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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 51 min 57 sec fa

Il Punto

Ven, 20/04/2018 - 11:17

Nel suo più recente rapporto il Fondo monetario conferma per il 2018-19 una crescita mondiale vicina al 4 per cento annuo, con un +2,5 di media nei paesi sviluppati. Peccato che nei primi mesi dell’anno la crescita dell’Eurozona (e dell’Italia) abbia cominciato a vacillare.
Sostiene Di Maio che Lega e Forza Italia sono così poco coese che in Parlamento hanno votato in modo diverso 70 volte su 100. Al fact-checking de lavoce.info la percentuale risulta invece sotto il 50. Fa una certa differenza. Su una cosa è compatta la coalizione di centro-destra: la proposta di flat tax. Che aprirebbe un buco nei conti pubblici e favorirebbe i più ricchi. Meglio una riforma dell’Irpef che alleggerisca la pressione sui ceti medi, partendo dai redditi da 28 a 55 mila euro, oggi soggetti a un’aliquota del 38 per cento. Si può fare e costa poco. Vediamo come.
Suscita dubbi anche il reddito “di cittadinanza”, il marchio di fabbrica del M5s. Così com’è congegnato, scoraggerebbe i beneficiari dal trovarsi un’occupazione e creerebbe dipendenza. Eppure ci sono buoni esempi in Europa (ma anche lo stesso Reddito di inclusione presente da noi) per evitare questi effetti perversi.
Ci sono in Italia 868 contratti collettivi nazionali di lavoro. Tanti. Occorre mettere ordine nella materia e, per garantire i diritti minimi dei lavoratori, selezionare quelli più rappresentativi.
In terza media i professori consigliano agli studenti la scelta della scuola superiore. Che – per i figli di famiglie poco istruite – è raramente l’iscrizione al liceo. Così si perpetuano le disuguaglianze sociali. Basta poco, però, per cambiare. Come mostra un esperimento effettuato in Puglia.
Dal 31 maggio al 3 giugno prossimi, tutti a Trento al Festival dell’Economia! “Lavoro e tecnologia” è il titolo di questa edizione numero 13 che vedrà il consueto impegno de lavoce.info nell’organizzazione di alcuni Forum e la presenza di vari suoi autori tra i relatori. Di lavoro e tecnologia abbiamo trattato in tanti articoli ora raccolti in un Dossier, una ideale guida ai temi del festival.

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Categorie: Informazione

Se l’Europa rallenta la corsa

Ven, 20/04/2018 - 10:36

Nel suo Rapporto di aprile il Fondo Monetario Internazionale conferma le rosee previsioni di crescita formulate negli ultimi mesi. Ma i primi dati 2018 su produzione industriale, immatricolazioni di auto e previsioni dei manager sono in frenata, in Italia e anche in Europa.

Buone notizie dal Fondo monetario

Il World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale di aprile 2018 aggiunge altre buone notizie a quelle già contenute nelle versioni precedenti del rapporto nel corso degli ultimi dodici mesi.

Come indicato nella tabella, la crescita mondiale per il 2018-2019 è confermata vicina al 4 per cento annuo – un valore di circa mezzo punto superiore alla media degli ultimi quarant’anni. Il +4 per il mondo è la media del +2,5 per cento dei paesi avanzati (con gli Usa e l’Eurozona che sfiorano – rispettivamente – il 3 e il 2,5 per cento) e del +4,9 per cento dei paesi emergenti dove continuano a brillare le performance di Cina, India e degli altri paesi asiatici. Tra i Bric, Brasile e Russia crescono solo del 2 per cento circa, ma si tratta di numeri molto migliori rispetto ai segni meno registrati in occasione delle gravi recessioni avvenute in questi paesi nel 2015-16. In Europa, l’Italia cresce – come sempre – un punto percentuale in meno degli altri.

Gli scricchiolii della crescita europea e italiana

Come al solito, i dati del Fondo monetario riflettono informazioni relative a dati trimestrali che diventano disponibili solo con un certo ritardo (mediamente di 45 giorni rispetto alla fine del trimestre). Uno sguardo a dati mensili più aggiornati suggerisce fa emergere qualche elemento meno favorevole nel quadro roseo descritto dall’istituto di Washington. Gli scricchiolii riguardano soprattutto la crescita europea.
Tra gli altri, il primo numero da considerare per la sua elevata correlazione con l’andamento del Pil è quello della produzione industriale. I dati di gennaio e febbraio 2018 mostrano due segni negativi consecutivi per l’industria nell’area euro nel suo complesso e in particolare per Germania e Italia, cioè per i due stati con la più pronunciata vocazione industriale tra i grandi paesi del Vecchio Continente. Per l’Italia il dato di febbraio evidenzia un +2,5 per cento rispetto allo stesso mese del 2017. Ma il dato si era avvicinato ad un +5 per cento alla fine del 2017. Da allora, l’arretramento di oggi.
La figura 1 – relativa alla produzione industriale dell’area euro nel suo complesso e ai suoi paesi più grandi – mostra che la crisi del 2011-13 è ormai solo un ricordo per l’area euro nel suo complesso, i cui livelli di produzione industriale sono nettamente superiori rispetto a quelli della prima metà del 2011. Per la precisione, fatta 100 la produzione industriale dell’aprile 2008 e 90 il suo livello del primo semestre 2011, oggi siamo a 96. Il risultato dell’Eurozona è però la media di prestazioni molto diverse nei settori industriali dei vari paesi. In Germania la produzione industriale è a 104, dunque al di sopra non solo dei livelli precedenti alla crisi dell’euro, ma anche a quelli dell’aprile 2008. L’industria francese e quella spagnola hanno recuperato i livelli del 2011, ma non quelli del 2008. L’Italia, pur sperimentando un ritorno di produzione industriale a partire dal 2015, presenta ancora livelli di produzione industriale lontani sia dai livelli 2008 che da quelli 2011, rispettivamente di un 20 e un 5 per cento della produzione.

Nubi in arrivo dall’indice che anticipa il futuro

Ai “segni meno” relativi alla produzione industriale si aggiungono altre notizie negative. La prima riguarda le immatricolazioni di autoveicoli, un altro indicatore della congiuntura che risulta in calo in febbraio e – in modo più marcato – anche in marzo, per l’Europa e – in particolare- per Italia e Germania. E poi c’è anche la netta inversione di tendenza dell’indicatore anticipatore del futuro per eccellenza, il Purchasing Manager Index (PMI) del settore manifatturiero calcolato dalla società Markit sulla base delle interviste ai responsabili degli acquisti delle varie aziende manifatturiere. Dalla Figura 2 si vede che l’indicatore – pur rimanendo ben al di sopra al valore soglia di 50 che solitamente identifica le fasi di espansione – mostra un netto peggioramento proprio nei primi mesi del 2018, per l’Eurozona nel suo complesso e anche per l’Italia. Un altro segno del fatto che nei prossimi mesi ci aspetta un probabile rallentamento della ripresa in corso.

Figura 2 – Il Purchasing Manager Index per l’area euro (valori sull’asse di sinistra) e per l’Italia (valori sull’asse di destra)

Nel complesso, co

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Categorie: Informazione

Riforma Irpef: cominciamo dal terzo scaglione

Ven, 20/04/2018 - 10:35

Una semplice revisione del terzo scaglione Irpef potrebbe alleviare il carico fiscale delle classi medie. Non avrebbe alcun effetto sulla distribuzione del reddito. E il costo sarebbe di gran lunga inferiore rispetto alla flat tax di Lega e Forza Italia.

Non c’è solo la flat tax

Finita la campagna elettorale, prima o poi i nodi delle promesse elettorali verranno al pettine. Lega e Forza Italia, in particolare, hanno promesso di ridurre la pressione fiscale introducendo una flat tax con aliquota unica molto bassa, ancora debolmente progressiva grazie alla presenza di una deduzione. In campagna elettorale è quindi passata l’idea che per ridurre la pressione fiscale sia necessario abbattere il numero delle aliquote a una sola, molto bassa. Abbiamo visto come un’operazione del genere riduca la pressione fiscale nel senso che si pagano meno imposte, ma il beneficio vada in gran parte alle classi medio-alte di reddito. Inoltre, il grado di progressività del sistema diminuirebbe, ovvero diventerebbe molto bassa la differenza nell’incidenza dell’imposta sul reddito tra redditi bassi e redditi alti. E infine la perdita di gettito sarebbe di circa 60 miliardi, mettendo a rischio la capacità di finanziare la spesa pubblica.

Ma non è assolutamente necessario portare il sistema a un’unica aliquota per avere una diminuzione della pressione fiscale. L’Irpef pagata dai cittadini può scendere diminuendo le aliquote applicate agli scaglioni e lasciando questi ultimi invariati, senza far crollare il suo grado di progressività e senza creare voragini nei conti dello Stato.

Da dove cominciare? Osservando l’Irpef attualmente in vigore, colpisce il fatto che al terzo scaglione, che va da 28 mila a 55 mila euro, è associata un’aliquota del 38 per cento, superiore di ben 11 punti percentuali a quella dello scaglione precedente. Considerando anche le addizionali comunali e regionali, in pratica i redditi superiori a 28 mila euro sono sottoposti a un’aliquota marginale che supera il 40 per cento, davvero molto alta. Al terzo scaglione è associata una base imponibile complessiva di ben 290 miliardi, che rappresenta circa il 33 per cento di quella totale dell’Irpef. Ridurre l’aliquota sul terzo scaglione è sicuramente una priorità.

