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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 1 ora 2 min fa

Il Punto

Ven, 12/10/2018 - 11:19

I numeri sui conti pubblici del governo non stanno in piedi, come osservato anche da Banca d’Italia e Ufficio parlamentare di bilancio. Troppo costosa la controriforma delle pensioni. Inverosimilmente ottimistiche le stime su crescita e inflazione. Come al solito andrà a finire che il debito non scenderà. Sul prelievo fiscale la rivoluzione è rinviata a data da destinarsi. Per ora, in continuità con il passato, la solita schizofrenia: si introducono strumenti utili – da tempo allo studio – come la trasmissione telematica dei corrispettivi e la lotteria fiscale ma arriva anche l’ennesimo condono. Intanto sembra tramontare “quota 100” per l’accesso alla pensione. Invece il governo sceglie di rilanciare la pensione d’anzianità facilitandone l’accesso dopo i 62 anni. Dimenticandosi dei privilegi che essa garantisce e dei maggiori costi addossati al sistema.
Da luoghi esotici il pentastellato Di Battista torna su un tema a lui caro: la Banca d’Italia è controllata dalle grandi banche private da cui non potrebbe essere indipendente. Non è così, come spiega il fact-checking de lavoce.info.
Se i conservatori inglesi sono divisi e litigano sulla Brexit, i laburisti non sono da meno. Nei congressi dei due partiti si va dai “brexiter” chiassosi come Boris Johnson all’ambiguo signor “Ni” Jeremy Corbyn. Mentre si fa strada l’idea di un accordo stile Norvegia con la Ue, apparentemente tabù per Theresa May.
Proprio mentre da Stoccolma si assegnava il Nobel a uno studioso del cambiamento climatico, l’Ipcc (organo intergovernativo che tiene traccia del progresso scientifico su questi temi) ha pubblicato un rapporto che discute in modo equilibrato i costi e i benefici di contenere il riscaldamento globale facendo salire la temperatura del pianeta entro la soglia di sicurezza di 1,5 gradi.

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Categorie: Informazione

Sul fisco tutto come prima

Ven, 12/10/2018 - 10:24

Sulle politiche fiscali la prima manovra del governo Conte rivela una sostanziale continuità con il passato. Non affronta i nodi strutturali del nostro sistema fiscale, mentre ignora del tutto i temi del futuro dei rapporti tra fisco e contribuente.

Continuità con il passato

A giudicare da quanto noto finora, sembra proprio che la prima manovra del governo Conte si caratterizzerà per una sostanziale continuità delle politiche di disegno (tax design, ovvero aliquote, scaglioni e così via) e di amministrazione (tax administration, ovvero applicazione e riscossione delle imposte) del fisco, che non affronterà i nodi strutturali del nostro sistema fiscale.

Le misure che dovrebbero rientrare nella manovra possono essere analizzate per comparti.

Nell’ambito della tassazione delle persone fisiche, è prevista l’estensione del regime forfetario introdotto nel 2014, a sua volta ispirato al regime dei minimi del 2007. Questo ampliamento viene a volte definito “flat tax”, ma dell’ambizioso – quanto discutibile – progetto dell’Istituto Bruno Leoni non ha nulla. Infatti, non è la struttura dell’Irpef a venire rivista – quantomeno per il 2019 – ma (sembra) solo uno dei requisiti di applicazione del regime previsto dall’articolo 1, commi da 54 a 89, della legge 190/2004 (ovvero la legge di stabilità per il 2015). Oggi possono accedere al regime gli imprenditori individuali, i lavoratori autonomi e professionisti che conseguono ricavi o compensi non superiori a un importo che varia, a seconda del settore, tra i 15 e i 40mila euro annui. Per tutti (o per alcuni?) questi settori la soglia massima dovrebbe essere portata a 65mila euro, mentre non dovrebbero intervenire cambiamenti sugli altri requisiti, ovvero il limite massimo alle spese per lavoro dipendente (5mila euro) e il costo storico dei beni strumentali (20mila euro). Il vantaggio principale per chi aderirà al regime è l’applicazione dell’imposta sostitutiva del 15 per cento sul reddito determinato forfetariamente applicando al fatturato un coefficiente di redditività. Inoltre, dovrebbero essere confermati l’esonero dall’applicazione della ritenuta d’acconto, dalla tenuta e registrazione delle scritture contabili e dagli studi di settore (e presumibilmente anche dagli indicatori di affidabilità).

Le criticità principali di questo regime sono il fatto che contribuisce all’ulteriore erosione della base imponibile dell’Irpef, ormai sempre più un’imposta solo sul reddito da lavoro dipendente, e al sottodimensionamento delle attività economiche.

Per le società di capitali, dovrebbe essere abolito l’Ace (aiuto alla crescita economica), che consentiva una deduzione dal reddito imponibile correlata all’aumento di capitale investito, e l’Iri, che consentiva alle società di persone la tassazione al 24 per cento degli utili trattenuti, per introdurre (pare per tutte le società) una riduzione  di aliquota (al 15 per cento anch’essa, sembra) sugli utili reinvestiti nel capitale. Tuttavia, l’intervento sembra limitato a quella parte di utili impiegata per l’acquisto di beni strumentali e all’incremento del costo del lavoro dovuto a nuova occupazione; pare che questi maggiori costi risulteranno deducibili anche se finanziati a debito. Non è chiaro se la misura avrà carattere temporaneo o strutturale, ma ciò che è certo – e anche questa, purtroppo, non è una novità- è che le imprese si troveranno a affrontare l’ennesimo cambiamento di regole in corsa quando è noto che, specie per quelle che investono molto, la stabilità e la certezza del quadro regolativo è financo più importante dei livelli di aliquota. La misura sembra quindi collocarsi tra una riedizione “ristretta” dell’Ace, nel frattempo abolita, e una riproposizione dei crediti di imposta agli investimenti e all’occupazione più volte adottati, con effetti perlomeno dubbi, negli ultimi anni.

Sull’Iva si procede esattamente come in passato, sterilizzando gli aumenti previsti per l’anno prossimo e lasciando inalterati gli incrementi di aliquote per il 2020 e il 2021. Non vi è alcuna revisione strutturale delle aliquote e dei beni tassabili che pure sarebbe suggerita da considerazioni di efficienza nel disegno e nell’amministrazione dell’imposta, che continua a risultare evasa in misura massiccia nel nostro paese.

Sempre in tema di tassazione dei consumi, la Nota di aggiornamento al Def fa riferimento a una riforma delle imposte ambientali non meglio precisata, e quindi non commentabile, ma che sembra avere una finalità di mero incremento di gettito.

Contrasto all’evasione

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Pensioni: la rotta è un’altra

Ven, 12/10/2018 - 10:23

La sostenibilità sociale della transizione verso il sistema contributivo richiede che le regole d’uscita siano uniformate estendendo ai lavoratori “misti” la flessibilità che la riforma Fornero riserva ai “contributivi puri”. Purtroppo, non è questa la strada imboccata dal governo.

La manovra

A chi gli chiese un parere su quel “vestito d’Arlecchino” che è sempre stato il sistema pensionistico italiano, Peter Diamond replicò che i ponti devono progettarli gli ingegneri. Le cronache autorizzano a dubitare che la condizione sia sufficiente, ma nessuno vorrà negare che è almeno necessaria. Di ingegneri al lavoro sulle pensioni se ne vedono pochi. Anzi, la legislazione procede a tentoni sfornando interventi disordinati, perlopiù dimentichi della scelta contributiva compiuta 23 anni fa.

La “quota 100”, con cui il governo Conte voleva superare lo “scalone Fornero”, non era meno sbagliata della “quota 95” con cui il governo Prodi superò lo “scalone Maroni”. Infatti, la sostituzione uno‑contro‑uno che le quote ammettono fra età e anzianità contributiva (un anno in più dell’una compensa uno in meno dell’altra) è priva di fondamento ed estranea alla “filosofia contributiva” basata sulla libera scelta dell’età entro una fascia condivisa da tutti i lavoratori. Le età della fascia sono indifferenti perché un coefficiente di trasformazione inferiore è incaricato di compensare la superiore durata della pensione spettante a chi sceglie un’età più giovane. La restituzione dei contributi versati è comunque garantita.

Benché il governo resti affezionato al nome, il posto della quota 100 è stato ormai preso da un intervento sulla pensione d’anzianità, dopo il quale sarà possibile accedervi con uno dei seguenti requisiti contributivi: 1) 41 anni per i lavoratori “precoci”; 2) 42 e 3 mesi per le donne; 3) 43 e 3 mesi per gli uomini; 4) 38 per gli ultra 62enni.

Sebbene più articolata d’una volta, la pensione d’anzianità continua a premiare i lavoratori che hanno alle spalle carriere senza ritardi, buchi o lavoro nero, riservando loro più annualità di quelle dovute a chi deve aspettare l’età di vecchiaia. Ciò spiega perché i loro contributi ricevono rendimenti impliciti superiori, che pregiudicano la parità di trattamento e l’equilibrio finanziario del sistema a ripartizione. Iniqua e insostenibile adesso, la pensione d’anzianità diventerà inutile dopo l’avvento del sistema contributivo, quando cesserà d’essere un premio e, per averla, bisognerà “acquistarla” al prezzo di coefficienti di trasformazione più piccoli.

La flessibilità che occorre

Va dato atto che il pensionamento flessibile è necessario, ma con modi e per scopi del tutto diversi da quelli immaginati dal governo. Per spiegarli, occorre prima ricordare che ai “contributivi puri”, cioè i lavoratori assunti dopo il 1995, la riforma Fornero ebbe il merito di restituire la flessibilità originariamente prevista dalla riforma Dini (57‑65 anni d’età) e poi smarrita nel labirinto dei successivi provvedimenti. Tenuto conto dei progressi compiuti dalla longevità nel frattempo, la scelta ricadde sulla fascia d’età compresa fra il limite inferiore di 63 anni e quello superiore di 66, che, in forza di ulteriori progressi, diventeranno 64 e 67 dal prossimo gennaio. La flessibilità fu negata ai lavoratori assunti entro il 1995, tutti “misti” dal 2012, per i quali furono disegnati percorsi (distinti per categoria e genere) convergenti a un’età pensionabile unica di 67 anni nel 2019.

Fino a oggi, tale disparità è rimasta sulla carta per via della distanza che ancora separa i contributivi puri dalla pensione, ma in breve tempo comincerà a stridere il confronto fra chi può uscire a 64 anni, avendo cominciato a lavorare nel gennaio del 1996, e chi deve aspettarne 67 avendo cominciato il mese prima. Ai confronti di massa si arriverà negli ultimi anni trenta, quando a 64 anni d’età arriveranno le coorti che cominciarono a lavorare nel gennaio del 1996 a 20‑25 anni.

