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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 20 min 3 sec fa

Ma tanti poveri non chiedono il Rdc. Ecco perché

Mar, 18/06/2019 - 11:44

Il vivace dibattito sui beneficiari del reddito di cittadinanza sbaglia bersaglio. È troppo presto per giudicare se le domande ricevute siano tante o poche. Bisognerebbe invece concentrarsi sulle difficoltà dei più deboli a fruire di un loro diritto.

I più deboli senza informazioni

Le 674 mila richieste accolte di reddito di cittadinanza sono tante o poche?

All’interrogativo oggi non si può rispondere. Non è possibile, infatti, giudicare la capacità di una misura di soddisfare le esigenze della popolazione solo pochi mesi dopo la sua introduzione. Ci vuole più tempo. E l’origine dell’interesse mediatico sul numero delle domande discende dalla scelta di introdurre il Rdc in gran fretta, al fine di raggiungere il maggior numero di utenti nel più breve tempo possibile, sperando di ricavarne consenso nelle recenti elezioni europee.

È invece già emerso con chiarezza un punto cruciale, del quale però non si parla: stiamo costruendo un sistema che non aiuta adeguatamente i più deboli tra i poveri a richiedere il reddito di cittadinanza. A livello internazionale, la scarsità di informazioni e di orientamento sulla presentazione della domanda costituisce uno dei fattori che più ostacola la possibilità che sia inoltrata da parte della popolazione potenzialmente interessata, in particolare i più fragili dal punto di vista culturale e delle reti di relazione.

Il Rei (reddito di inclusione) assegnava queste importanti funzioni di consulenza ai Punti unici di accesso, appositi sportelli istituiti presso i comuni. Qui le persone interessate potevano chiedere delucidazioni sui passaggi da compiere al fine di avviare la richiesta, sulla compilazione della relativa modulistica, potevano cercare di capire se rientrassero tra gli aventi diritto e così via. I Punti comunali erano anche il luogo dove presentare la domanda.

Per il Rdc, le domande vengono ricevute esclusivamente da Caf, patronati e poste, che hanno la sola competenza amministrativa di caricare la richiesta, mentre non è più previsto alcun servizio di informazione e di orientamento da parte delle istituzioni pubbliche. Il governo si è limitato infatti a realizzare alcune campagne mediatiche – via televisione, web ed altri strumenti di comunicazione – per far conoscere l’esistenza del Rdc. Infatti, gli unici soggetti pubblici che – grazie al loro radicamento territoriale – possono svolgere compiti di informazione sono i comuni, che sono però esclusi dalla prima fase dell’iter ed entrano in gioco solo successivamente, una volta accolte le domande.

Riconoscimento di un diritto e possibilità di fruirne

La normativa del reddito di cittadinanza, dunque, non prevede le necessarie azioni pubbliche d’informazione e di orientamento finalizzate a colmare la distanza – spesso ampia – tra il riconoscimento formale di un diritto e l’effettiva possibilità di fruirne.

Secondo alcuni operatori, aver abolito la presentazione della domanda presso i comuni è servito a sgravarli da una mansione burocratica che li distoglieva dai loro compiti di sostegno alle famiglie in povertà. Tuttavia, non bisogna confondere la funzione di informazione/orientamento con quella di ricezione delle richieste. Si sarebbe potuto alleggerire i comuni da questo specifico onere mantenendo, però, gli sportelli informativi/consulenziali. Nondimeno, è vero che gli sportelli avevano, nel Rei, un’efficacia diversa nei vari contesti locali e molto restava ancora da fare. Ma, proprio per tale ragione, non si sarebbe dovuto disperdere il lavoro avviato. Peraltro, alcuni comuni hanno autonomamente deciso di garantire funzioni di informazione e orientamento anche per il Rdc. Si tratta prevalentemente di realtà con sistemi di welfare locale più avanzati e non è chiaro in quale misura la buona prassi si diffonderà: c’è il rischio che a praticarla di meno siano i comuni dei territori più deboli.

Le funzioni di informazione e orientamento saranno privatizzate?

Si possono delineare tre conseguenze per il welfare locale della dismissione del ruolo pubblico di informazione e orientamento dei comuni.

Primo, la privatizzazione gratuita. Nei territori appare già evidente che un crescente numero di persone si rivolge ad associazioni – Caritas e altre realtà del terzo settore – per capire cosa fare. Sono soggetti che hanno sempre svolto in parte questa funzione, ma non è possibile scaricarla interamente su di loro.

Secondo, la privatizzazione remunerata. È il rischio di ripetere quanto avvenuto in Grecia con la misura nazionale contro la povertà introdotta nel 2017 (il reddito di solidarietà sociale). Per la mancanza di adeguati servi

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Il Punto

Mar, 18/06/2019 - 11:42

Nel suo discorso di inizio anno all’American Economic Association, il presidente uscente Olivier Blanchard ha suggerito che, se i tassi di interesse sono bassi, deficit e debiti pubblici sono poco dannosi. Musica per le orecchie di sovranisti e keynesiani duri e puri di tutto il mondo. Una tesi ardita che proviamo a smontare.
L’ultima di Salvini per far tornare i conti è quella di far emergere i contanti che gli italiani tengono nelle cassette di sicurezza o sotto il materasso: 100 miliardi di euro, si stima. La sanatoria (solo di reati tributari!) porterebbe qualche vantaggio economico e la solita, generosa dose di ingiustizia. Con serie difficoltà di attuazione.
Sul reddito di cittadinanza la vera questione non è se le 674 mila richieste siano tante o poche ma quanti, pur avendo i requisiti, non lo domandano. La verità è che i più poveri – meno informati e con meno “relazioni” – sono scoraggiati dai meccanismi che escludono i comuni, cioè gli enti più informati sul disagio economico e sociale.
Come sarà Libra, la criptovaluta che Mark Zuckerberg lancia in queste ore su Facebook e WhatsApp? Utile una moneta internazionale, stabile, capace di circolare, al servizio degli scambi. Ma il controllo di un colosso tecnologico privato a vocazione monopolistica desta fondate inquietudini.
Mentre 150 tavoli di crisi aperti richiedono l’attenzione attiva del ministro del Lavoro, diverse altre imprese si aggregano per rafforzarsi sul mercato. Passi per superare la frammentazione dell’industria italiana, un tempo considerata fattore positivo di flessibilità, oggi ostacolo strutturale alla crescita.

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Un economista nel paese delle meraviglie

Mar, 18/06/2019 - 11:41

Un intervento di Olivier Blanchard ha ottenuto un grande successo mediatico perché sembra suggerire che il debito pubblico non è in fin dei conti un problema di cui preoccuparsi troppo. Ma si tratta di un’interpretazione del tutto fuorviante.

Il successo di una prolusione

La lezione magistrale tenuta da Olivier Blanchard, in qualità di presidente uscente, all’American Economic Association ha ottenuto un successo immediato. Blanchard ha suggerito che il costo sociale del deficit e del debito pubblico sia minore di quanto comunemente ritenuto. Nonostante l’argomentazione sia costruita con cura e si limiti a indicare la necessità di un dibattito più vivace sul tema, essa è stata subito interpretata come l’indicazione che il deficit e il debito non debbano essere considerati preoccupazioni chiave per i policy-maker (per esempio, il 23 maggio 2019 il Financial Times ha pubblicato un articolo intitolato “Top economist says Japan should learn to love budget deficits”). Blanchard è perfettamente a conoscenza dei limiti di questa conclusione, la quale ci riporta all’ingenua macroeconomia degli anni Sessanta quando, ignorando il vincolo di bilancio, il modello IS-LM dimostrava come una politica di espansione fiscale fosse essenzialmente non vincolata. Il successivo aumento del debito pubblico screditò, a ragion veduta, l’economia keynesiana. Oggi dopo anni di politiche di austerità pro-cicliche nella maggior parte delle economie avanzate, il messaggio riecheggia in un pozzo di frustrazioni e il suo successo è allarmante considerando gli alti livelli di debito pubblico di molti paesi.

Qui non si vuole criticare il contributo offerto da Blanchard in sé, ma si vogliono evidenziare e rafforzare alcune precisazioni, già contenute nell’intervento. Per fare ciò, considererò un ampio campione di paesi appartenenti all’Ocse, per esaminare se l’esperienza statunitense è da considerarsi unica.

La tesi di Blanchard e i suoi limiti

Quando il tasso di interesse sul debito pubblico è minore del tasso di crescita del Pil, il debito segue una traiettoria stabile, con un’implicazione importante: il rapporto debito/Pil tende a diminuire perché il prestito viene ammortizzato. Il risultato non è certamente nuovo. Il colpo di scena sta nel fatto che storicamente negli Usa il tasso d’interesse è stato spesso minore del tasso di crescita. Inoltre, le previsioni attuali stimano che questa situazione rimarrà tale, negli Usa e non solo. I governi non dovrebbero però rimanere imbambolati di fronte al proprio debito pubblico, ma potrebbero usare il deficit per stabilizzare l’economia mentre sta rallentando e intraprendere investimenti pubblici produttivi.

L’equazione che spiega come evolve il debito pubblico è la seguente:

Bt+1–Bt= (rt–gt) Bt+ Dt

dove Bt è il debito pubblico alla fine del periodo tDt è il disavanzo primario nello stesso periodo, entrambi in proporzione al Pil; rt gt sono rispettivamente l’interesse nominale e il tasso di crescita nominale.

L’equazione rende chiaro come un benevolo disinteresse verso il debito abbia radici in alcune assunzioni: 

  1. r g è spesso un valore negativo. Blanchard afferma che in passato negli Stati Uniti questa è stata la norma piuttosto che l’eccezione;
  2. è probabile che r g rimanga negativo il più delle volte. Blanchard si appella all’ipotesi di stagnazione secolare;
  3. il disavanzo primario è indipendente da r g ed è sufficientemente piccolo da non superare il servizio del debito.

Blanchard non fa espressamente questa assunzione, ma ignora direttamente il deficit. Nelle sue simulazioni, di fatto, assume che il disavanzo primario sia uguale a zero e che rimarrà tale per un futuro indeterminato.

Le ipotesi di Blanchard non sono giustificate. Per mostrarlo, ho preso in esame i dati dal 1961 di alcuni paesi Ocse (Australia, Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Corea, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti). La scelta è giustificata dalla disponibilità dei dati, ma per diversi paesi dobbiamo comunque partire da anni successivi. I rapporti debito lordo/Pil sono forniti dalla banca dati sullo storico del debito del Fondo monetario internazionale (Fmi). I tassi di interesse a dieci anni vengono dall’Ocse e il Pil dalla Banca Mondiale. Ci sono quindi 895 osservazioni annue per 22 paesi.

