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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 1 ora 25 min fa

Il Punto

8 ore 20 min fa

Purtroppo rischia di riaprirsi il cantiere della previdenza. La proposta bipartisan Damiano-Sacconi vuole abolire per il 2019 l’adeguamento automatico dell’età di pensionamento alla speranza di vita. Ai posteri la grana di pareggiare i conti con “scaloni” che costringono a rimandare anno dopo anno l’uscita dal lavoro.
A Silvio Berlusconi piace documentare i propri argomenti con la concretezza dei numeri. Qualche giorno fa però, discutendo in tv di povertà e di strumenti per combatterla, ha citato dati falsi e fatto un gran pasticcio, come ricostruito nel fact-checking de lavoce.info.
Da noi l’acqua “pubblica” costa così poco agli utenti che i distributori non hanno le risorse per fare gli investimenti. Con sprechi a go go. Nel caso dell’Acea che rifornisce Roma, il Comune si trova nel paralizzante conflitto d’interessi di cliente della società e azionista di maggioranza affamato di dividendi.
Sindacati e associazioni imprenditoriali sono alla vigilia di una stagione di rinnovi contrattuali. Entrambi non godono di popolarità. Ma in Italia rimangono tra i più forti tra i paesi Ocse, mentre altrove il loro declino è più pronunciato. Persino in Germania, culla delle buone relazioni industriali.
Tenere basso il cambio dell’euro è stato forse l’effetto più evidente del Quantitative easing. Ma ora i mercati spingono per una rivalutazione, e si vede. Rimane da capire se si aspettano da Draghi la fine del Qe in autunno oppure credono che la moneta unica sia destinata ad apprezzarsi ancora, con o senza Qe.
A poco meno di dieci anni dall’inizio della Grande crisi, ci si interroga sulle sue cause. Una nuova metodologia di analisi conferma che per l’Italia c’è una cronica mancanza di crescita di produttività. A cui dopo il 2007 si sono aggiunti il crollo degli investimenti e dell’occupazione.
Parliamo di terremoto a quasi un anno dai drammatici eventi di Amatrice. Ma pressoché tutta l’Italia è a rischio e perciò la parola d’ordine diventa “prevenzione”. Utile dunque il bonus sisma dell’ultima legge di bilancio: non soldi a pioggia ma detrazioni fiscali commisurate all’efficacia degli interventi edili realizzati.

Convegno de lavoce.info
Il convegno annuale, con una parte riservata agli affezionati amici/donatori de lavoce, si terrà la mattina di lunedì 18 settembre a Milano presso l’Università Cattolica. Parleremo di banche italiane, populismo e Brexit. Ecco il programma. Intanto SAVE THE DATE, vi aspettiamo!

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Categorie: Informazione

Quando Berlusconi parla di poveri

8 ore 26 min fa

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni di Silvio Berlusconi sulla povertà in Italia.

Povertà al centro della campagna elettorale

Il contrasto alla povertà sarà un tema centrale per la prossima campagna elettorale: non vi è leader politico che non ricordi il dramma dei milioni di famiglie che si trovano in questa situazione e suggerisca varie proposte per migliorarne la condizione.

Anche il centro-destra, in Italia storicamente più avverso a politiche pubbliche assistenzialiste, ha elaborato una piattaforma anti-povertà.

Nella serata del 21 luglio Silvio Berlusconi a In Onda su La7 ha affermato (dal minuto 35:00): “Capisco tuttavia che quei 15 milioni, ora 15 milioni e 170mila, di italiani che purtroppo sono poveri e sono 4 milioni 770 mila che sono nella povertà assoluta – non introitano niente, vivono quindi dell’assistenza dello Stato e della carità privata – e quei 10 milioni e 400 mila che sono nella cosiddetta povertà relativa perché introitano mensilmente meno di quello che l’Istat dice essere il livello di dignità che per esempio per una famiglia di padre, madre e due figli l’Istat indica in 1.155€, che quindi queste persone che vedono una proposta dei Cinque Stelle, quella del cosiddetto reddito di cittadinanza, cioè di dare a loro – alla prima e alla seconda categoria – partendo da 0 un reddito completo, votino i Cinque Stelle anche solo per questo. Allora bisogna dire che questo fatto non è possibile, perché i conti che molti hanno fatto indicano una cifra di 130 miliardi che il bilancio italiano non potrebbe sopportare. Noi, al contrario, abbiamo trovato modo di proporre un reddito, che abbiamo chiamato di dignità, che significhi concedere ad ogni famiglia che sia al di sotto del reddito di dignità la differenza tra il reddito che effettivamente entra in famiglia mensilmente e quella soglia del reddito di dignità”.

Quanti sono i poveri

La dichiarazione di Berlusconi è lunga e complessa e quindi va analizzata punto per punto.

L’ex premier affronta il tema del contrasto alla povertà indicando il numero di residenti in Italia che si trovano in tale condizione: 15 milioni 170mila secondo il leader di Forza Italia. Leggendo con attenzione il report prodotto annualmente da Istat sulla povertà il numero non si trova, ma se ne comprende l’origine: Berlusconi somma infatti poveri assoluti – 4 milioni 742mila – e poveri relativi – 8 milioni 465mila (li sovrastima in 10 milioni e 400mila e non ne comprendiamo il motivo).

Non vi è tuttavia alcuna evidenza che i due insiemi siano completamente separati e non presentino aree di sovrapposizione; secondo il chiarimento fornito dall’Istituto nazionale di statistica, direttamente sollecitato: “È presumibile che ci sia un’ampia area di intersezione tra l’insieme dei poveri assoluti e quello dei poveri relativi (nel senso che i primi dovrebbe trovarsi anche nella condizione dei secondi e non viceversa), ma rimane una considerazione presumibile e non è stimabile. Questo perché le metodologie con la quale vengono individuati i due insiemi sono molto diverse tra di loro”.

Se infatti la povertà assoluta è misurata sulla base di una soglia di spesa per consumi che si ritiene necessaria per vivere in modo dignitoso, aggiornata ogni anno per tenere conto dell’andamento dell’inflazione, della ripartizione geografica, della tipologia familiare, in povertà relativa sono invece le famiglie che si trovano al di sotto di una certa soglia riferita all’intero territorio nazionale, tenuto conto di un’opportuna scala di equivalenza per determinare la soglia se le famiglie hanno un numero di componenti diverso da due (maggiori dettagli si possono leggere nel glossario del report Istat, a pagina 17).

Berlusconi sbaglia dunque anche la definizione di povertà assoluta, ritenendo che si tratti della condizione per cui il reddito è nullo e chi ne fa parte “non introita nulla”. Per rientrare nella povertà assoluta è sufficiente spendere in consumi una somma inferiore a determinate soglie, prendendo dunque in considerazione il consumo e non il reddito: per questo rientra nella categoria anche chi riceve un reddito basso, non necessariamente nullo. Tutte le soglie sono riportate nel prospetto 8 del report Istat, a pagina 7.

Anche per quanto riguarda la soglia di 1.155 euro che Berlusconi definisce “livello di dignità” per una famiglia composta da quattro persone (2 genitori e 2 figli) nel documento dell’Istat non si trovano riferimenti.

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Pensioni: la giungla delle uscite

8 ore 30 min fa

Una proposta bipartisan vuole abolire l’adeguamento del requisito dell’età pensionistica alla speranza di vita, previsto nel 2019. Ma se si vuole garantire equità intergenerazionale, è meglio orientarsi su altri interventi, specialmente per le donne.

I possibili salvaguardati

La proposta bi-partisan di Cesare Damiano e Maurizio Sacconi (proposta DS) non è ancora ben definita, ma in sostanza intende rimandare l’adeguamento del requisito dell’età pensionistica alla speranza di vita, previsto per il 2019, in modo da salvaguardare alcune generazioni di pensionandi. La motivazione? Secondo i due presidenti delle commissioni lavoro di Camera e Senato si tratta di equità e di allineamento ad altri paesi europei, per questo l’automatismo attualmente previsto dalla legge è ritenuto dai due ex ministri “inconcepibile”.

In assenza di ulteriori dettagli è difficile azzardare valutazioni. Sembra un intervento che salvaguarda solo le generazioni dei nati tra il 1952 e il 1954 e lascia ad altri l’onere di pareggiare i conti. I salvaguardati sarebbero lavoratori a cui si applica il regime misto, che sono soggetti solo in parte ai correttivi dei coefficienti di trasformazione basati ugualmente sulla speranza di vita nel calcolo della rendita pensionistica. La “doppia correzione” sarà invece più marcata per le generazioni successive.

La tabella mostra la tempistica delle uscite per la sola pensione di vecchiaia (non tenendo conto delle possibili anticipazioni) a partire dalla legge del 2011, nel settore privato.

La colonna (i) presenta le coorti che si sarebbero qualificate per la quiescenza, la colonna (ii) lo slittamento che tiene conto degli adeguamenti correnti. Per alcune coorti si applicano due o più adeguamenti. Ad esempio nel 2012 una donna nata il 10 aprile 1952 si è vista rimandare la pensione di due anni: invece di uscire a 60 anni nel 2012, ha dovuto attendere fino al 2014, tuttavia nel 2014 è scattato un aumento di 1 anno e 9 mesi che l’ha rimandata ulteriormente al 2016. Nel 2016 scatta un ulteriore aumento che la porta al 2017. I lavoratori più giovani passeranno rapidamente al traguardo dei 67 anni. Per non parlare delle lavoratrici del settore pubblico che, in applicazione della normativa europea, hanno subito slittamenti da uno a quattro anni a partire dal 2010. Si tratta di una vera e propria giungla di regole.

I lavoratori “salvaguardati” sono gli uomini nati tra l’1/6/1952 e il 31/5/1954 (di 5-7 mesi) e le donne nate tra l’1/6/1952 e il 31/5/1954 (anche di 5-7 mesi, che però vanno a sommarsi agli slittamenti precedenti). Da notare che una parte di queste lavoratrici potrebbe aver beneficiato dell’eccezione che permetteva loro di andare in pensione nel 2016, all’età di 64 anni (articolo 24, comma 15 bis del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201).

Tabella 1a – Requisiti per la pensione di vecchiaia e relativi “tempi di attesa” (uomini)
Anno di riferimento 2011, età di riferimento 65 anni

Tabella 1b – Requisiti per la pensione di vecchiaia e relativi “tempi di attesa” (donne)
Anno di riferimento 2011, età di riferimento 60 anni.