Non c’è altra via che estendere ai lavoratori misti il diritto di anticipare la pensione fino a 64 anni. Così facendo, l’Italia si unirebbe a tutti i paesi che hanno fatto la scelta contributiva, dove l’uniformità delle regole d’uscita è stata l’olio della transizione.

Come realizzarla

Nel lungo termine, l’anticipo della componente contributiva è a costo zero in forza dell’indifferenza delle età sopra ricordata. Anche la componente retributiva può essere anticipata senza oneri con una tecnica molto semplice: basta ridurla della ste

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Verso la Brexit, tutti divisi e in ordine sparso

Ven, 12/10/2018 - 10:22

Si avvicina la data della Brexit, ma non l’accordo con l’Unione europea. La stagione dei congressi dei partiti ha ulteriormente spaccato il Regno Unito e i gruppi politici al loro interno. Ci sarà un nuovo referendum? Tutto dipende dai laburisti.

La stagione dei congressi

Ogni anno, le città della provincia inglese ospitano i congressi dei partiti politici. A turno Bournemouth, Brighton (dove nel 1984 l’Ira quasi riuscì nell’intento di assassinare Margaret Thatcher), Birmingham, Blackpool e altre città sono invase da orde di deputati, attivisti, cameramen e giornalisti. Il programma, rigidissimo, è controllato con mano di ferro dalle gerarchie dei partiti: dal podio ufficiale parlano solo ministri o ministri ombra, non l’opposizione interna, le mozioni su cui si vota tendono a essere sterili, approvate prima dalla leadership e in ogni caso non vincolanti. I media si sbizzarriscono in meticolose esegesi dei discorsi ufficiali (ha usato la parola “opportunità” diciassette volte, e “produttività” solo sei) e attente analisi della lunghezza degli applausi (Tizio è stato applaudito per tre minuti, mentre Caio per sette, e con i delegati in piedi). Ci sono poi raffiche di interviste, chi non ha accesso al podio ufficiale può mettersi in mostra agli incontri “paralleli”. Il feroce brexitista Boris Johnson, ministro degli Esteri fino alle dimissioni del mese scorso, ha utilizzato uno di questi incontri per lanciarsi in un attacco a Theresa May di ferocia inaudita, candidandosi così senza mezzi termini a sostituirla. Sembra però che sia riuscito solo ad alienarsi le simpatie dei molti attivisti, che per la loro età avanzata e il rispetto che nutrono per la tradizione e l’autorità sono profondamente ostili a ogni manifestazione di infedeltà al leader.

Mai dire “Norvegia”

Nella cacofonia di slogan e di frasi fatte, sembra però delinearsi un possibile esito della trattativa con l’Unione europea. In breve, la definirei NEIN: Norway Except In Name.

Sulla carta, la linea di Chequers, con la fumosa proposta di un mercato semi-comune, rimane la posizione ufficiale del governo, anche se madam May ha ammesso che sarà forse necessario fare ulteriori concessioni alla UE, vista la gelida ricezione che ha ricevuto in Europa (“non funzionerebbe”). Il modello norvegese è puro anatema per i brexitisti duri. Per un pro-europeo, la situazione è meno manichea: da un lato, se Brexit diventasse NEIN, ci sarebbero tutti gli obblighi dell’appartenenza senza alcun potere nella determinazione delle regole da seguire, ma dall’altro si eviterebbero molti dei danni economici della Brexit. Il governo rimane arrogante e intransigente e la parola “Norvegia” è rigorosamente vietata nel vocabolario ufficiale.

Impossibile prevedere i futuri sviluppi: May ha probabilmente rinunciato all’appoggio di Johnson, Jacob Rees-Mogg e la banda di brexitisti fanatici, e forse spera di sostituire i loro voti con quelli di un numero sufficiente di deputati laburisti, convinti europeisti, ma che si sentono costretti dal loro elettorato a non opporsi alla Brexit. In un articolo nell’Observer, giornale domenicale di sinistra, madam May condanna duramente Jeremy Corbyn e cerca di convincere gli elettori laburisti moderati, quelli che ammiravano Tony Blair e “New Labour”, a dare la fiducia – e il voto – al programma “centrista” del suo governo. Nel frattempo, con manovra diplomatica a tenaglia, il ministro dell’Industria, Sajid Javid, un astro nascente del partito, con un ovvio occhio alla futura leadership, ha dedicato parte del suo discorso al congresso a cercare una politica razionale verso l’immigrazione, migliorando le condizioni di chi è già nel paese e garantendo via libera ai lavoratori qualificati. Al tempo stesso ha teso la mano alla sua controparte laburista, Diane Abbott, lei stessa migrante di colore di umili origini.

Divisioni in parlamento

Il congresso dei laburisti, qualche giorno prima dei tory, ha vissuto giornate di caos e contraddizioni: un giorno il ministro ombra dell’Economia, John MacDonnell, ha dichiarato che la leadership accetterà il voto del congresso sulla richiesta di un nuovo referendum, ma che all’elettorato non verrà presentata l’opzione di votare affinché il paese resti nell’UE: la scelta sarebbe dunque tra la padella della proposta del governo e la brace dell’uscita senza un accordo. Il giorno dopo, Keir Starmer, ministro ombra per la Brexit, ha affermato l’esatto contrario, sostenendo che, in assenza di un accordo che contenga un’unione doganale, i laburisti chiederanno un voto popolare con la possibile scelta che il paese rimanga nella U

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Quanto costa evitare di riscaldare troppo la terra

Ven, 12/10/2018 - 09:00

Puntare a un riscaldamento del pianeta di “solo” 1,5 gradi permetterebbe di salvare una parte della barriera corallina e di contenere l’innalzamento dei mari. In termini economici il costo sarebbe altissimo. Ma forse lo sarebbero anche i benefici.

Un rapporto speciale

Curiosa e interessante la coincidenza per la quale il giorno precedente all’attribuzione del Nobel al primo economista del clima, William Nordhaus, l’Ipcc – organo tecnico intergovernativo incaricato di tenere conto dei progressi della scienza in tema di cambiamenti climatici – ha dato alle stampe il suo ultimo prodotto. Si tratta del rapporto speciale sul “Riscaldamento globale di 1,5°C”: è speciale perché non è parte della serie degli Assessment Reports – il prossimo uscirà nel 2022 – che all’incirca ogni cinque anni fanno il punto del nostro sapere sul tema dei cambiamenti del clima.

L’Ipcc produce occasionalmente rapporti di questo tipo, ma quello in questione è speciale anche per un’altra ragione: è il primo a essere stato esplicitamente “commissionato” dalle parti negoziali dell’Unfccc (la convenzione Onu sui cambiamenti climatici firmata a Rio nel 1992), come previsto e concordato nell’ambito di quel Talanoa dialogue che è stato la principale novità e il maggior risultato di Cop23/Bonn. Si tratta di un dialogo “facilitativo” che dovrebbe portare i paesi a rilanciare ed incrementare l’ambizione dei propri contributi determinati a livello nazionale (Ndc), che sono il nocciolo dell’Accordo di Parigi. Consiste in una fase preparatoria con apporti di diversi portatori di interesse, sia statali che non-statali, e basata per l’appunto anche sui contributi dell’appena pubblicato Special Report dell’Ipcc su 1,5°C. Questa fase è poi destinata a sfociare in quella politica della Cop24 di Katowice (Polonia), in calendario dal 3 al 14 dicembre prossimo.

Il carbon budget

Ma cosa dice il rapporto? Il concetto chiave da cui partire è carbon budget, concetto oggi molto in voga tra gli esperti. Immaginiamo di avere uno stock di emissioni che l’umanità può produrre a partire dalla rivoluzione industriale fino ad arrivare a un riscaldamento del pianeta di +1,5°C. Fino a oggi la temperatura è cresciuta di 1°C. Ai ritmi emissivi attuali quando avremo esaurito il carbon budget? Difficile dare un data precisa, ma è molto probabile che sarà già stato esaurito quando, nel 2023, il sesto Assessment Report “ordinario” vedrà la luce. A meno che…

Già oggi si vedono gli effetti dei cambiamenti del clima, soprattutto a danno delle popolazioni più vulnerabili: basti pensare alla maggiore gravità degli uragani e alla siccità, alla perdita di ghiaccio artico e alla riduzione della barriera corallina, alle ondate di calore, al calo della resa dei raccolti agricoli, all’innalzamento del livello del mare. Tutti fenomeni di cui noi, alle nostre latitudini, ci accorgiamo ancora in misura limitata. Il rapporto ci dice cosa succederebbe e cosa eviteremmo se riuscissimo a contenere l’aumento della temperatura. Per esempio, entro il 2100 l’innalzamento del livello del mare su scala globale sarebbe più basso di 10 cm con un +1,5°C rispetto a +2°C. Con +1,5°C la probabilità che il Mar Glaciale Artico rimanga in estate senza ghiaccio marino sarebbe una in un secolo, mentre sarebbe di almeno una ogni decennio con un riscaldamento globale di +2°C. Con un riscaldamento globale di +1,5°C, le barriere coralline diminuirebbero del 70-90 per cento, mentre con +2°C se ne perderebbe praticamente la totalità (più del 99 per cento). E via discorrendo.

Per ottenere o evitare tutto ciò, le emissioni di CO2 nette globali dovrebbero diminuire del 45 per cento entro il 2030, rispetto al 2010, e azzerarsi entro il 2050, anche con il ricorso a tecnologie di rimozione della CO2 esistente – essenzialmente forestazione massiccia e introduzione di tecniche che letteralmente risucchiano la CO2 dall’atmosfera. Uno sforzo immane, insomma, e con costi proibitivi.

Il co-presidente del terzo gruppo di lavoro dell’Ipcc ha dichiarato che “limitare il riscaldamento a 1,5°C è possibile per le leggi della chimica e della fisica, ma richiederebbe cambiamenti senza precedenti”. Soprattutto, forse, non è possibile per le leggi dell’economia e della politica. Un noto economista del clima, Richard Tol dell’Università del Sussex, molto rispettato e assai poco tenero con l’Ipcc e i risultati dei suoi Assessment Reports, dichiara che l’obiettivo +1,5°C non è semplicemente fattibile (not feasible). Il costo degli investimenti nel solo settore energetico sarebbe di 1,6-3,8 trilioni di dollari all’anno fi

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Per Di Battista Banca d’Italia non è più pubblica

Gio, 11/10/2018 - 15:30

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni di Alessandro Di Battista sulla governance di Banca d’Italia.

