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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 5 min 50 sec fa

Se Intesa davvero risolve il pasticcio delle banche venete

4 ore 17 min fa

Intesa Sanpaolo si dichiara disponibile a sciogliere il groviglio creatosi sulle due banche venete in dissesto. A patto che non le costi nulla e che siano d’accordo le autorità europee: un esito per nulla scontato.

L’offerta di Intesa

Il 21 giugno potrebbe essere diventata una data storica per le due banche venete, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, da tempo protagoniste di una tormentata vicenda in cerca di soluzione. In quel giorno Intesa Sanpaolo ha infatti deciso di andare in soccorso delle due banche, fornendo una via d’uscita a una storia che sembrava entrata in un vicolo cieco. Va detto subito che la disponibilità di Intesa è per un intervento che non costi nulla a Intesa medesima: ogni onere della complicata operazione di soccorso dovrà essere a carico dello stato italiano, oltre che degli azionisti e dei detentori di obbligazioni subordinate emesse dalle due disastrate banche venete negli scorsi anni. Non a caso il governo aveva già sospeso, con un decreto urgente, il rimborso di un bond junior in scadenza proprio il 21 giugno: un chiaro segno di quanto stava per succedere.

Cosa succederà alle due banche venete? Se l’operazione andrà in porto, esse verranno poste in liquidazione e spezzate in due parti. I prestiti deteriorati (cioè quelli a soggetti insolventi o in ritardo nei pagamenti) e quelli non ancora a tale stadio ma giudicati ad alto rischio, insieme alle obbligazioni subordinate già emesse, saranno trasferiti ad una sorta di bad bank, cioè un veicolo che dovrà gestire queste situazioni problematiche e cercare di ricavarne quanto possibile. A Intesa verrà trasferita gratuitamente la parte sana delle due banche: dal lato dell’attivo i prestiti con una buona probabilità di rimborso e i titoli in portafoglio, dal lato del passivo i depositi e le obbligazioni senior.  Banca Intesa non si farà carico degli oneri relativi all’integrazione, come eventuali esuberi di personale, e tantomeno di quelli derivanti dalle cause legali a cui le due banche venete sono esposte per le loro malefatte del passato. Di questo dovrà farsi carico il governo, così come della necessità di capitale aggiuntivo. Il consiglio di amministrazione di Intesa non fa beneficenza ma l’interesse dei suoi azionisti e quindi chiede espressamente (nel suo comunicato) che l’operazione non abbia alcun impatto sul patrimonio della banca e sulla sua politica di distribuzione di dividendi.  È quindi un’operazione molto diversa da quella che ha recentemente visto come protagonista la banca spagnola Santander, che ha acquisito il disastrato Banco popular impegnandosi a un aumento di capitale miliardario.

Alti margini d’incertezza

L’operazione è tutt’ora avvolta nell’incertezza e che vada a buon fine non è affatto scontato. Il motivo è che tutto questo disegno deve essere approvato dalle autorità europee competenti. La Banca centrale europea è l’autorità che vigila sulle due banche, e deve dare avvio al processo di liquidazione, che poi verrà gestito dalla Banca d’Italia. Il Single resolution board (Srb) deve essere d’accordo sul fatto che la liquidazione sia la cosa migliore da fare: potrebbe viceversa decidere che è meglio passare per la risoluzione (il cui schema è definito dallo stesso Srb), come è avvenuto per il Banco popular. La Commissione europea (Direzione concorrenza) deve approvare l’aiuto pubblico, che deve essere compatibile con le regole sugli aiuti di stato. Si spera che le autorità italiane abbiano già preso contatti informali con queste autorità, ottenendo una disponibilità di massima ad appoggiare l’operazione.

Ma ricordiamoci che la soluzione sul tappeto fino a pochi giorni fa, cioè la ricapitalizzazione precauzionale da parte del Tesoro, è fallita proprio perché è mancato l’accordo con le autorità europee (nonostante l’ottimismo sfoggiato dal ministro Padoan). La richiesta di un ulteriore contributo privato di 1,25 miliardi, come condizione preliminare, ha di fatto posto la parola fine alla trattativa, scontrandosi con la prevedibile indisponibilità dei soggetti privati (leggasi le banche italiane) a mettere altri soldi in una impresa ad alto rischio. Come dare loro torto? Le banche nostrane si erano già svenate con Atlante, che ha bruciato 3,5 miliardi nel tentativo di salvataggio dell’anno scorso. Quei miliardi sono andati in fumo, e le banche hanno già svalutato pesantemente le loro quote di partecipazione nel carrozzone pubblico-privato. Atlante nacque per evitare che le due banche venete andassero in risoluzione, ma ora siamo alla liquidazione. Si dirà che è troppo facile sparare adesso, con il senno di poi, su Atlante. Ma qualcuno  si era detto molto scetti

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Il Punto

Mar, 20/06/2017 - 10:15

La legge in discussione sullo “ius soli temperato” – l’attribuzione del diritto di cittadinanza a figli minori di stranieri residenti da lungo tempo in Italia – fa riflettere sui princìpi mentre risveglia paure e pregiudizi incendiari. In concreto, circa 800 mila ragazzi figli di stranieri residenti potrebbero subito diventare cittadini italiani (più 55-62 mila ogni anno successivo). Crescerà il numero di coloro che rimangono nel nostro paese ma anche la loro integrazione a scuola e sul lavoro. Con una probabile riduzione dei loro tassi di criminalità come solitamente avviene per gli immigrati che regolarizzino la loro posizione.
Il ballottaggio è stato dichiarato incostituzionale dalla Consulta ma solo nel contesto dell’Italicum. Per questo alle comunali continuiamo legittimamente a votare in due tornate. E nulla vieterebbe l’adozione di un sistema elettorale uninominale a doppio turno. Quello che in Francia porta a Macron una maggioranza di due terzi dei seggi con un terzo dei voti al primo turno.
Mentre in Italia falliva la gara per i diritti della serie A con offerte giudicate troppo basse dalla Lega calcio, la Uefa ha assegnato a Sky i diritti Tv della Champions (ed Europa) league per – si dice – 300 milioni di euro. Due gare con esiti molto diversi, tutti da spiegare.
È pacifico che si dovrà arrivare ad una nuova ristrutturazione del debito greco. Ma fino alle elezioni tedesche di settembre si andrà avanti a colpi di accordi parziali, come quello recente tra Atene e la Troika. Perdendo tempo, denaro e prolungando l’incertezza.
Ci sono voluti sei anni, battaglie legali e sanzioni europee ma ora, il comparto dell’acqua – oggetto del controverso referendum del 2011 – sembra ripartire (dopo una sentenza del Consiglio di stato) con investimenti che in un quadriennio dovrebbero quasi raddoppiare e aumentare ancora fino al 2023.

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Se lo straniero diventa cittadino

Mar, 20/06/2017 - 10:13

Dal disegno di legge sui diritti di cittadinanza è lecito aspettarsi una maggiore integrazione economica e culturale degli immigrati e dei loro figli e un calo dei tassi di criminalità locali. Si sa poco invece di eventuali conseguenze in altri ambiti.

Più integrazione economica e culturale

Il parlamento italiano e il paese tutto discutono di un disegno di legge che faciliterebbe l’acquisizione di diritti di cittadinanza da parte dei figli di immigrati che siano nati in Italia (con almeno uno dei genitori titolare del diritto di soggiorno permanente o del soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo) o che dal nostro paese abbiano ricevuto una importante parte della loro istruzione (devono essere arrivati entro i 12 anni e aver completato un percorso formativo di almeno 5 anni in Italia). La letteratura economica ha prodotto diversi studi utili su alcuni dei temi di questo dibattito, su altri l’evidenza empirica è tuttavia meno abbondante.

Per facilità di esposizione distinguiamo le possibili conseguenze di una legge di questo tipo sulla comunità degli immigrati e dei loro figli dalle conseguenze sui cittadini italiani. Sembra abbastanza plausibile che ci si possa attendere un miglioramento del livello di integrazione economica e culturale non solo dei bambini direttamente agevolati dal disegno, ma anche dei loro genitori. Studi recenti mostrano come un accesso facilitato alla cittadinanza abbia avuto un impatto positivo sulla integrazione socio-politica (misurata dal livello di informazione sulla politica locale e dalla lettura dei quotidiani locali) di immigrati in Svizzera e un effetto positivo sulla integrazione economica di immigrati in Germania, in particolare delle donne (aumenta la loro probabilità di essere occupate e il numero di ore lavorate). Studiando poi più direttamente le conseguenze dell’introduzione di uno ius soli temperato avvenuta in Germania nel 2000 (riforma simile alla prima parte del disegno di legge discusso nel nostro paese) sembrerebbe emergere che non solo i bambini influenzati dalla riforma abbiano maggiori successi scolastici e migliori abilità non cognitive, ma anche che i loro genitori (non cittadini) diventino più culturalmente integrati con la società tedesca.

Quali sarebbero invece le ricadute sul resto della popolazione? Su questo sappiamo purtroppo molto meno e non è disponibile evidenza diretta in merito all’impatto di analoghe riforme del diritto di cittadinanza sui non beneficiari. Nondimeno, è utile analizzare, per analogia, gli effetti di altre politiche che estendono lo status legale a cittadini stranieri che ne siano in precedenza esclusi.

In Italia la concessione del permesso di soggiorno per motivi di lavoro, che garantisce l’accesso al mercato del lavoro alle stesse condizioni dei cittadini italiani, determina una consistente diminuzione della delittuosità degli stranieri beneficiari e, di conseguenza, dei tassi di criminalità a livello locale. Le stesse conclusioni valgono per gli stranieri che hanno ottenuto lo status legale in Italia a seguito del processo di allargamento dell’Unione europea. In generale, politiche che garantiscono una maggior integrazione nel tessuto sociale ed economico – in questo assimilabili allo ius soli – disincentivano il ricorso ad attività illecite.

Gli aspetti non ancora studiati

Ovviamente, non è possibile escludere conseguenze per i non beneficiari lungo altre dimensioni, tra cui: maggiori flussi migratori in entrata e minori flussi migratori in uscita a seguito delle migliori possibilità di integrazione; accresciuta competizione da parte dei “nuovi cittadini” sul mercato del lavoro; effetti sulle finanze pubbliche. In assenza di dati certi in materia, non è possibile formulare ipotesi in merito a questi aspetti. Per ovvia mancanza di dati credibili ci asteniamo poi anche dal commentare qualsiasi possibile ripercussione dello ius soli su problemi di sicurezza nazionale attraverso una minore facilità nell’allontanamento dei soggetti a rischio.

