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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 4 giorni 21 min fa

Il Punto

Mar, 11/12/2018 - 11:53

Dopo due anni di paralisi, il Parlamento di Londra ha riguadagnato peso nel capitolo finale della Brexit. Al punto che Theresa May ha rimandato il voto sull’accordo con la Ue per non uscirne a pezzi. Caos e incertezza dominano la politica nel Regno (dis)Unito in attesa delle mosse dei vari attori della commedia.
Con un emendamento a sorpresa, il governo entra a gamba tesa nel mercato dell’auto, tassando l’acquisto di auto inquinanti in favore di quelle con bassa emissione di CO2. Ma per come è congegnato il provvedimento ci guadagna chi compra modelli costosi e superpotenti mentre perdono gli acquirenti delle utilitarie. Intanto in Polonia prosegue la conferenza sul clima Cop 24, partita con l’allarme del segretario generale dell’Onu Guterres: il mondo è fuori rotta e se si continuerà a emettere gas serra ai ritmi attuali, nel 2040 saremo alla soglia di sicurezza di +1,5 gradi. Presentiamo i numeri che documentano il problema.
Dopo gli stress test dell’authority europea (Eba), il Muv – Meccanismo unico di vigilanza – ha diffuso una mappa dei rischi che incombono sulle banche europee per il 2019. Per gli istituti di credito italiani, punti dolenti vecchi e nuovi: prestiti in sofferenza (Npl), sistemi informatici da adeguare, rischio sovrano e di liquidità. Questi ultimi legati all’andamento dello spread, il cui livello elevato pesa anche sulla redditività delle imprese industriali e di servizi, soprattutto delle piccole. Che, alla lunga, pagano tassi bancari più alti. Anche se oggi la loro migliore struttura finanziaria rispetto a dieci anni fa ne smorza l’impatto. Sullo sfondo, però, si rafforza in Italia il rischio di recessione, segnalato dall’indice Pmi che, riflettendo il complesso dell’economia, segnala un preoccupante ristagno a un livello sotto la media dell’Eurozona e sotto anche ad altri paesi in rallentamento come la Germania.
Un po’ vuole essere strumento anti-povertà e un po’ vuole riattivare l’occupazione. Di sicuro sarà diverso dal reddito di inclusione oggi già in funzione. È il reddito di cittadinanza, un pasticcio logico-istituzionale. Con benefici da maneggiare con cura perché difficili da ritirare per la resistenza degli eventuali destinatari.
Qualcuno ricorda le “rimesse degli emigrati” italiani come voce importante – un tempo – dei nostri flussi finanziari in entrata. Oggi il percorso è inverso: chi lavora qui manda soldi al paese d’origine. Un emendamento della Lega al decreto fiscale tassa all’1,5 per cento i “money transfer”. Aggiungendosi ad altre più o meno piccole vessazioni economiche. Se questo provvedimento è già stato approvato da uno dei rami del Parlamento, minor fortuna ha avuto l’iniziativa pentastellata di tassare le bevande gassate. Bocciata dal partner di governo. Del resto per combattere l’obesità più che un’imposta serve educare i cittadini a non adottare dannose scelte alimentari.

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Qui tira aria di recessione

Mar, 11/12/2018 - 11:53

Il primo segnale di una recessione alle porte arriva dalle imprese italiane. Le quali, secondo l’indice Pmi composite, da due mesi hanno rallentato l’acquisto di beni e servizi. Sintomo che la fiducia degli operatori è in calo.

L’economia italiana è in rallentamento dall’inizio dell’anno ma il rallentamento (minor crescita ma pur sempre positiva) si è tradotto dopo l’estate in numeri negativi.

La società Markit elabora il composite Pmi (Purchasing managers index), ossia un indice costruito intervistando i responsabili degli acquisti di beni e servizi (Purchasing managers, da cui Pmi come Purchasing manager index) da parte delle imprese. Tiene conto di nuovi ordini, produzione, occupazione, consegne e scorte nel settore manifatturiero e dei servizi. Può essere quindi indicativo delle aspettative delle imprese. Un valore inferiore a 50 indica una probabilità di contrazione, mentre un valore superiore al 50 indica una possibile espansione.

Il Pmi composto dell’Italia è inferiore a 50 anche in novembre (49,3), dopo il dato ugualmente negativo di ottobre. Il che fa salire la probabilità di un quarto trimestre negativo, e quindi che l’Italia entri ufficialmente in recessione dopo la piccola contrazione del Pil osservata nel terzo trimestre.

Da sottolineare che il dato composto è la media degli indici per il settore manifatturiero (in discesa a 48,6) e per quello dei servizi (in leggero aumento a 50,3).

Fonte: Markit

Il settore manifatturiero ha registrato contrazioni della produzione e dei nuovi ordini per il secondo mese consecutivo, anche a causa della più debole domanda dall’estero e quindi delle esportazioni. Inoltre, ha pesato un aumento dei prezzi medi di acquisto delle materie prime, come petrolio e plastica. Il che potrebbe tradursi anche in un aumento dei prezzi per il consumatore finale.

Fonte: Markit

L’attività del settore italiano dei servizi è tornata a registrare una leggera crescita nel mese di novembre, grazie anche all’incremento del portafoglio clienti che ha a sua volta aumentato il flusso dei nuovi ordini. C’è però da dire che l’aumento delle commesse in entrata è avvenuto al ritmo di crescita più lento in quasi quattro anni.

Anche in Europa il vento non è così favorevole. Come già in ottobre, il Pmi composto dell’Eurozona rallenta, anche se rimane molto al di sopra della soglia critica di 50. Il che segnala una possibile crescita nel quarto trimestre per l’area dell’euro vicina allo 0,3 per cento sul trimestre precedente.

Fonte: Markit

A rallentare tra i grandi paesi europei è la Germania, il cui Pmi composto ha un andamento declinante simile a quello dell’Italia, pur rimanendo superiore a 50 (52,3, il minimo da quattro anni) ma pur sempre sopra alla soglia che indicherebbe l’arrivo di una recessione. Francia e Spagna non rallentano invece, ma confermano la crescita del trimestre precedente, dunque non così rapida come a fine 2017 ma comunque chiaramente positiva. La recessione dunque sembra destinata fermarsi al di qua delle Alpi, chissà perché.

Fonte: Markit

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Per le banche gli esami non finiscono mai

Mar, 11/12/2018 - 11:51

Dopo gli stress test Eba, la vigilanza europea ha reso note le priorità della sua azione per il 2019, basate su una mappa aggiornata dei rischi. Per le banche italiane si tratta di punti dolenti vecchi e nuovi: dagli Npl al rischio sovrano e di liquidità.

La mappa dei rischi 2019

La definizione della mappa dei rischi guida la pianificazione dell’attività della vigilanza europea (Meccanismo unico di vigilanza). E sin dalla sua nascita, nel 2014, il Muv indica a fine anno le priorità per l’anno successivo, consentendo alle banche di conoscere in anticipo i temi caldi su cui verterà la sua azione.

La comunicazione preventiva dei micro-obiettivi dell’attività di vigilanza e la programmazione degli interventi costituiscono un caposaldo del metodo di lavoro dell’autorità di vigilanza europea. L’azione si basa su ispezioni in loco e analisi tematiche che iniziano con la richiesta alle banche di numerosi dati e informazioni non sempre subito disponibili, ma che devono essere reperiti ed elaborati secondo gli standard richiesti. Le banche dovrebbero considerare positivamente il nuovo stile della vigilanza europea. Si tratta, certo, di una interazione continua molto impegnativa in termini di risorse impegnate, che tuttavia permette loro di prepararsi al meglio per la valutazione annuale (Supervisory Review Evaluation Process – Srep).

Mentre l’Eba (European Banking Authority) pubblicava l’esito degli stress test 2018 (si veda il commento di Andrea Resti), la vigilanza europea rendeva note le sue priorità per il 2019, basate sull’analisi della mappa dei rischi giudicati più rilevanti per le banche che ricadono direttamente sotto la sua supervisione (figura 1). Tra quelli ad alto impatto ed elevata probabilità di accadimento vi sono: non performing loans (Npl), incertezze geopolitiche, cibercriminalità e disfunzioni dei sistemi informatici.

Le priorità dell’azione della Bce per il 2019

Coerentemente con la mappa dei rischi, le priorità di alto livello (high-level priority areas) dell’azione di vigilanza europea per il 2019 riguardano tre aree.

  1. Rischio di credito: sono sempre in primo piano i crediti deteriorati, a cui si aggiunge l’analisi della qualità dei criteri che guidano la concessione di affidamenti, con ispezioni mirate su specifiche tipologie (per esempio, immobiliari).
  2. Gestione dei rischi – risk management. Gli ambiti individuati sono numerosi: l’attività ispettiva di controllo sui modelli interni di rating (Trim – Targeted review of internal models), tra i quali sono molto rilevanti quelli sul rischio di credito; ispezioni It e cyber; i temi dell’adeguatezza patrimoniale (Icaap, Internal Capital Adequacy Assessment Process) e dell’adeguatezza di liquidità (Ilaap, Internal Liquidity Adequacy Assessment Process). Si segnalano in particolare gli stress test sulla liquidità, volti a verificare la resilienza delle banche di fronte a shock di liquidità.
  3. Dimensioni di rischio molteplici, con due ambiti di indagine: la preparazione alla Brexit da un lato; il rischio di negoziazione e di mercato con la valutazione delle attività in portafoglio, dall’altro.

 

Tra le priorità maggiori non è più compreso il modello di business, che invece vi compariva nei tre anni precedenti, dal momento che di recente la vigilanza ha pubblicato una serie di indicazioni sul tema (per un commento si veda Maria Luisa di Battista e Laura Nieri); continuerà comunque a essere oggetto di vigilanza nell’ambito dell’attività svolta.

Banche italiane e vigilanza nel 2019

Per le banche italiane si prospetta una particolare attenzione per alcuni aspetti critici: 1) consistenze e strategie di smaltimento degli Npl, un problema che sembrava in fase di soluzione, ma con rischi di un accumulo in futuro, a causa di una possibile fase di ripresa economica più debole; 2) due ambiti legati al rischio sovrano e all’andamento dello spread (che non rientravano nello stress test sui dati del 2017): la valutazione dei portafogli titoli e il rischio di liquidità, un tema questo già oggetto di elevata attenzione in Italia negli ultimi mesi; 3) i sistemi informatici, per lo sviluppo dei quali le banche italiane non brillano.

Le banche sono preallertate: il menù è decisamente nutrito e le terrà impegnate a lungo con un considerevole impiego di risorse umane di elevata esperienza e specializzazione, soprattutto nell’ambito del risk management e della finanza, nonché di risorse informatiche, tempo uomo e tempo macchina. Sono ben attrezzate per svolgere il compito?

