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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 1 ora 2 min fa

Addio a Fabio Ranchetti, voce libera del pensiero economico*

Dom, 25/10/2020 - 01:19

Studioso erudito, uomo di cultura e docente appassionato, Fabio Ranchetti ha sempre avuto del pensiero economico una visione sfaccettata e aperta alle altre branche del sapere. Grande il vuoto che lascia tra gli amici e i colleghi.

Il 21 ottobre 2020, dopo una breve, tragica malattia, è mancato Fabio Ranchetti (1948-2020), economista e storico del pensiero economico, docente dedito e appassionato, studioso erudito e uomo di cultura, voce libera e profonda che ha arricchito la storia del pensiero economico con sguardo critico che spaziava dall’economia alla filosofia, dalla linguistica alla letteratura.

​Di solida formazione filosofica per gli studi alla Statale di Milano, poi al Trinity College a Cambridge, esperienza cui rimase profondamente legato, Fabio Ranchetti concepiva l’economia come parte della filosofia morale e politica, pur profondamente legata alla matematica, alla logica e alla linguistica. Il suo lavoro scientifico è stato ispirato a questa visione molteplice e aperta del discorso economico, permeata dal continuo rinvio alle altre fonti della cultura che lo appassionavano e di cui si nutriva. Nella sua biblioteca personale, eredità familiare preziosa, conservata e arricchita dalla sua passione di bibliofilo, i libri erano disposti non secondo ripartizioni rigide per autore o soggetto, ma per i richiami profondi che li legavano nei suoi studi.

​I contributi scientifici di Fabio Ranchetti spaziano da Quesnay a Wicksteed, da Edgeworth (di cui era profondo conoscitore) a Sraffa, con il quale aveva sempre dialogato a Cambridge, fino a Keynes, autore meditato a fondo, con particolare attenzione agli aspetti filosofici e alla teoria monetaria. Nei suoi studi si interrogava sui rapporti tra economia e filosofia in Wittgenstein, filosofo di cui era attento lettore. Aveva dedicato uno studio documentato e creativo alle Lettres Persanes di Montesquieu, affrontando il delicato equilibrio tra narrazione fantastica e analisi della realtà. Rifletteva sui rapporti tra l’economia e la letteratura in Thomas Mann.

​Aveva il dono raro dell’esposizione didattica ricca, senza volgarizzazioni, strumento per la formazione dell’intelligenza critica. Il suo libro con Claudio Napoleoni Il pensiero economico del Novecento resta un contributo vitale ancora oggi, a cavallo tra riflessione storica e ragionamento teorico, per delineare alcune grandi tappe della teoria economica nel secolo scorso. Nel 2011, al Festival dell’economia a Trento presentava in modo limpido il complesso tema della libertà partendo dalla prospettiva linguistica, sulle orme di Wittgenstein, con ricchezza di riferimenti culturali, senza perdere mai di vista la precisione dei termini economici. Aveva continuato a far lezione dopo la pensione e si dedicava all’insegnamento con passione non comune. Per stimolare i suoi studenti a guardare il mondo, per le lezioni si preparava scrupolosamente sui temi di attualità. Coltivava i suoi studenti e lasciarli senza lezioni dedicate è stata la sua prima preoccupazione nei giorni della malattia.

​La sua intelligenza, la sua cultura, la sua gentilezza, la sua conversazione brillante, il suo umorismo, la sua generosità lasciano un profondo rimpianto e un vuoto negli amici e colleghi, che lo hanno conosciuto e lo ricordano con profondo affetto nel dolore.​

* Quest’articolo è comparso anche sul sito della Storep.

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Il Punto

Ven, 23/10/2020 - 13:06

Non tutte le regioni hanno a disposizione dosi sufficienti di vaccino anti-influenzale, più che mai raccomandabile in tempi di pandemia: troppa la confusione amministrativa. Dal Covid-19 sono arrivate indicazioni preziose per il nostro sistema sanitario, che ora deve trovare il coraggio di guardare oltre l’emergenza. Parole d’ordine: territorializzazione e digitalizzazione. E se la pandemia ha riconsegnato al settore pubblico un ruolo centrale, diventa indispensabile aumentarne efficienza e trasparenza, a partire dal reclutamento e dalla valutazione del personale. Sullo spread tra Btp e Bund influisce anche il deficit di credibilità delle nostre politiche di riduzione del deficit: con promesse meno ambiziose risparmieremmo miliardi di spesa per interessi.
La regolarizzazione degli immigrati irregolari favorisce la loro integrazione e aumenta la loro fiducia nelle istituzioni e la volontà di denunciare reati e abusi. Lo mostrano i risultati di uno studio.
Il boom dei “sì” tra gli italiani all’estero al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari sembrerebbe un paradosso. Quali le possibili cause? E come funziona il voto a distanza negli altri paesi?

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.
Continua la nostra collaborazione con Economia24, la trasmissione economica di RaiNews24: ogni venerdì alle 11.45 un nostro redattore sarà ospite del programma. Nell’ultima puntata Alessandra Casarico ha parlato di crescita, ripresa e conti pubblici.

Spargete lavoce: 5 per mille a lavoce.info
Destinate e fate destinare il 5 per mille dell’Irpef a questo sito in quanto “associazione di promozione sociale”: Associazione La Voce, Via Bellezza 15 – 20136 Milano, codice fiscale 97320670157. Grazie!

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Immigrati irregolari: vittime senza voce

Ven, 23/10/2020 - 12:52

La regolarizzazione degli immigrati irregolari favorisce la loro integrazione. Aumenta infatti il loro grado di fiducia nelle istituzioni del paese ospitante. Cresce così anche la volontà di denunciare reati e abusi. Lo mostrano i risultati di uno studio.

Oltre la prima accoglienza

Il fenomeno migratorio e le sue conseguenze sociali, economiche e di gestione dell’ordine pubblico sono quotidianamente al centro del dibattito politico e dell’attenzione dei media. Mentre a livello europeo è in corso la trattativa per una revisione del cosiddetto regolamento di Dublino per giungere a una più equa distribuzione dei rifugiati tra paesi europei.

Come ricorda la campagna Ero straniero, le discussioni riguardano principalmente gli aspetti contingenti degli sbarchi e della prima accoglienza, mentre restano in ombra temi di più ampio respiro, come una programmazione degli ingressi e l’inclusione degli immigrati nel tessuto socio-economico del paese. Nel decreto Rilancio del maggio scorso, il governo ha previsto una sanatoria con la possibilità di regolarizzare gli immigrati illegali attivi nel settore primario e in quello del lavoro domestico. Secondo le stime del governo, la platea di potenziali beneficiari potrebbe coinvolgere fino a 220 mila persone. Si tratta di un numero significativo, che va però confrontata con una stima di circa 600 mila immigrati irregolari.

Diversi contributi, anche su lavoce.info (Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin e Di Pasquale e Tronchin), hanno evidenziato benefici e costi, vantaggi e svantaggi, delle sanatorie. Mentre tra le conseguenze negative delle regolarizzazioni si ricordano principalmente i più alti costi per il welfare, tra quelle positive si riporta una maggiore capacità di inclusione dei beneficiari della sanatoria. Così, anche in base alle evidenze provenienti dalle esperienze di altri paesi, questi studi sottolineano come la regolarizzazione tenda a migliorare le condizioni lavorative degli immigrati, a facilitare il loro accesso ai servizi sanitari e, più in generale, ad aumentare la loro partecipazione alla vita sociale e politica del paese ospitante.

In uno studio recentemente pubblicato abbiamo messo in evidenza un’ulteriore e importante conseguenza della regolarizzazione. Una volta tolti dall’alveo della clandestinità, gli immigrati che sono vittime di un atto criminale aumentano notevolmente la loro propensione a rivolgersi alle forze dell’ordine e a denunciare i reati. In altri termini, la regolarizzazione aumenta il tasso di denuncia dei crimini togliendo gli immigrati clandestini da un sottobosco di soprusi, illegalità e prevaricazione. Una maggiore disponibilità a denunciare porta alla luce del sole attività criminali che resterebbero altrimenti impunite, stimolando l’intervento delle forze dell’ordine e della giustizia, che non si attiverebbero senza notizia di reato.

Una lezione dagli Stati Uniti

Utili per evidenziare questo risultato sono i dati di vittimizzazione registrati negli Stati Uniti in corrispondenza dell’Immigration Reform and Control Act (Irca).

Varata nel 1986, Irca è la più importante sanatoria approvata a Washington e ha portato, tra il 1987 e il 1988, alla regolarizzazione di circa 2 milioni e settecentomila immigrati già presenti sul territorio degli Stati Uniti. Tra i regolarizzati era preponderante la quota di persone di etnia ispanica (si veda la figura 1).

Figura 1 

L’importanza numerica della sanatoria – e, in particolare, il fatto che in netta maggioranza i beneficiari fossero di origine ispanica – permette di superare la principale difficoltà tecnica presente nella stima della propensione a denunciare da parte degli immigrati illegali: nelle indagini di vittimizzazione lo status legale – regolare o clandestino – del rispondente non è noto. Non è quindi possibile valutare direttamente la tendenza a denunciare da parte di un clandestino. Nel caso di Irca, la sproporzione nella rappresentazione degli ispanici tra i beneficiari della sanatoria permette di utilizzare l’origine etnica delle persone come indicatore di regolarizzazione.

La figura 2 mostra la propensione media annua a denunciare un atto criminale tra il 1980 e il 1994. La figura mostra la serie per la popolazione di etnia ispanica e per quella di etnia non ispanica. Come si può vedere, il tasso di denuncia è più elevato tra i non ispanici. Le due serie però tendono a sovrapporsi nel 1987 e nel 1988, gli anni nei quali Irca manifesta i suoi effetti in termini di aumento di immigrati regolarizzati. Le due serie riprendono a divergere negli anni successivi, a causa di un aumento dei clandestini dovuto a un nuovo afflusso di immigrati illegali.

Figura 2

La spiegazione più convince

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Pandemia atto secondo

Ven, 23/10/2020 - 11:21

Il Covid-19 ha messo in chiaro le debolezze del sistema sanitario. Ma ha anche indicato la via per superarle: prevenzione, territorializzazione dei servizi, reti cliniche e digitalizzazione della sanità. Serve il coraggio di guardare oltre la pandemia.

Qual è la situazione attuale?