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Ius Soli, una strada per l’integrazione

Mar, 20/06/2017 - 10:13

La legge sullo ius soli è il riconoscimento della trasformazione dell’Italia da paese di emigrazione a paese di immigrazione. E riguarda ragazzi che nella maggioranza dei casi non si sentono “immigrati”, ma italiani. È semmai una riforma incompleta.

Lo spirito della riforma

Il 15 giugno sono scaduti i termini per la presentazione degli emendamenti alla proposta di legge per l’introduzione dello ius soli (modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91), approdata al Senato dopo quasi due anni dall’approvazione alla Camera, nel settembre 2015. La questione è indubbiamente complessa e interseca diverse materie, ma è innanzitutto una questione identitaria: con la definizione di chi è “italiano” si delimita la comunità, generando differenze fra “cittadini” e “stranieri”.

I promotori della riforma sostengono che sia anacronistico non concedere la cittadinanza a bambini nati in Italia, che hanno frequentato le scuole nel nostro paese e molto spesso non hanno mai visitato quello dei propri genitori. L’attuale modello, infatti, risale al periodo in cui l’Italia era un paese di emigranti, pensato per mantenere un legame con i figli degli italiani che si trasferivano in Argentina, Brasile o Australia. Oggi, indubbiamente, le dinamiche demografiche sono cambiate.

I dubbi degli scettici sono invece legati principalmente al possibile effetto della normativa sui fenomeni migratori. Si teme, insomma, che questa “concessione” possa attrarre nuovi immigrati. In secondo luogo, molti ritengono che il diritto “del suolo” non sia un criterio sufficiente per concedere la cittadinanza, che invece dovrebbe considerare fattori culturali, linguistici e, appunto, di sangue.

Del resto, anche in Europa la situazione è tutt’altro che omogenea: ogni paese, in base alla propria storia (e ai movimenti demografici e migratori), ha elaborato un proprio modello cercando di equilibrare ius soli e ius sanguinis. Alcuni presentano uno ius soli quasi automatico, legato alla regolarità del soggiorno dei genitori. In Francia, la cittadinanza può essere richiesta dai genitori a 13 anni, se il bambino ha vissuto stabilmente sul territorio per almeno 5 anni. Oltremanica, ha la cittadinanza chi nasce nel Regno Unito da un genitore legalmente «stabilito» (cioè con un permesso di soggiorno senza termine). In Germania, vige uno ius soli automatico se un genitore risiede regolarmente da almeno 8 anni. Oltre all’Italia, solo Austria e Danimarca non prevedono il meccanismo dell’acquisizione per i nati sul territorio nazionale.

L’impatto (potenziale)

In base al testo in discussione al Senato, possiamo stimare il numero dei potenziali beneficiari della riforma. Con l’introduzione dello ius soli temperato, potrebbero acquisire la cittadinanza italiana i bambini e ragazzi nati in Italia dal 1999 a oggi (ovvero ancora minorenni) i cui genitori sono in possesso del permesso UE per soggiornanti di lungo periodo (cittadini extra-UE) o il “diritto di soggiorno permanente” (cittadini UE). Secondo una recente indagine Istat, circa il 65 per cento delle madri straniere risiede nel nostro paese da più di cinque anni. Se riportiamo questa percentuale al numero dei nati stranieri negli ultimi 17 anni (976mila) e ipotizziamo che nessuno di loro abbia lasciato l’Italia, si stima che i nati stranieri figli di genitori residenti da almeno 5 anni siano 635mila.

Secondo lo ius culturae, ottengono il diritto alla cittadinanza i minori stranieri, nati in Italia o arrivati entro il compimento del dodicesimo anno di età, qualora abbiano frequentato regolarmente un percorso formativo per almeno cinque anni nel territorio nazionalePartendo dai dati del ministero dell’Istruzione relativi all’anno scolastico 2015-2016 (secondo cui gli alunni stranieri nati all’estero erano il 58,7 per cento degli alunni stranieri complessivi, ovvero 478mila), possiamo stimare 166mila alunni nati all’estero che abbiano già completato cinque anni di scuola in Italia.

Sommando i potenziali beneficiari per ius soli e ius culturae si ottengono 800mila potenziali beneficiari immediati (circa l’80 per cento del milione di minori stranieri residenti al 2016), a cui vanno aggiunti i potenziali beneficiari che ogni anno acquisiranno il diritto (nuovi nati o coloro che completeranno i cinque anni di scuola), una cifra compresa tra 55 e 62mila.

La legge rappresenta dunque il riconoscimento di un cambiamento in corso nel nostro paese da oltre vent’anni: da paese di emigrazione a paese di immigrazione. Si tratta del riconoscimento formale di una condizione già in atto: questi ragazzi non sono “immigrati”, si sentono italiani a tutti gli

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Quando il ballottaggio è costituzionale

Mar, 20/06/2017 - 10:11

Si dice spesso che la nuova legge elettorale nazionale deve essere proporzionale perché così ha detto la Consulta con la sentenza sull’Italicum. Ma non è vero. La Corte non ha bocciato il ballottaggio. Anzi l’ha esplicitamente ammesso nel caso dei sindaci.

Sindaci al ballottaggio

L’11 giugno si sono tenute le elezioni in diverse città italiane e nei comuni sopra i 15mila abitanti, nella maggior parte dei casi un vincitore ancora non c’è: come previsto da una legge in vigore fin dal 1993 (legge 81), il 25 giugno si va al ballottaggio tra i due candidati più votati al primo turno.

Salvo rare eccezioni, dovute alla possibilità di voto disgiunto, i vincitori a loro volta si porteranno dietro la maggioranza nel consiglio municipale tramite un meccanismo di premio in seggi per le liste che appoggiano il candidato vincente. Ma come è possibile? La Corte costituzionale non ha bocciato a febbraio il ballottaggio per l’assegnazione dei seggi alla Camera, previsto dalla legge elettorale nazionale (legge 52/2015) il cosiddetto “Italicum”? Perché mai il ballottaggio si può usare per l’attribuzione dei seggi al consiglio comunale, un’assemblea rappresentativa, e non alla Camera dei deputati, anch’essa un’assemblea rappresentativa?

Non solo. Dopo il primo turno delle elezioni per l’Assemblea nazionale in Francia, si è avvertita nella stampa italiana una malcelata invidia per il sistema elettorale francese. Emmanuel Macron, che al primo turno delle elezioni presidenziali ha ottenuto il 24 per cento dei voti, non solo è stato eletto presidente al ballottaggio con Marine Le Pen con il 66 per cento, ma ora per portare avanti il suo programma può pure contare su una solida maggioranza alla assemblea legislativa, a sua volta eletta sulla base di un doppio turno di collegio. Purtroppo da noi un sistema come quello francese non è possibile – si dice – perché appunto la Consulta ha sancito che in Italia il ballottaggio per l’assegnazione dei seggi è contrario alla Costituzione. Ma è proprio così?

Cosa ha scritto la Corte

No, non è così. La Corte nella sua sentenza non ha dichiarato incostituzionale il ballottaggio, ma solo la sua applicazione come prevista dalla legge 52/2015. L’argomento utilizzato è quello della mancanza di “apparentamento”, cioè della possibilità di associarsi tra liste che hanno passato il turno e quelle che non l’hanno passato. Come si legge nella sentenza, “il turno di ballottaggio non è costruito come una nuova votazione rispetto a quella svoltasi al primo turno, ma come la sua prosecuzione”. Il premio attribuito quindi non sarebbe un premio di governabilità, naturale in una competizione a due, bensì un premio di maggioranza artificioso, avendo escluso dalla competizione elettorale tutte le altre forze politiche. In altri termini, sarebbe inutile porre una soglia minima per l’attribuzione del premio di maggioranza (il 40 per cento nella legge 52/2015), così come richiesto dalla stessa Corte quando aveva dichiarato incostituzionale quello senza soglia della legge elettorale precedente (n. 270/2005, il cosiddetto “Porcellum”), se poi al secondo turno il premio è comunque attribuito, indipendentemente dalla percentuale di voti ottenuta al primo turno.

Nel caso delle elezioni comunali, non solo l’apparentamento tra le liste è esplicitamente previsto, ma il ballottaggio serve in primo luogo a determinare l’identità del titolare del potere esecutivo locale, non la composizione di un organo legislativo. Per la stessa ragione, il sistema delle elezioni parlamentari francese sopravvivrebbe in Italia senza problemi, in quanto incardinato all’interno di un sistema maggioritario, con collegi piccoli, e strumentale proprio a esaltare la rappresentatività del collegio stesso.

Il futuro

È importante aver ben chiari questi punti ora che si discute di riforma della legge elettorale. I partiti possono legittimamente decidere di tornare a un sistema puramente proporzionale. Ma non possono usare le sentenze della Corte come alibi per giustificare le loro scelte. La Corte non ha dichiarato incostituzionale il ballottaggio, né tantomeno ha indicato il sistema proporzionale come unico possibile.

È importante ricordarlo anche per un’altra ragione. Se si sceglierà di tornare a un sistema puramente proporzionale a livello nazionale, il meccanismo di elezione diretta dei sindaci diventerà un’anomalia. Non a caso, la legge sui primi cittadini è stata approvata negli stessi anni in cui si approvava il Mattarellum, costruito sull’elezione diretta dei parlamentari in collegi uninominali (per il 75 per cento dei seggi) e la formazione di maggioranze

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Calcio in tv: perché tutti vogliono la Champions

Mar, 20/06/2017 - 10:11

Sky e Mediaset hanno presentato offerte importanti per ottenere i diritti della Champions League. Perché il calcio continua a essere uno dei contenuti che differenziano una emittente dai suoi concorrenti. E perché l’Uefa applica la vendita per prodotto.

Due gare, due risultati

Mentre il 10 giugno la Lega Calcio annullava la gara per l’aggiudicazione del diritti del campionato di Serie A per il triennio 2018-2021, pochi giorni dopo, dopo un’accesa competizione tra Mediaset e Sky, la Uefa assegnava a quest’ultima i diritti della Champions League (e dell’Europa League) per lo stesso periodo.