Il panorama internazionale

Damiano e Sacconi evocano un allineamento agli altri paesi europei, ma il confronto internazionale è complesso. Per fornire una visione completa non basta considerare un unico aspetto, come il requisito dell’età anagrafica, ma si deve valutare tutto il complesso di requisiti che i vari paesi utilizzano: la storia contributiva, l’importo dei benefici pensionistici rispetto ai contributi versati, gli aggiustamenti attuariali e le traiettorie demografiche. La figura 1 mostra l’aspettativa di vita a 65 anni in Italia e in altri paesi europei tra i quali Danimarca e Germania. La speranza di vita nel nostro paese è significativamente più alta e ciò implica un maggior numero di anni di prestazioni percepite, in media, dai pensionati.

Figura 1 – Aspettativa di vita a 65 anni in alcuni paesi europei

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

La lunghezza media della vita lavorativa in Italia è inferiore a quella di altri paesi: la media degli anni lavorati è 31 da noi, 37 negli altri stati e 39/40 in Danimarca (figura 2). L’età effettiva di pensionamento, cioè quella effettivamente rilevata e non quella “legale”, è in Italia tra le più basse in Europa, specialmente per gli uomini (figura 3).

Figura 2 – Durata media della vita lavorativa

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

Figura 3 – Età media effettiva di pensionamento per gli uomini, 2009-2014

Fonte: Elaborazioni su dati Oecd

Il confronto tra paesi mostra i problemi strutturali del sistema pensionistico italiano, senza considerare i risultat

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Italia ancora sindacalizzata*

8 ore 31 min fa

In Italia sindacati e associazioni datoriali sono ancora relativamente forti, almeno rispetto al declino generalizzato nella maggior parte degli altri paesi. Secondo i dati Ocse, la quota di lavoratori coperti da contratti collettivi è tra le più elevate.

I dati sul sindacato

Confindustria e sindacati hanno ripreso (e già interrotto) le discussioni sulla riforma del modello contrattuale e della rappresentanza. Qual è lo stato delle relazioni industriali in Italia rispetto agli altri paesi Ocse? L’ultima edizione dell’Employment Outlook fornisce una panoramica completa del funzionamento della contrattazione collettiva nei paesi Ocse. L’Italia, almeno secondo i dati esistenti, emerge come uno dei paesi in cui sindacati e rappresentanze datoriali sono ancora relativamente forti e il numero di lavoratori formalmente coperti molto elevato.

Se negli ultimi trenta anni la quota di lavoratori iscritti a un sindacato è diminuita di un terzo in media tra i paesi Ocse (dal 30 per cento nel 1985 al 17 per cento nel 2013, figura 1, pannello A), in Italia è scesa solo di pochi punti percentuali, dal 42 al 37 per cento. Tito Boeri nella relazione annuale Inps ha affermato che secondo i dati in possesso dell’Inps per le grandi imprese, i tassi di sindacalizzazione in Italia potrebbero essere più bassi, attorno al 25 per cento.

In attesa di dati amministrativi più precisi, quelli attualmente disponibili, in parte basati sulle segnalazioni dei sindacati e in parte su indagini sociali, mostrano che il 57 per cento degli iscritti al sindacato sono uomini, per la maggior parte di età compresa tra i 25 e i 54 anni, con livelli di studio più elevati della media Ocse (un quarto degli iscritti non ha il diploma di scuola superiore, il resto si divide tra scuola superiore e università). Non è sorprendente che l’80 per cento degli iscritti a un sindacato abbia un contratto a tempo indeterminato. Il 20 per cento lavora nel settore manifatturiero o nelle costruzioni, il 14 per cento nel commercio, hotel, trasporti e comunicazioni e il 43 per cento nei servizi sociali e alla persona. Inoltre, il 52 per cento è occupato in imprese con più di 100 lavoratori, il 39 per cento in aziende che hanno tra 10 e 99 lavoratori e il 9 per cento in imprese con meno di dieci lavoratori.

Figura 1 – Lavoratori iscritti ai sindacati

Fonte: Vedere le note dettagliate della figura 4.2 e figura 4.3 nell’Employment Outlook 2017.

Le associazioni datoriali

Le associazioni datoriali (Confindustria, Confartigianato, Confesercenti per citarne solo alcune) costituiscono l’altro lato del tavolo di negoziazione, ma informazioni comparabili al loro riguardo sono decisamente scarse. Statistiche ufficiali e aggiornate sul numero di lavoratori coperti, a differenza del numero d’imprese affiliate, sono limitate e parziali e un’ulteriore difficoltà nel fornire una valutazione precisa deriva dalla possibilità che le imprese appartengano a diverse associazioni di datori di lavoro, con conseguente duplice conteggio. Tuttavia, sulla base dei dati disponibili, l’Employment Outlook (figura 2, pannello A) mostra una generale stabilità degli iscritti alle associazioni datoriali: in Italia il 56 per cento dei lavoratori dipendenti lavora in un’impresa iscritta a un’associazione datoriale, rispetto a una media del 51 per cento nei 26 paesi Ocse per i quali sono disponibili dati. Come nella maggior parte degli altri paesi Ocse, in Italia le organizzazioni dei datori di lavoro tendono a rappresentare, in termini di dipendenti, soprattutto le imprese della manifattura e delle costruzioni e, non sorprendentemente, soprattutto le imprese grandi e medie (figura 2, pannello B).

Figura 2 – Iscritti alle associazioni datoriali

Fonte: Vedere le note dettagliate della Figura 4.4 nell’Employment Outlook 2017.

Il rapporto Ocse mostra anche la quota di lavoratori formalmente coperti dai contratti collettivi, l’indicatore principale per valutare la portata della contrattazione collettiva in un paese. In media, la quota è diminuita di un quarto negli ultimi trenta anni, passando dal 45 per cento nel 1985 al 33 per cento nel 2013 (figura 3). In Italia, la quota di lavoratori coperti dagli oltre 800 contratti collettivi è stabile tra l’80 per cento secondo i dati Ictwss (Institutional Characteristics of Trade Unions, Wage Setting, State Intervention and Social Pacts) e quasi il 100 per cento secondo i dati della Rilevazione sulla struttura dei redditi da lavoro. In assenza di un’indagine apposita è difficile produrre una stima univoca per l’Italia, ma, almeno sul piano formale, una copertura praticamente universale, quindi anche dei lavoratori non

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Strada tortuosa per la fine del Quantitative easing

8 ore 32 min fa

Uno degli effetti del Quantitative easing è aver tenuto basso il valore dell’euro. Che ora invece torna ad apprezzarsi verso il dollaro. Le conseguenze potrebbero farsi sentire su obiettivo di inflazione, avanzo commerciale e tasso di crescita dell’area.

In attesa delle decisioni della Bce

I mercati finanziari hanno da tempo indirizzato le proprie antenne a cogliere, nelle dichiarazioni della Banca centrale europea, ogni indizio che possa in qualche modo segnalare la fine del “programma ampliato di acquisto di attività” altrimenti noto come Quantitative easing. L’ultima occasione è stata la decisione di politica monetaria del Consiglio direttivo del 20 luglio. Nel comunicato letto da Mario Draghi si riaffermava l’intenzione di “condurre gli acquisti netti di attività, all’attuale ritmo mensile di 60 miliardi di euro, sino alla fine di dicembre 2017 o anche oltre se necessario, e in ogni caso finché non riscontrerà un aggiustamento durevole dell’evoluzione dei prezzi, coerente con il proprio obiettivo di inflazione”.

Tutto chiaro, almeno in apparenza. Ma come ha notato Fausto Panunzi i giornalisti presenti hanno ripetutamente chiesto a Mario Draghi maggiori lumi sulla fine del Qe, sentendosi peraltro rispondere che il Consiglio non ha ancora avviato la discussione e se ne riparlerà in autunno. Nel valutarne gli esiti, il presidente della Bce ha rivendicato un successo “indiscutibile” del Qe sull’economia reale e un successo parziale sull’inflazione. E a chi gli chiedeva se invece di insistere sul Qe non fosse il caso di accontentarsi di un’inflazione più bassa rivedendo l’obiettivo del 2 per cento, Draghi ha risposto che giustificare una modifica dell’obiettivo dell’inflazione solo perché non lo si riesce a raggiungere costituirebbe un pericoloso precedente che minerebbe la credibilità della Bce.

Ma proprio negli stessi minuti in cui le parole di Draghi rimandavano qualsiasi cambio di rotta sul Qe, l’euro si apprezzava repentinamente, passando in pochi minuti da sotto 1,15 col dollaro a ben sopra 1,16, con un rally che sembrava prodotto da ricoperture di vendite short.

Figura 1

 

 

 

 

 

 

Nota: L’orario riportato è il Coordinated Universal Time, due ore avanti l’ora di Francoforte

Ora, delle due l’una. O i mercati hanno voluto interpretare il riferimento di Draghi all’autunno come un velato messaggio che la svolta è vicina, oppure si è trattato di un ulteriore segnale che l’euro è destinato ad apprezzarsi ancora, con o senza Qe. Un segnale, in altre parole, che gli aggiustamenti di portafoglio che dal 2014 hanno spinto il valore dell’euro verso il basso (compresi quelli effettuati dalle banche centrali) potrebbero cedere il passo alla domanda “fondamentale” della moneta europea innescata dall’enorme avanzo commerciale dell’area euro e favorita dal differenziale di inflazione a favore del dollaro.

L’effetto del cambio euro-dollaro

Che impatto potrà avere il cambio euro-dollaro sul Qe? Va innanzitutto ricordato che oltre ad avere abbassato la curva dei rendimenti, l’effetto più evidente del Qe è stato proprio quello di tenere basso il valore dell’euro. Ciò ha contribuito a far crescere moderatamente l’inflazione e, soprattutto, a sostenere la domanda estera per il Pil dell’area euro, con una domanda interna ancora carente, sia a causa della bassa dinamica salariale che di un orientamento complessivo della politica fiscale (ovvero la somma dei saldi di bilancio dei 19 paesi) non sufficientemente espansivo.