Come altre istituzioni dello stato e autorità di controllo, anche Banca d’Italia è stata chiamata in audizione parlamentare a esprimere il suo parere sulla Nota di aggiornamento al Def da poco rilasciata dal governo gialloverde. Dopo la sua bocciatura, si sono alzate le voci contro questo istituto (e non solo), tra chi invita Banca d’Italia a presentarsi alle elezioni e chi ne denuncia la mancanza di indipendenza. Tra questi ultimi c’è anche l’ex deputato del Movimento 5 stelle Alessandro Di Battista, il quale non è la prima volta che esprime perplessità sulla governance di Banca d’Italia e la necessità di una riforma. E lo ha fatto anche in questa occasione prima con un post sulla sua pagina Facebook e poi con una telefonata in diretta a DiMartedì (La7).

“La verità è che oggi, Bankitalia, è di fatto controllata dalle banche private che dovrebbe controllare e le banche private sono incazzate nere, non perché ci sarà deficit al 2,4 per cento, ma perché, per la prima volta, si distribuiscono risorse alla povera gente e non a loro.”

Di Battista da tempo sostiene che Banca d’Italia non possa essere indipendente in quanto è nelle mani delle stesse banche private che dovrebbe controllare, arrivando spesso a dire che “Banca d’Italia non è più una banca pubblica”. Ma è davvero così?

Di chi è la Banca d’Italia

La Banca d’Italia è la banca centrale italiana e fa parte dell’Eurosistema, ossia l’insieme delle banche centrali dei paesi dell’area euro. Le funzioni di questo istituto sono quelle di assicurare la stabilità dei prezzi e in generale la stabilità del sistema finanziario. È responsabile della produzione delle banconote in euro, in base alla quota definita nell’ambito dell’Eurosistema, e, come autorità di vigilanza, l’istituto controlla sulla gestione degli intermediari finanziari e l’osservanza delle disposizioni che disciplinano la materia da parte dei soggetti vigilati.

Sono tutti compiti di pubblico interesse, quindi in che senso Di Battista afferma che Bankitalia è controllata dalle banche private?

L’ex deputato pentastellato si riferisce con ogni probabilità alla composizione del capitale di Banca d’Italia, che effettivamente è detenuto quasi totalmente da istituti bancari, assicurazioni e casse previdenziali private. Intesa San Paolo e Unicredit sono, per esempio, i principali partecipanti al capitale e da soli ne detengono quasi un terzo (anche se per le quote superiori al 3 per cento non spettano diritti di voto e dividendi). L’unica rappresentanza pubblica nel capitale di Banca d’Italia è data da Inps e Inail, due istituti di previdenza pubblica che ne detengono il 3 per cento ognuno.

Potrebbe sembrare strano che un istituto pubblico sia posseduto da enti privati ma, come ricorda Mario Seminerio, si tratta di un’eredità del passato, poiché le stesse banche che detengono il capitale di Bankitalia discendono da istituti di credito che una volta erano pubblici.

Quindi è corretto dire che la proprietà formale sia in mano a privati, ma l’istituto opera nell’ambito del diritto pubblico. Infatti, il primo articolo del suo statuto stabilisce che “la Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico”. Oltretutto, la Corte di Cassazione ha ribadito in una sentenza del 2006 che la Banca d’Italia “non è una società per azioni di diritto privato bensì un istituto di diritto pubblico, secondo l’espressa indicazione dell’art. 20 del r.d. 12 marzo 1936, n. 375”, che stabiliva la trasformazione dell’istituto da società per azioni a istituto di diritto pubblico.

Inoltre, il secondo comma dello stesso articolo stabilisce che “nell’esercizio delle proprie funzioni e nella gestione delle proprie finanze, la Banca d’Italia e i componenti dei suoi organi operano con autonomia e indipendenza nel rispetto del principio di trasparenza, e non possono sollecitare o accettare istruzioni da altri soggetti pubblici e privati”.

Le banche private si controllano da sole?

Tutti i partecipanti al capitale di Banca d’Italia hanno un posto nell’assemblea dei partecipanti, che può riunirsi in via ordinaria o straordinaria. Tuttavia i poteri di questo organo sono limitati: le assemblee straordinarie deliberano sulle modificazioni dello statuto, mentre quelle ordinarie deliberano su ogni altra materia indicata dallo stesso.

Inoltre, l’articolo 6 dello statuto sta

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I validi motivi per bocciare i numeri del Def

Gio, 11/10/2018 - 11:46

Le bocciature delle cifre del governo da parte della Banca d’Italia e dell’Ufficio parlamentare di bilancio hanno una ragione d’essere. Nel Def hanno scritto una previsione di crescita troppo ottimista rispetto allo stesso quadro economico presentato nel documento. E quindi il debito non scenderà.

Una sequenza di bocciature per il governo

Hanno fatto discutere le bocciature inflitte ai numeri del governo dalla Banca d’Italia e dall’Ufficio parlamentare di bilancio in occasione delle loro consuete audizioni parlamentari. La Banca d’Italia – irritando il vice premier Luigi Di Maio e il presidente della commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi – questa volta ha puntato il dito sulle conseguenze sui conti pubblici delle modifiche alla legge Fornero. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha spiegato che le stime di crescita dell’esecutivo sono ottimistiche, il che ha spinto la capogruppo del M5s ad additare alla pubblica gogna dei social network i nomi dei componenti dell’Upb – nomi peraltro desumibili dal sito dell’Upb. Il rapporto tra tecnici e politica – sempre difficile – tocca nuovi minimi.

Nello stesso giorno sono anche arrivate le previsioni del Fondo monetario internazionale che hanno confermato un orizzonte di crescita rallentata per l’Italia per l’anno in corso (nel quale il Pil dovrebbe far segnare un +1,2 per cento rispetto al 2017, anziché il +1,4 previsto in precedenza) e anche per il 2019 quando la crescita dovrebbe assestarsi all’1 per cento, per poi calare gradualmente fino al +0,7 per cento del 2023. Dato il timing della pubblicazione dei dati, anche il parere del Fondo monetario è stato interpretato come un’altra bocciatura – proveniente da fuori dall’Italia – che si aggiungeva a quelle formulate da autorità italiane terze rispetto all’esecutivo.

Nel considerare questa sequenza di valutazioni negative c’è da fare qualche distinguo. La prima cosa da dire è che quella del Fondo monetario non è una bocciatura del governo. Come sempre, nel suo World economic outlook, il Fondo non è chiamato a valutare gli orientamenti che il governo italiano ha espresso nella Nota di aggiustamento al Def ora oggetto di animata discussione in Italia. L’organismo di Washington ha semplicemente aggiornato – con le informazioni disponibili al 18 settembre 2018 – le previsioni di routine che produce ogni tre mesi. Tali previsioni sono dotate di un ricco database nell’aprile e nell’ottobre di ogni anno, mentre gli aggiornamenti di gennaio e luglio – formulati per dare una cadenza trimestrale alle previsioni – sono invece più scarni. A contare sono i numeri complessivi contenuti nella tabella riassuntiva 1.1 (pagine 14 e 15 del rapporto). Le stime del Fondo (+1,2 per il 2018; +1,0 per il 2019; +0,9 per il 2020) indicano che l’Italia crescerà meno rispetto ai dati di aprile ma confermano le previsioni dello scorso luglio che a loro volta incorporavano informazioni disponibili alla metà di giugno. Quindi niente di nuovo da Washington. Il fatto che la crescita stia rallentando non è peraltro una novità di settembre ma risale già a qualche mese fa e non è nemmeno un dato esclusivo dell’Italia: il rallentamento si estende anche alla Germania e alla Francia che vedono la loro crescita attesa per il 2019 ridursi rispettivamente all’1,9 e all’1,6 per cento. Poiché usa informazioni disponibili al 18 settembre, il rapporto del Fondo monetario non incorpora le previsioni relative alle stime della Nota di aggiornamento approvata dall’esecutivo il 27 settembre e diffusa nei primi giorni di ottobre. E a maggior ragione non incorpora gli effetti della manovra che – ci sarebbe da dire – ancora non c’è (anche se da giorni si parla già dei suoi effetti).

L’ottimismo nelle stime del governo sulla crescita del Pil ….

Il dato più ottimistico rispetto a quello del Fondo di cui si discute in questi giorni è quello di inizio ottobre e incorpora due novità: le nuove stime sulle possibilità di crescita dell’economia italiana prima della legge di bilancio (il cosiddetto dato tendenziale) e le stime governative relative a come sarà la crescita dopo l’approvazione dei provvedimenti inseriti nella Legge di bilancio per il 2019, la cosiddetta “crescita programmatica”. La crescita tendenziale 2019 per il governo sarebbe del +0,9 per cento, mentre la crescita programmatica salirebbe – grazie a una legge di bilancio espansiva – al +1,5 per cento.

Le stime del governo sono sensate? No, non lo sono. Il governo esagera la crescita prevista per due ragioni. La prima è che la crescita tendenziale dello 0,9 per cento è ottimistica relativamente al qu

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Il Punto

Mar, 09/10/2018 - 12:08

La nota di aggiornamento al Def (Nadef) contiene maggior spesa pubblica per 40 miliardi. Sostenibile solo se associata a un’improbabile impennata del Pil. Che non ci sarà perché, con l’aumento dello spread, salirà il costo dell’emissione di obbligazioni per banche e imprese e la perdita di valore dei risparmi. La novità previdenziale della manovra è “quota 100”, cioè può andare in pensione a 62 anni chi ha un’anzianità contributiva di 38. Con sorpresina: pare che a 63 anni la quota diventi 101, a 64 102 e così via. Altrimenti, oltre ai 7 miliardi previsti, per finanziare il provvedimento servirebbe un aumento del cuneo fiscale. Proprio sull’impennata dello spread e sul suo possibile effetto sul costo dei mutui immobiliari discute la politica. Il fact-checking de lavoce.info spiega che stavolta la verità è nel mezzo: l’effetto zero sarà sui vecchi mutui mentre i nuovi ne risentiranno.
Quest’anno il premio Nobel per l’economia va a due studiosi dei fallimenti cui il mercato va incontro in tema di ambiente e di innovazione.William Nordhaus ha saputo quantificare i danni del cambiamento climatico e costruire modelli con codici aperti a tutti – ingegneri, fisici, scienziati del clima. Mentre Paul Romer ha capito per primo che innovazione e aumenti di produttività sono il risultato anche involontario di attività di ricerca e sviluppo che devono potersi svolgere in contesti diversi da quello concorrenziale.
Forti di un regime fiscale favorevole, compiono due anni i Pir (Piani individuali di risparmio) in gran parte investiti nel finanziamento di piccole imprese con buone prospettive di crescita (ma alto rischio). Il mercato li ha graditi – i fondi raccolti sono arrivati a 18 miliardi di euro – nonostante gli elevati costi di gestione.
Dopo l’affossamento del Nafta, il nuovo accordo Usa-Canada-Messico è un esempio di trattato commerciale nell’era del protezionismo trumpiano. Nessun riferimento formale al “free trade” ma nella sostanza molte regole riprese dal Nafta e dal Tpp. Persino qualche piccolo passo avanti. E parecchi indietro.