In questo modo Sky, con un’offerta che si stima non lontana dai 300 milioni di euro a stagione (inclusiva dei diritti di Europa League che già le appartengono), ritorna in possesso di quei contenuti che Mediaset le aveva sottratto nell’asta precedente, pagando 230 milioni per la sola Champions League, una somma ritenuta da molti analisti azzardata e che ha inciso non poco nella decisione di vendita di Mediaset Premium a Vivendi (con tutto quello che ne è seguito nel corso dell’ultimo anno).

Per quale motivo le due gare hanno avuto esiti così diversi? Perché Sky ha offerto per la Champions una cifra consistente, pari alla metà di quanto proposto per la Serie A, considerato anche il suo minor valore e il fatto che l’averla persa negli ultimi due anni ha avuto un effetto molto limitato sugli abbonamenti? Perché Mediaset, che si è ritirata dalla gara per la Serie A, ha invece presentato per la Champions (ed Europa) League un’offerta analoga alla precedente, che tanto le era costata sotto vari punti di vista?

Se manca l’esclusiva

L’esito negativo della gara della Serie A era scritto nel bando stesso proposto dalla Lega. La vendita per piattaforma, mista a quella per prodotto con un unico pacchetto ed estesa anche a internet, così come auspicato dalle Linee guida dell’Antitrust, riduceva indubbiamente le potenzialità di ricavo. L’assenza di una vera e propria esclusiva, a differenza di quanto avviene nella vendita per prodotto, limitata a un numero minoritario di partite del pacchetto D (senza le prime quattro squadre), portava indubbiamente a una banalizzazione del prodotto calcio, per cui una stessa partita poteva essere vista potenzialmente su quattro se non addirittura cinque emittenti, riducendo evidentemente l’incentivo ad acquistarne i diritti. Se tutti coloro che partecipano alla gara possono trasmettere lo stesso contenuto, viene meno un principio fondamentale su cui si misura il grado di attrattività di un contenuto pregiato e il suo conseguente valore.

In altri termini, le modalità attraverso le quali i diritti tv vengono commercializzati e il grado di esclusiva offerto all’aggiudicatario rappresentano la condizione essenziale per massimizzare i ricavi delle società di calcio e degli operatori, al fine di differenziarsi dai concorrenti e remunerare l’ingente investimento richiesto dall’acquisto. La vendita per prodotto e la sua suddivisione in pacchetti (per giorni e orari) è quella che garantisce i maggiori ricavi al venditore. E se è accompagnata da interventi pro-concorrenziali quali la durata limitata (tre anni) e la vendita a più soggetti (no single buyer rule) è anche quella che in linea di massima garantisce il maggiore benessere per il consumatore.

Rispetto alla Lega italiana, la Uefa è apparentemente meno preoccupata dei profili concorrenziali ed è mossa prevalentemente dalla volontà di massimizzare i ricavi a favore delle squadre. La vendita dei diritti tv che detiene rimane perciò per prodotto, come nel resto dei campionati europei. In questo modo, ogni triennio i ricavi crescono in maniera impressionante, mediamente intorno al 25-30 per cento, grazie anche a impennate di paesi come Regno Unito e Francia (tabella 1). Tutto questo consente alle squadre di migliorare la loro rosa e di garantirsi con più facilità i migliori talenti.

Tabella 1 – Evoluzione delle vendite dei diritti audiovisivi della Champions League (a stagione – milioni di euro)

Fonte: Uefa/ITMedia Consulting

Naturalmente, sulla diversa disponibilità a pagare da parte dei broadcaster incidono anche altri elementi: ad esempio sull’ultima asta ha influito la riforma della Champions League, che porterà alcuni paesi come l’Italia ad avere quattro e non tre squadre in gara, e la diversa collocazione oraria di alcune partite.

Incide anche il diverso grado di sviluppo dei mercati, in particolar modo quelli di internet e della banda larga, dove i processi di consolidamento tra telco (operatori telecomunicazioni) e pay tv e l’ingresso sempre più consistente degli Ott (Over-the-top) alzano il livello del

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Grecia: la saga del debito è sempre più un’odissea

Mar, 20/06/2017 - 10:11

Superate alcune difficoltà, è stato trovato l’ennesimo accordo tra governo greco e creditori internazionali. Di nuovo rinviata invece la discussione sulla ristrutturazione del debito. Un peccato, perché il risultato era probabilmente a portata di mano.

Nuovo accordo Grecia-Troika

Solo qualche settimana fa, in un pezzo per lavoce.info, avevo scritto che il tanto sospirato accordo tra la Troika dei creditori (in primo luogo Europa e Fondo monetario internazionale e poi Banca centrale europea) e governo greco era stato trovato e che l’ultima tranche, pari a circa 8 miliardi di euro, parte del terzo piano di aiuti, sarebbe stata prontamente erogata. Sono risorse fondamentali perché Atene possa ripagare il debito in scadenza a luglio ed evitare un default. Avevo spiegato come “la fine della saga resta lontano”, dal momento che non vi era ancora alcun accordo preciso sulla ristrutturazione del debito senza la quale, secondo molti osservatori (per esempio, Jeromin Zettelmeyer, Eike Kreplin e Ugo Panizza), difficilmente la Grecia potrà tornare su un sentiero di crescita virtuosa e equilibrata.

Sono stato forse un po’ ottimista sui tempi, non sulla sostanza. Infatti, uno scontro dell’ultima ora ha poi bloccato l’erogazione delle risorse. Ma, dopo un altro mese di ferventi trattative, pochi giorni fa l’accordo è stato finalmente trovato e i circa 8 miliardi saranno dunque erogati, dopo che la Grecia ha approvato riforme che valgono circa il 2 per cento del Pil e che allargano la base imponibile e riducono la spesa per pensioni. Tuttavia, i dubbi restano, perché il nodo della ristrutturazione del debito ancora una volta non viene affrontato.

Lo scontro Germania-Fmi

Alla base della difficoltà nel trovare un accordo è sempre lo scontro tra Germania e Fondo monetario internazionale. La Germania vuole che il Fondo sia della partita e non vuole fare alcuna concessione sul debito almeno fino alle elezioni di settembre. Per Berlino, la presenza del Fmi costituisce la garanzia che gli impegni assunti dalla Grecia, in termini di riforme e saldi di bilancio, vengano rispettati e adeguatamente monitorati. Al contrario, il Fondo ritiene che senza una ristrutturazione del debito non sia credibile che la Grecia possa tornare su un sentiero di crescita sostenibile e ripagare i prestiti ricevuti.

L’ultimo accordo garantisce le risorse per evitare il default. E, infatti, la risposta dei mercati è stata molto positiva, con la borsa di Atene ai massimi e il rendimento sul decennale greco che ha raggiunto valori, storicamente bassi, prossimi al 5,5 per cento. Tuttavia, la discussione sulla ristrutturazione del debito è ancora una volta rinviata. Da un lato, i creditori europei si sono impegnati a valutare meccanismi di riduzione del debito. Dall’altro, il Fondo ha offerto un impegno condizionato proprio alla conoscenza dei dettagli relativi alle condizioni di riduzione del debito che i creditori europei prenderanno.

Di fatto, fino alle elezioni tedesche di settembre difficilmente verrà presa qualche decisione. È come se la montagna avesse partorito un topolino. Tutti sono convinti oramai che una forma di ristrutturazione del debito greco avrà luogo. Ma rinviare ancora una volta la definizione delle condizioni a cui ciò avverrà impedisce alla Banca centrale europea di includere i titoli del debito greco all’interno del piano di acquisti, mentre si tratta di una iniziativa che avrebbe potuto ulteriormente ridurre i costi di finanziamento dando respiro all’economia e favorire il clima di fiducia. È un peccato perché, probabilmente, un accordo in termini di allungamento delle scadenze e posticipo del pagamento degli interessi, anche condizionato al raggiungimento di obiettivi in termini di riforme e saldi di finanza pubblica, era a portata di mano. Invece, il perdurare dell’incertezza circa il destino della Grecia non può che scoraggiare gli investimenti di cui quel paese ha tanto bisogno.

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Ora è possibile investire nell’acqua

Mar, 20/06/2017 - 10:10

Sei anni dopo il referendum sull’acqua, il Consiglio di stato ha convalidato il metodo tariffario individuato dell’Autorità. Si possono così finanziare gli investimenti necessari, compresi quelli richiesti dalle procedure comunitarie di infrazione.

La sentenza del Consiglio di stato

A distanza di sei anni dal referendum sull’acqua, a fine maggio 2017 il Consiglio di stato ha messo la parola fine a ogni discussione e ha convalidato il metodo tariffario dell’Autorità. Ora, gli investimenti resi necessari anche dalle procedure di infrazione comunitarie possono trovare il loro finanziamento.

Il nostro paese ha già subito condanne da parte della Corte di giustizia europea per il mancato rispetto della direttiva 1991/271/Ce sul trattamento delle acque reflue urbane, con sanzioni per quasi 500 milioni dovute a violazioni in oltre mille agglomerati urbani. Il metodo tariffario messo a punto dal regolatore era stato tacciato di avere reintrodotto in modo surrettizio (oneri finanziari) l’adeguata remunerazione del capitale, abrogata dal referendum del 2011. Una situazione che ha allontanato gli investitori e impedito che opere necessarie e imprescindibili potessero essere avviate.

Ora la sentenza del Consiglio di stato toglie tutti i dubbi sul metodo tariffario idrico: il Consiglio afferma che i ricorrenti hanno confuso il concetto di «copertura integrale dei costi», prevista dall’ordinamento comunitario e confermata dal referendum, con quello di «adeguata remunerazione» del capitale, che presuppone un riconoscimento certo e predeterminato della remunerazione del proprio investimento.

Secondo il Consiglio di stato il nuovo metodo tariffario risponde quindi allo spirito referendario del 2011 perché sostituisce a una remunerazione fissa e garantita un costo finanziario standard che dipende da tassi di mercato pagati da attività prive di rischio e da un premio per la rischiosità specifica degli investimenti nel settore idrico. Una remunerazione “congrua” e coerente con la provvista finanziaria per fare gli investimenti.

La sentenza del Consiglio di stato chiarisce che la regolazione indipendente è strumento di tutela degli utenti. E che gli investimenti, laddove coerenti con il fabbisogno ed efficienti, vanno fatti nell’interesse delle generazioni future. Il dibattito, in questa prospettiva, si riduce alla contrapposizione tra coloro che vogliono tariffe basse a ogni costo, facendo prevalere il benessere delle generazioni correnti su quello delle generazioni future, e coloro che auspicano scelte e direzioni rispettose del benessere sociale intergenerazionale.