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Effetto spread sui conti delle imprese

Mar, 11/12/2018 - 11:50

Livelli elevati dello spread, se prolungati nel tempo, hanno effetti sui tassi di interesse. E di conseguenza su investimenti, redditività e rischio delle imprese. Rispetto al passato, però, le Pmi potrebbero resistere meglio a un eventuale shock.

Credito e spread

Il differenziale tra i titoli di stato italiani e tedeschi ha iniziato ad ampliarsi a maggio 2018, fino a toccare in dicembre un nuovo massimo, a 338 punti.

Spread elevati potrebbero avere conseguenze rilevanti sul livello degli investimenti, della redditività e del rischio delle imprese se producono un aumento del costo del credito. Analisi condotte sulla fase di tensione dei debiti sovrani del 2011 indicano che incrementi permanenti dello spread causano, nel giro di un anno, aumenti dei tassi di interesse sui nuovi prestiti della stessa entità.

Nel Rapporto Cerved Pmi 2018 è stato stimato l’effetto di un aumento del costo medio del debito su redditività e rischio delle piccole e medie imprese italiane.

Figura 1

Gli effetti sulla redditività

Negli ultimi anni le Pmi italiane hanno registrato una ripresa della redditività netta, favorita dalla prolungata fase dei bassi tassi di interesse che hanno beneficiato dei programmi di Quantitative easing della Banca centrale europea.

In base ai dati di bilancio, tra il 2012 e il 2016 il costo per oneri finanziari che le Pmi affidate dalle banche hanno sostenuto si è ridotto di oltre 5 miliardi di euro, passando da 12,5 a 7,4 miliardi (-41 per cento). A parità di tutte le altre condizioni, con un ammontare assoluto di oneri finanziari pari a quello del 2012, il Roe delle piccole imprese si ridurrebbe di 2,3 punti percentuali, passando dal 4,8 per cento al 2,5. Quasi la metà del beneficio (2,4 miliardi) è dovuto al minor costo medio del denaro, con un contributo positivo sul Roe di 1,1 punti, L’altra parte è dovuta invece alla contrazione dei debiti finanziari, da cui scaturisce un miglior Roe per 1,2 punti percentuali.

Figura 2

Una stima sui bilanci indica che, data la struttura finanziaria delle Pmi, a 100 punti base di aumento del costo medio del debito corrisponderebbe a regime un calo del Roe di circa un punto percentuale.

Ma gli effetti sulle piccole e sulle medie imprese non sarebbero omogenei: nel caso di un aumento dei tassi di 300 punti base, il Roe delle medie imprese si ridurrebbe infatti dal 5,4 per cento al 2,5 per cento (-2,9 punti percentuali), mentre quello delle piccole arriverebbe quasi ad azzerarsi, passando dal 4 per cento allo 0,6 per cento (-3,4 punti).

Figura 3

Il rischio fallimento

Negli ultimi anni, le piccole imprese italiane hanno fortemente rafforzato i propri profili finanziari e patrimoniali per effetto dell’uscita dal mercato delle società più deboli e del consolidamento di quelle sopravvissute. In particolare, il rapporto tra oneri finanziari e Mol – una misura sintetica della capacità delle imprese di generare le risorse necessarie a ripagare l’indebitamento – si è più che dimezzato dopo il 2012.

Quale sarebbe oggi la capacità del sistema delle Pmi di reggere l’urto di aumenti dei tassi di interesse? Abbiamo utilizzato la soglia del 43 per cento del rapporto tra oneri finanziari e Mol (il terzo quartile delle Pmi in area di rischio secondo il Cerved Group Score) per definire le aziende con oneri finanziari “scarsamente sostenibili” e abbiamo simulato, a parità di tutte le altre condizioni, gli effetti di aumenti dei costi del debito sul rischio di default delle Pmi.

Nel caso di un aumento di 300 punti base del costo medio del debito, il numero di Pmi con oneri finanziari scarsamente sostenibili passerebbe da 20 mila (il 22 per cento del campione) a 31 mila (34 per cento). Nel caso di aumento dello spread accompagnato da una riduzione dei margini, il numero di Pmi con debiti scarsamente sostenibili rimarrebbe comunque inferiore a quello del 2012 (33 mila contro 41 mila).

La migliore capacità rispetto al passato del nostro sistema di Pmi di resistere a shock dei tassi di interesse è dovuta a una serie di fattori: oggi le piccole imprese sono più capitalizzate, hanno ridotto l’indebitamento (ed è diminuito il numero di Pmi affidate dalle banche, conseguenza del credit crunch) ed è quindi più basso l’ammontare di oneri finanziari.

Figura 4

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Passi falsi nel passaggio alle rinnovabili

Mar, 11/12/2018 - 11:35

Crescono gli investimenti nelle energie rinnovabili, ma anche le emissioni globali di gas serra. È la prova che quanto fatto finora non basta. Serve un cambio di paradigma anche in settori come trasporti, industria e agricoltura. E occorre fare in fretta.

La strada verso la decarbonizzazione

Mentre a Katowice, in Polonia, si tiene la ventiquattresima Conferenza delle parti sul clima, che dovrà definire una volta per tutte l’attuazione dell’Accordo di Parigi, il tempo a disposizione per la sfida ai cambiamenti climatici si esaurisce sempre più in fretta. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha aperto la Cop24 affermando che il mondo è totalmente fuori rotta: se si continuerà a emettere gas serra ai ritmi attuali, già nel 2040 raggiungeremo la soglia di sicurezza dei +1,5°C. I dati dell’International Energy Agency testimoniano come nel 2017 le emissioni di gas serra sono tornate a crescere, dopo tre anni in cui erano state sostanzialmente piatte, e le stime sul 2018 segnalano un nuovo record.

La dipendenza dei consumi finali di energia dai combustibili fossili è ancora elevata: quasi l’80 per cento nel 2016, mentre il 2,2 per cento viene dal nucleare e il restante da fonti rinnovabili. Tuttavia, la situazione cambia leggermente se consideriamo la sola energia elettrica (figura 1), dove le rinnovabili coprono il 26,5 per cento della produzione totale, una percentuale in costante crescita rispetto al 22,1 per cento del 2013. Della quota delle rinnovabili, la maggior parte deriva dall’idroelettrico, che ha caratteristiche più simili alle centrali a combustibili fossili in quanto regolabile, a differenza delle rinnovabili intermittenti (eolico e solare). L’energia elettrica non solo è mediamente più pulita, ma è anche un vettore energetico più efficiente in molti settori, come quello automotive. L’elettrificazione dei consumi è quindi uno dei trend che guideranno la transizione energetica.

Figura 1 – Energia elettrica globale prodotta da fonti rinnovabili (2017)

Fonte: Ren21, Renewable 2018 Global Status Report

A livello globale il maggior sviluppo delle rinnovabili finora è avvenuto nell’Unione europea, la quale si è data come obiettivo un target del 20 per cento di consumi di energia finale coperto da fonti rinnovabili al 2020, ampliato quest’anno con il target del 32 per cento al 2030, che potrà essere rivisto al rialzo tra cinque anni. Nel 2016 il peso delle rinnovabili nei 28 paesi UE era al 17 per cento sui consumi finali (figura 2) e al 29 per cento sui consumi di energia elettrica. I paesi dell’UE sono parte del più grande mercato dei permessi di emissione (l’Eu Ets) che riguarda circa il 40 per cento delle emissioni di gas serra europee. Di recente il commissario europeo per il clima Miguel Arias Cañete ha annunciato l’intenzione della Commissione europea di azzerare le emissioni di CO2 entro il 2050, recependo la richiesta presentata da dieci paesi, tra cui l’Italia. Dalle parole bisognerà però passare ai fatti, dato che nel 2017 le emissioni sono tornate a crescere anche nella UE.

Figura 2

I due maggiori paesi emettitori sono la Cina e gli Usa. Mentre il presidente Trump ha affermato che gli Usa usciranno dall’Accordo di Parigi, cosa che potrà verificarsi solo nel 2020 quando diventerà operativo, la Cina investe molto nella lotta ai cambiamenti climatici. Tuttavia, nel 2017 le emissioni degli Usa sono diminuite dello 0,5 per cento proseguendo il trend iniziato sotto l’amministrazione Obama: le utilities infatti abbandonano sempre più il carbone, in favore del meno inquinante gas naturale. In Cina e nel resto dell’Asia in via di sviluppo, invece, le emissioni sono aumentate rispettivamente dell’1,7 per cento e del 3 per cento, a causa della forte crescita economica ancora troppo dipendente dal carbone (60 per cento del mix energetico in Cina).

Gli investimenti

Focalizzandosi su queste tre aree, si nota come i nuovi investimenti in energia elettrica e combustibili da fonti rinnovabili si siano ridotti in Europa dai 128 miliardi del 2011 ai 40 miliardi del 2017 (figura 3). Invece negli Stati Uniti, nonostante l’effetto Trump, non si è verificato un calo sostanziale, mentre in Cina si è avuta una crescita esponenziale dai 48 miliardi del 2011 ai 126 del 2017. Dei 280 miliardi investiti a livello globale, ormai circa due terzi riguardano la Cina e gli altri paesi emergenti (figura 4).

Figura 3

Figura 4 – Nuovi investimenti in energia elettrica e combustibili da fonti rinnovabili a livello globale

Fonte: Ren21, Renewable 2018 Global Status Report

La ragione risiede sia nei costi che nella fattibilità tecnica. In assenza della diffusione su vasta scala di tecnologi

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Brexit, dal pasticcio al caos

Mar, 11/12/2018 - 11:33

Per la Brexit è arrivato il momento della resa dei conti. All’ultimo minuto Theresa May rinvia il voto del Parlamento sull’accordo raggiunto con la Ue dopo due anni di trattative. La sconfitta apre una fase ancor più caotica della storia del Regno Unito.

Tre batoste parlamentari per Theresa May

Nel film Przypadek, un incontro fortuito e a prima vista irrilevante conduce il protagonista a tre destini, la cui graduale ma radicale divergenza è descritta dal regista polacco Krzysztof Kieślowski in tre opposte sequenze di eventi. Gli storici futuri potranno identificare un momento simile nei rapporti tra Ue e Regno Unito nella decisione, in seguito definita idiota, di un paio di deputati laburisti di aggiungere il loro nome al modulo della candidatura di Jeremy Corbyn a leader laburista, pur non avendo alcuna intenzione di votarlo, ma per permettergli di competere, con il fine di “ampliare il dibattito” interno al partito. La storia non si fa con i “se”, ma credo davvero che se i due non avessero preso questa decisione, oggi il primo ministro David Cameron e il capo dell’opposizione Yvette Cooper, si scontrerebbero ai comuni sull’atteggiamento di politica estera che la Ue dovrebbe tenere verso la crisi in Ucraina e l’attacco alla libertà accademica in Ungheria.