Il differenziale r – g < 0 non è la norma

Le osservazioni con r – g < 0 rappresentano il 49,7 per cento del campione. I dettagli per paese sono mostrati nella figura 1. Negli Stati Uniti, che non sono nemmeno il paese con la più p

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Mettere le mani nelle cassette di sicurezza degli italiani

Mar, 18/06/2019 - 11:41

Le stime sui contanti nascosti indicano una cifra largamente superiore a 100 miliardi di euro. Tentativi di rimetterli in circolazione ci sono già stati, l’ultimo con scarsi risultati. E c’è chi pensa a passi indietro sulla trasparenza della sanatoria.

Tanti contanti che non circolano

Nessuno sa a quanto ammontino, ma tutti ritengono siano tanti. Le stime sui contanti nascosti concordano su una dimensione largamente superiore a 100 miliardi di euro. Meglio occuparsene che non farlo, dice Francesco Greco, titolare della pubblica accusa a Milano. Sì, ma come?

Chiariamo innanzitutto di che cosa si parla. Un conto sono, infatti, i depositi nelle cassette di sicurezza; un altro sono i contanti in sé. Le cassette di sicurezza hanno il vantaggio di offrire una traccia sicura, quantomeno nel tempo di loro creazione e, magari, anche la data degli accessi successivi. E il difetto di poter essere state costituite da soggetti anche terzi rispetto ai titolari del relativo contenuto. La precedente normazione al riguardo (art. 5-octies, comma 3, della legge 227/1990, come modificata dall’art. 7 del decreto legge 193/2016) ipotizzava l’apertura della cassetta alla presenza di un notaio che ne facesse risultare, con una propria relazione, il contenuto. Questa strada, se seguita anche oggi, consentirebbe di constatarne il contenuto al momento della sua apertura nell’ipotizzato periodo di sanatoria.

Senza voler indulgere in approssimativi psicologismi pare utile, a questo punto, distinguere fra chi utilizza la cassetta per depositare gioielli e chi vi detiene denaro contante. Nel primo caso – indipendentemente dalla limpidezza della fonte da cui la ricchezza proviene – vi sarà scarso interesse alla sanatoria (i gioielli possono continuare a essere utilizzati alla bisogna e poi riposti nella cassetta senza particolari timori). Nel secondo caso l’interesse sarà molto maggiore perché il contante “pulito” diviene immediatamente utilizzabile anche per attività sostanzialmente commerciali. Aumenterebbe, quindi, la massa monetaria in effettiva circolazione. Se la relativa consistenza trovasse conferma, si può ragionevolmente ipotizzare che ne risentirebbero in positivo sia gli investimenti che i consumi. Sul piano squisitamente economico, dunque, la sanatoria avrebbe svariate ragioni per apparire appetibile. E l’avrebbe altresì sul piano della trasparenza perché se ne vedrebbe la circolazione alla luce del sole.

Diversa è la situazione in cui si volesse sanare, invece, il mero possesso di contanti al di fuori di qualsiasi circuito “ufficiale”. L’ipotesi era ricompresa nella precedente proposta, ma la sua concreta applicazione si scontrava con un ostacolo ritenuto perlopiù insuperabile: la dimostrazione di possesso del contante entro una certa data (fissata nel Dl 193/2016 nel 30 settembre 2016). Certo, la dimostrazione poteva passare attraverso altri canali: ma è evidente che sarebbe stata accompagnata da eccessive incertezze che ne hanno, nei fatti, scoraggiato l’adozione. Un maggiore impegno su questo terreno avrebbe avuto senso.

La necessaria trasparenza

Il precedente provvedimento si associava all’esonero da sanzioni penali ove le violazioni che ne accompagnavano la condotta fossero di natura esclusivamente tributaria. Il che vuol dire che nessun colpo di spugna si sarebbe verificato ove la condotta – anche grazie alle indicazioni da fornire obbligatoriamente in sede di sanatoria – fosse stata successivamente attribuita a reati diversi da quelli tributari. Esso prevedeva, poi, il pagamento integrale delle imposte dovute con sconto sulle sanzioni amministrative e con possibile (sostanziale) forfettizzazione del conto al 35 per cento. Ma ebbe, in conclusione, scarso successo.

Che cosa fa pensare che oggi il successo potrebbe essere maggiore? Taluni attribuiscono l’insuccesso al costo eccessivo dell’operazione. Non sono stati forniti ulteriori dettagli sulla questione e non vi sono, quindi, elementi concreti con cui cimentarsi.

Altri, più sommessamente, imputano l’insuccesso all’eccesso di trasparenza che il provvedimento avrebbe comportato. Ma a quale trasparenza si potrebbe ragionevolmente rinunciare? Non credo si possa prendere in considerazione l’ipotesi di sanare reati diversi da quelli tributari. Se questa fosse l’intenzione, l’oggetto della discussione cambierebbe segno e la questione da valutazione di mero intervento di politica economica dovrebbe lasciare il passo a considerazioni di sistema politico-giudiziario.

Se, invece, la trasparenza cui si vuole rinunciare riguardasse le modalità stesse della sanatoria tornando alla f

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Se Zuckerberg lancia la sua monetina

Mar, 18/06/2019 - 11:41

Facebook presenta la sua criptovaluta. Si tratta di un’opzione strategica per rafforzare un modello di business finora affidato esclusivamente alla pubblicità. Ma il sistema dei pagamenti è un servizio pubblico. E le problematiche che si aprono sono tante.

Nasce la moneta di Facebook

Trasferire denaro con la semplicità con cui si invia una foto col telefonino: è l’obiettivo del progetto Libra, con cui Facebook intende lanciare la propria criptovaluta e i cui dettagli sono stati resi noti martedì 18 giugno. Secondo quanto dichiarato, la tecnologia blockchain alla base di bitcoin sarà utilizzata per costruire una piattaforma che consentirà lo scambio gratuito di denaro peer-to-peer. Anche se sono già stati sollevati dubbi sulla capacità di Facebook di realizzare quanto promette, Whatsapp potrebbe avere presto un tasto in più per inviare denaro.

Entrare nel business dei sistemi di pagamento consentirebbe a Facebook di capitalizzare sulla propria base clienti. Considerando tutte le piattaforme che appartengono alla galassia di Mark Zuckerberg, si tratta di una comunità globale di 2,35 miliardi di utenti, più di Visa e Mastercard assieme. Se per un terzo della popolazione mondiale Facebook custodisse il salvadanaio oltre che il diario, potrebbe aumentare significativamente la messe di dati che costituiscono la base dei suoi ricavi pubblicitari e, al tempo stesso, ridurre il grado di dipendenza dalla pubblicità grazie alla possibilità di applicare commissioni sui pagamenti. La piattaforma cinese WeChat trae il 60 per cento dei propri ricavi da servizi di pagamento e meno di un terzo da pubblicità (come riferisce il Financial Times). Per Facebook, invece, nel 2018 la pubblicità ha rappresentato ancora oltre il 98 per cento dei ricavi (secondo quanto riportato dal Sole24Ore), in un anno in cui i numerosi scandali legati all’abuso dei dati personali ha mostrato a Zuckerberg quanto sia pericoloso affidare il proprio modello di business esclusivamente alla pubblicità. Dunque, battere moneta non sarebbe soltanto il vezzo di un megalomane sempre più sedotto da ambizioni imperiali, ma anche un’opzione strategica vitale per cercare di rafforzare i piedi d’argilla del gigante tecnologico.

Le problematiche da affrontare

Ma quali saranno le caratteristiche della moneta di Facebook? Stando a quanto è filtrato, dovrebbe trattarsi di una stablecoin, ossia una criptovaluta basata su un paniere delle principali valute mondiali. Ora, una stablecoin è davvero stabile soltanto se ha una copertura al 100 per cento in valuta ufficiale. Sostanzialmente, una moneta elettronica coperta, come prevede la legge, da un ammontare equivalente di riserve in moneta vera. Ma la moneta di Facebook, dovendo valicare i confini valutari, dovrebbe essere fondata su una molteplicità di valute, con i problemi che ne conseguono: qual è l’autorità che verifica la copertura? In che tipo di attività sono detenute le riserve? Sono sufficientemente sicure e liquide? Come si determina la composizione del paniere? È modificabile? Che effetti può avere sui mercati dei cambi? A queste criticità relative all’architettura monetaria si aggiungono questioni di privacy potenzialmente ancor più serie di quelle che Facebook ha dovuto affrontare sinora, quando saprà non soltanto con chi parli e di che cosa, ma chi paghi e per comprare che cosa.

Il sistema dei pagamenti è un servizio pubblico. In linea di principio, potrebbe essere fornito dalle banche centrali, attraverso l’emissione di un contante digitale (come descritto in un recente working paper del Centro Baffi). In sostanza, sarebbe come consentire non soltanto alle banche private, ma anche alle imprese e ai singoli, di tenere un conto presso la banca centrale. È chiaro che, per fornire un servizio di questo tipo, può essere opportuno coinvolgere soggetti privati: non solo banche commerciali, ma anche Visa, MasterCard, PayPal e perfino social network. O magari una joint venture fra tutti questi soggetti, come quella che sta costituendo Facebook. Infatti, l’apporto dei privati potrebbe consentire, qui come in altri ambiti, di fornire un servizio migliore a un minor prezzo. Ma la creazione di un contante digitale non può essere ridotta a una mera questione tecnica o commerciale. Il sistema dei pagamenti resta un servizio pubblico: sono in gioco la sicurezza, la fede pubblica, la privacy, la stabilità. Perciò è importante che la concezione, l’emissione e l’utilizzo di un contante digitale sia presidiato dalle autorità monetaria. Nel caso di una moneta globale, ciò significa, oltre alle banche centrali delle principali aree valutarie, anche gli organismi internazionali co

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La crescita italiana passa per le aggregazioni di imprese

Mar, 18/06/2019 - 11:41

La frammentazione dell’industria italiana, un tempo considerata come un fattore positivo di flessibilità, costituisce un ostacolo strutturale alla crescita. L’aggregazione d’imprese complementari è dunque una “medicina” necessaria per il sistema produttivo.

Perché l’Italia non cresce

L’economia italiana è in stallo da oltre dieci anni, con una crescita sistematicamente inferiore a quella degli altri paesi europei. Le previsioni mostrano una continuazione di questa tendenza.

