiato i motori diesel, per esempio con accise sul gasolio quasi ovunque inferiori alla benzina. E il problema dei NOx, che ha rilevanza locale, è stato affrontato soprattutto su base locale, con blocchi del traffico e altre limitazioni all’uso dell’auto.

Effetti sul settore

Il rebus per le autorità UE e per quelle locali non è di facile soluzione, data la rilevanza economica del settore auto e la presenza di una base produttiva diffusa e specializzata nei motori diesel. Finora, ogni paese ha comprensibilmente cercato di promuovere la propria industria. Così, se la statale Renault è stata la prima azienda in Europa a investire sull’elettrico in misura massiccia, la Francia è il paese che da più tempo ha varato consistenti incentivi all’acquisto di auto a batterie. Fra i grandi mercati europei, l’Italia è invece quello più indietro sull’elettrificazione, mai considerata strategica da Fca nel

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Come risolvere il dilemma dei compiti a casa

Lavoce.info - Ven, 14/12/2018 - 10:54

Compiti a casa sì o no? Secondo gli studi e le indagini internazionali hanno vantaggi e svantaggi. Ma le soluzioni alternative ci sono e spetta ai responsabili delle politiche educative decidere. Certo non è un tema da affrontare con una circolare.

Le ragioni degli insegnanti

Con le vacanze di Natale torna la polemica sui compiti a casa. Vissuti solitamente come una iattura dagli studenti e come motivo di stress dai genitori, a volte catturano anche l’attenzione dei responsabili delle politiche educative. L’ultimo è il ministro Bussetti che ha annunciato una circolare in merito, ma prima di lui già il ministro Profumo si era detto contrario a eccessivi carichi di lavoro a casa per gli studenti. I docenti, però, continuano in larga parte a fare affidamento sui compiti a casa, confidando che gli studenti svolgano una quota di studio in autonomia.

Una delle ragioni è che, nella ricerca del metodo di studio per sé più congeniale, ogni studente deve imparare ad alternare il lavoro condiviso svolto in classe con momenti di apprendimento autonomo. I compiti a casa favoriscono questa seconda pratica. Da tempo, la ricerca ha poi messo in evidenza come le interruzioni (più o meno lunghe) delle attività scolastiche comportino un decadimento dei livelli di apprendimento (learning decay/skills deterioration). Alcuni studi quantificano quello dopo le vacanze estive in media nell’equivalente di un mese di scuola. L’arretramento non colpisce allo stesso modo tutti gli studenti e ogni tipo di competenza: cresce al crescere del grado scolastico (perché nozioni, saperi e metodi diventano via via più complessi); è più accentuato in matematica; colpisce maggiormente chi ha profili di competenza più fragili (perché è più facile preservare il proprio livello di competenza quando è già elevato) e chi ha un retroterra familiare meno avvantaggiato (perché solitamente meno esposto a stimoli educativi in ambiente domestico).

È anche per scongiurare questi rischi che i docenti fanno ricorso ai compiti a casa.

Ma i compiti a casa fanno davvero bene?

Per le indagini internazionali sui livelli di apprendimento, gli studenti italiani sono tra quelli che dichiarano un elevato carico di lavoro in forma di compiti a casa. Secondo IEA Trends in International Mathematics and Science Study del 2015, i ragazzi di terza media (grado 8) che dichiarano di dedicare fino a 45 minuti la settimana ai compiti a casa di matematica hanno 486 come punteggio nei test (significativamente sotto la media internazionale di 500); chi dichiara un impegno domestico tra i 45 minuti e le 3 ore la settimana sale a 502; scende invece di nuovo a 488 chi dice di studiare la matematica oltre 3 ore alla settimana. Dunque, i compiti a casa fanno bene agli apprendimenti, ma per evitare effetti indesiderati è meglio non eccedere.

C’è anche un altro effetto collaterale indesiderato. I compiti a casa sono uno dei canali attraverso i quali si allargano i divari di apprendimento tra studenti con diverso retroterra socio-culturale. Sempre Timss ci dice che, rispetto a uno studente con genitori istruiti fino alla licenza media, un figlio di diplomati ha una probabilità del 15 per cento più alta di dichiarare un maggior tempo speso a fare i compiti a casa (+23 per cento per un figlio di laureati). Peraltro, anche senza tempo disponibile, i genitori più istruiti (spesso con condizioni di reddito più favorevoli) possono ricorrere con più agio a “lezioni private” per aiutare i figli nello studio a casa.
Risultati analoghi si registrano anche alle superiori (si veda l’indagine Ocse Pisa).