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Paul Romer: se l’idea non è astrazione

Mar, 09/10/2018 - 11:29

Paul Romer, Nobel 2018 per l’economia, ha cambiato il paradigma con cui veniva teorizzata la crescita. È anche grazie a lui che oggi il progresso tecnologico è considerato principale stimolo all’aumento della produttività e del benessere.

Gli economisti sanno da tempo che la crescita economica di lungo periodo è causata soprattutto da miglioramenti della produttività. La principale ragione per cui il mondo è molto più ricco oggi rispetto a 300 anni fa non è che ha più capitale o lavoratori meglio istruiti (nonostante questi fattori giochino un ruolo importante), ma che, grazie alle innovazioni tecnologiche, oggi possiamo produrre più beni e di migliore qualità con lo stesso ammontare di fattori produttivi. Come scrisse Paul Krugman: “La produttività non è tutto, ma, nel lungo periodo, è quasi tutto”.

Comunque, prima degli anni ’90, i modelli economici standard consideravano il progresso tecnologico e la crescita della produttività come esogeni, ossia non correlati al normale funzionamento del sistema economico. Questo implica assumere che la tecnologia si sviluppi indipendentemente dagli incentivi economici, magari grazie a imprevedibili intuizioni di qualche scienziato geniale. Il neo premio Nobel Paul Romer ha contribuito a cambiare questo paradigma sostenendo invece che i miglioramenti della produttività sono di natura endogena. E che sono il risultato degli investimenti di persone e imprese in ricerca e innovazione e che possono quindi essere studiati con gli strumenti standard dell’economia.

Romer non è stato il primo a introdurre quest’idea. Nel passato, vari economisti come Joseph Schumpeter, Zvi Griliches e Jacob Schmookler avevano già enfatizzato che le invenzioni e la diffusione di nuove tecnologie dipendessero da incentivi economici. Tuttavia, non avevano elaborato un modello matematico unico delle loro idee. Il contributo di Romer alla teoria economica è stato proprio questo: formalizzare alcune vecchie intuizioni e derivare nuove implicazioni.

Il contributo al concetto di idea

Il modello di Romer è uscito nel 1990 in un articolo intitolato “Endogenous Technological Change” pubblicato sul Journal of political economy. L’intuizione di fondo di questo articolo è che il progresso tecnologico, stimolato da idee su nuovi prodotti e processi di produzione, è profondamente diverso da molti altri beni che solitamente considerano gli economisti.

Infatti, la maggior parte dei beni possono essere considerati rivali: se una persona ne usufruisce, gli altri non ne possono usufruire allo stesso tempo, almeno non senza una riduzione della qualità o dell’utilità del bene. Per esempio, solo una persona alla volta può sedersi su una sedia, e un pezzo di pane può essere mangiato una sola volta. Le idee sono fortemente diverse dai beni tradizionali, perché non sono rivali e possono essere riutilizzate infinite volte senza alcun costo. Per esempio, se Carlo Cracco mette a punto una ricetta per un nuovo piatto di pasta, tutti gli altri cuochi potranno usarla per creare un piatto dalla stessa qualità e senza recare alcun danno alla ricetta originale.

Cosa cambia in economia

La natura non-rivale delle idee ha due importanti implicazioni. Prima di tutto, rende possibile la crescita dell’output senza aumentare i fattori di produzione necessari. Infatti, come ha scritto Chad Jones nel giorno del venticinquesimo anniversario del paper di Romer “le imprese non hanno bisogno di reinventare l’idea del computer ogni volta che viene costruita una fabbrica di computer. Lo stesso dettagliato set di istruzioni per l’assemblaggio di un computer può essere usato in ogni nuovo stabilimento perché è un bene non rivale. Se per gli input rivali (stabilimenti, lavoratori e materiali) i ritorni di scala sono costanti, l’insieme di input rivali e idee ha ritorni di scala crescenti: se raddoppi gli input rivali e la qualità o la quantità delle idee, la produzione totale aumenterà più che proporzionalmente”. Così, la natura non-rivale delle idee spiega come sia stato possibile l’enorme aumento dell’output pro-capite dopo la Rivoluzione industriale.

In secondo luogo, la natura non-rivale delle idee rende necessario far cadere l’assunzione della concorrenza perfetta, che è alla base di molti modelli economici standard. Infatti, sotto tale l’ipotesi, una volta che l’idea è stata lanciata sul mercato questa dovrebbe avere prezzo zero, pari al suo costo di riproduzione. Ma se così fosse, perché uno dovrebbe spendere tempo e denaro per sviluppare nuove idee? Per far fronte a questo problema, Romer ha proposto un modello di concorrenza imperfetta nel quale le imprese in

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C’è davvero un effetto spread sui mutui?

Mar, 09/10/2018 - 10:59

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni di Andrea Marcucci, senatore Pd, e Armando Siri, sottosegretario ai Trasporti della Lega, sulla relazione tra mutui e spread.

La relazione tra spread e mutui

L’invio della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza alle Camere non ha allentato la pressione sui titoli di Stato italiani, tutt’altro. E i costi che l’Italia deve affrontare per indebitarsi continuano a salire rispetto al resto d’Europa.

Con i mercati in subbuglio, molti cittadini si chiedono se l’estrema volatilità della differenza di rendimento tra Btp e Bund avrà un impatto sul costo dei mutui. Ne hanno discusso anche il capogruppo del Partito democratico al Senato, Andrea Marcucci, e il sottosegretario al ministero dei Trasporti, Armando Siri, in una puntata di Porta a Porta (Rai 1):

Armando Siri: “Lo spread – lo diciamo a chi ci segue da casa, se no si spaventa – con i mutui non c’entra assolutamente nulla, primo perché il 90 per cento dei mutui in Italia sono a tasso fisso; secondo perché i mutui sono collegati all’Euribor, non c’entra niente lo spread”.

Andrea Marcucci: “Non è vero che [lo spread] non tocca i mutui; non è vero, perché oggi che le banche italiane possiedono molti titoli di stato italiani, nel momento in cui vengono svalutati, perdono il rating, perdono forza, il loro denaro gli costerà di più e i mutui – certamente quelli fissi no, quelli variabili – costeranno di più. Ma soprattutto costeranno di più i nuovi mutui a tutti i cittadini, quelli che da oggi in poi vorranno comprare una casa”. 

La questione non è nuova, ma è lecito riproporla in una fase di evidente pressione nei confronti dei titoli italiani. Qual è quindi la relazione tra spread e mutui? La tensione finanziaria generata dalla sfiducia dei mercati verso la manovra del governo può far aumentare i tassi di interesse sulle rate del mutuo?

L’impatto sui mutui esistenti

Anzitutto, è essenziale distinguere tra mutui a tasso fisso e mutui a tasso variabile.

I mutui a tasso fisso già stipulati sono invulnerabili alle dinamiche dei tassi di interesse e dei mercati; in altre parole, l’ammontare della rata non subirà mai variazioni, indipendentemente da eventuali rialzi futuri dei tassi di interesse. È questo il motivo per cui il mutuo a tasso fisso costa sempre più del variabile: il sovrapprezzo copre una sorta di polizza assicurativa che consente al mutuatario di avere bloccata, fino alla scadenza, la rata stabilita nel giorno della stipula. Pertanto, l’andamento dello spread non ha alcun effetto sul costo dei mutui a tasso fisso.

Tuttavia, come evidenzia un recente articolo sul Sole-24Ore, i tassi sui nuovi mutui a tasso fisso stanno iniziando a salire, dopo una lunga stagione di continui ribassi. I rincari non sono però da imputare all’aumento dello spread tra Btp e Bund, bensì all’aumento dell’Irs, ossia il tasso di interesse interbancario al quale sono indicizzati questi mutui. Un aumento che non ha niente a che fare con la situazione italiana.

Veniamo ai mutui a tasso variabile. Per definizione, hanno una componente di imprevedibilità: le rate dei mutui variabili sono infatti agganciate alle oscillazioni e all’andamento degli indici Euribor (il tasso di interesse medio delle transazioni finanziarie in euro tra le principali banche europee) e per una quota residuale al tasso Bce. Come fa notare un altro articolo del Sole-24Ore, gli indici Euribor – tanto quello a un mese quanto quello a tre mesi, le due principali scadenze utilizzate dalle banche per calcolare la rata dei mutui indicizzati – sono fermi da tempo su valori negativi. In particolare, i valori attuali Euribor sono gli stessi di quelli di inizio anno (-0,37 per cento quello a un mese, -0,32 per cento quello a tre mesi) e non hanno risentito della forte volatilità dello spread Btp-Bund degli ultimi mesi.

Quali sono, quindi, i fattori che influenzano l’Euribor? Può salire essenzialmente quando si verificano due circostanze: innanzitutto, quando la Bce alza o sta per alzare il tasso sui depositi, quello che la Banca centrale europea dovrebbe pagare (se positivo) alle banche private per la liquidità che queste vi parcheggiano in eccedenza rispetto alle riserve obbligatorie. Il tasso sui depositi è stato fissato a -0,4 per cento; quindi, fintanto che la Bce non lo alzerà, è più che logico aspettarsi Euribor poco volatili, indipendentemente da come si muoverà lo spread Btp-Bund (le stime indicano un prossimo rialzo di 10 centesimi del tasso sui depositi a settembre 2019, questo significa che

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Pir, un investimento che piace agli italiani

Mar, 09/10/2018 - 10:58

I piani individuali di risparmio hanno un obiettivo: favorire l’investimento di lungo periodo in strumenti finanziari emessi da imprese italiane medio-piccole. Tra i risparmiatori hanno avuto successo. E i malumori delle aziende sono ingiustificati.