Invece, quando non sono impegnati in distopiche discussioni da film post-apocalittico, i politici inglesi si azzannano per la Brexit. Da un lato, il governo offre promozioni e cavalierati a deputati tory vacillanti, dall’altro l’opposizione rispolvera l’umile richiesta, un arcano e desueto regolamento parlamentare, con il quale sconfigge il governo tre volte.

Se l’accusa di vilipendio al Parlamento per il rifiuto di pubblicare l’opinione sull’accordo porta l’avvocato dello stato alle lacrime, anche perché è la prima volta nei sette secoli di vita del Parlamento, la sconfitta più bruciante è la vittoria della mozione dell’ex-ministro Tory Dominic Grieve. Permetterà ai deputati di proporre emendamenti a ogni proposta del governo successiva a un eventuale voto contrario all’accordo con la Ue, di fatto assegnando al Parlamento la decisione finale sui rapporti con la Ue. È un duro colpo alla strategia del divide et impera che il governo sperava di seguire. L’idea era quella di far votare il Parlamento, prima del voto finale di martedì 11 dicembre su vari possibili scenari che potrebbero verificarsi in caso di bocciatura dell’accordo. Così ogni alternativa (dal secondo referendum al trattamento diverso tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna) sarebbe stata eliminata e il dibattito ai comuni sarebbe finito con un aut-aut netto, senza se e senza ma: o “no deal” o il trattato firmato da May con la Ue. La speranza era che un numero sufficiente di deputati pro-europei preferisse la padella della proposta May alla brace dell’assenza di ogni accordo.

Ora che l’opinione legale è pubblica, è anche ovvio perché il governo era restio a pubblicarla: il documento chiarisce che il Regno Unito non potrà lasciare l’unione doganale senza il consenso della Ue, e sulla spinosa questione dell’Irlanda del Nord non lascia dubbi sul fatto che, senza un accordo specifico sul commercio da concludersi entro il 2022 “la Gran Bretagna sarà alla stregua di un paese terzo per quanto riguarda scambi tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna”: come per la nazionale di rugby non ci sarà divisione tra le due Irlande, ma ci sarà separazione tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna. Ironico che la separazione legale del Regno sia proposta da un partito il cui nome ufficiale è “conservatore e unionista”.

Cosa succederà?

Con un cambio di marcia disperato, dopo aver ribadito fino a un’ora prima che non lo avrebbe fatto, Theresa May ha posticipato il voto, nella assoluta certezza che ne sarebbe uscita strapazzata, visto che oltre 100 parlamentari tory avevano dichiarato che si sarebbero schierati come tutti gli altri partiti contro l’accordo. È davvero impossibile azzardare previsioni. Da un lato le posizioni si chiariscono, i costi drammatici della Brexit diventano sempre più evidenti, il ministro dell’Economia cambia tono e ammette che l’economia peggiorerà, mentre la Bank of England stima vari scenari e prevede una perdita secca del Pil del 10 per cento (figura 1) qualora non ci sia un trattato con la Ue, attirando sul governatore insulti su insulti. Dall’altro lato, però, i sondaggi mostrano solo un leggero spostamento anti-Brexit dovuto soprattutto al cambio demografico dal giugno 2016, giovani che diventano maggiorenni sostituiscono gli anziani che muoiono, pochissimi elettori sembrano cambiare idea.

In teoria, l’emendamento Grieve

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Se l’ecotassa sulle auto è solo una tassa

Mar, 11/12/2018 - 11:24

Il governo ha introdotto a sorpresa un sistema di malus e bonus sulle nuove auto per incentivare l’acquisto di quelle con minori emissioni. Il fine è meritorio, ma la misura ha limiti sotto il profilo dell’equità e rischia di essere solo un’altra imposta.

Il bonus-malus del governo

Nel travagliato iter della legge di bilancio, a sorpresa e nottetempo, è stato approvato un emendamento del governo che introduce incentivi e disincentivi all’acquisto di nuove auto sulla base delle emissioni di anidride carbonica. La misura, subito ribattezzata ecotassa, ha suscitato una ridda di reazioni negative e messo in luce una nuova crepa tra le due forze di governo. È stato immediatamente convocato un tavolo con le parti sociali e richiamato il contratto di governo.

Il provvedimento introduce un’imposta modulata sui grammi di CO₂ emessi, da pagare per ogni autovettura di nuova omologazione. Un malus che va da 150 fino a 3 mila euro.

Tabella 1

Il gettito atteso è di almeno 300 milioni di euro che andrebbe a finanziare un bonus riconosciuto a chiunque (aziende incluse) acquisti un’auto con emissioni di CO2 particolarmente basse. Minori sono le emissioni più alto sarà il bonus.

Tabella 2

La misura, in vigore dal 2019 al 2021, si applicherebbe con un decreto dei ministeri dello Sviluppo economico, dei Trasporti e dell’Economia, che però difficilmente potrebbe veder luce già per gennaio.

Viste le numerose e non peregrine critiche piovute da produttori, venditori, demolitori di automobili, ma anche da sostenitori dell’auto elettrica, per cui il bonus pare ideato in particolare, è difficile ritenere che la misura arrivi in fondo così com’è stata presentata.

Il principio è giusto, l’applicazione meno

Far pagare chi inquina a vantaggio di chi lo fa molto meno è un approccio più che condivisibile, tuttavia l’applicazione come prevista nell’emendamento lo rende iniquo e inefficace.

I grammi di CO₂/km, infatti, sono solo un altro modo per esprimere i litri di carburante consumati, e più si consumano carburanti fossili più anidride carbonica si emette. Le emissioni, tuttavia, dipendono comunque da quanti chilometri si percorrono (e dallo stile di guida, ma traffico e limiti valgono per tutti). Confrontiamo, per esempio, la più venduta (e più economica) delle auto ibride, la Toyota Yaris, che non prenderebbe alcun bonus, con un’ibrida plug-in con emissioni prossime ai 70 g di CO₂/km, che invece riceverebbe 3 mila euro: se la prima fosse utilizzata per 15 mila km all’anno e la seconda per 21 mila, la Yaris emetterebbe comunque meno CO₂. D’altra parte, una Ferrari 488 Gtb, che comunque e a prescindere dall’uso già paga in base alla potenza più di 6 mila euro di superbollo, emetterebbe più CO₂ delle nostre due ibride solo con una percorrenza superiore ai 5.500 km all’anno.

Un possibile rimedio consisterebbe nel dotare le auto di scatole nere che ne traccino il movimento. Oppure, più semplicemente, basterebbe ricordarsi che già oggi più carburante si consuma, più si paga. Basterebbe quindi aumentare leggermente le accise, anche se l’Italia è già ai primi posti in Europa e nel lunghissimo contratto di governo, 30 pagine prima del principio del “chi inquina paga”, vi è l’impegno all’eliminazione delle (mitiche) componenti anacronistiche delle accise. O ancora, che sarebbe la soluzione migliore, essere capaci di destinare per il bonus alcune centinaia di milioni dei quasi 26 miliardi di euro di gettito (Iva esclusa) garantiti dall’attuale tassazione sui carburanti.

Se la misura resterà, certamente verranno rivisti i valori dei malus e, si spera, anche i destinatari dei bonus. Per ora, infatti, la più economica delle Panda (di gran lunga l’auto più venduta in Italia) pagherebbe 300 euro. Ma l’aspetto più grave è che chi acquista un enorme Suv da più di 160 mila euro o una Porsche ibrida plug-in da 200 mila e 310 km l’ora beneficerebbe di bonus da 6 mila e 3 mila euro rispettivamente.

In Germania, dove il potere d’acquisto è superiore al nostro e si acquistano auto mediamente più grandi, da giugno 2016 è operativo un piano di sussidi per incentivare l’acquisto di vetture elettriche e ibride plug-in. Lì si è stati ben attenti a non dare l’aiuto (rispettivamente di 4 mila euro e 3 mila euro, per metà pagati dai produttori) a vetture che superano i 60 mila euro di prezzo. Da notare che oggi, in Italia, senza incentivi all’acquisto, ma con accessi a Ztl, parcheggi gratuiti e altri vantaggi, le auto elettriche segnano una crescita del 154 per cento e le ibride plug-in del 67 per cento. In Germania i tassi sono del 50 e del 18 per cento.

Va anche considerato che per auto di segmento A, B e C, dalle city car al

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Errori da evitare sul reddito di cittadinanza

Gio, 06/12/2018 - 17:35

Una misura destinata all’intera popolazione in povertà assoluta potrebbe rappresentare un grande passo in avanti per il welfare italiano. Però il reddito di cittadinanza va disegnato in modo da rispondere realmente alle concrete esigenze dei poveri.

Un’occasione storica da non perdere

Il nostro paese ha atteso per oltre trent’anni l’introduzione di una misura destinata a chiunque si trovi in povertà assoluta. Questo risultato cruciale, sino a poco tempo fa impensabile, pare oggi a portata di mano. Ma se però il reddito di cittadinanza fosse costruito nel modo sbagliato, se ne pagherebbero le conseguenze per generazioni. Da una parte, infatti, è irreale aspettarsi nei prossimi anni una legge di bilancio con una dotazione per la lotta alla povertà paragonabile a quella in via di definizione. Dall’altra, quando vengono compiute scelte che comportano trasferimenti economici a specifici gruppi sociali, è poi estremamente difficile modificarle.

La scelta di introdurre il Rdc dal 1° aprile 2019 e di disegnarlo in totale discontinuità rispetto al Rei (Reddito d’Inclusione) porterebbe il caos a livello locale perché significherebbe l’azzeramento del lavoro faticosamente svolto sinora, con la sperimentazione del Sia dapprima e con del Rei dopo, e l’assegnazione ai centri per l’impiego di compiti che oggi non sono in grado di svolgere. In altre parole, nel 2019 non si riuscirebbe a introdurre il modello d’intervento previsto dal Rdc, ma si creerebbe molta confusione nei territori.

Evitare l’ennesima riforma della riforma

Si delinea, infatti, il pericolo di rendere il Rdc un ibrido: una politica contro la povertà per quanto riguarda i beneficiari (tutti gli oltre 5 milioni di poveri assoluti, come più volte ribadito dal governo), ma una politica contro la disoccupazione rispetto agli interventi previsti. Si legherebbe così la povertà esclusivamente alla mancanza di occupazione, mentre si tratta di un vissuto che tocca numerosi aspetti della condizione umana: economici, familiari, lavorativi, di salute, psicologici, abitativi, relazionali ed altri. In tutti i paesi europei, il principale obiettivo delle politiche contro la povertà consiste nel fronteggiare le molteplici dimensioni del fenomeno. Anche il Rei è disegnato secondo questa impostazione. L’incremento diretto dell’occupazione degli utenti, sul quale oggi in Italia si insiste molto, rappresenta uno dei fini, ma non l’unico.