Si può farne a meno?

Le evidenze indicano anche alcuni possibili rimedi alla caduta degli apprendimenti dovuta alle pause scolastiche e agli effetti deleteri associati a un eccessivo carico di compiti a casa.
A livello istituzionale, si potrebbe rimodulare il calendario scolastico così da non avere pause lunghe e concentrate, ma più brevi e spalmate sull’intero anno. È una soluzione già adottata in molti paesi; in Italia però richiederebbe cambiamenti non banali anche in termini di edilizia scolastica e spazi educativi.

Un altro rimedio ha a che fare con l’estensione del tempo scuola alle ore pomeridiane non per svolgere attività ordinaria, ma per individualizzare l’offerta formativa con attività integrative e di recupero per chi è in ritardo e attività di potenziamento e approfondimento per gli altri. In alcune scuole italiane è già una buona pratica; se fosse istituzionalizzata potrebbe dare un senso all’organico dell’autonomia che oggi “un senso non ce l’ha”. Non a caso nelle scuole primarie, dove il tempo scuola è più esteso e l’impianto pedagogico è diverso, il ricorso a

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Qui ci vuole meno spazzatura in discarica

Lavoce.info - Ven, 14/12/2018 - 10:54

I recenti roghi di magazzini stipati di rifiuti hanno allarmato i cittadini. Per raggiungere gli obiettivi europei di economia circolare, occorre una rete di impianti di trattamento in grado di assorbire i flussi crescenti delle raccolte differenziate.

Così l’Italia tratta i suoi rifiuti

Negli ultimi mesi i roghi di magazzini stipati di rifiuti hanno riportato al centro del dibattito politico la questione degli impianti per il riciclo.
Ora l’annuale Rapporto Ispra sui rifiuti urbani fotografa alcuni importanti novità. Nel 2017 la produzione di rifiuto è diminuita. La raccolta differenziata è arrivata al 55,5 per cento, in aumento di 3 punti percentuali rispetto al 2016. Anche il riciclaggio è salito al 43,9 per cento. Ne consegue la riduzione del volume di rifiuto conferito in discarica (-6,8 per cento) e incenerito (-3 per cento).
Questi dati lasciano ben sperare perché indicano che la gestione dei rifiuti urbani sta cambiando; e che la direzione di marcia è coerente con la gerarchia dei rifiuti.

Vi sono tuttavia altri dati che sono in deciso contrasto con le raccomandazioni dell’economia circolare e sostenibile. Quasi un quarto dei rifiuti urbani raccolti (il 23 per cento) continua a trovare collocazione in discarica. Si tratta di 6,9 milioni di tonnellate, a cui si aggiungono circa 400mila tonnellate di rifiuti urbani esportati nei paesi del Nord Europa.
Di queste, una quota prevalente origina dalle regioni del Mezzogiorno. Ma l’autosufficienza nello smaltimento dei rifiuti urbani non pericolosi non è raggiunta neanche in alcune regioni del Nord (Liguria, ad esempio).
Come spesso accade l’Italia riesce a racchiudere insieme le eccellenze in ambito europeo (la città metropolitana di Milano, il Veneto, l’Emilia-Romagna, la Lombardia) con regioni, come la Sicilia, dove gli indicatori di sostenibilità ambientale del ciclo dei rifiuti sono più simili a quelli della Grecia.
È evidente che la pianificazione regionale, così come è stata impostata sinora, rappresenta spesso uno strumento di matrice più politica che tecnica, fondata su stime assai di sovente ottimistiche, non in grado di sostenere un percorso industriale coerente con l’autosufficienza.