Figura 1

L’industria italiana è caratterizzata da un livello di frammentazione tra i più alti d’Europa: il 50 per cento del valore aggiunto deriva da imprese con meno di 50 addetti. Il peso preponderante delle piccole aziende, pur rappresentando un segno di spirito imprenditoriale, costituisce una barriera strutturale alla loro crescita e quindi a quella dell’intera economia. Vediamo perché.

Figura 2

 

L’azienda più grande può investire maggiormente nei fattori che generano crescita: ricerca e sviluppo, sistemi di produzione, logistica, presenza all’estero, marketing, risorse qualificate e così via. La crescita, a sua volta, potrà aumentare i margini, spostare il break-even e creare la capacità di investire ulteriormente, innescando una “spirale” di crescita continua. Al contrario, le aziende più piccole possono investire in maniera ridotta e possono quindi crescere solo marginalmente.

I dati comparati dell’economia italiana rispetto agli altri paesi industriali riflettono a livello aggregato questo fenomeno, in termini di minore spesa rispetto al Pil negli elementi essenziali per la crescita. Per esempio, l’Italia in proporzione al Pil investe in R&S nettamente meno degli altri paesi industriali, con conseguenze negative per l’“high-tech” italiano, come già verificatosi nei settori aerospaziale, treni, nucleare, elettronica, farmaceutica, robotica, chimica avanzata.

Figura 3

La frammentazione dell’industria costituisce anche un limite all’internazionalizzazione. Le piccole aziende generalmente non possono permettersi una presenza diretta all’estero. La stessa logica vale anche per le spese di marketing e pubblicità.

Gli interventi dei recenti governi per aiutare le Pmi – contributi a ricerca e investimenti produttivi, sgravi fiscali, fondi per lo sviluppo – non mutano la situazione strutturale.

Le aggregazioni necessarie

L’analisi microeconomica indica dunque che la crescita della nostra economia può essere innescata soltanto da meccanismi di aggregazione delle imprese nei settori dominati dalle Pmi, creando la massa critica necessaria per la crescita. In particolare, tra le diverse tipologie di aggregazione, la fusione e acquisizione (“M&A”) orizzontale (cioè tra aziende simili) è, per definizione, il miglior metodo per creare massa critica (sinergie di mercato, prodotto e processo).

Figura 4

Il “M&A verticale”, cioè tra clienti e fornitori, non crea economie di scala, ma può fornire riduzioni dei costi o sbocchi commerciali, mentre le acquisizioni puramente “finanziarie” da parte di conglomerati diversificati non offrono sinergie operative immediate.

Esempi illustri di fusioni e acquisizioni orizzontali sono il gruppo Lvmh nel settore della moda, Siemens-Bosch negli elettrodomestici, Fiat-Chrysler, Cooper-Bmw e Porsche-VW nell’auto, il gruppo Banca Intesa e molti altri.

Ultimamente gli istituti di private equity sono diventati importanti attori nel realizzare operazioni di M&A orizzontali, con la strategia del “Buy & Build” (“compra e costruisci”). Questa consiste nell’acquisire una prima azienda (chiamata “piattaforma”), cui vengono aggregate aziende con caratteristiche complementari del medesimo settore (“Add-Ons”), creando sinergie, massa critica, crescita e quindi valore.

Figura 5

In Italia negli ultimi anni il numero delle operazioni di M&A è cresciuto notevolmente, ma è ancora marginale rispetto al numero delle Pmi. La “mano invisibile” di Adam Smith non basta. Per uscire dall’impasse della stagnazione cronica dell’economia, l’Italia deve accelerare drasticamente il ritmo di aggregazione delle Pmi, tramite incentivi fiscali, finanza agevolata, informazione, supporto tecnico, legale e contabile associati alle transazioni.

In una prospettiva più ampia, la frammentazione dell’industria è un problema anche in ambito europeo in relazione alla concorrenza internazionale del Nord America, della Cina e in certa misura anche del Giappone e Corea. La sfida è quella di creare gruppi di aziende integrate a livello e

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Il Punto

Ven, 14/06/2019 - 11:24

Sono scesi a 53 miliardi (erano 91 nel 2012) i debiti della pubblica amministrazione verso i fornitori. E, grazie a una direttiva Ue recepita dal governo Monti, si sono anche ridotti i tempi medi di pagamento. In tutto questo – come ricordato anche da Christine Lagarde – nulla c’entrano i minibot, l’arma di distrazione di massa della settimana.
A Osaka il prossimo G20 sotto la presidenza giapponese prova a rilanciare il multilateralismo picconato tutti i giorni da Donald Trump. Un’impresa da samurai. È giusto chiedersi se e quanto possa fare il forum dei 20 decisori che rappresentano oltre l’80 per cento del Pil e del commercio mondiale e due terzi della popolazione del mondo. In ogni caso, l’Italia è ultima del gruppo nel rispetto degli impegni condivisi.
All’età di 79 è mancato Martin Feldstein, a lungo professore ad Harvard, capo dei consulenti economici del presidente Reagan, pioniere nell’uso dei dati per analizzare questioni di politica economica. Rimarrà come rifondatore del National Bureau of Economic Research, un modello per gli istituti di ricerca di tutto il mondo.
Dei 40 miliardi all’anno che oggi lo stato spende per l’istruzione, 12 o 13 saranno trasferiti a Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna che vogliono il federalismo differenziato anzitutto nella scuola e università. A meno che non si ridiscuta la devoluzione di tale materia per alcuni buoni motivi economici, sociali e culturali.

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Cosa serve all’Italia per contare di più tra i grandi paesi

Ven, 14/06/2019 - 11:23

Quale sarà il ruolo dell’Italia nel G20 di fine giugno in Giappone? In base all’esperienza, per ottenere risultati abbiamo bisogno di una buona immagine del nostro paese nel mondo e un presidente del Consiglio autorevole. E ci serve un alleato potente.

Il percorso del G20

È la prima volta che il Giappone detiene la presidenza del Gruppo dei 20 (G20), il forum internazionale che riunisce leader, ministri delle finanze e governatori delle banche centrali di 19 paesi, oltre all’Unione europea.

Nel complesso il G20 rappresenta più dell’80 per cento del Pil e del commercio mondiale, e due terzi della popolazione del pianeta.

Figura 1 – Pil e popolazione del G20

Dalla sua nascita la rilevanza del forum è stata mutevole e a tutt’oggi non è sempre chiaro quale sia il suo peso nello scacchiere internazionale.

La creazione del G20 venne annunciata dai ministri delle Finanze del G7 nel 1999, con l’obiettivo di affrontare le sfide poste dalla crisi finanziaria e valutaria scoppiata in Asia. Il G20 nacque come un meccanismo di dialogo informale tra economie a rilevanza sistemica, per discutere di stabilità economica, crescita sostenibile e creazione di una nuova architettura finanziaria globale. La prima riunione si tenne a Berlino nel dicembre 1999, ma soltanto in seguito alla crisi finanziaria del 2008 venne istituzionalizzato come principale forum di cooperazione economica e finanziaria a livello globale, con il G8 che stava diventando sempre meno rappresentativo dell’ordine mondiale ed economico.

A partire da novembre 2008 si inanellarono molti vertici a distanza di pochi mesi e durante questi meeting i leader del pianeta riuscirono ad accordarsi su un approccio comune alla crisi: un pacchetto di misure fiscali congiunte volte ad alleviare la recessione in corso, insieme a un impegno a evitare l’errore commesso durante la grande depressione del 1929 di trincerarsi dietro ai dazi.

Dopo questo successo riconosciuto, si legge in un approfondimento dell’Ispi, l’efficacia del G20 è andata progressivamente affievolendosi. Con il passaggio dalla gestione di un momento di crisi a una progressiva ripresa e stabilizzazione dell’economia globale, la sensazione è che i leader del G20 siano sempre meno disposti a giungere a compromessi e, di conseguenza, che l’utilità di questo organo decisionale sia messa in discussione.

Il funzionamento del G20

Il G20, così come il G7/G8, è un forum di discussione informale privo di un segretariato e di uno staff permanente: l’agenda del Gruppo e le sue attività vengono stabilite dalla presidenza di turno, in consultazione con gli altri paesi membri e in continuità con la presidenza precedente. L’informalità dovrebbe permettere in teoria di raggiungere un ampio consenso sulle più importanti questioni economico-finanziarie internazionali attraverso il dibattito libero tra i membri. Soprattutto a partire dal 2011, si è poi assistito a una progressiva estensione dell’agenda anche a tematiche non economiche e alla costituzione di gruppi ministeriali su sviluppo, energia, cambiamento climatico, salute e uguaglianza di genere.

Durante tutto l’anno, in preparazione del vertice finale dei capi di stato e di governo, si riuniscono i cosiddetti “sherpa” (stretti collaboratori dell’esecutivo), i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali, altri ministri e gruppi di lavoro specifici. Al vertice partecipano i capi di stato e di governo, l’Unione Europea e alcune organizzazioni internazionali, come Fmi e Ocse. Le dichiarazioni finali del vertice non hanno carattere vincolante, ma indicano l’indirizzo politico da seguire.

Sempre secondo l’Ispi, tra i motivi indicati dagli stessi sherpa per la scarsa capacità decisionale del G20 due sono i più importanti: i membri sono troppo eterogenei, con interessi spesso non allineati; e i temi in agenda sono troppi e troppo variegati. I due punti portano a una riflessione sul ruolo del G20 e sulla sua legittimità.

Quale ruolo per l’Italia?

All’interno del G20 l’Italia esercita un ruolo che dipende molto dalla distribuzione dei pesi tra i partecipanti, dall’agenda dei singoli summit e dal contesto internazionale nel quale si svolgono. Infatti, i posti in prima fila sono solitamente occupati dai maggiori paesi in termini di peso politico, economico e demografico, come Stati Uniti, Cina, India e, per l’Europa, Germania e Regno Unito.

Tuttavia, con un occhio alle dinamiche e agli esiti dei summit, si nota che lo spazio che l’Italia riesce a ricavarsi è stato talvolta significativo.

Nei G20 immediatamente successivi alla crisi finanziaria, l’Italia era in sintonia con gli altri paesi europei, che pr

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Pagamenti della Pa, la soluzione non sono i minibot

Ven, 14/06/2019 - 11:11

La Pa in sette anni ha quasi dimezzato l’ammontare dei debiti commerciali. Anche i tempi di pagamento si stanno riducendo, benché esistano ancora realtà poco virtuose. Aumenta quindi l’efficienza, ma il grosso del debito commerciale viene da lontano.