Perché sono stati introdotti i Pir

I piani individuali di risparmio (Pir), istituiti con la legge di stabilità del 2017, sono “contenitori fiscali” all’interno dei quali i risparmiatori italiani possono collocare diversi strumenti finanziari, come azioni e obbligazioni. I Pir beneficiano di una importante agevolazione fiscale che consiste nell’esenzione da tassazione dei redditi prodotti dagli investimenti effettuati. Per ottenerla, la normativa prevede alcuni vincoli. Primo, almeno il 70 per cento del valore degli strumenti finanziari nel Pir deve essere investito in strumenti emessi da imprese residenti in Italia, o con stabile organizzazione in Italia. E almeno il 21 per cento del valore complessivo deve essere investito in strumenti finanziari emessi da imprese diverse da quelle quotate nell’indice Ftse Mib di Borsa italiana. Secondo, la normativa prevede un periodo minimo di investimento pari a cinque anni e un limite all’ammontare massimo di risparmio che ogni risparmiatore può impegnare in Pir.

L’istituzione dei Pir è legata a un obiettivo chiaro. Favorire l’investimento di lungo periodo in strumenti finanziari emessi da imprese italiane medio-piccole e comunque non esclusivamente nelle imprese di dimensioni maggiori quotate sull’indice Ftse Mib.

L’idea è che una maggiore offerta di risparmio possa da un lato convincere molte imprese a quotarsi sui segmenti di Borsa italiana dedicati alle Pmi, come Star e Aim, che prevedono meno vincoli e minori costi di quotazione; e dall’altro possa diminuire il costo del capitale. Per conseguire l’obiettivo, i Pir offrono un incentivo fiscale rilevante, se pensiamo che in Italia i rendimenti sono tassati al 12,50 per cento nel caso dei titoli di stato e assimilati e al 26 per cento per le altre tipologie di investimento.

L’apprezzamento dei risparmiatori e i dubbi delle aziende

I risparmiatori italiani hanno apprezzato i Pir più delle attese. Secondo gli ultimi dati Assogestioni, i fondi Pir hanno raggiunto una massa totale pari a circa 18 miliardi di euro, raccolta quasi interamente nel 2017. Il loro successo ha sicuramente contribuito all’aumento della raccolta di capitale sul mercato Aim. Nel 2017, la raccolta è stata pari a circa 1,2 miliardi di euro, in aumento del 500 per cento rispetto al 2016, con 24 nuove quotazioni di Pmi. Questi numeri sono stati favoriti da altri incentivi presenti nella legge di bilancio 2017, come il credito di imposta pari al 50 per cento dei costi di consulenza relativi alla quotazione.

In un precedente articolo avevo spiegato come i rischi per i risparmiatori non siano pochi. Innanzi tutto, i costi di gestione dei Pir tendono a essere maggiori rispetto a prodotti con rapporto rischio-rendimento simile. Anche piccole differenze nei costi di gestione, per investimenti di lungo periodo, comportano differenze sostanziali nel valore finale. Bisogna quindi auspicare che maggiore concorrenza tra i gestori porti a una riduzione dei costi. Oggi, uno dei fondi Pir a maggiore raccolta chiede commissioni di gestioni pari all’1,5 per cento all’anno, mentre un Etf azionario europeo tra quelli più di successo richiede solo lo 0,10 per cento. Inoltre, i Pir, per loro natura, offrono poca diversificazione e investimenti in attività poco liquide e tipicamente rischiose. Per queste ragioni, è importante verificare con attenzione tutti i costi impliciti ed espliciti, oltre che il grado di diversificazione complessivo del proprio portafoglio.

Se i Pir hanno raccolto l’apprezzamento dei risparmiatori, molte Pmi sono meno contente. Gran parte del risparmio confluito nei Pir è servito per acquistare strumenti finanziari nel mercato secondario e non in quello primario che porta risorse fresche alle imprese. Tuttavia, i malumori sono poco giustificati. Nel lungo periodo, la maggiore domanda di strumenti finanziari sul mercato secondario comporta una diminuzione dei costi di finanziamento per le imprese. Piuttosto, tocca alle Pmi dimostrare trasparenza gestionale e validità del modello e dell’idea imprenditoriale, in modo da convincere gli investitori.

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I trattati commerciali al tempo del protezionismo di Trump

Mar, 09/10/2018 - 10:57

Canada, Stati Uniti e Messico hanno raggiunto un nuovo accordo commerciale. Tra le novità, l’obbligo di comunicare ai partner l’eventuale avvio di negoziati per la conclusione di un accordo di libero scambio con paesi a economia non di mercato.

Un nuovo accordo tra Usa, Messico e Canada

Dopo circa un anno e mezzo di negoziati, Canada, Stati Uniti e Messico hanno raggiunto l’accordo che sostituirà il Nafta (North American Free Trade Agreement). Lo United States Mexico Canada Agreement (Usmca), tuttavia, non dovrebbe entrare in vigore prima del 2020: dopo la firma (prevista per il 30 novembre), la procedura di approvazione dei tre parlamenti potrebbe richiedere diversi mesi. Per esempio, prima di sottoporre l’accordo al Congresso, la United States International Trade Commission (agenzia governativa statunitense incaricata di verificare, fra l’altro, l’impatto delle importazioni sull’economia americana) avrà un massimo di 105 giorni, dalla data della firma, per condurre uno studio di impatto sull’economia nazionale: ciò significa che le elezioni di midterm di novembre potranno influenzare l’adozione dell’accordo.

L’accordo riproduce in gran parte la struttura del Nafta e del Tpp (Trans-Pacific-Partnership), concluso nel 2016 (durante la presidenza Obama) da Stati Uniti e altri undici paesi, la cui approvazione è stata bloccata da Donald Trump.

Fra le innovazioni, oltre al nome (si noti l’assenza di riferimenti a “free trade”), il trattato prevede numerose disposizioni alquanto interessanti, quali la possibilità per le parti di fuoriuscire dall’accordo sei mesi dopo averne notificato l’intenzione, mentre la durata dell’accordo è prevista di 16 anni con rinnovo sottoscritto da ognuna delle parti contraenti.

Le novità del trattato

Ecco alcune fra le principali novità del trattato.

L’accordo prevede nuove regole di origine per il settore automobilistico, volte a incrementare progressivamente il contenuto regionale del prodotto al fine di beneficiare delle tariffe preferenziali nel commercio fra i paesi membri. Per esempio, i veicoli per il trasporto di passeggeri, dal 2023 (o, al più tardi, dopo tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo), dovranno avere almeno il 75/85 per cento (a seconda che ci si avvalga di uno dei due metodi di calcolo consentiti dall’accordo) di valore regionale. In più, per qualificarsi come originario dell’area è necessario raggiungere un valore minimo di “labor value content”: entro il 2023 o, al più tardi, entro tre anni dall’entrata in vigore, l’impresa che vorrà beneficiare dell’accordo dovrà dimostrare che almeno il 40 per cento del valore della produzione è il risultato di attività manifatturiere ove il contributo dei lavoratori è remunerato almeno 16 dollari all’ora.

Anche nel settore tessile le regole di origine saranno più severe per favorire l’impiego di fibre, filati e tessuti originari dell’area, mentre si introducono alcune facilitazioni amministrative per incoraggiare il riconoscimento dell’origine nel settore chimico.

Viene poi introdotto l’obbligo di notificare l’inizio, da parte di un membro dello Usmca, di un negoziato per la conclusione di un accordo di libero scambio con uno stato terzo considerato una economia non di mercato. Oltre alla notifica, vi è anche l’obbligo di informare le altre parti dell’Usmca sull’andamento del negoziato e di trasmettere il testo completo agli altri partner almeno trenta giorni prima della firma. L’eventuale entrata in vigore dell’accordo con la economia non di mercato consentirà a ognuno degli altri due stati dello Usmca di sostituire l’accordo trilaterale con accordi bilaterali emendati al fine di tener conto delle disposizioni del trattato con la non-market economy. Si tratta di un vero e proprio strumento dissuasivo voluto dagli Stati Uniti contro eventuali accordi dei due partner con la Cina, la principale economia non di mercato del Wto. Invero, il Canada e il Messico, in qualità di membri del Cptpp (il nuovo Tpp senza gli Stati Uniti) già partecipano a un accordo di libero scambio con una non-market economy (il Vietnam);

In materia di Isds (Investor State Dispute Settlement), il nuovo accordo introduce sostanziali limitazioni. In pratica, per alcune categorie di investimenti, riporta il sistema alle tradizionali regole del diritto internazionale, quali il consenso delle parti al fine di utilizzare l’arbitrato come strumento per dirimere le controversie o il previo esaurimento dei ricorsi interni. Nel caso del Messico, poi, viene operata una riduzione dei settori coperti dal sistema;

Su lavoro e tutela ambientale, il trattat

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Premio Nobel all’economista che dialoga con le scienze dure

Mar, 09/10/2018 - 08:09

Bill Nordhaus è un indiscusso pioniere dell’economia del cambiamento climatico. I suoi modelli di valutazione integrata sono strumenti che consentono un dialogo tra il sistema macroeconomico e quello climatico, integrando scoperte di molte discipline.

Un precursore dell’economia del cambiamento climatico

La data di nascita dell’economia dei cambiamenti climatici è il 1983 quando uno studio della National Academy of Science indaga per la prima volta i potenziali effetti socio-economici e politici degli effetti del riscaldamento climatico (il termine “cambiamento climatico” è più appropriato, ma all’epoca si parlava per lo più di “riscaldamento”). Altri studi dell’Academia avevano raccolto evidenza scientifica sulla relazione tra le emissioni antropiche di gas serra e la temperatura globale, ma quei rapporti guardavano alla fisica dell’atmosfera e alla climatologia, non alla relazione con la sfera socio-economica.

William Nordhaus, insieme a Thomas Schelling, è tra i primi economisti a interessarsi al problema ed enfatizza il fatto che, sebbene la responsabilità dell’uomo nell’alterazione del clima sia incontestabile e sebbene ciò possa avere effetti dirompenti sulla economia, questi effetti sono anche molto incerti. Per questo propone di associare un prezzo alle emissioni di CO2 (carbon tax) che dia conto delle conseguenze sul clima e che però sia moderato, proprio per le tante incertezze.

L’idea è che le implicazioni socio-economiche delle emissioni sono così incerte che non è chiaro se una rigida politica di mitigazione (con un prezzo molto elevato della CO2) sia sensata o se invece abbia più senso adattarsi a un clima più caldo.

Nel corso degli anni Nordhaus, insieme a molti altri, cercherà di affinare le stime sull’impatto dell’innalzamento della temperatura, incorporando le scoperte che emergono da molteplici discipline, come ad esempio la glaciologia, la scienza delle foreste e la scienza dell’atmosfera, e sposterà la sua posizione verso la necessità di politiche climatiche più stringenti.

Modelli per una scienza “aperta”

Sono alcuni dei lavori empirici di Nordhaus che hanno aperto la strada agli innumerevoli studi econometrici che guardano agli effetti della temperatura sulla crescita economica, ma la motivazione del premio Nobel fa esplicito riferimento al suo lavoro modellistico.