Se il mutamento di rotta dovesse proseguire, il rafforzamento dell’euro potrebbe rendere più difficile raggiungere l’obiettivo di inflazione. Inoltre, se un euro più forte dovesse ridurre l’avanzo commerciale dell’area, si avrebbero conseguenze negative anche sul tasso di crescita, con effetti deflazionistici. Insomma, le sfide della Bce non sono finite, e tra qui e la fine del Qe sembra ancora esserci una strada decisamente tortuosa.

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Alle radici della crescita che non c’è

8 ore 32 min fa

Una nuova metodologia permette di misurare quale fattore abbia inciso di più sulla lunga crisi che ha caratterizzato l’Italia degli ultimi anni. La causa principale della mancata crescita è la produttività. E il 2007 è stato un vero e proprio spartiacque.

L’economia italiana dal 1981 al 2015

La crisi che ha caratterizzato l’economia italiana dopo il 2007 ha avuto varie componenti: la perdita di Pil, il crollo degli investimenti, il raddoppio del tasso di disoccupazione e la perdita di dinamismo della produttività. Un calcolo preciso delle conseguenze economiche deve poi aggiungere alla diminuzione in termini assoluti delle variabili indicate anche la mancata crescita relativamente al trend precedente. Seguendo la metodologia sviluppata dall’economista Robert Hall in un articolo di recente pubblicazione (“Understanding the Stagnation of Modern Economies”) si possono quantificare i vari elementi e misurare quale di essi sia stato il più rilevante. È anche possibile calcolare di quanti punti percentuali il prodotto sarebbe stato più alto se un particolare componente del Pil avesse seguito il suo trend da un certo anno in poi.

Concentrandosi su una finestra temporale che va dal 1981 al 2015 e che permette di utilizzare i dati più attendibili, il tasso di crescita del Pil è dell’1,1 per cento. Sebbene vi siano stati periodi in cui la produzione è aumentata a un ritmo ben più alto, il risultato può considerarsi legittimo in quanto dopo il boom della ricostruzione postbellica la crescita è progressivamente rallentata, per poi crollare a seguito della crisi. All’interno di questo orizzonte temporale, è interessante confrontare il 2015 con il 2007 (ultimo anno di crescita prima della crisi finanziaria) e con il 1993: quest’ultimo è l’anno che più si avvicina al livello medio del Pil “detrendizzato”, cioè privato della componente di crescita all’1,1 per cento.

Date queste premesse, è interessante quantificare la produzione che è stata persa a causa della scarsa crescita di popolazione in età lavorativa, stock di capitale, tasso di partecipazione, tasso di disoccupazione e produttività totale dei fattori. Per la precisione, è stato calcolato di quanti punti percentuali il Pil sarebbe stato più alto se il singolo componente fosse cresciuto al suo tasso di crescita di lungo periodo a partire dall’anno di riferimento.

Figura 1

 

 

 

 

 

 

I risultati

Il primo evidente risultato è che la causa principale della mancata crescita è la produttività, indipendentemente dall’anno preso in considerazione. Il crollo nella capacità di impiegare efficientemente i propri output sperimentato dall’economia italiana a seguito della crisi finanziaria ha portato a una perdita di Pil del 6,9 per cento, ma anche rispetto al 1993 vi è stato un forte rallentamento, con una produzione che sarebbe potuta essere più alta del 5,5 per cento.

Se si guarda all’effetto della popolazione in età lavorativa, cambia molto a seconda dell’anno di riferimento. Se dal 1993 fosse stato seguito il trend, il Pil sarebbe stato più alto quasi del 2 per cento, ma dal 2007 l’effetto è quasi nullo, a indicare che da quell’anno la crescita è stata quella media del periodo. La spiegazione è facilmente individuabile nel rallentamento delle nascite iniziato negli anni Novanta e nell’aumento del numero di immigrati arrivati in Italia a partire dagli anni Duemila.

Per lo stock di capitale vale invece la considerazione opposta, in quanto vi è una differenza di solamente lo 0,2 per cento (il prodotto del 2015 sarebbe stato più alto del 3,8 per cento se il capitale fosse cresciuto costantemente dal 1993, del 4 per cento dal 2007). Ciò significa che dal 1993 al 2007 il capitale è pressappoco rimasto sul trend, ma è crollato a seguito della crisi.

C’è un’unica nota inequivocabilmente lieta nell’andamento dell’economia ed è il tasso di partecipazione al mercato del lavoro: la partecipazione nel 2015 è stata particolarmente alta, è ciò ha mitigato una recessione che sarebbe potuta essere peggiore dello 0,5 o 0,7 per cento. In particolare, è nel 2012 (subito dopo la riforma Fornero) che si è verificato un improvviso aumento in questa componente.

Spostando infine l’attenzione al tasso di disoccupazione, raggiungiamo il fattore il cui effetto varia maggiormente a seconda dell’anno che prendiamo in considerazione. Se guardiamo al 2007, la disoccupazione è la seconda componente per importanza (circa il 60 per cento della produttività), ma se ci focalizziamo sul confronto con il 1993, l’impatto crolla al 30 per cento della produttività, diventando la componente meno importante.

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Più prevenzione col “sisma bonus”

8 ore 33 min fa

Il “sisma bonus” si basa sulla classificazione del rischio per ogni abitazione. Dà ai cittadini la consapevolezza della vulnerabilità della propria casa e li mette in grado di attuare un piano preventivo di interventi, usufruendo di detrazioni crescenti.

Cos’è il sisma bonus

La legge di bilancio 2017 ha previsto il “sisma bonus”, includendo tra le spese per gli interventi edilizi che danno la possibilità di detrazione Irpef anche quelle finalizzate all’adozione di misure antisismiche.

Non si tratta dell’introduzione di un nuovo strumento poiché la detrazione era già prevista nel Testo unico per le imposte sui redditi (articolo 16, comma 1, lettera i), ma di un suo “potenziamento” in una direzione del tutto nuova.

In passato, l’agevolazione fiscale nelle aree ad alta pericolosità sismica è stata scarsamente utilizzata per diverse ragioni, quali l’applicazione solamente alle prime case, le procedure burocratiche, la diluizione in ben dieci anni. Ma il recente terremoto nel Centro Italia ha riproposto la questione ed è apparso chiaro che, di fronte all’accadimento dei disastri naturali e alle drammatiche conseguenze in termini di vittime e di danni, è quanto mai necessario stimolare l’adozione di misure preventive da parte degli stessi proprietari degli immobili.

Il nuovo “sisma bonus”, così come definito nel decreto di attuazione, sembra andare nella giusta direzione in quanto prevede un sistema in grado di mettere a conoscenza i cittadini del grado di rischiosità delle proprie abitazioni e di incentivarli al miglioramento attraverso detrazioni fiscali commisurate all’efficacia degli interventi realizzati.

Vediamo come.

Si parte da una detrazione “base” del 50 per cento per le spese sostenute dal 1° gennaio 2017 al 31 dicembre 2021 (dunque, solamente cinque anni) fino a un importo massimo di 96mila, incluse quelle per la classificazione e la verifica sismica (così il costo del nuovo sistema non graverà sui richiedenti).

La prima novità consiste nella previsione di un aumento della percentuale di detrazione qualora, in virtù delle misure antisismiche adottate, si ottenga una riduzione del rischio sismico. È stato perciò proposto un nuovo sistema di classificazione delle abitazioni che non si basa solamente sulle caratteristiche di sismicità della zona dove è stato costruito l’immobile, ma anche sulla tipologia dell’abitazione.

In pratica, ogni immobile viene posto in una delle otto “classi di rischio” (A+, B, C, D, E, F, G). La differenziazione permette una valutazione preventiva della classe di appartenenza, nonché un’ulteriore analisi della nuova classe che si può raggiungere grazie a lavori di adeguamento. Se poi avviene un miglioramento di una singola classe di rischio, la detrazione viene maggiorata in misura pari al 70 per cento; nel caso di due classi di rischio, all’80 per cento. Per determinare l’efficacia degli interventi edilizi, ogni attività è sottoposta a un’accurata analisi di rischiosità che deve essere compiuta da parte di tecnici abilitati. Inoltre, per evitare eventuali dichiarazioni false, che attestino cioè uno stato dell’edificio differente dalla reale condizione, è prevista una commissione permanente di monitoraggio, istituita presso il Consiglio superiore dei lavori pubblici, che avrà il compito di esaminare e giudicare l’efficacia dell’intervento di prevenzione, convalidando o meno le dichiarazioni effettuate dai periti.

Perché può funzionare

La normativa presenta un sistema di detrazioni premianti: il “sisma bonus” si basa, infatti, su una classificazione del rischio per ogni abitazione che fornisce ai cittadini la consapevolezza della propria vulnerabilità e li mette in grado di attuare un piano preventivo che specifica gli interventi per migliorare la propria classificazione e usufruire di detrazioni crescenti.

Dal punto di vista di una valutazione costi-benefici dei proprietari, i vantaggi di una diminuzione dell’esposizione al rischio dei loro immobili sono difficilmente quantificabili, ma sicuramente rilevanti, data anche la pericolosità per le persone che vi abitano. D’altra parte, i costi per le misure antisismiche vengono coperti da detrazioni Irpef che consentono nell’ipotesi migliore di sobbarcarsi solamente il 20 per cento delle spese totali (per di più anche per le seconde case).

Il provvedimento apre nuovi scenari d’intervento, nella prospettiva di sviluppare e diffondere metodologie nella direzione della cosiddetta “mitigazione” dei danni derivanti da disastri naturali secondo una significativa strategia di incentivazione dell’iniziativa

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L’acqua pubblica? Evaporata

Lun, 24/07/2017 - 16:52

La romana Acea condivide gli stessi problemi di tante altre imprese italiane simili: un azionista pubblico e la retorica secondo la quale l’acqua deve costare poco. Il razionamento idrico di Roma è il fallimento dell’acqua pubblica in questo paese.

Non è solo una storia romana

Anche se non piove, non c’è nessuna ragione per la quale Roma dovrebbe rimanere a secco. Una città previdente mette in atto tutte le misure per evitare eventi estremi del genere. E invece no.

Ci sono tante chiavi di lettura per questo ennesimo episodio di cattiva gestione della cosa pubblica nel nostro paese. La prima è pensare che sia una storia romana, legata all’incapacità degli amministratori della capitale (quelli di adesso, ma non solo – cose del genere non succedono dall’oggi al domani) di gestire i servizi fondamentali per la città, quali rifiuti, trasporti, acqua. Tre emergenze parallele con storie diverse, ma un unico triste punto di arrivo.

