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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 22 min 17 sec fa

Il distanziamento sociale è una questione culturale

Sab, 11/07/2020 - 11:43

Molti paesi hanno reagito al Covid-19 con misure volte a ridurre le interazioni sociali. Ma il loro impatto è stato tutt’altro che omogeneo. I dati sulla mobilità in Svizzera ci dicono come determinati tratti culturali possano spiegare le discrepanze.

La diversità tedesca

Una foto scattata il 18 aprile sulle sponde del fiume Isar, a Monaco di Baviera, e postata successivamente su Twitter da Corrado Formigli (https://it.wikipedia.org/wiki/Corrado_Formigli), ha destato scalpore nel nostro paese durante le settimane più buie della lotta al Covid-19. Gruppi di famiglie intenti a prendere il sole, in maniera ordinata e a una adeguata distanza gli uni dagli altri. L’Italia, nel frattempo, era in preda a un crescente stato d’ansia e la grande maggioranza della popolazione cercava di evitare gli altri e i luoghi affollati.

Perché in Germania l’emergenza Covid-19 è stata vissuta in maniera così diversa? Si è trattato semplicemente del risultato di misure relativamente più blande e di minor durata o c’è qualcosa di più profondo che distingue la società tedesca?

La Svizzera, un caso di studio

Per capirlo abbiamo utilizzato i dati sugli spostamenti effettuati da un campione di circa 3 mila cittadini svizzeri fra gennaio e maggio 2020, tracciati grazie a un’applicazione per smartphone e raccolti dall’istituto di ricerca Intervista AG (https://www.intervista.ch/) per conto dell’Ufficio federale di statistica. In virtù della sua varietà linguistica e culturale, la Svizzera rappresenta infatti un caso di studio estremamente interessante per comparare i comportamenti e le scelte di individui di estrazione diversa.

La nostra analisi si incentra su due date particolarmente importanti per lo sviluppo dell’emergenza sanitaria in quel paese. La prima è il 25 febbraio, quando è stato segnalato il primo caso di Covid-19 nel paese. La seconda è il 16 marzo, quando il Consiglio federale ha proclamato il sussistere di una “situazione straordinaria”, chiedendo ai cittadini di restare il più possibile in casa e imponendo la chiusura di tutti i negozi, ristoranti, bar e strutture ricreative fino al 19 aprile, data in cui le misure restrittive hanno cominciato a essere progressivamente abrogate.

Mobilità e identità culturale

Nonostante i provvedimenti adottati siano stati uniformi in tutto il paese, il loro impatto sulla mobilità individuale è stato molto diverso fra i vari cantoni. La Svizzera tedesca, in particolare, ha recepito in misura minore l’invito a “restare a casa” e infatti la riduzione della mobilità è stata marcatamente inferiore nei cantoni tedescofoni rispetto a quella registratasi nel resto del paese. La figura 1 evidenzia questo andamento,comparando gli spostamenti giornalieri avvenuti nei cantoni tedeschi (in rosso) rispetto al resto del paese (in blu) fra inizio gennaio e fine aprile 2020.

Figura 1 – Mobilità giornaliera (distanza media percorsa in un giorno) fra distinte aree linguistiche.

L’andamento potrebbe però dipendere da una serie di variabili in qualche modo associate alla matrice linguistico-culturale, come ad esempio la diversa incidenza della pandemia o la qualità delle infrastrutture ospedaliere disponibili. Per fugare i dubbi, abbiamo calcolato le variazioni nel volume degli spostamenti avvenuti rispettivamente nei cantoni tedescofoni e in quelli francofoni dopo l’emergere del virus (il Ticino è stato escluso perché ha adottato misure più restrittive e prolungate rispetto al resto del paese). Abbiamo quindi misurato la differenza fra queste variazioni – la cosiddetta “differenza nelle differenze” – al netto degli effetti di una lunga serie di variabili di controllo (socio-economiche, sanitarie e geografiche). Nella ragionevole ipotesi che senza la varietà linguistico-culturale, i cambiamenti nel volume degli spostamenti sarebbero stati gli stessi nei due gruppi, la differenza fornisce una credibile stima degli effetti dell’identità culturale sulla mobilità.

La figura 2 mostra le nostre stime sull’evolversi della differenza fra la distanza percorsa settimanalmente nella Svizzera tedesca e quella percorsa nei cantoni francofoni. Prima dell’identificazione dei primi casi, durante la nona settimana del 2020, non vi è alcuna differenza significativa tra le due aree linguistiche. Tuttavia, l’effetto della cultura tedesca sulla mobilità diventa visibilmente positivo dopo l’identificazione del primo focolaio svizzero e rimane tale per tutto il periodo di emergenza nazionale.

Figura 2 – Differenza di mobilità tra i cantoni di lingua tedesca e francese. Settimana 9: 24 febbraio – 1° marzo. Settim

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Il Punto

Ven, 10/07/2020 - 13:53

I mesi di lockdown hanno riportato alla luce la questione dell’edilizia popolare: anche grazie ai bassi tassi d’interesse, un piano da centomila abitazioni non è utopia. È in casa che si è ulteriormente accentuato il divario di genere nei carichi familiari, come dimostrano i dati sull’uso del tempo di bambini e genitori durante la quarantena. Non l’unico divario che rischia di allargarsi: senza formazione degli insegnanti e infrastrutture tecnologiche all’altezza, la didattica digitale finirà per aumentare le disuguaglianze educative.
Al contrario di quanto si possa pensare, i lavoratori a tempo determinato vengono pagati di più al momento dell’assunzione: i vantaggi maggiori per giovani e donne. Intanto, tra i costi aggiuntivi della riapertura e aumento dell’offerta monetaria, potrebbe ripartire l’inflazione. Ma per l’Italia non è necessariamente una cattiva notizia.
I conflitti di competenze sollevati dalla gestione della pandemia impongono una riflessione sul nostro sistema istituzionale: troppi e troppo dispendiosi i livelli di governo. Sul fronte del cambiamento climatico, invece, gli italiani – fotografa l’Istat – non fanno ancora abbastanza a livello individuale. Serve un cambio di mentalità.

Continuano le puntate del podcast del Festivaleconomia, realizzato da lavoce.info in collaborazione con l’Università di Trento. Parola chiave della settimana: Gender gap, con Alessandra Casarico. Da lunedì: Smart working, con Andrea Garnero.

Come convertire il settore pubblico in un acceleratore di sviluppo? Lavoce.info è lieta di lanciare un concorso di idee sul tema, aperto a tutti gli studenti universitari e di dottorato. Per presentare la propria proposta c’è tempo fino al 6 settembre e l’idea vincitrice sarà premiata nell’ambito del Festival dell’Economia di Trento. Tutte le info sul sito.

Spargete lavoce: 5 per mille a lavoce.info
Destinate e fate destinare il 5 per mille dell’Irpef a questo sito in quanto “associazione di promozione sociale”: Associazione La Voce, Via Bellezza 15 – 20136 Milano, codice fiscale 97320670157. Grazie!

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Il tempo di bambini e genitori nel lockdown

Ven, 10/07/2020 - 13:48

L’emergenza causata dal Covid-19 rischia di accentuare le disuguaglianze educative e nello stesso tempo il divario di genere nell’accesso al mercato del lavoro. Lo conferma uno sguardo ai dati sull’uso del tempo di bambini e genitori durante il lockdown.

L’indagine

Il lockdown potrebbe avere ricadute di lungo periodo sul processo di apprendimento dei bambini e sulla capacità dei genitori di conciliare l’attività lavorativa con le responsabilità familiari. Rischiamo quindi un aumento della disuguaglianza e della povertà educativa (si veda qui il commento di Fabrizio Zilibotti), una riduzione della mobilità intergenerazionale e un incremento del divario di genere sul mercato del lavoro.

Con l’obiettivo di avere una prima valutazione del potenziale impatto, dal 7 aprile al 5 maggio abbiamo condotto un’indagine con un questionario on-line su un campione di 5133 bambini italiani minori di 16 anni e sui loro genitori. La partecipazione all’indagine è stata volontaria e la diffusione è avvenuta attraverso i social network, diretta alle famiglie con bambini e cercando di assicurare eterogeneità nelle caratteristiche familiari e nell’area di residenza. All’indagine hanno risposto sia madri che padri. Sebbene il campione non sia rappresentativo dell’intera popolazione di famiglie con bambini in Italia, l’alto numero delle risposte ha assicurato una buona approssimazione della distribuzione regionale e delle tipologie familiari rispetto ad altre inchieste condotte con un campionamento statistico. Con lo stesso questionario abbiamo raccolto dati anche in Francia, permettendo qualche confronto. Indagini on-line simili alla nostra, ma centrate prevalentemente sull’uso del tempo degli adulti, sono state condotte anche in Spagna, Regno Unito e Stati Uniti (i primi risultati si possono leggere qui, qui e qui).

Scuola e tempo libero durante il lockdown

L’entità delle ricadute del lockdown su bambini e ragazzi dipende ovviamente dalle caratteristiche individuali, dall’andamento della didattica a distanza e dalle capacità di compensazione delle famiglie (durante la chiusura) e della scuola (durante il prossimo anno scolastico).

Possiamo farci una prima idea analizzando come è stata riorganizzata una giornata tipo di bambini e ragazzi durante la chiusura delle scuole. La differenza nel tempo dedicato alle attività che favoriscono lo sviluppo cognitivo – come scuola, studio, attività extrascolastiche e lettura (rappresentate con i toni del verde in figura 1) – varia molto in base alla fascia di età. È ragguardevole per i bambini della scuola dell’infanzia (5 ore in meno al giorno) i quali, in maggioranza, non hanno potuto svolgere attività di didattica a distanza (figura 2).

Nel questionario, abbiamo chiesto se le maestre inviavano compiti o altre attività da svolgere e rimandare attraverso il registro elettronico. Nella nostra esperienza personale, alcune maestre hanno mandato video con proposte di attività, letture ad alta voce, piccoli compiti da svolgere soprattutto con i bambini di 4 o 5 anni. In alcuni casi, hanno svolto delle lezioni in piccoli gruppi. Nella maggioranza dei casi, però, non è stato proposto niente. Nei nostri dati si vede chiaramente che quando questo tipo di lezioni è stato svolto, i genitori danno un giudizio migliore sull’andamento e sullo stato emotivo dei bambini durante il lockdown.

In Francia, invece, il 90 per cento dei bambini della scuola dell’infanzia ha ricevuto qualche proposta dalle proprie maestre.