La situazione

Che la pubblica amministrazione sia un pessimo pagatore è una storia che viene raccontata da tempo. Il ritardo cronico dei pagamenti negli anni ha comportato la lievitazione dello stock complessivo dei debiti commerciali, un macigno che la Pa fa fatica a smaltire del tutto. Nel 2012 erano arrivati a quasi a sfiorare il 6 per cento del Pil, per un valore di circa 91 miliardi.

Grazie anche a vari interventi dei governi Monti e Letta, la situazione però è notevolmente migliorata e, secondo la Banca d’Italia, i debiti commerciali delle amministrazioni pubbliche nel 2018 sono scesi al 3 per cento del Pil dal 3,2 per cento del 2017, attestandosi a circa 53 miliardi. Sulla base delle regole statistiche europee, una parte (circa 10 miliardi alla fine del 2018, pari allo 0,6 per cento del Pil) è già inclusa nel debito pubblico. Nonostante si sia dimezzata rispetto al picco del 2012, l’incidenza delle passività commerciali rimane comunque la più elevata in Europa, secondo le stime Eurostat.

Figura 1 – Passività commerciali delle amministrazioni pubbliche in percentuale del Pil

Fonte: Relazione annuale 2019, Banca d’Italia
Nota: la parte rossa indica la quota già incorporata nel debito pubblico.

Figura 2 – Crediti commerciali delle amministrazioni pubbliche nella UE, 2015-2018 in % del Pil

Fonte: Eurostat

Oggi si paga più velocemente, ma il debito viene da lontano

Sempre secondo Bankitalia, circa la metà del totale delle passività commerciali dipende dal ritardo accumulato nei pagamenti dalle amministrazioni pubbliche rispetto alle scadenze contrattualmente previste. Infatti, oltre al loro ammontare, un problema non da poco dei debiti commerciali della Pa è sempre stato il ritardo cronico con cui sono effettivamente pagati. Con conseguenze complicate sulla liquidità e la gestione finanziaria delle imprese creditrici.

Per questo l’Unione Europea, negli anni della crisi del debito sovrano, ha deciso di intervenire per porre dei limiti stringenti ai tempi di pagamento della Pa. Con la direttiva 2011/7, e con il suo recepimento tramite il decreto legislativo 192 del 2012, è stato quindi stabilito che i pagamenti della pubblica amministrazione dovessero avvenire entro un massimo di 30 giorni dal ricevimento della fattura e di 60 in caso di pagamenti del servizio sanitario nazionale, pena la sanzione di interessi di mora.

Come sull’ammontare complessivo del debito, sembra che la situazione stia comunque migliorando anche su questo fronte. Il “cruscotto” sui pagamenti della Pa gestito dal ministero dell’Economia ha da poco riportato risultati incoraggianti sui tempi di pagamento nel 2018.

Figura 3

Nell’ultimo anno sono state pagate circa 20 milioni di fatture con tempi di pagamento che mostrano in media un anticipo di un giorno rispetto ai termini legali. Ma il cruscotto prende in considerazione le sole fatture del 2018, senza includere quelle arretrate che la Pa si porta dietro da chissà quanto tempo. Infatti, facendo qualche conto si vede velocemente come buona parte dello stock di debito venga da lontano.

Dai conti annuali Istat delle amministrazioni pubbliche risulta che nel 2018 la spesa della Pa in consumi di beni e servizi e in investimenti fissi lordi sia stata poco più di 181 miliardi. Dai dati disaggregati pubblicati sul cruscotto del Mef si vede che il tempo medio di pagamento è pari a 53 giorni. Con un po’ di aritmetica, è facile intuire che dei 53 miliardi di debiti commerciali del 2018 solo poco più di 26 derivano dagli acquisti dello stesso anno. Questo vuol dire, come conferma anche la Banca d’Italia, che la metà dei debiti commerciali attualmente in essere derivano da incagli degli esercizi precedenti.

Non servono quindi i minibot per agevolare i pagamenti della Pa, che nella loro parte corrente sono già diventati più veloci. Servirebbe piuttosto capire come mai c’è una parte di debiti vecchia e non saldata.

I dati riportati sono medi e nascondono ovviamente sia realtà virtuose che non. Due esempi: il comune di Polpenazze del Garda ha pagato nel 2018 l’87 per cento delle sue fatture con un tempo medio di 7 giorni; all’estremo opposto c’è l’Unione dei comuni Alto Cilento, che ha pagato l’1,48 per cento di quello che doveva pagare in un tempo medio di 421 giorni.

Sebbene quindi in media la pubblica amministrazione abbia velocizzato notevolmente i tempi di pagamento, esistono ancora dei cigni neri. Che persist

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Riuscirà il G20 a tenere insieme i cocci del mondo?

Ven, 14/06/2019 - 11:11

Tra gli obiettivi principali del G20 di Osaka c’è la sopravvivenza del sistema multilaterale degli scambi. Ma proprio la rinuncia degli Stati Uniti a svolgere un ruolo guida può essere la spinta per arrivare a una riforma del Wto su base plurilaterale.

Multilateralismo in crisi

Il multilateralismo vive una battuta d’arresto a causa delle politiche protezionistiche degli Stati Uniti e il G7 sembra aver perso molta della sua capacità di dialogo e cooperazione su temi che coinvolgono direttamente anche i grandi paesi emergenti: trovare una soluzione alle grandi sfide globali che il prossimo G20 si appresta ad affrontare a Osaka appare dunque un’impresa titanica. L’ambiziosa presidenza giapponese, però, si dichiara determinata a contribuire alla crescita economica globale promuovendo il libero scambio e l’innovazione, conseguendo al contempo crescita economica e riduzione delle disuguaglianze, senza dimenticare gli obiettivi di sviluppo sostenibile.

I global commons in senso stretto (acque internazionali, atmosfera, Antartide, spazio), ossia i temi tradizionali del G20, restano prioritari, ma tra gli obiettivi principali quest’anno vi è la sopravvivenza stessa del sistema multilaterale degli scambi. Negli ultimi tre decenni ha favorito una crescita senza precedenti e un aumento del reddito medio di molti dei paesi più poveri.

Al centro del sistema, l’istituzione perno – l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) – ha promosso gran parte della riduzione delle barriere agli scambi e ha permesso a molti paesi in via di sviluppo di beneficiare del commercio internazionale senza discriminazioni. Alcuni di quegli stati, in particolare la Cina, sono oggi così grandi e potenti da rendere insufficiente e inadeguata la semplice distinzione tra economie di mercato e paesi in via di sviluppo, che ancora oggi definisce lo status dei paesi aderenti al Wto. Infatti, ai paesi in via di sviluppo è permesso un maggior ruolo dello stato nell’economia, che ha consentito ad alcuni di creare “campioni nazionali”, in chiara e aperta sfida al sistema liberale fondato sul principio di concorrenza.

Oggi il Wto rischia di essere smantellato per le difficoltà intrinseche di riformarla con l’appoggio di tutti i paesi membri. La sua legittimazione è messa in discussione non soltanto da Donald Trump, ma anche da alcuni grandi paesi emergenti, come l’India, che trovano inaccettabili eccessive ingerenze nelle politiche interne.

Alleanze variabili per riformare il Wto

Nel breve termine, il G20 ha l’opportunità di salvare il meccanismo di risoluzione delle controversie del Wto, partendo dalla proposta dell’Ue, già sottoscritta da Australia e Canada. Nel lungo termine, il G20 potrebbe iniziare a coltivare l’idea che incentivare i paesi, invece di sanzionarli soltanto, potrebbe aumentare la loro convenienza a mantenere e quindi sostenere politicamente il Wto. Tuttavia, è auspicabile che venga mantenuta la capacità di stabilire regole condivise e di sanzionare il loro mancato rispetto, per evitare che l’organizzazione diventi irrilevante come il suo predecessore, il Gatt, che forniva linee guida senza potere sanzionatorio. Perché sia più conveniente mantenere il Wto, riformandolo (senza però renderlo irrilevante indebolendo il meccanismo di risoluzione delle controversie) invece di smantellarlo, è necessario favorire la formazione di accordi plurilaterali che coinvolgano gruppi variabili di paesi su temi diversi, di maggiore interesse per alcuni e minore per altri. Per esempio, nel marzo di quest’anno sono iniziate le negoziazioni per un accordo sulla regolamentazione dell’e-commerce, a cui hanno per ora aderito 76 paesi inclusi la Ue, la Cina e gli Stati Uniti. Le negoziazioni potrebbero portare all’approvazione di un sistema di regole multilaterali che sostengano i consumatori e le imprese, soprattutto quelle piccole, nelle transazioni online. Il G20 sarà un terreno di prova di questa soluzione: la crescita dell’economia digitale e la necessità di regolamentare un fenomeno che è per sua natura transnazionale.

In questo momento, la posizione del Giappone è in netta contrapposizione rispetto alla progressiva chiusura dell’amministrazione Usa, ripiegata su se stessa nel tentativo di difendersi da un imminente nuovo ordine mondiale che mette in discussione la sua incontestata supremazia economica e militare. Di fronte alla sfida che la Cina di oggi pone all’ordine liberale, Tokio ha raccolto il testimone della politica di contenimento di Pechino che le amministrazioni Clinton e Obama avevano condiviso con larga parte dei principali paesi affacciati sul Pa

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Istruzione non fa rima con devoluzione

Ven, 14/06/2019 - 09:00

L’istruzione è la voce più rilevante nel processo di federalismo differenziato. Toglierla dalla trattativa ridimensionerebbe il nodo delle risorse finanziarie e consentirebbe di discutere delle opportunità offerte dalla devoluzione di altre materie.

Il ruolo dello stato nelle regioni

La vittoria messa a segno della Lega alle elezioni europee ha riportato il tema dell’autonomia differenziata al centro del dibattito politico. Diversi studi hanno tentato di stimarne il costo, ossia il valore delle materie (o funzioni) che le regioni hanno richiesto allo stato centrale.

Tra le materie cosiddette “concorrenti”, quelle che ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione possono essere oggetto di negoziazione tra stato e regioni nell’ambito dell’autonoma rafforzata, rientra l’istruzione, che genererebbe un trasferimento di risorse significativo. Si tratta di cifre dell’ordine di 12-13 miliardi di euro che transiterebbero dal bilancio dello stato a quello delle regioni Lombardia (5,6 miliardi), Veneto (2,9 miliardi) e Emilia-Romagna (2,8 miliardi).

Uno sguardo alla figura 1 mostra la spesa regionalizzata, ossia la spesa effettuata dallo stato centrale nelle regioni per le funzioni più rilevanti. L’istruzione è la più alta, pari a quasi 40 miliardi. Nel caso in cui tutte le regioni a statuto ordinario ottenessero l’istruzione, quella spesa transiterebbe alle regioni.