L’attuazione del Rei – introdotto appena un anno fa – richiede notevoli sforzi a tutti gli attori del welfare locale coinvolti, incontrando spesso significative difficoltà di tipo organizzativo, gestionale e culturale. Qualunque riforma ambiziosa, qual è il Rei, richiede anni per dare i suoi frutti, e i risultati si possono ottenere solo in un quadro normativo stabile. Smontare l’impianto del Rei e ripartire da zero sarebbe fatale. Si ripeterebbe l’errore commesso tante volte in passato, quando i nuovi governi stravolgevano riforme varate dai predecessori solo al fine di marcare la propria diversità: proprio la mancanza di stabilità nei percorsi d’innovazione è stata una causa decisiva dei numerosi fallimenti incontrati nei tentativi di modernizzare le politiche pubbliche italiane.

Nella costruzione del Rdc, dunque, l’Alleanza contro la povertà in Italia propone di partire dal Rei e, mantenendone l’assetto d’insieme, di migliorarlo ed estenderlo sino a fornire le risposte necessarie a chiunque si trovi in povertà assoluta.

Far fare ai centri per l’impiego il loro lavoro

Nell’impianto del Rei l’inserimento occupazionale ha una posizione di rilievo. Infatti, nel caso di utenti con esigenze legate al lavoro è previsto il coinvolgimento dei centri per l’impiego, senza però che siano stati loro dedicati particolari investimenti. L’annuncio di uno sviluppo dei Cpi rappresenta quindi una novità particolarmente positiva, che non si contrappone in alcun modo al mantenimento dell’impianto del Rei.

Ben diverso sarebbe se con il potenziamento dei Cpi si volessero sostituire i comuni nel coordinamento complessivo della misura, ribaltando l’attuale impostazione. Infatti, solo i servizi sociali comunali hanno le competenze necessarie ad affrontare la multidimensionalità della povertà sperimentata da individui e famiglie. E si tratta di una complessità così sfaccettata che la si può fronteggiare solo costruendo collaborazioni tra i diversi attori del welfare locale (comuni, Cpi, associazioni, terzo settore, Asl, edilizia pubblica, scuola, ed altri): la regia di una simile rete non può che essere affidata ai comuni – come prevede il nostro ord

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Quando lo stato fa cassa con gli immigrati

Gio, 06/12/2018 - 15:45

Un emendamento al decreto fiscale vorrebbe introdurre un prelievo dell’1,5 per cento sui trasferimenti verso i paesi extra-Ue. Per gli immigrati si tratterebbe di una nuova tassa, da sommare a quelle in vigore su permessi di soggiorno e naturalizzazioni.

La tassa sulle rimesse

Un emendamento al decreto fiscale (Dl 23.10.2018, n. 119, già approvato in Senato e in attesa del via libera alla Camera) prevede l’introduzione di una tassa dell’1,5 per cento sulle rimesse inviate verso i paesi extra-Ue. Naturalmente non si può parlare di tassa sugli immigrati, dato che non dipende dalla nazionalità di chi effettua l’operazione, ma sappiamo benissimo che il money transfer è lo strumento principale da loro utilizzato per sostenere le famiglie d’origine.

Se si considera che le rimesse verso l’estero negli ultimi anni si sono stabilizzate intorno ai 5 miliardi di euro e che circa l’80 per cento va verso paesi extra-Ue, si può stimare un gettito potenziale di poco più di 60 milioni. Spesa che si aggiungerebbe alle commissioni già pagate agli operatori, variabili a seconda dell’importo inviato e del paese di destinazione. Secondo la Banca Mondiale, il costo medio per l’invio delle rimesse dall’Italia è del 6,2 per cento, leggermente inferiore rispetto alla media mondiale (7,09 per cento).

Il costo medio dall’Italia è calato significativamente dal 2013, quando raggiungeva quota 7,28 per cento. Lo sforzo maggiore, però, è stato fatto dalla Francia, dove le commissioni superavano il 10 per cento fino al 2014 e oggi sono scese al di sotto del 7 per cento. In calo anche la Germania, che però rimane al di sopra della media. Sotto la media, invece, sono gli Stati Uniti.

Tabella 1 – Costo medio delle rimesse per paese di invio (valori %)

Fonte: elaborazioni Fondazione Leone Moressa su dati Banca Mondiale

Siamo comunque ancora distanti dagli obiettivi stabiliti a livello internazionale: già durante il G8 del 2009 a L’Aquila si indicò il 5 per cento come traguardo relativo al costo medio delle transazioni. Intento poi ribadito durante i G20 di Cannes (2011) e Brisbane (2014). Mentre all’interno degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite è fissato l’obiettivo di ridurre i costi al 3 per cento entro il 2030.

Se l’imposta entrasse in vigore, il contributo più consistente sarebbe dato dai cittadini del Bangladesh, con 8 milioni di euro. In totale, in Italia sono circa 130 mila, dunque sarebbe come chiedere a ciascun cittadino del Bangladesh (inclusi bambini e anziani) un contributo di circa 60 euro. Seguirebbero i cittadini di Filippine (4,9 milioni complessivi), Senegal (4,6 milioni), India (4,4 milioni), Sri Lanka (4,2) e Marocco (4,2).

La tassa italiana andrebbe dunque in direzione opposta rispetto agli impegni internazionali, basati sul principio che abbassare i costi aiuta a combattere l’utilizzo di canali di trasferimento informali o addirittura illegali.

Inoltre, appare contraddittorio che chi prima indicava “aiutiamoli a casa loro” come ricetta per risolvere la questione migratoria oggi proponga una tassa sugli aiuti che gli immigrati inviano alle famiglie, di fatto rendendo più difficili tali flussi e rischiando di alimentare canali informali o illegali.

Più in generale, l’approccio generale del governo si presta ad essere interpretato come ostile verso gli immigrati regolari: ne sono prova il decreto sicurezza (legge 1 dicembre 2018, n. 132), che si occupa quasi esclusivamente di immigrazione, o l’approvazione in Commissione bilancio alla Camera di un emendamento alla manovra che esclude gli extra-comunitari dall’accesso alla Carta della famiglia, lo strumento a sostegno dei nuclei con molti figli.

Il gettito fiscale complessivo

Quello sulle rimesse non sarebbe l’unico aumento a carico degli immigrati regolari. Il decreto Salvini, recentemente convertito in legge, ha aumentato il costo per la pratica di acquisizione di cittadinanza italiana da 200 a 250 euro (+25 per cento). A cui si aggiungono 16 euro di marca da bollo. La motivazione data per l’aumento è la volontà di incrementare gli investimenti in progetti di cooperazione con i paesi d’origine, ma non è chiaro perché siano solo gli immigrati a doverli finanziare.

Negli ultimi tempi le naturalizzazioni hanno raggiunto quota 200 mila all’anno: la modifica porterebbe così nelle casse dello Stato 50 milioni annui, 10 in più rispetto al passato.

Agli immigrati è poi richiesto un contributo per il rinnovo dei permessi di soggiorno. La sentenza n. 04487 del Consiglio di stato del 26 ottobre 2016 aveva annullato la tassa – allora di importo tra 80 e 200 euro a seconda del titolo richiesto – seguendo un’i

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Sugar tax, storia di una tassa mai nata

Gio, 06/12/2018 - 12:50

Presentata dal M5s in un emendamento alla legge di bilancio, la tassa sulle bevande gasate è stata subito bocciata dalla Lega. Ma per ridurre l’obesità più che un’imposta serve un approccio che spinga i cittadini a modificare le loro scelte alimentari.

Strategie contro l’obesità

La tassa sulle bevande gasate muore ancora prima di nascere. Presentata come emendamento al disegno di legge di bilancio dal Movimento 5 stelle, è stata bocciata da Matteo Salvini, che anzi propone di abbassare l’accisa sulla birra per valorizzare i piccoli produttori.

A prescindere dalla posizione leghista, evidentemente collegata a valutazioni di carattere politico, le tasse sugli alimenti dannosi hanno sempre generato accese discussioni: in alcuni paesi sono in vigore da anni, in altri hanno avuto vita breve e risultati considerati del tutto marginali.

Certamente esistono evidenze empiriche che ne collegano gli effetti a sensibili riduzioni delle vendite, ma un reale miglioramento della salute della popolazione richiede tempo per essere accertato. E anche quando saranno disponibili i dati sanitari di alta qualità che per il momento mancano, sarà molto difficile stabilire specifici progressi della salute dovuti a singole misure politiche.

Però, non si può più aspettare.

Il reale obiettivo di una tassa di questo tipo dovrebbe essere la riduzione dell’obesità, che è considerata un problema multifattoriale e multilivello. E le bibite gasate, con un nesso ormai da tempo accertato con patologie cardio e cerebro-vascolari, ne rappresentano una piccolissima parte, visto che il consumatore abituale le accompagna giornalmente a diversi altri cibi spazzatura pieni di sale, zuccheri e grassi trans, quasi tutti di produzione industriale.

Si tratta di alimenti acquistabili ai prezzi più bassi del mercato, ai quali siamo portati ad associare immagini di allegria e socialità per l’imposizione di pubblicità invasive; soprattutto sono cibi già pronti e immediatamente consumabili, disponibili pressoché ovunque.

Ma la sugar tax rappresenta una soluzione realisticamente percorribile e desiderabile in questo contesto?

Le analisi e i contributi di alcuni esperti dimostrano che l’imposizione selettiva distorce il mercato, riducendo la libertà di scelta del consumatore; e ha tendenzialmente un impatto regressivo, impoverendo le fasce più deboli. Ma soprattutto – se utilizzata al di fuori di un quadro coordinato di specifiche azioni multidisciplinari e multilivello – non sembra raggiungere l’obiettivo prefissato. Il consumo si sposta infatti su altri alimenti, lasciando invariato l’apporto calorico e vanificando ogni azione. Potrebbe invece essere inserita all’interno di una pianificazione più ampia, possibilmente comprensiva di incentivi per i cibi più utili alla salute, spingendo gentilmente le persone a migliorare le loro scelte alimentari. Per esempio, circa un quarto degli italiani che dichiara di non mangiare abbastanza frutta fresca, ne mangerebbe di più̀ se costasse un po’ meno, e circa un quinto farebbe la stessa cosa con la verdura e gli ortaggi. È su questa linea anche l’Oms, che ne raccomanda l’imposizione in un contesto politico coerente.