Due ipotesi di riforma

Ipotizziamo due semplici riforme dell’Irpef: 1) l’aliquota del 38 per cento scende al 32 per cento lasciando invariato lo scaglione; 2) il terzo scaglione si sdoppia in due: uno che va da 28 mila a 43 mila a cui si applica un’aliquota del 32 per cento e uno che va da 43 mila a 55 mila euro a cui si applica il 37 per cento. La prima ipotesi costa 6,2 miliardi e la seconda 4,9 miliardi.

La tabella mostra per classi di reddito complessivo individuale l’Irpef pagata in media secondo la legislazione vigente e nelle due ipotesi di riforma. Nella prima, ad esempio, i redditi tra 40 mila e 45 mila euro risparmierebbero in media 816 euro all’anno. Il risparmio crescerebbe fino a 1.620 euro a cominciare dal livello di reddito che sfrutta appieno l’abbassamento di aliquota, ovvero 55 mila euro. In termini percentuali, il risparmio raggiunge il massimo nella fascia tra 45 mila e 60 mila e poi decresce.
Nella seconda ipotesi i redditi tra 40 mila e 45 mila risparmierebbero in media 808 euro. A differenza dell’ipotesi precedente, il risparmio per la fascia 40-60 mila sarebbe molto simile anche in termini assoluti al risparmio ottenuto dai redditi molto più alti.
Visto che le due riforme riguardano solo i redditi sopra i 28mila euro, determinerebbero un lieve aumento della diseguaglianza nella distribuzione dei redditi netti (tabella 2). L’effetto sull’indice di Gini sarebbe simile, ma con segno opposto, a quello del bonus di 80 euro al mese per i lavoratori dipendenti, che ha riguardato i redditi fino a 26mila euro. In altre parole, le due riforme si potrebbero pensare come il complemento per i redditi medio-alti del bonus. Considerati assieme, il calo dell’aliquota sul terzo scaglione e il bonus hanno un effetto praticamente nullo sulla distribuzione del reddito.

In definitiva, una semplice riforma dal costo di gran lunga inferiore rispetto alla flat tax di Lega e Forza Italia potrebbe alleviare il carico fiscale delle classi medie, che sono quelle a cui probabilmente i due partiti si sono rivolti con la loro proposta.
Non si tratta ovviamente di una proposta di riforma complessiva dell’Irpef, perché rimedierebbe solo a un evidente difetto del sistema attuale, che vede un salto troppo elevato di aliquota tra secondo e terzo scaglione. Ma sarebbe un primo passo, sostenibile, nella direzione giusta.

Tabella 1 – Irpef attuale e ipotesi di riforma per classi di reddito complessivo

Fonte: elabor

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Così il reddito di cittadinanza disincentiva il lavoro*

Ven, 20/04/2018 - 10:35

I numeri relativi alla povertà in Italia sono preoccupanti, ma il reddito di cittadinanza potrebbe rivelarsi un problema, più che una soluzione. Perché un trasferimento generoso può scoraggiare l’attivazione lavorativa. E favorire il lavoro nero.

La proposta sul tavolo

Sulla scia dei risultati elettorali, al centro del dibattito politico c’è l’adozione del “reddito di cittadinanza”, la proposta del Movimento 5 stelle che negli ultimi mesi è stata ampiamente discussa anche a livello internazionale.

Il nome dello strumento farebbe pensare a un trasferimento universalistico, ma la proposta contenuta nel disegno di legge 1148 del 2013 è in realtà un beneficio economico condizionato. Al di là delle questioni legate alle risorse necessarie per finanziare la misura, che secondo alcune stime potrebbero arrivare a 30 miliardi di euro (contro i già tanti 14.9 miliardi stimati dall’Istat), l’introduzione del reddito di cittadinanza rischia di incidere negativamente sull’occupazione, in un paese con tassi di partecipazione al mercato del lavoro già bassi.

Lo strumento si configura come un reddito minimo rivolto ai nuclei familiari che ne percepiscono uno annuo netto inferiore ai 9.360 euro, corrispondente a 780 euro mensili per un single. L’ammontare del beneficio varia a seconda della composizione del nucleo familiare e può arrivare a un importo di 1.638 euro mensili per due adulti con due figli sotto i 14 anni.

Deboli strategie di attivazione al lavoro

Per le persone abili al lavoro, in cambio del beneficio economico, il reddito di cittadinanza prevede l’obbligo di i) iscrizione presso i centri per l’impiego (Cpi), ii) disponibilità a effettuare lavori utili alla collettività e iii) accettazione di una delle prime tre offerte di lavoro (purché “non oltre 50 km dal luogo di residenza” e “attinente alle propensioni, agli interessi e alle competenze” del beneficiario), pena l’esclusione dal beneficio.

Gli obblighi sembrano deboli nel garantire una reale attivazione al lavoro. In primo luogo, perché oggi i centri per l’impiego intercettano una parte modesta di chi cerca lavoro (10,2 per cento nel 2015, dati Istat) e ne reimpiegano ancora meno (il 2,9 per cento tra il 2003 e il 2010). In aggiunta, non è chiaro come la semplice iscrizione al Cpi possa d’un tratto far materializzare (almeno tre) offerte di lavoro, in particolare per individui che in molti casi non sono occupati da anni e quindi hanno competenze obsolete. Con il serio pericolo, per questi, di sviluppare una “dipendenza” dal beneficio, dato che non sono previsti limiti di durata per usufruire dello strumento. Infine, l’obbligo di partecipazione a progetti utili alla collettività rischia di generare aspettative di ingresso nel pubblico impiego. Una storia già vista con i lavori socialmente utili.

I (dis)incentivi monetari

Il vero rischio, tuttavia, è nel livello del beneficio e nell’assenza di un meccanismo di cumulo con il reddito da lavoro. Un beneficio “alto” aumenta, infatti, il reddito di riserva disponibile scoraggiando l’offerta di lavoro:

  • di chi non ha un impiego: perché accettare un lavoro che paga meno di 800 euro netti al mese?
  • di un lavoratore a basso reddito (per esempio part-time o temporaneo), a causa di un “effetto sostituzione” in favore del sussidio: perché lavorare più ore per rimpiazzare 100 euro di beneficio con 100 euro di salario netto, se senza quel maggiore sforzo si può ottenere la stessa cifra totale?
  • di un lavoratore che, pur avendo un reddito annuo superiore ai 9.360 euro, potrebbe decidere di ridurre la quantità di ore lavorate: perché non farlo, visto che così potrebbe accedere al beneficio mantenendo il reddito complessivo invariato?

Per minimizzare il disincentivo al lavoro di un reddito minimo, molti programmi europei considerano solo una percentuale, e non la totalità, del reddito da lavoro nel calcolo dei requisiti di accesso, permanenza e ammontare del trasferimento. Ciò rende conveniente il lavoro e si configura come un beneficio per chi lavora (in-work benefit) per quanti trovino o abbiano un’occupazione a basso reddito. In Francia le risorse a disposizione del lavoratore che percepisce il Prime d’activité sono ottenute sommando lo stipendio e quella parte del beneficio (il 38 per cento) che continua a essere garantita anche in caso di attivazione lavorativa. In Italia il reddito di inclusione (Rei) presenta lo stesso meccanismo grazie al riferimento all’Isee, sebbene la percentuale di reddito da lavoro escluso (earning disregard) si fermi al 20 per cento.

Figura 1

Benché l’attivazione lavorativa non sia il principale obiettivo di uno strumento di con

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Come orientarsi nella giungla dei contratti*

Ven, 20/04/2018 - 10:32

Oggi per un medesimo settore coesistono molti contratti collettivi. Per garantire i diritti minimi dei lavoratori è perciò indispensabile selezionare quelli comparativamente più rappresentativi. Per farlo, serve la collaborazione tra le istituzioni.

Contratti e rappresentatività

Dal “VI Report periodico dei contratti collettivi nazionali di lavoro vigenti depositati nell’Archivio Cnel” (settembre 2017) risultano in vigore in Italia 868 Ccnl. Dal 2010 al 2017 il numero di quelli depositati nell’Archivio del Cnel ha subito un incremento del 74 per cento.

La proliferazione non risparmia nessun settore, ma le variazioni percentuali maggiori tra il 2015 e il 2017 hanno riguardato soprattutto la meccanica (+34,8 per cento), l’agricoltura (+32,4 per cento), il commercio (+28,3), le aziende di servizi (+23,5).

Molti nei nuovi contratti collettivi non sono stipulati da sindacati aderenti a Cgil, Cisl e Uil, né da associazioni rappresentative legate alle grandi confederazioni datoriali.

In attesa che la questione della misurazione della rappresentatività sindacale e datoriale trovi finalmente una soluzione a livello sindacale o legislativo, diventa ineludibile distinguere e mettere ordine in quella che, senza esagerazioni, può definirsi una vera a propria giungla contrattuale.

Mettere ordine vuol dire conoscere l’evoluzione dei trattamenti economici e normativi dei lavoratori. Mettere ordine serve anche a individuare con certezza i contratti collettivi stipulati dai sindacati comparativamente più rappresentativi che, in base alle disposizioni di legge, costituiscono il parametro di riferimento per garantire diritti minimi di rilievo costituzionale dei lavoratori: come quello alla retribuzione proporzionata e sufficiente (art. 36 Costituzione) e a livelli di contribuzione minima necessari all’ottenimento di trattamenti previdenziali adeguati (art. 38 Costituzione).