Figura 1 – La spesa regionalizzata dello stato, in miliardi euro

Fonte: Ragioneria generale dello stato

L’Italia diventerebbe così un paese sempre più simile a quelli federali. Come si vede dalla figura 2, infatti, nei paesi federali (Austria e Germania) l’istruzione viene finanziata dagli stati o dalle regioni (come i länder tedeschi). Lo stesso accade negli Stati Uniti.

Figura 2 – Finanziamento dell’istruzione tra governo centrale e governi locali, percentuale di finanziamento per livello di governo

Fonte: elaborazione su dati Eurostat

Oltre il criterio della mera efficienza

In Italia, la motivazione principale, spesso implicita, delle richieste avanzate dalle regioni è quella dell’efficienza: poiché sono più efficienti a gestire altri servizi pubblici, come la sanità, anche nel caso dell’istruzione la devoluzione ne migliorerebbe l’efficienza (migliori servizi a parità di costo, o stessi servizi a costi minori).

Le numerose obiezioni già sollevate contro la devoluzione dell’istruzione si incentrano sulla storia, la tradizione e l’identità dello stato unitario. Qui si introducono tre argomenti economici, secondo i quali l’istruzione è un servizio pubblico particolare, che richiede altri criteri oltre a quello dell’efficienza per giustificarne la devoluzione.

Il primo punto riguarda il fatto che la spesa in istruzione è una delle principali fonti di crescita economica di lungo periodo. Cosa accadrebbe se l’Italia volesse fare un investimento massiccio in istruzione come strumento di politica macroeconomica, nel caso di completa devoluzione della materia alle regioni?

Il secondo riguarda i cosiddetti problemi di esternalità, che sorgono quando i benefici di un servizio pubblico si estendono anche al di fuori della giurisdizione in cui sono localizzati. Per le regioni del Sud, Gaetano Vecchione (2017) ha stimato in circa 2 miliardi l’anno la perdita in termini di spesa pubblica regionale investita in istruzione e non recuperata a causa della migrazione verso il Nord. In un contesto di autonomia finanziaria i cittadini di queste regioni finanzierebbero tramite il loro gettito fiscale un servizio pubblico i cui benefici sono, in parte, goduti altrove. Questi effetti possono disincentivare le regioni dall’investire in istruzione, con conseguenze negative per l’intero paese.

Il terzo punto riguarda le implicazioni sulla disuguaglianza. Più di quaranta anni fa, Joseph Stiglitz si chiedeva: può uno stato federale proibire alle comunità locali di aumentare la spesa in istruzione, al fine di mantenere un livello uniforme del servizio? Nel contesto attuale, la domanda diventa la seguente: i livelli essenziali delle prestazioni nell’istruzione sono minimi da garantire a tutti i cittadini e, pertanto, è consentito alle regioni di incrementare tali livelli con risorse proprie, oppure tali livelli sono allo stesso tempo dei minimi e dei massimi, imponendo di fatto un medesimo livello uniforme di istruzione in tutto il territorio nazionale? Nel caso della sanità si potrebbe ragionevolmente sostenere la prima ipotesi, in virtù del fatto che ospedali o cliniche specializzate in patologie particolari nelle regioni più avanzate sono un bene pubblico di cui fr

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Feldstein: ecco chi ha insegnato agli economisti a fare rete

Gio, 13/06/2019 - 11:53

Martin Feldstein è stato un pioniere nell’uso dei dati per analizzare questioni di politica economica. Ma va ricordato anche per la rifondazione del National Bureau of Economic Research, che è diventato un modello per altri importanti istituti di ricerca.

I contributi scientifici

I ricercatori passano alla storia per i loro contributi scientifici. Martin Feldstein è stato un pioniere nell’uso dei dati, in particolare delle indagini su famiglie e imprese, per analizzare questioni di politica economica. Con questi lavori, fin dagli anni Sessanta, ha plasmato e in alcuni casi aperto nuove aree di ricerca in quella che noi chiameremmo la scienza delle finanze, ma anche, ad esempio, negli studi sui sistemi sanitari. Uno dei suoi primi lavori fu un’analisi del National Health Service della Gran Bretagna. Negli studi sui sistemi di assicurazione contro la disoccupazione, Feldstein fu tra i primi a evidenziarne gli effetti sugli incentivi a lavorare e risparmiare. Lo stesso fece nei suoi studi sulle distorsioni che la tassazione produce sugli investimenti e, ancora, sugli incentivi a lavorare, temi ai quali negli anni Sessanta gli scienziati delle finanze erano scarsamente interessati. E certamente erano poco attenti ad analizzarne gli effetti tramite analisi empiriche.

Il modello Nber

A mio parere, però, se Martin Feldstein occuperà un posto nella storia dell’economia del secolo scorso è per la rifondazione del National Bureau of Economic Research.
Nato negli anni Venti come istituzione pubblica (l’Nber è una fondazione cui partecipano le maggiori università americane) dedicata all’analisi empirica dei cicli economici, l’Nber aveva già raggiunto una reputazione eccellente quando, nel 1977, Feldstein ne fu nominato presidente. L’intuizione di Feldstein fu l’idea di creare una “rete” che facilitasse le collaborazioni e gli scambi di idee fra economisti in tutte le aree: non solo l’analisi del ciclo economico ma anche, appunto, la scienza delle finanze, gli studi di economia internazionale, gli strumenti econometrici e così via. Il primo passo fu la creazione, nell’estate del 1978, del Summer Institute. Quello del luglio 1978 era molto diverso dalla kermesse che ogni anno raccoglie sulle rive del Charles River migliaia di economisti e che nel tempo è diventato un luogo di incontro più importante delle stesse riunioni dell’American Economic Association.
Nel luglio del 1978, Feldstein raccolse una cinquantina di economisti che si impegnarono a rimanere nella Cambridge del Massachusetts tutto il mese. L’Nber forniva a tutti una casa e un ufficio: il mattino era dedicato ai seminari, i pomeriggi agli scambi di idee, in ufficio o correndo lungo le sponde del fiume. Nell’area dell’economia che meglio conosco partecipavano Rudiger Dornbusch, Bill Branson, Jerry Hausman, Stan Fischer, Rick Mishkin, Robert Lucas, Pentti Kouri e anche un giovane Mario Draghi, in quei mesi impegnato a trasformare un capitolo della sua tesi di dottorato (quello in cui aveva applicato la programmazione stocastica all’analisi del consumo) in un articolo da pubblicare. Negli stessi mesi Feldstein lanciò la serie degli Nber working paper, intesa a facilitare la disseminazione di risultati scientifici ventenni prima della diffusione di Internet. Con l’allungarsi dei tempi di referaggio e pubblicazione degli articoli, la serie divenne negli anni sempre più importante: proprio questa settimana è stato pubblicato il working paper numero 26 mila.
La nascita, a Londra, solo cinque anni dopo la rifondazione dell’Nber, del Centre for Economic Policy Research, che nei trent’anni successivi svolgerà in Europa un ruolo simile a quello dell’Nber negli Stati Uniti, fu chiaramente ispirata dal successo del “Bureau”, come ormai viene familiarmente chiamato l’Nber. Una nascita, quella del Cepr, favorita anche dall’amicizia fra lo stesso Feldstein e Richard Portes, due giovani americani che a metà degli anni Sessanta avevano deciso, sorprendentemente, di “snobbare” le università Ivy League e si erano recati a Oxford per svolgere il loro corso di PhD. Senza il successo e la competizione con il Bureau in Europa non avremmo il Cepr. E a Milano non avremmo l’Igier – Innocenzo Gasparini Institute for Economic Research, un centro di ricerca ospitato (e ampiamente finanziato) dall’università Bocconi, che trent’anni fa decollò grazie alla decisione di Feldstein e Portes di affiancare Nber e Cepr nella sua governance.

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Il Punto

Mar, 11/06/2019 - 11:51

Nell’ultimo anno lo spread tra i tassi sui titoli pubblici italiani e tedeschi è salito più di 100 punti base. Per ora famiglie e imprese – malgrado le perdite di valore dei loro portafogli – non ne hanno sentito gli effetti sul costo del denaro perché le banche, quando prestano, usano la liquidità immessa dalla Bce. Ma la tassa occulta c’è e verrà fuori. Peccato perché proprio adesso il sistema bancario tira un po’ il fiato dopo gli anni neri dei crediti inesigibili, come ha spiegato il governatore di Bankitalia Ignazio Visco. Per risolvere il problema servono operatori specializzati che si impegnino in una gestione attiva dei crediti, senza limitarsi al loro recupero. Due esperienze europee indicano come fare.
Concluso il secondo turno elettorale di una parte piccola ma significativa dei comuni italiani, vedremo se anche stavolta si è ripetuto il solito fenomeno: solo un quarto degli elettori utilizza l’opzione di voto con doppia preferenza differenziata per genere. Così le donne elette rimangono minoranza. Abbiamo invece dati freschi dell’Agcom (Autorità per le comunicazioni) sui tempi televisivi delle liste in corsa per il Parlamento Ue. Sorpresa: i due partiti di governo mostrano un indubbio vantaggio. E poi la legge sulla par condicio sta diventando un colabrodo nell’era dei social network.
I governatori che reclamano per le loro regioni il federalismo differenziato partono dal presupposto che oggi Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna siano penalizzate in termini pro capite nell’allocazione della spesa pubblica. Un’analisi accurata dell’universo dei dati regionali mostra che ciò non è poi così vero.

Pietro Ichino risponde ai commenti al suo articolo “La Cassazione e il Jobs act”.

Spargete lavoce: 5 per mille a lavoce.info
Destinate e fate destinare il 5 per mille dell’Irpef a questo sito in quanto “associazione di promozione sociale”: Associazione La Voce, Via Bellezza 15 – 20136 Milano, codice fiscale 97320670157. Grazie!

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Lo spread è una tassa occulta. Ma gli Italiani l’hanno capito?

Mar, 11/06/2019 - 11:48

Tutte le analisi economiche sostengono che un rialzo dello spread ha effetti estremamente negativi sulla crescita economica e sulla stabilità finanziaria di un paese. Eppure, gli italiani non sembrano preoccupati dal suo netto aumento nell’ultimo anno.

Effetti ritardati

Tutte le analisi economiche sostengono che un rialzo dello spread ha effetti estremamente negativi sia sulla crescita economica che sulla stabilità finanziaria di un paese. Eppure l’opinione pubblica italiana non pare per nulla preoccupata del fatto che, dall’insediamento del governo gialloverde, il differenziale tra i tassi dei titoli di stato italiani e quelli tedeschi sia quasi raddoppiato e oggi sia vicino a quello sui titoli greci.