Del resto, riuscire a ottenere una rimodulazione dei comportamenti e delle abitudini individuali è molto difficile, pochi centesimi in più non bastano. L’evidenza scientifica mostra infatti che la neurochimica cerebrale, nel realizzare lo stato carenziale, condiziona il comportamento spingendo il consumatore a soddisfare in ogni modo la propria necessità, con parallelismi inquietanti rispetto ad altre dipendenze.

Ancora più difficile è modificare le scelte nutrizionali su una scala più vasta, per ampi settori della popolazione, come vorrebbero fare in genere le politiche sanitarie pubbliche.

D’altra parte, non bastano neanche i sistemi di etichettatura: da tempo, diversi studi rivelano che le informazioni orientate alla modifica dei regimi alimentari, comunicate solo attraverso l’etichetta, hanno dato risultati limitati nel condizionamento dei comportamenti del cittadino e possono condurre addirittura a eccessi di consumo.

Modificare i fattori ambientali

Occorre perciò modificare in modo efficace le scelte che condizionano lo stile di vita dei cittadini, come i modelli applicativi del marketing sociale e del nudge (la spinta gentile) promettono di fare, indirizzando utilmente i comportamenti alimentari dei consumatori per scopi diversi, attraverso la correzione di alcune caratteristiche degli ambienti in cui vivono, e concentrandosi sulle ragioni che inducono a scelte alimentari improprie.

Peraltro, accredit

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Duecento giorni facendo danni per l’economia sono troppi

Sab, 01/12/2018 - 14:11

I dati Istat sul terzo trimestre certificano che il Pil italiano scende per il calo di consumi e investimenti causato dal peggioramento delle aspettative, mentre l’export ha ripreso a tirare. È ora che il governo smetta di fare danni e dia invece una mano, correggendo la manovra in senso più prudente.

Gli orribili primi duecento giorni…

Tre mesi fa, dopo i primi cento giorni del governo del cambiamento scrissi su questo sito un pezzo che era già tutto contenuto nel suo titolo: cento giorni senza far niente per l’economia sono troppi. Osservavo che con segnali di rallentamento dell’economia evidenti già a inizio anno i vice premier e i loro “consiglieri economici” avevano preferito baloccarsi con chiacchiere estive da social network sull’uscita dall’euro e altre idee futuribili piuttosto che provare a riflettere su come sostenere l’economia in modo pratico senza scassare i conti e far ripartire lo spread. Il pezzo coglieva necessariamente solo una parte delle conseguenze del governo attuale per l’economia. D’altronde dopo 100 giorni come giudicare già un governo che arrivava dopo – si diceva – decenni di malgoverno?

Ora di giorni ne sono passati duecento e qualcosa di più si è visto. In particolare è diventato più chiaro che il nuovo governo non si è limitato a non fare nulla ma ha anche già fatto molti danni. Ci sarà tempo per valutare con attenzione gli effetti sul mercato del lavoro del cosiddetto “decreto dignità” (per non rassegnarsi alla rifondazione del vocabolario effettuata in questi mesi bisogna sempre aggiungere un “cosiddetto” prima di riportare la denominazione delle politiche in via di attuazione) così come dell’ottovolante dello spread di queste settimane sul costo del credito per le aziende e sul costo e sulla disponibilità di mutui per le famiglie.

…hanno già lasciato un segno tangibile sull’economia

Ma l’economia intanto sta già mandando segnali chiari e forti. I dati del terzo trimestre di quest’anno dicono che il Pil è leggermente diminuito rispetto al trimestre precedente. Quando era uscita la stima preliminare dell’Istat sul terzo trimestre il premier Giuseppe Conte si era affrettato a precisare che l’Italia stava rallentando “ma non per colpa nostra”. È l’Europa che rallenta, diceva l’autoproclamato “avvocato difensore del popolo”. I dati definitivi del terzo trimestre raccontano una storia differente. Il calo del Pil viene dal calo della domanda interna privata, cioè dal calo degli investimenti e dal calo dei consumi, sia di quelli durevoli che di quelli non durevoli, mentre la componente estera è tornata a crescere (+1 per cento circa rispetto al trimestre precedente, dopo due trimestri molto negativi).

Questi pochi numeri contraddicono le affermazioni del premier Conte. Non è proprio tutta l’Europa che rallenta, ma solo l’Italia e la Germania, mentre ad esempio Francia e Spagna – come il resto del mondo – continuano a marciare, il che non descrive un quadro di un’Europa o di un mondo che sta entrando in recessione. Chi rischia di entrare in recessione è l’Italia. I brutti numeri della Germania (-0,2 per cento rispetto al trimestre precedente per il Pil tedesco) frenano sicuramente il nostro export. Ma rimane che l’export italiano del terzo trimestre è andato bene. Mentre ad andare male sono consumi e investimenti, ad alimentare i quali sono le aspettative. E le aspettative delle imprese e dei manager che fanno gli acquisti (nel grafico sotto) sono negative da mesi e il loro segno meno si è appuntito nel mese di ottobre. Il che non promette niente di buono per il quarto trimestre dell’anno.

Se è la domanda interna che va male (a differenza che negli anni passati), mentre la domanda estera è tornata a riprendersi viene il sospetto che ci sia qualcosa che è stato fatto in questi mesi che non è stato ben accolto da famiglie e imprese quando prendono le loro decisioni. Un segno che la proposta di legge di bilancio non è stata un macigno solo sullo stomaco dell’Europa e dei mercati ma anche su quello del popolo italiano che si vuole tutelare a parole ma non nei fatti.

Ma non è troppo tardi per rimediare

Non è troppo tardi però per scrivere una vera “manovra del popolo”. Bisogna prima di tutto tornare indietro sui numeri del deficit mandati in Europa, riducendo al 2 per cento quello per il 2019 e indicando un rapido ritorno a un sentiero di riduzione del deficit strutturale. Nel farlo bisogna poi scrivere numeri più credibili per la crescita che si può plausibilmente ottenere con gli attuali chiari di luna. Con una politica di bilancio più prudentemente espansiva per il 2019 scenderebbe un po’ lo spread e soprattut

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Il Punto

Ven, 30/11/2018 - 10:51

Il 3 dicembre a Katowice (Polonia) comincia la Conferenza Onu sul clima (Cop 24). La crescente concentrazione di CO2 nell’atmosfera causata dall’uomo richiede interventi in contrasto con gli orientamenti di Trump che sta smantellando le politiche sui cambiamenti climatici. Da noi di questi temi neanche si parla.
Il progetto di bilancio comune per l’Eurozona di Macron e Merkel è un compromesso che non rappresenta ancora un bilancio dell’Unione. Sarebbe un passo avanti per indirizzare risorse per obiettivi comuni dei paesi dell’area euro. Ma per accedervi ci sarà da rispettare le regole fiscali che l’Italia si accinge a violare.
Se i conti della sanità di una regione vanno in rosso, serve un piano di rientro gestito da un commissario. Che non può essere lo stesso presidente della regione, spesso corresponsabile del dissesto. Ora un emendamento M5s al decreto fiscale vuole eliminare l’incompatibilità tra le due cariche. Un film già visto.
I dati degli ultimi 50 anni indicano che c’è una stretta relazione tra le riforme del sistema pensionistico e l’evoluzione del rapporto debito/Pil italiano. In particolare, politiche troppo generose coi pensionati – come quelle oggi in cantiere – si traducono in maggior debito per le generazioni future. Di sicuro, più alti tassi sui titoli pubblici fanno salire il costo dei prestiti per le imprese e per i nuovi mutui per la casa. Lo dicono i numeri, non è un’invenzione dell’ex-ministro Padoan, come invece vorrebbe la sottosegretaria Castelli.
Mentre in Italia l’entrata di immigrati è molto calata dal 2011 con la chiusura dei flussi, la Germania ha mantenuto un alto numero di ingressi. Ma loro hanno gestito il fenomeno, noi l’abbiamo subìto. E così i tedeschi firmeranno il Global migration compact dell’Onu; noi no, insieme agli Usa di Trump.

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Cop 24: da Parigi a Katowice il clima è sempre più bollente

Ven, 30/11/2018 - 10:48

L’Organizzazione meteorologica mondiale ha annunciato un nuovo record per la concentrazione di CO2 in atmosfera. L’annuncio arriva alla vigilia della Cop 24 di Katowice, dove saranno in discussione importanti temi legati all’accordo di Parigi.

Da lunedì 3 dicembre a Katowice (Polonia) va in scena la Conferenza Onu sul clima (Cop 24). L’obiettivo principale di questa Cop, che è la conferenza annuale dei paesi firmatari della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici, è un accordo sulle regole per attuare l’Accordo di Parigi del 2015. Nonostante l’importanza delle questioni da discutere e soprattutto della posta in gioco, gli osservatori non nutrono grandi aspettative circa l’esito di questo ennesimo incontro. Che si apre con tre premesse non incoraggianti in una “location” non propizia da un punto di vista simbolico.

Tre rapporti allarmanti

Il 20 novembre l’organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) ha annunciato che per la prima volta da migliaia di anni la concentrazione annua media globale di CO2 nell’atmosfera ha raggiunto nel 2015 il traguardo insieme simbolico e significativo di 400,3 ppm (parti per milione). Il valore era già stato raggiunto per alcuni mesi in alcune località negli anni passati, ma mai prima su base globale per l’intero anno. I dati degli anni seguenti sono ancora più preoccupanti: 403,3ppm nel 2016 e 405,5 nel 2017 (previsione).

Il picco di crescita della concentrazione è stato alimentato dall’evento climatico conosciuto come El Niño, iniziato nel 2015 e conclusosi nel 2016. Il fenomeno, ben noto nella letteratura scientifica, ha provocato siccità nelle regioni tropicali e ridotto la capacità di assorbimento di foreste e oceani. Questi “pozzi” – che raccolgono circa la metà delle emissioni di CO2 – sono a rischio di saturazione, il che aumenterebbe la frazione di anidride carbonica emessa che rimane nell’atmosfera.

La notizia sulla concentrazione di CO2 nell’atmosfera segue la pubblicazione all’inizio di ottobre del rapporto Ipcc sugli impatti del riscaldamento globale di 1,5 gradi. Redatto da un qualificato gruppo di scienziati che nelle diverse discipline si occupano di cambiamenti climatici in tutti i loro aspetti (mitigazione, adattamento, politiche economiche e sociali), il rapporto sintetizza la recente letteratura scientifica a beneficio dei decisori politici, economici e sociali. Vi compare un’informazione particolarmente interessante: se come limite all’incremento della temperatura dovesse essere assunto +1,5°C, c’è il rischio concreto che nel momento della pubblicazione dell’atteso e tradizionale rapporto Ipcc, probabilmente nel 2023, il “carbon budget” necessario per mantenere l’incremento delle temperature medie globali al di sotto dell’intervallo possa già essere stato esaurito.