Oggi che coesistono molti contratti collettivi per il medesimo settore e gli stessi contorni dei settori sfumano, diventa importante la misurazione oggettiva e certa del peso relativo dei soggetti stipulanti, in base al quale poter selezionare quelli comparativamente più rappresentativi.

Attualmente l’individuazione dei Ccnl comparativamente più rappresentativi è effettuata dall’Inps per il controllo del rispetto del versamento dei contributi minimi e tiene conto del numero di addetti e della relativa massa salariale concretamente coperta dai Ccnl. L’Inps, in questo modo, integra la valutazione della rappresentatività dei soggetti stipulanti con il dato dell’effettiva applicazione del Ccnl da parte delle imprese del settore.

In mancanza di altri mezzi oggettivi di misurazione della rappresentatività delle parti stipulanti, si approssima quindi il dato della rappresentatività con la misurazione della copertura contrattuale nel settore di riferimento. Una soluzione pratica, questa, che se oggi restituisce un quadro attendibile dei contratti comparativamente più rappresentativi, nel lungo periodo potrebbe rilevarsi insufficiente o fallace.

Il ruolo dell’Archivio

Nell’attesa che si metta finalmente a regime un sistema di misurazione della rappresentatività effettiva, però, è quanto mai necessario che le istituzioni – Cnel, Inps e ministero del Lavoro – cooperino per mettere ordine e permettere di individuare con certezza i contratti collettivi che costituiscono il parametro di riferimento per la tutela di diritti di rilievo costituzionale dei lavoratori, primo fra tutti quello a una retribuzione proporzionata e sufficiente.

Ciò implica innanzitutto che tutti i testi dei Ccnl vigenti vengano attinti univocamente dall’Archivio Cnel (che costituisce per legge il repertorio ufficiale dei testi contrattuali) e che l’alimentazione dell’Archivio sia corretta e costante. In secondo luogo, occorre che le istituzioni adottino criteri condivisi di classificazione dei contratti collettivi.

In tale ottica, il Cnel e l’Inps si stanno attivando per mettere in comunicazione e allineare i codici di archiviazione dei contratti nelle rispettive banche dati, correlandoli altresì ai codici Istat di classificazione delle attività economiche. Tale correlazione, oltre a consentire a sua volta il collegamento con informazioni presenti in altre banche dati anche a livello europeo, permette un’analisi attendibile e completa dell’applicazione dei Ccnl per quanto riguarda la diffusione per settore economico, il grado di copertura in termini di occupati, il monte retributivo associato a ciascun contratto collettivo.

L’allineamento dei criteri di clas

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Contro le disuguaglianze: prescrivere il liceo

Ven, 20/04/2018 - 10:32

In terza media gli studenti ricevono dai professori un orientamento per la scelta della scuola superiore. Che di rado è il liceo per chi proviene da famiglie poco istruite. Si perpetuano così le disuguaglianze sociali. Eppure, basta poco per cambiare.

Una scelta cruciale

La scelta della scuola superiore è lo snodo decisivo dei percorsi scolastici in Italia. Iscriversi a un liceo, invece che a un istituto tecnico o professionale, condiziona in modo determinante le possibilità di proseguire all’università e raggiungere la laurea, con forti conseguenze sui futuri percorsi occupazionali.

Purtroppo, il livello di istruzione familiare incide molto sulla decisione, anche a parità di risultati scolastici. Di fatto, oggi in Italia, nascere in una famiglia di laureati quasi assicura il privilegio ereditario di accedere alla formazione liceale, anche con un rendimento scolastico modesto. Specularmente, molti studenti di famiglie meno istruite non si iscrivono al liceo anche quando riescono bene a scuola. Sono in discussione quindi l’equità, l’efficienza e la stessa legittimità dei processi di selezione scolastica.

L’orientamento scolastico che i professori di terza media consegnano alle famiglie dei loro alunni ha grosse responsabilità per questo stato di cose. In un lavoro con Gianna Barbieri abbiamo verificato che, a parità di risultati scolastici e nei test Invalsi, gli insegnanti raccomandano meno spesso il liceo a chi viene da famiglie con più bassa istruzione.

Più che atteggiamenti apertamente discriminatori, i docenti tendono a incorporare nel loro suggerimento considerazioni sulle minori risorse culturali ed economiche del contesto familiare, quindi il minore supporto che lo studente riceverebbe se scegliesse il percorso liceo-università. L’attitudine “protettiva”, anche se comprensibile, finisce però per inglobare di fatto nella raccomandazione criteri anti-meritocratici, che contribuiscono alla riproduzione delle disuguaglianze esistenti. Mentre l’orientamento scolastico potrebbe contribuire a contrastarle.

L’esperimento

Attraverso una sperimentazione, condotta insieme a Giulia Assirelli, Giovanni Abbiati e Deborah De Luca entro una indagine sui percorsi scolastici dei giovani pugliesi curata dall’Istituto Carlo Cattaneo («Dispersione scolastica, equità sociale, orientamento», 2014), abbiamo valutato se si potessero incoraggiare a scegliere il liceo gli studenti di terza media che vanno bene a scuola, ma provengono da famiglie poco istruite e che inizialmente non sono intenzionati a intraprendere un percorso liceale, anche perché non adeguatamente sostenuti da insegnanti e genitori nel momento della scelta. A parità di risultati scolastici, infatti, genitori e figli delle famiglie meno istruite sono più dubbiosi sulle capacità di riuscita al liceo.

Per la sperimentazione, abbiamo intervistato telefonicamente le madri di questi studenti; al termine della chiamata, l’intervistatore ha letto a quelle del gruppo sperimentale un messaggio di due minuti, mentre alle mamme del gruppo di controllo non si è data alcuna informazione.

Nel messaggio abbiamo fornito due informazioni cruciali. Primo: «i vostri figli hanno un rendimento scolastico superiore a quello di chi si iscrive al liceo e vi riesce senza difficoltà». Secondo: «se dopo il diploma vostro figlio scegliesse di non proseguire all’università, una maturità liceale in Puglia offrirebbe comunque opportunità occupazionali simili a quelle degli altri indirizzi scolastici».

In effetti, nel Sud Italia, istituti tecnici e professionali non hanno alcun vantaggio competitivo sui licei (a differenza di quanto accade nelle regioni industriali del Centro-Nord), dunque il liceo è un’opzione sempre vantaggiosa per chi va bene a scuola. Si tratta di un messaggio particolarmente importante per le famiglie meno istruite: al termine delle scuole medie, sono molto più insicure sulla futura prosecuzione degli studi all’università e vedono gli indirizzi professionali come una scelta meno rischiosa, che pensano assicuri competenze direttamente spendibili subito dopo il diploma.

Dopo la telefonata, è stata inviata a casa dei genitori del gruppo sperimentale una brochure che illustrava con grafici quanto detto al telefono.

L’effetto di questo intervento leggero è notevole: abbiamo riscontrato infatti un incremento sensibile del tasso di prosecuzione al liceo (+11 per cento) rispetto al gruppo di controllo (dove il tasso di iscrizione al liceo è pari al 36 per cento). Abbiamo poi seguito nel tempo gli studenti, raccogliendo indicatori sull’inserimento nei primi mesi delle

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Per Di Maio tra Salvini e Berlusconi c’è di mezzo il mare

Gio, 19/04/2018 - 11:49

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni di Luigi Di Maio sulle convergenze in Parlamento tra Lega e Forza Italia. Vuoi inviarci una segnalazione? Clicca qui.

Le divisioni viste da Di Maio

Che Luigi di Maio non riconosca l’unità della coalizione di centro-destra è un fatto ormai noto ai più. Negli ultimi giorni sono stati due gli appuntamenti televisivi in cui ha affermato che Lega e Forza Italia hanno avuto – e continuano ad avere – posizioni discordanti su gran parte dei temi di interesse generale. In entrambi i salotti politici (Porta a porta e Otto e mezzo), Di Maio ha rivendicato la sua esperienza da vicepresidente della Camera come prova a sostegno della sua tesi. In particolare, lunedì 16 aprile a Otto e mezzo ha dichiarato:

“Io ho presieduto la Camera come vicepresidente per cinque anni e alla Camera e al Senato per il 70 per cento delle volte in questi cinque anni Forza Italia e Lega hanno votato in maniera difforme, diversa, non c’è mai stata un’unità di contenuti e di intenti.”

Per verificare la validità dell’affermazione – e della percentuale – ci siamo avvalsi dell’aiuto di OpenParlamento, la piattaforma web dell’osservatorio Openpolis che consente di seguire passo dopo passo le attività dei singoli parlamentari, le vicende dei disegni di legge o delle mozioni.

Una precisazione: non intendiamo accertare la solidità della coalizione di centro-destra, sulla quale non esistono probabilmente sufficienti strumenti analitici, bensì verificare la percentuale di voti disgiunti.

Quante volte Lega e Forza Italia hanno votato disgiuntamente

Per verificare le convergenze dei gruppi parlamentari dobbiamo affidarci alle espressioni di voto dei singoli parlamentari: in Italia infatti non esiste un sistema di confronto delle indicazioni di voto dei gruppi, come offre invece Vote Watch per il Parlamento europeo. Abbiamo quindi dapprima confrontato le percentuali dei voti concordi o disgiunti espressi dai capigruppo di Forza Italia e Lega alla Camera e al Senato nella legislatura appena conclusa.