Con quasi 12 mila casi al 18 ottobre, la pandemia ha raddoppiato il numero di persone infette rispetto al picco di 6.557 casi raggiunto in piena crisi emergenziale il 21 marzo, e la curva epidemica sta assumendo una forma esponenziale (Istituto superiore di sanità). Le regioni più esposte alla seconda ondata sono la Lombardia e la Campania, che invece registravano dati differenti nella prima ondata (il picco è stato infatti pari a 3.251 e 221 rispettivamente), ma il primato in termini di numero cumulato di morti rimane della Lombardia: 17.078 al 18 ottobre. Gli ospedali cominciano a temere l’effetto dell’aumento dei contagi sulla capacità dei reparti per acuti e di terapia intensiva, che nel frattempo erano tornati a trattare i pazienti non Covid-19. Il 13 ottobre il presidente del Consiglio firma perciò un nuovo Dpcm con misure urgenti di contenimento del contagio sull’intero territorio nazionale. A distanza di 5 giorni ne firma un altro per aumentare le restrizioni. Alcune regioni inaspriscono ulteriormente i provvedimenti e procedono alla chiusura (totale o parziale) anche delle scuole (Campania e Lombardia).

La seconda ondata è diversa dalla precedente?

Oggi, il numero di tamponi è aumentato enormemente rispetto alla prima ondata passando da 36.615 (il numero più alto raggiunto il 26 marzo) a 162.932 il 15 ottobre. La percentuale di positivi nella seconda ondata è inferiore di dieci volte rispetto a quella di marzo, anche se negli ultimi giorni sta aumentando, ma il numero dei casi è indiscutibilmente più alto che in primavera, segno che allora non sapevamo quanti fossero realmente. La letalità è passata dal 9 per cento in media dall’inizio della pandemia allo 0,7 per cento negli ultimi trenta giorni. Nel giorno più colpito della prima ondata – 21 marzo – i pazienti ricoverati con sintomi e quelli in terapia intensiva erano rispettivamente 25.033 e 2.635, superiori di 3 e 5 volte rispetto al 18 ottobre.

Le ragioni che spiegano le differenze sono tante e diverse e non è obiettivo di questo articolo darne contezza. Di sicuro, i dati della prima ondata hanno sofferto del più ridotto numero di tamponi (se cerchi, trovi) e dell’impreparazione del personale medico nel trattare una malattia sconosciuta. Quindi cos’è cambiato? Cos’abbiamo imparato dalla prima ondata?

Le lezioni che abbiamo imparato

Il contenimento dei contagi passa attraverso la prevenzione, la diagnosi tempestiva dei casi e il tracciamento dei contatti per contenere la diffusione.

Sulla prevenzione incidono i comportamenti individuali: mascherine, lavaggio delle mani e distanziamento sociale sono ormai insegnamenti appresi dalla popolazione e, se è vero che vi sono alcuni che sembrano non aver preso seriamente l’insegnamento, nel suo complesso il popolo italiano ha mostrato senso di grande responsabilità e rispetto delle regole.

Diverso il caso della diagnosi tempestiva, che spetta alle regioni. Una maggiore diffusione di test rapidi avrebbe permesso una veloce attività di screening e una minore pressione sui laboratori per la processazione dei test molecolari, soprattutto in vista della riapertura delle scuole. Se da un lato la valutazione della sicurezza e dell’efficacia di questi test rimane centrale, dall’altro, in periodi di emergenza, è cruciale che sia caratterizzata dalla rapidità di azione da parte del governo centrale e da una conseguente chiarezza nella comunicazione alle strutture preposte all’erogazione dei test. E poiché l’attività di screening deve essere continua e capillare, è importante che venga affidata alle strutture di prossimità col paziente, quali la medicina di base. D’altronde, il ruolo della medicina di base in un sistema sanitario universale ha da sempre una connotazione centrale nel guidare il percorso del paziente verso l’utilizzo di servizi e prestazioni appropriate ed efficaci. Troppo spesso, invece, la medicina di base ha rinunciato a rivestire questo ruolo strategico per fare spazio ad attività dal dubbio valore per il Sistema sanitario nazionale. Il medico di medicina generale deve essere messo nelle condizioni (per esempio, con dotazione tecnologica e di personale, sviluppo di forme di aggregazione) di svolgere il ruolo che gli è stato assegnato e deve potersi sentire pienamente parte del sistema. In quelle regioni che già presentavano elementi di debolezza nel governo della medicina di base ciò non è avvenuto e ciò ha fortemente depotenziato il ruolo

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Due domande sui vaccini antinfluenzali

Ven, 23/10/2020 - 10:49

In tempi di pandemia, il ministero della Salute ha raccomandato agli italiani di vaccinarsi contro l’influenza. Ma non tutte le regioni si sono procurate dosi sufficienti per coprire le richieste. Le cause? Scarsa preparazione e confusione amministrativa.

Il prevedibile arrivo della seconda ondata

Il riacutizzarsi della curva dei contagi mette in luce il tempo colpevolmente perso dalle istituzioni per prepararsi alla prevedibile e prevista seconda ondata autunnale del Covid-19. Ad esempio, si scopre solo ora che i trasporti pubblici locali anche all’80 per cento di capienza massima possono essere una fonte importante di trasmissione dei contagi; o che le regioni hanno usato solo in parte le risorse stanziate per predisporre nuovi letti di terapia intensiva e solo ora stanno pensando ai bandi.

L’organizzazione della vaccinazione per l’influenza stagionale è senza dubbio un altro esempio di scarsa preparazione e di confusione amministrativa. Gli appelli perché quest’anno tutti cerchino di vaccinarsi si sono moltiplicati nei mesi scorsi, a partire da quello dello stesso ministro della Salute; dopodiché, l’effettiva disponibilità dei vaccini in diverse regioni è carente, e non ci capisce come, anche con la migliore volontà di questo mondo, si possa adempiere al precetto ministeriale. Ma andiamo con ordine.

Perché vaccinarsi

Vaccinarsi contro l’influenza, particolarmente quest’anno, può essere una buona idea per due ordini di ragioni. La prima è che così facendo si facilita l’identificazione dei malati di Covid-19, visto che i sintomi dell’influenza sono sostanzialmente sovrapponibili a quelli del nuovo virus, riducendo dunque il rischio di sprecare inutilmente tamponi. La seconda è che anche l’influenza stagionale è una malattia grave: per esempio, si stima che le stagioni influenzali 2013/2014 – 2016/2017 abbiano provocato circa 68 mila morti in eccesso. Ridurre i malati di influenza consente poi di evitare il ricorso all’ospedale, dove finiscono anche i malati gravi di influenza, in circostanze nelle quali è essenziale avere più posti letto a disposizione per combattere il Covid-19.

Aumentare la copertura vaccinale non è tuttavia uno scherzo, perché si parte da una situazione largamente insoddisfacente. Stando ai dati forniti da Health for All-Istat, il tasso medio di copertura vaccinale sull’intera popolazione è inferiore al 16 per cento; supera la metà solo tra gli ultra-sessantacinquenni (figura 1). Nella popolazione attiva si vaccina solo il 2,6 per cento nella fascia tra 18 e 44 anni e appena il 9 per cento in quella tra i 45 e i 64 anni.

Alla luce di questi numeri, non è sorprendente che in una riunione del 12 maggio tra governo nazionale e assessori regionali alla sanità la maggior parte di questi avesse proposto di rendere obbligatoria, in via del tutto straordinaria, la vaccinazione per alcune fasce di età e per alcune categorie di persone (per esempio, il personale sanitario). La richiesta avrebbe esteso a tutte le regioni la decisione già presa il 17 aprile dalla regione Lazio, che introduceva l’obbligo non solo per la vaccinazione antiinfluenzale, ma anche per quella anti-pneumococcica. Nella medesima riunione, tuttavia, alcune regioni avevano obiettato, preferendo invece l’indicazione più debole di una “forte raccomandazione”, un argomento che ha trovato d’accordo i tecnici ministeriali. L’effetto dell’accordo sarebbe stato dunque l’esistenza di obblighi di peso diverso in merito alla vaccinazione nelle diverse regioni italiane. Ma la storia non finisce qui. Con sentenza del 29 settembre il Tar del Lazio ha infatti annullato l’ordinanza della Regione Lazio, sulla base dell’argomento che la decisione sull’obbligo vaccinale tocca allo stato e non a una singola regione.

Gli obiettivi del ministero

In questa situazione confusa, il ministero della Salute ha comunque rivisto gli obiettivi di copertura vaccinale per la popolazione in una circolare di giugno. In particolare, si sono indentificati “gruppi target” a cui offrire la vaccinazione gratuitamente, fissando per loro l’obiettivo ottimale di copertura vaccinale al 95 per cento, con un livello minimo del 75 per cento. I “gruppi target” includono le persone ad alto rischio di complicanze (come i diabetici o chi soffre di insufficienza renale), i soggetti di età pari o superiore a 65 anni, gli addetti ai servizi pubblici di interesse collettivo (come chi lavora nella sanità), chi è a contatto con possibili infezioni da virus non umani (allevatori o vaccinatori) e così via. A questi, lo stesso ministero ha poi aggiunto le persone della fascia di età 60-64 anni, oltre al generico invito rivolto a tutti a vaccinarsi, magari presso la rete di offerta privata o acquistando il vacci

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Occupazione nel settore pubblico: un confronto Ue-Usa

Gio, 22/10/2020 - 13:35

Dopo decenni di tagli di bilancio e di riduzione dell’occupazione nella pubblica amministrazione, la pandemia ha ridato un ruolo centrale allo stato. Per migliorare la qualità dei servizi pubblici è però cruciale la fase di reclutamento del personale.

Il ruolo dello stato dopo la pandemia

La crisi del Covid-19 ha riportato lo stato – e le sue funzioni – al centro della discussione politica. La pandemia ha messo sotto i riflettori il suo ruolo nel coordinare le attività di pubblica utilità, nel regolamentare il comportamento dei mercati, nel mobilitare le risorse per proteggere i più deboli, tutte attività di cui il settore privato non può o non vuole occuparsi. Dopo decenni di tagli al bilancio pubblico e di riduzione dell’occupazione nella pubblica amministrazione, in seguito alla emergenza sanitaria, la gran parte dei paesi maggiormente sviluppati è tornata a investire risorse nel pubblico, anche se più per necessità che per scelta. Molti degli investimenti si sono concentrati nella sanità nel tentativo di far fronte alla pandemia. In Italia, nonostante la riduzione dei posti letto negli ospedali e la carenza di organici, esito delle politiche di bilancio attuate negli ultimi decenni, il settore ospedaliero si è trovato a dover contrastare l’ondata dei contagi chiudendo reparti e convogliando tutte le risorse disponibili in quelli Covid-19 di emergenza. Resta sullo sfondo l’arretratezza nella digitalizzazione della pubblica amministrazione, che durante il lockdown ha dovuto sospendere molti dei servizi pubblici offerti ai cittadini o, nel migliore dei casi, erogarli con forti ritardi.