Ma, appunto, sono storie diverse. Mentre rifiuti e trasporti sono servizi che a Roma sono tremendamente politicizzati, con clientelismo esteso e una inefficienza sconcertante, quella di Acea è un’altra questione. La multiutility non è come le altre municipalizzate, è una impresa “normale” nel panorama nazionale. Certo, le responsabilità politiche restano e l’attuale sindaco, a oltre un anno dal suo insediamento, non può gettare la colpa solo sui suoi predecessori. E ha sicuramente capito che l’idea che a pochi mesi dal suo arrivo le cose si sarebbero miracolosamente risolte non era proprio fondata.

Il problema degli azionisti pubblici

Ma non è solo una storia romana. E Acea non è sicuramente peggio di tante altre imprese pubbliche italiane. Ma sconta la stessa tara di origine, ossia la combinazione di un azionista pubblico e della retorica secondo la quale l’acqua deve costare poco. Il razionamento idrico di Roma è il fallimento dell’acqua pubblica in questo paese.

Da anni – quanto meno dallo sciagurato referendum del 2011, ma anche da prima in realtà – in ampi settori del nostro mondo politico si afferma che l’acqua deve costare poco, per non dire che deve essere gratuita almeno per una prima fascia di consumi “necessari”. Anche se i prezzi dell’acqua in Italia sono i più bassi tra i grandi paesi europei. Anche se tra i servizi pubblici italiani quello idrico è già quello per il quale si spende di gran lunga meno (dati AEEGSI).

E questo significa che le imprese non hanno i soldi per investire quanto dovrebbero, problema solo di recente (e solo parzialmente) risolto dalla sentenza del Consiglio di Stato, già commentata su lavoce.info. Dopo anni di diatribe, ora la struttura tariffaria è quanto meno definitiva e le imprese possono stare relativamente tranquille. Almeno, al netto delle decisioni dei regolatori locali (comune, consorzi di comuni o regione, a seconda) che speriamo cessino di operare come tappo agli investimenti.

Ma conta anche l’azionista. Acea è società quotata in borsa, ma saldamente controllata dal comune di Roma, che ne nomina la maggioranza del consiglio di amministrazione e indica quindi il direttore generale. E questo accomuna la questione romana a tante altre questioni del paese, cosicché la storia del razionamento idrico a Roma cessa di essere solo una storia romana.

Infatti, quasi tutta l’acqua in Italia è in mano pubblica. Così, se un comune eccepisse che la sua azienda – non riuscendo a erogare con continuità il servizio datole in concessione – viola una qualche regola contrattuale, quel comune finirebbe per sanzionare se stesso; improbabile e comunque ben poco sensato. Quindi, un regolatore che sia anche proprietario è ben poco efficace.

Ma la natura pubblica dell’azionista ha un effetto anche sugli investimenti, e di nuovo la questione è nazionale. La carenza di investimenti è una pecca cronica del nostro intero sistema idrico; sugli impianti di depurazione non costruiti siamo già da tempo in infrazione comunitaria. Il tema delle grottesche perdite della nostra rete idrica è arcinoto. Ora emerge che anche i bacini di captazione sono insufficienti – oggi a Roma, domani dove? Conta l’azionista pubblico? Certo che conta.

Se ho pochi quattrini dalle tariffe perché la retorica politica le tiene basse, l’unico modo che ho per investire è fare affidamento sul mio azionista. Ma se il mio azionista (pubblico) è affamato e mi spinge a pagargli quanti più dividendi possibile, allora il problema esplode.

Non possiamo pensare di lasciare il sistema idrico – che deve investire miliardi nei prossimi anni – nelle mani di azionisti squattrinati.

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Economisti: scienziati o narratori?

Ven, 21/07/2017 - 11:47

di Davide Pinardi

Tante definizioni di scienza

Viviamo in tempi confusi e sarebbe bene non lasciare tematiche come etica ed epistemologia solo ai filosofi. Non sarebbe allora il caso di invitare gli economisti che ancora si ritengono scienziati a cambiare pelle e dichiararsi narratori? Narratori vincolati ai dati di fatto e a cui sono proibiti effetti speciali e invenzioni. Ma comunque narratori.

Alla lunga ne ricaverebbero una maggiore stima, sia generale sia personale. Scendere dal presunto altare della scienza li aiuterebbe a scrollarsi di dosso l’aura di “hybris” che ormai li avvolge e li soffoca. Sembra una questione marginale e invece è identitaria.

Per argomentare l’invito partiamo dalle definizioni di scienza. In verità sono così numerose che qui appare inevitabile ridurle a due, radicalmente opposte. La prima – minimalista – afferma che la scienza è soltanto una metodologia operativa atta a comprendere i codici regolatori di fenomeni e processi allo scopo di garantirne una predittiva riproducibilità. La seconda – massimalista – sostiene che la scienza è la sola pratica che permette agli esseri umani di avvicinarsi a una cognizione oggettiva (e dunque vera) della realtà. Tra le due definizioni estreme si ritrovano infinite sfumate varianti.

La prima di esse trova certo il favore anche di ristoratori e casalinghe: saper cucinare ogni giorno spaghetti al dente nonostante le potenziali variabili (come altimetria, sezione dello spaghetto, rapporto grano duro-grano tenero) è splendido frutto di una metodologia che permette riproducibilità predittiva (i bravi cuochi sono dunque scienziati?).

Con la seconda si schierano, non sempre con pudore, soprattutto i cultori di scienze dure (tipo fisica o chimica). Eppure il pudore sarebbe doveroso visti i tanti potenziali conflitti di interesse. Ergersi a chierici unici custodi di una pretesa gnosi, e distribuire a piacere scomuniche e assoluzioni, porta grandi vantaggi, anche se a volte con qualche rischio.

Ma in questa sede limitiamo l’analisi ai cultori delle cosiddette soft science (per esempio, sociologia, psicologia o economia): costoro possono riconoscersi seriamente in una delle due definizioni? No. E neppure nelle molte intermedie. Ovviamente, da una parte sanno di non poter garantire predittive riproducibilità: negli ultimi anni hanno ricevuto tante di quelle smentite alle loro profezie che non possono più autoingannarsi. E dall’altra non possono fingere di tendere alla verità assoluta, ovvero a una conoscenza oggettiva delle realtà umane che sono troppo sfuggenti e che, come sappiamo, dipendono da chi le guarda e cambiano con il cambiare dell’osservatore.

Ma insomma, perché tanti sociologi, psicologi o economisti continuano a definirsi scienziati? Non sarebbe il caso di ammettere finalmente che sono narratori? Non perderebbero di status, anzi. La parola narratore non è affatto sminuente, se ben intesa.

Le qualità del buon narratore

Narrare non significa solo raccontare storielle (o favole, balle, bubbole) ma anche, su un piano qualitativo, saper descrivere scenari, identificare conflitti, mostrare contesti. Il buon narratore costruisce “strutture di senso” che come bussole possono aiutare gli altri a orientarsi nella realtà (rendendola viabile) senza l’illusione di spiegarla, possederla, asservirla, esaurirla, conoscerla oggettivamente grazie al possesso della verità. Una buona narrazione di un viaggio nella foresta tropicale risulta molto più utile per attraversarla di un esaustivo catalogo di botanica.

Per quale motivo sarebbe importante definirsi narratori e non scienziati?

Perché nessun narratore pretenderà mai che le proprie narrazioni siano oggettive o che garantiscano la riproducibilità predittiva: chi si sente scienziato cade spesso in questa tentazione – e si arruola, senza ammetterlo, tra le vestali del sacro tempio. Un narratore invece è già contento che qualcuno lo stia ad ascoltare e che trovi interessante il suo racconto.

Economisti travestiti da scienziati hanno spacciato bubbole utili alla loro carriera imbellettandole con grafici e formule e presentandole appunto come “scientificamente provate”. Qualcuno di loro ora passa il tempo a rimuoverne la memoria; altri sono infuriati con la realtà perché non si è adattata alle loro previsioni. Fossero stati economisti serenamente narratori avrebbero mostrato meno sicumere allora e ora potrebbero riderci sopra e costruirebbero narrazioni finalmente utili.

Uno dei timori che frena nel dichiararsi narratori è quello di non essere presi più sul serio nelle accademie o altrove perché il narrare sconfi

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Il Punto

Ven, 21/07/2017 - 10:32

Dal Comitato esecutivo della Bce nessuna notizia su cosa sarà del Quantitative easing (Qe), la politica monetaria non convenzionale che ha salvato l’euro e fatto ritornare la crescita in Europa. Il programma continua. Fino a quando? Se ne discuterà in autunno. Ma quando inizia l’autunno a Francoforte?
Iva al 25 per cento: è questa l’aliquota ipotizzata sulla maggior parte delle compravendite nella proposta di flat tax di cui continuiamo a discutere. C’è il rischio che un’aliquota così alta faccia salire ancora la già elevata evasione dell’imposta. Entrate difficili da compensare con l’eventuale emersione di gettito Irpef. Intanto, uno degli autori della proposta flat tax la raffronta con altre idee di riforma del fisco emerse nel dibattito pubblico con una tabella che ne mette in evidenza impatto e risultati.
L’homo oeconomicus perfettamente razionale, si sa, esiste solo nei libri di testo. Errare è umano anche con i nostri risparmi. Per ridurre gli sbagli e le loro conseguenze va bene l’istruzione finanziaria, ma molto farebbero anche semplici “aiutini” da tener presenti quando facciamo le scelte di investimento.
Da Bolzano a Lampedusa, i contratti nazionali di lavoro fissano minimi salariali uguali per tutti. In realtà circa il 10 per cento dei lavoratori riceve un salario del 20 per cento inferiore rispetto a quello stabilito a livello generale. Che fare per raggiungere un’effettiva omogeneità di trattamento?
Nei paesi anglosassoni le corti possono condannare il responsabile di un illecito civile – se c’è intenzione o grave negligenza – ai danni punitivi, cioè a pagare al danneggiato più del danno patito. Un istituto che potrebbe entrare nell’ordinamento italiano con una legge, dopo una recente sentenza della Cassazione.