I benefici di quattro anni di regolazione indipendente

La scelta di delegare a un’Autorità di riconosciuta reputazione la riscrittura delle regole, franate sotto il referendum del 2011, ha contribuito a restituire credibilità a un settore industriale penalizzato da quasi 2mila operatori, gran parte dei quali gestioni dirette degli enti. Le competenze del regolatore riguardano molti aspetti: la definizione di costi efficienti, il metodo tariffario, le fissazione di standard minimi di qualità contrattuale, la verifica dei piani d’ambito, la predisposizione delle convenzioni tipo per l’affidamento del servizio.

In questi anni, l’Autorità per l’energia elettrica il gas e i servizi idrici ha gestito il difficile equilibrio tra recupero dei costi pregressi, figli di una stagione politica nella quale la tariffa idrica è stata anche strumento di gestione del consenso, miglioramento del ritardo infrastrutturale accumulato e sostenibilità per le utenze, in particolare le più deboli.

I risultati raggiunti sono ampiamente positivi, anche se resta molto da fare. Nel 2011, l’anno del referendum, gli investimenti del servizio idrico hanno toccato un minimo di 26 euro pro capite. Dal 2012 – pur con i rischi legati al ricorso oggi chiuso dal Consiglio di stato – sono ripartiti. I dati più recenti mostrano una chiara accelerazione di quelli realizzati e programmati, segno che l’avvento della regolazione indipendente e l’adozione del nuovo metodo tariffario ha posto il settore nelle condizioni di tornare ad attrarre risorse finanziarie. In soli quattro anni, gli investimenti sono raddoppiati: la proiezione al quadriennio 2016-2019 sfiora i 50 euro pro-capite.

Figura 1 – L’andamento degli investimenti nel settore idrico 2008-2019 (investimenti pro capite euro/abitante/anno)

*Investimenti programmati in media annua
Fonte: elaborazioni Laboratorio REF Ricerche su dati gestori, AEEGSI

Il potenziale inespresso al servizio degli investimenti

Le prime cento gestioni industria

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Il Punto

Ven, 16/06/2017 - 10:12

Il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio e il portavoce di Renzi, Michele Anzaldi, hanno polemizzato sulla proposta di reddito di cittadinanza, usando definizioni e dati confusi. Sottoponiamo le dichiarazioni dei due parlamentari al fact-checking de lavoce.info.
Dopo la battuta d’arresto elettorale per la signora May e l’invito ai britannici a ripensarci da parte di Emmanuel Macron, i giuristi si chiedono se e come si possa tornare indietro sulla Brexit. Tante interpretazioni del famoso articolo 50 del trattati Ue. Con un po’ di buon senso si può definire come e quando ciò sia praticabile. Nel mentre si fanno i conti sui flussi elettorali nelle elezioni del Regno Unito. Emerge che Corbyn si è mostrato abile nell’intercettare il voto di giovani e scontenti. Ma non abbastanza da vincere.
Uno European safe bond che tragga il suo valore da un paniere di titoli di debito sovrano dei vari paesi dell’eurozona è una buona idea. Ma per farla decollare serve spingere le banche a investirvi. Il sistema più sicuro è quello di incentivarle a diversificare, mettendo un tetto ai titoli di stato da esse detenuti.
In un rapporto appena pubblicato, l’Istat fotografa la demografia di un paese triste in cui, nel 2016, il numero dei morti ha superato quello dei nuovi nati di 142 mila unità. Senza i bambini stranieri, la cifra salirebbe a 205 mila. Per invertire la tendenza, cercasi politiche di welfare per donne e giovani.
La povertà va ben oltre la mancanza di reddito. Le famiglie meno abbienti destinano al pagamento delle bollette una quota rilevante del loro bilancio e sono esposte alla “vulnerabilità energetica” e alle sue conseguenze socio-sanitarie. Un recente studio prova a quantificare il problema.

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Si può fermare la Brexit?

Ven, 16/06/2017 - 10:11

Si può fermare la Brexit? Tra i giuristi non c’è unanimità di pensiero. Ma non si può ammettere che uno stato possa revocare il recesso dall’Unione europea in base alle sue convenienze. Perché la decisione spetterebbe alla Corte di giustizia europea.

Porte aperte della UE per il Regno Unito

La revoca della Brexit è stata ritenuta finora un problema puramente teorico. Sennonché, dopo la pesante sconfitta di Theresa May nelle elezioni politiche dell’8 giugno, l’ipotesi sembra meno campata per aria. Non solo perché il risultato può essere letto come una sconfessione popolare dell’approccio alla Brexit propugnato dai conservatori, ma anche per il fatto che il governo inglese oggi deve reggersi sull’appoggio parlamentare del Democratic Unionist Party del Nord Irlanda, i cui cittadini hanno votato in maggioranza contro la Brexit. Non sorprende quindi che, in occasione della recente visita di Theresa May a Parigi, il presidente francese, Emmanuel Macron, abbia affermato che le porte dell’Unione sono sempre aperte, nel caso in cui il Regno Unito cambi idea, anche se – ha avvertito – man mano che il negoziato procede, l’operazione potrebbe risultare sempre più difficile. Guy Verhofstadt, parlamentare belga di grande peso a Strasburgo, ha aggiunto che le porte della UE, sebbene ancora aperte, non sono tutte uguali, proprio come quelle di Alice nel paese delle meraviglie: a suo parere nel caso gli inglesi volessero rimanere, dovrebbero rinunciare ai privilegi che negli anni si sono conquistati, primo fra tutti la famosa riduzione di contributo al budget europeo negoziato da Margaret Thatcher nel 1984, e passata alla storia con l’elegante slogan: I want my money back!

L’interpretazione dell’articolo 50

Ma, al di là delle affermazioni dei politici, il tema è prettamente giuridico: dopo che uno stato, in applicazione dell’articolo 50 del Trattato dell’Unione europea, ha notificato agli altri partner europei la sua intenzione di uscire dalla UE, può revocare la notifica? L’articolo 50 sul punto tace, probabilmente perché parte dal presupposto – che la realtà ha dimostrato errato – che una decisione così grave non possa essere presa a cuor leggero e pertanto, una volta adottata, la revoca è inconcepibile.

I giuristi si sono perciò lanciati in speculazioni varie. L’unico punto su cui sembra esserci consenso è che se la revoca dalla decisione di recedere è concordata dallo stato interessato con tutti i rimanenti 27 membri, è ammissibile, dato che nel diritto internazionale l’unanimità risolve ogni questione.

Molto più problematica sarebbe una revoca unilaterale, in contrasto con il desiderio di tutti o di alcuni stati membri dell’Unione. Taluni giuristi che la ritengono ammissibile (non a caso, inglesi) affermano che il Regno Unito, così come ha unilateralmente notificato il recesso, potrebbe altrettanto unilateralmente revocarlo, se ciò fosse deciso in maniera conforme alle norme interne britanniche. Molti altri giuristi sono assai più cauti: è vero che in base all’articolo 50 ogni stato membro può decidere unilateralmente di recedere dall’Unione, ma in virtù alla stessa norma, una volta notificato il recesso, la procedura non è più solo sotto il controllo dello stato recedente. Infatti, diviene completamente europea, poiché nel negoziato sono coinvolti tutti gli stati, nonché la Commissione, il Consiglio europeo e il Parlamento europeo che devono, rispettivamente, negoziare e approvare l’accordo di recesso. Inoltre, sempre in base all’articolo 50, la notifica di recesso si conclude solo in due modi: o con un’uscita concordata tra le parti o con un recesso non concordato, che si realizza automaticamente dopo due anni dalla notifica. Questi giuristi ritengono pertanto che lo stato possa decidere unilateralmente se innescare la procedura dell’articolo 50 ma, una volta partita, la procedura può concludersi solo col recesso.

Dietro la cautela giuridica c’è una preoccupazione politica. Se si ammettesse che uno stato può a suo piacimento revocare il recesso, si correrebbe il rischio che ogni stato membro possa decidere di lasciare l’Unione, al solo fine di cercare di ottenere, mediante il negoziato che ne segue, miglioramenti della sua specifica posizione, ad esempio attraverso clausole di esenzione di applicazione di particolari politiche o riduzioni di contributi al bilancio comune. Così, se si ammettesse che il Regno Unito può portare a termine il negoziato e poi decidere se uscire o meno dall’Unione in base all’ipotesi più vantaggiosa, la Brexit sarebbe seguita a ruota da tante altre ‘exit’ di stati desiderosi di ottenere

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Perché gli inglesi fanno traballare la sedia della May

Ven, 16/06/2017 - 10:11

Il risultato delle elezioni in Gran Bretagna ha molto a che vedere con la parabola dell’Ukip. Con la Brexit avviata, i conservatori pensavano di “ereditare” i voti di Farage. Invece, la strategia laburista ha ribaltato il quadro e cambiato il dibattito.

La parabola dell’Ukip

Per capire quello che è successo nelle elezioni dell’8 giugno nel Regno Unito bisogna partire da un dato marginale dal punto di vista politico, ma fondamentale da quello elettorale: il collasso dello UK Independence Party, il partito che aveva fatto dell’uscita dall’Unione Europea la sua stessa ragione di esistere.

Dopo il referendum su Brexit e la linea dura del primo ministro Theresa May che ha dichiarato di volere abbandonare non solo la UE, ma anche il mercato unico e l’unione doganale, il ruolo di Ukip è in un certo senso finito. L’articolo 50 del Trattato di Lisbona è stato formalmente invocato a fine marzo e la Brexit è ormai un processo avviato, seppure fra molte incertezze e in una situazione politicamente caotica.

Nel 2015 Ukip aveva ottenuto il 13 per cento dei voti, ma un solo seggio in parlamento per i meccanismi del sistema uninominale. E tuttavia quei quasi quattro milioni di voti rappresentavano un bottino notevole che i Conservatori si apprestavano a ereditare. L’atteso collasso di Ukip è la ragione per cui May ha convocato le elezioni. In un sistema uninominale maggioritario secco, l’aggiunta anche di una piccola percentuale di voti può determinare l’esito in molti collegi. Per questo motivo il suo margine di vantaggio iniziale nei sondaggi era del 20 per cento e ci si attendeva un parlamento con almeno 400 deputati conservatori (alcuni sondaggisti arrivavano fino a 430) e un Labour massacrato e ben sotto i 200.