Come migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione

Con un aumento del bilancio pubblico senza precedenti in periodo di pace, la questione dell’efficienza della pubblica amministrazione si ripresenta con estrema urgenza, insieme a un profondo ripensamento dell’organizzazione del pubblico impiego.

In un recente Rapporto per la Fondazione Rodolfo Debenedetti (qui) abbiamo utilizzato i microdati tratti dalle Indagini europea e americana sulle condizioni di lavoro (qui e qui) per analizzare il funzionamento dei mercati interni del lavoro nel pubblico impiego e la distribuzione degli incentivi monetari confrontandoli con quelli del settore privato, sia per i paesi dell’Unione europea, sia per gli Stati Uniti.

Quello che emerge è un quadro complesso ed eterogeneo, in cui alcuni dipendenti pubblici (i cosiddetti “civil servants”) godono di indubbi privilegi, in termini di protezione del posto e avanzamenti di carriera; mentre altri hanno impieghi a termine, precari e spesso poco pagati rispetto al privato (i cosiddetti “frontline providers”). La segmentazione “duale” del mercato del lavoro, soprattutto nel nostro paese, è assai diffusa in molti settori (del pubblico o para-pubblico) come la scuola, gli ospedali, le poste, il trasporto pubblico locale. Inoltre, una caratteristica che accomuna molti lavoratori che scelgono di lavorare nel pubblico è la motivazione (intrinseca) a svolgere un lavoro “utile” e un’attitudine pro-sociale a servire la società e la cosa pubblica. Pur con la cautela necessaria nell’interpretare delle semplici correlazioni, la figura 1 mostra come nei paesi in cui la motivazione (intrinseca) e la vocazione per la società sono più sentiti è anche maggiore la propensione a scegliere di lavorare nel pubblico impiego. L’Italia, nell’ordinamento dei paesi, occupa una posizione medio-bassa, evidenziando come ci siano margini per migliorare la percezione dell’utilità del settore pubblico e la sua attrattività.

Figura 1 – Motivazione intrinseca, vocazione sociale e propensione per il pubblico impiego (indici) (Europa e Stati Uniti).

Nota: il grafico riporta sull’asse orizzontale la prima componente fattoriale estratta dalle risposte a domande sulla motivazione al lavoro e sulla partecipazione sociale, mentre sull’asse verticale riporta la propensione all’occupazione nel settore pubblico, al netto delle differenze di composizione della forza lavoro nei diversi paesi, in termini di genere, età, cittadinanza e titolo di studio.

Incentivi e valutazione

I dipendenti del settore pubblico hanno spesso una notevole discrezionalità nello svolgimento dei loro compiti e possiedono informazioni specifiche sul servizio che forniscono. In tale contesto, le prestazioni sono difficilmente verificabili o molto costose da misurare (come nel settore dell’istruzione e della salute), limitando così la portata degli incentivi legati alla performance o, in alcuni casi, rendendoli controproducenti. Uno studio (qui) relativo agli effetti degli incentivi legati alla produttività nella ricerca accademica

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Costa caro lo spread di credibilità sul debito pubblico

Gio, 22/10/2020 - 13:33

Parte dello spread sui rendimenti dei titoli pubblici è ascrivibile a un deficit sistematico di credibilità delle politiche italiane di riduzione del rapporto debito-Pil. Promesse meno ambiziose farebbero risparmiare miliardi di spesa per interessi.

La misura della credibilità

Tutti parlano di (scarsa) credibilità delle nostre politiche pubbliche. e con qualche ragione. Per esempio, negli ultimi tempi il futuro del nostro rapporto debito-Pil è scomparso dal dibattito politico-mediatico. La cosa ci preoccupa. Ad altri fa un effetto diverso: ne stimola la fantasia verso soluzioni miracolistiche che verranno fuori quando del tema si tornerà a discutere (ed è sicuro che succederà).

Abbiamo perciò pensato di costruire una variabile di “credibilità”, misurabile semplicemente attraverso lo scarto tra le previsioni del rapporto debito-Pil contenute nei documenti ufficiali dei vari paesi (Stability Programme) e i dati reali di quel rapporto nel corso del tempo. Il nostro obiettivo è spiegare lo spread nel medio-lungo termine sulla base di poche variabili economiche e, appunto, dell’effetto “credibilità”.

Per costruire la variabile credibilità in modo oggettivo siamo partiti dai quattro grafici presentati in figura 1. Rappresentano le promesse fatte dalle istituzioni di quattro paesi – Italia, Spagna, Portogallo e Germania – sull’evoluzione prospettica desiderata (cioè, promessa) del rispettivo rapporto debito-Pil. Nelle figure, per ciascun paese, sono indicate le previsioni del rapporto debito-Pil contenute nei vari documenti ufficiali rispetto alle realizzazioni (linea continua); le previsioni contenute nei diversi Stability Programmes si riferiscono a documenti redatti dal 2009 al 2018 (linee tratteggiate, da sinistra a destra).

L’opinione pubblica italiana è parzialmente consapevole solo delle indicazioni contenute nel grafico relativo all’Italia e cioè che, sistematicamente, nei documenti ufficiali (oggi Documento di economia e finanza) si sottostima la dimensione futura del rapporto debito-Pil: questo cela la mancanza di disciplina fiscale, che è misurata proprio dallo scarto tra il dato storico osservato e il corrispettivo dato previsionale contenuto nei documenti di programmazione economica e finanziaria.

Figura 1 – Previsioni ufficiali e realizzazioni del rapporto debito-Pil.

Nota: la linea continua indica il rapporto osservato debito-Pil; le linee tratteggiate indicano le previsioni del rapporto debito-Pil, per gli anni indicati, a partire dai documenti ufficiali che sono stati redatti nel corso del tempo. Elaborazioni su dati Stability Programme nazionali (vari anni) inoltrati alla Commissione europea dai ministri di Economia e Finanze dei paesi Uem.

Il problema è che si trascurano gli analoghi grafici per gli altri paesi, dai quali, invece, si rileva che l’errore commesso dai nostri partner è in generale più ridotto, quasi nullo o addirittura di segno opposto per la Germania e diventa molto esiguo anche per paesi con storiche difficoltà di finanza pubblica, come Spagna e Portogallo.

Le curve, infatti, non sono altro che la rappresentazione di previsioni economiche che, pur contenendoovviamente margini di errore, sintetizzano obiettivi e misure di policy.

Il confronto neutralizza il significato della possibile obiezione che l’Italia è costantemente nel braccio preventivo del Patto di stabilità e crescita, ovvero vincolata a perseguire una condotta sostenibile e “correttiva” di valori fiscali eccessivi, nel medio-termine. Anche Spagna e Portogallo sono nella medesima situazione (ma la gestiscono meglio): emerge, piuttosto, quanto il nostro paese sia incline a formulare previsioni incoerenti rispetto agli sforzi profusi per realizzarle.

A questo punto, si capisce che la cedibilità che conta per un investitore non è quella data dall’errore sistematico commesso da ciascun paese bensì dallo scarto tra gli errori che ciascuno commette rispetto a un benchmark.

Definiamo la credibilità (delle promesse istituzionali) come

Ci,t=[((D/PIL)t-1,SPt-2-(D/PIL)t-1)/(D/PIL)t-1]i-[((D/PIL)t-1,SPt-2-(D/PIL)t-1)/(D/PIL)t-1]Germania

dove un prenditore del debito pubblico del paese “i” in un determinato anno “t” chiederebbe un eccesso di rendimento rispetto a un benchmark anche in funzione dell’osservazione di quanto sia stata mantenuta la promessa sul rapporto debito-Pil al tempo t-1. Ma la promessa è stata formulata al tempo t-2. In altre parole: se nel 2018 si vuole acquistare debito italiano, oltre la parte economica del modello di decisione, si valuterà di quanto il potenziale creditore ha sbagliato al tempo immediatamente precedente, cioè nel 2017. Per stabilirlo

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Italiani all’estero: una questione di rappresentanza

Mer, 21/10/2020 - 11:01

Il “sì” al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari ha ottenuto un consenso molto ampio nel voto estero. Un paradosso, perché questi elettori sono di gran lunga i meno rappresentati. Come si spiega il fenomeno? E cosa accade negli altri paesi?

Chi rappresenta i sei milioni di italiani all’estero

Il referendum costituzionale del 20 e 21 settembre ha confermato la riforma approvata dal Parlamento sulla riduzione di circa un terzo dei suoi membri. Gli effetti del taglio sulla rappresentanza democratica hanno acceso un ampio dibattito, ma che, visti i risultati, appare essere stato ampiamente accettato dal corpo elettorale. Tuttavia, non tutti gli elettori sono uguali. O meglio: non tutti sono rappresentati allo stesso modo. Si è già scritto che in alcune piccole regioni il taglio dei senatori è stato superiore al 50 per cento, contro una media del 37 per cento. A parte i diretti interessati, nessuno si è invece occupato seriamente degli italiani all’estero. Sono circa 6 milioni quelli ufficialmente residenti fuori dall’Italia, e quindi iscritti all’Anagrafe per gli italiani all’estero (Aire). Tra questi, coloro che hanno diritto di voto sono circa 4,5 milioni (gli elettori in Italia sono 46,5 milioni). Ora, a rappresentarli saranno 4 senatori e 8 deputati. Significa che ogni deputato eletto all’estero rappresenterà circa 560mila elettori (375 mila prima dell’ultima riforma). A titolo di paragone, alle prossime elezioni legislative ogni deputato eletto in Italia rappresenterà circa 118 mila elettori (75 mila prima della riforma).

Cosa succede nel mondo

Benché la maggior parte dei paesi nel mondo permetta ai propri cittadini residenti all’estero di votare per le elezioni nazionali, spesso previa registrazione, sono pochissime le legislazioni che prevedono specifici seggi per gli emigrati: Algeria, Angola, Capo Verde, Colombia, Croazia, Ecuador, Francia, Italia, Mozambico, Panama, Portogallo, Romania e Tunisia. Per quanto riguarda l’Italia, il numero degli eletti nella circoscrizione estero è stato appena ridotto da 18 a 12 dalla riforma costituzionale: 8 membri alla Camera su 400 e 4 al Senato su 200, esattamente il 2 per cento. Per gli altri paesi, le quote sono presentate in tabella 1. Si tratta di quote molto variabili, ma solitamente piuttosto contenute, che diventano rilevanti solo in casi particolari (Tunisia e Capo Verde). Diversi paesi, anche sollecitati dall’esempio italiano, si sono dotati di rappresentanze specifiche dei territori al di fuori del parlamento.

