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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 1 ora 29 min fa

Il Punto

10 ore 2 min fa

Fatta la legge elettorale che obbliga a liste con equilibrio tra uomini e donne, trovato l’inganno. Il meccanismo per garantire la (quasi) parità, mischiato con l’esistenza di collegi elettorali più o meno certi e con le candidature multiple, consentirà una grande elusione delle quote rosa nel prossimo Parlamento.
Renzi critica il reddito di cittadinanza proposto dal M5s perché permetterebbe di non lavorare. Non è così: sarebbero previsti diversi obblighi per i beneficiari, come spiega il fact-checking de lavoce.info.
Torniamo sulla cessione di Italo a un fondo americano. L’alto prezzo pagato per la seconda società ferroviaria italiana trae origine dalle possibilità di crescita del mercato del trasporto passeggeri, raddoppiato con la liberalizzazione negli ultimi sei anni e con margini di ulteriore sviluppo. In tema di trasporti, in Germania si valuta se rendere gratuiti i mezzi pubblici urbani per ridurre l’inquinamento e sfuggire alle sanzioni della Ue. Anche da noi, nel mezzo di una campagna elettorale generosa di promesse, se ne parla. Ma ci sono modi più efficaci di ridurre i gas di scarico, a cominciare dal cosiddetto “road pricing”.
Un altro tema dimenticato riguarda l’efficacia nella realizzazione delle opere pubbliche. La garanzia globale di esecuzione – introdotta con il Codice degli appalti – dovrebbe coprire i danni dai costi aggiuntivi per il mancato completamento del lavoro da parte di imprese private. Ma banche e assicurazioni si tirano indietro. E se copiassimo i performance bond americani?
Alla ricerca di nuovi spazi di autonomia, il Veneto indirizza raccomandazioni ai medici sulla scelta dei farmaci. Ma il Consiglio di stato ferma tutto: solo l’Agenzia del farmaco può fare queste valutazioni. In realtà non le fa e allora è utile che intervenga la regione. Oppure un organismo apposito, come nel Regno Unito.

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Categorie: Informazione

E Renzi inciampa sul reddito di cittadinanza del M5s

10 ore 16 min fa

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni di Renzi sul reddito di cittadinanza proposto dal M5s. Vuoi inviarci una segnalazione? Clicca qui.

Renzi sul reddito di cittadinanza

A meno di due settimane dal voto, i leader dei partiti dedicano una parte consistente della campagna elettorale a commentare le proposte degli avversari politici. È quello che ha fatto Matteo Renzi nella puntata del 15 febbraio di Quinta Colonna, quando, interrogato da Paolo Del Debbio sulle priorità degli italiani, ha risposto:

Matteo Renzi “Il lavoro è l’argomento fondamentale italiano e invece purtroppo si continua a discutere del Reddito di Cittadinanza, che vuol dire dare i soldi alla gente perché non lavori.

Paolo Del Debbio: “Però a qualcuno che involontariamente non ha lavoro e non riesce a trovarlo, […] a questi qui che gli si dice?”

Renzi: “Gli si dice che non gli si dà un reddito a tutti per stare a casa. Gli si dà il reddito d’inclusione, che è una misura che abbiamo finanziato […] e che è quello strumento che serve a chi in un determinato momento è senza lavoro, per dire io ti do una mano, ma te ti metti a seguire tutti i corsi di formazione, ti metti in gioco, per poi poter ripartire. Cioè, dare uno stipendio per stare a casa e non far nulla è il reddito di cittadinanza”.

Secondo il segretario del Pd, quindi, il reddito di cittadinanza garantirebbe un assegno senza richiedere nulla in cambio ai beneficiari in termini di frequenza di corsi di formazione o di disponibilità al lavoro. Al contrario, il reddito d’inclusione (Rei) avrebbe obblighi stringenti e non darebbe “uno stipendio per stare a casa e non far nulla”.
In realtà, il disegno di legge del M5s impone diversi vincoli, e quindi la dichiarazione di Renzi necessita di qualche precisazione.