Gli obiettivi del pacchetto economia circolare

Per raggiungere gli obiettivi indicati dalle direttive UE che chiedono di raggiungere il 65 per cento di riciclaggio al 2035 e di scendere sotto al 10 per cento di rifiuti smaltiti in discarica, occorre un mix di politiche coerenti con la gerarchia dei rifiuti europea, che superino i tanti limiti delle pianificazioni regionali.
Lo scenario qui proposto, seppur ambizioso, offre uno spunto sul percorso da intraprendere nei prossimi anni.

Alla sua base ci sono tre assunzioni: 1) la produzione di rifiuti urbani rimane ferma ai livelli correnti, in esito alle politiche di prevenzione e al rinforzo della responsabilità estesa del produttore; 2) la raccolta differenziata raggiungerà il 75 per cento nel 2035; 3) la dotazione di impianti rimarrà costante.
Assumendo un’ipotesi di intercettazione della frazione organica pari a 140 kg/ab/anno, un valore ambizioso ma già superato da alcune delle migliori realtà del paese, si giungerà nel 2035 a un fabbisogno residuo di trattamento della frazione organica (Forsu) di circa 2,3 milioni di tonnellate/anno.
Per soddisfare il fabbisogno di trattamento che avremo da qui ai prossimi 20 anni vi sarebbe il bisogno “impellente” di avviare 53 nuovi impianti di digestione anaerobica, di cui 36 da realizzare nel Mezzogiorno e nelle Isole.

Tabella 1

Nel percorso di crescita delle raccolte differenziate, resta comunque un fabbisogno di trattamento della frazione residua del secco indifferenziato (Rur). A parità di capacità impiantistica, nel 2035 sarà di circa 1,7 milioni di tonnellate in più di rifiuto urbano indifferenziato da smaltire.

Se si mutua una declinazione del principio di autosufficienza su base di area geografica (Nord, Centro, Sud, le due Isole maggiori), da qui ai prossimi venti anni il deficit impiantistico richiederebbe la realizzazione di quattro nuovi impianti per il recupero di energia, due di taglia grande, collocati in Sicilia e Campania, e due di taglia media, in Sardegna e nel Centro Italia, al servizio di Umbria, Marche e Lazio.

Tabella 2

Occorre una Strategia nazionale per l’ambiente

La violazione di una o più delle generose assunzioni che sono alla base delle quantificazioni proposte comporta un incremento del fabbisogno di trattamento.

Infatti:

  • qualora la produzione del rifiuto dovesse crescere in linea con il Pil o i consumi, vi sarebbe un fabbisogno aggiuntivo di trattamento della Forsu per 1,7 milioni t/anno e uno della Rur di 2 milioni t/anno;
  • s

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Moscovici, l’italo-scettico che non sa far l’arbitro

Corriere.it - Economia - Ven, 14/12/2018 - 10:52
La storia del commissario Moscovici col cuore a Parigi e, a intermittenza, a Roma
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Cosa vogliono i gilet gialli e come risponde Macron

Lavoce.info - Ven, 14/12/2018 - 10:28

Le proteste dei gilet gialli hanno indotto il presidente francese Macron a fare alcune concessioni, come l’aumento del salario minimo e la promessa di più tasse per le grandi imprese. Leggendo però la lista delle rivendicazioni, sembra solo una goccia nell’oceano.

Il movimento dei gilet gialli

Sono settimane ormai che si parla dei gilet gialli. In casa nostra molte fazioni politiche cercano di cavalcare l’onda francese. Come gli esponenti di Casapound e Potere al popolo, presenti fisicamente a una recente manifestazione a Parigi. E come il Movimento 5 stelle, che attraverso i suoi esponenti di punta, da Beppe Grillo a Luigi Di Maio, sostiene le ragioni dei gilet gialli, talvolta attribuendo loro impropriamente battaglie politiche comuni (il reddito di cittadinanza per esempio non è tra le loro rivendicazioni, come sostenuto da Grillo).

Il movimento, nato nel web, prende il nome dall’utilizzo simbolico di giubbotti catarifrangenti. È esploso circa un mese fa come risposta all’aumento delle tasse sul gasolio imposto dal governo Macron, diventando in breve tempo qualcosa di più grande, di ancora più politico. Il rialzo del costo del carburante, infatti, ha esacerbato uno scontro sociale dalle radici profonde, che nasce dall’esasperazione di una larga fascia di popolazione rurale (molto spesso povera) costretta a spostarsi quotidianamente. Ed è diventato poi l’emblema più generalizzato della divisione sociale causata da povertà e disuguaglianze economiche.