Come vengono rappresentati gli italiani all’estero

I parlamentari eletti all’estero sono infatti la punta dell’iceberg, più visibile e nota, del sistema della rappresentanza degli italiani all’estero, e ne sono anche la parte più recente (nati con la “legge Tremaglia” del 2001). Sin dagli anni Ottanta la rappresentanza si era istituzionalizzata, attraverso volontari impegnati nelle associazioni, in due direzioni. Quella delle Consulte regionali per l’emigrazione, che esercita la rappresentanza rispetto al territorio di provenienza, e quella dei Comitati degli italiani all’estero (Com.It.Es.), che vengono eletti da tutti gli iscritti al registro per gli italiani all’estero (Aire) di ciascuna circoscrizione consolare e che fungono da interfaccia tra la comunità e il consolato, ma anche le autorità locali. A loro volta, i Com.It.Es. eleggono i membri del Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie). Composta da 63 consiglieri (di cui 20 di nomina governativa), l’istituzione è per legge luogo di sintesi delle politiche per gli italiani all’estero ed è presieduta dal ministro degli Esteri.

Serve votare all’estero?

L’Italia è quindi un paese all’avanguardia nel rappresentare i suoi cittadini all’estero, ma questa rappresentanza, se non valorizzata nel suo insieme, rischia di risultare solo simbolica, specie dopo il taglio referendario. Se gli italiani all’estero (molti dei quali partiti in dissenso rispetto all’immobilismo del Belpaese) hanno dimostrato ora e nel 2016 di volere che il paese venga riformato, il legame con le proprie diversificate rappresentanze è più difficile da custodire. Questo avviene perché la matrice associativa che ha gettato le fondamenta delle istituzioni vigenti non è più (o non è ancora) la cifra delle nuove emigrazioni. E perché l’aumento del 62 per cento degli emigrati in dieci anni ha travolto la capillarità di una comunità semi-organizzata, irrompendo con un afflusso forte e rapido che deve ancora costruire un proprio reticolato.

E se secondo alcuni, il diritto di voto degli italiani all’estero dovrebbe connotarsi come un “diritto di tribuna”, va ricordato che si sta parlando del 10 per cento della popolazione. La

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Il Punto

Mar, 20/10/2020 - 13:27

Le istituzioni europee, messe a dura prova dalla crisi scatenata dalla pandemia, hanno risposto bene. Lo dimostrano le analisi dell’Osservatorio Monetario sulle misure adottate. Senza un monitoraggio preciso dell’andamento dei contagi nelle scuole, si rischia di dover procedere a nuove chiusure che avranno ricadute pesanti sul futuro degli studenti.
Il blocco dei licenziamenti ha congelato ia forza-lavoro: l’obiettivo dovrebbe invece essere favorirne la transizione dalle aziende in crisi a quelle bisognose di manodopera. Intanto, i patrimoni ereditati non solo aumentano di valore ma sono sempre più concentrati nelle mani di pochi. Con la tassazione sui trasferimenti che continua a calare.
Più che sulla velocità di connessione, il dibattito sul 5G dovrebbe concentrarsi sugli effetti in termini di struttura delle reti e del mercato. Il nostro approfondimento.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.
È ripresa la nostra collaborazione con Economia24, la trasmissione economica di RaiNews24: ogni venerdì alle 11.45 un nostro redattore sarà ospite del programma. Nell’ultima puntata Fabiano Schivardi ha parlato di start up.

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Coronavirus e crisi economica: la risposta europea*

Mar, 20/10/2020 - 10:59

La crisi economica generata dal coronavirus ha messo a dura prova le istituzioni europee. Nel complesso, l’Europa ha risposto bene, come dimostrano le analisi dell’Osservatorio Monetario. Pubblichiamo qui l’introduzione, con l’esame delle misure adottate.

L’Europa di fronte alla pandemia

La pandemia scatenata dal Covid-19 e la crisi economica, dovuta alle misure di restrizione, hanno rappresentato una sfida formidabile per i governi di tutto il mondo.

Per l’Europa la sfida è stata ancora più insidiosa, poiché il governo dell’economia avviene nel nostro continente su più livelli: quello nazionale, quello della zona euro e quello della Unione europea. La Ue ha istituzioni complesse, che generalmente prendono decisioni in tempi lunghi e attraverso faticose trattative, procedendo per piccoli passi. L’emergenza Covid-19 ha richiesto invece decisioni forti e rapide. All’inizio della crisi, sembrava che l’Europa stesse per rimanere imprigionata nelle sue logiche fatte di diffidenze reciproche, veti incrociati e complicazioni procedurali. Poi invece ha dimostrato di sapere agire rapidamente e con decisioni importanti. Le iniziative prese nel campo della politica monetaria e fiscale rappresentano un successo per l’Europa, che ha così smentito i suoi detrattori. In particolare, alcuni degli strumenti introdotti, come il Sure (temporary support to mitigate unemployment risks in an emergency) e il Recovery Fund, prefigurano l’inizio di una politica fiscale europea. Senza fare del facile ottimismo, possiamo dire che queste novità contribuiscono a rimediare alla storica asimmetria che affligge l’area euro: politica monetaria unica e politiche fiscali nazionali.

Naturalmente resta ancora molta strada da fare, su due fronti. Il primo è l’individuazione delle modalità con le quali utilizzare la straordinaria dotazione di fondi messi a disposizione dai nuovi strumenti europei. Il secondo è il completamento del processo di integrazione fiscale, di cui le iniziative prese quest’anno rappresentano solo l’inizio.

Il n. 2/2020 di Osservatorio Monetario discute la reazione europea alla crisi generata dal coronavirus. Questa crisi ha messo in luce che vi sono due modi di decidere in Europa, diversi tra di loro: quello comunitario e quello intergovernativo. Il primo è quello utilizzato dalle istituzioni sovranazionali, in particolare dalla Banca centrale europea e dalla Commissione europea. Il secondo è quello che prevale nel Consiglio europeo, dove i capi di governo trattano tra di loro. Le istituzioni sovranazionali sono state in grado in tempi rapidi di attuare (nel caso della Bce) e di proporre (nel caso della Commissione Ue) interventi di ampio respiro, basati su di una visione che tenesse conto della necessità di una risposta corale alla sfida posta dalla pandemia. La trattativa tra i governi è stata invece impostata, almeno all’inizio, sulla base di una contrapposizione tra i paesi cosiddetti “frugali” e quelli interessati a realizzare importanti programmi di spesa pubblica senza accrescere troppo i già elevati debiti pubblici nazionali. Alla fine, l’accordo è stato trovato: un ruolo determinante è stato giocato dal governo tedesco, che ha fatto pendere la bilancia delle trattative a favore del secondo gruppo di paesi (tra cui il nostro), che rappresenta peraltro la netta maggioranza della popolazione europea (unitamente alla Germania stessa). La minaccia di un veto da parte di una piccola minoranza di paesi è stata così sventata.

Gli strumenti per rispondere alla crisi

Il Recovery Fund (o meglio il Next Generation EU) mette a disposizione nei prossimi anni 750 miliardi di euro a livello europeo, di cui quasi 210 destinati all’Italia. Ora è di fondamentale importanza progettare bene l’utilizzo di questi fondi. I settori sui quali investire sono noti: l’ambiente, la digitalizzazione, l’istruzione, la ricerca, l’efficienza della pubblica amministrazione. Il problema è uscire dalla genericità delle linee-guida e individuare progetti precisi, nonché monitorarne la realizzazione. Cruciale sarà la governance dei processi decisionali: meglio accentrare il controllo presso una unica autorità piuttosto che disperdere le responsabilità. Un ostacolo da superare sarà la proverbiale complicazione e lentezza della pubblica amministrazione nostrana.

Un altro strumento importante è il Sure, il nuovo fondo europeo di sostegno ai lavoratori colpiti dalla perdita del lavoro. Il fondo, partito con una dotazione di 100 miliardi di euro, è già un successo: 17 paesi europei hanno fatto richiesta per utilizzarlo, per un totale di 87 miliardi (di cui 27 sono andati all’Italia).

Non altrettanto si può dire per la nuova linea di credito del Meccanismo

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Le eredità degli italiani? Per pochi e sempre più ricche

Mar, 20/10/2020 - 10:58

I dati delle dichiarazioni di successione indicano che i patrimoni ereditati non solo aumentano di valore, ma diventano sempre più concentrati nelle mani di pochi. Scende, però, il peso della tassazione su questi trasferimenti. Non è una buona notizia.

Il peso dei lasciti

I trasferimenti di ricchezza sotto forma di eredità e donazioni in vita costituiscono, insieme ai risparmi attivi, ai tassi di rendimento e all’apprezzamento netto degli attivi patrimoniali, uno dei meccanismi principali di accumulazione del patrimonio personale. Si tratta, tuttavia, di un argomento poco approfondito nella letteratura economica, anche per via di una penuria di dati convincenti.

In un nuovo studio, scritto insieme a Paolo Acciari, abbiamo analizzato i dati amministrativi relativi a tutte le dichiarazioni di successione presentate ogni anno a nome dei deceduti nel nostro paese a partire dalla metà degli anni Novanta. Questi dati coprono fino a oltre il 60 per cento di tutti i decessi annuali e forniscono una fotografia del patrimonio finanziario e immobiliare (al netto dell’indebitamento) che entra in successione e viene dunque suddiviso tra gli eredi che subentrano nella proprietà. Il resto dei decessi non è rappresentato nei dati poiché non ci sono proprietà da trasferire oppure i lasciti non includono alcuna proprietà immobiliare e, contemporaneamente, il loro valore è relativamente basso (per esempio, meno di 26 mila euro fino al 2014 e 100 mila euro successivamente).

Il flusso annuale di tutti i trasferimenti di ricchezza è quasi raddoppiato in proporzione al reddito nazionale fra il 1995 e il 2016, passando dall’8,5 al 15 per cento. Discorso simile vale per il flusso in proporzione al reddito disponibile delle famiglie italiane, che sale dal 9,6 al 18,5 per cento.

Nello stesso periodo, invece, sono crollate sia le entrate tributarie dall’imposta di successione (dallo 0,15 allo 0,05 per cento delle entrate totali, a seguito di diverse riforme dell’imposta), sia i tassi di risparmio delle famiglie italiane. Come già evidenziato in un precedente articolo, i dati dell’Ocse mostrano infatti che se l’Italia era nel 1995 l’economia con il più alto tasso di risparmio al mondo (Cina esclusa) con il 16 per cento, nel 2016 ha tassi di risparmio modesti, pari al 3,2 per cento. In altre parole, sempre più ricchezza viene accumulata grazie a trasferimenti ereditati e sempre di meno grazie ai risparmi.