Tutti gli obblighi del reddito di cittadinanza

 Come spiegato in altri articoli, il disegno di legge M5s (n. 1148/2013) prevede un trasferimento   dello Stato a tutte le famiglie che vivono in povertà relativa: una somma, di un reddito equivalente alla differenza tra la soglia di povertà e il reddito famigliare percepito. La platea di famiglie interessate sarebbe circa il 19 per cento del totale per una cifra mensile media di 480 euro.
Tuttavia, al contrario di quanto sostenuto da Renzi, per poter godere dell’assegno mensile il beneficiario deve rispettare diversi obblighi. Ad esempio, l’articolo 9 del disegno di legge prevede che, oltre a fornire immediata disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego, intraprenda un “percorso di accompagnamento all’inserimento lavorativo”, sia tramite gli stessi centri sia tramite le agenzie di lavoro, già previste dal decreto legislativo numero 276 del 2003. Questo significa anche che il beneficiario è obbligato a partecipare a corsi di formazione e a colloqui individuali, oltre che ad altre iniziative finalizzate al miglioramento delle sue competenze lavorative.
Come specificato dal comma 4, il beneficiario ha poi l’obbligo di offrire la propria disponibilità a lavorare per progetti comunali utili alla collettività. In questa categoria sono incluse iniziative che hanno a che fare con la tutela dei beni comuni, la cura dell’ambiente e la promozione di attività culturali. Durante l’intero periodo di fruizione del reddito, quindi, chi lo riceve deve mettere a disposizione otto ore settimanali per lavorare, in coerenza con il proprio profilo professionale, a progetti di pubblica utilità.
Il numero degli obblighi previsti è completato dall’articolo 11, che elenca tutte le attività che il beneficiario deve intraprendere per ottenere una proposta di lavoro. Includono sia i progetti di riqualificazione professionale e reinserimento, sia un’attività di ricerca individuale. Quest’ultima deve avvenire sia dal vivo (presso i centri per l’impiego, le agenzie di lavoro e i centri di formazione) sia attraverso le piattaforme online.
Nel caso in cui anche solo uno di questi obblighi non fosse rispettato, il beneficiario perderebbe il diritto al reddito. L’articolo 12 specifica infatti tutte le cause di decadenza. Oltre ai più noti motivi, come il rifiuto di più di tre proposte di lavoro ritenute congrue, l’assegno decade anche in caso di mancata partecipazione ai progetti comunali, ai corsi di formazione o ai percorsi individuali di reinserimento.

Qual è la differenza con il Rei?

La differenza tra il reddito di cittadinanza e il Rei, quindi, non sembra riguardare gli obblighi previsti per il beneficiario, quanto i criteri per usufruire dei

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Categorie: Informazione

Truffe rosa in Parlamento

11 ore 36 min fa

La nuova legge elettorale prevede esplicitamente la parità di genere per i candidati in lista. Ma l’uso sapiente dei collegi elettorali “sicuri” e le candidature multiple permette ai partiti di aggirare la norma sulle quote rosa. Chi ne esce peggio.

Come funzionano le quote rosa

Ci sono molti più uomini che donne in politica; vale in tutto il mondo, vale specialmente da noi. Per una variegata serie di ragioni, sperare che la proporzione di uomini e donne in politica si riequilibri da sola è velleitario. Da qualche anno alcuni partiti hanno quindi introdotto volontariamente nei loro statuti meccanismi che hanno lo scopo di limitare, per quanto possibile, lo squilibrio. Nelle ultime tornate elettorali, hanno sortito effetti positivi: per esempio, il parlamento uscente è stato quello con più donne in assoluto. Ora, l’equilibrio di genere è addirittura obbligatorio: la nuova legge elettorale nazionale lo prevede esplicitamente. Ma fatta la legge, trovato l’inganno, come dice il proverbio.
La nuova legge prevede infatti che nelle liste dei collegi plurinominali i candidati debbano essere collocati secondo un ordine alternato di genere; che alla Camera nessuno dei due generi possa essere rappresentato in misura superiore al 60 per cento nel totale dei collegi uninominali; e che nessuno dei due generi può occupare la posizione di capolista nei collegi plurinominali in misura superiore al 60 per cento. Al Senato le stesse norme valgono a livello regionale.
Questo meccanismo, mischiato da un lato con l’esistenza di collegi elettorali più o meno certi e dall’altro con le candidature multiple, ha dato luogo a una elusione della legge sulle quote rosa.