I nostri dati rivelano che i genitori dei bambini della scuola dell’infanzia sono stati i più preoccupati del processo di apprendimento dei loro figli: il 70 per cento giudica infatti insufficiente il loro apprendimento durante il lockdown.

Per i bambini della scuola primaria questa percentuale è intorno al 48 per cento, mentre è meno preoccupante (20 per cento) per i ragazzi delle medie e delle superiori.

In Francia, dove in passato sono stati fatti maggiori investimenti sulla qualità della scuola dell’infanzia, la situazione dei bambini fra i 3 e i 5 anni durante il lockdown sembra essere stata molto diversa. Il 90 per cento ha potuto svolgere attività proposte dalle maestre e, di conseguenza, il tempo trascorso davanti alla televisione è stato in media di 1 ora e 40 minuti al giorno, contro le 3 ore dei bambini italiani. Grazie alla diversa attenzione della scuola ai bambini piccoli, solo il 33 per cento delle famiglie francesi giudica i loro progressi educativi insufficienti (si veda qui un nostro commento esaustivo sui dati francesi).

La qualità nella ridistribuzione dell’uso del tempo dei bambini varia in base alle car

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Il cambiamento climatico? Non è un problema degli italiani

Ven, 10/07/2020 - 11:30

Il Rapporto annuale Istat si occupa anche delle azioni intraprese a livello individuale dagli italiani per far fronte al cambiamento climatico. Ne emerge un quadro che lascia ampi margini di miglioramento. Ma prima è necessario un cambio di mentalità.

Il peso delle famiglie nella produzione di emissioni

Il 3 luglio è stato pubblicato il Rapporto annuale Istat, che racconta la situazione del paese ed esamina gli effetti dell’emergenza sanitaria. Tra i vari aspetti della vita dei cittadini descritti, ci sono la percezione della crisi climatica e le azioni intraprese a livello individuale dagli italiani per farvi fronte.

Secondo il Rapporto, tra il 2008 e il 2017 in Italia si è registrato un calo del 19,2 per cento degli impieghi di energia rilevanti per le emissioni, in parte dovuto alla riduzione dell’utilizzo di fonti fossili: i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia mostrano che dal 2008 al 2018 la percentuale di petrolio sul totale dell’approvvigionamento in energia primaria è diminuita del 6 per cento, quella di gas naturale è salita dell’1 per cento, ma si è ridotta leggermente in termini assoluti, e quella di carbone è passata dall’8,8 al 5,7 per cento.

Il contributo delle famiglie alle emissioni di gas serra è tutt’altro che modesto. Quasi un terzo degli impieghi di energia rilevanti per le emissioni è dovuto a loro, principalmente per attività di trasporto e riscaldamento. Nonostante le emissioni delle famiglie nel periodo tra il 2008 e il 2018 si siano ridotte in maniera significativa (-13 per cento), la diminuzione è minore rispetto a quella totale di quelle climalteranti (che sono scese del 23 per cento) e il loro apporto alla produzione di gas serra rimane il 26 per cento del totale. Le famiglie sono responsabili di quasi la metà delle emissioni da trasporto, che rappresentano il 28 per cento di quelle totali: il trasporto privato nel 2018 causava più di metà delle emissioni familiari, ma è anche la componente scesa di più dal 2008 (-17 per cento).

Il Covid ha frenato il movimento ambientalista

Questo quadro, che descrive solamente le emissioni di gas serra, è sufficiente per evidenziare l’importanza dei comportamenti familiari e individuali per il rispetto dell’ambiente, ed è indicativo di quanto un impegno concreto dei singoli possa portare a un cambiamento significativo.

Nei mesi precedenti la pandemia, in tutto il mondo il clima aveva ricevuto una attenzione mediatica senza precedenti. Con Fridays for Future era sorto un movimento di opinione e di protesta che sembrava aver finalmente focalizzato l’attenzione delle istituzioni nazionali e internazionali sul problema del cambiamento climatico. Sembrava fosse impossibile affievolirne l’impeto. La speranza era che la 26ª conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (Cop26), che si sarebbe dovuta tenere a Glasgow nel novembre 2020, fosse il luogo in cui le richieste di questo movimento popolare potessero concretizzarsi, con la presentazione dei veri piani dei governi nazionali per ridurre le proprie emissioni entro il 2030 (una forma più severa dei piani volontari presentati a Parigi).

A causa della pandemia, la Cop26 è stata però rimandata al 2021 e l’emergenza sanitaria sembra aver smorzato il discorso sul clima.

Cosa fanno gli italiani per il clima

In realtà, i dati dell’Eurobarometro sul cambiamento climatico indicano che già prima dello scoppio della pandemia la maggior parte degli italiani riteneva che il singolo problema più grave che il mondo si trova ad affrontare fosse la situazione economica (30 per cento). Il cambiamento climatico era stato indicato dal 19 per cento, ben undici punti percentuali in meno.

Ora, il Rapporto dell’Istat fornisce alcune informazioni riguardo le azioni intraprese a livello individuale dagli italiani per salvaguardare l’ambiente.

La preoccupazione per i cambiamenti climatici tocca il 55,6 per cento dei cittadini e sembra riflettersi nei loro comportamenti. L’attenzione agli sprechi di energia riguarda il 67 per cento della popolazione, che cala al 64,7 per cento per quelli d’acqua. Ciò nonostante, però, le persone che scelgono mezzi di trasporto alternativi all’auto sono solamente il 18,7 per cento, e quelle che acquistano prodotti biologici il 12,7 per cento. I dati mostrano che il livello di istruzione incide sulla consapevolezza ambientale e i differenziali tra i titoli di studio sono particolarmente elevati per ciò che riguarda le tematiche della produzione e dello smaltimento dei rifiuti, dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento delle acque. Anche l’età è un fattore che influenza la sensibilità ai temi ambientali: le fasce di popolazi

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Nel dopo-pandemia pensiamo alla casa

Ven, 10/07/2020 - 11:26

La quarantena ha mostrato quanto sia importante avere una casa. È dunque il momento di riaprire il discorso sull’edilizia pubblica popolare. Approfittando anche dei bassi tassi di interesse, si potrebbe lanciare un piano da centomila abitazioni.

L’edilizia nel piano Colao

La lunga quarantena imposta dalla pandemia da Covid-19 ha reso ancor più evidente la disparità tra le famiglie che hanno potuto viverla in case spaziose e quelle costrette a passarla in abitazioni inadeguate o in strutture improprie e di emergenza. All’uscita dalla quarantena gli operatori immobiliari hanno iniziato a riflettere sull’opportunità di realizzare abitazioni mediamente più grandi di quelle ora disponibili, dove passare più comodamente eventuali altri periodi di isolamento. Naturalmente, gli appartamenti costeranno di più e la loro offerta interesserà, di conseguenza, i segmenti più benestanti della popolazione, trascurando il problema della casa per le famiglie con redditi modesti.

La necessità di occuparsi della questione è evidenziata nel Rapporto Colao, secondo cui il governo dovrebbe “sostenere un piano di investimenti finalizzato a potenziare un’offerta abitativa economicamente accessibile, socialmente funzionale ed ecosostenibile, attraverso la messa a disposizione di immobili e spazi pubblici inutilizzati da sviluppare con fondi pubblico-privati da offrire sul mercato a prezzi calmierati”. La genericità delle “azioni specifiche”, indicate solo per titoli (investimenti per il social housing anche utilizzando il patrimonio di edilizia convenzionata, fondi per l’edilizia agevolata), non offre però alcun contributo su come disegnare e attuare un programma con questo obiettivo.

Un piano da dieci miliardi

I tassi di interesse dei finanziamenti bancari particolarmente favorevoli offrono tuttavia l’opportunità di promuovere un piano edilizio di alloggi pubblici, di grande rilievo per importo dell’investimento e per impatto sociale, che contemporaneamente può dare un contributo al rilancio dell’economia e dell’occupazione.

Alle attuali condizioni di offerta del denaro, le finanze pubbliche possono sostenere un investimento di 10 miliardi di euro riversandone i costi, relativamente contenuti, su un lungo arco nel tempo. In una recente lettera alla Commissione europea, inviata dalle associazioni europee degli imprenditori edili per chiedere di destinare alle attività dei loro settori una quota ingente dei finanziamenti dell’European Recovery Fund, è stato indicato un moltiplicatore dell’investimento in edilizia che oscilla tra 1,9 e 2,9. Di conseguenza, l’investimento ipotizzato metterebbe in moto un volume complessivo di attività compreso tra circa il doppio e il triplo del suo importo. Finanziando il piano con un mutuo bancario trentennale a tasso fisso, il suo ammortamento comporta il pagamento di una rata annuale di circa 385 milioni. La cifra presuppone che il settore pubblico non riesca a negoziare con un istituto di credito condizioni migliori di quelle praticate a un soggetto privato che sottoscrive un mutuo per l’acquisto della prima casa.

Centomila case popolari

La parte della rata che resterebbe a carico delle casse pubbliche sarebbe poi minoritaria, giacché il programma si autofinanzia, per una quota nettamente maggioritaria, con i canoni pagati dagli inquilini degli alloggi.

Con le somme ipotizzate si possono realizzare centomila abitazioni di superficie media intorno ai 60-65 metri quadri, cioè appartamenti con cucina, soggiorno e due camere da letto, oltre ad accessori. La progettazione e direzione lavori dovrebbe essere affidata agli uffici tecnici dei comuni e degli altri enti (come Iacp e Aler), che dovranno mettere a disposizione anche le aree e gli immobili su cui realizzare gli interventi. Il programma, infatti, dovrebbe essere incentrato sugli interventi di recupero, demolizione e ricostruzione, trasformazione di destinazione d’uso degli immobili già esistenti. Le nuove urbanizzazioni, nei limiti ristretti previsti dalle leggi regionali per arrivare al consumo di suolo zero nel 2050, sarebbero destinate prioritariamente alla realizzazione di nuove costruzioni, se necessarie.

Con un canone medio mensile di 250 euro per alloggio, a carico del settore pubblico resterebbe un onere di 85 milioni di euro l’anno (70 euro al mese per alloggio). Una cifra non trascurabile, ma la cui rilevanza si ridimensiona se la si rapporta all’elevato numero di nuclei famigliari per i quali si risolverebbe il problema della casa. D’altra parte, è assai probabile che qualsiasi altro intervento che si proponesse di abbattere i canoni di

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Sorpresa: i lavoratori temporanei guadagnano di più*

Gio, 09/07/2020 - 13:18

Se si tiene conto della storia occupazionale di ciascun individuo, i lavoratori a tempo determinato vengono pagati più dei loro corrispettivi “indeterminati” al momento dell’assunzione. E a ottenere i vantaggi maggiori sono le donne e i giovani.