Ma un altro rapporto scientifico, altrettanto significativo seppure per ragioni differenti, è stato pubblicato da 13 agenzie federali Usa il 23 novembre, delegato dal Congresso e reso pubblico dalla Casa Bianca. Il messaggio centrale è che i cambiamenti climatici potrebbero ridurre di un decimo il Pil statunitense entro il 2100, più del doppio delle perdite della grande recessione di un decennio fa. Due le aree di maggior impatto: commercio estero e agricoltura, con la farm belt tra le regioni più colpite. Il rapporto contiene conclusioni che sono direttamente in contrasto con le politiche e le convinzioni di Donald Trump, anche se gli scienziati che vi hanno lavorato annotano che i funzionari dell’amministrazione non sembrano aver cercato di alterarne le risultanze. Difficile tuttavia evitare il sospetto che la diffusione del rapporto – alle 14 del giorno dopo il Ringraziamento – sia stata progettata per minimizzarne l’impatto pubblico.

Verso Katowice

Resta il fatto che il rapporto potrebbe diventare un potente strumento legale per chi si oppone agli sforzi di Trump di smantellare la politica sui cambiamenti climatici, anche in vista della Conferenza Onu sul clima (Cop 24) che si apre fra 3 giorni a Katowice in Polonia. Per pura ironia della sorte, si tratta di un luogo che si trova a 150 chilometri dalla più grande centrale elettrica a carbone d’Europa, che nell’aprile 2014 era stata indicata dalla Commissione europea come “la centrale elettrica più dannosa per il clima nell’Unione europea”.

In linea di principio, la riunione ha diversi elementi di interesse. Il lavoro più importante e urgente riguarda il completamento del cosiddetto “Paris Agreement Work Programme” (Pawp) ovvero il “Programma di lavoro per gli accordi di Parigi” che serve per rendere operativo l�

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Bilancio dell’Eurozona, un’opportunità da cogliere

Ven, 30/11/2018 - 10:48

La proposta franco-tedesca di bilancio per l’Eurozona ha molti limiti. È tuttavia un piccolo passo avanti, che per l’Italia sarebbe suicida lasciarsi sfuggire. Ma prima è necessario evitare la procedura di infrazione e rientrare nelle regole fiscali.

La proposta franco-tedesca e i suoi limiti

Dopo molti mesi di negoziati, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron hanno finalmente svelato il loro progetto sul bilancio dell’Eurozona.

Si tratta, in realtà, dello sviluppo di una parte della proposta avanzata già nel dicembre 2017 dalla Commissione, ripresa nella “dichiarazione di Meseberg” resa dai due leader nel giugno scorso. Il testo, assai scarno, rappresenta un evidente compromesso al ribasso tra le ambizioni “federaliste” di Macron e gli storici timori tedeschi nei confronti di qualsiasi bilancio comune a fini di stabilizzazione macroeconomica. Un problema che, dalle parti di Berlino, si è sempre pensato dovesse essere affrontato esclusivamente a livello nazionale, facendo i “compiti a casa”.
La proposta franco-tedesca viene esplicitamente presentata come uno dei vari strumenti volti a promuovere “la competitività, la convergenza e la stabilizzazione nell’area euro”.

Mettiamo subito in chiaro che la stabilizzazione macroeconomica non è il principale obiettivo del bilancio proposto. Continua, ingiustificabile, la sottovalutazione del problema che tanti danni ha prodotto negli anni della crisi. Lo stesso ministro delle Finanze tedesco Scholz si era espresso a favore di un fondo dell’Eurozona per finanziare uno schema di sussidi di disoccupazione comuni capace di soccorrere le risorse nazionali qualora la disoccupazione in un paese superasse la media degli anni precedenti di un valore predefinito. Nell’attuale proposta non c’è alcun riferimento a schemi del genere e, a dire la verità, sembra che il bilancio dell’Eurozona sia concepito come strumento multiscopo. Né alcun riferimento esplicito si fa a una parte discrezionale del bilancio che finanzi beni pubblici europei, come le infrastrutture, la difesa comune e le politiche per l’immigrazione. Una parte che aveva un ruolo preminente nel famoso discorso di Macron alla Sorbona (26 settembre 2017). Tra gli scopi, invece, figurano gli incentivi per la realizzazione di riforme dal lato dell’offerta, che con la stabilizzazione macroeconomica hanno una parentela piuttosto lontana. In ogni caso, un solo strumento con molteplici obiettivi implica la formazione di compromessi difficilmente risolvibili.

Unione europea o Eurozona?

Ma ci sono altre criticità. Il nuovo dispositivo dovrebbe far parte del bilancio europeo (cioè della Ue), sebbene basato sui “bisogni specifici dell’area euro” e composto da programmi di spesa esclusivamente diretti ai paesi dell’Eurozona, con esclusione di quelli appartenenti alla Ue, ma che non hanno adottato la moneta comune. Tutti i 27 paesi membri della Ue avrebbero diritto di voto sull’istituzione di un bilancio che riguarda solo l’Eurozona, mentre alla Commissione verrebbe riservato il compito di approvare i programmi di spesa e al Consiglio quello di decidere la dimensione del fondo. A beneficiare del bilancio dell’Eurozona sarebbero solo i paesi che rispettano “i loro impegni nel quadro del coordinamento europeo delle politiche economiche, incluse le regole fiscali”. Si tratta di una condizionalità che porterebbe a escludere automaticamente i paesi sotto procedura di infrazione per deficit o per debito eccessivo, come tra breve potrebbe essere l’Italia.

La dimensione del bilancio cui pensano Macron e Merkel non è nota, ma dall’insieme della proposta non sembra di intravedere una massa di risorse sufficiente a stabilizzare l’Eurozona in caso di nuove crisi che la Banca centrale europea non fosse in grado di neutralizzare. L’intero bilancio della Ue non supera oggi l’1 per cento del Pil dei 27 stati membri e una quota analoga di quello dell’Eurozona (2017) ammonterebbe a circa 111 miliardi di euro.

Il contesto istituzionale e la governance del bilancio Eurozona, secondo la proposta di Merkel e Macron, non sembra ottimale. Non è previsto un ministro delle Finanze dell’Eurozona e neanche un vicepresidente della Commissione dedicato a gestire il bilancio. E c’è da chiedersi perché – al di là di motivazioni giuridiche che sfuggono a chi scrive – l’istituzione di un bilancio esclusivamente dedicato all’Eurozona debba essere votato da tutti i 27 paesi della Ue; perché la sua consistenza debba essere decisa dal Consiglio Ue e non dall’Eurogruppo e perché le spese debbano essere approvate dalla Commis

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Sanità, il gioco dell’oca del governatore-commissario

Ven, 30/11/2018 - 10:47

Il governo prova a reintrodurre l’incompatibilità tra ruolo di presidente e di commissario alla sanità nelle regioni sottoposte a piano di rientro. Deve però trovare una formulazione nel rispetto della Costituzione. Altrimenti sarà un altro fallimento.

Una norma giusta che non si riesce ad applicare

Anche con il governo giallo-verde non c’è pace per la norma (sacrosanta) che impedisce ai governatori delle regioni sottoposte a piano di rientro di ricoprire il ruolo di commissario ad acta alla sanità. È brevemente comparsa nelle bozze del “decreto Genova”, è stata subito cancellata e ora riappare sui radar della politica grazie a un emendamento al decreto fiscale a firma del relatore Emiliano Fenu (M5s). La norma è importante soprattutto in quelle circostanze nelle quali i governatori sono stati in carica così a lungo da non poter essere considerati estranei al dissesto. Non è chiaro infatti come, semplicemente mettendosi il cappello del commissario, lo stesso politico che ha gestito (malamente) la politica sanitaria regionale possa risolvere quei problemi che non ha saputo affrontare da governatore.

Quello dell’incompatibilità della carica di governatore e di commissario nelle regioni in disavanzo in realtà è un vecchio problema, tuttora irrisolto, che ha a che fare con l’efficientamento della spesa e l’equilibrio dei bilanci regionali nel rispetto dei Livelli Essenziali di Assistenza. Nei primi anni Novanta, la necessità di risanare i conti pubblici e di efficientare la spesa è affrontata in modo diverso, in particolare attraverso riforme che puntano a modificare gli incentivi dei principali attori coinvolti nella gestione della spesa sanitaria: da un lato, si introducono i “quasi-mercati”, per intervenire sugli ospedali (la “aziendalizzazione” della sanità italiana, che comporta l’introduzione del meccanismo di pagamento prospettico basato sui DRG); dall’altro, i semi del federalismo fiscale all’italiana, per le regioni. Nel primo caso, il pagamento prospettico a tariffa cerca di indurre gli ospedali a un più attento controllo dei costi. Nel secondo caso, l’introduzione dell’Irap e dell’addizionale Irpef punta ad eliminare le aspettative di ripiano dei disavanzi delle regioni. Mentre i quasi-mercati vengono in parte rinnegati da una riforma del 1999 che non modifica però il sistema di pagamento, il meccanismo incentivante per le regioni basato sul federalismo fiscale è smontato da diverse sentenze della Corte costituzionale. E i deficit, che erano quasi scomparsi dalle gestioni regionali nel 2003, tornano a riemergere negli anni successivi, forse anche per la ripresa del finanziamento (figura 1).

La stagione dei piani di rientro

La legge finanziaria per il 2005 propone alcune prime misure che spostano il controllo della spesa al centro: si condiziona l’accesso alla quota premiale del Fondo sanitario nazionale all’equilibrio di bilancio; e le regioni con deficit importanti devono formulare dei programmi operativi di riorganizzazione e potenziamento del Servizio sanitario regionale. Ma il disavanzo aggregato cresce ancora, concentrandosi sostanzialmente in cinque regioni (Lazio, Campania, Sicilia, Calabria e Puglia, figura 2). La stagione dei piani di rientro comincia così: a partire da marzo 2007 le regioni con deficit strutturale superiore al 5 per cento del finanziamento complessivo devono sottoporre un piano di rientro di durata triennale al ministero della Salute e al ministero dell’Economia e delle Finanze. Le leve per risanare i conti regionali si affinano nel tempo, ma sostanzialmente riguardano meccanismi di aumento automatico delle entrate da addizionale Irpef e Irap e meccanismi di contenimento dei costi (tramite limiti automatici all’assunzione di nuovi dipendenti e al numero di posti letto, una misura quest’ultima che coinvolge in realtà tutte le regioni). Il monitoraggio da parte del governo è trimestrale e se dopo tre anni i conti non sono in ordine, il piano viene rinnovato per altri tre. Nei casi più gravi, le misure vengono inasprite, decadono le cariche apicali del Servizio sanitario regionale e il governo nomina un commissario responsabile dell’attuazione del piano.