Alla Camera, Renato Brunetta (Fi) ha espresso lo stesso voto del collega Massimiliano Fedriga (Lega) nel 56,8 per cento delle votazioni, specificamente in 940 votazioni sulle 1654 in cui entrambi erano presenti. Dunque, i due ex capigruppo hanno votato in modo difforme circa nel 43 per cento dei casi. Numeri simili anche per gli ex capigruppo al Senato, Paolo Romani per Forza Italia e Gian Marco Centinaio per la Lega. I due senatori hanno votato in modo diverso l’uno dall’altro nel 45,5 per cento delle votazioni.

Prendendo poi in considerazione i due deputati di Lega e Forza Italia con il più alto tasso di presenze e allo stesso tempo il minor tasso di voti ribelli (voti differenti rispetto all’indicazione del gruppo parlamentare), la percentuale di voto difforme diminuisce ancora: Stefano Borghesi (Lega) e Rocco Palese (Forza Italia) – con percentuali di voti ribelli rispettivamente dello 0,3 e 0,8 per cento – hanno infatti espresso lo stesso voto quasi nel 60 per cento delle votazioni. Selezionando due senatori con lo stesso criterio, scopriamo inoltre che Antonio Razzi di Forza Italia (voti ribelli 0,8 per cento) e Paolo Tosato della Lega (voti ribelli 2,3 per cento) hanno espresso voti disgiunti nel 40,3 per cento delle votazioni in cui sono stati entrambi presenti.

Come sottolineato anche da Pagella Politica, il quadro che emerge è certamente discrepante rispetto a quello dipinto da Di Maio: secondo i dati, sembra infatti che Forza Italia e Lega abbiano espresso voti difformi nel 40-45 per cento circa delle votazioni parlamentari. Una cifra ben lontana dal 70 per cento prospettato da Di Maio.

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Le votazioni chiave

Non sono solo le statistiche di OpenParlamento a smentire Di Maio. Anche sulle votazioni più importanti degli ultimi cinque anni Lega e Forza Italia hanno dimostrato una vicinanza reale.

Le posizioni sono state spesso discordanti a inizio legislatura, prima fra tutte la scelta di sostenere il governo Letta. Su posizioni diverse i

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Il Punto

Mar, 17/04/2018 - 10:48

La proprietà e il controllo di Tim sono oggi contesi tra privati come Vivendi di Bolloré e il fondo Elliot e un operatore pubblico come Cassa depositi e prestiti. L’importante per i servizi tlc sarà che si realizzi la rete a banda ultralarga, integrandola con le altre infrastrutture per le telecomunicazioni.
Giorgia Meloni vorrebbe risparmi per 3 miliardi allineando la spesa per gli “immigrati clandestini” a quella per le pensioni sociali. Ma, come risulta dal fact-checking de lavoce.info, la leader di Fratelli d’Italia confonde immigrati in regola e non, pensionati sociali, asili nido e altri conti che non darebbero comunque un risparmio di quell’importo.
Due miliardi di euro è la cifra che il M5s vuole investire per rinnovare i Centri per l’impiego, un complemento del reddito “di cittadinanza” che vogliono introdurre. Facendo un po’ di conti, viene fuori che per migliorarne l’efficienza ogni anno potrebbe bastare meno della metà di tale importo.
L’accordo per l’Alcoa prevede che il 5 per cento della società vada ad un’associazione di lavoratori. Si rilancia così il confronto sulla loro partecipazione alla gestione delle imprese. Un po’ ovunque nella Ue ci sono forme di intervento dei lavoratori nelle aziende ma non esiste un modello unico. Da noi il riferimento è l’articolo 46 della Costituzione. Sempre a proposito di lavoro, la legge di bilancio 2018 prevede nuovi incentivi alle imprese per la formazione. Ma – lo svela uno studio – spesso le aziende preferiscono una forte flessibilità basata su contratti a termine con lavoratori che certo non vengono “formati”.
Sui quasi mille chilometri di ferrovia ad alta velocità nella nostra penisola il business si sviluppa a ritmi maggiori che sugli 8 mila chilometri degli altri grandi paesi europei. Probabilmente perché l’Italia è l’unico che ha aperto questo mercato alla concorrenza. E i consumatori ne apprezzano i frutti.

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Le ricette confuse di Giorgia Meloni per i piccoli italiani

Mar, 17/04/2018 - 10:42

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni di Giorgia Meloni su asili nido, immigrazione e pensioni sociali. Vuoi inviarci una segnalazione? Clicca qui.

Dove trovare risorse per gli asili nido

L’Italia, come altri paesi europei, sta invecchiando velocemente. Secondo l’Istat dal 2008 al 2016 sono nati 100 mila bambini in meno. Come fare a invertire il crollo demografico? Giorgia Meloni ha suggerito una possibile soluzione: lo stato deve garantire asili nido gratis per tutti, tagliando la spesa per l’accoglienza dei richiedenti asilo. Durante l’intervista a Pomeriggio 5 con Barbara D’Urso, la presidente di Fratelli d’Italia ha infatti dichiarato:

“[…] stabilisci il principio che lo stato non può spendere per un immigrato clandestino più di quanto spenda per un pensionato sociale italiano. Significa che noi invece di spendere 1110 euro per ogni immigrato (…) ne spendiamo massimo 480. Risparmiamo 3 miliardi di euro”.

Quanti soldi ai migranti?

Per capire quanto costa davvero l’accoglienza dei richiedenti asilo è necessario prima di tutto conoscere il suo funzionamento. Come già avevamo spiegato, il sistema è diviso tra centri che si occupano della prima accoglienza, ossia l’identificazione, il primo soccorso e la redazione della domanda di asilo, e quelli che si occupano della seconda accoglienza, vale a dire il sistema dei centri Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Con gli sbarchi degli ultimi anni è stato però necessario aumentare la capacità ricettiva creando i centri per l’assistenza straordinaria (Cas), i quali al momento ospitano l’80 per cento dei 176 mila rifugiati e richiedenti asilo presenti nelle strutture di accoglienza (dati di marzo 2017). Le persone che rientrano nei programmi Sprar sono in attesa di responso della domanda di asilo oppure hanno già ricevuto una risposta positiva e seguono percorsi mirati di inserimento e integrazione socio-lavorativa.

Secondo Giorgia Meloni, lo stato italiano spenderebbe 1.110 euro al mese per ogni “immigrato clandestino”. La cifra sembra provenire dalla stima della Fondazione Leone Moressa sui dati del ministero degli Interni del 2014, che calcola per ogni straniero residente in un centro Sprar un costo per lo stato, tramite il Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo, di circa 35 euro al giorno.

Il primo errore della Meloni è quindi definire “immigrati clandestini” chiunque usufruisca dei progetti di seconda accoglienza. È un errore molto grave per un politico mettere sullo stesso piano chi merita la nostra protezione, o aspetta che la sua richiesta venga esaminata, e chi invece ha ricevuto un ordine di espulsione, ma si rifiuta di lasciare il paese. È giusto infatti ricordare che fino alla decisione della commissione sulla richiesta di asilo, il richiedente ha diritto di soggiorno anche se è arrivato senza documenti.

Il secondo punto che merita attenzione riguarda la destinazione delle risorse per l’accoglienza. Bisogna innanzitutto precisare che all’interno della stima dei 35 euro sono compresi molti capitoli di spesa: non solo le risorse destinate direttamente ai richiedenti asilo, ma anche tutte le altre voci che servono a gestire l’intero processo. Infatti, come si nota dal grafico 1, in media più del 37 per cento delle risorse giornaliere è destinato al personale operante nei centri Sprar, circa il 36 per cento copre le spese ordinarie di gestione (per esempio, alloggio e altre spese), mentre solo il 7 per cento, equivalente a circa 2,5 euro al giorno, si riferisce al cosiddetto pocket money, ossia al “contributo in denaro da corrispondere a ogni beneficiario e destinato alle piccole spese personali”, secondo la definizione del vademecum per l’accoglienza della Conferenza delle regioni. Naturalmente l’intera somma dei 35 euro serve a far funzionare la macchina dell’accoglienza; tuttavia, solo una piccola parte viene destinata direttamente ai residenti delle strutture di accoglienza. Più del 90 per cento, invece, viene ripartito tra gli operatori e le aziende del territorio, generando, secondo il ministero dell’Interno, anche “un impatto positivo in termini di professionalità attivate, consulenze ed altri servizi”. Questo elemento rende molto difficile la comparazione tra la spesa per l’accoglienza e quella per i pensionati sociali, i quali, al contrario dei migranti, ricevono un contributo mensile monetario.

Grafico 1

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Una via italiana per i lavoratori nei cda

Mar, 17/04/2018 - 10:19

Forme di partecipazione dei lavoratori nella gestione di società private sono presenti in diversi paesi europei. Anche in Italia potrebbe contribuire a migliorare la cooperazione tra le parti sociali. Ma non esiste un modello unico per realizzarla.