Certamente, una possibile ragione della distonia sta nel fatto che gli effetti del più elevato spread si manifestano con un certo ritardo. Scrive a questo proposito il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nella Considerazioni finali alla Relazione annuale del 31 maggio: “Si stima che a parità di altre condizioni, e senza tenere conto degli effetti negativi sulla fiducia di famiglie e imprese, rendimenti delle obbligazioni pubbliche di 100 punti base più alti determinino una riduzione del prodotto dello 0,7 per cento nell’arco di tre anni”.

Tre anni sono un orizzonte economico, e soprattutto politico, forse troppo lungo per un’opinione pubblica abituata a ragionare in tempo reale.

Il conto dello spread per famiglie e banche

Tuttavia, al di là del ritardo con il quale certe variabili esercitano i loro effetti, esistono altre possibili ragioni per le quali famiglie e imprese, ma anche banche italiane, non percepiscono a pieno gli effetti negativi di un maggiore spread.

Cominciamo dalle famiglie. Da una parte, investono una quota rilevate dei loro risparmi direttamente o indirettamente (attraverso fondi, polizze vita e altro) in titoli pubblici italiani e sono pertanto ben contente che i Btp rendano il 2,5 per cento, invece dello scarno 0,05 per cento dei titoli tedeschi. Anche quando devono indebitarsi, ad esempio per comprare una casa, finora non hanno risentito degli effetti negativi dello spread. Infatti, le banche italiane, forti dell’abbondante liquidità fornita sinora dalla Banca centrale europea a tassi negativi, hanno potuto praticare tassi d’interesse molto bassi, spesso inferiori a quelli delle altre banche europee.

Anche le imprese italiane non hanno sinora sofferto molto dello spread poiché, in un sistema sostanzialmente bancocentrico, molto raramente sono andate sul mercato a raccogliere fondi emettendo obbligazioni; il più delle volte si sono rivolte al sistema bancario che, come per le famiglie, è stato finora in grado di fornirgli credito a tassi molto bassi, data l’abbondate provvista fornita dalla Bce.

Veniamo alle banche italiane. Da un lato, sono state straordinarie utilizzatrici dei fondi forniti dalla Bce, mentre fino a oggi sono riuscite a limitare la loro raccolta sul mercato, come invece hanno fatto gli altri istituti europei. Dall’altro, le banche italiane sono sempre state forti investitrici in titoli di stato italiani e quindi anch’esse hanno goduto degli alti tassi d’interesse. Certamente, un rialzo dello spread ha provocato una perdita in conto capitale (peraltro virtuale fino alla liquidazione delle posizioni) se i titoli sono stati contabilizzati nei portafogli di trading e quindi valorizzati al prezzo di mercato. Anche in questo caso, tuttavia, gli istituti italiani hanno trovato una soluzione spostando i titoli nei portafogli d’investimento, dove possono essere valorizzati in bilancio al valore d’acquisto, perché in linea di principio devono essere detenuti fino alla scadenza.

Rimane ovviamente lo stato italiano che ogni anno deve raccogliere sul mercato 400 miliardi (di cui 350 per il rinnovo del debito in scadenza e circa 50 per il nuovo deficit) a tassi ben più alti. Così il costo marginale del debito aumenta immediatamente, mentre quello medio molto più lentamente, dato che la vita media del debito pubblico italiano è di circa sette anni. Tuttavia, se lo spread rimane persistentemente più alto, diventa una tassa occulta pesantissima, che presto o tardi gli italiani dovranno pagare, ma di cui l’opinione pubblica ha una percezione molto affievolita.

Così, in definitiva, da un lato la struttura bancocentrica del paese e dall’altro le politiche accomodanti della Banca centrale hanno finora, per così dire, sedato gli operatori italiani.

Attenzione, tuttavia: il risveglio potrebbe essere improvviso e molto spiacevole.

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Crediti deteriorati: così la bad bank diventa “buona”

Mar, 11/06/2019 - 11:47

Per facilitare il definitivo superamento del problema dei crediti deteriorati servono operatori specializzati, che si impegnino in una gestione attiva, senza limitarsi alle sole procedure di recupero. Alcune esperienze europee possono essere d’esempio.

Alla ricerca di una soluzione definitiva

Nella Relazione annuale di fine maggio il governatore della Banca d’Italia ha dato la buona notizia di un miglioramento del tasso di deterioramento dei crediti. Le sofferenze sono calate e oggi a far la parte da protagonista sono le esposizioni verso imprese in situazione di temporanea difficoltà. L’indicazione è quella di valorizzare ulteriormente il ricorso a operatori specializzati, per favorire il più possibile il rientro in bonis dei prenditori.

Anche nel Piano nazionale delle riforme, allegato al Documento di economia e finanza 2019 il governo si è impegnato a mettere in campo “un piano che faciliti lo smaltimento dei crediti deteriorati ma non ancora in sofferenza (pagina 7)”.

Gli interventi auspicati potrebbero portare entro il 2026 alla cancellazione di tutti i crediti deteriorati iscritti nei bilanci a marzo 2018, come previsto dall’Addendum alle linee guida della Banca centrale europea sui non performing loans.

Fermo restando un recupero attraverso le procedure ordinarie – il governatore ha fatto un rapido accenno ai possibili effetti, in realtà ancora tutti da verificare, della nuova disciplina sulla crisi d ‘impresa -, bisogna chiedersi se sia possibile liberare rapidamente le banche dai crediti deteriorati, senza svalutarli significativamente rispetto al valore netto al quale sono ora iscritti a bilancio.

L’obiettivo potrebbe essere raggiunto tramite l’intervento di Sga (Società gestione di attività), costituita come bad bank del Banco di Napoli e ora di proprietà del ministero dell’Economia e delle Finanze (nei mesi scorsi lo stesso ministero sembra aver ipotizzato la possibilità di utilizzarla) o di una nuova società. Le banche, tramite un meccanismo volontario, potrebbero decidere di trasferire sia le sofferenze che i crediti classificati come probabili inadempienze, individuati congiuntamente con la bad bank.

Il prezzo da pagare alla banca potrebbe essere pari, o il più vicino possibile, al valore netto iscritto a bilancio. I finanziamenti necessari potrebbero provenire da obbligazioni senior e subordinate. L’ammontare delle prime potrebbe essere pari al prezzo che la banca avrebbe incassato cedendo al mercato gli Npl. Da un’indagine della Banca d’Italia è risultato che, per le vendite effettuate nel 2016, il prezzo è ammontato al 17 per cento dell’importo lordo della sofferenza. Per facilitare il loro collocamento sul mercato, le obbligazioni senior potrebbero usufruire della garanzia dello stato (dovrebbe essere un punto di negoziazione con le autorità europee). Le obbligazioni subordinate dovrebbero essere sottoscritte dalle banche per un importo pari alla differenza tra il valore di cessione alla bad bank degli Npl e l’ammontare delle obbligazioni senior assistite da garanzia.

Una bad bank “buona”

Poiché la possibilità di ottenere il rimborso delle obbligazioni dipende dei ricavi della bad bank, questa deve avere la possibilità di procedere a una gestione attiva dei crediti acquisiti, senza limitarsi al recupero attraverso le procedure ordinarie in sostituzione delle banche che li hanno ceduti. Dovrebbe esserle permesso di promuovere una certa gamma di servizi e iniziative. Per esempio, dovrebbe disporre con elasticità dei collaterali dati a garanzia dei crediti; contribuire a risolvere le difficoltà economiche che hanno generato le morosità; sostenere la gestione del l’impresa debitrice e così via.

Nel panorama europeo delle società veicolo costituite per la gestione attiva dei crediti non più in bonis vi sono diverse esperienze meritevoli di attenzione. Gli esempi più recenti sono quelli della spagnola Sareb e dell’irlandese Nama. Pur con specifiche caratteristiche, le due bad bank gestiscono la valorizzazione dei loro attivi adottando strategie con molti punti in comune. In entrambi i casi, il ricorso alle procedure giudiziarie di recupero dei crediti applicate nei rispettivi paesi è affiancato dal l’attivazione di iniziative negoziali con i debitori che porta le bad bank a sostenere, o anche a intraprendere, iniziative imprenditoriali e a svolgere perfino funzioni tipiche delle banche. Rinviando alle singole schede (qui Sareb e qui Nama) per i dettagli sulle due società, qui è sufficiente richiamare che Nama, nella gestione dei suoi attivi, realizza iniziative del tutto simili a quelle di un operatore immobili

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Doppia preferenza, questa sconosciuta

Mar, 11/06/2019 - 11:46

Il sistema della doppia preferenza di genere è in vigore dal 2013 con l’obiettivo di aumentare la rappresentanza delle donne in politica. Ha avuto effetti promettenti, ma la usano in pochi. Perché solo la metà dei votanti sa di avere questa possibilità.

Le promesse della doppia preferenza

Storicamente, in Italia la partecipazione delle donne in politica è sempre stata scarsa: per esempio, ancora sette anni fa, nel 2012, occupavano in media solo due posti su dieci nei consigli comunali.

Dopo vari tentativi istituzionali per incoraggiare la partecipazione femminile in politica, nel 2013 il governo italiano ha introdotto nei comuni con più di 5 mila abitanti un sistema innovativo: la doppia preferenza di genere.

Il sistema offre la possibilità agli elettori di indicare un massimo di due preferenze per le elezioni dei consiglieri comunali, a condizione che la scelta ricada su due candidati di genere diverso. Il vantaggio della misura sta soprattutto nella libertà che lascia agli elettori. Teoricamente, utilizzando i due voti, l’elettore può esprimere anche la sua preferenza per la diversità di genere in consiglio.

Ciononostante, i dati disponibili suggeriscono che solo una minoranza di votanti fa uso del secondo voto. Uno studio di Audinga Baltrunaite, Alessandra Casarico, Paola Profeta e Giulia Savio confronta l’uso del voto di preferenza nei comuni con appena più di 5 mila abitanti (massimo due voti di preferenza) con i comuni appena sotto la soglia, dove si può esprimere al massimo un voto di preferenza. Il numero medio di voti di preferenza per votante sopra la soglia è 0,9, mentre sotto la soglia solo sette votanti su dieci utilizzano una preferenza. Se il numero di voti con una singola preferenza è rimasto stabile, un incremento dello 0,2 preferenze per votante significa che solo un quinto dei votanti ha utilizzato la seconda preferenza.