Grafico 1

Il grafico mostra una media mobile dei sondaggi elettorali: il blu rappresenta i conservatori, il rosso i laburisti e il viola Ukip. La linea verticale mostra la data in cui l’elezione è stata convocata. Il “coccodrillo” formato dai voti conservatori e laburisti indica il miracoloso recupero del Labour a partire dal momento in cui ha presentato il suo manifesto elettorale.

La strategia di Corbyn

È solo in questo contesto (e aggiungendo lo scetticismo dei deputati laburisti moderati sulle capacità di leadership di Jeremy Corbyn) che si può comprendere la soddisfazione del leader laburista per il risultato dell’8 giugno. Corbyn ha ottenuto il 40 per cento dei voti, più di qualunque altro leader laburista in questo secolo (per una percentuale superiore bisogna tornare alla storica vittoria di Tony Blair del 1997). Il Labour ha retto bene in seggi marginali in cui Ukip era forte ed è riuscito a strappare 28 seggi ai conservatori in tutta l’Inghilterra, non solo nelle grandi città. I Tory hanno limitato il danno e sono oggi in grado di formare un governo di minoranza solo grazie al successo in Scozia, dove hanno preso 12 seggi allo Scottish National Party. Dunque, pur non avendo vinto le elezioni, i laburisti hanno compiuto un piccolo miracolo: recuperare 20 punti di svantaggio in cinque settimane e fare in modo che il collasso di un partito di destra come Ukip non avvantaggiasse i conservatori.

Il risultato combina flussi elettorali in entrata e in uscita. Due fattori meritano particolare attenzione: 1) una parte degli stessi elettori Ukip è tornata a votare Labour; 2) i laburisti hanno avuto una capacità di mobilitazione sul territorio che i “partiti leggeri” delle ultime elezioni non avevano avuto.

Da questo punto di vista, la strategia di Corbyn è stata molto efficace: appoggiando la Brexit in parlamento ha fatto sì che venisse di fatto derubricata a questione secondaria nella campagna elettorale, dato che entrambi i partiti maggiori si sono impegnati ad uscire dalla EU. Ciò ha permesso ai laburisti di focalizzare la strategia elettorale su temi quali l’austerità, i tagli dei Tory allo stato sociale e la crescita delle disuguaglianze, sui quali hanno raccolto ampio consenso, particolarmente fra i giovani.

Ciò spiega anche la pessima campagna dei Tory, che si aspettavano un campo di battaglia delineato dalla Brexit e non dal loro operato al governo. Gli errori dei conservatori in campagna elettorale non sono stati accidentali, sono stati forzati da un dibattito che si è progressivamente spostato sulle politiche di austerità degli ultimi sette anni.

Un partito laburista anti-Brexit sarebbe stato ricondotto dai Tory a un dibattito sulla UE e sul rispetto dell’esito del referendum. Pur non condividendo le posizioni del partito laburista su questo tema, credo si debba riconoscere la sensatezza della strategia complessiva di Corbyn.
Cosa sarebbe successo con un leader più moderato e anti-Brexit, alla Bla

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European safe bond: maneggiare con cautela

Ven, 16/06/2017 - 10:10

La proposta dei “safe bond” europei è certamente interessante, ma per funzionare deve essere accompagnata da un importante cambiamento della normativa prudenziale. Altrimenti, nessuno li comprerà e finiranno per penalizzare i paesi ad alto debito.

Perché gli European safe bond

Nell’area dell’euro scarseggiano titoli privi di rischio, oggi emessi solo da pochi stati sovrani dotati di ottimo rating, ma da nessun organismo comunitario, per la forte opposizione tedesca. Ciò crea fughe di capitali nei momenti di tensione (fly to quality) e alimenta l’instabilità del sistema bancario e finanziario (diabolic loop). Da qui la recente proposta di un nutrito gruppo di economisti di creare dei sovereign bond-backed securities (“Esbies”) o European safe sond ripresa in un recente articolo da Marco Pagano. L’ipotesi è stata anche riproposta dalla Commissione UE all’interno di un più articolato disegno di riforma dell’Unione.

In estrema sintesi, gli Esbies sono la tranche senior di una cartolarizzazione che ha come sottostante un portafoglio di titoli pubblici dei paesi della zona euro. In questo modo, senza prevedere un meccanismo di mutua solidarietà tra i paesi europei, si potrebbe creare un titolo privo di rischio grazie alla diversificazione e alla protezione data dal fatto che la tranche junior dei titoli, emessi dal veicolo, sarebbe la prima ad assorbire eventuali perdite dovute all’insolvenza di uno stato membro. Se poi le banche fossero indotte a detenere questo titolo si spezzerebbe anche il legame tra rischio bancario e rischio sovrano.

Il progetto, pur condivisibile, potrebbe nostro a nostro avviso funzionare solo se accompagnato da un importante cambiamento della normativa prudenziale.

Regole prudenziali da cambiare. Ma come?

La normativa internazionale in termini di assorbimento di capitale prevede che le senior tranche delle cartolarizzazioni, anche se prive di rischio (AAA), assorbano capitale nella misura del 15-20 per cento, a seconda della loro durata. Con la normativa vigente, è altamente probabile che le banche e le assicurazioni preferiscano continuare a investire nei singoli titoli pubblici dei paesi europei piuttosto che negli Esbies. Non a caso, nessuna banca d’investimento si è mai sinora sognata di costruire e distribuire un titolo simile.

Tuttavia anche se ai safe bond fosse garantito lo stesso trattamento dei titoli di stato (assorbimento di capitale 0 per cento) è probabile che le banche preferirebbero continuare a investire in titoli tedeschi e olandesi, meno costosi di un titolo cartolarizzato e più liquidi. In effetti la securitisation è uno strumento molto efficiente nel trasformare attività illiquidi, come i mutui ipotecari o le sofferenze bancarie, in titoli liquidi da distribuire sul mercato. Qui invece si vuole cartolarizzare un portafoglio di titoli di stato, che sono notoriamente tra gli strumenti più liquidi esistenti.

Come bisognerebbe allora cambiare le regole prudenziali per rendere gli Esbies appetibili sul mercato? In teoria vi sono due possibilità. La prima è che i titoli pubblici (al pari degli altri attivi bancari) assorbano capitale di vigilanza in base ai loro rating e quindi alla loro rischiosità. Ciò significherebbe che i titoli pubblici di paesi come la Germania, Francia e Olanda continuerebbero a godere di un coefficiente di ponderazione pari allo 0 per cento, l’Italia e la Spagna passerebbero al 50 per cento, mentre i titoli portoghesi si attesterebbero al 100 per cento. La soluzione non ci sembra efficace, poiché anche in questo caso non si comprende perché le banche dovrebbero investire in Esbies, che risulterebbero comunque più cari e meno liquidi dei titoli tedeschi. Inoltre, un simile assetto regolamentare quasi certamente aumenterebbe gli spread dei paesi deboli della zona-euro, come l’Italia, oltre a penalizzarne i sistemi bancari. Per rendere appetibili gli Esbies sarebbe necessaria una normativa che li avvantaggiasse in termine di assorbimento di capitale rispetto a tutti i titoli pubblici, inclusi quelli tedeschi e gli altri a tripla A. Tuttavia, una simile norma appare difficile da introdurre sia in termini politici che tecnici: come giustificare che titoli con lo stesso rischio abbiano diversi coefficienti di ponderazione negli attivi bancari?

Per questi motivi, ci sembra molto più percorribile la seconda strada: introdurre nelle regole bancarie un limite di concentrazione all’investimento in titoli pubblici, come avviene per gli impieghi privati, magari non troppo severo e introdotto in maniera graduale (si veda Tabata Cedrini e Rony Hamaui). La misura, oltre a trattare le banche e i paesi dell’area-euro in m

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Ma i poveri spendono di più per l’energia*

Ven, 16/06/2017 - 10:08

La necessità di tutelare le famiglie in condizioni di povertà energetica è stata sottolineata anche dalla Commissione europea. Ma bisogna misurare in modo chiaro l’estensione del fenomeno per capire quali siano le migliori strategie per contrastarlo.

Cos’è la povertà energetica

La quota di risorse che le famiglie destinano all’acquisto di energia elettrica e riscaldamento è aumentata di un punto percentuale tra il 2000 e il 2013 (figura 1). In larga parte, ciò è determinato dall’andamento dei prezzi poiché gli usi di energia sono difficilmente comprimibili.

A rendere la situazione critica è il fatto che l’aumento dell’incidenza della spesa energetica non è uniforme per le diverse fasce della popolazione, ma pesa di più per le famiglie meno abbienti: nel 2015, il 10 per cento delle famiglie con i consumi più bassi destinava oltre il 4 per cento della propria spesa all’acquisto di energia elettrica, mentre il 10 per cento con i consumi più alti vi riservava poco più dell’1 per cento (figura 2).

L’incremento delle risorse familiari destinate alla spesa energetica potrebbe inasprire il fenomeno della povertà energetica, concetto cui ci si riferisce con molteplici accezioni e, allo stato attuale, dalla misurazione incerta. Da un lato, la povertà energetica può essere intesa come la difficoltà ad acquistare un paniere minimo di beni e servizi energetici. Ha quindi conseguenze in primo luogo sulla salute delle persone: una casa non adeguatamente riscaldata accresce la probabilità di malattie all’apparato respiratorio e cardiovascolare con la possibilità, nelle zone climatiche più rigide, di una crescita anomala della mortalità durante l’inverno. L’aumento delle malattie comporta molteplici costi indiretti: i maggiori oneri sostenuti dal sistema sanitario nazionale, la riduzione del prodotto dovuta alle assenze dal lavoro o alla minore produttività.

In un’altra accezione, che si può definire come vulnerabilità energetica, la povertà energetica si manifesta quando l’accesso ai servizi energetici implica una distrazione di risorse (in termini di spesa o di reddito) superiore a un “valore normale”.

Le diverse misure della povertà energetica

Uno studio del 2015 passa in rassegna i possibili indicatori per misurare la povertà energetica in Italia. Una prima classe di misure valuta il numero di famiglie che sottraggono un ammontare eccessivo di risorse per far fronte alle proprie spese energetiche (ad esempio, se la spesa è superiore al 10 per cento del reddito). Un secondo tipo di indicatori rileva invece uno stato “soggettivo” di povertà energetica, ad esempio perché la famiglia dichiara di non riuscire a riscaldare adeguatamente l’abitazione in cui vive. Infine è possibile costruire indicatori compositi che considerano sia il verificarsi di una spesa energetica al di sopra di una certa soglia sia una capacità reddituale o di spesa (al netto dei costi energetici) inferiore alla soglia di povertà (cosiddetti indicatori low-income high-costs, recentemente adottati nel Regno Unito).