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Flat tax alla prova delle sue alternative

Ven, 21/07/2017 - 10:19

Cosa emerge da un confronto tra la proposta di flat tax e una ipotetica riforma alternativa? Resta irrisolto qualche problema dell’attuale sistema? E quale tra le due garantisce meglio che non si ricadrà in breve tempo negli antichi difetti.

Perché è utile il confronto

Lavoce.info si è occupata ripetutamente dell’Irpef (della “giungla dell’Irpef”, per la precisione) e della necessità di una sua profonda riforma (per tutti). Il dibattito è stato arricchito ora dagli interventi relativi alla proposta Ibl di riforma del sistema fiscale che contempla, fra l’altro, una Irpef ad aliquota unica (qui, qui, qui e qui).

Non è il caso, qui, di ritornare su alcune delle critiche avanzate alla proposta Ibl anche perché una risposta a molte è stata già data. Né è il caso di sottolineare come anche in questa occasione, ma non in questo sito, è emersa prepotente la tentazione così diffusa nel paese di evitare la discussione nel merito e di liquidare ogni questione con un “non si può!”. Lo facciamo per le opere pubbliche, lo facciamo per le innovazioni normative, lo facciamo per il sistema tributario. Vedremo presto – è una facile previsione – oltre ai movimenti No Tav e No Tap anche il movimento No Flat.

Ciò detto, quel che veramente manca in questa utile discussione è la comparazione tra due possibili riforme. La proposta Ibl è stata esaminata nei suoi aspetti essenziali: sono stati sottolineati i punti salienti ed evidenziate le principali implicazioni. Ma non è emersa una proposta che consentisse una valutazione comparativa.

In fondo, nel superare l’attuale inefficiente e iniquo sistema, non ci si propone di disegnarne uno in tutti i sensi ottimale. È esattamente per questo che una comparazione può essere di grande aiuto. Assemblando alcune delle proposte emerse, anche indipendentemente, è però possibile arrivare a una proposta mainstream. Una proposta con una sua coerenza, che raccoglie indicazioni anche di fonte diversa ma tutte riconducibili a un quadro ragionevolmente unitario dal punto di vista della politica economica in generale, della politica tributaria e della politica sociale in particolare. La riportiamo nella tabella che segue accanto alla proposta Ibl.

Tabella 1

Note: (1) N. Rossi (a cura di), 25% per tutti, IBL Libri (2017); (2): A. Zanardi, “Penalizzate le classi centrali dei redditi”, Il Sole 24 Ore (14 luglio 2017), F. Di Nicola e R. Paladini, qui e qui, M. Baldini, S. Giannini e A. Santoro.

Le domande da farsi

Non è particolarmente informativo esaminare le due proposte per individuare, al loro interno, singole carenze. È abbastanza evidente, infatti, che in ambedue i casi – rimanendo all’interno della logica delle singole proposte – è possibile introdurre correttivi in grado di attenuare o di eliminare specifici punti deboli. Le domande interessanti sono piuttosto altre.

In primo luogo, ci sono evidenti carenze del nostro attuale sistema di imposte e benefici che le due proposte non affrontano? In secondo luogo, in una prospettiva di public choice, le due proposte incorporano – e in quale misura – incentivi in grado di limitare (se non di evitare) che il nostro sistema di imposte e benefici torni in breve tempo ad ammalarsi gravemente?

Per quanto riguarda il primo aspetto, è possibile una risposta solo parziale. Non è affatto chiaro, ad esempio, l’impatto relativo sulla progressività complessiva del sistema di imposte e benefici (ivi incluse, quindi, le modalità di finanziamento di alcuni servizi pubblici) delle due ipotesi di lavoro. Su questo punto, è necessario certamente un lavoro aggiuntivo.

Su altri versanti è possibile invece essere più precisi. La proposta mainstream lascia impregiudicato il tema della ricomposizione delle entrate verso le imposte indirette e corre il rischio (in assenza di idonee coperture) di non offrire sostegno adeguato a circa 1 milione di famiglie in povertà assoluta. La proposta mainstream non pone inoltre le basi per una compiuta distinzione fra assistenza e previdenza (che appare sempre più necessaria) mentre garantisce (diversamente dalla proposta Ibl) che il grado di decentramento del sistema tributario rimanga anche nel breve periodo inalterato.

Dal punto di vista della pura e semplice complessità del sistema, la lettura delle due proposte non dovrebbe lasciare molti dubbi.

Per quanto riguarda, invece, il secondo aspetto è abbastanza evidente che la proposta mainstream non evita e nemmeno attenua il rischio che a essa vengano sovrapposti interventi dettati da interessi specifici in grado di ripristinare in tutto o in parte gli attuali livelli di complessità, inefficienza e iniquità del sistema.

Per fare un esempio, è a

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Le scelte finanziarie migliorano con una spinta gentile

Ven, 21/07/2017 - 10:19

Non basta l’educazione finanziaria per garantire buone scelte di investimento. Perché poi bisogna ricordarsi di avere informazioni e conoscenze per le decisioni corrette. È qui che entra in gioco quella “spinta gentile” che in Italia potrebbe essere utile.

Le cause degli investimenti sbagliati

La teoria economica tradizionale descriveva l’homo oeconomicus come un soggetto perfettamente razionale; negli ultimi anni vi è stata però un’inversione di tendenza e una poderosa quantità di evidenze sperimentali (divulgate in libri, a, b, che hanno riscosso un notevole successo anche in Italia) ha documentato la tendenza umana a commettere errori.

Questo filone di ricerca, noto come economia comportamentale, si avvale delle conoscenze sviluppate in diverse discipline (economia, psicologia, sociologia e neuroscienza) per meglio comprendere i processi decisionali e le distorsioni che li affliggono. In ambito finanziario, la finanza comportamentale considera come gli investitori siano influenzati nelle loro scelte da numerosi distorsioni cognitive. D’altra parte, decidere su cosa e quanto investire o come movimentare un investimento sono decisioni difficili che richiedono conoscenza dei mercati, delle tecniche e delle tipologie di investimento. Ecco perché l’educazione finanziaria può essere utile per permettere scelte più consapevoli, soprattutto in un paese come l’Italia, ultimo tra quelli europei in questo campo.

Pur essendo condizione necessaria per una buona gestione degli investimenti, l’educazione finanziaria non è però sufficiente. Tant’è che anche gli investitori esperti commettono errori, in parte attribuibili a diverse distorsioni cognitive, quali ad esempio l’eccessiva fiducia nelle informazioni possedute e nella capacità di utilizzarle meglio degli altri (overconfidence); la preferenza per gli investimenti con cui si ha più familiarità che spesso coincidono con quelli appartenenti al paese di origine (home bias); la spinta a mantenere lo status quo (status quo bias), preferendo non cambiare la composizione del portafoglio, spesso associata all’avversione alle perdite, che rende il dispiacere che ne deriva più che doppio rispetto al piacere derivante da guadagni di pari entità.

Anche se in alcuni casi le distorsioni e il ricorso a euristiche possono aiutare a prendere buone decisioni, molti studi documentano come esse possano portare gli individui a effettuare scelte che rimpiangeranno successivamente.

Un modo per cercare di attenuarne l’effetto è quello di intervenire con politiche dette di “nudging”, ossia interventi che hanno l’obiettivo di migliorare il benessere degli individui orientando le loro decisioni senza tuttavia vietare alcuna azione. Ne sono esempi un accesso più facile alle informazioni, lo stabilire adeguate opzioni di default, il presentare le stesse alternative in modi diversi (framing), il focalizzare l’attenzione su determinati valori o caratteristiche (priming) o il ricordare informazioni rilevanti attraverso l’invio di promemoria. Politiche di questo tipo sono state realizzate in diversi paesi e in particolare negli Stati Uniti, dove Cass Sunstein (l’autore di Nudge: una spinta gentile) è stato chiamato da Barack Obama per migliorare le politiche federali, e in Gran Bretagna dove nel 2010, sotto il governo di David Cameron, è nato il Behavioural Insights Team (Bit).

Un esperimento con gli studenti

Ispirandoci all’idea che non basta disporre di informazioni, ma che è necessario anche tenerle a mente, abbiamo condotto un esperimento con i nostri studenti in cui si cercava di capire se ricordare agli individui l’esistenza delle distorsioni comportamentali permette loro di fare scelte di investimento più accorte. Il nostro studio ha coinvolto un campione di studenti universitari del corso di Tecnica di Borsa, quindi operatori non professionali, ma comunque dotati di una buona cultura teorica nel campo della finanza. Gli studenti hanno negoziato per circa cinque settimane sulla piattaforma “Virtuale” di Borsa Italiana, avendo come incentivo la possibilità di ottenere un bonus da aggiungere al punteggio dell’esame. Dopo due settimane di negoziazione gli studenti sono stati randomizzati in un gruppo di trattamento, che ha ricevuto il promemoria sull’esistenza di bias comportamentali, e un gruppo di controllo che non lo ha ricevuto. Confrontando i risultati dei due gruppi, gli studenti che hanno ricevuto il messaggio ottengono un rendimento più alto di 1,8 punti percentuali. Non siamo in grado di testare l’effetto del messaggio su tutti i possibili bias, ma abbiamo cercato di capire quali s

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Minimi salariali all’italiana: alti, ma non rispettati*

Ven, 21/07/2017 - 10:18

La contrattazione collettiva offre minimi elevati, ma un’ampia fetta di lavoratori dipendenti ne è esclusa, in particolare al Sud e nelle piccole imprese. Non servono pene più severe: la soluzione passa per un sistema più semplice e più informazione.

Minimi tabellari da contratto

Qual è lo stato di salute della contrattazione collettiva in Italia. E in particolare a quanto ammontano i minimi salariali negoziati nei contratti collettivi, i cosiddetti minimi tabellari?

Nel 2015 il salario minimo orario lordo fissato nei contratti collettivi (cioè il livello più basso, includendo eventuali tredicesime e quattordicesime, ma escludendo anzianità o supplementi salariali per turni notturni o attività particolari o bonus) era in media di 9,41 euro, 17,7 per cento in più rispetto al 2008 quando si fermavano a circa 8 euro all’ora. Si tratta di cifre relativamente alte rispetto al salario mediano che era di 11,77 euro lordi. Il rapporto minimo/mediano in Italia è di circa l’80 per cento quando in Francia il salario minimo nazionale lordo, che in molti casi equivale ai minimi negoziati negli accordi settoriali, è circa il 60 per cento e in Germania è intorno al 50 per cento.