L’aumento dell’incidenza dei flussi ereditari e delle donazioni appare evidente anche in relazione allo stock totale di ricchezza delle famiglie italiane, che passa dall’1,7 al 2,4 per cento nel periodo dal 1995 al 2016. Una simile tendenza alla crescita dei trasferimenti di ricchezza era stata già stimata in un lavoro di Luigi Cannari e Giovanni D’Alessio (2018) utilizzando i dati dell’indagine campionaria sui bilanci delle famiglie italiane, seppur derivando livelli molto più bassi: dallo 0,99 per cento nel 1995 all’1,52 per cento nel 2016.

Si scopre dunque che l’Italia, oltre a essere l’economia avanzata dove il rapporto fra ricchezza delle famiglie e reddito nazionale appare fra i più alti al mondo, è anche uno dei paesi con maggiore incidenza dei trasferimenti di ricchezza. Solo in Francia i lasciti e le donazioni sono stimati valere, intorno al 2010, circa il 15 per cento del reddito nazionale, come in Italia, mentre in Germania e Regno Unito il valore si attesta intorno all’11 e 9 per cento, rispettivamente.

I flussi di trasferimento di ricchezza valevano nel 2016 circa 210 miliardi di euro. Il valore totale rappresentato in figura 1 si raggiunge a partire dal valore totale dei lasciti riportati annualmente nelle dichiarazioni di successione – pari a 112 miliardi di euro -, facendo alcuni aggiustamenti. Il primo è trasformare il valore catastale degli immobili in valore di mercato nelle dichiarazioni di successione; il secondo è stimare i piccoli lasciti che non sono soggetti a dichiarazione e quindi non vengono registrati nei dati amministrativi; il terzo è correggere i valori riportati per accomodare la sottostima risultante dall’evasione fiscale e dall’esenzione fiscale di alcuni cespiti; il quarto è aggiungere il valore delle donazioni in vita come riportate nei dati del ministero dell’Economia e Finanza e applicare correzioni simili.

Le disparità

Qual è l’eterogeneità che si nasconde dietro l’aumento medio dei lasciti ereditari? Per rispondere, ci concentriamo sui lasciti ereditari (tralasciando le donazioni in vita) e correggiamo unicamente i valori riportati in dichiarazione per trasformare i valori catastali degli immobili a prezzi di mercato.

Innanzitutto, esiste un divario di genere. Seppur diminuito rispetto agli anni Novanta, permane per i gruppi di

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Licenziamenti: un blocco che non fa bene a nessuno

Mar, 20/10/2020 - 10:03

Anziché congelare le eccedenze di forza-lavoro in attesa che ciascuna azienda possa riassorbire la propria, andrebbe sostenuta la transizione dalle aziende in crisi a quelle che cercano manodopera e non la trovano. Che sono più di quante si pensi.

Un “contratto di solidarietà” nazionale?

Proroga del blocco dei licenziamenti addirittura per un triennio, a fronte del rinvio per lo stesso periodo del rinnovo dei contratti coi relativi aumenti retributivi. Lo scambio proposto dal segretario della Uilm Rocco Palombella a governo e Confindustria è una sorta di grande “contratto di solidarietà” di livello nazionale: accettiamo di essere pagati di meno, pur di salvaguardare gli attuali livelli occupazionali. La proposta si fonda sull’idea che in questo momento le possibilità di ricollocazione delle persone che altrimenti perderebbero il posto siano pressoché nulle e che invece, superata la fase attuale di crisi economica acuta, ciascuna impresa potrà riassorbire gradualmente la propria eccedenza di manodopera.

L’intendimento del progetto è apprezzabile, ma le due premesse su cui esso si fonda – per quanto largamente condivise dall’opinione pubblica – non corrispondono alla situazione effettiva e alle prospettive del nostro tessuto produttivo. Va detto, innanzitutto, che a fronte dei settori flagellati dallo tsunami della pandemia ci sono settori che invece non ne sono stati colpiti e altri che addirittura hanno registrato forti aumenti della domanda e stentano a trovare le persone di cui avrebbero bisogno: il bollettino Unioncamere di ottobre 2020 ci informa puntualmente delle difficoltà di reperimento di personale specializzato – qualificato e anche non qualificato – che si incontrano soprattutto nei settori dei servizi informatici, dei servizi medico-sanitari, di quelli alle famiglie e alle comunità locali, dei servizi logistici e delle consegne a domicilio, dei servizi di installazione e manutenzione, della certificazione e controllo di qualità, della ricerca e sviluppo, della sicurezza e della tutela ambientale, nonché in quasi tutti i settori dell’artigianato, dall’alimentare alla sartoria fino ai servizi alla persona di vario genere. La tabella che segue indica, per le qualifiche più richieste, in 763 mila le assunzioni previste nel trimestre ottobre-dicembre 2020, con la previsione di difficoltà di reperimento in un caso su tre (32,5 per cento).

Il paradosso della compresenza di alta disoccupazione e skill shortage

La realtà è che il tessuto produttivo italiano è da tempo afflitto, in molti settori e a tutti i livelli professionali, da diffuse situazioni di skill shortage. Subito prima dello scoppio della pandemia, Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro) e Unioncamere registravano circa 1,2 milioni posti di lavoro permanentemente scoperti per la difficoltà di trovare la manodopera qualificata o specializzata necessaria; se anche un quarto o un quinto di queste opportunità si sono perse per effetto della crisi attuale (in proporzione con la contrazione generale della produzione), ci sono comunque ancora nelle nostre imprese molte centinaia di migliaia di posti di lavoro che restano permanentemente scoperti.

Per il rilancio della nostra economia, dunque, la ricetta non può essere quella di congelare la situazione occupazionale attuale, tenendo in letargo la forza-lavoro eccedentaria, nella speranza che nel giro di qualche anno essa venga riassorbita nelle stesse aziende in cui l’eccedenza si è verificata, bensì occorre attivare il più possibile il trasferimento delle persone dai settori colpiti dalla crisi a quelli che non ne sono colpiti o addirittura ne sono avvantaggiati. E comunque attivare i percorsi necessari per indirizzare subito efficacemente ciascuna persona in cerca di lavoro verso la situazione di skill shortage geograficamente e professionalmente più accessibile.

Protrarre il divieto dei licenziamenti tenendo le persone in cassa integrazione sine die – poiché di questo si tratterebbe necessariamente, col protrarsi del blocco – significherebbe invece condannare le persone stesse a un periodo lunghissimo di sostanziale disoccupazione, con deterioramento progressivo della loro employability: è noto infatti che, a parità di altre condizioni, quanto più dura il periodo di inattività tanto più è difficile trovare un nuovo lavoro. Significherebbe inoltre aumentare la vischiosità dell’intero mercato del lavoro, riducendo la propensione delle imprese ad assumere – e quindi anche la mobilità interaziendale – e scoraggiando la ricerca del nuovo posto di lavoro anche nei casi in cui essa può dare rapidamente un esito positivo

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La scuola è un focolaio?

Lun, 19/10/2020 - 18:16

La riapertura delle scuole ha contribuito all’aumento dei contagi da Covid-19? Manca un monitoraggio preciso dell’andamento dei nuovi positivi, che invece sarebbe necessario. Anche per evitare chiusure che hanno pesanti riflessi sul futuro degli studenti.

Mancano i dati

Il contribuito delle scuole all’aumento dei contagi da coronavirus registrato negli ultimi giorni è un argomento molto dibattuto, ma su cui mancano stime precise. Intanto, però, in Campania le scuole sono state le prime a essere chiuse, in risposta all’incremento esponenziale dei casi. E in base alle disposizioni dell’ultimo Dpcm, le scuole superiori su tutto il territorio nazionale potrebbero tornare alla didattica a distanza.

I dati riportati dal ministro Lucia Azzolina e ripresi dalla stampa indicano che, fino al 10 ottobre, risultavano contagiati 5.793 studenti, ossia lo 0,08 per cento del totale, mentre tra il personale docente e non docente si registravano, rispettivamente, 1020 e 283 casi (0,13 e 0,14 per cento del totale). Questi dati sono stati presentati come una rassicurazione sul fatto che le scuole non siano veicolo di contagio. Tuttavia, è possibile che anche se l’edificio scolastico in sé non rappresenta un cluster di contagi, siano gli spostamenti collegati al raggiungimento delle scuole a determinare una maggiore velocità di circolazione del virus. Soprattutto nelle grandi città i ragazzi utilizzano i mezzi di trasporto pubblici per raggiungere gli istituti, contribuendo a generare quel sovraffollamento sui mezzi che il limite di occupazione all’80 per cento non è riuscito a evitare.

Contagi e data di apertura delle scuole

In ogni caso, monitorare l’andamento dei contagi seguito alla riapertura delle scuole dovrebbe essere una priorità per il governo e difficilmente si può ritenere sufficiente la pubblicazione del numero di studenti o personale scolastico che risultano positivi ai test. Bisognerebbe tener conto anche degli effetti indiretti collegati al ritorno a scuola sui contagi avvenuti in altri contesti.

Naturalmente non è semplice, ma un tentativo di misurare l’impatto della frequenza scolastica sulla dinamica dei casi di coronavirus può essere fatto confrontando la curva dei contagi nelle regioni che hanno riaperto le scuole il 14 settembre rispetto a quelle che hanno deciso di posticipare l’apertura al 24 settembre. Se le scuole contribuiscono al contagio, allora dovremmo osservare un aumento dei casi più marcato nel primo gruppo di regioni rispetto al secondo gruppo, con un ritardo temporale dovuto a diversi fattori: per esempio, il tempo di incubazione della malattia e il fatto che spesso i ragazzi presentano sintomi lievi o non li presentano affatto (e dunque il contagio potrebbe impiegare più tempo a essere identificato).