Il boom dei contratti a tempo determinato

I contratti a termine sono stati introdotti in Italia negli anni Sessanta, ma per lungo tempo sono rimasti un’assoluta minoranza nel mercato del lavoro. Secondo l’Ilo, i lavoratori italiani a tempo determinato rappresentavano circa il 5 per cento del totale nel 1993. Tuttavia, da allora il loro numero è cresciuto molto, arrivando a costituire oltre il 17 per cento degli occupati nel 2018 (fonte Eurostat), ovvero il 68 per cento dei nuovi accessi nel mercato del lavoro italiano nell’ultimo quadrimestre dello stesso anno (fonte MLPS).

Le ragioni del boom sono da ricercare, da una parte, nella maggiore richiesta di flessibilità avanzata dalle aziende per poter competere maggiormente in un’economia sempre più globalizzata e, dall’altra, nelle riforme del mercato del lavoro avvenute negli anni Novanta, in particolare il cosiddetto pacchetto Treu del 1997 e la legge Biagi del 2003. Le due riforme hanno incentivato l’utilizzo dei contratti a tempo determinato, estendendo i campi di applicazione dei contratti già esistenti (ad esempio, l’apprendistato) e introducendone di nuovi (ad esempio, i co.co.co e i contratti di lavoro interinale), con l’obiettivo di facilitare l’ingresso e la permanenza nel mercato del lavoro, ovvero di aumentare i tassi di occupazione.

Quanto dovrebbero guadagnare i lavoratori temporanei

La teoria economica suggerisce che i contratti a tempo indeterminato – rispetto a quelli a termine – abbiano un valore intrinsecamente superiore per i lavoratori, grazie alla loro più lunga durata attesa e, dunque, alla più bassa probabilità di registrare periodi di disoccupazione in futuro. Per tale ragione, secondo la teoria di compensazione dei differenziali salariali proposta da Sherwin Rosen nel 1986, si ipotizzava che, a parità di competenze, i lavoratori avessero bisogno di ricevere un “premio” che compensasse le peggiori condizioni lavorative per accettare un contratto a tempo determinato (invece che indeterminato).

Nonostante il teorico auspicio, la letteratura economica ha invece collezionato finora un largo numero di studi che evidenziano, nel confronto salariale tra indeterminati e temporanei in diversi paesi Ocse (tra cui l’Italia), un gap negativo a scapito di questi ultimi. Le eccezioni sono rare: solo in Giappone, Norvegia e Australia sono stati rilevati premi per i lavoratori a termine.

Nuovi risultati

Tutti i precedenti studi soffrono tuttavia di due importanti limiti. In primo luogo, si basano su dati campionari, i quali tendono a offrire un orizzonte temporale limitato, che non consente di analizzare la storia lavorativa di un individuo. Inoltre, gli studi che hanno riscontrato una penalizzazione salariale per i temporanei fanno riferimento al complesso dei contratti attivi in un certo istante temporale. Questa scelta metodologica, in particolare, rischia di comparare lavoratori con caratteristiche diverse, distorcendo le stime in favore dei contratti indeterminati. Infatti, è probabile che i lavoratori più produttivi vengano osservati in contratti a tempo indeterminato a seguito di “promozioni” dal contratto a termine dell’assunzione iniziale, in aggiunta ai criteri di selezione più stringenti al momento dell’assunzione.

Un nostro recente lavoro utilizza dati amministrativi (archivio Inps-Losai) che hanno permesso di tenere conto della storia lavorativa degli individui negli ultimi 16 anni e con riferimento a circa 3 milioni di nuove assunzioni nel periodo 2005-2015. Ne emerge una nuova evidenza. In rottura con i precedenti studi riguardanti il nostro paese, si rileva per chi viene assunto con un contratto a termine – rispetto a un altro con le stesse caratteristiche demografiche e la stessa storia lavorativa assunto a tempo indeterminato – un salario giornaliero all’assunzione più elevato dell’11 per cento.

Dalla tabella 1 si osserva che il premio salariale all’entrata è maggiore per le categorie “emarginate” nel mercato del lavoro (per esempio, donne e giovani), per le quali i posti di lavoro permanenti potrebbero apparire più preziosi per via dei più alti tassi di disoccupazione. Non stupisce pertanto che il premio salariale risulti più alto tra i lavoratori a basso salario e in anni di crisi economica. Nello studio rileviamo, inoltre, un forte decremento del premio nell’anno di introduzione del Jobs act (2015), ossia quando i

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Didattica integrata: gli strumenti per farla funzionare

Gio, 09/07/2020 - 12:53

Garantire a tutti gli studenti l’accesso alle tecnologie, formare gli insegnanti e attrezzare in modo adeguato le scuole: sono le tre azioni indispensabili per evitare che la didattica digitale integrata allarghi i divari negli apprendimenti.

I divari che separano gli studenti italiani

Il Piano scuola 2020-2021 prevede la possibilità che, a settembre, le scuole secondarie di secondo grado attivino la cosiddetta didattica digitale integrata, ossia che alternino insegnamento a distanza e in presenza. L’idea è che gli studenti delle superiori siano, rispetto a bambini e ragazzini, più capaci di districarsi tra i due tipi di didattica.

Ma è proprio a questo livello scolastico che il gap negli apprendimenti sulla base dell’accesso alle tecnologie digitali è più pronunciato. La didattica mista non è di per sé un male, anzi, ma servono una buona pianificazione e misure efficaci su più livelli per evitare che i divari si amplino ulteriormente.

Già prima dell’esplosione della pandemia di Covid-19, i quindicenni europei senza accesso alle tecnologie digitali mostravano competenze inferiori rispetto ai loro coetanei che a tali tecnologie potevano accedere (figura 1). Non si tratta di una relazione di tipo causale in letteratura, peraltro, l’esistenza di un nesso causa-effetto tra tecnologie e apprendimenti è ampiamente discusso – ma costituisce comunque un dato rilevante, poiché segnala che gli studenti con limitato accesso alle tecnologie sono un segmento particolarmente vulnerabile nel momento in cui la didattica viene svolta a distanza.

In Italia il gap ammonta a 56 punti. Per avere un’idea dell’ampiezza della differenza, basti pensare che gli studenti italiani con un personal computer connesso a Internet hanno competenze identiche alla media di tutti gli studenti francesi (495), mentre quelli senza accesso alle tecnologie hanno competenze inferiori (438) alla media dei quindicenni bulgari (penultimo paese Ue).

Nel nostro paese il divario negli apprendimenti tra studenti con e senza accesso alle tecnologie si riscontra sia nelle scuole primarie sia nelle scuole secondarie (figura 2). Ma in queste ultime, è più del doppio.

Il digital divide non è uniformemente distribuito nel paese. Gli studenti del Sud mostrano livelli di accesso alle tecnologie digitali inferiori rispetto ai loro coetanei del Centro e del Nord (figura 3).

I ragazzi con limitato accesso alle tecnologie digitali provengono più frequentemente da contesti socioeconomici svantaggiati. Tra i ragazzi con entrambi i genitori non laureati, il rischio di non avere accesso alle tecnologie è 1,4 volte superiore a quello dei loro coetanei con almeno un genitore laureato. Il digital divide sulla base del background migratorio familiare è ancora più pronunciato: i figli di immigrati hanno un rischio due volte superiore a quello dei loro coetanei nativi.

Cosa fare?

Per evitare che la didattica integrata finisca per allargare i divari negli apprendimenti è necessario intervenire su tre fattori.

  1. Colmare il digital divide. È prioritario sostenere la digitalizzazione delle famiglie a basso reddito. Con il Piano scuola approvato a maggio, il governo ha introdotto due misure specifiche: un voucher di 200 euro per connessioni veloci senza limiti di Isee; e un voucher di 500 euro per connessioni veloci e pc\tablet per famiglie con Isee inferiore ai 20 mila euro. I voucher una tantum, tuttavia, non sono l’unico strumento. Tra gli altri possibili strumenti, vi sono i conti di risparmio incentivato per le spese in istruzione. Si tratta di strumenti finanziari – di cui in Italia vi sono solo esperienze locali, ancorché promettenti – sviluppati per sostenere in modo sistematico le famiglie a basso reddito nell’accumulo di risparmi da utilizzare, in modo flessibile, per un’ampia gamma di spese legate alla scuola, tra cui anche computer e connessioni Internet.
  2. Formare gli insegnanti. La didattica a distanza ha messo sotto pressione non solo gli studenti e le loro famiglie, ma anche gli insegnanti. Trasferire l’insegnamento dalle aule alle piattaforme multimediali richiede competenze nuove, che non si limitano a quelle digitali in senso stretto, ma hanno a che vedere con la capacità di utilizzare le tecnologie per innovare la didattica, personalizzando l’insegnamento, stimolando l’interazione tra ragazzi e sostenendone il lavoro autonomo. Tali competenze non si improvvisano. È necessario investire nello sviluppo professionale degli insegnanti, anche facendo leva sull’autovalutazione e fornendo una formazione incentrata sull’attuale situazione di didattica a distanza.
  3. Attrezzare le scuole. È urgente interven

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Con la pandemia è scoppiata la questione istituzionale*

Mer, 08/07/2020 - 13:07

L’esperienza vissuta dall’Italia durante la pandemia impone una riflessione critica sull’evoluzione del nostro sistema istituzionale. Dopo la riforma del Titolo V della Costituzione, è caratterizzato da una dispendiosa molteplicità di livelli di governo.

Un contrasto crescente tra istituzioni

Da qualche settimana stiamo faticosamente cercando di uscire dall’emergenza socio-sanitaria conseguente al diffondersi, anche in Italia, della pandemia da “Covid 19”. Pur con tutte le incognite che il periodo ci riserva, è possibile e doveroso iniziare a svolgere alcune considerazioni in merito alla risposta che il nostro sistema-paese è stato complessivamente in grado di dare agli enormi problemi insorti e alle criticità istituzionali che lo stato di emergenza ha impietosamente evidenziato e che hanno ulteriormente aggravato il quadro complessivo delle nostre finanze pubbliche.

Un problema emerso prepotentemente nei mesi appena trascorsi è certamente quello dell’assetto istituzionale della Repubblica, su cui finalmente hanno iniziato a riflettere criticamente numerosi studiosi, specie con riferimento al ruolo assunto delle regioni – a cinquanta anni dall’istituzione di quelle a “statuto ordinario”: l’accentuarsi di egoismi e particolarismi rende obiettivamente più difficile una strategia unitaria, sia economica che sanitaria e sociale.