I modelli di valutazione integrata, di cui Bill Nordhaus è indiscusso pioniere, sono strumenti che consentono un dialogo tra il sistema macroeconomico e quello climatico. Il primo era un semplice modello di programmazione lineare che consentiva di proiettare la domanda di energia lungo un secolo. Poi nasce Dice (per avere più informazioni o anche solo “giocarci”, questa è la pagina web) che è un modello di crescita alla Ramsey, connesso con un modulo che descrive il ciclo del carbonio e un modulo che descrive il sistema clima. Una funzione di danno chiude il ciclo, descrivendo il feedback del clima sulla economia. Il modello permette di rispondere a domande quali: quale è il percorso ottimale delle emissioni per mantenere la crescita della temperatura sotto i 2°C? Quale è la temperatura ottimale, tenuto conto dei costi e dei benefici di mitigazione del cambiamento climatico? Quale è il costo sociale del carbonio?

Uno dei colpi di genio di Nordhaus è stato quello di rendere il modello totalmente “open source”. Sul suo sito web le equazioni, il codice, la calibrazione, tutto è minuziosamente descritto e assolutamente riproducibile. Nel miglior spirito della open science, Nordhaus apre la porta della modellizzazione integrata a una intera generazione di ricercatori. Per chi conosce quest’uomo, timido e gentile, il gesto è il frutto di un genuino desiderio di confrontarsi alla pari con il prossimo, qualsiasi sia la disciplina di appartenenza, tramite il linguaggio universale della matematica.

Per economisti, ingegneri, scienziati del clima e fisici, il modello Dice, nella sua semplicità, permette infinite variazioni e sviluppi (per esempio, versioni stocastiche o con cambiamento tecnologico endogeno, versioni a molteplici regioni che utilizzano concetti base della teoria dei giochi, versioni che includano preferenze sofisticate verso la disuguaglianza, versioni con agenti multipli o eterogenei). Insomma, la porta è aperta a tutti (le citazioni ai lavori che descrivono la struttura di base del modello Dice si contano a migliaia e ricorrono in giornali scientifici di moltissimi campi disciplinari diversi). Anche i suoi maggiori detrattori o coloro che hanno scritto di potenziali mancanze o debolezze del suo modello riconoscono che la critica è po

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Quota 100 non risolve i problemi di lavoro dei giovani

Lun, 08/10/2018 - 17:58

Nel breve periodo, “quota 100” può contribuire a un ringiovanimento della forza lavoro, seppure aumentando in maniera strutturale la spesa per pensioni. Però, il problema di lungo termine sembra quello di creare opportunità di occupazione per tutti.

Come il governo “smantella” la riforma Fornero

Dopo mesi di annunci relativi allo “smantellamento” della riforma Fornero, con la Nota di aggiornamento al Def l’esecutivo inizia a definire in modo più preciso le modalità e gli argomenti a supporto della sua politica pensionistica.

Nel 2019 i lavoratori che desidereranno uscire in anticipo rispetto all’età legale di pensionamento dovranno confrontarsi con la “quota 100”. Nel testo inviato dal governo al parlamento, il fatidico numero vale a partire da un’età di 62 anni e con un’anzianità contributiva di 38. Nulla di più traspare dal testo, anche se sembra che al crescere dell’età, il requisito contributivo di 38 anni rimarrebbe fisso. Da ciò deriverebbe che a 63 anni la somma di età e contributi sarebbe 101 e non 100 e così via per le età successive. Solo in questo modo i 7 miliardi di euro disponibili per il provvedimento saranno compatibili con la platea di chi maturerà il diritto. Non sarebbero invece previste penalizzazioni per chi accede alla pensione anticipata. La direzione sembra segnata: misure più ampie, quali ad esempio la possibilità di uscire con la sola anzianità a 41 anni, sarebbero incompatibili con i paletti dei saldi del bilancio pubblico.

L’impegno finanziario è comunque importante, anche perché la misura è strutturale e va valutata soprattutto per i suoi effetti di medio-lungo termine. Peraltro, interviene in continuità con altri interventi – le nove salvaguardie per gli esodati, l’Ape sociale e volontaria, la riproposizione dell’opzione donna – che hanno reso meno forte l’irrigidimento sull’età di pensionamento introdotto dalla riforma Fornero, riducendone i risparmi attesi.

Ricambio generazionale nel mercato del lavoro

L’aspetto più interessante del testo governativo riguarda però la dichiarazione sulla finalità ultima del provvedimento, ovvero la realizzazione di un deciso ricambio generazionale nel mercato del lavoro. Secondo l’esecutivo, la combinazione di un numero crescente di lavoratori più giovani e di progresso tecnologico sarebbe infatti in grado di rendere più efficiente il processo di produzione di beni e servizi e quindi, in ultima analisi, farebbe crescere maggiormente l’economia. La risposta dell’esecutivo al fenomeno della caduta nelle opportunità lavorative per i giovani, in corso ormai da più di un decennio, è quindi spingere fuori dal mercato del lavoro quelli più anziani.

Non c’è traccia, nei ragionamenti del governo, né di politiche di invecchiamento attivo, ovvero di interventi volti a rendere graduale e progressivo il passaggio dei lavoratori verso il pensionamento, né di forme di flessibilità sulla scelta dell’età, capaci di ridurre l’importo della pensione in relazione alla distanza tra quella di pensionamento e l’età legale di uscita. Il primo tipo di politica avrebbe il vantaggio di agevolare il passaggio di conoscenze tra chi esce e chi entra nel mercato del lavoro. Il secondo potrebbe rendere meno costoso il processo di ringiovanimento della forza lavoro. Ogni pensionato aggiuntivo, in un sistema a ripartizione, aumenta il costo del lavoro o il debito pensionistico. Per questa via, quota 100 rischia di far crescere il cuneo fiscale e quindi di rendere meno competitiva la produzione italiana.

Per avere un riferimento quantitativo su quanto accaduto negli ultimi anni, la figura 1 confronta, in Italia e in Europa per il periodo 2000-2017, la dinamica del numero di occupati tra i lavoratori più giovani (15-34) e quelli più anziani (55-69).

Figura 1 – Dinamica normalizzata dell’occupazione tra i lavoratori più giovani e quelli più anziani in Italia e Europa. 2000-2017

Fonte: Elaborazioni da Labour Force Statistics

Fatto pari a 100 il numero di lavoratori di età 55-69 nel 2000, nei diciassette anni il dato è raddoppiato. La dinamica italiana è risultata più intensa di quella europea a partire dal 2013. La progressiva restrizione delle condizioni di pensionamento non è dunque un fenomeno nazionale, anche se in Italia la sua intensità è risultata maggiore negli ultimi anni. È anche vero che il nostro paese partiva da tassi di occupazione tra i lavoratori più anziani sensibilmente più bassi (circa 10 punti percentuali) rispetto a quelli di molte altre nazioni europee.

Il lavoro dei giovani

Per i lavoratori più giovani le cose sembrano invece andare in maniera decisa

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Ma così l’Italia diventa un’isola

Sab, 06/10/2018 - 16:56

Nella Nadef 22 miliardi in più di deficit. Per disinnescare l’aumento dell’Iva e cominciare a rispettare le promesse della maggioranza. Ma la spesa in più arriva a 40 miliardi. E ciò presuppone una rapida crescita del Pil.  Sostenibile? I dubbi dei mercati. E dell’Europa.

Le anticipazioni sulla manovra di bilancio contenute nella Nadef (Nota di aggiornamento al Def) stanno creando un intenso dibattito nel paese e acuito il livello di scontro tra governo italiano e Commissione europea. Quest’ultima, pur riservandosi un giudizio complessivo al momento in cui verrà presentata la legge di bilancio, ha già chiarito che i numeri presentanti nella Nadef rappresentano una deviazione significativa dagli obiettivi pattuiti dall’Italia nel luglio di quest’anno, preludio all’apertura di una procedura di infrazione. Il governo ribatte che il disavanzo è funzionale ad una ripresa dell’economia e che consentirà una più rapida riduzione del rapporto debito su Pil. Chi ha ragione e chi ha torto? E perché mai il deficit previsto dell’Italia nel 2019 non va bene alla Commissione e quelli degli anni passati sì?

I numeri della Nadef

Con la Nadef , il governo propone in sostanza un peggioramento del disavanzo per il 2019 dall’1,2 per cento del Pil ora previsto al 2,4. Si tratterebbe di circa 22 miliardi di deficit addizionale. Con questi soldi il governo intende, in primo luogo, azzerare l’aumento dell’Iva previsto dalla clausole di garanzia (per 12,7 miliardi). In secondo luogo, cominciare a rispettare la lunga lista di promesse che i due partiti di maggioranza hanno fatto durante la campagna elettorale. E dunque reddito di cittadinanza (9 miliardi più 1 per i centri per l’impiego), revisione della legge Fornero (7 miliardi); “flat tax”, cioè l’estensione del regime forfettario alle partite Iva(2 miliardi); indennizzi per i “truffati dalle banche” (1,5 miliardi); rafforzamento forze di polizia (1 miliardo); investimenti addizionali (4 miliardi). È anche prevista una riduzione (dal 24 per cento al 15) dell’imposta sulle società per gli utili reinvestiti, ma questo è almeno in parte compensata dall’abolizione dell’Ace, una facilitazione preesistente che mirava al rafforzamento patrimoniale delle imprese, e dell’Iri, l’imposta sul reddito imprenditoriale.

Considerando altre spese indifferibili, siamo dunque attorno ai 40 miliardi di spesa in più, una cifra ben superiore ai 22 miliardi di deficit addizionale previsti. Sulla dimensione di altre possibili coperture, la Nadef è molto vaga (eccetto per un’indicazione di 4 miliardi di tagli ulteriori ai ministeri); si parla solo vagamente di “revisioni dei regimi agevolativi” delle varie imposte. Ma è evidente che i conti possono quadrare solo se si immagina che a seguito della manovra il Pil cresca in modo sostanziale e dunque generi entrate tributarie addizionali. E difatti la Nadef prevede un incremento del tasso di crescita del PIL reale nel 2019 dello 0,6 per cento, dallo 0,9 ora previsto per il 2019 all’1,5, e un’accelerazione della crescita del Pil nominale, dal 2,7 per cento al 3,1. È credibile questa crescita?