È possibile verificare questa ipotesi analizzando la differenza nel numero di nuovi positivi giornalieri per 100 mila abitanti nelle regioni in cui si è tornati a scuola il 14 settembre (gruppo trattato) rispetto a quelle in cui lo si è fatto il 24 settembre (gruppo di controllo), escludendo le regioni che hanno aperto le scuole in date diverse (ossia la provincia autonoma di Bolzano, il Friuli e la Sardegna). Nel farlo, è importante controllare per gli “effetti fissi regionali”, ossia per quelle differenze insite, che non variano nel tempo, sfruttando l’orizzonte temporale preso in analisi: il periodo 16 agosto-17 ottobre. La figura 1 mostra gli effetti. Ogni punto rosso nel grafico coincide con la differenza nel numero di nuovi positivi giornalieri per 100 mila abitanti nelle regioni che hanno aperto prima rispetto a quelle che hanno aperto dopo, mentre le barre blu verticali rappresentano l’incertezza intorno alle stime. L’asse orizzontale riporta la dimensione temporale, espressa come giorni trascorsi dal 14 settembre. Il grafico evidenzia come, prima della riapertura, le regioni appartenenti ai due gruppi non mostravano differenze significative tra loro (ossia erano su trend paralleli). Una tendenza confermata anche nei 25 giorni successivi alla riapertura anticipata. Nell’ultima settimana, però, si è registrato un deciso cambiamento, con la pendenza della curva che è aumentata in maniera piuttosto evidente. La differenza media negli ultimi 7 giorni è 5,7 nuovi positivi per 100 mila abitanti nelle regioni con aperture anticipate rispetto alle altre. Nello stesso periodo le regioni nel gruppo di controllo hanno registrato in media 8,1 casi per 100 mila abitanti, perciò l’aumento nei casi nelle regioni che hanno anticipato l’apertura è pari a circa il 71 per cento di questo valore. Considerato che nel frattempo anche le regioni “ritardatarie” hanno riaperto le scuole possiamo interpretare l’effetto come un limite

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Reti di servizio per la “materializzazione” di Internet

Lun, 19/10/2020 - 11:24

Concentrare il dibattito sulla velocità di connessione non tiene conto degli effetti che il passaggio al 5G comporta sulla struttura stessa delle reti e del mercato. All’ipotesi di sviluppo dall’alto se ne affianca una dal basso, che dà più garanzie.

Cosa significa passare al 5G

Il dibattito sui ritardi nella digitalizzazione del nostro paese ha il suo epicentro sulla bassa velocità di connessione che le attuali reti assicurano a cittadini e aziende e sulla necessità di realizzare, il più rapidamente possibile, reti di nuova generazione ad alta capacità, quelle che l’Europa chiama “Very High Capacity Network”. Il Covid-19 ha accelerato la sensazione di urgenza: l’aumento esponenziale dell’utilizzo di strumenti di commercio, didattica e interazione a distanza ha infatti reso visibile a tutti la necessità di una rete di comunicazioni efficiente, sicura e affidabile. La conclusione è stata: abbiamo bisogno di concentrare gli sforzi e di utilizzare le risorse in arrivo dal Recovery Fund per realizzare una rete “a prova di futuro”; una rete “unica”.

Il ragionamento concentra il dibattito sulle caratteristiche tecniche della rete futura, sulla “larghezza di banda” e la conseguente velocità di connessione che sarà in grado di garantire al paese, ma non considera gli effetti che il passaggio alla quinta generazione (5G) sta per introdurre sulla struttura stessa delle reti e del mercato. Alla descrizione dei cambiamenti strutturali è dedicato questo contributo. In un articolo successivo analizzeremo le conseguenze che ciò comporta sul dibattito in corso sulla rete “unica” (che preferisco chiamare “neutrale”), sul suo perimetro e sulla forma che potrà assumere in Italia.

La materializzazione di Internet

La caratteristica profondamente innovativa del 5G non è la bassa latenza o l’aumento della larghezza della banda, ma il diffuso utilizzo delle tecnologie wireless per connettere “oggetti” e la nascita dell’Internet delle cose. In una parola: la “materializzazione” di Internet.

La descrizione della rete come luogo dell’immateriale si adattava alle caratteristiche della prima fase dello sviluppo del web, con servizi che non avevano bisogno di oggetti fisici per funzionare in modo efficiente. Una e-mail, una ricerca sul web, l’ordine di un oggetto o lo “streaming” di un film erano attività che non avevano bisogno di una rete fisica dedicata. Con il 5G questo cambia radicalmente; è possibile costruire reti “attorno” ai servizi, aggiungere server di contenuti, sensori, attuatori, “oggetti” che potenziano l’efficacia e la qualità del servizio.

Non si tratta di una semplice transizione tecnologica. L’evoluzione cambierà “driver” e protagonisti degli ingenti investimenti necessari per realizzare le reti di nuova generazione e, di conseguenza, avrà effetti duraturi sulla struttura del mercato e sul futuro valore dello spettro. Cerchiamo di capire perché.

Nello scenario 5G sono le esigenze del servizio a definire le reti fisiche specifiche che ne esaltano la qualità; reti dedicate, flessibili e intelligenti, costruite attorno al servizio e integrate con gli oggetti fisici che lo rendono possibile. Già in passato avevamo reti di questo tipo: le reti mobili o di “broadcasting” radio-tv con i loro trasmettitori specializzati o le reti degli “operatori Tlc infrastrutturati” (Fastweb ad esempio) che integravano e potenziavano la rete dell’ex-monopolista con segmenti di rete in fibra. Si trattava però di eccezioni. La norma era l’acquisto di servizi “wholesale” dall’operatore storico e la rivendita agli utenti finali. Il modello era quello della “access based competition” (concorrenza basata sull’accesso) sulla base della direttiva Ue della “Open Network Provision”, con una spinta verso la competizione infrastrutturale data dal modello della “scala degli investimenti”, da salire per replicare e stimolare lo sviluppo della rete dell’incumbent.

Nell’ecosistema 5G, lo sviluppo sinergico di reti e servizi sarà invece la regola, con la realizzazione di reti costruite “attorno” ai servizi del futuro: computer al bordo delle strade e sui veicoli che potenziano la rete di comunicazione e rendono possibile la guida assistita e autonoma; reti di distribuzione dei contenuti (Cdn) che ottimizzano il flusso dei contenuti della tv in “streaming” per rendere possibile una visione senza interruzioni ad alta risoluzione; set-top-box di intrattenimento domestico, sensori e apparati medici per la medicina di prossimità e per abilitare i sistemi di produzione 4.0.

La competizione tra operatori infrastrutturati diverrà dunque la regola e gli investimenti in reti “su misura” il suo strumento principale. Ma come si svilupperà il nuovo ecosistema? Quali saranno i

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Il Punto

Ven, 16/10/2020 - 12:38

Timidi segnali di ripresa nel secondo trimestre 2020 dal lato dell’occupazione. Ma il futuro resta incerto: al nuovo picco di contagi si aggiungono le conseguenze del ricorso massiccio alla cassa integrazione. Un gettito extra per finanziare il taglio del cuneo fiscale potrebbe giungere da una rimodulazione delle aliquote Iva sulla carne, la cui produzione è tra le principali cause dell’inquinamento dell’aria.
Con la crisi da Covid-19 si riaccende la preoccupazione per crediti deteriorati nei portafogli delle banche. Bisogna trovare un equilibrio tra sostegno all’economia e stabilità finanziaria. Discutibili le nomine al vertice dell’Autorità di regolazione dei trasporti, solo le ultime di una lunga serie. Come migliorare i processi per evitare un peggioramento qualitativo?
I sistemi di protezione per richiedenti asilo non sembrano portare benefici né ai rifugiati né alle comunità in cui sono inseriti. Manca una valutazione sistematica dell’operato degli Sprar.

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Più Iva sulla carne per dare respiro all’ambiente

Ven, 16/10/2020 - 11:52

Gli allevamenti di carne bovina e suina contribuiscono all’inquinamento dell’aria. Per ridurre produzione e consumo non serve una nuova imposta, basta agire sulle aliquote Iva. Il gettito aggiuntivo potrebbe finanziare per esempio il taglio del cuneo fiscale.

Attività che producono particolato

La qualità dell’aria delle città in cui viviamo interessa sia il benessere dei cittadini sia la tutela ambientale. Pertanto, il rilascio di sostanze inquinanti, oltre ad avere un impatto negativo sull’ecosistema, costituisce anche un problema di sanità pubblica.

Una delle maggiori fonti di inquinamento dell’aria ai giorni nostri è la formazione del cosiddetto particolato, meglio conosciuto con il nome di polveri sottili. Il particolato di minori dimensioni, che causa problemi respiratori e circolatori, in Italia è dovuto per il 38 per cento alla combustione nelle case delle caldaie che servono ad alimentare il riscaldamento. La seconda fonte – con il 15 per cento – è rappresentata dagli allevamenti. Qui una parte di rilievo è giocata dal particolato secondario, che si forma con l’emissione di ammoniaca dovuta allo stoccaggio dei liquami. Al terzo posto, con il 14 per cento, ci sono i trasporti che emettono particolato tramite i gas di scarico degli automezzi. L’industria si situa solo al quarto posto, con emissioni di particolato pari all’11 per cento del totale.

Il settore trasporti è già regolamentato tramite i blocchi della circolazione dei veicoli più inquinanti, mentre le emissioni derivanti dalle caldaie sono state ridotte dalle nuove tecnologie indotte dalla normativa europea (direttiva 2009/125/Ce). Per le industrie, il decreto legislativo 152/2006 stabilisce valori limite alle emissioni. Nessuna normativa regola invece la formazione di particolato dovuto all’emissione di ammoniaca negli allevamenti (pari all’83 per cento delle emissioni totali). Secondo Ispra bisognerebbe ricorrere ad “azioni (…) strutturali, come la riduzione dei capi o le opzioni tecnologiche”.

Non serve una nuova imposta

Gli allevamenti producono dunque una cosiddetta esternalità negativa, che i manuali di economia suggeriscono di ridurre attraverso una imposta pigouviana, cioè un’imposta indiretta sull’attività inquinante, che dovrebbe aumentare il costo di produzione e quindi spingere a diminuirne l’entità. L’introduzione di un’imposta sulla carne da allevamento è in discussione in vari paesi europei, dalla Germania (incremento di Iva) a Paesi Bassi (introduzione di un’accisa specifica), Danimarca e Svezia. Una proposta, che prevede un’imposta del 25 per cento sul consumo, è stata recentemente presentata al Parlamento europeo dal gruppo dei Verdi e Socialisti e Democratici. La nuova imposta si sommerebbe all’Iva già presente in tutti paesi europei.

Ma non c’è bisogno di spingersi fino a un’imposta sul consumo di carne. In Italia, come negli altri paesi Ue, esiste già l’Iva, con aliquote modulabili per tipo di bene. Oggi sulle carni si applica il 10 per cento, un’aliquota molto inferiore a quella ordinaria del 22 per cento. Nel nostro paese si potrebbe dunque pensare a un innalzamento – graduale – dell’aliquota all’interno della logica che prevede di utilizzare una tassazione ambientale per finanziare interventi socialmente desiderabili come la riduzione del cuneo fiscale per i redditi medio-bassi, già prevista dalla Nadef 2020. La legge prevede infatti che la riduzione “del cuneo fiscale sul lavoro (…) con la revisione del sistema di incentivi ambientali” allineerà “gli obiettivi ambientali e sociali a cui il paese si ispira a livello europeo e internazionale”.