L’esempio di Alcoa

Il recente accordo per l’Alcoa con il 5 per cento della nuova società in mano a un’associazione di lavoratori ha rilanciato il dibattito in Italia sulla loro partecipazione alla gestione delle imprese. L’articolo 46 della Costituzione, che stabilisce il diritto, è una delle varie norme sui rapporti economici mai (o poco) attuate. È un dibattito che va avanti da decenni e anche il Patto per la fabbrica firmato il mese scorso termina proprio incoraggiando una discussione sul tema. Eppure, nonostante l’accordo sul principio generale, il caso dell’Alcoa non ha mancato di suscitare polemiche anche tra i sindacati. Se la Cisl si è espressa molto positivamente, il portavoce della segretaria generale Cgil Susanna Camusso ha definito l’idea “alquanto problematica”, dato che molti dettagli sul funzionamento dell’associazione dei lavoratori ancora mancano.

Manca un modello unico

Guardando al di là dei nostri confini, cosa succede negli altri paesi? Lo scorso anno, nel suo Employment Outlook 2017, l’Ocse ha fornito un panorama sul funzionamento della contrattazione collettiva nei paesi aderenti, affrontando anche il tema della partecipazione.

Al di là della famosa Mitbestimmung tedesca, dall’Employment Outlook si ricava come forme di partecipazione dei lavoratori nella gestione di società private siano presenti anche in Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Ungheria, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Svezia. In Cile, in Grecia, in Irlanda, in Israele, in Polonia, in Portogallo e in Spagna i rappresentanti dei lavoratori possono sedere nei consigli solo delle imprese statali. In alcuni paesi i lavoratori sono nel consiglio di amministrazione, in altri in quelli di sorveglianza. In alcuni casi sono nominati dai sindacati, alle volte eletti direttamente dai dipendenti, in altri casi dai comitati d’impresa (qualcosa di simile alle nostre Rsu, rappresentanze sindacali unitarie). Difficile identificare un modello unico o prevalente. Inoltre, si tratta di una peculiarità europea. Al di là delle imprese pubbliche in Israele, i paesi Ocse non europei non prevedono forme di partecipazione nella gestione delle imprese. In Australia, Belgio, Canada, Estonia, Islanda, Italia, Giappone, Corea, Messico, Nuova Zelanda, Svizzera, Turchia e Stati Uniti, infatti, non sono previste disposizioni specifiche.

La rappresentanza dei lavoratori a livello di consiglio di amministrazione o gestione non è una forma di contrattazione collettiva, ma può tuttavia contribuire a rafforzare la voce dei lavoratori e il loro potere contrattuale. Soprattutto, potrebbe contribuire a migliorare la cooperazione tra le parti, consentendo ai lavoratori e ai loro rappresentanti di impegnarsi nelle scelte strategiche dell’impresa, con gli oneri (e onori) che ne conseguono.

Ma cosa sappiamo dell’effetto sui risultati delle imprese? Sostanzialmente nulla. Secondo una dettagliata analisi della letteratura da parte dell’European Trade Union Institute, i risultati degli studi disponibili non sono in grado di fornire argomenti convincenti sul nesso causale e comunque non evidenziano nemmeno una chiara correlazione tra la presenza di rappresentanti dei dipendenti a livello di consiglio di amministrazione o sorveglianza e le prestazioni aziendali.

In attesa di studi più chiari, l’attuazione dell’articolo 46 della Costituzione può cominciare a prendere spunto dalle esperienze europee, al di là di quella più nota in Germania, ma mancando un modello unico, dovrà trovare una via italiana.

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Troppo precari per essere formati in azienda

Mar, 17/04/2018 - 10:18

Una maggiore protezione dell’impiego dovrebbe favorire relazioni di lungo periodo e quindi l’investimento in formazione. Ma potrebbe anche indurre le imprese a utilizzare di più i contratti a termine, riducendo l’interesse a formare la forza lavoro.

Imprese e formazione

La legge di bilancio 2018 (legge n. 205/2017) prevede nuovi incentivi alle imprese per la formazione dei lavoratori; in particolare, si prevede un credito d’imposta pari al 40 per cento per sostenere le spese in formazione nell’ambito del piano nazionale Impresa 4.0. È indiscutibile la necessità di formazione continua per aziende che devono costantemente adeguarsi alle condizioni del mercato e al progresso tecnologico per sostenere la loro competitività. Tuttavia, bisogna capire quanto gli incentivi possano risultare efficaci in un mercato del lavoro in cui la quota di assunzioni con contratti a termine si avvicina al 90 per cento, come indicato di recente da Andrea Garnero.
La teoria economica ha evidenziato gli scarsi incentivi delle imprese a contribuire alla formazione dei lavoratori in contesti concorrenziali, ma alcuni contributi più recenti mostrano come la possibilità sia concreta in presenza di imperfezioni nel mercato del lavoro e di vincoli di natura istituzionale che limitano, di fatto, la capacità delle imprese di assumere e licenziare liberamente. In questo caso, la formazione potrebbe generare rendite aggiuntive dalla relazione lavorativa che aumentano gli incentivi dell’impresa a fornire training.

La differenza tra piccole e grandi aziende

Per una serie di fattori (non ultimo la maggiore disponibilità di risorse finanziarie), le imprese di grandi dimensioni offrono più formazione ai propri lavoratori. La figura 1 mostra ad esempio la situazione in Europa. Se, per il nostro paese, non sorprende il divario tra imprese grandi e medie (13 punti percentuali a favore delle prime), più curiosa è la vicinanza tra aziende medie e piccole, con un gap nella fornitura di training a vantaggio delle seconde.

Figura 1 – Percentuale di individui occupati in imprese che forniscono Continuing Vocational Training che hanno partecipato a corsi di training (2010)

Fonte: I dati si riferiscono alla Continuing Vocational Training Survey, 2010, Eurostat. Sono considerate imprese di piccole (small), medie (medium) e grandi (large) dimensioni quelle con 1-49, 50-249 e 250 o più dipendenti, rispettivamente

Quali sono i fattori istituzionali che potrebbero contribuire al risultato?
In un lavoro recente abbiamo analizzato come il contesto istituzionale possa influenzare gli incentivi delle imprese a formare i lavoratori. In particolare, abbiamo considerato, per l’Italia, come l’effetto dei regimi di protezione dell’impiego (Rpi) possa influenzare le scelte formative delle imprese. Rpi più forti dovrebbero favorire relazioni lavorative più stabili e quindi l’accumulazione di capitale umano specifico d’impresa.
Il contesto italiano, almeno fino alle riforme più recenti, forniva un ottimo laboratorio sperimentale per valutare questi effetti. La soglia dei 15 dipendenti costituiva infatti uno strumento per distinguere le imprese per cui i Rpi (e i costi di licenziamento in particolare) erano maggiori: ci riferiamo all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che prima della riforma prevedeva per le imprese più grandi la reintegra e, in generale, un forte aumento dei costi nel caso di licenziamento senza giusta causa.
I risultati suggeriscono come l’effetto di Rpi più stringenti sul numero di lavoratori formati sia negativo, contrariamente a quanto ipotizzato dalla semplice intuizione economica. Focalizzandoci sulle imprese intorno alla soglia dei 15 dipendenti, che sono più simili tra loro, e confrontando quelle immediatamente sopra con quelle immediatamente sotto soglia, abbiamo verificato che la maggiore protezione riduce il numero di lavoratori formati di 1,5-2 unità (un effetto medio pari a quasi il 20 per cento). L’effetto non è legato alle diverse probabilità, sopra e sotto la soglia, che all’interno di un’impresa operi un sindacato (Rsa o Rsu in particolare) o al fatto che fossero in essere procedure di cassa integrazione straordinaria (riservata alle imprese con più di 15 dipendenti), fattori che avrebbero potuto influenzare le scelte delle imprese riguardo alla formazione dei lavoratori.
Il risultato può essere invece spiegato dal fatto che le imprese più grandi, per evitare di dover fronteggiare più alti costi di licenziamento, hanno aumentato in maniera eccessiva il turnover, utilizzando in maniera anomala le forme contrattuali più flessibili, ovvero i contratti a termine.

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Concorrenza ad alta velocità

Mar, 17/04/2018 - 10:17

In Europa ci sono oggi circa 9 mila chilometri di linee ad alta velocità, concentrate per lo più nei quattro stati più grandi. L’Italia è il paese dove il traffico cresce di più. Sarà merito del fatto che solo da noi ci sono due operatori in concorrenza?

Quattro paesi ad alta velocità

L’alta velocità nelle ferrovie italiane è un successo, documentato dell’elevata frequenza dei treni Frecciarossa e Italo – tanto che la rete è stata definita la “metropolitana d’Italia” – e dall’alto tasso di occupazione dei posti sui treni di entrambe le compagnie. E confermato dalla valutazione che il fondo americano Global Infrastructure Partners ha dato dell’azienda di Italo al momento dell’acquisizione.

In Europa vi sono attualmente circa 9 mila chilometri di linee ad alta velocità, sulle quali è possibile far circolare treni a una velocità almeno pari a 250 km/h; il 90 per cento si trova nei quattro paesi più estesi dell’area continentale. La rete italiana, che sfiora i mille chilometri, è la più piccola delle quattro, pur essendo la più antica grazie alla direttissima Firenze-Roma, la cui prima tratta fu inaugurata nel lontano 1977. La rete francese, avviata con la Parigi-Lione nel 1981, ha raggiunto nel 2017 i 2.700 km, mentre quella spagnola, inaugurata solo nel 1992 con la Madrid-Siviglia, è ora la più estesa e supera i 3 mila km; mentre la rete tedesca sfiora i 1.700 km (grafico 1). Solo la rete italiana è aperta alla concorrenza, le altre sono per ora esercitate solo dai vettori pubblici nazionali.