Non sono solo i votanti dei piccoli comuni che rinunciano al secondo voto. La nostra analisi dei dati amministrativi dei 36 principali capoluoghi italiani mostra che il numero di voti di preferenza per votante è salito da 0,58 a 0,77, confermando che solo una frazione degli elettori li utilizza entrambi.

La mancanza di informazione

Per comprendere meglio l’uso dei voti di preferenza, abbiamo effettuato un’indagine dopo le elezioni del 10 giugno 2018 in 98 comuni con più di 5 mila abitanti (Nudging voters to choose women). Dei 702 partecipanti, solo il 22 per cento ha utilizzato due preferenze, mentre il 50 per cento ne ha utilizzata soltanto una.

Lo scarso uso del secondo voto non sembra essere legato a questioni ideologiche: il 70 per cento dei partecipanti all’indagine dichiara di pensare che la parità di genere in consiglio sia importante o molto importante.

Il motivo principale per cui non lo si usa è che gran parte degli elettori non sa di avere questa possibilità. Infatti, il 49 per cento dei partecipanti alla nostra indagine pensa di poter indicare una sola preferenza nel proprio comune.

Una delle possibili cause della confusione può essere la configurazione della scheda elettorale. Come si evince dal grafico 1, non è quasi cambiata rispetto a quella che si utilizzava prima del 2013. Nella maggior parte dei comuni, l’unica differenza tra la vecchia e la nuova scheda elettorale è stata l’inclusione di una seconda riga. Non sorprende quindi che molti votanti siano ancora confusi.

Grafico 1 – La scheda elettorale prima della riforma (sinistra) e la scheda elettorale nei comuni dove si usa la doppia preferenza (destra)

Se una buona parte dei votanti ignora una politica già attiva da sei anni, sarebbe importante adottare misure che migliorino la consapevolezza dell’elettorato. Oltre alle campagne informative istituzionali, un metodo semplice e potenzialmente efficace per far conoscere la possibilità di usare il secondo voto di preferenza è quello di cambiare la configurazione della scheda elettorale. Si potrebbero aggiungere istruzioni sul metodo di voto, come si fa in altri paesi (ad esempio, in Spagna), o chiarire in altro modo l’opzione di scegliere due candidati. La Sicilia, per esempio, ha scelto una scheda con due numeri di fianco alle righe per i voti di preferenza.

Grafico 2 – La scheda elettorale in Sicilia

Forse anche per questo gli elettori siciliani sembrano conoscere meglio il nuovo sistema: secondo la nostra indagine, il 58 per cento dei votanti siciliani (N=213) sa di poter utilizzare il secondo voto, contro il 45 per cento nelle altre regioni.

Sebbene siano pochi, gli utilizzatori di entrambi i voti di preferenza hanno inciso molto sulla composizione di genere dei consigli. Come si osserva dal grafico 3, nei comuni dove la politica è stata introdotta, la r

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Elezioni europee: la par condicio ai tempi dei social

Mar, 11/06/2019 - 11:46

I dati Agcom mostrano che i partiti al governo godono di maggiori tempi di parola nei Tg e trasmissioni delle principali reti televisive. La par condicio promuove parità tra le forze politiche, ma il suo compito è sempre più difficile in un mondo dove la politica si fa sui social network.

La par condicio

Sono trascorse due settimane dalle elezioni europee che hanno decretato l’affermazione della Lega come primo partito italiano ed è un buon momento per guardarsi indietro. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha infatti appena pubblicato gli ultimi dati utili per valutare la parità di accesso al mezzo televisivo durante la campagna elettorale. Come è noto, i media tradizionali sono sottoposti alla legge 28 del 2000 in tema di comunicazione e propaganda politica, la cosiddetta par condicio. In ogni tornata elettorale, la commissione di Vigilanza sulla Rai e l’Agcom realizzano un apposito regolamento che distingue comunicazione politica e informazione: al di fuori di queste due tipologie, è vietato ospitare candidati o esponenti politici e trattare temi politico-elettorali. Inoltre, nel periodo che intercorre tra la data di presentazione delle candidature e quella di chiusura delle campagne elettorali, ciascuna emittente televisiva è tenuta a ripartire lo spazio dedicato alla comunicazione politica con criterio paritario tra tutti i soggetti coinvolti. Vediamo dunque se la tornata elettorale appena conclusa si è svolta nel rispetto del pluralismo politico in televisione.

La presenza dei partiti

Le rilevazioni dell’Agcom catalogano le apparizioni di soggetti politici e istituzionali sia nelle edizioni dei telegiornali Rai, Mediaset, La7 e Sky, sia nei programmi “extra-Tg” delle varie testate, ossia le trasmissioni di approfondimento politico. Nello specifico, l’indicatore che qui consideriamo è il “tempo di parola” – che indica il tempo in cui il soggetto politico o istituzionale parla direttamente – nelle quattro settimane che hanno preceduto le elezioni europee.

La figura 1 mostra il tempo di parola dei partiti politici rispettivamente nei telegiornali Rai, Mediaset e La7.

Figura 1

Come si evince dal grafico, in casa Rai il Movimento 5 Stelle fa da padrone, con una media di tempo di parola tra le varie testate che sfiora quasi sempre il 30 per cento. Seguono Lega e Partito Democratico, con medie di poco al di sotto del 20 per cento. Da rilevare che nello spazio dedicato a Movimento 5 Stelle e Lega si contano anche le occasioni in cui gli esponenti dei due partiti intervengono in qualità di soggetti istituzionali e non politici, quindi come governo. La sovraesposizione del Movimento 5 Stelle rispetto alla Lega potrebbe essere la conseguenza del monito che Agcom ha diramato a inizio maggio, quando l’autorità evidenziava invece una esposizione eccessiva della Lega, unitamente a una presenza elevata del governo, nei notiziari diffusi da Rai 1, Rai 2, La7 e anche SkyTg24.

Nei telegiornali Mediaset si racconta una storia diversa, con Forza Italia che viaggia dal 21 al 29 per cento e tendenze invece decrescenti per i partiti di governo, che comunque non toccano mai il 20 per cento. Addirittura, la Lega di Salvini chiude la campagna elettorale con una media sotto il 10 per cento nell’ultima settimana.

Sul Tg La7 leghisti e pentastellati toccano l’apice del tempo di parola, il 41 per cento una settimana prima della chiamata alle urne. Molto più modesta la presenza di Forza Italia e Partito Democratico.

In generale, la presenza del governo nei telegiornali è massiccia. A marzo il Sole 24 Ore osservava come nessuno dei governi, negli ultimi anni, abbia trovato tanto spazio nei Tg del servizio pubblico quanto l’attuale. Ogni volta che un soggetto politico o istituzionale è comparso a parlare direttamente in video nei notiziari Rai, durante i primi sei mesi dell’attuale esecutivo, circa una volta su tre si è trattato proprio di un membro dell’esecutivo. Contro valori del 20 per cento del governo Renzi, simili o leggermente inferiori per i governi Letta e Monti, più vicini ma comunque inferiori rispetto all’ultimo esecutivo Berlusconi nel 2008.

Nella figura 2 si osserva invece il tempo di parola dei partiti nei programmi di approfondimento afferenti alle testate giornalistiche, sempre nelle quattro settimane precedenti al 26 maggio.

Figura 2

Il quadro che emerge non è così dissimile dal precedente. Il Movimento 5 Stelle si mantiene su valori alti di esposizione in tutte le emittenti (non a caso il vicepremier Luigi Di Maio è stato ospite di trasmissioni televisive 19 volte nelle ultime due settimane di campagna elettorale). La Lega resta quasi sempre sotto, eccetto negli ultimissimi gio

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Facciamo i conti giusti sul federalismo differenziato

Mar, 11/06/2019 - 11:46

Davvero le regioni del Nord sono penalizzate rispetto a quelle del Sud nella ripartizione della spesa pubblica? Dipende dai dati che si usano e dalla definizione di settore pubblico. E non può essere la ragione per le richieste di maggiore autonomia.

Le risorse: il vero tema dell’autonomia differenziata

La concessione delle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia previste dall’articolo 116, comma 3 della Costituzione è entrata come questione prioritaria nel contratto di governo tra Lega e Movimento 5 stelle del giugno 2018. L’attuazione dell’autonomia differenziata di Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto era così diventata un treno in corsa, che a lungo è sembrato difficile fermare, per poi finire sul binario morto dei contrasti interni alla maggioranza. Ora però è probabile che, tra gli strappi della Lega e le frenate del M5s, nelle prossime settimane le intese arrivino in Parlamento.

L’attuazione del federalismo differenziato ha fatto discutere per diversi motivi: la segretezza degli incontri tra i rappresentanti delle regioni che la richiedevano e il governo; il ruolo di marginalità nel quale si intende lasciare il Parlamento su un tema di vitale importanza per l’unità nazionale; le carenze nella dimostrazione della relazione tra decentramento delle funzioni alle regioni e guadagno di efficienza.

Lo spettro delle criticità che hanno visto confrontarsi visioni diverse è ampio, ma l’elemento più ricorrente nel dibattito resta quello delle risorse (si vedano i contributi apparsi su lavoce.info). Non è un tema nuovo. Da quando la questione settentrionale ha fatto ingresso sulla scena, i governatori delle regioni del Nord, Veneto e Lombardia in testa, hanno fatto proprie le istanze della presunta ingiustizia fiscale sofferta dai contribuenti settentrionali. Oggi, sotto nuove forme, sono ancora le richieste di più risorse a motivare le proposte di maggiore autonomia delle regioni del Nord. Ma è davvero troppo bassa la spesa pubblica della quale beneficia il Nord rispetto alle regioni del Sud?

I dati sulla spesa pubblica regionalizzata

Sul sito del dipartimento per gli Affari regionali sono stati resi noti i testi delle “parti generali” delle intese fin qui concordate tra il governo e le tre regioni richiedenti. Sono stati pubblicati anche i dati sulla spesa pubblica regionalizzata di fonte Ragioneria generale dello stato discussi di recente da Paolo Balduzzi su lavoce.info.

In base a questi dati, Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia si collocano ai livelli più bassi per spesa pubblica pro capite (figura 1). Un’evidenza che dimostrerebbe l’eccesso di spesa pubblica al Sud, motivando il diritto alla restituzione delle regioni forti del paese. Ma come viene discusso in una recente nota della Svimez (in corso di pubblicazione nella Rivista economica del Mezzogiorno) questi dati forniscono un’informazione parziale dell’effettivo livello di spesa pubblica nelle regioni italiane.