Il confronto nei collegi uninominali

Per quanto riguarda le candidature nei collegi uninominali alla Camera, ci siamo chiesti se i partiti avessero rispettato le quote di genere solo sulla carta, quindi su base nazionale, o anche per la suddivisione dei collegi sicuri, vale a dire quelli dove la probabilità di vincere per un determinato partito è molto elevata. La “sicurezza” si basa su sondaggi effettuati a ridosso della formazione delle liste: naturalmente non esiste alcuna certezza, ma solo un’alta probabilità. Abbiamo scelto di concentraci su base regionale principalmente per comodità e per completezza di informazione, anche se ci rendiamo conto che all’interno di ogni regione possono coesistere collegi più o meno sicuri di altri. Infine, poiché la regola del 60 per cento dovrebbe valere su base regionale al Senato, questa analisi è interessante solo se limitata alla Camera. I dati sono riportati in tabella 1. Con l’aiuto di Mariasole Lisciandro e Stefano Pallaoro nella raccolta e organizzazione dei dati, abbiamo calcolato la quota di candidature femminili nei collegi uninominali in cui queste regioni sono suddivise: lo spirito della legge è rispettato quando, per un partito, la quota supera il 40 per cento nei collegi di vittoria sicura; altrimenti il sospetto è che il partito stia utilizzando la candidatura femminile solo per coprire collegi dove la sconfitta appare probabile. Analogamente, lo spirito della legge è rispettato qualora la quota di candidature femminili nei collegi dove la sconfitta è sicura sia inferiore al 60 per cento.
Come è evidente dalla tabella, il Pd non rispetta mai lo spirito della legge quando i collegi sono di vittoria, con una situazione più equilibrata nei collegi a sconfitta sicura. Anche per Forza Italia (con Lega e Fratelli d’Italia) vale un rispetto formale: solo in Veneto e Lazio si raggiunge quota 40 per cento, mentre negli altri casi sono favorite le candidature maschili (meno squilibrata la situazione nei collegi di sconfitta sicura). Il Movimento 5 Stelle non ha collegi storicamente sicuri, visto che si presenta a elezioni con questa formula per la prima volta: proprio per questo, e forse solo per questo, la situazione alla Camera è fortemente equilibrata, tranne, nemmeno a farlo apposta, in Sardegna, dove i sondaggi sono favorevoli al Movimento e le candidature femminili sono solo 1 su 6.

Il confronto nei collegi plurinominali

Un altro modo per aggirare la norma sulle quote rosa è usare le pluricandidature femminili. Apparentemente sembra vantaggioso, perché garantisce alle candidate più probabilità di essere elette. In realtà, può trasformarsi in un cavallo di Troia: poiché devono necessariamente risultare elette in un solo collegio, in caso di vittoria in più collegi, le donne pluricandidate dovranno lasciare automaticamente il posto a chi le segue nella lista, che per legge, guarda un po’, è un uomo.
In questo caso non è molto semplice calcolare il numero dei seggi assegnati al partito. La nostra analisi si

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Ferrovie: i frutti di una liberalizzazione per caso

11 ore 36 min fa

La liberalizzazione nel trasporto ferroviario serviva per uscire dalle tariffe regolamentate. L’arrivo di un operatore privato in concorrenza sulle linee dell’alta velocità non deriva dunque da deliberate scelte pubbliche. Ma ha avuto effetti positivi.