Bisogna ricordare, infatti, come le riforme amministrative degli anni Novanta, culminate nel 2001 con la modifica del Titolo V della Costituzione in senso cosiddetto “federalista”, abbiano costituito i presupposti per un nuovo localismo, favorendo un’onerosa moltiplicazione dei centri decisionali e di spesa che rischia di decolorare la dimensione nazionale e unitaria della pubblica amministrazione, strumentale alla soddisfazione dell’interesse pubblico.

Tale condizione ha accentuato un crescente contrasto fra le istituzioni e ha allargato la distanza dell’esperienza che abbiamo vissuto in questa emergenza sanitaria dall’ideale costituzionale delle autonomie regionali e della leale collaborazione fra queste e lo stato.

Tutto ciò è accaduto anche per l’assenza, in Costituzione, di una esplicita clausola “di supremazia” nonché di una previsione generale del cosiddetto “stato di eccezione” la cui ipotesi è contemplata unicamente nell’articolo 78, con riguardo al solo caso di guerra in cui è previsto che “le Camere conferiscono al governo i poteri necessari”.

Ne è derivato un percorso a ostacoli nella lotta all’epidemia, nel corso del quale non poteva ovviamente mancare il ricorso alla giustizia, specie amministrativa, il cui intervento cautelare è stato spesso richiesto non solo da privati che si sono ritenuti illegittimamente penalizzati dai provvedimenti emergenziali emanati soprattutto in sede locale, ma anche dal governo che, nel mentre era impegnato a combattere l’emergenza sanitaria, ha ritenuto di dovere impugnare diversi provvedimenti “eccentrici” di autorità territoriali.

I tre punti critici

In un contesto di iperproduzione normativa centrale e locale non sorprende, dunque, che ci si sia diffusamente esercitati ad attribuire ad altri la responsabilità di carenze proprie e disagi vari, quali quelli che hanno riguardato l’adeguatezza delle strutture ospedaliere e la capienza dei reparti dedicati alle malattie infettive e alla terapia intensiva, come pure che si denunciassero gravi manchevolezze nella fornitura e distribuzione di apparecchiature e dispositivi sanitari, di mascherine e materiali d’uso per contrastare il contagio, per ovviare alle quali si è andati in ordine sparso esponendosi a frequenti “incauti acquisti” e affidamenti diretti, che hanno già richiamato l’attenzione di numerose procure penali e contabili.

Il frazionamento delle competenze fra i molteplici livelli istituzionali esistenti ha indebolito lo stato sia in ambito internazionale che interno, ove rischia di perdere il suo ruolo centrale di promotore del benessere della comunità nazionale, frenato dalla richiesta di “compensazioni territoriali” frequentemente avanzate nell’ambito di una necessitata permanente concertazione fra tutti i soggetti interessati (vedasi esempi di scuola, sanità, opere pubbliche e altro ancora).

Tale condizione ha avuto come punto di partenza il 1997 con le cosiddette “leggi Bassanini” che, per una sorta di eterogenesi dei fini, anziché semplificare realmente la nostra pubblica amministrazione, ne hanno favorito una “operosa improduttività” testimoniata dalla necessità di un profluvio di norme secondarie e di conti

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Torna l’inflazione?

Mer, 08/07/2020 - 11:37

Già provate dal lockdown, difficilmente le imprese potranno assumersi i costi aggiuntivi necessari alla riapertura e li riverseranno sui consumatori. E anche l’aumento dell’offerta monetaria potrebbe tradursi in un incremento dei prezzi. Per l’Italia potrebbe non essere un male.

Prezzi in aumento

A inizio maggio le associazioni di consumatori e produttori segnalavano aumenti dei prezzi. Coldiretti registrava rincari per frutta (+8,4 per cento), verdura (+5 per cento) e latte (+4,1 per cento), mentre Codacons annunciava un aggravio da 536 euro per famiglia.

Potrebbero essere le prime avvisaglie di una prossima impennata dell’inflazione nell’Eurozona, trainata dalle nuove disposizioni sanitarie per esercenti e imprese, dal dissesto nelle catene logistiche e favorita dal radicale mutamento delle politiche fiscali e monetarie.

Sul lato dell’offerta, molte attività devono affrontare nuove misure di sanificazione e, simultaneamente, limitare l’afflusso della clientela e i tradizionali volumi di vendite. In un contesto diverso, le imprese si sarebbero fatte carico di buona parte dei costi senza rivalersi sul consumatore. Ma gli oltre due mesi di quarantena hanno drasticamente eroso i margini, in special modo per le piccole e medie imprese, che hanno registrato perdite importanti di fronte a costi fissi rimasti inalterati e all’assenza di ricavi. La loro capacità di assumersi i costi della riapertura è dunque limitata e sono così probabili rincari per i consumatori. La questione coinvolge settori come commercio, cura della persona, ristorazione, turismo e trasporti.

I nuovi protocolli di sicurezza rischiano di generare costi addizionali e diminuire il tempo di lavoro. Le fabbriche devono garantire sanificazione dei locali e sistemi di controllo della salute dei lavoratori. Anche la rottura delle catene mondiali di produzione potrebbe generare effetti imprevisti sui prezzi, con conseguenze significative, soprattutto per i settori industriali più globalizzati. L’economista Stephen Roach segnala il rischio di inflazione nel medio periodo dovuto all’aumento dei costi di produzione in un mondo meno connesso.

Eppure, queste aspettative inflazionistiche sembrano smentite dagli ultimi dati ufficiali. L’inflazione interannuale dell’area euro di aprile si è attestata sullo 0,3 per cento, il dato più basso dal 2016, a maggio si prevede che scenda allo 0,1 per cento. Vero è però che negli ultimi due mesi la quasi totalità dei paesi dell’Eurozona era in quarantena, in una paralisi totale delle attività economiche non essenziali. Ciò ha provocato un brusco e forzato calo della domanda. La sospensione di molti settori tradizionali ha verosimilmente impedito il rilevamento di molti prezzi che contribuiscono al paniere Eurostat. Sono dunque dati che vanno presi con cautela.

D’altronde, come sottolinea l’Istat, l’azzeramento dell’inflazione in Italia ad aprile è imputabile prevalentemente ai prezzi dei beni energetici. E la tendenza potrebbe invertirsi ora che i regimi di confinamento sono stati gradualmente revocati in tutta Europa e il prezzo del petrolio è in risalita dopo lo storico crollo di aprile.

Tanta liquidità sul mercato

È sul lato della domanda che si concentrano le perplessità. Da una parte, è inevitabile aspettarsi una recessione nel breve termine, con una diminuzione di consumi e investimenti, che avrà conseguenze sulla domanda di asset monetari, generando una spinta al ribasso dei prezzi. Dall’altra, la Banca centrale europea si è impegnata a garantire liquidità nel mercato a volumi che non si vedevano dalla crisi del debito sovrano, annunciando a inizio giugno l’estensione del programma di acquisti di titoli di stato dell’Eurozona per 1.350 miliardi di euro fino alla metà del 2021. L’aumento dell’offerta monetaria potrebbe tradursi in un incremento generalizzato dei prezzi, compensato solo in parte dalla forzata diminuzione della velocità di circolazione della moneta.

È quindi difficile tracciare con ragionevole certezza una previsione sulle conseguenze di questa straordinaria espansione monetaria. Raramente, gli economisti predicono il futuro con successo. Le politiche espansive della Bce degli ultimi anni erano riuscite a malapena a rilanciare l’inflazione e fino a pochi mesi fa serpeggiava il timore di una stagnazione secolare. Oggi, la discussione è aperta. L’Economist sostiene che il ritorno di una inflazione sia improbabile. Altri, come il Financial Times, si aspettano lo scenario opposto.

Bisogna preoccuparsi di un riaccendersi dell’inflazione? Una crescita inaspettata dei prezzi potrebbe avere effetti be

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Il Punto

Mar, 07/07/2020 - 13:12

Quello appena concluso è stato per la crescita il peggior trimestre degli ultimi 70 anni. I segnali positivi, però, non mancano, anche se l’Italia fatica più di altri paesi. Intanto la banca centrale cinese pensa di lanciare entro fine anno la moneta digitale, e non è l’unica. Una decisione i cui effetti sono tuttora difficili da prevedere.
Milioni di lavoratori stanno sperimentando forme di smart working. Che nel settore pubblico, però, senza un adeguato ammodernamento, rischia di trasformarsi per alcuni nell’ennesimo privilegio. Non riguarda solo il Sud la piaga del lavoro nero, ancora troppo diffuso anche nel Settentrione. Dove però è più raro che i lavoratori irregolari siano gli unici occupati in famiglia.
Hanno reagito meglio all’emergenza Covid gli istituti guidati da dirigenti scolastici con doti manageriali. Competenze da valorizzare anche in futuro per garantire efficienza ed equità.
Le nostre democrazie hanno sempre più spesso un problema di partecipazione civica. Che si riduce di più nei contesti socio-economici disomogenei: lo dimostra uno studio.

È online anche la quinta puntata del podcast del Festivaleconomia, realizzato da lavoce.info in collaborazione con l’Università di Trento. Parola chiave della settimana: Gender gap, con Alessandra Casarico.

Spargete lavoce: 5 per mille a lavoce.info
Destinate e fate destinare il 5 per mille dell’Irpef a questo sito in quanto “associazione di promozione sociale”: Associazione La Voce, Via Bellezza 15 – 20136 Milano, codice fiscale 97320670157. Grazie!

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Lavoro nero, non solo una questione meridionale

Mar, 07/07/2020 - 11:25

Dal punto di vista dei numeri, la diffusione del lavoro nero non è poi molto diversa tra Nord e Sud. Ma nel Mezzogiorno è probabile che i lavoratori irregolari siano i soli occupati in famiglia, mentre non è così nelle regioni settentrionali.

L’occupazione irregolare in Italia: le tendenze

La discussione sulle misure per sostenere le famiglie che la pandemia Covid19 ha privato di ogni reddito da lavoro ha riproposto la questione dell’occupazione irregolare, che era scomparsa dal dibattito pubblico dopo i tentativi di favorirne l’emersione nei primi anni Duemila. Con la chiusura forzata di quasi tutte le attività economiche si è scoperto che il reddito di cittadinanza non sarebbe stato sufficiente a coprire tutte le situazioni di grave disagio causato dalla perdita del lavoro perché non pochi occupati irregolari non ne avevano fatto domanda, per il timore di subire gravi sanzioni in caso fossero stati scoperti. L’“invenzione” del reddito di emergenza nel “decreto Rilancio” è stata spiegata soprattutto così. E anche in questa occasione si è detto che le regioni meridionali sarebbero state le più interessate dalla nuova misura.