Calcoli sul gettito Iva

Per calcolare il gettito di imposta che deriverebbe dall’aumento dell’aliquota sulla carne dal 10 al 22 per cento utilizziamo come prezzi di riferimento la media dei prezzi al consumo del 40 per cento del totale dei distributori di carni. In particolare, facciamo riferimento ai prezzi di Coop, Conad, Selex ed Esselunga. Il prezzo medio nell’ottobre 2020 della carne bovina è di 12,75 euro al kg, quello della carne suina di 7,75 e quello della carne avicola di 8,12.

Sono prezzi al lordo dell’Iva al 10 per cento. Calcoliamo i prezzi al netto dell’Iva e poi su questi calcoliamo l’Iva al 22 per cento. La differenza tra l’Iva al 22 e l’Iva al 10 per cento permette di ottenere il gettito aggiuntivo dell’aumento dell’aliquota. In particolare, l’attuale Iva al 10 per cento si concretizza in un’imposta pari a 1,16 euro per chilo di bovino, 0,70 per chilo di suino e 0,74 per chilo di avicolo. Se aumentassimo l’Iva al 22 per cento avremmo un’imposta di 2,55 euro al chilo per i bovini, 1,55 euro al chilo per i suini e 1,62 per chilo di avicolo.

Il totale di carne bovina co

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Accoglienza: quando la realtà smentisce le narrazioni

Ven, 16/10/2020 - 11:45

Il sistema Sprar è spesso definito una buona pratica, ma i fatti smorzano l’ottimismo. Questa politica non sembra rispondere alle logiche di un’accoglienza che dia benefici ai rifugiati e alla comunità. Manca una sistematica valutazione dei risultati.

I sistemi di accoglienza dell’Italia

Tra il 2014 e il 2018, l’Italia ha ospitato in media 142 mila richiedenti asilo e rifugiati all’anno, suddivisi fra soccorso, prima e seconda accoglienza. Dal 2018, quest’ultima si attua attraverso il sistema Siproimi-Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati, benché nel linguaggio comune sia rimasto il precedente nome Sprar-Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Con il decreto Salvini (Dl 4 ottobre 2018, n. 113) la seconda accoglienza si rivolge quasi esclusivamente a chi ha già ottenuto lo status di rifugiato, escludendo i richiedenti asilo.

In ogni caso, in una sorta di “imbuto” dell’accoglienza, tra il 2016 e il 2017, per ogni beneficiario Sprar, sei migranti erano accolti nei centri di accoglienza straordinaria (Cas), o in altri centri.

Lo Sprar offre, per 6-18 mesi, non solo vitto e alloggio, ma anche servizi di integrazione: supporto psicologico, formazione, inserimento sociale e lavorativo. Gli enti locali, finanziati al 95 per cento dallo stato centrale, possono presentare un progetto al ministero dell’Interno, decidendone i numeri e gli standard di servizio, così come la spesa per persona accolta. La volontarietà del progetto dovrebbe garantire rispondenza tra le capacità di accogliere del territorio e il numero di persone accolte.

Figura 1 – I comuni (in forma singola o associata) che hanno attivato un progetto Sprar tra il 2011 e il 2017

Fonte: rielaborazione dati ministero dell’Interno.

Lo Sprar è definito un metodo di accoglienza diffusa, poiché i beneficiari sono suddivisi tra enti locali (795 nel 2020) e all’interno di comuni, solitamente in appartamenti.

La logica del sistema Sprar

Un sistema di accoglienza per i rifugiati dovrebbe rispondere a quattro logiche fondamentali.

1) Data la volontarietà dell’adesione da parte degli enti locali, l’accoglienza dovrebbe concentrarsi nei territori con un orientamento politico solidaristico e inclusivo.

2) Avendo come obiettivi autonomia e integrazione dei beneficiari, lo Sprar dovrebbe diffondersi nei territori con una più alta domanda di lavoro straniera, caratterizzati da un alto tasso di occupazione generale e un’alta incidenza di stranieri occupati.

3) Lo Sprar dovrebbe convergere verso un modello di accoglienza nazionale omogeneo, che, comparando i diversi Sprar, conduca al mix di servizi più efficaci. Così facendo, si otterrebbe anche una maggiore omogeneità nella spesa giornaliera per assistito.

4) A garanzia del suo buon funzionamento, lo Sprar dovrebbe mirare all’equilibrio tra dispersione sul territorio e concentrazione. La prima, infatti, diluisce la presenza straniera ed evita le proteste Nimby (Not-In-My-Back-Yard). La seconda, invece, garantisce economie di scala nei servizi.

La realtà dei fatti

1) Quando si considerano variabili politiche, come l’orientamento politico e la vicinanza alla rielezione del sindaco, o economiche, come il tasso di occupazione straniera, si registrano risultati statisticamente significativi soltanto nei comuni del Nord.

2) Lo Sprar è relativamente più diffuso proprio nelle regioni più povere. Infatti, in forma singola o associata, il 20 per cento dei comuni del Sud ospita uno Sprar contro il 9 per cento di quelli del Nord.

Al Sud, la scelta di accogliere tramite lo Sprar non sembrerebbe dipendere dalla domanda di popolazione giovane e dal potenziale di inserimento sociale, quanto piuttosto dalla necessità di ricevere fondi statali da convogliare sul territorio. Se alcune realtà positive, come Riace, hanno utilizzato i fondi a beneficio delle comunità, c’è il rischio concreto che per altri lo Sprar diventi un modo facile di finanziare il terzo settore, senza però avere i “fondamentali” alla base dell’accoglienza: capacità di integrazione, necessità di manodopera, professionalità, strutture.

3) Il livello dei servizi varia sia tra regioni, sia all’interno delle stesse regioni. La mancanza di una sistematica valutazione d’impatto rende impossibile definire quale sia la migliore combinazione di servizi. Invece, i comuni più poveri accolgono relativamente più beneficiari offrendo meno servizi, mentre i comuni più ricchi accolgono meno, ma con standard più elevati. Dato il finanziamento nazionale, gli standard di servizio dipendendo esclusivamente dal capitale istituzionale e amministrativo, iniquamente distribuito nel nostro paese.

4) Le sce

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Perché i crediti deteriorati sono un problema

Ven, 16/10/2020 - 11:25

Con la pandemia e il rallentamento economico, si sono riaccese le preoccupazioni sui crediti deteriorati nei portafogli delle banche. È necessario trovare un difficile bilanciamento tra sostegno all’economia e stabilità finanziaria.

I rischi delle banche

Uno dei temi più ricorrenti nel dibattito sugli effetti economici del Covid-19 riguarda l’impatto sull’attività delle banche. Ciò che preoccupa è che il rallentamento economico causato dalla diffusione della pandemia possa aumentarne la rischiosità, attraverso un’impennata dei cosiddetti non-performing loans (Npl).

Secondo la definizione di Banca d’Italia, i non-performing loans sono crediti nei confronti di soggetti che non sono in grado di adempiere le proprie obbligazioni contrattuali. All’interno dell’aggregato esistono diverse componenti. Quella meno rischiosa è la categoria dei prestiti scaduti, che corrisponde a prestiti nei confronti di debitori in ritardo nei pagamenti per oltre 90 giorni. Seguono, in ordine di rischiosità, le inadempienze probabili, ovvero crediti erogati a debitori le cui difficoltà di rimborso potrebbero in teoria essere superate attraverso la ristrutturazione del debito o la concessione di nuova finanza; e infine le sofferenze, ovvero esposizioni nei confronti di controparti insolventi. La distinzione è importante, perché a parità di Npl, la composizione definisce quanto deteriorato è il portafoglio prestiti della banca.

È nel Dna delle banche gestire il rischio di credito e con esso una certa quantità di crediti deteriorati: il processo di concessione del credito, infatti, non si esaurisce nella fase di istruttoria ed erogazione, ma prevede fasi successive: dal monitoraggio periodico, alla gestione del contenzioso, nel caso in cui una parte dei prestiti erogati divenisse appunto non-performing.

Perché allora il tema degli Npl è diventato, negli ultimi anni, oggetto di dibattito? Innanzitutto, per l’entità del fenomeno: all’indomani della crisi del debito sovrano, il volume di prestiti deteriorati nel bilancio delle banche nell’area euro era circa 1 trilione, pari a oltre il 9 per cento del relativo Pil. Di questo importo, circa un terzo era detenuto da banche italiane, metà del quale rappresentato da sofferenze.

La dimensione del fenomeno, insieme al timore che la crisi di una banca si potesse ripercuotere su altri istituti e da qui sull’economia reale, ha stimolato numerosi interventi da parte delle autorità di supervisione bancaria, Banca centrale europea su tutte. Basta ricordare le linee guida per la gestione dei prestiti non-performing del marzo 2017, che hanno delineato per la prima volta norme di comportamento comuni e buone pratiche; e le indicazioni relative alle politiche di accantonamento del marzo 2018, introdotte allo scopo di favorire una più tempestiva e progressiva procedura di accantonamento dei nuovi Npl. A partire dal gennaio 2018, si è aggiunto un nuovo standard contabile (Ifrs 9), in virtù del quale la banca è chiamata ad accantonare e svalutare i crediti in base alla perdita “attesa” e non più “subita”.

Nel complesso, le nuove regole avevano l’obiettivo di accelerare la pulizia dei bilanci bancari tramite più rapidi accantonamenti e conseguente smaltimento dei prestiti deteriorati. E l’obiettivo è stato raggiunto: le banche dell’area euro avevano ridotto il volume di Npl a meno di 600 miliardi nel marzo 2019, anche se con differenze significative tra i singoli istituti.

Gli effetti della pandemia

La pandemia, con il forte rallentamento economico che ne è conseguito, ha riportato l’attenzione sul tema degli Npl. Le moratorie e le garanzie pubbliche hanno finora tenuto sotto controllo gli effetti recessivi per il sistema bancario, assicurando al contempo il flusso creditizio all’economia reale. Tutto ciò non deve però comportare una sottovalutazione del problema: le banche devono gradualmente far emergere il deterioramento dei loro prestiti e procedere con accontamenti adeguati. Senza tale riconoscimento, il rischio è che il problema scappi di mano e ci si ritrovi, più o meno improvvisamente, con un volume di Npl addirittura superiore a quello manifestatosi dopo la crisi del debito sovrano.