Le vie della liberalizzazione

Un’impresa ferroviaria privata e profittevole, operante in un segmento liberalizzato e in forte crescita del trasporto passeggeri, è stata ceduta a un multiplo elevato dei suoi margini a un soggetto economico esterno all’Unione europea. Tutto questo si è verificato nel nostro paese ed è la prima volta che accade in Europa, ove è peraltro difficile che possa ripetersi in un futuro prossimo. Com’è possibile che l’Italia, paese poco propenso alle riforme nei servizi pubblici, si trovi ora all’avanguardia nel cambiamento? La risposta più verosimile è che tutto questo sia avvenuto per caso e non in conseguenza di scelte pubbliche organiche e deliberate.
Negli ultimi decenni del Novecento il declino modale del trasporto ferroviario è stato contrastato nei maggiori paesi dell’Unione attraverso due strategie differenti: da un lato, la realizzazione di linee ad alta velocità, in grado di abbattere i tempi di trasporto e rendere il treno competitivo rispetto all’aereo sulle distanze medio-lunghe e rispetto all’auto su quelle medio-brevi. Dall’altro, la realizzazione di processi di liberalizzazione. I paesi che hanno scelto la prima strada hanno generalmente conservato il monopolio (Francia, Germania e Spagna), mentre quelli che hanno adottato la seconda (Regno Unito, nella forma della concorrenza per il mercato, e Svezia, dal 2011 nella forma dell’open access) non hanno ritenuto di investire in linee dedicate ad alta velocità. L’Italia rappresenta un’eccezione: ha messo in esercizio le nuove linee ad alta velocità nella seconda metà del decennio scorso, diversi anni dopo che il monopolio legale nel trasporto ferroviario era stato rimosso (con l’art. 131, comma 1, dalla legge 388/2000, la finanziaria per il 2001).
Questa doppia scelta, che è all’origine del caso Italo, non ha tuttavia rappresentato una strategia esplicita e deliberata. Chi ha liberalizzato nell’ormai lontano 2000 non aveva in mente l’arrivo effettivo di treni privati in concorrenza, ma intendeva solo adottare una salvaguardia ai possibili effetti della deregolamentazione delle tariffe ferroviarie sulle lunghe distanze, richiesta dalle stesse Fs per poter differenziare i prezzi e conseguire maggiori ricavi da mercato. Con la norma del 2000 il regime concessorio veniva pertanto circoscritto alla sola rete ferroviaria, mentre nei servizi di trasporto era sostituito da un regime di autorizzazioni, a questo punto non più in esclusiva. Con la caduta della riserva legale venivano meno le tariffe regolamentate, ma non era previsto l’arrivo di treni in concorrenza. È la ragione per la quale alla “liberalizzazione” italiana sono mancati per lungo tempo due tasselli fondamentali: l’istituzione di un regolatore indipendente del mercato – l’Autorità di regolazione dei trasporti, operativa solo dalla fine del 2013 – e una definizione con criteri trasparenti della tariffa di pedaggio per l’utilizzo della rete.

Effetto Italo sul mercato

Nonostante i cancelli del campo da gioco siano stati aperti senza prima individuare un arbitro indipendente e ancora prima di fissare il prezzo per l’uso del campo, nel 2006 è stato fondato Nuovo Trasporto Viaggiatori, che nell’aprile 2012 ha iniziato il servizio passeggeri attraverso i nuovi treni Italo. È così nata la concorrenza per la prima – e per ora anche unica – volta in Europa su linee ad alta velocità.
A distanza di sei anni quali sono i risultati conseguiti grazie al nuovo assetto del mercato? Purtroppo, ed è piuttosto sorprendente considerando l’investimento pubblico di oltre 32 miliardi nelle nuove linee, non vi sono rilevazioni ufficiali separate, da parte dell’Istat, del ministero dei Trasporti o dell’Autorità, del traffico ad alta velocità rispetto a quello tradizionale; e dei due operatori, solo Italo pubblica i propri dati di traffico assieme a una stima dell’intero mercato alta velocità, alla quale bisogna pertanto fare riferimento.

Grafico 1 – Il mercato passeggeri ad alta velocità (miliardi di passeggeri km)

Fonte: Italo spa

In base ai dati di Italo, il mercato italiano dei servizi passeggeri ad alta velocità risulta cresciuto dagli 8 miliardi di passeggeri km del 2010, primo anno in cui la rete Av era completamente in esercizio ma non ancora in concorrenza, sino ai 15 miliardi del 2017, dei quali il 35 per cento, corrispondenti

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Opere pubbliche in cerca di garanzie

11 ore 37 min fa

La garanzia globale di esecuzione nel mercato italiano delle opere pubbliche si è rivelata fallimentare. La versione statunitense è invece efficace. Ed è un modello che anche da noi potrebbe ridurre i costi degli appalti e il fenomeno delle opere incompiute.