Ma è proprio vero che l’occupazione non regolare è più diffusa nel Mezzogiorno?

Da oltre 20 anni l’Istat stima nelle statistiche di contabilità nazionale anche gli occupati non regolari, la cui prestazione lavorativa è svolta senza il rispetto della normativa in materia lavoristica, fiscale e contributiva. I criteri di stima sono cambiati più volte, ma pur con qualche approssimazione è possibile delineare le tendenze del tasso di irregolarità dell’occupazione, nel complesso e per grandi settori. Come mostra la figura 1, la percentuale di occupazione irregolare dal 1995 al 2017 presenta un leggero andamento a U, con un brusco calo dal 2001 al 2003, dovuto alla più grande sanatoria degli immigrati irregolari, e una ripresa dal 2009 negli anni della grande recessione. Sia pure in modi e tempi diversi, anche i tassi di irregolarità dei quattro grandi settori presentano un andamento simile. Ma la ripresa del lavoro nero non ha suscitano grande attenzione, benché l’Italia sia, con Spagna e Grecia, il paese dell’Europa occidentale con il tasso di irregolarità di gran lunga più alto.

Dal tasso di irregolarità al tasso di occupazione irregolare

Il tasso di irregolarità, cioè la percentuale di occupazione non regolare sul totale, è utilizzato dall’Istat anche per rilevare le differenze territoriali. Come mostra la figura 2, il tasso di irregolarità per il 2017, ultimo anno disponibile, varia da valori pari o inferiori al 10 per cento per cinque regioni settentrionali su sei sino a valori pari o superiori al 15 per cento per tutte le regioni meridionali, con una punta intorno al 20 per cento per Calabria e Sicilia. Alle differenze territoriali nel tasso di disoccupazione, le più ampie tra i paesi europei, sembra si aggiungano forti differenze nella consistenza del lavoro non regolare.

Tuttavia, se consideriamo la diffusione dell’occupazione irregolare rispetto alla popolazione emerge un quadro molto diverso. Come mostra la figura 3, dividendo il tasso di occupazione, che misura il rapporto tra occupati e persone da 15 a 64 anni, tra tasso di occupazione irregolare e tasso di occupazione regolare risulta che la percentuale di abitanti con un’occupazione irregolare oscilla soltanto dal 7-8 per cento per le regioni settentrionali al 9-10 per cento per quelle meridionali. Per contro, enormi sono le differenze nel tasso di occupazione regolare: dal 65-70 per cento delle regioni settentrionali sino a meno del 40 per cento per tre regioni settentrionali (Sicilia, Campania e Calabria).

Il tasso di occupazione irregolare nel Nord è soltanto due punti percentuali inferiore a quello del Centro e addirittura neppure due punti sotto quello del Sud. E, come si vede dalla tabella 1, le differenze per industria, edilizia e servizi sono infime. Per contro, a parte l’agricoltura, le differenze nei tassi di occupazione regolare tra Nord e Sud sono enormi: addirittura quasi 13 punti percentuali nei servizi e oltre 9 punti nell’industria.

Due conclusioni. Primo, il problema del Mezzogiorno non è tanto una diffusione del lavoro nero particolarmente alta, ma la scarsissima presenza di quello regolare, soprattutto nell’industria e nei servizi. Secondo, il lavoro nero è solo leggermente meno diffuso nelle regioni settentrionali e quindi costituisce un problema anche per queste regioni. 

Caratteristiche dei lavoratori dipendenti in nero

Tuttavia, per la scarsa possibilità di trovare un’occupazione regolare, nel Mezzogiorno il lavoro nero interessa fasce di popolazione più “

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Nasce la moneta digitale

Mar, 07/07/2020 - 11:23

La banca centrale cinese potrebbe lanciare lo yuan digitale entro fine anno. Ma altri progetti di questo tipo sono allo studio. Quali effetti potrebbe avere sul sistema l’introduzione della moneta digitale? Dipenderà in larga misura da come sarà disegnata.

Perché una valuta digitale

Molte banche centrali stanno studiando l’introduzione di una propria moneta digitale, detta central bank digital currency (Cdbc). Sebbene in termini contabili una Cbdc sia una passività della banca centrale, proprio come la moneta cartacea, la sua introduzione sarebbe più di un semplice aggiornamento tecnologico. Il suo impatto sul sistema economico dipenderebbe in larga misura dagli obiettivi e, di conseguenza, dall’architettura della valuta stessa.

Gli argomenti a sostegno dell’introduzione di una moneta digitale si dividono in tre filoni. Il primo è la necessità di offrire una moneta pubblica come forma di pagamento, in alternativa ai depositi privati, vista la progressiva obsolescenza di quella cartacea. Usando le parole della banca centrale svedese: “Se la marginalizzazione della moneta cartacea continua, una corona digitale garantirebbe ai cittadini l’accesso a un mezzo di pagamento garantito dallo stato”.

Il secondo argomento riguarda l’efficacia della politica monetaria. Una moneta digitale rafforzerebbe gli attuali strumenti e potrebbe aprire nuovi canali (digitali) di trasmissione monetaria. Per esempio, la banca centrale potrebbe pagare un interesse sul portafoglio digitale, distribuire helicopter money o, in casi estremi, estendere credito direttamente al settore privato. Questi nuovi strumenti potrebbero rivoluzionare la struttura del settore bancario tradizionale.

Il terzo filone è più politico. Emettere moneta digitale può servire a consolidare la sovranità monetaria e a spiazzare iniziative private. Per esempio, la banca centrale giapponese sta considerando il lancio di una moneta digitale per evitare che quella cinese si diffonda in Giappone. Oppure un regime autoritario potrebbe usare una Cbdc per rafforzare il controllo sull’economia e sui cittadini.

Due strade possibili

Il raggiungimento di questi obiettivi dipende dal disegno della moneta stessa. La prima distinzione fondamentale è tra le valute token-based e quelle account-based. La seconda riguarda la struttura distributiva, che è essenziale nel definire il sistema di incentivi, e può essere one-tier o two-tier.

In ogni transazione, vi è un beneficiario che deve verificare che il pagamento sia valido, ovvero che la trasmissione di ricchezza sia avvenuta. Con una valuta token-based, il beneficiario verifica l’autenticità del token stesso, proprio come avviene per le banconote fisiche. Invece, con le valute account-based, si verifica l’identità del pagante e il suo saldo disponibile, come per le carte di credito.

La differenza sembra banale, ma non lo è in termini economici. Infatti, una banca centrale difficilmente potrebbe pagare interessi su una Cbdc token-based, in quanto questo potrebbe modificare il valore del token stesso. Come per un’obbligazione con cedola, il valore del token cambierebbe in base a quando la cedola viene staccata. Un’altra differenza è la possibilità di fare pagamenti anonimi e offline. È tecnicamente più facile garantire l’anonimato in un sistema token-based, mentre non è sempre possibile in un sistema account-based. Si possono anche pensare soluzioni ibride, con una valuta token-based e un sistema di account certificati, come nell’esperimento fatto dalla banca centrale dell’Uruguay nel 2018.

Anche la distribuzione della valuta gioca un ruolo chiave. In un sistema one-tier, la Cbdc viene distribuita direttamente dalla banca centrale, la quale competerebbe sui depositi con le banche commerciali. È evidente che ciò implica un enorme sforzo per la banca centrale sia in termini di risorse che di competenze, che cambierebbe radicalmente la sua ragion d’essere. Inoltre, questa struttura distributiva solleverebbe il problema di chi dovrebbe elargire credito e altri servizi finanziari al settore privato. Ci sarebbe una considerevole concentrazione di potere nelle mani della banca centrale, la quale potrebbe spiazzare facilmente il settore bancario privato. Per di più, la banca centrale avrebbe pieno accesso ai dati granulari di tutti i pagamenti al dettaglio, dandole così più informazioni per fare politica monetaria a discapito della privacy dei cittadini.

In alternativa, il sistema può essere two-tier, dove istituzioni finanziarie sono incaricate della distribuzione della Cbdc. Ciò ridurrebbe il rischio di disintermediazione e permetterebbe al se

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Studenti più bravi quando il preside è un buon manager

Mar, 07/07/2020 - 11:22

Le scuole gestite da dirigenti proattivi e dotati di capacità organizzative e manageriali hanno affrontato meglio le problematiche legate all’emergenza Covid-19. È un’esperienza da valorizzare per garantire efficienza ed equità al sistema scolastico.

Il ruolo manageriale del dirigente scolastico

La figura del dirigente scolastico ha subito profonde trasformazioni, dall’introduzione dell’autonomia in poi. Il ruolo dirigenziale del responsabile d’istituto si snoda intorno al peculiare concetto di autonomia-centralizzata che caratterizza il nostro sistema scolastico. Si traduce, da una parte, nel delineare e realizzare l’offerta formativa della scuola; dall’altra, in una discrezionalità gestionale e organizzativa che potrebbe essere più propriamente definita management. Con questa definizione s’intende un ampio spettro di pratiche e azioni intraprese dal dirigente scolastico nella gestione d’istituto. Sono di primaria importanza non solo nel funzionamento stesso della scuola (ambito gestionale e organizzativo), ma anche e soprattutto nel successo scolastico degli studenti.

L’importanza del ruolo gestionale e organizzativo del Ds è stata sottolineata in recenti studi in ambito internazionale, che dimostrano come le azioni manageriali influenzino i risultati degli studenti (solitamente misurati con test standardizzati) generando un effetto la cui entità è seconda solo a quella dell’attività dei docenti nelle classi.

Come cogliere la rilevanza delle pratiche manageriali

In uno studio recentemente condotto insieme alla collega Patrizia Falzetti, abbiamo indagato proprio l’esistenza di una correlazione tra le pratiche manageriali dei dirigenti scolastici italiani e i punteggi ottenuti dagli studenti nei test Invalsi.

L’ambizione di misurare le pratiche gestionali del dirigente scolastico solleva un tema di forte rilevanza, legato alla definizione di management scolastico e alle dimensioni rilevanti nella sua misurazione. Anche in questo caso, la letteratura accademica fornisce spunti utili, come il framework di misurazione proposto dal World Management Survey (Wms) e applicato in diversi contesti, tra cui quello scolastico. I risultati dell’utilizzo di questo modello concettuale per l’Italia sono stati evidenziati da Adriana Di Liberto e colleghi su lavoce.info e dimostrano come la qualità delle pratiche manageriali dei Ds italiani sia piuttosto contenuta rispetto a quella dei colleghi internazionali.