La risposta di Macron

Gli eventi connessi al fenomeno dei gilet gialli e il conseguente impatto mediatico hanno esercitato una fortissima pressione politica sul presidente francese Emmanuel Macron, che, dopo poco più di anno di mandato, ha visto il suo consenso crollare. In un recente messaggio in diretta tv alla nazione ha quindi riconosciuto le ragioni del movimento, promettendo una serie di misure per andare incontro ai bisogni delle fasce più deboli della popolazione. L’impatto economico, secondo il segretario di stato Griveaux, sarà tra gli 8 e i 10 miliardi di euro e porterà a uno 0,7 per cento di maggior deficit. Insomma, uno sforzo di non poco conto, che è già costato al premier francese qualche critica in Europa. Ma vediamo meglio queste misure, tenendo presente che l’annullamento delle tasse sul carburante era già stato ottenuto a inizio dicembre.

Figura 1

Innanzitutto, di primaria importanza, c’è un aumento di 100 euro al salario minimo a partire dal 2019. E quindi dai 1.184 netti mensili si passa a quasi 1.300. E non a caso il salario minimo è in costante aumento dal 2010. Mentre negli anni sono cresciuti i salari medi, la percentuale di lavoratori a salario basso, secondo Eurostat, è passata dal 6 al 9 per cento del totale dei lavoratori.

Figura 2

Un’altra proposta avanzata dal presidente consiste nella detassazione degli straordinari (molto usati in Francia, dove il monte orario massimo di lavoro è di sole 35 ore settimanali) e nell’introduzione di premi di fine anno esentasse. Promessa, quest’ultima, che dipenderà anche dalla volontà (tutt’altro che scontata) delle singole aziende. Saranno poi detassate le pensioni fino a 2mila euro, che non dovranno scontare la “contribuzione sociale generalizzata” che prima era nulla solo fino 1.200 euro. Piuttosto generici i riferimenti ai dirigenti delle grandi imprese, che saranno costretti a pagare le tasse in patria, così come le aziende che fanno profitti in territorio francese. Infine, una legge elettorale che tenga in considerazione le schede bianche e una vaga riflessione su un’organizzazione statale più decentralizzata.

Ma cosa chiedono i gilet gialli?

Le istanze avanzate dal movimento di protesta assumono ormai quasi la forma di un vero e proprio programma elettorale, di fronte al quale gli impegni del presidente Macron appaiono pallidi e incompiuti. Circolano a oggi due diversi elenchi programmatici, entrambi recanti la firma dei gilet gialli.

Il primo, dal sapore più moderato, è stato inviato ai deputati francesi alla fine di novembre e contiene 42 punti. Le misure sono prevalentemente economiche: figurano, tra le tante proposte, l’aumento del salario minimo a 1.300 euro netti e delle pensioni minime a 1.200 euro; un tetto al salario massimo mensile fissato a 15mila euro; l’età pensionabile a 60 anni (55 per i mestieri usuranti); stop alle politiche di austerità e annullamento degli interessi sul debito; il divieto di delocalizzazione per le imprese francesi e più protezione per i piccoli esercizi commerciali; la riduzione del ricorso ai contratti a tempo determinato, canoni di affitto più moderati per studenti e precari e il divieto di privatizzare i beni dema

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Netflix e le altre, una rivoluzione in tv

Lavoce.info - Ven, 14/12/2018 - 10:22

Nel 2020, la broadband tv sarà la modalità primaria di accesso ai contenuti televisivi per 8,5 milioni di abitazioni italiane. Perché sfrutta meglio le opportunità offerte dall’evoluzione tecnologica per rispondere alle mutate richieste dei consumatori.

Il mercato tv in Italia

Il 23 ottobre 2015, il giorno successivo al lancio di Netflix in Italia, lavoce.info intitolava: “Arriva Netflix e cambia la tv”.
Sono passati tre anni e secondo l’ultimo Rapporto realizzato dalla società di consulenza ITMedia Consulting “Il mercato tv in Italia 2018-2020. L’effetto Netflix”, quelle previsioni sembrano sul punto di realizzarsi. Come emerge dallo studio, a 3 anni di distanza dall’ingresso della società di video streaming in Italia, si profila una vera e propria rivoluzione, che trasforma dalle fondamenta la televisione italiana.