Nello stesso lavoro si propone una statistica che considera congiuntamente: 1. la presenza di un livello elevato della spesa energetica (maggiore della mediana); 2. un ammontare della spesa complessiva (al netto delle spese energetiche) inferiore alla soglia di povertà relativa; 3. un valore nullo per l’acquisto di prodotti per il riscaldamento per le famiglie con una spesa complessiva inferiore alla mediana. Secondo tale misura, nel periodo 2004-2015, la quota di famiglie in stato di povertà energetica è stata pari a circa l’8 per cento del totale (2,1 milioni di famiglie, figura 3). Si tratta di una quota nettamente inferiore a quella recentemente calcolata dalla Commissione europea in base a un indicatore di tipo soggettivo (oltre il 17 per cento).

Nell’ambito del Winter package la Commissione ha delineato una strategia di contrasto alla povertà energetica essenzialmente basata sul miglioramento dell’efficienza energetica delle abitazioni. La stessa Commissione ha istituito un Osservatorio sulla povertà energetica, che diventerà operativo nel corso del 2017, con il compito di produrre statistiche affidabili e comparabili, divulgare le buone prassi e coinvolgere i vari attori interessati. Anche il governo italiano ha recentemente annunciato l’istituzione di un gruppo di lavoro con compiti analoghi. La decisione è dettata anche dalla volontà di valutare come rafforzare e rendere complementi gli strumenti di contrasto alla povertà energetica esistenti (bonus elettrico e gas) in vista della piena liberalizzazione dei mercati energetici al dettag

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Se neanche i parlamentari sanno bene cos’è il reddito di cittadinanza

Gio, 15/06/2017 - 14:59

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni di Luigi Di Maio e Michele Anzaldi sul reddito di cittadinanza.

Due versioni di un’intervista e un post su facebook

La proposta del Movimento 5 Stelle per l’introduzione di un reddito di cittadinanza sarà probabilmente uno dei temi centrali nella prossima campagna elettorale per le politiche.
Tuttavia, è ancora molta la confusione che aleggia intorno al provvedimento: non c’è trasmissione tv in cui ai parlamentari 5 Stelle non sia chiesto di spiegarne il funzionamento e le coperture necessarie per finanziarlo.

È accaduto anche a Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera (ce ne eravamo già occupati a proposito delle sue dichiarazioni sul mercato del lavoro). In un’intervista pubblicata il 10 giugno sull’edizione romana del Corriere della Sera Massimo Franco gli ha chiesto di spiegare come verrebbe distribuito il sussidio. Di Maio ha così risposto:

A beneficiarne sarebbero circa 9 milioni di italiani sotto la soglia di povertà, cioè sotto i 700 euro al mese. Sarebbe data loro un’integrazione di 380 euro in cambio di corsi di formazione e lavori di pubblica utilità. E ai 4 milioni di poveri senza reddito andrebbero 780 euro”. Secondo Di Maio, quindi, la misura verrebbe a costare “14 miliardi di euro il primo anno, più 3 per riformare i centri impiego”.

Michele Anzaldi, deputato del Partito democratico e portavoce di Matteo Renzi, ha cercato di smontare la spiegazione del vicepresidente della Camera con un post su facebook (qui sotto). Anzaldi fa i suoi conti su due versioni della proposta, quella ufficiale depositata dal Movimento 5 Stelle attraverso il disegno di legge a prima firma Nunzia Catalfo e quella illustrata da Di Maio al Corriere. Secondo il deputato Pd, le due misure divergerebbero sia sul bacino dei beneficiari che sui costi totali. Con la prima infatti solo 398.700 famiglie riceverebbero il sussidio pieno di 780 euro, mentre 2,3 milioni di famiglie avrebbero un aiuto di 380 euro al mese. Il costo totale sarebbe di circa 14 miliardi. Per la seconda versione, invece, servirebbero circa 62 miliardi, una somma “equivalente a 2-3 leggi finanziarie” ed evidentemente troppo onerosa per qualsiasi governo. In altri termini, Anzaldi accusa Di Maio di non conoscere la proposta ufficiale presentata dal M5S.

Come funziona il reddito di cittadinanza proposto dai 5 stelle

Prima di vedere se le dichiarazioni dei due parlamentari contengono errori, è importante comprendere come funzionerebbe il reddito di cittadinanza se venisse approvato dal parlamento.

Il disegno di legge M5S (n. 1148/2013) prevede – secondo le logiche del reddito minimo – un trasferimento pari alla differenza tra la soglia di povertà e il reddito familiare percepito. La misura utilizza l’indice di povertà monetaria individuato dall’Unione europea nel 2014, pari al 60 per cento del reddito mediano netto (in Italia 780 euro mensili, 9.360 all’anno, per un adulto single), ponderato per la composizione del nucleo familiare. In altre parole, vengono fissati redditi minimi per tutte le diverse composizioni familiari. Se un particolare nucleo familiare non raggiungesse quella soglia, lo stato verserebbe un contributo pari alla differenza tra i due valori (il cosiddetto poverty gap).

Il sussidio, che non costituirebbe reddito imponibile, sarebbe garantito a tutti i maggiorenni in possesso di cittadinanza italiana o di paesi dell’Unione europea, oppure a soggetti “provenienti da paesi che hanno sottoscritto convenzioni bilaterali di sicurezza sociale”, al di fuori dei giovani tra i 18 e i 25 anni che non abbiano acquisito un diploma superiore. Il trasferimento, erogato senza termine temporale, richiede alcuni obblighi da parte dei beneficiari: iscriversi e recarsi almeno due volte al mese presso un centro per l’impiego, ricercare offerte di lavoro attraverso colloqui di orientamento e corsi di formazione e non rifiutare più di tre proposte di lavoro ritenute congrue. Secondo l’audizione dell’Istat sul Ddl le famiglie beneficiarie sarebbero – sulla base dei dati 2015 – 2 milioni e 759mila (10,6 per cento delle famiglie residenti), cioè circa 8,3 milioni di persone.

Per comprendere meglio il meccanismo, riportiamo la tabella con alcuni esempi di composizione familiare e il relativo massimo importo erogabile, che però sarebbe concesso solo a quei nuclei con reddito pari a zero – una percentuale piuttosto ridotta della popolazione – mentre tutte le altre famiglie con reddito positivo ricevereb

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Fragilità di un paese demograficamente sbilanciato

Gio, 15/06/2017 - 14:13

In Italia si registrano ormai più morti che nascite. Con una popolazione che invecchia, senza gli immigrati lo sbilanciamento sarebbe più accentuato. Un miglior equilibrio demografico passa dalle opportunità nel mercato del lavoro per giovani e donne.

I dati dello squilibrio demografico

L’Italia è un paese demograficamente sempre più sbilanciato. A indicarlo sono soprattutto due dati forniti dall’Istat.

Il primo è il divario negativo crescente tra nascite e decessi. Nel corso del 2016 le persone che hanno iniziato sul suolo italiano la loro vita (i nati) sono state 142mila in meno rispetto a coloro che l’hanno conclusa (i morti). Il numero di nascite diminuisce non solo per le difficoltà ad avere i figli desiderati, ma anche per la progressiva riduzione delle potenziali madri: le donne di 50 anni sono oltre 500mila, mentre le donne di 30 anni sono meno di 350mila e quelle di 20 anni meno di 300mila. Le donne nate nel periodo del baby boom sono oramai uscite dall’età fertile e il ruolo riproduttivo è ora sempre più assegnato alle generazioni demograficamente meno consistenti nate dopo la fine degli anni Settanta. Riguardo ai decessi, il loro numero diminuisce con la longevità, ma aumenta con l’invecchiamento della popolazione. Ovvero viviamo più a lungo e si riducono i rischi di morte in età avanzata, ma cresce il numero di persone nelle età in cui i rischi sono più elevati.

Il secondo dato che evidenzia il nostro progressivo sbilanciamento demografico è, appunto, quello relativo alla struttura per età. La bassa natalità non porta solo a una riduzione della popolazione, ma anche a una accentuazione dello squilibrio strutturale. A fronte, infatti, di un numero di anziani che aumenta grazie ai miglioramenti delle condizioni di vita in età avanzata, la riduzione delle nascite porta a una diminuzione del numero di giovani. Tanto per fare un esempio, negli anni Sessanta la fascia 65-69 anni contava meno di 2 milioni di abitanti ed era circa la metà rispetto alla fascia 20-24 anni, mentre oggi ci troviamo con 650mila abitanti in più nella classe 65-69 rispetto alla classe 20-24.

Immigrati ed emigrati

Questi dati tengono conto dell’apporto dell’immigrazione, senza il quale lo sbilanciamento risulterebbe ancora più marcato. Senza stranieri il deficit delle nascite sui decessi lievita a 205mila e la fascia 20-24 anni scende di 880mila persone sotto quella 65-69 anni. Da un lato, quindi, la popolazione di cittadinanza italiana aumenta nel tempo il suo saldo negativo, dall’altro la popolazione straniera riduce la sua capacità di compensarlo. Le stesse nascite straniere, dopo essere salite da 30mila nel 2000 a 80mila nel 2012, sono poi scese a 69mila.

A ridurre e a invecchiare la popolazione contribuisce poi anche il crescente numero di cittadini italiani, prevalentemente in età lavorativa, che cancellano la residenza per spostarsi all’estero (saliti nel corso del 2016 a 114mila).

Di cosa abbiamo davvero bisogno per rendere meno squilibrato il nostro futuro? La risposta principale sta nell’aumento della popolazione che partecipa alla produzione di ricchezza economica e benessere sociale per il paese. Prima di tutto, questo significa rimuovere gli ostacoli e favorire le opportunità della presenza delle nuove generazioni e delle donne nel mercato del lavoro. Il tasso di occupazione in età 25-29 maschile è il più basso tra i paesi europei, sotto di circa 17 punti percentuali rispetto alla media Ue-28. Ancora peggiore il dato femminile, sotto di 22 punti. Ciò produce ritardi e incertezze nelle scelte di autonomia e formazione di una propria famiglia, a cui si sommano le carenze delle politiche di conciliazione tra lavoro e figli nel resto della vita riproduttiva femminile. Lasciando scadere al ribasso i percorsi occupazionali e di vita di giovani e donne difficilmente potremo tornare a dar vitalità al paese.