Gli stessi minimi, poi, si applicano da Bolzano a Lampedusa. Tuttavia, come mostra la figura 1, dati i ben noti diversi livelli di sviluppo tra le regioni, il peso relativo dei minimi tabellari è diverso sia che li si compari al potere d’acquisto regionale (del capoluogo di regione nella figura) sia rispetto al salario mediano regionale (il cosiddetto indice di Kaitz).

Figura 1 – Minimi tabellari per regione

Fonte: A. Garnero, The Dog That Barks Doesn’t Bite: Coverage and compliance of sectoral minimum wages in Italy, Iza Discussion Paper No. 10511.

Dal dibattito pubblico non emerge nulla di nuovo: a fasi alterne si rispolverano vecchie idee come quelle delle gabbie salariali o proposte più appropriate come la contrattazione territoriale o la possibilità di deviare dal contratto nazionale in caso di crisi.

Meno discussa è la possibilità che le imprese non rispettino i minimi salariali e paghino meno di quanto previsto dai contratti collettivi. Ci sono tanti modi in cui un datore di lavoro può sottopagare i dipendenti. Alcuni illegali, a partire dal nero, oppure chiedendo ai dipendenti di lavorare ore extra non retribuite; oppure si possono sotto-inquadrare i lavoratori. Ma ci sono anche modi legali (o quasi), come sostituire impiegati dipendenti con partite Iva (o in passato parasubordinati) a cui i termini dei contratti collettivi non si applicano. Oppure ancora firmando un accordo “pirata” con un sindacato poco rappresentativo con l’obiettivo esplicito di fissare salari più bassi. Infine, è possibile che in alcuni casi la complessità del sistema (attualmente sono in vigore oltre 800 accordi in Italia) porti i datori di lavoro, in particolare nelle piccole imprese, a fare riferimento a un contratto errato.

Le possibili soluzioni

Incrociando i dati sui minimi raccolti dall’Istat con i salari contenuti nelle forze di lavoro si scopre che in media circa il 10 per cento dei lavoratori riceve un salario orario del 20 per cento in meno rispetto al minimo settoriale. Una stima precisa dei lavoratori sottopagati è complessa a causa di errori di misurazione e di campionamento, ma i risultati ottenuti utilizzando la Rilevazione sulla struttura dei redditi da lavoro o i dati Inps mostrano tendenze simili. Altre stime, come quelle di Claudio Lucifora in un capitolo del libro “Salari, Produttività, Disuguaglianze” appena uscito per Arel-il Mulino, vanno nella stessa direzione. In un mio precedente lavoro, usando altri dati, le conclusioni erano le medesime. In sostanza, la contrattazione collettiva offre minimi elevati, ma di fatto, una fetta importante di lavoratori dipendenti (senza contare autonomi vari a cui i contratti collettivi ovviamente non si applicano) ne è esclusa, in particolare al Sud e nelle piccole imprese (figura 2).

Figura 2 – Percentuale di lavoratori pagati meno del minimo tabellare di riferimento

Fonte: A. Garnero, The Dog That Barks Doesn’t Bite: Coverage and compliance of sectoral minimum wages in Italy, Iza Discussion Paper No. 10511.

 

 

Se la contrattazione non copre i più deboli, viene meno al proprio fine principale. La reazione istintiva è di chiedere più controlli e pene maggiori. Può aiutare, ma non risolve completamente il problema. Ridurre il numero di accordi permetterebbe di aumentare la leggibilità del sistema. E assicurare che siano firmati da sindacati e organizzazioni dei datori di lavoro rappresentativi consentirebbe di combattere contro gli “accordi pirata” che m

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Risarcimenti, oltre il danno la punizione

Ven, 21/07/2017 - 10:18

Una sentenza della Cassazione apre al riconoscimento di condanne a danni punitivi emesse in altri paesi. Finora ciò non era possibile perché l’ordinamento italiano prevede solo risarcimenti compensativi. Ma è necessaria una legge che regoli la materia.

Due visioni diverse

Per come si è evoluto negli ordinamenti giuridici di common law, l’istituto dei punitive damages (danni punitivi) consente al giudice di condannare il responsabile di un illecito civile, specie se commesso intenzionalmente o con grave negligenza, a corrispondere al danneggiato una somma di denaro superiore all’equivalente monetario del pregiudizio da questi patito. Ciò costituisce una deviazione di estremo rilievo rispetto al principio, operante nei sistemi di civil law, dell’integrale riparazione del danno, in forza del quale la quantificazione del risarcimento non deve discostarsi (né per difetto né per eccesso) da quella necessaria a portare il danneggiato allo stesso livello d’utilità in cui si sarebbe trovato in assenza dell’evento lesivo.

Al fondo dei due diversi approcci al tema si pongono con tutta evidenza opposte letture delle funzioni ascrivibili all’illecito civile extracontrattuale. Mentre i sistemi della tradizione continentale, e tra questi quello italiano, hanno storicamente visto nella responsabilità extracontrattuale un istituto ispirato a finalità esclusivamente compensative, l’impiego di danni punitivi si accompagna, Oltreoceano, al riconoscimento del ruolo deterrente proprio della law of tort, focalizzata non già (esclusivamente) sulla posizione della vittima, quanto piuttosto volta a sanzionare, e quindi a prevenire, condotte potenzialmente lesive da parte dei consociati.

La sentenza della Cassazione

In Italia, la tensione tra tali contrapposti orientamenti interpretativi è emersa con particolare chiarezza di fronte a richieste di delibazione che concernevano sentenze ultracompensative emesse da autorità giurisdizionali straniere, escluse sino a oggi proprio in forza della pretesa contrarietà con l’ordine pubblico di un risarcimento del danno associato “all’idea della punizione e della sanzione” (così Cassazione 1183/2007), o quantificato in modo tale da superare “la richiesta dell’attore senza che sia dato rinvenire la causa giustificativa dell’attribuzione patrimoniale” (così Cassazione 1781/2012).

Si può ben comprendere perciò l’estrema rilevanza della sentenza n. 16601 del 5 luglio 2017, con la quale le Sezioni unite della Cassazione hanno per la prima volta aperto al riconoscimento interno di condanne a danni punitivi emesse in sistemi giuridici nei quali la disponibilità del rimedio ultracompensativo sia esplicitamente prevista dalla legge. Muovendo da una serie di indici normativi presenti nella legislazione ordinaria, la Suprema Corte ha esplicitamente escluso che la responsabilità civile italiana sia intrinsecamente incapace di aprirsi a scopi diversi da quello compensativo, ritenendo invece interne al sistema anche la funzione di prevenzione e quella sanzionatoria.

Queste statuizioni non costituiscono esclusivamente un superamento della chiusura verso il riconoscimento di provvedimenti stranieri, ma rappresentano, in termini più ampi, un chiaro segnale di apertura dell’argomentazione giurisprudenziale a una riflessione già affermatasi nella dottrina italiana, ove, negli ultimi anni, si sono registrati sempre più pressanti inviti al riconoscimento della valenza polifunzionale della responsabilità civile e alla ridefinizione dei compiti di deterrenza che, specialmente in alcuni settori di attività, possono ricondursi all’illecito.

La recente sentenza delle Sezioni unite chiarisce come l’istituto dei danni punitivi, espressione della più ampia categoria delle “pene private”, può trovare generale legittimazione nel diritto interno esclusivamente attraverso un puntuale intervento legislativo, conformemente al principio sancito all’articolo 23 della Costituzione. Mi pare che ciò debba sollecitare l’intera comunità scientifica a un dibattito sui possibili impieghi che, di qui in avanti, possono essere assegnati a tale tipo di rimedio, in modo tale da orientare le prossime scelte del legislatore per quello che, anche nel nostro ordinamento, potrà essere un impiego esplicitamente regolatorio dall’istituto della responsabilità civile.

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Quando inizia l’autunno a Francoforte?

Ven, 21/07/2017 - 09:59

“Non ne abbiamo ancora discusso”: così ha risposto Mario Draghi ai giornalisti che chiedevano notizie sulla fine del Qe. Però anche i mercati finanziari sono concentrati sul percorso di uscita, e questo rischi di rendere meno efficace la politica monetaria della Bce.

Pazienza, persistenza e prudenza

La conferenza stampa di Mario Draghi del 20 luglio può essere riassunta in due espressioni usate ripetutamente dal presidente della Banca centrale. La prima è “Pazienza, persistenza e prudenza”. Draghi è partito dalla soddisfazione per i dati sulla crescita dell’eurozona (0,6 per cento nel primo semestre del 2017 che segue lo 0,5 per cento dell’ultimo semestre del 2016), ma ha ammesso che sull’inflazione la Bce non ha raggiunto il suo obiettivo di un tasso vicino – ma sotto – il 2 per cento. Non tanto per il dato in sé (1,3 per cento) ma perché l’inflazione non sembra essere persistente e autosostenuta, cioè non dipendente dalla politica monetaria espansiva della Banca centrale. In particolare, non ci sono ancora segnali convincenti sulla dinamica dei salari e quindi dei prezzi. Draghi ha già discusso nelle settimane passate sulle possibili ragioni della scarsa reattività dell’inflazione alla ripresa dell’attività economica: una maggiore flessibilità del mercato del lavoro, un sottoutilizzo della forza lavoro, aumenti della produttività. Quali che siano le ragioni, Draghi ha ribadito che è ancora necessario mantenere il programma di acquisti di titoli della Banca centrale (il cosiddetto Quantitative Easing o QE) e che bisogna avere pazienza per vederne manifestare pienamente gli effetti. Il presidente della Bce ha anche ribadito di essere pronto a prolungare ed espandere il programma in caso di peggioramenti della congiuntura economica. Da qui appunto “Pazienza, persistenza e prudenza”.