Molto dipende dai dettagli degli interventi che sono ancora ignoti, ma se non si considerano gli effetti della manovra sui mercati finanziari e sul credito (su cui torno più avanti) la risposta è probabilmente sì. È cioè ragionevole immaginare che a fronte di un disavanzo ulteriore di 1,2 per cento del Pil in un anno, questo possa crescere dello 0,6 in più in quello stesso anno. La domanda vera è sulla qualità e sostenibilità di questa crescita ulteriore. La maggior parte degli interventi previsti hanno un carattere redistributivo, più pensioni e più trasferimenti: maggiori risorse che possono certo sostenere la domanda aggregata, ma difficilmente possono incentivare una crescita del reddito potenziale. Gli interventi che più potrebbero agire su questo fronte (maggiori investimenti pubblici e privati, riduzione strutturali di imposte sulle imprese o sul costo del lavoro) sono marginali nell’impianto della manovra. Ma senza un più alto tasso di crescita strutturale è molto poco credibile che si possa innestare la riduzione del deficit prevista negli anni successivi (2,1 per cento del PIL nel 2020 e 1,8 nel 2021).

I mercati finanziari

Ma il vero problema dello scenario discusso nella Nadef, anche per quello che riguarda il solo 2019, è che non considera gli effetti della manovra stessa sui tassi di interesse e sulla credibilità complessiva del paese. L’inasprimento dello spread sui nostri titoli pubblici, quello che è già avvenuto e quello che ancora potrà seguire alla manovra, non soltant

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Il Punto

Ven, 05/10/2018 - 11:24

È arrivata la Nadef (Nota di aggiornamento al Def). Un pacchetto contenente l’avvio di quasi tutto ciò che era stato promesso. Compreso l’aumento del deficit al 2,4 del Pil nel 2019. Che avverrà proprio quando il rialzo dei tassi Usa accresce il costo dell’indebitamento per tutti e in particolare per noi. Comunque, con i 9 miliardi destinati a reddito e pensione di cittadinanza – secondo Luigi Di Maio – “abbiamo abolito la povertà”. Un’esagerazione per l’inevitabile insufficienza delle risorse dedicate allo scopo e per l’elevato rischio che i sussidi monetari inducano al lavoro nero. Qualche lezione si può prendere dall’esperienza degli altri paesi di cui offriamo un breve riassunto.
Per due anni commissario straordinario (senza retribuzione) per l’attuazione dell’Agenda digitale, Diego Piacentini torna nel settore privato lasciando un lavoro ben avviato ma da completare. Impresa non facile, perché per digitalizzare c’è da smontare e rimontare processi e assetti stratificati da decenni.
Il responsabile del Miur Bussetti vuole sopprimere un pezzo del meccanismo di reclutamento degli insegnanti introdotto dalla Buona scuola. Quello che serve a garantire che i vincitori dei concorsi da insegnante siano adeguatamente formati prima di entrare in aula per tre anni. Troppi per chi vuole ottenere risultati spendibili elettoralmente tra pochi mesi.
Adesso la vigilanza bancaria europea punta la propria lente non soltanto sull’adeguatezza patrimoniale e di liquidità ma anche sui fattori di redditività e i modelli di business delle grandi banche. C’è maggiore attenzione per i principi gestionali e le strategie. E qualche suggerimento ai Cda.

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Arriva in Italia il sussidio più generoso d’Europa

Ven, 05/10/2018 - 11:13

La discussione sul reddito di cittadinanza è polarizzata tra chi parla di misura meramente assistenzialista e chi la osanna come panacea di tutti i mali. Però, uno strumento simile esiste in tutti i paesi europei, benché in misura meno generosa.

Come funziona il reddito di cittadinanza a 5 stelle

Il reddito di cittadinanza, da sempre baluardo della proposta elettorale del Movimento 5 stelle, dovrebbe costituire uno dei punti cardine della legge di bilancio per il 2019. Molto si discute in questi giorni circa il suo costo e le eventuali coperture, ma ancora i dettagli esatti non sono disponibili e questo rende quindi più nebulosa la discussione.

La proposta del Movimento 5 stelle (illustrata ufficialmente per la prima volta nel Ddl 1148/2013 e modificata più volte nel tempo) prevede un trasferimento pari alla differenza tra la soglia di povertà e il reddito familiare effettivamente percepito. La misura, alla quale secondo i dati riportati sul Def sono stati dedicati 9 miliardi, usa l’indice di povertà monetaria individuato da Eurostat nel 2014, che corrisponde al 60 per cento del reddito mediano netto (in Italia 780 euro per un adulto single), ponderato poi per la composizione del nucleo familiare. In concreto, si individua un reddito minimo a seconda della numerosità del nucleo. Se un individuo o una famiglia non arriva alla soglia, lo stato versa la differenza.
La condizione per ricevere il trasferimento è l’iscrizione a un centro per l’impiego, a dimostrazione della ricerca attiva di un lavoro. E chi rifiuta più di tre offerte di impiego, perde il diritto all’erogazione. Nel frattempo, sono obbligatorie 8 ore di lavoro gratuite di pubblica utilità.

Non si tratta quindi di un reddito di cittadinanza tradizionale, ossia una misura universalistica erogata a prescindere da qualsiasi valutazione reddituale o patrimoniale di un individuo, ma si tratta di un vero e proprio reddito minimo garantito, ossia di una misura selettiva che subordina la concessione del sussidio ad accertamenti su reddito e patrimonio di chi lo riceve. Nel contratto di governo è stato specificato che non sarà una misura destinata a tutti i poveri, ma solo ai cittadini italiani poveri. Nonostante il fatto che il rischio di povertà sia molto più alto tra gli stranieri e che ci siano evidenti problemi costituzionali nella proposta.
I sostenitori della misura affermano che il reddito di cittadinanza, nella forma di reddito minimo garantito pensata dal M5s, è presente in tutti i paesi europei. Solo in Italia, a loro dire, mancherebbe questa forma di sostegno al reddito. È utile quindi fare chiarezza su come gli altri paesi europei si siano attrezzati nella lotta alla povertà.

Il reddito minimo garantito in Europa

Effettivamente, quasi tutti i paesi europei si sono dotati di un reddito minimo garantito, sebbene lo abbiano fatto in forme diverse per importo, obblighi di chi lo riceve e durata.
Gli unici paesi che non hanno questo strumento sono la Grecia e l’Italia. Che hanno comunque introdotto rispettivamente il reddito sociale di solidarietà e il reddito di inclusione, strumenti di lotta alla povertà simili a un reddito minimo, ma non paragonabili per platea di beneficiari e importo.
L’adozione di un reddito minimo garantito è stata anche annoverata tra le priorità politiche della Commissione europea nei suoi pilastri europei dei diritti sociali.

Il minimo comune denominatore tra i vari paesi è che la concessione del sussidio è legata a doppio filo alla ricerca attiva di un lavoro. Nella maggior parte dei casi è previsto l’obbligo di partecipazione a programmi di qualificazione offerti dai centri per l’impiego. In ben 22 paesi vige l’obbligo di accettare la prima offerta di lavoro, in alcuni qualsiasi essa sia, in altri purché appropriata al profilo lavorativo. Infine, in quattro paesi si richiede di prestare servizi di pubblico interesse nell’attesa di trovare un lavoro.

Tabella 1– Gli obblighi da rispettare nei paesi Ue per ricevere il reddito minimo garantito

Fonte: Osservatorio conti pubblici italiani

Anche l’importo del sussidio varia molto (figura 1), perché deve tenere conto del livello dei prezzi e della soglia di povertà, che sono molto diverse nei vari paesi europei.

Figura 1– Soglia di povertà e reddito minimo garantito, 2016

Nota: per l’Italia come reddito minimo garantito si considera il reddito di cittadinanza
Fonte: Osservatorio conti pubblici italiani

Solo in Italia, però, il reddito minimo garantito sarebbe uguale alla soglia di povertà, perché andrebbe a integrare pienamente il divario con il reddito percepito (calcolato con metodo Isee e non considerando il reddito monetario, come nella proposta originaria)

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Al digitale italiano serve un “piano Marshall”

Ven, 05/10/2018 - 11:11

Diego Piacentini lascia la carica di commissario straordinario per l’attuazione dell’Agenda digitale. In due anni di attività ha avviato processi importanti. Da non abbandonare, perché sono indispensabili per la crescita economica e sociale del paese.

Piacentini lascia

Diego Piacentini lascia la sua posizione di commissario straordinario per l’attuazione dell’Agenda digitale, un incarico assegnatogli dal governo Renzi per dare un’accelerazione al digitale in Italia.

La digitalizzazione è sulla bocca di tutti ed è giusto che sia così visto che è una rivoluzione sociale ed economica che o gestiremo o subiremo. L’idea poi di promuovere la digitalizzazione della pubblica amministrazione è ottima.

La pubblica amministrazione copre una grande fetta della nostra economia e oltre a garantire un impatto importante (efficienza dei servizi, semplificazione delle procedure e così via), è un moltiplicatore perché promuove investimenti in nuove tecnologie attraverso il procurement e migliora l’efficienza delle nostre imprese producendo semplificazioni, vantaggi di costo e aumenti di produttività.

L’addio di Piacentini non ha né una dimensione polemica né sottende qualche nuova scelta politica. Semplicemente, aveva un mandato di due anni e al suo termine ha ritenuto di chiudere l’esperienza. Certo, lavorava senza compensi e dunque non ci si poteva aspettare una generosità infinita. Però, il fatto di lasciare un incarico di prestigio, che poteva avere altre ricadute personali, gli fa onore, specie in un paese in cui non è comune rinunciare a queste posizioni.

Il suo mandato prevedeva poteri e interventi per attuare l’agenda digitale in Italia. Da una persona con la sua esperienza (ha lavorato per Apple e poi per Amazon) era naturale aspettarsi anche qualche disegno più generale su come e dove può andare il digitale in Italia. E, in effetti, è stato così. Detto questo, promuovere il digitale nella Pa, e in particolare in un paese come il nostro, significa dover cambiare contemporaneamente così tante cose che neanche un commissario straordinario con pieni poteri può avere tutta la forza per farlo.

Un’Agenda complessa

Digitale significa infatti avere competenze diffuse all’interno della Pa, altrimenti, anche quando investiamo, useremo tecnologie avanzate in maniera minimale perché non ci sono le competenze per farlo. Il che non significa mera capacità di usare le tecnologie, ma anche di individuare da parte degli utenti (cittadini, o impiegati e dirigenti della Pa) modi e innovazioni organizzative per utilizzarle nel modo migliore; significa diffusione di buone pratiche all’interno della stessa pubblica amministrazione; significa promuovere comunità di utenti e software developer che interagiscono sistematicamente fra loro e con gli utenti, per migliorare e diffondere nuovi servizi, nuovi modi di usarli e nuove soluzioni. Il digitale trae infatti la sua linfa proprio da queste interazioni fra comunità aperte.