Nelle fasi iniziali di applicazione della disciplina è il presidente stesso della regione a prendere in mano la gestione del piano di rientro, sommando al suo ruolo anche quello di commissario ad acta. Una situazione paradossale, soprattutto in alcuni casi. L’allora ministro Sacconi aveva prospettato il “fallimento politico”: l’ineleggibilità per i politici locali che avessero determinato dissesti finanziari e offerto pessimi servizi. E i

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Quando le pensioni generose aumentano il debito

Ven, 30/11/2018 - 10:47

Le riforme del sistema pensionistico in Italia sono utili per leggere la dinamica del rapporto debito pubblico/Pil. Sono infatti un segnale dell’intenzione di spostarne i costi sulle generazioni future. E se il debito è già alto, i rischi sono enormi.

Tutto inizia con la riforma Brodolini

In un bel libro sull’Italia dal 1945 al 2011, Giuliano Amato e Andrea Graziosi (Grandi Illusioni, Il Mulino 2013), propongono un’interpretazione delle origini del debito pubblico nel nostro paese. Secondo i due autori, il miracolo economico del primo dopoguerra, basato sul boom demografico e sul passaggio da una società rurale a una urbana e industriale, generò aspettative crescenti e l’illusione della crescita infinita. Dalla fine degli anni Sessanta, quando la spinta demografica comincia a calare e la transizione si completa, la grande illusione viene alimentata da una politica fiscale espansiva che sposta sulle generazioni future i costi di un debito crescente.

In quest’ottica, le riforme del sistema pensionistico sono utili per leggere la dinamica del rapporto debito pubblico Pil in Italia perché, oltre all’effetto diretto sui disavanzi tramite i trasferimenti (che si distribuisce lentamente nel tempo), hanno un contenuto segnaletico sulle intenzioni politiche nei confronti della redistribuzione intergenerazionale dei costi e benefici dell’intervento pubblico.
La figura 1 illustra come i punti di svolta della dinamica del rapporto debito/Pil siano segnati dalle più importanti riforme delle pensioni.

Figura 1

Negli anni Cinquanta-Sessanta, il rapporto debito/Pil fluttuò stabilmente intorno al 30 per cento. Poi, d’improvviso, in soli tre anni tra il 1970 e il 1973, si impennò dal 36 al 50 per cento. Non fu certo una fase di contrazione economica (il tasso di crescita reale del 1973 raggiunse il 7 per cento), ma il deficit primario passò dal 4,3 per cento all’8,3 per cento del Pil. Il salto fu causato da riforme che, secondo Amato e Graziosi, miravano sia a soddisfare l’illusione della crescita infinita, alimentata nei decenni precedenti, sia, soprattutto a venire incontro al disagio della classe operaia in particolare e di quella dipendente in generale che avevamo tratto minori benefici rispetto alle classi più abbienti dall’incremento della ricchezza nazionale occorso nel boom economico e che aveva portato agli scioperi dell’“autunno caldo” del 1969.

Tutto partì dal sistema pensionistico. Una proposta di riforma che prevedeva di bilanciare una pensione determinata con il sistema retributivo, non inferiore al 65 per cento del salario medio del triennio precedente al pensionamento, con l’elevamento dell’età di pensionamento a 60 anni per le donne e il divieto del cumulo di pensione e salario scatenò una serie di scioperi di protesta che portò alla riforma Brodolini dell’aprile 1969.

Con questa riforma si abbandonò totalmente il sistema contributivo a favore di quello retributivo, introducendo meccanismi di indicizzazione per salvaguardare il potere di acquisto dei trattamenti pensionistici. La pensione iniziale annuale pagata era data dal prodotto tra il 2 per cento del reddito medio negli ultimi cinque anni di contribuzione e il totale degli anni di contribuzione, le pensioni venivano quindi rivalutate con indicizzazione perfetta all’inflazione. L’indicizzazione fu successivamente riferita, nel 1975, alla “scala mobile” salariale. La riforma Brodolini introduceva poi la nuova pensione sociale per tutti i cittadini ultrasessantacinquenni sprovvisti di reddito, lasciava l’età pensionabile per le donne bloccata a 55 anni e limitava solo parzialmente il cumulo di pensioni e salari. Nel contempo, garantiva una presenza maggioritaria dei sindacati nel consiglio di amministrazione dell’Inps. Il nuovo sistema era sostanzialmente finanziato dalla solidarietà intergenerazionale e dalle ipotesi di un tasso di crescita stabilmente intorno al 5 per cento, con un tasso di natalità stabile al 3 per cento e un’aspettativa stabile di attesa di vita a 65 anni. Alla riforma delle pensioni si accompagnarono altre politiche di spesa, come il rafforzamento dell’indicizzazione dei salari e un aumento progressivo degli addetti alle partecipazioni statali.

Con l’abbandono del sistema di Bretton Woods, il passaggio a un regime di cambi flessibili e l’acquisto della indipendenza della gestione della politica monetaria, l’Italia optò per un regime di sviluppo ad alta inflazione, caratterizzato da sindacato forte, governo accondiscendente a spostare sulle generazioni future il costo del benessere di quelle contemporanee e banca centrale non indipendente.

Un altr

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Ma chi ha detto che lo spread non influisce sui mutui?

Ven, 30/11/2018 - 10:46

L’aumento dello spread Btp-Bund non influenza il costo dei mutui esistenti, ma può avere effetto su quelli non ancora stipulati. In effetti sta già accadendo, come mostrano i dati. Che però non sempre vengono spiegati adeguatamente al pubblico.

Ancora spread, ancora mutui

Spread e costo dei mutui: l’eterno ritorno dell’uguale. Il tema è stato nuovamente tirato in ballo a Porta a Porta la scorsa settimana, nel corso di un’animata schermaglia tra l’ex ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan e la sottosegretaria all’Economia in quota Cinque stelle Laura Castelli. Avevamo già lungamente approfondito la relazione tra spread e mutui in questo fact-checking, subito dopo l’invio della Nota di aggiornamento al Def alle Camere e la conseguente maretta dei mercati. Del resto il Sole 24Ore potrebbe persino curare una monografia, se contiamo tutti gli articoli che ha dedicato all’argomento (i più significativi qui e qui). Ma il video della contesa continua a impazzare sui social (“Questo lo dice lei!”) e la questione merita una puntata risolutiva, anche alla luce del Rapporto sulla stabilità finanziaria di Banca d’Italia diffuso pochi giorni fa. Saranno soltanto numeri, ma parlano chiaro.

Esiste un effetto spread? Sì, potrebbe

È nei dettagli che il diavolo nasconde la coda. Di fronte a Laura Castelli che nega l’esistenza di qualsivoglia relazione tra spread e costo dei mutui, la risposta corretta è “vero, ma soltanto per i vecchi mutui”. Proprio qui ha origine l’equivoco, amplificato dai media e da alcuni politici poco rigorosi. Lo ha spiegato il Sole 24Ore, lo abbiamo ribadito noi: l’aumento dello spread Btp-Bund non ha alcun impatto sui mutui in essere. Quelli a tasso fisso già stipulati sono, per definizione, invulnerabili alle dinamiche dei tassi di interesse e dei mercati; quelli a tasso variabile sono agganciati prevalentemente all’andamento del tasso interbancario Euribor, le cui oscillazioni non influenzano e non sono influenzate dallo spread. Ma è soltanto una parte della storia: sono i “nuovi” mutui – quelli ancora da stipulare – che potrebbero risentire del rialzo dello spread. Padoan non racconta il falso dunque, come afferma la sottosegretaria in quello che è ormai diventato un video di culto. Piuttosto, la sua argomentazione fa riferimento soltanto al costo dei mutui futuri.

“Questo lo dicono i dati”

Il rapporto di Banca d’Italia uscito il 23 novembre chiarisce come l’aumento del rischio dei titoli di stato impatti sulla decisione delle banche di concedere mutui a tasso maggiore.

Anzitutto vi sono maggiori costi di raccolta. Studi condotti su quanto successo tra il 2010 e il 2011 (quando lo spread è passato in pochi mesi da 100 a 500 punti base) ci raccontano che un aumento di 100 punti di spread può causare un aumento dei tassi d’interesse sui depositi a lungo termine e sui pronti contro termine di 40 punti base. Il tasso d’interesse sulle nuove emissioni obbligazionarie potrebbe invece aumentare di 100 punti base. Si potrebbero poi svalutare le garanzie stabili per i rifinanziamenti presso l’Eurosistema, riducendo la liquidità bancaria. Cosa che si sta già verificando: alcuni indicatori di liquidità delle banche italiane stanno peggiorando e continueranno a farlo se il debito procederà su questi livelli, secondo le stime di Banca d’Italia. Per quanto riguarda il rischio di mercato, il value at risk misurato dai cinque intermediari che abitualmente calcolano i rischi di mercato dei propri portafogli è più che raddoppiato da maggio. Stessa cosa si può dire del rischio di tasso d’interesse. Infine, una svalutazione dei titoli di stato riduce l’attivo di patrimonio. Alla fine dello scorso giugno questi ammontavano all’11,3 per cento del patrimonio delle banche più piccole e al 4,7 delle più significative. Secondo le stime di Banca d’Italia ad oggi un aumento parallelo della curva dei rendimenti sui titoli di stato di 100 punti ridurrebbe il rapporto Cet1 (capitale di migliore qualità/attività ponderate per il rischio) di 50 punti base.

Meno liquidità, attivi svalutati e maggiori costi di raccolta incidono anche sulle famiglie, rendendo l’accesso al credito più oneroso. Tra il 2010 e il 2011 un aumento di spread di 100 punti ha determinato in soli tre mesi rialzi dei tassi per imprese (70 punti) e famiglie (30 punti). Tale effetto è stato di certo amplificato dalla fragilità del sistema bancario, ma chi oggi vuole stipulare un nuovo finanziamento sostiene già un costo del debito più alto rispetto a qualche mese fa. Questo perché, come registra l’Associazione bancaria italiana, a partire da ottobre le banche hanno cominciato ad alzare gli spread sui m

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Con i migranti la Germania ci dà una lezione

Ven, 30/11/2018 - 10:44

L’Italia non firmerà il Global migration compact dell’Onu. È l’ultimo esempio di una politica migratoria che porta il nostro paese a subire il fenomeno e non a gestirlo. Ben diverse le scelte della Germania, dove la priorità è l’integrazione lavorativa.

Situazione demografica e del mercato del lavoro

In un’Europa che invecchia rapidamente e in cui non si fanno più figli la forza lavoro immigrata sarà sempre più rilevante. Tuttavia, la gestione delle migrazioni legali (ovvero l’ingresso di migranti economici) non sembra una delle priorità dei governi del continente. Ne è prova anche la recentissima polemica sul Global migration compact, l’accordo internazionale sulla gestione delle migrazioni,per il quale l’Italia non intende partecipare alla Conferenza di Marrakech del prossimo dicembre.