Grafico 1 – Reti ferroviarie ad alta velocità (km di linea)

Fonte: EU Commission, Transport Statistics 2017.

Su queste reti le diverse compagnie offrono servizi di trasporto passeggeri utilizzando materiali rotabili ad alta velocità, i quali, pur progettati per viaggiare sulle linee dedicate, sono abitualmente usati anche su quelle tradizionali. Le statistiche disponibili riguardano l’insieme dei passeggeri trasportati con treni av, indipendentemente dal tipo di linea utilizzata. L’azienda pubblica francese Sncf risulta l’operatore leader in Europa: includendo anche la sua consociata Eurostar che svolge i servizi sull’Eurotunnel, trasporta circa 54 miliardi di passeggeri km all’anno, un dato ormai stabilizzato e non più in crescita da diversi anni. La seconda compagnia è Deutsche Bahn, con 27 miliardi di passeggeri km, mentre la spagnola Renfe risulta la più piccola, nonostante la grande estensione della rete del paese, con poco più di 14 miliardi (grafico 2).

Una rete per due

Quello italiano è un caso particolare, l’unico che vede la presenza di due operatori in concorrenza. Nel nostro paese l’utilizzo di treni av si è diffuso, grazie alla direttissima Firenze-Roma, ancora prima della costruzione delle nuove linee: nel 2005, prima dell’entrata in esercizio delle nuove tratte, Trenitalia trasportava già 8,5 miliardi di passeggeri km. Nel 2012 il traffico di Trenitalia su tutti i treni av era salito a 12,8 miliardi. Per gli anni seguenti, con il mercato alta velocità divenuto di concorrenza, la compagnia non ha più pubblicato i dati. Si può stimare che nel 2017 il traffico totale sulla rete av italiana sia stato di 19 miliardi di pax km, di cui 5,3 trasportati da Italo e 13,8 da Trenitalia sulle differenti tipologie di treni av.

Grafico 2 – Passeggeri trasportati dai treni alta velocità (miliardi di passeggeri km)

Fonte: EU Commission, Transport Statistics 2017, e singole compagnie.

Nel periodo successivo al completamento dell’alta velocità italiana la crescita del traffico è risultata più rapida in Italia che in Germania e Spagna. Ha permesso l’innalzamento della produttività apparente della nostra rete av (grafico 3) mentre negli altri due paesi il traffico è aumentato solo in proporzione alla rete e la produttività è rimasta stabile. In Italia siamo pertanto passati dai 12 milioni di passeggeri annui per km di linea del 2009, ultimo anno prima della completa entrata in esercizio della rete av, ai 19 milioni del 2017, con una crescita complessiva del 67 per cento. L’aumento ha permesso di raggiungere il livello di produttività della rete av tedesca e di avvicinare quello francese, verso il quale è ipotizzabile un sorpasso nei prossimi anni se le tendenze in atto non dovessero cambiare. Tuttavia, per effetto del IV pacchetto ferroviario, la concorrenza dovrà essere introdotta anche su queste reti e sarà pertanto interessante verificare se determinerà un incremento anche del loro utilizzo.

Grafico 3 – Produttività delle reti ferroviarie av (Milioni di pax annui per km di rete)

Fonte: elaborazioni su dati EU Commission, Transport Statistics 2017, e singole com

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Centri per l’impiego: il costo del rinnovamento

Mar, 17/04/2018 - 10:15

Per funzionare, il reddito di cittadinanza ha bisogno di centri per l’impiego efficienti, in grado di proporre seri percorsi di inserimento al lavoro. Le risorse necessarie potrebbero essere inferiori al previsto, purché siano costanti nel tempo.

Professionisti nei Cpi

Un elemento fondamentale per l’introduzione del reddito di cittadinanza in Italia sono i centri per l’impiego (Cpi), che dovranno prendere in carico il disoccupato e proporgli un percorso di ricollocazione o inserimento al lavoro.

In base alla proposta del Movimento 5 stelle, l’investimento in queste strutture sarebbe di almeno 2 miliardi di euro. Tuttavia, c’è da chiedersi se siano sufficienti a erogare servizi in grado di realizzare la “condizionalità” tra reddito di cittadinanza e partecipazione attiva al mercato del lavoro come sostengono i promotori dello strumento.

L’analisi e il confronto con una serie di enti accreditati ai servizi per l’impiego permettono di configurare, in maniera approssimativa, un modello “idealtipico” di risorse necessarie per garantire all’interno dei centri per l’impiego quelle competenze volte a erogare servizi per l’impiego, di base e specialistici.

Innanzitutto, sarà necessario coinvolgere nell’attività di tutti i centri per l’impiego esperti in politiche attive del lavoro, in primo luogo laureati in materie esplicitamente coerenti con i loro compiti (oggi diverse università offrono master specializzati proprio per addetti ai servizi pubblici per l’impiego). Lo scopo è definire un percorso specialistico individuale (successivo al bilancio di competenza) basato su una qualità nettamente migliore (scouting aziendale di gruppo con attività iniziale di affiancamento) di quella odierna (nella maggior parte dei casi si tratta di un percorso standard, erogato in poche ore assieme alla dichiarazione di disponibilità al lavoro).

In secondo luogo, sono necessari psicologi del lavoro per realizzare attività di bilancio di competenza individuali e di gruppo e attività motivazionali al reinserimento al lavoro con una consolidata conoscenza del mercato del lavoro. Per entrambe le figure è d’obbligo un costante confronto con gli osservatori del mercato del lavoro territoriali, attraverso seminari interni o riunioni dell’intero staff.

Un’altra figura fondamentale è l’esperto in auto-impiego/auto-imprenditorialità, preferibilmente un professionista abilitato alla consulenza del lavoro (perché le domande di carattere fiscale e la sostenibilità finanziaria del business plan sono le principali richieste degli utenti).

Ma forse il ruolo più rilevante e importante è quello dell’agente commerciale: se si vogliono intercettare le richieste delle aziende servono professionisti capaci di interagire con loro. Ne basta uno per territorio, ma è fondamentale che collabori con gli amministratori locali (grazie ai sindaci si arriva prima all’azienda). I soli dipendenti dei Cpi, anche i più volenterosi, rischiano di non riuscire nel compito nel lungo periodo, perché si tratta di un’attività complessa, che richiede una elevata flessibilità oraria e mobilità nel territorio.
Per agevolare il lavoro di questi professionisti sono necessari due strumenti: le fiere del lavoro, ovvero momenti di incontro tra domanda e offerta di lavoro, da organizzare periodicamente nei territori. Anche se realizzata in convenzione con gli enti locali, è un’attività che ha un costo di gestione e organizzazione non indifferente. Il secondo strumento è l’attività di marketing e comunicazione sui social network per far conoscere i servizi realizzati dai Cpi, le offerte di lavoro e per intercettare i curriculum: qui il costo consiste nell’acquisto degli AdWords, pubblicazione degli annunci o promozione delle fiere del lavoro sui social network. Tutte le risorse e attività saranno controllate da un gestionale (prodotto da Anpal) che ne verificherà il corretto funzionamento (si tratta di un modello più complesso di quello oggi presente per le Did-Online).

I costi

Quanto costerebbe la “macchina” così predisposta? Supponendo un costo lordo medio analogo a quanto previsto da diversi attori (Cpi, Apl, enti non-profit), si può fornire una stima intorno ai 300 milioni di euro (si supponga anche di potenziare i Cpi con altre 44 unità operative distribuite a seconda del rapporto addetti/disponibili al lavoro).

Fonte: Nostre elaborazioni.

Rimane fuori dal conteggio la figura del direttore dei centri per l’impiego. Sarebbe tuttavia opportuno che i nuovi dirigenti avessero un percorso accademico coerente con i servizi al lavoro e le politiche attive del lavor

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Il rebus Telecom Italia

Lun, 16/04/2018 - 17:50

In un mondo in cui gli operatori di servizio utilizzano contemporaneamente molte infrastrutture di rete, si attenuano le ragioni per l’integrazione verticale nelle telecomunicazioni. Su questo scenario del prossimo futuro si innesta la vicenda Telecom.

Dove va Tim

Con l’approssimarsi della data del 24 aprile, quando si terrà l’assemblea di Tim Telecom Italia, le notizie e le mosse dei protagonisti si accavallano, rendendo ancora più difficile comprendere quanto stia accadendo nel principale gruppo di telecomunicazioni italiano. Una difficoltà che non è nuova, se ripercorriamo i frequenti cambiamenti negli assetti di governance del gruppo negli ultimi anni, con il passaggio dal controllo di Telefonica a quello del gruppo Vivendi, alla sortita di Iliad fino agli avvenimenti più recenti, con il pacchetto azionario raccolto dal fondo Elliott in aperta opposizione a Vivendi e l’entrata in scena di Cassa depositi e prestiti.

I frequenti cambiamenti negli assetti della governance si sono riflessi in una difficile lettura delle linee strategiche del gruppo. Telecom Italia ha, di volta in volta, prospettato la possibilità di una separazione tra le infrastrutture di rete e i servizi di telecomunicazione, con un piano che successivamente è andato in soffitta, varando poi una profonda e costosa ristrutturazione interna per garantire una equivalenza nei processi di accesso alla rete locale ai concorrenti (equivalence of input) e infine, nei mesi scorsi, riproponendo la separazione della rete di accesso.