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Il Punto

Mar, 13/06/2017 - 10:41

Il deludente risultato elettorale della premier conservatrice Theresa May evidenzia la modestia politica del Labour di Jeremy Corbyn. Che aveva l’occasione di vincere, anziché accontentarsi di avanzare perdendo. Così come avrebbe forse potuto – un anno fa – fare ben di più per evitare il risultato del referendum Brexit.
Creato per far fronte ai rischi di un blocco degli afflussi di capitale, lo European stability mechanism (Esm, o fondo salva-stati) è il cuscinetto europeo contro le crisi. Così com’è, però, non funziona. Vediamo perché e come aggiustarlo. Seconda puntata della versione italiana di un e-book del nostro sito “gemello” VoxEu.
Compie 15 anni il contratto di apprendistato professionalizzante. I dati mostrano che garantisce attaccamento dell’impresa al lavoratore (e viceversa) e allinea crescita salariale e del capitale umano. Tutto come previsto, salvo che è usato pochissimo. Le parti hanno preferito contratti precari o la decontribuzione del Jobs act.
Una ricerca dice che il capitale sociale fa la differenza nell’elezione dei sindaci. A parità di buone politiche fatte nel mandato appena concluso, ha più possibilità di riconferma l’amministratore di una città dotata di forte tessuto e coesione sociale. Ipotesi da verificare a breve nel secondo turno delle amministrative.
Perché gli italiani preferiscono i depositi bancari e postali agli investimenti finanziari? Perché questi ultimi, una volta pagate le commissioni d’intermediazione e le tasse, rendono ben poco. Così poco da essere meno appetibili dei liquidi conti correnti agli occhi dei risparmiatori.
Mentre finiscono le lezioni, si riaffaccia per il prossimo anno scolastico il tema della qualità degli insegnanti. Che non promette di migliorare in futuro. Anzi, di peggiorare perché ci sono tutte le ragioni di scegliere altre professioni piuttosto che la docenza.

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Rafforzare l’Esm per renderlo efficace*

Mar, 13/06/2017 - 10:38

Il Meccanismo europeo di stabilità è uno dei lasciti positivi della crisi. Ma per funzionare bene ha bisogno di alcuni aggiustamenti. La seconda parte dell’introduzione dell’e-book che disegna la strategia per assicurare la stabilità dell’Eurozona.

L’Esm e gli aggiustamenti necessari

Una delle risposte positive alla crisi è stata la creazione, nel 2012, dell’European stability mechanism (Esm). La Relazione dei cinque presidenti lo identifica come lo strumento per rispondere ai rischi di un improvviso blocco degli afflussi di capitale. In quel documento si enfatizza il fatto che l’Esm potrebbe avere questo ruolo evitando trasferimenti permanenti, senza indebolire gli incentivi per una politica fiscale corretta a livello nazionale. Così com’è, tuttavia, l’Esm non funziona, per vari motivi. Per essere davvero utile, il meccanismo richiederebbe alcuni aggiustamenti, che però non trovano un accordo unanime.

Il primo aggiustamento dovrebbe essere nella sua governance. Oggi la decisione di dare sostegno a un membro dell’Esm è presa all’unanimità e richiede l’approvazione preventiva di alcuni parlamenti nazionali. Ciò rende la sua risposta molto incerta proprio nel momento in cui è più necessaria, ossia quando solo un’azione tempestiva può dare le rassicurazioni necessarie a calmare una crisi insorgente.

Abbandonare l’unanimità solleverebbe la questione della legittimità democratica, dal momento che l’Esm fa affidamento sui bilanci nazionali (e non su quello europeo). Si dovrebbe trovare un modo di consultare i parlamenti nazionali senza rallentare il processo decisionale, ad esempio attraverso una forma di maggioranza qualificata. In alternativa, si potrebbe coinvolgere il parlamento europeo.

La seconda questione riguarda le risorse dell’Esm. Quelle attuali (una capacità massima di prestito di 500 miliardi, all’incirca il 5 per cento del Pil dell’Eurozona) sono tutt’altro che sufficienti per far fronte a una grave crisi sistemica. Nell’area euro diverse banche hanno attività che superano di molto il Pil del loro paese. Il limite di finanziamento dell’Esm dovrebbe dunque essere esteso in modo significativo. Lo si può fare in vari modo. Una possibilità è che – su richiesta dell’Esm e in aggiunta alle garanzie già esistenti – i membri dell’Eurozona trasferiscano all’Esm una data quota delle loro entrate fiscali annuali da destinare al servizio del debito. Dovrebbe essere stabilito un tetto e una data di scadenza per le richieste dell’Esm. Tutti i paesi verserebbero la stessa percentuale di Pil e l’Esm avrebbe anche l’autorità di richiedere trasferimenti straordinari per affrontare necessità eccezionali. Ciò rafforzerebbe l’autorevolezza sui mercati finanziari dell’Esm, che contribuirebbe così a creare quei “titoli sicuri” dell’Eurozona, necessari per rafforzare il settore bancario.

La terza questione è il ruolo dell’Esm. Il meccanismo è stato disegnato per offrire assistenza finanziaria ai paesi che subiscono un blocco improvviso nei flussi di capitali in entrata, L’assistenza finanziaria è concessa sulla base di un programma di aggiustamento. Ma ci sono almeno tre problematiche che impediscono all’Esm di svolgere il suo ruolo.

In primo luogo, per statuto l’Esm non dovrebbe concedere prestiti a paesi il cui debito è considerato non sostenibile, ma potrebbe essere comunque indotto a farlo, oppure potrebbe semplicemente confondere una crisi di liquidità con una crisi di solvibilità. (…) Per evitare questo rischio, andrebbero chiarite meglio le regole per la ristrutturazione del debito, e si dovrebbe potenziarne la credibilità, rafforzando il settore bancario.

In secondo luogo, gli stati membri sono riluttanti a chiedere l’assistenza all’Esm per l’alto costo politico di un programma di aggiustamento. Per ovviare al problema, l’Esm potrebbe offrire linee di credito precauzionali a tutti gli stati membri che rispondono a determinati requisiti (ad esempio deficit fiscale ed esterno al di sotto di determinate soglie). Le linee di credito sarebbero disponibili per un periodo limitato (per esempio, un anno), oltre il quale sarebbe imposta una ristrutturazione del debito o un programma di aggiustamento a pieno titolo. In questo modo la Bce non sarebbe più costretta a gestire le crisi di liquidità con le sue Outright monetary transaction (Omt);

In terzo luogo, l’Esm potrebbe essere coinvolto anche nella stabilizzazione della domanda aggregata nell’Eurozona, soprattutto quando i tassi di interesse hanno raggiunto lo zero. Grazie alle linee di credito precauzionali i paes

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Nuovo apprendistato, un buon contratto poco utilizzato*

Mar, 13/06/2017 - 10:37

Sono passati quasi quindici anni dall’introduzione dell’apprendistato professionalizzante con la legge Biagi. E un confronto con il vecchio apprendistato mostra che ha avuto effetti positivi per i giovani. Ma è un contratto poco utilizzato dalle imprese.

Confronto tra apprendistati

Gli elevati tassi di disoccupazione giovanile riportano alla ribalta il tema della transizione scuola lavoro. Per favorire un più rapido ingresso nel mondo del lavoro al termine degli studi, la legge 30/2003 (“legge Biagi”) ha introdotto l’apprendistato professionalizzante.

Prima della riforma, la formazione avveniva presso istituti regionali certificati, quella legge ha invece aggiunto la possibilità di formazione presso le imprese. In più, ha introdotto un minimo salariale per gli apprendisti e allungato l’età massima da 25 a 29 anni.
A quasi quindici anni dalla sua approvazione, si possono valutarne gli effetti a medio termine.

In un lavoro recente ci avvaliamo di un campione di storie lavorative desunte dagli archivi Inps (Inps-Losai) e del fatto che a partire dal 2007 vi è registrata la tipologia del contratto di apprendistato, se professionalizzante o di vecchio tipo. Il confronto è tra i due diversi contratti di apprendistato (vecchio e nuovo) e non con altre forme di impiego giovanile (contratti a termine, collaborazioni), per limitare i problemi di comparabilità. Utilizziamo tecniche di matching per confrontare individui il più possibile simili dal punto di vista delle caratteristiche osservabili nei dati. Ciò consente di operare una valutazione controfattuale del nuovo contratto stimando la differenza di esiti tra il gruppo di trattamento (apprendisti nel nuovo contratto) e gruppo di controllo (apprendisti nel vecchio contratto). I risultati mostrano che il nuovo contratto ha avuto effetti positivi sulle carriere dei giovani.

 Figura 1 – Effetti sui tassi di abbandono e sui tassi di trasformazione a tempo indeterminato

La figura 1A mostra la differenza dei tassi di sopravvivenza nel contratto di apprendistato tra apprendisti nel nuovo e nel vecchio regime nei sette anni successivi dall’inizio dell’apprendistato. La differenza è significativa: nei primi quattro anni dal momento dell’assunzione la probabilità di rimanere in apprendistato è di 5 punti percentuali più elevata per i nuovi apprendisti. Considerando che l’attività formativa richiede tempo e che spesso per imparare un mestiere occorre qualche anno, il maggior attaccamento all’impresa indotto dal nuovo contratto è positivo.

Nella figura 1B mostriamo invece che al termine del contratto i nuovi apprendisti hanno una maggior probabilità di vederlo trasformato in un contratto a tempo indeterminato. Nella figura 1C si osserva che il grosso delle trasformazioni avviene nella stessa impresa in cui è stato effettuato l’apprendistato. Ciò suggerisce che le aziende hanno tutto l’interesse a trattenere il lavoratore una volta che lo hanno formato adeguatamente e che hanno potuto valutarne meglio le abilità.

Figura 2 – Effetti sui salari giornalieri

Pochi apprendisti

Nella figura 2 riportiamo gli effetti percentuali sui salari giornalieri (espressi in misura tempo pieno equivalente per rendere più confrontabili uomini e donne). Esiste un consistente premio salariale a favore dei nuovi apprendisti a inizio contratto, 20 per cento per gli uomini e circa la metà per le donne. Ciò non è sorprendente se si considera che il nuovo contratto di apprendistato prevede un salario minimo. Il differenziale si riduce durante la durata dell’apprendistato, ma non si annulla e nel medio termine i nuovi apprendisti guadagnano il 5 per cento in più, anche a sette anni di distanza dall’inizio del contratto. Esiste dunque un effetto salariale nel medio termine, compatibile con l’ipotesi che il nuovo apprendistato abbia facilitato l’acquisizione di competenze e capitale umano, con conseguenti rendimenti in termini di retribuzione.