Per due motivi. Il primo motivo è che la Ragioneria regionalizza circa il 43 per cento della spesa dello stato. Per avere un’idea della parzialità dei dati, basti pensare, ad esempio, che viene regionalizzato solo il 5 per cento della spesa statale in diritti sociali, politiche sociali e famiglie, un comparto cruciale nelle richieste di autonomia e di particolare rilevanza per la coesione nazionale.

Il secondo motivo è che i servizi pubblici non vengono finanziati solo dallo stato. Ad occuparsene è l’operatore pubblico nelle sue diverse articolazioni, il settore pubblico allargato (Spa), definito dall’insieme dei diversi livelli di governo della Pa (stato e altre amministrazioni centrali, amministrazioni regionali e amministrazioni locali) e dalle imprese pubbliche nazionali e locali.

Il sistema dei conti pubblici territoriali (Cpt), la fonte ufficiale più completa in materia di flussi finanziari pubblici regionalizzati, permette di superare entrambi questi limiti. I Cpt misurano, a livello regionale, i flussi di spesa dei diversi livelli di governo della Pa e degli enti appartenenti alla componente allargata del settore pubblico. A differenza della Ragioneria, i Cpt regionalizzano la quasi totalità della spesa dello stato e quantificano il conto consolidato dei flussi di spesa della Pa e del settore pubblico allargato, fornendo in tal modo un quadro esaustivo della distribuzione della spesa dell’operatore pubblico tra regioni.

E la graduatoria esposta nella figura 1 cambia radicalmente impiegando i dati di fonte Cpt. Rimandando alla nota della Svimez per maggiori dettagli, basta qui osservare come man mano che il perimetro dell’operatore pubblico si amplia dallo stato di font

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Il dibattito tra i giuslavoristi sulla job property

Mar, 11/06/2019 - 11:45

La tripartizione delle norme del diritto privato

Tra i commenti al mio articolo su La Cassazione e il Jobs act, richiede una risposta quello di Massimiliano D., il quale richiama un’obiezione rivoltami sette anni fa da un collega giuslavorista (Luca Nogler, sul Giornale di diritto del lavoro e delle relazioni industriali, 2012, pp. 661-688) sul concetto giuridico di job property: un’obiezione che riemerge spesso nel dibattito sulla riforma dei licenziamenti attuata in Italia tra il 2012 e il 2015.

Per comprendere la questione occorre avere presente la tripartizione delle norme giuridiche, proposta mezzo secolo fa da Guido Calabresi e Douglas Melamed, fra inalienability, property e liability rules, che oggi è universalmente riconosciuta come uno dei pilastri della teoria generale, oltre che dell’approccio di Law & Economics al diritto privato. Le norme del primo tipo istituiscono un diritto al quale non si può rinunciare in alcun modo: per esempio il diritto all’integrità del proprio corpo. Le property rules, invece, istituiscono un diritto del quale il titolare può disporre, fissandone liberamente il prezzo: per esempio un qualsiasi diritto di proprietà, oppure il diritto alla propria immagine, o il diritto al segreto industriale. Le liability rules, infine, sono quelle che consentono ad altri soggetti di sacrificare l’interesse del titolare del diritto, pagandogli un indennizzo di entità prestabilita: si pensi, per esempio, alla disposizione che consente di liberarsi da un obbligo pagando una penale.

Sulla base di questa tripartizione, fin dalla metà degli anni Novanta avevo sostenuto che la protezione della stabilità del posto di lavoro contenuta nell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori configurava sostanzialmente una property rule. Quella norma, infatti, istituiva un apparato sanzionatorio che poteva generare risarcimenti pressoché illimitati, in quanto proporzionati alla durata di un processo che poteva articolarsi in tre, cinque e persino sei o sette gradi. Osservavo, in proposito, che quei costi elevatissimi potevano derivare dal licenziamento anche nel caso in cui alla fine l’impresa risultasse vincente, se nel primo grado essa era risultata soccombente, stante la provvisoria esecutività della sentenza del primo giudice. Osservavo, infine, come la minaccia di costi elevatissimi anche per licenziamenti determinati da motivi assai ragionevoli derivasse dalla notevole frequenza di sentenze gravemente irragionevoli (come quelle citate nel mio articolo del mese scorso). Ho riproposto una rassegna dei casi di questo genere più clamorosi, ma niente affatto rari, nel primo capitolo de Il lavoro ritrovato (2015).

L’obiezione che travisa la tripartizione

A questa applicazione da me proposta della tripartizione di Calabresi e Malamed alla materia della disciplina dei licenziamenti è stata mossa un’obiezione che a me sembra travisare quella tripartizione. L’articolo 18 nella sua versione originaria – sostiene il giuslavorista Luca Nogler, nell’articolo ora citato da Massimiliano D. – non è altro che una garanzia di “esecuzione in forma specifica” dell’obbligazione del datore di lavoro, prevista dal Codice civile anche per numerosi altri casi di diritto di credito. Perché dunque parlare di property rule, e quindi di un regime di job property, quando invece si tratta di un apparato sanzionatorio sostanzialmente analogo a quello vigente per molti altri diritti di credito?

Il travisamento della tripartizione inalienability/property/liability, se non sono io a prendere un abbaglio, sta in questo: nella categoria delle property rules, come proposta da Calabresi e Malamed, rientrano non soltanto norme istitutive di diritti assoluti, e in particolare di diritti di proprietà, bensì anche norme mirate alla protezione di diritti di credito. In particolare, proprio le norme che prevedono l’“esecuzione in forma specifica” di una obbligazione attribuiscono al creditore il potere di stabilire liberamente il prezzo della rinuncia al proprio diritto: sono, cioè, secondo quella classificazione, property rules.

L’idea della job property, beninteso, non nasce con l’articolo 18 dello Statuto del 1970: prima ancora che l’effetto di una norma giuridica, la job property è il portato di una cultura del lavoro radicata nel nostro continente da almeno un secolo. L’articolo 18 non ne è stato certo la causa, quanto piuttosto una conseguenza. Il problema è come sostituire questa idea con quella di una sicurezza economica e professionale della persona che lavora costruita con materiali più adatti all’era della globalizzazione e della quarta rivoluzio

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Nama: il dopo-bolla in Irlanda

Lun, 10/06/2019 - 16:25

L’esperienza irlandese

Per salvare il sistema bancario dell’Irlanda dal dissesto finanziario conseguente allo scoppio della bolla che si era creata sul mercato immobiliare, nel 2009 il governo promosse la costituzione di una bad bank denominata National Asset Management Agency (Nama). L’attivo di Nama era costituito principalmente dai crediti deteriorati delle banche, che derivavano dalla mancata restituzione dei finanziamenti concessi nel settore immobiliare agli operatori economici e agli acquirenti degli immobili.

Gestione imprenditoriale

Il consiglio di amministrazione di Nama ha gestito il loro recupero con un’ottica imprenditoriale, dandosi un orizzonte pluriennale. La strategia di valorizzazione del patrimonio della bad bank si è concretizzata in una pluralità di attività, iniziative e comportamenti.

Un fattore particolarmente importante è il ruolo attribuito ai suoi debitori e il coinvolgimento degli operatori immobiliari nei suoi progetti. Questo consente a Nama di non affidarsi solo alle procedure esecutive per la vendita degli immobili, ma permette anche la prosecuzione delle attività delle imprese che non sono riuscite a restituire i finanziamenti ricevuti, per salvaguardare l’occupazione e, per quanto possibile, creare nuovi posti di lavoro.

In sostanza, Nama gestisce le singole situazioni in collaborazione con i debitori e con i curatori fallimentari delle imprese con l’obiettivo di contenerne il costo per tutti i soggetti coinvolti. Per questo, è autorizzata a svolgere attività analoghe a quelle di un operatore immobiliare che agisce sul mercato e anche a svolgere le funzioni di una banca “buona”. Direttamente o indirettamente, può finanziare perfino soggetti che sono già suoi debitori morosi. Per esempio, può decidere la concessione di un nuovo credito a un operatore o a un curatore fallimentare per consentirgli di completare la realizzazione di un immobile, se si valuta che la sua successiva vendita darà un ricavo sufficiente a saldare tutti i debiti.

La benedizione europea

L’attività, anche imprenditoriale, svolta da Nama sul mercato immobiliare e i finanziamenti a favore di beneficiari che individua discrezionalmente hanno spinto alcuni operatori a presentare un esposto alla Commissione europea ritenendo che essa operi in una condizione di vantaggio rispetto ai concorrenti. Secondo chi ha presentato il ricorso, Nama beneficerebbe di informazioni riservate, di relazioni privilegiate con le amministrazioni che rilasciano le licenze edilizie, di esenzioni fiscale, garanzie statali sui crediti (che perciò ottiene a tassi inferiori a quelli di mercato) e via di seguito. Gli effetti di queste condizioni di maggior favore sarebbero trasferiti agli operatori immobiliari che lavorano con la bad bank, con la concessione di nuovi crediti a bassi tassi di interesse senza sufficienti collaterali e con loan to value vicino al 100 per cento. Le argomentazioni con le quali lo stato irlandese ha rigettato tutte le accuse sono state accolte dalla Commissione europea. Con una decisione dell’inizio del 2018 ha stabilito che gli aiuti ricevuti dalla bad bank non sono illegittimi e che il sostegno dato agli operatori supportati da Nama non costituisce un aiuto di stato, dato che Nama “has acted as a private market operator would have done” (ha agito come avrebbe fatto un operatore di mercato privato).

I risultati

L’elasticità con la quale è stata amministrata Nama ha permesso di raggiungere importanti obiettivi sul versante finanziario e su quello fiscale, eliminando il rischio di far pagare ai contribuenti irlandesi il prezzo del salvataggio del sistema finanziario. Con tre anni di anticipo rispetto al termine del 2020 inizialmente concordato con la Commissione europea, è stato completato il rimborso delle obbligazioni senior di 30,2 miliardi di euro, garantite dallo stato, emesse per l’acquisto di crediti deteriorati. Entro il 2020 si prevede di rimborsare anche la residua somma di 1,6 miliardi di euro di obbligazioni subordinate e di riscattare le quote del capitale sociale della bad bank detenute dai suoi soci privati: Dopo di che, inizieranno a essere trasferiti all’erario i 3,5 miliardi di euro di profitti che si stima produrrà fino alla cessazione dell’attività.

Nama aveva acquisito 355 complessi residenziali ancora in costruzione come collaterale degli attivi; sarebbe stato molto difficile collocarli sul mercato senza completarli. Alla fine del 2017 solo cinque erano ancora nella condizione iniziale. Dal 2014 fino a marzo del 2018 è stata pianificata, completata o avviata la realizzazione di circa 19 mila abitazioni per il mercato, oltre a 2.500 allo

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