Un nuovo scenario

Più trasparenti sono le politiche pubbliche sviluppate, in questi ultimi anni, per iniziativa dei governi Renzi e Gentiloni. Partendo dalla constatazione che i piani di investimento nelle reti di nuova generazione previsti dagli operatori privati, e in primo luogo da Telecom Italia, non erano in grado di colmare il forte ritardo dell’Italia rispetto agli ambiziosi obiettivi di sviluppo della rete di banda larghissima (ultrabroadband) fissati dall’Agenda digitale europea. Per accelerare il processo di investimento nelle nuove infrastrutture le politiche pubbliche si sono quindi articolate su due piani paralleli. Innanzitutto, un organico piano di incentivi agli operatori privati nella realizzazione delle reti di nuova generazione, con strumenti differenziati a seconda dei potenziali di sviluppo delle aree territoriali. Le misure si sono concretizzate nella realizzazione di gare che oggi vedono un vincitore e l’avvio dei lavori di realizzazione delle opere nelle aree a fallimento del mercato, dove il contributo pubblico è più importante. Agcom a sua volta ha definito il quadro delle tariffe di accesso in queste aree.

Un secondo piano di intervento, meno esplicito, riguarda invece l’entrata nel mercato delle infrastrutture ultrabroadband di un nuovo operatore, Openfiber, nel cui azionariato giocano un ruolo fondamentale Enel e Cassa depositi e prestiti, e dove quindi l’influenza pubblica è difficilmente negabile. Openfiber, oltre a risultare l’aggiudicatario delle gare delle aree a fallimento di mercato, ha avviato un ambizioso progetto pure in quelle più sviluppate, anche grazie al contributo di Metroweb, secondo una soluzione tecnologica (fibra fino alle case, Ftth) più avanzata di quella che Telecom Italia stava perseguendo (fibra fino alle cabine di strada e poi utilizzo della rete in rame per raggiungere le case, FttCab).

L’effetto dell’entrata di un nuovo protagonista nella realizzazione delle infrastrutture ultrabroadband, impostato su un modello di business di vendita all’ingrosso dei servizi di accesso agli operatori dei servizi di telecomunicazione (wholesale only) ha sicuramente stimolato Telecom Italia e Fastweb, in alcune realtà attive assieme attraverso la società Flashfiber, ad accelerare gli investimenti e a passare a soluzioni tecnologiche più avanzate (e costose) come Ftth.

Da molte parti, tuttavia, si ritiene che questa situazione difficilmente possa rappresentare lo scenario di lungo periodo, con due infrastrutture ultraboradband negli stessi territori in un paese che tuttora si caratterizza per un livello insufficiente di domanda di servizi avanzati in molte aree. La soluzione che appare, anche a chi scrive, più sensata vede una integrazione tra le due infrastrutture in un soggetto societario unico. Questo potrebbe essere lo sbocco facilitato dalla decisione di Tim Telecom Italia di separare in un soggetto societario la propria rete di accesso sia per la parte tradizionale in rame che per quella in fibra. E l’entrata di Cdp nell’azionariato di Tim potrebbe rappresentare una spinta in questa direzione. Se il processo arriverà a c

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Premi ai banchieri ancora oltre il limite

Ven, 13/04/2018 - 11:30

La regola europea che mette un limite ai premi dei banchieri continua in molti casi a essere aggirata, soprattutto dai gestori del risparmio. Per una volta, però, l’Italia esce relativamente bene dal confronto internazionale.

Una norma spesso aggirata

Le norme europee prevedono un limite alla parte variabile dei compensi dei manager bancari: i premi (in denaro, azioni o opzioni) legati ai risultati aziendali non dovrebbero superare lo stipendio fisso (possono salire fino al doppio solo con l’approvazione dell’assemblea dei soci).

Il vincolo serve a limitare l’effetto perverso che i premi introducono, cioè l’incentivo ad assumere rischi elevati, in base al principio: se le cose vanno bene il manager prende il premio, se vanno male non subisce alcuna penalizzazione. In un articolo di quasi un anno fa, notavo come la regola fosse largamente aggirata in Europa, soprattutto nel settore del risparmio gestito (i dati erano riferiti al 2015). Il trucco consiste nel non farsi classificare dalla banca, per cui si lavora, come “rilevante” per il rischio della banca stessa: in questo caso il limite non si applica. Un rapporto della European Banking Authority, appena uscito, ci dice che le cose sono migliorate solo marginalmente: il limite continua a essere aggirato in molti casi, alcuni dei quali curiosi.

La situazione in Europa…

Il rapporto dell’Eba riporta i dati relativi ai cosiddetti high earners, cioè coloro che ricevono un compenso annuo superiore al milione di euro, aggiornandoli al 2016. Anzitutto, il loro numero è cresciuto del 34 per cento nell’arco di sei anni, portandosi a ridosso dei 4.600. Di questi, il 77 per cento sta a Londra (per quanto ancora?). La quota di coloro che riescono a evitare il limite è un po’ calata, ma resta significativa: dal 14 per cento del 2015 al 10,5 per cento del 2016. Di conseguenza, il rapporto tra la parte variabile della remunerazione e quella fissa continua a essere in media ben superiore all’unità (132 per cento).

Tra le diverse categorie, quella che gode delle maggiori esenzioni continua a essere l’asset management: quasi il 20 per cento di esenti, anche se è vero che l’anno prima erano addirittura il 36 per cento. La massiccia esenzione è particolarmente sgradevole, poiché gli asset manager mettono a rischio i soldi che i risparmiatori affidano loro in gestione: come dire “tu prendi i rischi e io prendo i premi”. Grazie a questa vasta elusione del limite, nel settore del risparmio gestito il rapporto tra parte variabile e fissa dei compensi, seppure in calo, riesce ancora a sfiorare il 360 per cento in media.

Poi c’è un buon numero di high earners (quasi 300) non classificabili in nessuna particolare categoria di attività, dei quali ben la metà riesce a sfuggire al limite.

La situazione non è la stessa in tutti i paesi europei. In nove, come ci si aspetterebbe, tutti gli high earners sono classificati come “rilevanti” per il rischio della banca e come tali soggetti al limite ai premi: sembra infatti ragionevole attendersi che chi supera il milione di remunerazione annua abbia una posizione di rilievo nella istituzione per cui lavora. Del resto, lo dice la stessa direttiva europea, quando afferma che costoro possono essere classificati come “non rilevanti” solo in casi eccezionali, motivati e approvati dalle autorità di vigilanza. Ma in alcuni paesi la quota dei “non rilevanti” lascia intendere che non si tratta di casi isolati: in Germania arriva al 25 per cento.

… e in Italia

Nel nostro paese ci sono 172 manager bancari che guadagnano oltre il milione di euro, di cui 32 non sono classificati come “rilevanti”, quindi non sono soggetti al limite tra parte variabile e fissa dei compensi. Il gruppo più folto lavora nel settore dell’investment banking: 58. I settori dove il rapporto tra variabile e fisso supera (mediamente) l’unità sono il risparmio gestito (168 per cento) e l’area corporate (199 per cento). Sul totale degli high earners, il rapporto medio tra variabile e fisso è del 72 per cento: assai più basso della media europea. Una volta a tanto, non siamo il “fanalino di coda” dell’Europa.

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Il Punto

Ven, 13/04/2018 - 11:23

Ancora una volta una sentenza nega ai fattorini di Foodora la qualifica (e le tutele) da lavoratori subordinati. In applicazione della legge esistente. Eppure accordi tra imprese ed esperienze di altri paesi – in particolare il Belgio – mostrano che creare un sistema di protezione anche per loro sarebbe possibile.
La si chiami moneta fiscale o minibot, la zuppa è la stessa. Si tratta di aggirare il monopolio della Bce nella produzione di moneta senza uscire dall’euro. Emetterne per 100 miliardi è come tagliare le tasse per lo stesso ammontare, con uguali effetti su economia, occupazione e aumento del debito. (L’articolo è una sintesi dell’e-book scaricabile qui).
Per scoraggiare l’assunzione di rischi eccessivi da parte dei banchieri, le norme europee vietano che i bonus superino il loro stipendio fisso. Però il 10 per cento dei 4.600 manager con oltre 1 milione di compenso annuo riesce ad aggirare la regola e a guadagnare di più con i premi. Tra questi, pochi gli italiani.
Beviamo 206 litri di acqua minerale a testa, per 10 miliardi di euro all’anno, mentre gli imbottigliatori pagano canoni per 18 milioni. Sembra una sproporzione scandalosa. Ma il vero costo per i produttori non è nella materia prima. E agli italiani non piace l’”acqua del sindaco”. Così però ci riempiamo di bottiglie di plastica da smaltire.
Per Matteo Salvini l’Ungheria di Viktor Orbán è un modello da imitare in tema d’imposte, perché applica una flat tax del 16 per cento sui redditi. Peccato però tacere che il paese ha l’Iva più alta del mondo, al 27 per cento, come rivela il fact-checking de lavoce.info. Dalla nostra infografica si vede quanto pesa in Europa l’Ungheria che ha confermato l’anti-Ue Orbán con voto plebiscitario.
Nelle elezioni di marzo le aree con la percentuale di stranieri più alta hanno dato la vittoria al centro-destra. Mentre le zone con più disoccupazione hanno premiato il M5s. Un voto che ha punito il cattivo funzionamento delle istituzioni.
Sempre meno in Italia le imprese iscritte a un’associazione di categoria. Che però spesso applicano comunque il contratto collettivo nazionale. Ci sono però oltre 700 mila lavoratori senza questa tutela. Sarebbe perciò utile introdurre il salario minimo legale o (più complicato) estendere a tutti i contratti collettivi.