Una posizione diversa è rappresentata dalla Germania, in cui l’economia positiva aiuta a compiere ragionamenti a lungo termine, di natura demografica. Nonostante l’immigrazione sia uno dei temi più discussi all’interno della (fragile) coalizione, in ottobre il governo tedesco ha raggiunto un’intesa per la riforma della legge che la regola, introducendo un nuovo strumento per attrarre manodopera straniera.

Italia e Germania sono in questo momento i paesi Ue più in crisi dal punto di vista demografico, con saldi naturali profondamente negativi (differenza tra nati e morti, rispettivamente -190 mila e -148 mila). Tuttavia, nel 2017 la popolazione in Germania è cresciuta (+328 mila), mentre quella italiana è complessivamente diminuita (-105 mila).

Ciò è dovuto a una chiara differenza nelle politiche migratorie. La Germania ha registrato infatti un saldo migratorio nettamente positivo (frutto di molti arrivi e poche partenze), mentre in Italia si ha contemporaneamente un calo degli arrivi di immigrati e un aumento delle partenze, sia di italiani che di stranieri (nonché di stranieri naturalizzati).

Dal punto di vista occupazionale, invece, il divario tra Italia e Germania è significativo: 17 punti percentuali di differenza nel tasso di occupazione (75,2 per cento contro 58) e oltre 7 punti di differenza sul tasso di disoccupazione (3,8 per cento rispetto a 11,2). Nel corso del 2018 la Germania ha raggiunto la cifra record di 45 milioni di occupati, +15 per cento rispetto ai 39,3 milioni del 2005.

Con una inflazione del 2,3 per cento, nel terzo trimestre del 2018 per la prima volta si è registrato un calo del Pil dello 0,2 per cento, mentre figura in diminuzione dello 0,6 per cento il lavoro autonomo che conta 4,3 milioni di occupati. Anche i cosiddetti “mini-jobs”, con paghe particolarmente basse, sono in calo. Contemporaneamente, l’efficiente sistema informativo tedesco del lavoro segnala ancora almeno 750 mila posti vacanti (che le imprese non riescono a coprire), in particolare nei settori logistica e trasporti, metalmeccanico, estrattivo e carenze nel settore medico-sanitario (punto delicato in uno dei paesi più anziani del mondo).

Tabella 1 – Dati demografici e occupazionali: confronto Italia-Germania

Fonte: elaborazioni Fondazione Leone Moressa su dati Eurostat

Un confronto impietoso

Mentre in Italia gli ingressi di immigrati per lavoro si sono fortemente ridotti a partire dal 2011 con la chiusura quasi drastica dei flussi per lavoro (Migranti economici cercasi), negli ultimi anni la Germania ha mantenuto un alto numero di ingressi: come si può notare dal grafico, il saldo migratorio è rimasto molto elevato, con il culmine nel 2015 per l’afflusso di rifugiati.

Per nazionalità, i numeri più alti riguardano Turchia (1,5 milioni di residenti), Polonia (867 mila) e Siria (700 mila), mentre sul versante occupazionale negli ultimi anni sono cresciuti gli arrivi dall’Europa orientale e balcanica. Tra i richiedenti asilo, invece, le provenienze principali sono asiatiche (e non africane come avviene in Italia): Siria, Afghanistan e Iraq.

Grafico 1 – Saldo migratorio: confronto Italia-Germania

Fonte: elaborazioni Fondazione Leone Moressa su dati Eurostat

La proposta di riforma della legge sull’immigrazione rappresenta poi un’ulteriore apertura. Verrebbe infatti introdotto un permesso di soggiorno per sei mesi per ricerca lavoro, a determinate condizioni (livello di educazione, età, competenze linguistiche, offerte di lavoro e sicurezza finanziaria). Il nuovo strumento, nelle intenzioni del governo di Berlino, avrebbe tre effetti:

  • nell’immediato, consentirebbe di attrarre nuova manodopera straniera, rispondendo in maniera mirata ai fabbisogni produttivi dell’economia tedesca;
  • più in generale, consentirebbe di separare in modo chiaro i percors

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Il Punto

Mar, 27/11/2018 - 10:59

Dopo due mesi passati in trincea, il governo dice che i “numerini” non sono un problema e che il deficit può scendere di qualche decimale. Purché la “qualità” della manovra non cambi. Obiettivo: arrivare al voto europeo di primavera senza troppi danni. E se intanto l’economia viene sospinta in recessione, pazienza.
Sotto la regia di Banca d’Italia, il salvataggio di Carige è avvenuto senza clamore. Con tempestività l’autorità di vigilanza ha mobilitato il Fondo interbancario di tutela dei depositi e, volontariamente, l’84 per cento degli istituti che vi partecipano. Minimizzando i costi. Esempio difficile da replicare in casi più gravi.
Con un accordo di buon senso da 100 milioni Facebook chiude il contenzioso con il fisco italiano relativo al 2010-16. Ma tassare un’impresa digitale – apolide per definizione – rimane un’azione incerta e sfuggente. Almeno la Ue dovrebbe trovare la formula giuridica per colpire i profitti transnazionali. A proposito di tasse, nella “finanziaria” è previsto l’aumento delle accise sul tabacco. Buona notizia perché quando il prezzo delle sigarette sale del 10 per cento ne scende il consumo del 4 per cento. Con effetti a cascata sul numero di cancri polmonari, sul gettito, su profitti e occupazione del settore.
Nella sua imperfezione il meccanismo dell’alternanza scuola-lavoro si basa su un principio condivisibile e tante esperienze del suo esordio sono state positive. Ma il governo non ci crede e vuole ridurlo senza nemmeno aver fatto un’analisi di questi tre primi anni per vedere cosa funziona e cosa no. Così non va.
Dopo la giornata di domenica, dedicata alla lotta contro la violenza di genere, torniamo sul tema con dati particolari e significativi: quelli del numero verde 1522 che, con operatrici esperte, raccoglie le richieste di aiuto delle vittime di violenza e stalking. Numeri da incubo.

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Non son solo numerini

Mar, 27/11/2018 - 10:57

Il governo si dice disponibile a limare il deficit 2019, aspettando le elezioni Ue e senza recepire la sostanza delle obiezioni alla legge di bilancio. Intanto potremmo essere esclusi dall’accesso ai fondi del nuovo bilancio dell’Eurozona.

Il governo rinviene sull’orlo del precipizio…

Dopo aver schiacciato sul pedale dell’acceleratore per settimane a dispetto della plateale evidenza che la manovra di bilancio per il 2019 stava portando l’Italia a schiantarsi contro il muro dell’Europa e dei mercati, il governo ha cominciato a fare qualche passo indietro.

Prima è partito il ministro Paolo Savona. Dopo il suo Piano B per l’uscita dall’euro – inclusivo di dettagli relativi alla necessaria segretezza delle cose da fare nel weekend precedente all’Italexit (slide 23-26) – ora il ministro degli Affari comunitari si è accorto che gli altri 26 paesi della UE e l’Europa nel suo complesso non hanno colto l’occasione del bilancio italiano per aprire gli occhi sulle stupide e rigide regole dell’Unione ma si attrezzano invece a tirare dritto, preparando la procedura di infrazione per disavanzo eccessivo contro l’Italia. E così Savona ha discretamente espresso alcuni dubbi sulla direzione di marcia presa dall’esecutivo nel suo disegno di legge di bilancio. Meglio tardi che mai, si potrebbe dire, anche se si potrebbe aggiungere anche un: “Se vedeva”. Per capire che il bilancio proposto dal governo italiano non sta in piedi, infatti, non serviva il professor Savona né l’accumulo dei pareri negativi di tutte le istituzioni italiane ed estere chiamate a esprimersi nelle ultime settimane sulla qualità e la quantità delle misure proposte. Sarebbe bastata l’algebra, facendo le somme del costo delle misure proposte. E invece niente.

Una mezza ammissione di consapevolezza della gravità della situazione è arrivata anche dai due vicepresidenti del Consiglio, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha puntualizzato “Il tema non sono i numerini ma i cittadini”. E ancora: “L’importante è che questa manovra abbia dentro gli obiettivi che ci siamo dati con il contratto di governo: quota 100 per le pensioni, il reddito di cittadinanza per formare i giovani e meno giovani e tenerli nel mondo del lavoro, le pensioni di cittadinanza per persone che hanno la pensione minima e vanno alla mensa dei poveri perché sono in difficoltà” e “il pacchetto imprese, tra cui l’Ires al 15 per cento per chi assume”. Poi, “se all’interno della contrattazione deve diminuire un po’ di deficit per noi non è importante, il tema non è lo scontro con l’UE sul 2,4 per cento, l’importante è che non si abbatta di una sola persona la platea che riceve quelle misure”. Dal suo lato, il ministro dell’Interno nonché vicepremier, Matteo Salvini, facendo sfoggio – sue parole – di “buonsenso” e “concretezza”, ha ricordato che “il governo non si attacca allo 0,2 in più o in meno per una manovra che si fonda sul diritto al lavoro, il diritto alla pensione, il diritto alla salute e la riduzione fiscale”. E ha concluso che “se a Bruxelles pensano di tenere in ostaggio il governo o sessanta milioni di italiani su uno zero virgola, siamo disponibilissimi a togliergli qualunque alibi”. E infine – l’ambito della trattativa – “se gli esperti ci dicessero che per legge Fornero e reddito di cittadinanza nel 2019 come anno di avvio potranno servire anche meno dei 16 miliardi che abbiamo stanziato, una parte di quei soldi li possiamo destinare ad altre voci”.

…ma non vuol fare ciò che serve per evitarlo davvero

Insomma, il governo non fa passi indietro sostanziali sulla qualità della manovra. Si dice disponibile a ridurre il deficit 2019 di una manciata di decimi di punto percentuale spostando un po’ in là nell’anno (ma non oltre le elezioni europee) l’entrata in vigore delle misure qualificanti ma costose della sua legge di bilancio. Tanto sono solo numerini. Un po’ come, qualche giorno prima, gli ispettori del Fondo monetario in visita periodica a Roma erano – per Salvini – paragonabili all’ispettore Derrick e al tenente Colombo.

I mercati hanno accolto con sollievo questi segni di disponibilità, facendo scendere finalmente lo spread ben al di sotto dei 300 punti, mentre la borsa italiana – sospinta dagli acquisti dei titoli bancari – è risalita del 2,8 per cento, riducendo a “soli” 20,6 punti percentuali la perdita dai massimi dell’anno dei primi di maggio.

Al di là del consenso raggiunto in una giornata di contrattazione, tuttavia, il governo dimostra di non voler recepire la sostanza delle obiezioni ma

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