Tutti in attesa dell’autunno

Ma l’altra espressione chiave della conferenza stampa è stata “non ne abbiamo ancora discusso”. I giornalisti presenti, infatti, chiedevano quasi esclusivamente notizie sulla fine del QE, sulla sua data, sulle due possibili conseguenze, se ci fosse un accordo all’interno del Consiglio direttivo della Bce sul percorso di uscita. Draghi, forse memore degli effetti sui mercati finanziari dello stesso dibattito nella Fed nel 2013, continuava a ripetere che l’argomento non era stato trattato nella riunione mattutina del Consiglio che aveva preceduto la conferenza stampa. Il problema non è tanto la mancata sintonia tra Draghi e giornalisti, ma il fatto che anche i mercati finanziari probabilmente si stanno concentrando sul percorso di uscita dal QE, rendendo meno efficace la politica monetaria della Bce. Un prematuro rialzo dei tassi potrebbe rendere meno forte la ripresa e avere effetti particolarmente perniciosi per i Paesi con alto debito pubblico.

Forse l’immagine emblematica di questa conferenza stampa è stata la domanda di un giornalista che, stremato dal refrain di Draghi che di uscita dal QE si sarebbe discusso solo in autunno, ha chiesto: “Ma quando inizia l’autunno a Francoforte?”. Ecco una domanda la cui risposta sarà molto importante per il governo italiano.

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Rischio evasione con l’aliquota Iva “flat”

Ven, 21/07/2017 - 09:00

La proposta di flat tax riguarda anche l’Iva, perché prevede un aumento dell’aliquota ordinaria al 25 per cento. Il rischio è che cresca di conseguenza l’evasione dell’imposta. Sarebbe difficile compensarla con l’emersione di gettito Irpef.

Anche l’Iva nella proposta di flat tax

La recente proposta di flat tax nella forma di un’aliquota pari al 25 per cento per tutte le principali imposte, già oggetto di diversi commenti su lavoce.info, coinvolge anche l’Iva.

In realtà, gli autori propongono di aumentare al 25 per cento la sola aliquota ordinaria (attualmente al 22 per cento) e di portare al 13 per cento quella ridotta (oggi pari al 10 per cento), lasciando inalterata l’aliquota super-ridotta al 4 per cento. Si tratta, in sostanza, di una riproposizione della versione della clausola di salvaguardia prevista dalla legge di stabilità per il 2015 (articolo 1 comma 718). Infatti, la stima di incremento di gettito considerata dagli autori (19 miliardi) corrisponde alla relazione tecnica di quel provvedimento: 12 miliardi deriverebbero dall’incremento dell’aliquota ordinaria e i restanti 7 dall’incremento di quella ridotta.

Né chi periodicamente propone di aumentare l’Iva né chi vorrebbe la flat tax sembra curarsi delle implicazioni di una simile manovra sull’efficienza dell’Iva e in particolare sull’evasione.

L’(in)efficienza dell’Iva è misurabile attraverso la somma di due indicatori, il Vat gap (divario dell’Iva) e il Vat Policy gap (divario del regime dell’Iva). In un sistema ideale dove tutti i consumi finali sono tassati al loro valore effettivo con l’aliquota ordinaria, entrambi i divari sono pari a zero e il gettito ottenuto è quello massimo possibile. Il Vat gap misura la perdita di gettito dovuta al fatto che alcuni consumi finali non sono dichiarati al fisco, mentre il Policy gap misura la perdita dovuta all’applicazione di aliquote ridotte e di esenzioni. Il primo cresce al crescere dell’evasione, mentre il secondo cresce al crescere della disomogeneità della struttura delle aliquote.

Secondo il rapporto più recente della Commissione Europea, l’Italia ha il secondo Policy gap e il sesto Vat gap più elevato dell’Unione. La proposta di incrementare di tre punti l’aliquota ordinaria e quella ridotta aumenta (lievemente) il Policy gap, ma, soprattutto, rischia di far lievitare sensibilmente il Vat gap. Delle diverse tipologie di evasione dell’Iva, alcune non dipendono dall’aliquota, mentre altre sono logicamente a essa correlate. Si pensi all’occultamento consensuale delle vendite al consumo finale, ma anche alla sottodichiarazione unilaterale delle vendite ovvero alla sovradichiarazione unilaterale degli acquisti nelle transazioni business-to-business. Inoltre, anche in presenza di dichiarazione corretta, cresce negli ultimi anni l’evasione da omissione dei versamenti dell’Iva dovuta. In tutti questi casi gli incentivi all’evasione aumentano al crescere dell’aliquota Iva, come confermato anche dai risultati ottenuti per l’Italia dall’Ufficio studi dell’Agenzia delle entrate.

Conseguenze dell’aliquota più alta

Se è corretto, il ragionamento ha due implicazioni. La prima è che i calcoli di recupero di gettito, in quanto incorporano l’attuale propensione all’evasione e non anticipano l’incremento che potrebbe derivarne dall’aumento dell’aliquota, sono sovrastimati. La seconda, ben più importante, è che la maggiore evasione dell’Iva si propagherebbe facilmente alle altre imposte, perché se un ricavo è sottodichiarato (o un costo è sovradichiarato) ai fini Iva, lo è anche ai fini delle imposte sul reddito. Entrambe le osservazioni valgono in primo luogo per le proposte di incremento dell’Iva, e per le relative stime, inserite nelle leggi di stabilità e di bilancio e sostenute da diversi commentatori negli ultimi anni. Le argomentazioni contrarie all’aumento delle aliquote Iva suggerirebbero di andare in direzione opposta, ad esempio verso un’unica aliquota a livello intermedio rispetto a quelle esistenti, almeno per le transazioni business-to-business (si vedano le proposte di Nens al riguardo), evitando così le implicazioni negative sulla distribuzione del reddito disponibile dei consumatori finali, ma riducendo una parte dell’evasione.

Tuttavia, i proponenti della flat tax potrebbero obiettare che se è vero che l’aumento dell’aliquota Iva incrementa la propensione all’evasione di quell’imposta, l’introduzione dell’aliquota unica del 25 per cento potrebbe far diminuire l’evasione dell’Irpef. Due sono le osservazioni in merito. La prima è

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Il Punto

Mar, 18/07/2017 - 11:31

“Il rapporto debito-Pil – scriveva Padoan alla Ue – si è di fatto stabilizzato con un prolungato sforzo di bilancio senza confronti nell’eurozona”. Non proprio. Il debito cresce meno e abbiamo ridotto il deficit. Ma dal 2009 gli altri paesi dell’area euro hanno fatto ben di più. Per questo Bruxelles mette il naso nei nostri conti.
Oltre alla flat tax al 25 per cento, la proposta dell’Ibl, di cui abbiamo già discusso, vuole fare piazza pulita delle varie forme di assistenza e introdurre invece una misura di contrasto della povertà denominata minimo vitale. Per curare le tante povertà, al posto dell’Isee un solo strumento basato sul reddito dichiarato.
Del voucher per retribuire i lavoretti, messo da parte sotto la pressione del referendum Cgil, era apprezzata la semplicità di attivazione e l’assenza di burocrazia. Con il contratto di lavoro occasionale che lo ha sostituito torna la complessità amministrativa. Non vincono i precari ma i nemici della semplificazione.
Si chiama Reggio Emilia Approach la filosofia educativa prescolare che ha ispirato un gran numero di scuole in Italia e nel mondo. Una ricerca recente mostra che, malgrado la difficoltà di isolare l’effetto di tale approccio da altri condizionamenti sociali, l’istruzione prescolare è associata a migliori risultati individuali.
Aiutiamoli a casa loro”: anche Renzi, parlando di immigrati, si è lasciato andare a questo slogan accattivante e di apparente buon senso. Ma superficiale. Spesso lo sviluppo nei paesi d’origine fa aumentare la propensione ad andar via. E anche noi abbiamo bisogno di lavoratori dall’estero.
Sul sistema elettorale, sospeso l’inconcludente confronto politico, si ricomincia da capo. Si può così tornare a parlare del maggioritario, in uso da anni nelle amministrative. Tra i suoi difetti, il rischio della discriminazione delle candidate donne. Forse superabile con i “collegi binominali di genere”.

Enrico Di Pasquale, Andrea Stuppini e Chiara Tronchin rispondono ai commenti ai loro articoli “Ius soli, una strada per l’integrazione” e “Cittadinanza: non dimentichiamo gli adulti

Convegno de lavoce.info
Il convegno annuale riservato agli amici/donatori de lavoce si terrà la mattina di lunedì 18 settembre a Milano presso l’Università Cattolica. Parleremo di Brexit e banche italiane. Presto, su questo sito, il programma dell’incontro. Intanto SAVE THE DATE, vi aspettiamo!

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La cittadinanza non è un concetto immutabile

Mar, 18/07/2017 - 10:33

Un lungo processo di integrazione

Ringraziamo i lettori dei commenti ai due articoli sullo “ius soli temperato” pubblicati su lavoce.info del 20 giugno e 4 luglio. Il nostro obiettivo era quello di dimostrare che il tema della cittadinanza non è immutabile nel tempo, ma varia da paese a paese e a seconda del contesto storico.
In questo momento, l’Italia ha una delle normative più rigide a livello europeo per quanto riguarda i minori e una soglia molto elevata per la naturalizzazione degli adulti (10 anni), allungata ulteriormente da ritardi amministrativi.
Sottolineiamo qui tre questioni poste da chi si oppone alla riforma della legge 91 del 1992.

In primo luogo, ci si chiede se la concessione della cittadinanza vada intesa come un automatismo cronologico o un traguardo attraverso la condivisione culturale e di valori. In realtà, nell’attuale normativa è contenuto solo il primo aspetto, mentre la proposta di riforma introduce il principio dello “ius culturae”, caso unico in Europa. Per gli adulti, pur non essendoci un test specifico per la naturalizzazione, l’esame di lingua italiana di livello A2 è già previsto per l’ottenimento del permesso di soggiorno di lunga durata (dopo 5 anni di residenza).

Secondo aspetto. L’approvazione della legge stimolerebbe una ulteriore invasione di migranti verso l’Italia? Sembra un sillogismo un po’ esagerato: chi rischia la vita per attraversare il Sahara e il Mediterraneo si pone obiettivi minimali di sopravvivenza o al massimo di possibilità di soggiorno.

Terzo aspetto. Numero di immigrati e naturalizzazioni sono strettamente correlati, a volte in maniera inversamente proporzionale (in Olanda il numero dei nuovi cittadini ha superato quello degli immigrati). Si tratta di un processo naturale e dello sbocco di un percorso di integrazione che deve essere sostenuto da politiche nazionali e locali. L’Italia vive oggi un processo di transizione migratoria che altri paesi – come Francia, Germania – hanno affrontato in precedenza.