Facciamo parlare i numeri. Oggi (fine 2018) sono più di 3,5 milioni le famiglie che vedono la televisione via internet. Nel 2020, la broadband tv sarà la modalità primaria di accesso ai contenuti televisivi per 8,5 milioni di abitazioni. In altre parole, il doppio di abbonati ai servizi di video on demand (Netflix, Amazon, Tim Vision, Chilli, ma anche Sky Now e Infinity) di quanti, dopo 13 anni, non ne abbia un operatore via satellite come Sky.
Ulteriore segnale di profonda, radicale, trasformazione, anche culturale, del nostro paese, è dato dall’abbandono della tv gratuita come modalità primaria di accesso ai contenuti televisivi, con l’esplosione anche in questo caso della pay-tv, che passerà dal 42 per cento a fine 2018 al 55 per cento del totale famiglie italiane. In questo contesto, la piattaforma broadband pay raggiungerà nel 2020 una quota del 61 per cento, erodendo quote di mercato a tutte le altre piattaforme. Fa pensare il fatto che ancora nel 2017 il broadband era la terza piattaforma e in appena tre anni diventerà la prima, con ampio margine.

In termini di risorse, il mercato riprenderà a crescere, ma in maniera più selettiva rispetto al passato, con un tasso medio annuo del 3,4 per cento. In questo modo si raggiungerà quota 8,8 miliardi, grazie soprattutto al notevole incremento dei ricavi previsto nel 2020. La pubblicità rimarrà stazionaria, specie nella parte televisiva tradizionale (broadcast), con una crescita dell’1 per cento, proveniente in particolare dalla componente televisiva online. Molto più consistente la crescita della pay-tv, che nonostante il calo previsto nelle componenti tradizionali di satellite e digitale terrestre, crescerà a un tasso medio annuo del 4,7 per cento. Per contro, il segmento broadband passerà, in termini di risorse, dal 9 al 26 per cento nel periodo considerato, trainando il mercato, nonostante ricavi medi per abbonato (Arpu) sensibilmente più bassi, legati allo sviluppo di nuove offerte e modelli di business (Vod-video on demand). Quest’ultimo, nella duplice componente, per abbonamento (Svod-subscription video on demand, come Netflix) e a consumo (Tvod-Transactional video on demand, come Chilli), diventerà una componente sempre più rilevante della pay-tv, rappresentando alla fine del 2020 quasi il 20 per cento del totale.

La scalata degli “altri operatori”

In appena due anni, grazie soprattutto allo Svod e all’effetto Netflix, il settore, secondo ITMedia Consulting, assumerà dunque dimensioni importanti, essendo utilizzato non più soltanto da consumatori con specifiche caratteristiche demografiche (millennials), ma anche dal resto della popolazione. A differenza però di altri paesi (Usa, Regno Unito e Nord Europa) non darà luogo ancora a fenomeni di sostituzione (cord-cutting), sviluppandosi in maniera complementare e non intaccando le risorse della pay-tv tradizionale, che rimangono sostanzialmente invariate.

Sky, Mediaset e Rai si spartiranno l’84 per cento del mercato televisivo totale. Pur rimanendo dominanti, cederanno però quote consistenti agli “altri operatori”, scendendo per la prima volta sotto il muro anche psicologico del 90 per cento. Cresce enormemente la quota “altri operatori”, trainata dal Vod, che passa dall’8 per cento nel 2018 al 25 per cento nel 2020. Nel triennio 2018-2020 raddoppieranno i propri ricavi fino a raggiungere complessivamente quasi 1,5 miliardi, a un tasso medio annuo del 40 per cento, consolidando la posizione di alcuni di loro, ormai non più marginale, nel panorama televisivo nazionale.

In conclusione, appare chiaro come il settore stia cambiando pelle e si trovi ad affrontare la crescente competizione multi-dispositivo e multi-piattaforma dei contenuti audiovisivi online, che impone a tutti i broadcaster di innovare e sviluppare nuovi ap

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