Secondo lo schema proposto dal Wms e adottato nel nostro studio, si definisce management quell’insieme di pratiche riguardanti (i) l’applicazione dei processi operativi e la gestione delle attività scolastiche (operations); (ii) il monitoraggio e la supervisione di tali attività (monitoring); (iii) la capacità di fissare obiettivi chiari per la scuola (target setting); (iv) la gestione del personale (people) e (v) la leadership e la gestione delle responsabilità (leadership). I dati relativi a 586 Ds italiani appartenenti al campione nazionale Invalsi sono stati interpretati alla luce di queste dimensioni e aggregati in un indice unitario di “utilizzo delle pratiche manageriali” (general index). Le domande poste ai Ds prevedono di indicare, per una serie di pratiche manageriali, la frequenza di utilizzo su una scala 1-4 (laddove 1=mai e 4=sempre), oppure il livello di accordo o disaccordo (sulla stessa scala) rispetto a una serie di affermazioni su pratiche manageriali in uso nella scuola.

Il successo educativo

I risultati mettono in evidenza un uso frequente (pari a un valore medio dell’indice di 3.23 su 4) delle pratiche manageriali da parte dei dirigenti scolastici, soprattutto in tema di gestione del personale (media di 3.40 su 4), come mostrato dagli istogrammi di figura 1. Nel momento in cui l’indice relativo alle pratiche manageriali è inserito nel modello di regressione, tuttavia, la correlazione con il risultato degli studenti è positiva, ma non statisticamente significativa. Ciò indica che l’effetto “diretto” delle pratiche manageriali sui risultati degli studenti potrebbe essere difficilmente percepibile, almeno in termini di effetto medio. Risulta di particolare interesse, in questo quadro, l’indagine dell’effetto che le pratiche manageriali hanno su diverse sotto-popolazioni di studenti. Nel dettaglio, quello che i risultati mettono in luce è un impatto positivo e significativo sui risultati degli studenti provenienti da famiglie socio-economicamente svantaggiate (classificate nel primo terzile di distribuzione dell’indice socio-economico). Il dato evidenzia un elemento di par

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Se la comunità è composita, l’impegno civico si riduce

Lun, 06/07/2020 - 15:34

Il declino della partecipazione alla vita politica e civile rappresenta un problema comune alle democrazie contemporanee. Uno studio nelle città metropolitane italiane conferma che l’impegno civico si riduce di più nei contesti socio-economici disomogenei.

L’impegno civico nelle grandi città

Uno dei problemi di cui soffrono le moderne democrazie è rappresentato dal declino della partecipazione politica e, più in generale, alla vita civile. Questi problemi sono amplificati all’interno dei grandi centri urbani. Una delle cause ipotizzate è la crescente eterogeneità della popolazione. Alberto Alesina ed Eliana La Ferrara hanno studiato il fenomeno nelle città statunitensi, e hanno mostrato che la partecipazione in attività sociali si riduce nelle comunità più diseguali e con maggiore eterogeneità etnica.

In un recente lavoro abbiamo preso in esame il legame tra l’impegno civico e il grado di eterogeneità dell’area di residenza nelle tre maggiori città metropolitane italiane: Milano (provincia), Roma (comune) e Napoli (provincia). Grazie all’indagine Plus-Isfol del 2014, siamo stati in grado di mappare sul territorio oltre 1.500 individui nel comune di Roma, 2.300 nella provincia di Napoli, e oltre 1.900 individui nella provincia di Milano (figura 1). L’indagine raccoglie una serie di domande per ogni individuo, che ci hanno permesso di selezionare il grado di impegno civico degli individui, misurato attraverso tre fattori: 1) partecipazione ad attività di volontariato; 2) partecipazione a comitati di quartiere, scolastici e altro 3) partecipazione a proteste pubbliche.

Abbiamo poi calcolato una variabile di prossimità socio-economica che cattura in che misura ogni individuo vive vicino a individui diversi in termini di reddito e livello di studio. L’idea è studiare se il livello di impegno civico varia al mutare delle caratteristiche socio-economiche della comunità di residenza. In particolare, in che modo l’impegno civico dei cittadini è influenzato dalla circostanza di vivere in una comunità eterogenea o in una omogenea?

Figura 1 – La proiezione degli individui sulle tre città metropolitane.

a) Milano

 

b) Roma

 

c) Napoli

Effetti collaterali dell’eterogeneità

La figura 2 mostra in che misura persone simili vivono o meno vicino nella città di Roma. I puntini rossi rappresentano aree in cui cittadini di elevato stato socio-economico (reddito e livello di studio alti) vivono in prossimità; i puntini blu rappresentano aree in cui cittadini di basso stato socio-economico (reddito e livello di studio modesto) vivono in prossimità; infine, i puntini grigi rappresentano aree in cui convivono cittadini con diverso background socio-economico.

Figura 2 – Agglomerazione socio-economica nella città di Roma.

I risultati mostrano una robusta relazione negativa tra impegno civico ed eterogeneità della comunità. Anche tenendo conto di una serie di fattori che possono influenzare l’impegno civico individuale e al contempo non condizionano direttamente lo status socio-economico delle persone – quali età, sesso, casa di proprietà, livello occupazionale –, individui che vivono in contesti più diversificati tendono a partecipare meno alla vita civile.

Il risultato, che richiede ulteriore ricerca, propone una sfida essenziale alla politica. Da un lato, infatti, l’eterogeneità non deve essere ostacolata, al contrario vanno scoraggiati la creazione di ghetti o i fenomeni di segregazione spaziali nelle città. Comunità eterogenee tendono a essere più innovative, costruiscono la tolleranza, riducono la disuguaglianza.

Se questo è vero, e se i nostri risultati sono confermati, la politica deve agire per contrastare gli effetti collaterali della eterogeneità sulla partecipazione civica.

Occorre sempre di più un approccio locale e granulare della politica all’interno delle città metropolitane e quando si affrontano temi centrali, che toccano l’esercizio dei diritti di cittadinanza. Soprattutto quando il contesto sociale scoraggia l’esercizio di quei diritti.

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Un’idea sbagliata dello smart working

Lun, 06/07/2020 - 14:12

Un emendamento in discussione alla Camera rischia di fare della possibilità di lavorare da casa un privilegio per una parte dei dipendenti pubblici, senza l’indispensabile ammodernamento delle amministrazioni sul piano tecnico, organizzativo e culturale.

Un po’ di piombo nelle ali del lavoro agile

Il lavoro “agile” (detto anche smart working) è tale perché si è liberato dai vincoli che tradizionalmente caratterizzano il lavoro dipendente: vincoli di orario, di spazio dove la prestazione deve svolgersi, di burocrazia aziendale. È “agile”, o “smart”, perché funziona sulla base di un rapporto di fiducia e collaborazione tra le parti particolarmente intenso, che sostituisce timbratura del cartellino e altri controlli sull’assiduità dell’impegno.

Così inteso, costituisce una risorsa preziosa per il miglioramento delle nostre vite e della nostra economia, per la riduzione dell’inquinamento ambientale e anche dei costi aziendali. Ed è condivisibilissima la speranza diffusa che lo shock della pandemia favorisca una rapida diffusione di questa nuova forma di organizzazione del lavoro.

Ora, però, tutta la sua “agilità” rischia di perdersi se viene fagocitata dal business della burocrazia giuslavoristica, incominciando così a essere appesantita da regole, verbalizzazioni, scartoffie e ricorsi. Nel linguaggio tecnico si chiama “giuridificazione”.

A ben vedere, il processo è già cominciato con la legge n. 81 del 2017, che ha avuto, sì, il merito di riconoscere il diritto di cittadinanza del “lavoro agile”, ma ha avuto anche il demerito di introdurre qualche primo elemento di burocrazia che sarebbe stato meglio evitare.

Il modo sbagliato e quello giusto di promuovere il lavoro agile

Il rischio è che il processo di giuridificazione prosegua con il consolidarsi per legge di un “diritto al lavoro agile” che è già stato introdotto per decreto in riferimento all’emergenza sanitaria, sia per il settore pubblico sia per quello privato. Se da emergenziale diventasse stabile, la disposizione comporterebbe l’onere permanente per il management aziendale di verbalizzare i motivi del rifiuto opposto alla richiesta di qualsiasi dipendente di poter lavorare da casa. Anche chi è incaricato di mansioni che non possono svolgersi in alcun modo “da remoto” – come quelle di un addetto alla reception, di un bidello, di un custode di museo, di un magazziniere – potrebbe rivendicare lo spostamento a mansioni compatibili. E i motivi dell’eventuale rifiuto diventerebbero a quel punto un possibile oggetto di impugnazione e quindi verifica in sede giudiziale, col risultato di sostituire il giudice del lavoro all’imprenditore in questo aspetto della gestione aziendale.

Il contenzioso giudiziale ha già incominciato a fiorire sulla base dei decreti emergenziali, e già si hanno le prime sentenze che condannano aziende pubbliche e private a consentire il lavoro da casa su prescrizione del medico (così i tribunali di Bologna, Roma e Grosseto).

Uno smart work promosso in questo modo non ha evidentemente più niente di smart: nasce con un imprinting contenzioso, quindi senza alcun rapporto di fiducia tra le parti, come una sorta di esonero parziale per persone che hanno dei problemi, invece che come evoluzione organizzativa guidata dalle persone più motivate e professionalmente attrezzate. Se lo vogliamo promuovere davvero, non dobbiamo puntare sulle carte bollate, ma sugli incentivi ai servizi necessari per la sua diffusione. Tra questi, in primo luogo, la proliferazione capillare di luoghi adatti al lavoro agile, a disposizione di tutti coloro – e sono la maggioranza – che non hanno nella propria abitazione un locale adatto per svolgervi la propria attività professionale, ma che sarebbero fortemente interessati ad averne uno nei pressi, il cui costo sia a carico dell’azienda.