Cos’è la garanzia globale di esecuzione

Nella maggior parte dei paesi, gli investimenti in opere pubbliche rappresentano una porzione importante della spesa pubblica. I danni causati da ritardi e costi aggiuntivi o dal mancato completamento dei lavori ricadono totalmente sui contribuenti. Per questo motivo, proteggere gli interessi del committente pubblico dall’incapacità del contraente privato di completare un’opera di pubblica utilità è una questione di primaria importanza. Nel Codice degli appalti era stata perciò introdotta la garanzia globale di esecuzione (Gge), istituto che prevede la figura del garante – una parte terza che si obbliga nei confronti del committente pubblico a completare un’opera tramite un soggetto sostitutivo, in possesso dei requisiti previsti dal bando di gara, che subentra nell’esecuzione dei lavori se il contraente iniziale non adempie agli obblighi contrattuali. Lo scopo era fornire una garanzia maggiore rispetto alla norma prevista dall’articolo 1665 del codice civile, che attribuisce all’appaltatore la gestione nonché l’organizzazione dei mezzi necessari per l’esecuzione del contratto di appalto: garantire al committente il completamento anche qualora l’impresa appaltatrice fallisca.
Tuttavia, la Gge ha avuto una vita breve e travagliata: dopo una prima versione introdotta nel 1998, i cui regolamenti non vennero mai emanati, è stata appunto prevista nel Codice degli appalti del 2006 – entrato in vigore nel luglio del 2014 -, per poi essere abolita nel febbraio 2016.
Le ragioni dell’accantonamento della Gge sono diverse. Fin dall’inizio, banche e assicurazioni si sono dichiarate indisponibili a rilasciare la garanzia così come era concepita: come garanti, non avrebbero potuto sciogliersi dalla responsabilità di portare a termine l’opera tramite la corresponsione di una penale in caso di contenzioso tra contraente e appaltatore. A ciò si aggiunga il fatto che il Codice degli appalti prevedeva l’applicazione obbligatoria della Gge per le opere con progettazione ed esecuzione di lavori di importo superiore ai 75 milioni di euro. Gli assicuratori si sarebbero trovati in poco tempo costretti a garantire appalti pubblici per un valore complessivo di diversi miliardi e di durata pluriennale. Un onere giudicato di gran lunga superiore alle loro possibilità del mercato. La conseguenza fu un parziale blocco del mercato delle opere pubbliche.

Il modello statunitense

La garanzia globale di esecuzione trae origine dall’istituto del performance bond di matrice anglosassone e con una lunga tradizione negli appalti di opere pubbliche negli Stati Uniti. Nel performance bond una controparte, chiamata surety, si impegna a completare i lavori in caso di inadempienza dell’appaltatore, nei tempi e costi stabiliti in sede di stipula del contratto.
Tra l’istituto italiano e quello Usa ci sono differenze sostanziali. La surety sottoscrive una obbligazione di valore pari a quello del contratto e non illimitatamente fino alla consegna dell’opera, come previsto dalla Gge. Con la garanzia italiana, infatti, il rischio connesso alla mancata prestazione dell’appaltatore passava completamente dall’appaltante al garante, senza limiti di responsabilità, anche in caso di costi per la realizzazione dell’opera più alti di quanto inizialmente pattuito. La previsione trasformava così i garanti in sostituti del committente pubblico, demandando loro la piena gestione dei lavori rimanenti. In più, la garanzia veniva presentata dall’aggiudicatario dopo l’assegnazione dell’appalto: era quindi difficile per gli appaltatori trovare soggetti disposti a garantirli qualora il prezzo di aggiudicazione non fosse stato considerato sufficientemente remunerativo dal mercato assicurativo.
A differenza di quanto accaduto in Italia con la Gge, negli Stati Uniti i performance bond si sono rivelati efficaci, come abbiamo dimostrato in un recente studio. Contratti coperti da tale garanzia riportano minori ritardi e sovraccosti rispetto a contratti del tutto simili ma sprovvisti di copertura. Il vantaggio principale consiste nella selezione preventiva delle imprese qualificate da parte della surety, in grado di fungere da deterrente contro il fenomeno delle “offerte anomale”, ovvero quelle di appaltatori che si aggiudicano il contratto con offerte inferiori al costo di sv

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Farmaci raccomandati dalle regioni

11 ore 37 min fa

Una recente sentenza del Consiglio di Stato stabilisce che le Regioni non possono influenzare i medici nella scelta dei farmaci. E che solo l’Aifa può fare valutazioni comparative tra diversi principi attivi. Ma così non possono svolgere il loro ruolo.