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I diritti del lavoro nella gig economy

Ven, 13/04/2018 - 11:17

La giustizia, applicando la legge vigente, respinge la rivendicazione dei fattorini di Foodora di essere qualificati come lavoratori subordinati. Così la tutela essenziale di questi lavoratori rimane senza risposta. Eppure esperienze di altri paesi mostrano la possibilità di creare un sistema di protezione.

La sentenza del Tribunale di Torino, che respinge le rivendicazioni dei ciclofattorini di Foodora aspiranti a essere riconosciuti come lavoratori subordinati, non costituisce una novità sul piano giurisprudenziale. Una questione molto simile era stata affrontata dai giudici del lavoro italiani negli anni ’80, in riferimento ai motofattorini collegati via radio con la centrale operativa, i cosiddetti pony express. Allora, dopo una prima sentenza di merito che li qualificava come subordinati, prevalse nettamente l’orientamento opposto sulla base della constatazione che il contratto lascia liberi questi lavoratori di decidere volta per volta se rispondere o no alla chiamata: questo – dissero i giudici del lavoro 30 anni fa e dice oggi il giudice torinese – è incompatibile con il carattere continuativo della prestazione e il suo assoggettamento all’obbligo di obbedienza verso il creditore, che costituiscono elementi essenziali del contratto di lavoro subordinato. L’esigenza di una protezione almeno essenziale di questi lavoratori è rimasta così senza risposta.

Tentativi di soluzione

Il legislatore si è proposto di estendere la protezione anche a casi come questi, al di fuori dell’area tradizionale del lavoro subordinato, in un primo tempo nel 2012, con la Legge Fornero (l. 28 giugno 2012 n. 98), che ha disposto l’ampliamento dell’area di applicazione del diritto del lavoro a tutti i rapporti caratterizzati essenzialmente da due elementi: a) la monocommittenza, cioè il fatto che il lavoratore traesse dal rapporto almeno tre quarti del proprio reddito; b) la retribuzione annua non superiore a una soglia medio-bassa (circa 18.000 euro). Questo criterio, che pure ha prodotto alcuni primi effetti positivi, tuttavia consentiva ancora l’abuso del magazziniere a partita Iva, o della segretaria d’ufficio assunta come co.co.co., purché con una retribuzione annua superiore alla soglia. Per questo nel 2015, con l’articolo 2 del decreto legislativo n. 81, è prevalsa la scelta di sostituire il criterio della dipendenza economica con quello del coordinamento spazio-temporale del lavoro a discrezione del creditore: oggi dunque il diritto del lavoro subordinato si applica in tutti i casi in cui la prestazione deve svolgersi nel luogo e nei tempi stabiliti dal creditore. Il nuovo criterio si è rivelato notevolmente efficace, se è vero che nel triennio 2015-2017 si è registrata una riduzione drastica dei co.co.co.; torna, però, a essere difficile ricondurre sotto l’ala protettiva del diritto del lavoro un rapporto contrattuale come quello dei platform workers, che lascia a questi ultimi una piena libertà di decidere, ogni giorno e ora per ora, se e quando essere effettivamente a disposizione del creditore.

Che cosa accade negli altri paesi

Il problema, ovviamente, si è posto anche nel resto del mondo. Nel Regno Unito una sentenza della Royal Court of Justice del 2017 e una di un Employment Tribunal del 2016 hanno qualificato come worker a norma dell’Employment Rights Act 1996, ma non come employee, rispettivamente un idraulico operante con la catena Pimlico e alcuni autisti operanti con Uber: oltre Manica sembra dunque prendere piede la classificazione di questo tipo di organizzazione del lavoro in un tertium genus, distinto sia dal lavoro subordinato sia dal lavoro autonomo tradizionale. Un orientamento simile si registra in alcune sentenze pronunciate in California, dove pure se ne sono registrate di negative sulle rivendicazioni di platform workers. Nei Paesi dell’Europa continentale si osserva invece il nascere delle umbrella companies, che offrono ai platform workers, come ad altri che si collocano a pieno titolo nell’area del lavoro autonomo ma senza un regime assicurativo di categoria, il servizio di riscossione dei compensi e la possibilità di attivare una propria posizione previdenziale, attraverso la simulazione di un rapporto di lavoro alle proprie dipendenze. In Belgio una di queste, la Smart, ha negoziato un accordo con Deliveroo, che prevede per i fattorini ciclisti un compenso minimo garantito indipendente dal numero delle consegne compiute, un contributo per l’uso ed eventuale riparazione della bicicletta e dello smartphone, tutti versati da Deliveroo alla stessa Smart, che li utilizza per il pagamento di retribuzione e contributi per lo più nell’ambito di un co

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La sirena della moneta fiscale

Ven, 13/04/2018 - 11:17

C’è molta confusione sulla moneta fiscale. Non è il pasto gratis che molti propagandano. Emettere moneta fiscale per 100 miliardi è esattamente come un taglio alle tasse di 100 miliardi, una cifra pazzesca ed insensata, che genera un aumento equivalente delle passività dello stato.

Una versione più estesa e dettagliata di questo articolo può essere scaricata qui in versione pdf.

“Moneta fiscale”, “moneta complementare”, “minibot”: sono tutte espressioni equivalenti, usate per indicare una  via alternativa  per rilanciare l’economia,  un modo per aggirare il monopolio della produzione di moneta da parte della Bce senza dover uscire  dall’euro. Essa consentirebbe di mettere “potere d’acquisto” extra nelle mani dei cittadini, e quindi di innescare il meccanismo del moltiplicatore aumentando consumi, reddito e occupazione.

In ciò che segue partirò dalle stesse ipotesi dei proponenti, e   mostrerò che le varie proposte di moneta fiscale sono esattamente equivalenti ad un taglio di tasse di pari ammontare nei loro effetti su potere d’acquisto,  reddito e  occupazione, ma anche sulle passività dello stato (il debito pubblico). Date le ipotesi di partenza e la logica del modello usato dai fautori della moneta fiscale, questo risultato è  puramente una questione di contabilità nazionale.

Chi propone di immettere una quantità permanente di moneta fiscale pari a 100 o 200 miliardi (una cifra usuale tra i fautori di questa proposta) sta quindi proponendo esattamente di fare un taglio di tasse di 100 o 200 miliardi ogni anno, una cifra semplicemente pazzesca, considerato anche che si aggiungerebbe alle decine di miliardi delle altre proposte.

COSA È LA MONETA FISCALE

La formulazione più compiuta della proposta  è  contenuta nell’ebook di MicroMega “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro” a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino. La moneta fiscale è  un  Certificato di Credito Fiscale (CCF), cioè  un titolo emesso dallo stato che può essere usato, alla scadenza, per pagare tasse, multe, ed altre obbligazioni finanziarie verso lo stato,  per un valore pari al valore facciale del titolo stesso. Poiché il  titolo  è trasferibile a terzi, se emesso in tagli sufficientemente piccoli è possibile che possa circolare come quasi-moneta, cioè possa essere utilizzato per fare acquisti di beni e servizi. Se si forma un mercato secondario sufficientemente liquido, un  CCF è dunque “potere d’acquisto extra”.

MONETA FISCALE E BOT SONO  LA STESSA COSA

Prima di proseguire, è fondamentale chiarire un concetto che è spesso frainteso dai fautori della moneta fiscale: i CCF non sarebbero debito pubblico, perché hanno natura “monetaria” e non di debito. Questo è profondamente errato. Sicuramente un BOT (il tipico titolo di debito pubblico) e un CCF sono una passività dello stato. Una passività è un impegno a trasferire al possessore del titolo un certo ammontare di risorse a scadenza. Un BOT  è  ovviamente una passività dello stato, perché è un pezzo di carta che dice: “alla scadenza di questo BOT, lo stato ti dà 100 euro”. Ma anche un CCF  lo è,  perché è come se lo stato dicesse: “alla scadenza di questo CCF, lo stato ti ridà 100 euro di tasse che hai pagato”. Non c’è alcuna differenza rispetto a un BOT.

Inoltre, entrambe queste passività possono essere facilmente vendute dal possessore sul mercato secondario, senza  aspettare la scadenza. In questo senso sono passività liquide. Anche da questo punto di vista non c’è differenza sostanziale tra i due strumenti.

Da tutto questo discende una conseguenza: un  BOT e un CCF sono la stessa cosa. Entrambi sono passività dello stato. Entrambi possono essere scambiati contro  moneta legale. Insomma, se un CCF da 100 euro è “quasi moneta”, “potere d’acquisto extra”, lo deve essere anche un BOT. (Ovviamente per essere considerati come “quasi moneta” sia i BOT sia i CCF dovranno essere emessi in tagli sufficientemente piccoli, ma questa è l’unica condizione.)

Di seguito, quindi, per evitare di restare impantanato in disquisizioni semantiche inutili con chi non apprezza il termine “debito pubblico”,  mi riferirò a BOT e CCF come “passività dello stato”.

COME FUNZIONA LA MONETA FISCALE 

Tutto quello che dobbiamo fare per comparare gli effetti di una emissione di moneta fiscale e di un taglio alle tasse è  dunque stabilire gli effetti sul potere d’acquisto dei due esperimenti, dove il potere d’acquisto è definito come

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