D’altra parte, è giusto anche riconoscere che le nuove regole di gestione dei crediti deteriorati sono nate in un contesto economico alquanto diverso da quello attuale, dove le banche si ritrovano, al pari delle imprese, a dover gestire uno shock inatteso e a loro estraneo. Una rigida applicazione di regole per loro natura pro-cicliche potrebbe tradursi in una crescita repentina nei bilanci bancari dei volumi di Npl e degli accantonamenti, con possibili effetti negativi sull’erogazione del credito.

Da questo quadro emerge il bis

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Smart working e smart learning

Ven, 16/10/2020 - 00:01

Se la scuola è un colabrodo, le colpe sono di tutti
Andrea Ciffolilli
12 ottobre
Se in Italia esiste un “problema scuola”, la causa non è il Covid, bensì la scelta generalizzata di non investire sul futuro dei giovani. Ora i fondi di “Next Generation EU” e Fse+ sono una grande opportunità, ma anche lo stato deve fare la sua parte.

C’è un futuro per la didattica a distanza
Raffaella Ida Rumiati
14 settembre
Adottata nel lockdown come soluzione di emergenza, la didattica a distanza potrebbe rappresentare una chance di rinnovamento dell’insegnamento universitario. Per estendere l’offerta formativa, senza smaterializzare il rapporto docenti-studenti.

Chi impara di meno con la didattica online
Maria De Paola
10 settembre
Sostituire la didattica in presenza con quella online potrebbe avere effetti negativi sulle competenze degli studenti. Non sembrano nuocere all’apprendimento, invece, le modalità miste. I più penalizzati? Potrebbero essere gli studenti a bassa abilità.

Scuole e università: un modello flessibile per la riapertura
Maria De Paola
7 settembre
Tenere chiuse scuole e università comporta enormi costi, sia individuali che sociali. Ma bisogna anche evitare la diffusione del coronavirus. Un modello di didattica misto, dove si alternano lezioni in presenza e da remoto, può essere la soluzione.

Centri per l’impiego, l’occasione dei fondi NextGen
Pietro Garibaldi
5 settembre
Il dispiegamento senza precedenti di risorse europee è l’occasione giusta per provare a colmare l’atavica distanza tra domanda e offerta di lavoro in Italia. Una proposta per potenziare davvero i centri per l’impiego e non sprecare un’occasione storica.

Troviamo spazio per la scuola
Stefano Molina e Matteo Robiglio
3 settembre
La pandemia ha risvegliato l’interesse per l’edilizia scolastica, in vista di una riapertura delle attività didattiche in presenza. I risultati di un’analisi sugli edifici scolastici piemontesi offrono spunti di utilità immediata, validi anche per il futuro.

L’ombra del coronavirus sulle immatricolazioni*
Federica Laudisa
2 settembre
Il Covid-19 farà calare le iscrizioni all’università? E diminuirà la mobilità per motivi di studio? Una ricerca sugli atenei piemontesi sembra smentire le preoccupazioni, almeno nel medio periodo. Ma serve più impegno per garantire il diritto allo studio.

Divieto di licenziamento: una misura inutile?
Andrea Garnero
28 agosto
Nel momento più acuto della crisi, il divieto di licenziare potrebbe essere stato una misura ridondante, visto che le aziende potevano ricorrere alla cassa integrazione. Ma d’ora in avanti il mercato del lavoro subirà inevitabilmente dei cambiamenti.

Sulla didattica a distanza ascoltiamo gli studenti
Sara Colombini, Giulia Piscitelli e Margherita Russo
16 agosto
L’università di Modena e Reggio Emilia ha condotto un’indagine tra i suoi studenti per comprendere come il lockdown abbia cambiato lo studio e l’esperienza universitaria. I risultati offrono interessanti spunti di riflessione sul ruolo degli atenei.

Anche il capitale umano paga un prezzo alla pandemia
Andrea Gavosto e Barbara Romano
27 luglio
Il 2019-2020 si è concluso con un livello di apprendimenti degli studenti inferiore rispetto a un normale anno scolastico. Ciò avrà ripercussioni significative sui futuri guadagni e le prospettive di lavoro degli studenti. Ecco come si può rimediare.

Con la didattica a distanza si accentuano i divari
Maria Bigoni, Daniela Freddi e Chiara Gius
21 luglio
Chiusura delle scuole e didattica a distanza hanno inciso sulle dinamiche di apprendimento dei bambini, specialmente i più vulnerabili. E sull’organizzazione del lavoro nelle famiglie. La programmazione per il prossimo anno scolastico deve terne conto.

Universitari protagonisti nella didattica online
Monica Mincu e Lara Statham
14 luglio
Anche nel prossimo anno accademico si farà spesso ricorso alla didattica a distanza. Offre opportunità che possono facilitare la preparazione per un mondo che richiede creatività e non enciclopedismo. E aumentare la qualità della pedagogia in aula.

Se lo smart working diventa la nuova normalità
Leonardo Madio, Andrea Mantovani e Carlo Reggiani
14 luglio
L’emergenza sanitaria ha accelerato la progressiva transizione verso un mondo sempre più tecnologico e digitale. A partire dallo smart working, con i suoi vantaggi e rischi. Sono però necessari investimenti consistenti e una regolamentazione chiara.

Didattica integrata: gli strumenti per farla funzionare
Davide Azzolini, Nicola Bazoli e Loris Vergolini
9 luglio
Garantire a tutti gli studenti l’accesso alle tecnologie, formare gli insegnanti e attrezzare in modo adeguato le scuole: sono le tre azioni indispensabil

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Effetti economici

Ven, 16/10/2020 - 00:01

Occupazione tra recupero parziale e incertezze future
Bruno Anastasia
15 ottobre
I dati sull’occupazione del secondo trimestre mostrano una discreta velocità di recupero, pur restando molto negativi. Ma sul futuro pesano due incertezze: il riacutizzarsi della pandemia e le conseguenze del fortissimo ricorso alla cassa integrazione.

Catene del valore: se la Cina chiude, l’Italia soffre
Tommaso Ferraresi e Leonardo Ghezzi
23 settembre
Pechino ha imposto il lockdown all’inizio del 2020. Le conseguenze in Italia sono state immediate. Alla crescita di un punto percentuale della dipendenza dei sistemi produttivi da importazioni dalla Cina ha corrisposto un rilevante calo della produzione.

Così il Covid-19 ha contagiato le imprese europee quotate
Bruno Buchetti, Antonio Parbonetti e Amedeo Pugliese
11 settembre
L’analisi dei bilanci trimestrali consente una prima valutazione dell’impatto del Covid-19 sull’economia delle imprese europee. Gli effetti sono molto negativi, in particolare nel secondo trimestre. In tutti i paesi i settori più colpiti sono gli stessi.

Estate di ripresa: lenta in Europa, più veloce in Usa e Cina
Francesco Daveri
4 settembre
Dopo il crollo del secondo trimestre l’economia mondiale si avvia a un chiaro ritorno alla crescita nel terzo trimestre del 2020. Più rapido negli Stati Uniti e in Cina che in Europa. E più veloce in Germania che nel resto dell’Eurozona.

La più intensa recessione di sempre in Usa, Europa e Italia
Francesco Daveri
31 luglio
Nel peggior trimestre di sempre nelle economie occidentali, il Pil dell’Eurozona si contrae più di quello americano. Ma, nonostante il lockdown e l’efficacia solo parziale degli aiuti, l’Italia riesce a contenere il calo a un -12,4 per cento.

Nella crisi cresce il risparmio per precauzione*
Valerio Ercolani
17 luglio
Gli ultimi mesi hanno visto un aumento senza precedenti del tasso di risparmio negli Stati Uniti. In gran parte è stato generato dal lockdown. Ma potrebbero esserci anche motivi precauzionali, dettati dalle difficili prospettive del mercato del lavoro.

Torna l’inflazione?
Luca Giustozzi e Paolo Rizzo
8 luglio
Già provate dal lockdown, difficilmente le imprese potranno assumersi i costi aggiuntivi necessari alla riapertura e li riverseranno sui consumatori. E anche l’aumento dell’offerta monetaria potrebbe tradursi in un incremento dei prezzi. Per l’Italia potrebbe non essere un male.

Finito il peggior trimestre degli ultimi 70 anni, ora arriva la ripresa
Francesco Daveri
4 luglio
I dati preliminari di giugno mostrano che quello appena concluso è per la crescita il peggior trimestre degli ultimi 70 anni. Ma attestano anche che i germogli di ripresa sono presenti dappertutto. Un po’ meno in Italia.

Segnali di scongelamento del mercato del lavoro
Bruno Anastasia
3 luglio
Non sorprende che a maggio l’occupazione sia scesa di quasi il 3 per cento. Soprattutto per il crollo dei posti di lavoro a termine. Quelli a tempo indeterminato, infatti, sono stati “congelati”. Ma si intravedono segnali di ritorno alla normalità.

Così il Covid ha contagiato l’imprenditorialità*
Sara Formai, Francesca Lotti, Francesco Manaresi e Filippo Scoccianti
2 luglio
Coronavirus e lockdown hanno colpito le imprese, anche se non tutte allo stesso modo. In particolare, sono crollate le nascite di aziende. Per dare fiato al segmento più dinamico del sistema produttivo si potrebbero rafforzare misure già in vigore.

Lotta alla povertà: il coronavirus cambia lo scenario
Massimo Baldini e Cristiano Gori
30 giugno
Lo scarso interesse suscitato dalla pubblicazione dei dati annuali sulla povertà in Italia è eloquente. Evidenzia la necessità di una valutazione le politiche di contrasto al fenomeno. E rimarca l’esigenza di modificare le risposte nel dopo-pandemia.

La recessione mondiale non si risolve, bisogna fare di più sul 2020
Francesco Daveri
24 giugno
Le nuove, peggiori, stime del Fondo monetario internazionale sull’economia mondiale rendono ancora più urgente che i governi europei si mettano d’accordo sul Recovery Fund e che l’Italia faccia subito qualcosa per rilanciare i consumi.

Nella pandemia i mercati danno fiducia ai legami familiari
Mario Daniele Amore e Guido Corbetta
20 giugno
La pandemia di Covid-19 rappresenta un profondo shock per il nostro sistema economico. Ma l’impatto non è lo stesso per tutte le imprese. Fra le quotate, quelle con una struttura proprietaria familiare hanno ottenuto comunque risultati migliori.

Così il fondo “salva mutui” fa bene anche alle banche
Raffaele Lungarella e Francesco Vella
18 giugno
I decreti legge in risposta alla crisi da coronavirus hanno modificato i requisiti di accesso al fondo di solidarietà per i mutui sulla p

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