Una norma pericolosa in discussione in Parlamento

Nei giorni scorsi la Commissione bilancio della Camera ha approvato, riformulandolo, un emendamento di Vittoria Baldino, che obbliga le amministrazioni pubbliche a programmare il lavoro agile almeno per il 50 per cento “delle attività che possono essere svolte con questa modalità” entro la fine di quest’anno, per il 60 per cento in seguito. Non più, dunque, lo smart work che nasce dalla verifica sul campo della propria utilità e fattibilità, favorito dalla qualità delle persone interessate e dalla capacità della struttura aziendale di ripensarsi e attrezzarsi sul piano tecnico, organizzativo e culturale, bensì un beneficio – per non dire privilegio – attribuito burocraticamente a una percentuale predeterminata del pers

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Finito il peggior trimestre degli ultimi 70 anni, arriva la ripresa

Sab, 04/07/2020 - 11:30

I dati preliminari di giugno mostrano che quello appena concluso è per la crescita il peggior trimestre da quando esiste questo genere di rilevazioni. Ma attestano anche che i germogli di ripresa sono presenti dappertutto. Un po’ meno in Italia.

È finito il secondo trimestre, il peggiore di sempre in Occidente

È ancora presto per avere numeri sul Pil perché le prime stime arriveranno intorno al 20 luglio. Ma non si sbaglia se si afferma che, con la fine di giugno, si è chiuso il peggior trimestre di sempre per la crescita delle economie occidentali (da quando esistono dati trimestrali calcolati con una metodologia coerente tra paesi).

Nell’attesa dei dati ufficiali che confermino queste conclusioni si può guardare ai dati prodotti dalla società Ihs Markit che nei primi giorni di luglio – come in tutti i mesi precedenti – ha pubblicato i risultati delle interviste ai manager responsabili degli acquisti sull’andamento dell’economia sul mese di giugno. I dati sui cosiddetti indici Pmi (Purchasing Manager Index) – centrati intorno al valore di 50 e calcolati per il manifatturiero e i servizi – sono fortemente correlati con la variazione del Pil trimestrale e quindi rappresentano una fotografia affidabile di quello che è appena successo. Una specie di scoop pubblicato in forte anticipo rispetto ai dati ufficiali.

Per mettere il secondo trimestre nella giusta prospettiva conviene partire dai dati ufficiali che conosciamo già, quelli del primo trimestre, riportati nella Tabella 1, dai quali emergeva l’inizio della forte recessione da Covid-19 e che è sotto gli occhi di tutti. 

Tabella 1 – La crescita del Pil nelle principali economia, primo trimestre 2020 (variazioni percentuali rispetto al trimestre precedente, dati destagionalizzati).

Con i risultati delle interviste di giugno di Markit si può calcolare la media dell’indice Pmi per il secondo trimestre. È utile farlo separatamente per manifatturiero e servizi. Come detto, un indice inferiore a 50 corrisponde a un trimestre di crescita negativa. E se l’indice del secondo trimestre vale meno di quello del primo trimestre, ciò segnala che il calo trimestrale del Pil del secondo trimestre è stato peggiore di quello sperimentato nel primo. 

Le statistiche riportate nella Tabella 2 per gli Stati Uniti e i grandi paesi dell’eurozona evidenziano che il secondo trimestre è stato peggiore del primo trimestre dell’anno: per l’intera economia, per il manifatturiero e per i servizi, in tutti i paesi occidentali. Dall’altro capo del mondo c’è poi la Cina, dove l’emergenza sanitaria si è manifestata per prima ma si è anche risolta più velocemente, con un secondo trimestre migliore del primo e un’economia che ritorna a crescere tra aprile e giugno, sia nel manifatturiero che nei servizi. Va però segnalato che i dati già disponibili (quelli veri, non le interviste ai manager) indicano un certo ritardo delle vendite al dettaglio – quindi dei consumi – rispetto al più robusto dinamismo della produzione industriale cinese.

Tabella 2 – Il Pmi dei principali paesi del mondo nel 2020 (valori trimestrali – manifatturiero e servizi).
Fonte: elaborazioni su dati Ihs Markit.

Ma durante la primavera le cose sono molto migliorate

Il Covid-19 ha causato oscillazioni violente nei dati economici di mese in mese, a cavallo dei trimestri. Vale dunque la pena di guardare da vicino i dati mensili per capire meglio quel che succede. 

Negli Usa l’indice Pmi per l’intera economia (figura 1) mostra un dato vicino a 47 nel mese di giugno: in netto aumento rispetto al 37 di maggio e ancora di più rispetto al valore di 27 registrato ad aprile, ma ancora insufficiente a riportare il segno più nell’economia americana. Dato che il Pil Usa nei primi tre mesi era sceso dell’1,8 per cento, è presumibile attendersi un dato nettamente peggiore per il secondo trimestre, durante il quale sappiamo che la disoccupazione è esplosa dal 3,5 per cento prevalente fino a febbraio fino al 15 per cento di aprile, per poi scendere fino all’11 per cento nel mese di giugno. Ma non c’è dubbio che durante i mesi primaverili il quadro economico ha cominciato a migliorare. Maggio è stato meglio di aprile (con valori di poco inferiori a quelli di marzo) e giugno meglio di maggio.

Figura 1 – L’indice Pmi composto per gli Stati Uniti.

Un andamento simile a quello americano è tratteggiato anche dal Pmi composto dell’eurozona. La figura 2 mostra il recupero di maggio e giugno rispetto al minimo di aprile ma anche che tale recupero è però solo parziale: essendo il Pmi inferiore al valore soglia di 50, il recupero in corso è probabilmente insufficiente a riportar

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Il Punto

Ven, 03/07/2020 - 13:09

Si sa ancora troppo poco sulla riforma dell’Irpef di cui ha ricominciato a parlare il governo. Vediamo quali sono i punti di forza e di debolezza di quest’imposta nella sua veste attuale e quali le priorità da cui partire.
Cala a maggio il numero degli occupati ma diminuiscono anche i beneficiari della cassa integrazione. Quanto tempo ci vorrà per tornare alla dinamica “normale” del mercato del lavoro? Lavoro che in Olanda si trova anche nelle fiere. Un modello di successo, che potrebbe rivelarsi vincente anche in Italia.
A conferma del periodo nero per le imprese, nel 2020 è crollato il numero di nuove aziende. Grave perché sono queste a guidare la crescita economica. Imprese che spesso devono fare i conti con i ritardi della Pa: solo la puntualità nei pagamenti garantisce loro la liquidità necessaria alle operazioni commerciali.
C’è tempo fino alla fine del 2022 per richiedere l’accesso al Meccanismo europeo di stabilità. Vista l’incertezza sul futuro, potrebbe rivelarsi conveniente aspettare.

Continuano le puntate del podcast del Festivaleconomia, realizzato da lavoce.info in collaborazione con l’Università di Trento. Parola chiave della settimana: Catene globali del valore, con Chiara Tomasi. Da lunedì: Gender gap, con Alessandra Casarico.

Spargete lavoce: 5 per mille a lavoce.info
Destinate e fate destinare il 5 per mille dell’Irpef a questo sito in quanto “associazione di promozione sociale”: Associazione La Voce, Via Bellezza 15 – 20136 Milano, codice fiscale 97320670157. Grazie!

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È arrivato il momento della riforma dell’Irpef

Ven, 03/07/2020 - 12:28

Il governo si è impegnato a realizzare una riforma dell’Irpef, senza però indicarne per il momento i tratti salienti. Dall’analisi dei punti di forza e di debolezza dell’imposta emergono in modo chiaro quali dovrebbero essere le priorità da cui partire.

Il tabù della base imponibile

Da qualche giorno è entrato in vigore il “nuovo” bonus Renzi, con una modifica normativa che dovrebbe rimanere in vigore solo per sei mesi, in attesa di una riforma organica dell’imposta a partire dal 2021. Il governo si è impegnato in questa direzione, ma non sono ancora noti i tratti salienti che potrebbero interessare la riforma dell’imposta sul reddito.

Riprendiamo qui i punti di forza e di debolezza dell’Irpef, sottolineando le priorità, in una logica di buon senso, dato l’andamento dei conti pubblici, e di un contemperato mix tra equità ed efficienza. Per sommi capi, l’Irpef dipende da tre fattori: la base imponibile, la scala delle aliquote e la struttura delle detrazioni per lavoro e famiglia. Il vero tabù oggi sembra essere la base imponibile. Difficile sentire qualche politico prendere posizione in merito. Eppure la base imponibile, nel tempo, anche nell’ultimo ventennio, è stata oggetto di una profonda erosione, a volte poco giustificabile. Prima o poi forse varrebbe la pena rifletterci e porre qualche paletto.

In molti paesi le riforme dell’imposta sul reddito degli ultimi decenni sono state guidate dalla regola “allargamento della base imponibile e riduzione delle aliquote”, cercando di raggiungere alcuni obiettivi principali, tra cui un’imposta più semplice e meno distorsiva sulle scelte dei contribuenti, con un gettito ancora elevato. Invece di applicare questo paradigma, nell’ultimo ventennio in Italia abbiamo fatto il contrario: una quota rilevante di base imponibile è esclusa dalla progressività dell’imposta personale e assoggettata a imposizione proporzionale oppure, in alcuni casi, esentata da imposta, come avviene per: i redditi da capitale delle persone fisiche (dal 1974); le rendite delle abitazioni di residenza (dal 2000); la quasi totalità dei redditi dei fabbricati tenuti a disposizione (dal 2012); i canoni di locazione di abitazioni locate (dal 2011), parti di reddito da lavoro dipendente erogate come premio di risultato ai lavoratori dipendenti privati, in base ad accordi aziendali (dal 2008); parti di reddito derivanti dall’utilizzazione economica delle opere d’ingegno e dei diritti d’autore sono esentati da imposta (dal 2008); i redditi derivanti dalle ripetizioni private erogate da docenti (dal 2019); i redditi da lavoro autonomo derivanti da ricavi inferiori a un determinato ammontare (dal 2019, la cosiddetta flat tax degli autonomi, di fatto una estensione del regime dei contribuenti minimi in vigore dal 2008).

Per un allargamento della base imponibile non si ha quindi che l’imbarazzo della scelta: si potrebbe iniziare proprio dalla flat tax degli autonomi, misura di facciata da cui si è timidamente partiti verso una “tassa piatta” complessiva solamente perché aveva un costo decisamente contenuto, poco più del preesistente regime dei minimi; e si era ben consapevoli che il percorso verso la flat tax vera e propria si sarebbe arrestato lì, per esigenze di gettito e di equità. Oggi ci è rimasto un sistema ibrido tra dipendenti e autonomi, poco razionale.