Infine, certamente una maggiore omogeneità a livello europeo sarebbe auspicabile, ma sappiamo bene che non avverrà: la stessa Commissione europea ha sottolineato che la cittadinanza è materia di competenza dei singoli stati membri. Dunque, spetta ai singoli paesi adattare le proprie legislazioni al contesto attuale e ai mutamenti in corso.

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Il Fiscal compact in Italia: tanta spesa, poca resa

Mar, 18/07/2017 - 10:29

Nella lettera inviata alla Commissione europea, il ministro dell’Economia sottolinea il prolungato sforzo di bilancio attuato negli ultimi anni dall’Italia. Ma se confrontati con quelli dell’Eurozona i nostri risultati appaiono molto meno soddisfacenti.

Tre anni in una frase

Nella lettera inviata dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan alla Commissione europea lo scorso 30 maggio c’è una frase importante che richiede di essere spiegata con attenzione. La frase – un riassunto di come l’Italia ha applicato il Fiscal compact negli ultimi anni – è la seguente:

“Il rapporto debito pubblico-Pil si è di fatto stabilizzato grazie a un prolungato sforzo di bilancio che non ha virtualmente confronti nell’Eurozona dall’inizio della crisi economica, con speciale riguardo per l’ammontare del surplus primario ottenuto”.

Spezzo la frase in parti.

Il rapporto debito pubblico/Pil si è di fatto stabilizzato…

Come si vede dal grafico 1 il rapporto tra debito pubblico e Pil era pari al 99,8 per cento nel 2007. Ha poi superato il 110 per cento nel 2009, per arrivare al 116,5 per cento del Pil nel 2011. Da allora le politiche di austerità del biennio 2012-13 sono riuscite a frenare la crescita del numeratore, riducendo ma non azzerando il deficit. Ma, a causa della tenaglia di recessione e bassa inflazione, non hanno controbilanciato e hanno anzi forse peggiorato il calo del denominatore. E così il debito ha superato il 130 per cento del Pil nel 2014. Dal 2014, però, la crescita del rapporto si è ridotta a mezzo punto percentuale l’anno. È a questa attenuata dinamica del debito che si riferisce Padoan quando parla di stabilizzazione “di fatto”. Non può dire che il rapporto ha smesso di crescere perché non sarebbe vero. Ma può certamente affermare che il debito in termini relativi è cresciuto molto meno rapidamente che negli anni precedenti.

Grafico 1

… grazie a un prolungato sforzo di bilancio che non ha virtualmente confronti nell’Eurozona dall’inizio della crisi economica…

Per (quasi) stabilizzare il rapporto debito-Pil c’è voluto uno sforzo di bilancio prolungato, cioè il governo ha dovuto far scendere il rapporto deficit-Pil anno dopo anno. Il calo non è avvenuto in tutti gli anni, in realtà, come si vede dal grafico 2. Dopo l’aumento boom al 5,3 per cento del Pil nel 2009 (largamente attribuibile al crollo del Pil cui fa seguito la riduzione delle entrate fiscali e l’aumento delle spese sociali), il rapporto deficit-Pil ha cominciato la sua discesa: al 4,2 per cento nel 2010 (soprattutto grazie al ritorno alla crescita dell’economia) e al 3,7 del 2011. Con l’aggiustamento fiscale di fine 2011 e degli anni seguenti il disavanzo si è stabilizzato intorno al 3 per cento, per poi ricominciare a scendere sotto il 3 per cento solo quando l’economia è ripartita e lo spread è sceso grazie alla Bce. Da questi dati è difficile concludere che in Italia si sia verificato un “prolungato sforzo di bilancio”. È forse più preciso parlare di un episodio di aggiustamento fiscale concentrato nei dati del 2012 e quindi ascrivibile al decreto “salva-Italia” del governo Monti.

Grafico 2

C’è poi da capire se il “prolungato sforzo di bilancio” abbia avuto eguali nell’Eurozona durante la crisi. In Italia il deficit pubblico si è ridotto di tre punti percentuali, dal 5,3 per cento del Pil del 2009 fino al 2,2 per cento nel 2017. In parallelo, il rapporto deficit-Pil dell’eurozona si è ridotto di cinque punti percentuali, dal 6,3 per cento all’1,4 per cento del 2017. Forse l’aggiustamento si è concentrato solo nei paesi piccoli? Non è così. I dati dei grandi paesi segnalano risultati migliori di quelli ottenuti dall’Italia. La Germania ha trasformato il suo deficit di 3,2 punti di Pil del 2009 in un avanzo di 1 punto percentuale nel 2017. Il calo post-2009 del deficit per la Francia è stato di 4,2 punti (dal 7,2 al 3,0 per cento del 2017). Per la Spagna la riduzione è stata di quasi 8 punti (dall’11 per cento del 2009 al 3,2 per cento di oggi). Lo stesso per il Portogallo: meno 8 punti, dal 9,8 per cento all’1,8 per cento del Pil. E persino la Grecia ha ridotto il suo deficit dal 15,2 per cento del 2009 all’1,2 per cento del Pil nel 2017.

L’Italia ha (forse) fatto uno sforzo di bilancio prolungato, ma di confronti fiscali con i paesi dell’eurozona se ne possono fare parecchi. E a nostro sfavore, almeno se si valutano i progressi rispetto all’epicentro della crisi.

… con speciale riguardo per l’ammontare di surplus primario conseguito

In effetti, la figura 2 in allegato alla lettera indica che l’avanzo primario italiano – l’eccesso di entrate sulle spese vive dello Stato –

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Che cos’è il minimo vitale abbinato alla flat tax

Mar, 18/07/2017 - 10:29

Nella proposta dell’Istituto Bruno Leoni non c’è solo la flat tax, c’è anche la sostituzione di tutti i trasferimenti assistenziali con un unico “minimo vitale”. Può facilmente diventare una trappola della povertà, senza rendere più equo il sistema.

Dai trasferimenti al minimo vitale

La proposta dell’Istituto Bruno Leoni di “rivoltare come un calzino” le politiche redistributive di prelievo e di spesa è stata prevalentemente dibattuta con riferimento al tema della flat-rate tax. Scarsa attenzione – con l’eccezione di Franco Gallo (link al suo articolo del 10 luglio su Il Sole 24 Ore) – ha ricevuto la proposta di fare tabula rasa delle politiche assistenziali in denaro e di introdurre, al loro posto, una misura di contrasto della povertà denominata “minimo vitale”. Poiché le due cose “sono fatte per stare insieme e completarsi a vicenda” – si legge nella ricerca IBL -, non è possibile dare una valutazione complessiva della proposta senza considerare il lato della spesa.

Ricapitoliamo: la riforma comporterebbe l’abolizione di tutti i trasferimenti assistenziali erogati a livello nazionale (per un valore complessivo di circa 60 miliardi) e l’introduzione del minimo vitale, un sussidio universale su base familiare, condizionato all’osservanza dell’obbligo scolastico, differenziato geograficamente e di importo medio mensile pari a circa 500 euro per i single (per famiglie di numerosità superiore a uno si applica la scala di equivalenza Isee), erogato dai comuni tramite l’accreditamento di un bancomat prepagato, sulla falsariga della nuova carta acquisti.

Il minimo vitale non richiede la disponibilità a lavorare ma avrebbe una durata limitata (tre anni) e già a partire dal secondo anno verrebbe erogato in proporzione decrescente in contanti e in proporzione crescente sotto forma di voucher (contributivo o fiscale), così da incentivare la creazione di nuova occupazione. Tecnicamente il minimo vitale assume la forma di una “deduzione base” dall’imposta flat-rate, fissata in 7mila euro annui per una famiglia di un solo componente residente al Nord. Per i redditi familiari superiori a cinque volte la deduzione base, il complesso delle deduzioni si riduce gradualmente, in proporzione alla distanza tra reddito familiare e deduzione base, fino ad azzerarsi.

In pratica, le politiche redistributive sarebbero in capo a un unico istituto tax-benefit che: 1) integra al minimo vitale i redditi inferiori a esso, 2) restituisce ai redditi familiari superiori alla deduzione base, ma inferiori al complesso delle deduzioni applicabili, il 25 per cento della differenza tra queste ultime e il reddito familiare (i redditi da lavoro dipendente e da pensione, infatti, potrebbero contare, rispettivamente, su deduzioni aggiuntive per oneri di produzione del reddito e maggiore morbilità), 3) preleva il 25 per cento della differenza tra il reddito familiare e il complesso delle deduzioni se la differenza è positiva. Qualcosa di simile all’imposta negativa di Milton Friedman, il modello teorico a cui si ispirano gli estensori della proposta.

Il mito dell’universalismo

Come valutare un progetto che, all’insegna di un modello mai attuato al mondo (nemmeno nei paesi ex-socialisti), vuole coniugare l’universalismo e l’equità dello stato sociale con la semplicità e la trasparenza dell’imposizione ad aliquota unica? La riproposizione dell’universalismo nella lotta alla povertà si infrange contro alcuni scogli, sia di natura politico-finanziaria sia riferibili alla coerenza interna del progetto. Non mi soffermo sui primi, su cui sono intervenuti anche altri, e mi concentro sui secondi.

Come si può pensare di fare piazza pulita delle prestazioni assistenziali vigenti (assegni familiari, integrazioni al minimo delle pensioni, pensioni sociali, indennità di accompagnamento, solo per citare i maggiori) e di rimpiazzarle con un’unica misura, stante l’eterogeneità dei criteri di eleggibilità delle prime e la conseguente opportunità di riconoscere, anche a parità di reddito, indennità economiche aggiuntive a chi si trova in condizioni specifiche di bisogno? Lungi da me difendere il sistema attuale, ma se si vuole ridurre l’eccessiva categorialità del welfare italiano e migliorarne l’efficacia redistributiva, è preferibile omogeneizzare i criteri legati alla prova dei mezzi, estendendo l’Isee alla totalità dei trattamenti, e accelerare la messa a regime del neonato reddito di inclusione.

La proposta Ibl è discutibile anche sul piano dell’efficienza poiché, prevedendo per i redditi inferiori alla deduzione base la totale i

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