Le strozzature vengono poi dal fatto che il digitale mette a repentaglio processi e situazioni stratificate da anni. Il punto non è neanche tanto dire che c’è chi “rema contro” (che pure c’è), quanto sottolineare che il solo mettere a posto il sistema ingarbugliato di vincoli, regole, strutture, burocrazie, richiede una trasformazione profonda.

Proprio perché era consapevole del fatto che neanche un commissario con pieni poteri poteva rovesciare in due anni un sistema simile, Piacentini ha cominciato dalle cose che già erano in pista, in particolare l’identità digitale e l’anagrafe nazionale della popolazione residente. Siamo ancora lontani dalla diffusione capillare in tutto il paese, ma il processo è in moto e va accelerato. Ha anche lanciato nuove idee, come la creazione di piattaforme di developer e altre iniziative volte proprio ad alimentare quelle comunità di utenti e sviluppatori che sono la linfa dei processi di digitalizzazione. Piacentini ha poi mostrato cosa vuol dire avere una squadra di persone super-competenti dentro la pubblica amministrazione. I curricula dei suoi collaboratori devono diventare un esempio delle persone che si potrebbero attrarre ed entusiasmare, con progetti originali e innovativi, all’interno del nostro sistema pubblico. Da questo punto di vista, è stato un precedente fantastico.

Bisogna a questo punto capire cosa succede ora. Il digitale è una priorità, proprio per il suo impatto sulla crescita economica e sociale del paese – a maggior ragione in questo momento in cui abbiamo bisogno di rilanciarla. Lo spazio di intervento c’è e l’Agenzia per l’Italia digitale è lo strumento. Andrebbe potenziat

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Se gli insegnanti restano chiusi nel guscio della disciplina

Ven, 05/10/2018 - 11:10

La Buona scuola prevede che dopo aver vinto il concorso e prima di entrare in aula i futuri insegnanti seguano un percorso formativo di tre anni. Il ministro Bussetti vuole mantenere il concorso, ma eliminare la formazione. Ecco perché è un grave errore.

La Buona scuola e il reclutamento degli insegnanti

La legge 107 del 2015 (nota come “Buona scuola”) prevede per l’assunzione degli insegnanti una fase transitoria e una a regime. Pur tra controversie, ricorsi, sentenze di giudici amministrativi, la prima fase è in attuazione ed è quella più conosciuta dalla pubblica opinione. La fase a regime, invece, non è ancora iniziata, ma il ministro Marco Bussetti, in una intervista, ha già manifestato l’intenzione di cambiarla. Vorrebbe infatti cancellare le norme che prefigurano una seria preparazione dei docenti alla loro professione.

Ma procediamo con ordine. La fase transitoria per l’assunzione degli insegnanti è ancora legata al sistema delle “graduatorie”, nelle quali i punteggi premiano soprattutto l’anzianità di servizio precario. È proprio questo aspetto che ha determinato l’età media elevata non solo dei docenti nel loro complesso, ma anche dei nuovi ingressi – un effetto a parole da tutti deprecato, ma che così si è finito per favorire.

Sempre secondo la legge 107/2015, a regime il reclutamento avviene invece esclusivamente per concorso, con le procedure precisate dal decreto legislativo 59 del 2017. Al concorso possono partecipare i laureati (anche neolaureati) che abbiano nel curricolo, oltre agli insegnamenti relativi ai contenuti disciplinari, alcuni esami a carattere didattico. La novità principale (non prevista nel testo governativo iniziale, ma dovuta a un emendamento parlamentare dell’onorevole Manuela Ghizzoni) consiste però nel fatto che appena reclutati, i vincitori del concorso non vengono spediti subito in classe e devono invece seguire un triennio di formazione: corso di specializzazione universitario al primo anno, e sul campo (seguiti da insegnanti in servizio “esperti”) al secondo e terzo anno.

In passato, invece, l’abilitazione all’insegnamento era acquisita prima del reclutamento, per esempio attraverso i corsi universitari noti con le sigle Ssis-scuola di specializzazione all’insegnamento secondario (biennale) o Tfa-tirocinio formativo attivo (annuale). Ciò portava a decine di migliaia di abilitati in attesa di impiego o precari, e di conseguenza alle “graduatorie”.

Formazione da sostenere

Nell’intervista che abbiamo citato all’inizio, il ministro dell’Istruzione ha confermato il reclutamento solo per concorso (e lo ha rivendicato come novità, come se la legge non lo prevedesse già), ma ha annunciato che il triennio formativo non ci sarà: concorso e poi subito in classe. Il ministro non ha specificato se rimarrà la clausola di avere qualche credito universitario a carattere didattico per potersi presentare al concorso. In ogni caso, però, è una parte del curricolo assai limitata in tutti i corsi di laurea, sicché il concorso valuterà quasi esclusivamente le conoscenze disciplinari. Con la soppressione della fase formativa successiva al reclutamento si torna al meccanismo voluto da Giovanni Gentile nel 1923: nessuna preparazione professionale per chi sceglieva di fare l’insegnante, esclusivamente “materia”. Quello degli anni Venti era però un sistema nel quale i docenti dei licei avevano in classe solo i figli di chi aveva una biblioteca a casa.

Nella società di oggi, con l’aumento della scolarità (oltretutto ancora insufficiente in Italia se ci si confronta a livello europeo), non occorrono insegnanti che siano chiusi nel guscio della loro disciplina, impreparati ad affrontare le tematiche relative alla gestione della classe e quelle delle relazioni tra scuola e territorio circostante, e neppure pronti a stabilire un rapporto costruttivo con i colleghi.

Beninteso, le modalità con le quali organizzare il triennio post-reclutamento andrebbero studiate con cura: la necessaria collaborazione tra università e sistema scolastico prima per progettarlo e poi per gestirlo in modo efficace sarebbe tutta da costruire. E sarebbe una costruzione difficile, perché occorrerebbe superare le tradizionali resistenze a iniziative interistituzionali e le consolidate reticenze dei professori (sia universitari sia secondari) a lavorare in équipe.

In questo momento, però, il primo obiettivo è indurre il ministro a non rinunciare al triennio formativo per gli insegnanti. La pressione non può venire solo dall’interno del mondo scolastico e universitario, che peraltro è al riguardo molto diviso. Occorre che

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Riflettori accesi sulle strategie delle banche

Ven, 05/10/2018 - 11:09

Il sistema europeo di vigilanza bancaria ha pubblicato un rapporto sui fattori di redditività e i modelli di business delle grandi banche. C’è più attenzione per i principi gestionali e le strategie. Oltre a qualche suggerimento ai Cda.

Le novità del rapporto

Il 18 settembre la vigilanza europea (SSM – Single Supervisory Mechanism) ha pubblicato il report “SSM thematic review of profitability and business models”, che illustra la metodologia e i principali risultati dell’analisi tematica che a partire dal 2016 ha riguardato la gran parte delle grandi banche europee.

Il modello di business delle banche e la sua sostenibilità in termini di redditività nel medio-lungo periodo già da alcuni anni è una componente del processo di revisione e valutazione prudenziale svolto periodicamente dalle autorità di vigilanza (Supervisory Review and Evaluation Process, SREP), ma sinora nei sintetici resoconti erano prevalsi gli aspetti relativi al sistema dei controlli e all’adeguatezza patrimoniale e di liquidità. Il report va, seppur cautamente, nella direzione di una maggiore trasparenza sui criteri di conduzione dello SREP (si veda Andrea Resti) e mostra altresì “un volto nuovo” della vigilanza, più vicino al business bancario, più attento alla rilevanza dei principi gestionali e alle ricadute in termini di redditività delle strategie bancarie. In altri termini, il rapporto non si muove in una logica di mero rispetto delle norme, ma sottolinea le migliori pratiche e, soprattutto, i possibili margini di miglioramento nella definizione e gestione della strategia.

I risultati

Nella prima parte, il report illustra dati già noti. La redditività delle principali banche europee, misurata da RoE e RoA, è molto differenziata, ma complessivamente rimane sotto pressione. Benché non ci si aspetti che possa tornare ai livelli pre-crisi, in molti casi è necessario accrescere la redditività del capitale che ancora rimane inferiore al suo costo.

Altrettanto innovativa e interessante è la parte del report dedicata alle capacità di direzione strategica ovvero alle capacità di ciascuna banca di individuare correttamente obiettivi strategici di lungo periodo, articolati processi di governance e monitoraggio degli stessi. L’analisi ha interessato diverse aree della redditività, per ciascuna delle quali i supervisori hanno verificato: se e quanto ciascuna banca è in grado di valutare le singole componenti delle redditività e di come esse siano influenzate da fattori esterni, se è consapevole degli sviluppi passati e, soprattutto, se governa le prospettive delle singole aree/linee di business.

Dall’analisi è emerso che le banche, pur con diversa intensità al loro interno, devono:

  • identificare più puntualmente i fattori di redditività con riferimento a ciascuna area di ricavo, prodotto e area geografica;
  • migliorare la comprensione della loro struttura dei costi e la loro allocazione e, nell’auspicata attuazione di programmi di riduzione dei costi, prestare maggiore attenzione agli impatti dei tagli sulla generazione dei ricavi e sull’efficacia del sistema dei controlli;
  • determinare più correttamente il prezzo del credito al fine di remunerare le diverse componenti di costo, ossia il costo della raccolta, i costi operativi, il costo del capitale e il costo del rischio di credito.

 

Un pungolo per i consigli di amministrazione

Il rapporto costituisce uno sprone nei confronti dell’alta direzione e dei consigli di amministrazione in primo luogo, a dedicare maggiore attenzione alla funzione di direzione strategica. Nel rapporto si sottolinea che un aumento del rischio di per sé non viene ritenuto problematico, a condizione che la banca possieda “ottime capacità” di indirizzo strategico (“very good” strategic steering capabilities) che le consentano di monitorarlo attentamente e remunerarlo. Più in generale i board sono chiamati a:

  • rinforzare la valutazione a medio termine delle ipotesi sottostanti la strategia, utilizzando in modo più estensivo strumenti di analisi di sensitività e di scenario;
  • ampliare e approfondire l’attività di monitoraggio dell’attuazione delle decisioni strategiche;
  • coinvolgere maggiormente la funzione di risk management nella formulazione della strategia, calibrandone gli obiettivi coerentemente con il Risk Appetite Framework (RAF), e cioè con il livello complessivo di rischio che la banca intende assumere e che ritiene sostenibile.

 

Le banche, per ottemperare alla richiesta da parte della vigilanza nell’ambito di questa analisi tematica, hanno dovuto sviluppare nuovi data base contenenti una mole di dati quantita

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