Del tax gap riferito all’Irpef, la quasi totalità è imputabile agli autonomi; l’abbassamento delle imposte per questi ultimi non necessariamente incide su una lungimirante emersione di base imponibile, perché molti fattori incidono sulla questione. Ne sa qualcosa il comparto immobiliare: gli appartamenti ceduti regolarmente in locazione erano solamente 2,6 milioni di unità 10 anni fa, contro i 3,4 attuali. Una crescita importante, sicuramente; ma lo è stata perché era basso il numero di partenza, in un paese dove, complessivamente, 2 milioni di immobili presenti in catasto non compaiono poi nelle dichiarazioni dei redditi.

La definizione della base imponibile non è una questione di poco conto: influenza intensamente il concetto di progressività dell’imposta e per questo abbiamo deciso di analizzarla per prima.

La questione delle aliquote

Il secondo pilastro su cui si basa l’Irpef sono le aliquote: si sente parlare solo di queste, come se rappresentassero il cuore dell’imposta. Invece se guardiamo ai dati, per quanto riguarda l’equità, determinano solamente il 40 per cento dell’effetto redistributivo; il rimanente 60 per cento è spiegato dalle detrazioni per lavoro e famiglia, mentre le detrazioni per oneri spesso rosicchiano potere redistributivo. Dal punto di vista d

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Segnali di scongelamento del mercato del lavoro

Ven, 03/07/2020 - 10:53

Non sorprende che a maggio l’occupazione sia scesa di quasi il 3 per cento. Soprattutto per il crollo dei posti di lavoro a termine. Quelli a tempo indeterminato, infatti, sono stati “congelati”. Ma si intravedono segnali di ritorno alla normalità.

Il lavoro nei mesi di lockdown

Quando il ciclo economico viene profondamente alterato da uno shock improvviso, come accaduto in questi mesi a seguito del lockdown decretato in risposta all’emergenza sanitaria, le statistiche sono sottoposte a molteplici tensioni: da un lato, sono destinatarie di un surplus di interesse, perché gli attori politico-sociali e l’opinione pubblica hanno estremo bisogno di comprendere quanto sta accadendo e orientarsi di conseguenza, dall’altro sono strattonate e mal interpretate da quanti scaricano anche su di esse la propria visione di come si dovrebbe condurre la barca nella tempesta. Occorre dunque, più del solito, avvicinarsi e utilizzare le statistiche con discernimento, interrogandole con prudenza e cercando di non far dire loro più di quanto vorrebbero.

I dati mensili Istat sull’occupazione, resi noti il 2 luglio, ci dicono che la riduzione del numero di occupati (maggio 2020 su maggio 2019) è pari a 681 mila unità; ad aprile il risultato era stato ancora peggiore: -717 mila (utilizziamo i dati grezzi anziché quelli destagionalizzati perché quest’ultimi nascondono l’impatto degli shock inediti e improvvisi, tanto se dovuti alle politiche quanto se determinati, come in questi mesi, da vicende naturali).

Si tratta di una contrazione attorno al 3 per cento (-3,1 per cento il tendenziale ad aprile; -2,9 per cento a maggio), la peggiore da quando esistono dati Istat comparabili. Nel settembre 2009 – il mese con la peggior variazione tendenziale nel corso della grande crisi di inizio secolo – ci si era fermati al -2,7 per cento (dato grezzo; -2,3 per cento dato destagionalizzato).

Non sono certo numeri di cui meravigliarsi, con un’economia soggetta per un paio di mesi a restrizioni sia nella produzione (circa metà del sistema produttivo privato è stato coinvolto nella chiusura delle attività non essenziali) sia nel consumo (date le limitazioni per i consumatori).

Sempre Istat ci dice che il risultato negativo è dovuto in parte alla perdita di posti di lavoro nell’ambito del lavoro indipendente – qui la crisi da Covid-19 ha solo accentuato un trend già in essere – e, soprattutto, al netto ridimensionamento dei posti di lavoro a termine (-495 mila su maggio 2019; -409 mila se destagionalizzati). Contro la precarietà, il Covid è stato – transitoriamente – di un’efficacia brutale. Come ci informano coerentemente le analisi sui dati delle comunicazioni obbligatorie sia a livello nazionale che regionale, aggiornati in qualche caso fino a giugno, le assunzioni a termine nei mesi di marzo e aprile sono crollate e si è rarefatto il ricorso alle proroghe. In concreto, vuol dire riduzione di opportunità di ingresso per chi stava per entrare nel mondo del lavoro (giovani) o per chi vi rientrava dopo interruzioni cicliche (lavoratori stagionali) o dovute a qualsiasi altra motivazione (perdita del posto di lavoro; rientro dall’inattività).

I dati di flusso disponibili indicano che su questo fronte si sta riavviando la fisiologia del mercato del lavoro ed è già un risultato importante realizzare in questi mesi un volume di assunzioni sempre più simile a quello dell’anno precedente (come registrato in Veneto a fine giugno): ma ciò non basta, ovviamente, per recuperare i volumi occupazionali precedenti.

Posti di lavoro “congelati”

Nel contempo, i posti di lavoro a tempo indeterminato sono stati “congelati” con il doppio dispositivo del ricorso alla cassa integrazione, nelle sue varie articolazioni con causale Covid, e del blocco dei licenziamenti. Istat ci dice che ancora a maggio la variazione tendenziale degli occupati con contratti a tempo indeterminato risultava positiva, attorno alle 200 mila unità, senza variazioni rilevanti rispetto a quanto registrato nei mesi pre-pandemia.

Sappiamo che il ricorso alla Cig è stato per forza massiccio. Ciò è implicitamente attestato anche dalla dimensione monstre – come logicamente prevedibile – delle ore autorizzate (poco meno di 2 miliardi), che impressionano ma non servono a capire la questione oggi centrale, vale a dire i ritmi dello scongelamento. Più utili, in questa direzione, sono i dati pubblicati da Inps questa settimana che ci informano che i beneficiari di cassa integrazione erogata o da erogare direttamente dall’Istituto sono stati poco più di 2,5 milioni a marzo, sono divenuti oltre 3 milioni ad aprile e a maggio sono

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Il lavoro? Si trova alla fiera

Gio, 02/07/2020 - 15:37

Nei Paesi Bassi partecipare alle fiere del lavoro aumenta del 7 per cento le possibilità di trovare un lavoro. Lo evidenzia una delle più importanti ricerche sulle politiche attive del lavoro. Potrebbe rilevarsi un buon modello anche per il nostro paese.

Una ricerca da manuale

Dal 2011 nei Paesi Bassi le fiere del lavoro sono diventate uno strumento sempre più utilizzato di politica attiva del lavoro per i suoi bassi costi e il moderato impegno organizzativo richiesto all’attore pubblico. Gli “Speeddates for Unemployed” vedono coinvolti disoccupati e una nutrita rappresentanza delle oltre 6 mila agenzie del lavoro presenti in Olanda, le quali partecipano gratuitamente all’evento.

Incuriosite dall’effettiva efficacia dello strumento, nel 2014 le autorità olandesi hanno incaricato l’università di Amsterdam di realizzare un’analisi volta a valutare l’impatto sul mercato del lavoro di questi eventi fieristici. Attraverso una procedura “randomizzata” (opportunamente bilanciata) sono stati selezionati, dall’elenco messo a disposizione dai centri per l’impiego olandesi, due gruppi (inconsapevoli di far parte di una sperimentazione): gli utenti invitati alla fiera del lavoro (i trattati) e altri utenti inseriti nel cosiddetto “gruppo di controllo”, i quali non venivano invitati all’evento.

Le offerte di lavoro presenti negli “Speeddates” erano identiche a quelle che si potevano trovare contattando direttamente le agenzie di lavoro, quindi da un punto di vista dei posti vacanti messi a disposizione non cambiava nulla.

Due settimane dopo l’evento, veniva inviato online un questionario appositamente realizzato per entrambi i gruppi. La partecipazione al sondaggio era volontaria (in caso di mancata risposta, era previsto un sollecito dopo una settimana) e le domande facevano “vagamente” cenno a una valutazione complessiva dei servizi (per esempio, i canali di ricerca del lavoro e, per i trattati, una valutazione dell’evento fieristico).

I dati del sondaggio sono stati integrati con quelli di natura amministrativa, che comprendevano informazioni socio-anagrafiche, la tipologia di lavoro, la retribuzione (al lordo dell’imposte), il numero dei giorni lavorativi e la presenza di indennità di disoccupazione. La definizione di “occupato” riguardava anche liberi professionisti, a patto che registrassero un determinato reddito all’interno del periodo di analisi.

Figura 1 – Disegno di ricerca della sperimentazione

Fiere del lavoro e chance occupazionali dei disoccupati

L’analisi si è concentrata su 18 eventi fieristici, realizzati in undici località diverse dei Pesi Bassi tra luglio 2014 e febbraio 2016. Alla fase della sperimentazione hanno partecipano circa 12.600 persone, di cui il 76 per cento faceva parte del gruppo dei trattati.

La rigorosa metodologia applicata alla ricerca ne rende ancora più rilevante il risultato: partecipare a un evento fieristico aumenta le chance di trovare lavoro del 7 per cento. Si tratta di una percentuale tutt’altro che modesta, soprattutto se confrontata con gli esiti negativi di altri programmi di politica attiva del lavoro. Tuttavia, gli effetti positivi delle fiere del lavoro sono immediati, diminuiscono nei mesi successivi, fino ad azzerarsi completamente entro i dodici mesi.

I ricercatori hanno fornito una serie di ipotesi, sulla base delle informazioni raccolte, dei motivi del successo:

– la possibilità di incontrare decine di agenzie del lavoro in unico luogo e in un unico giorno (lo Speeddates tipicamente durava dodici ore continuate) aumenta esponenzialmente le informazioni in possesso del disoccupato e gli permette di conoscere nel dettaglio tutti i posti vacanti disponibili, in molti casi svolgendo anche un colloquio di pre-selezione, oltre a ricevere accurati feedback;

– la realizzazione di tantissimi Speeddates ha permesso di sviluppare agenzie del lavoro specializzate nel collocare in determinati settori individui con un livello di istruzione medio-basso;

– durante le fiere del lavoro il disoccupato può incrementare la propria rete di contatti e di relazioni che possono offrirgli maggiori chance di successo.

L’ultimo incoraggiante fattore riguarda il costo: la pubblica amministrazione olandese ha speso pochissimo per realizzare gli eventi e contemporaneamente ha ottenuto un risparmio netto in termini di sussidi non erogati grazie al ricollocamento. Un risparmio decisamente elevato se confrontato con programmi di orientamento individuale.

Un modello per l’Italia?

Organizzare fiere del lavoro può rivelarsi una mossa vincente nel collocare individui che son

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