Nonostante gli effetti positivi, l’apprendistato non è mai decollato. Nella figura 3 ne mostriamo l’evoluzione negli ultimi venti anni nella fascia 16-32 anni, utilizzando i dati della popolazione dei rapporti di lavoro disponibili nel programma di ricerca VisitInps. Gli apprendisti erano circa 700mila nel 2000, poco più del 13 per cento degli occupati nella fascia d’età 16-32. Si nota un aumento successivo all’introduzione dell’apprendistato professionalizzante, che però non dura nel tempo. Nel 2007 infatti i contratti di apprendistato sono diventati 850mila (17 per cento), ma nel 2015 erano tornati a circa 500mila (12 per cento). Quindi, se a livello micro la legge Biagi ha av

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C’è il capitale sociale dietro la rielezione del buon sindaco

Mar, 13/06/2017 - 10:37

Gli amministratori migliori vengono rieletti? Dipende. I cittadini con un alto livello di capitale sociale ricompensano i bravi sindaci più di quanto non facciano quelli con un livello più basso. Si spiega così il divario socio-economico tra Nord e Sud?

Definizione di un buon sindaco

La marcata disparità dello sviluppo socio-economico tra Nord e Sud dell’Italia è una caratteristica centrale del nostro sistema economico. D’altra parte è il capitale sociale, inteso come insieme di relazioni fiduciarie tra cittadini all’interno di una comunità, a determinare lo sviluppo economico di lungo periodo, perché agisce sul buon funzionamento delle istituzioni politiche. In breve, territori con elevato capitale sociale rendono i governi e le politiche pubbliche migliori.

In recente studio avanziamo l’ipotesi che il capitale sociale agisce sul consenso elettorale dei sindaci in carica: dati due primi cittadini che hanno ben governato nel loro primo mandato, la ricompensa elettorale aumenta con il livello di capitale sociale del comune. In altri termini, i cittadini con maggiore capitale sociale “riconoscono” e ricompensano i bravi sindaci più di quanto non lo facciano i cittadini con minore capitale sociale.

Il nostro studio considera come indicatore di buona politica non l’ammontare ma la composizione di spese e tasse: come suggerisce la letteratura, i “buoni” sindaci sono quelli che prediligono investimenti in capitale fisso rispetto alle spese correnti. Dunque, in un contesto di calo generalizzato delle spese per investimento, il nostro lavoro vuole vedere quali sono i sindaci che invece vi danno maggiore attenzione. Le spese in investimenti necessitano infatti di una migliore programmazione e, per definizione, esplicano i loro effetti nel lungo periodo. Al contrario, le spese correnti possono essere utilizzate in modo strategico, soprattutto in prossimità delle nuove elezioni, per attirare consenso sulla giunta uscente. Per questo motivo abbiamo escluso dal nostro lavoro le spese sostenute durante l’ultimo anno di mandato.

I risultati della ricerca

L’analisi tiene conto di una serie di fattori che possono influenzare la composizione della spesa nei comuni: i trasferimenti dallo stato centrale, le entrate fiscali, la dimensione dei comuni (che rileva per l’applicazione del patto di stabilità interno) e le caratteristiche individuali che riflettono la “qualità” dei sindaci – livello di formazione e professione. Il nostro studio considera ciò che accade all’interno dello stesso municipio e pertanto evita problemi legati alle differenze socio-economiche tra i comuni, soprattutto tra quelli del Nord e quelli del Centro-Sud.

Adottiamo una misura di capitale sociale strutturale, in quanto associata alla presenza di elementi organizzativi così come di comportamenti prosociali che gli individui assumono e che riflettono i loro interessi verso il benessere sociale piuttosto che verso il puro beneficio individuale. Gli indicatori che compongono il capitale sociale sono calcolati a livello provinciale e si riferiscono al grado di partecipazione alle elezioni pubbliche, al numero delle associazioni di volontariato, al numero delle cooperative sociali e al grado culturale locale misurato in termini di libri pubblicati e acquistati in ogni provincia.

Il capitale sociale si concentra di più nelle regioni dell’Italia settentrionale rispetto a quelle del Sud, anche se si registrano differenze tra province nell’ambito della stessa regione (figura 1). Questa distribuzione, congiuntamente ai nostri risultati, richiama il dibattito sul divario tra Nord e Sud del paese e, in particolare, sulla capacità di condurre politiche pubbliche efficienti in certe zone del Mezzogiorno.

Figura 1 – Iqi Index: il capitale sociale in Italia

Nei comuni con elevato capitale sociale, la probabilità di essere rieletti al secondo turno aumenta del 54 per cento. In altri termini, due bravi sindaci hanno una diversa ricompensa elettorale e questa dipende in modo significativo dal livello di capitale sociale del comune. Non troviamo differenze fondamentali tra i comuni in base alla loro dimensione, nemmeno per quelli ai quali non di applica il patto di stabilità interno.

I nostri risultati, seppur basati su un periodo relativamente breve (2003-2012), sembrano suggerire che una ragione della sistematica disparità di risultati economici tra le regioni italiane dipende dalla selezione della classe politica. Se nei comuni con basso capitale sociale la buona politica non viene ricompensata, viene meno la funzione fondamentale delle elezioni, che è quella di incoraggiare una buona ammin

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Perché gli italiani tengono i soldi nel conto corrente*

Mar, 13/06/2017 - 10:37

Le famiglie tengono i risparmi nei depositi e le banche, prese tra stringenti requisiti patrimoniali e rischi di liquidità, investono in titoli di stato invece di erogare nuovo credito. Una combinazione che non aiuta la ripartenza dell’economia.

Effetto dei costi di transazione sul risparmio familiare

Ottant’anni fa, il premio Nobel Ronald Coase pubblicava i suoi primi lavori sui costi di transazione, che hanno poi rivoluzionato la teoria dell’impresa e della regolamentazione.

I costi di transazione hanno un ruolo centrale anche nei mercati finanziari e nelle le scelte di destinazione del risparmio. Ad esempio, per acquistare un titolo obbligazionario si deve pagare una commissione di negoziazione pari in media allo 0,2 per cento del valore dell’operazione. Poi è necessario aprire un conto titoli, sul quale si paga ogni anno un’imposta di bollo pari allo 0,2 per cento. Quando si rivende il titolo bisogna pagare un’ulteriore commissione di negoziazione e, a parità di altre condizioni, si ottiene un prezzo inferiore a quello di acquisto per un differenziale (cosiddetto bid/ask spread) pari allo 0,1/0,2 per cento (per i titoli più liquidi).

Sommando tutti gli oneri, un investimento annuale comporta costi di transazione fino allo 0,8 per cento; su due anni il costo medio annuo scende allo 0,5 per cento e su tre allo 0,4 per cento. Se ci si rivolge a un gestore professionale del risparmio, acquistando ad esempio un fondo obbligazionario, il costo medio annuo sale all’1 per cento (in base alle rilevazioni più recenti di Mediobanca).

Poi ci sono le tasse. I rendimenti di obbligazioni e fondi comuni sono tassati con una aliquota del 26 per cento (quelli dei titoli di stato del 12,5 per cento).

Ma con una politica monetaria che ha portato i tassi d’interesse sotto zero, quale obbligazione offre rendimenti, al netto delle tasse, superiori ai costi di transazione? Nessuna, se non ad alto rischio (cioè con rating inferiore a BBB-, che individua la “soglia di sicurezza” dell’investment grade) o con una scadenza molto lunga. Oggi i titoli investment grade con scadenze fino a cinque anni hanno rendimenti netti negativi o prossimi allo zero. Solo quelli con scadenze superiori (o rating inferiori a BBB-) hanno rendimenti netti positivi, ma, dedotti i costi di transazione, alla fine si rimane con un pungo di mosche. In più vi è il rischio di forti perdite se i tassi dovessero salire. Renato Carosone direbbe: “chi t’o fa fa”.

Per rimanere in tema musicale, la strofa di una famosa canzone di Cole Porter suona oggi come un monito ai risparmiatori: “don’t you know little fool, you never can win”. Tradotto: i tuoi risparmi non renderanno neanche un euro, se non assumendo rischi molto elevati. Ormai anche i più sprovveduti l’hanno capito.

Perché le banche acquistano titoli

E allora, parafrasando Lenin, che fare? Semplice: tenere i risparmi sul conto corrente o sui conti di deposito (danno rendimenti appena superiori all’imposta di bollo dello 0,2 per cento, ma è sempre meglio di niente) e aspettare che i tassi risalgano.

È proprio quello che stanno facendo le famiglie italiane. In base ai conti finanziari pubblicati dalla Banca d’Italia, si può calcolare che la ricchezza finanziaria delle famiglie investita in depositi (bancari e postali) è pari al 32 per cento, in crescita di oltre 300 miliardi di euro rispetto a fine 2007, quando era il 27 per cento. Il peso di titoli (escluse le partecipazioni in società non quotate) e risparmio gestito è invece sceso dal 52 al 47 per cento. Gli investitori esteri hanno fatto lo stesso, aumentando il peso dei depositi (dal 17 al 24 per cento delle attività sull’Italia) e riducendo quello dei titoli (dal 62 al 57 per cento).

Risultato? In dieci anni il peso dei depositi sul passivo delle banche italiane è salito dal 60 al 66 per cento.

Se le famiglie hanno venduto titoli (per circa 520 miliardi di euro), le banche italiane li hanno invece acquistati a man bassa. Il loro peso sull’attivo delle banche è passato dal 15 al 25 per cento (con un picco del 28 per cento nel 2013), crescendo di oltre 450 miliardi di euro.

Perché l’hanno fatto? Per diversi motivi. Alcuni ben noti: la cronica carenza patrimoniale (per le elevate sofferenze, l’inasprimento delle regole e della vigilanza e la difficoltà di fare aumenti di capitale) le ha portate a prediligere investimenti in titoli di stato che non assorbono capitale. Ma non è solo questo. Per quanto risicati, i rendimenti dei titoli possono essere attraenti per le banche, perché, a differenza dei comuni risparmiatori, non sopportano costi di transazione. Vi sono poi altri possibili motivi: i titoli, a differenza dei prestiti, sono asset liquidi che consento

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