Regioni e farmaci

Il diritto alla salute e l’accesso universale alle cure – garantiti dalla Costituzione – sono condizionati dall’uso appropriato di risorse limitate. Sempre secondo la Costituzione, articolo 117, la gestione dell’assistenza sanitaria è una delle principali funzioni delle regioni e la spesa sanitaria rappresenta circa i tre quarti di quella spesa regionale corrente. I farmaci rappresentano uno dei capitoli di maggior rilievo, con evidenti differenze tra regioni sia in termini di spesa (vedi figura) che di uso appropriato. Le regioni possono governare l’uso appropriato delle risorse attraverso raccomandazioni, utili perché spesso i diversi farmaci rimborsati dal Servizio sanitario nazionale non sono sostenuti da prove ugualmente solide e da un rapporto costo-opportunità favorevole.

La sentenza del Consiglio di stato

Sul ruolo delle regioni nell’indirizzare la prescrizione dei farmaci è intervenuto il Consiglio di stato che, con la sentenza 4546 del 29 settembre 2017, ha accettato un ricorso della multinazionale Roche nei confronti della regione Veneto. Quest’ultima aveva infatti elaborato, attraverso un gruppo multidisciplinare, diverse raccomandazioni sull’uso di alcune terapie oncologiche, definendo inoltre i livelli di utilizzo atteso. In particolare, Roche ha contestato due raccomandazioni che potevano limitare il grado di utilizzo di due propri farmaci (bevacizumab e trastuzumab).
Il Consiglio di stato ha stabilito che “rimane alle Regioni precluso stabilire, in senso riduttivo, i presupposti e i criteri di erogazione” di un farmaco classificato dall’Agenzia italiana del farmaco tra quelli rimborsabili “posto che da tale limitazione deriverebbe, inevitabilmente, un vulnus ai livelli essenziali di assistenza (…) garantiti dal Ssn a tutti i cittadini, in condizioni di uguaglianza su tutto il territorio nazionale”. Ha inoltre sancito che l’Aifa è “l’unica deputata” a fare valutazioni di equivalenza tra principi attivi diversi.
Il Consiglio di stato sostiene dunque che: 1) le raccomandazioni sull’uso dei farmaci possono precluderne alcuni; 2) ciascun farmaco rimborsabile dal Ssn rientra nei Lea e come tale non dovrebbe essere oggetto di raccomandazioni restrittive; 3) le valutazioni comparative tra farmaci possono essere fatte solo dall’Aifa (che però attualmente non le fa).
Ciascuno di questi punti è contestabile.
In tutto il mondo, organismi a livello nazionale o regionale e società scientifiche fanno raccomandazioni sull’uso preferenziale di alcuni farmaci rispetto ad altri. Per definizione, le raccomandazioni forniscono un supporto decisionale che non impedisce la prescrizione (come affermato nel giudizio di primo grado), a meno di comportamenti contrari alle buone pratiche – vedi la recente legge italiana sulla responsabilità professionale. Bisognerebbe invece preoccuparsi di ciò che spesso si osserva in linee-guida prodotte da diversi gruppi: raccomandazioni che non riflettono le prove disponibili, sviluppate in modo poco trasparente da gruppi con conflitti di interesse e senza coinvolgere i diversi portatori di interesse. Per quanto riguarda gli indirizzi della regione Veneto, condivisi con i clinici, anche nel caso di raccomandazioni negative è previsto un certo grado di utilizzo dei farmaci.
Attraverso i Lea viene garantita l’assistenza farmaceutica, che spesso può essere erogata scegliendo tra più farmaci. L’importante è scegliere quello giudicato appropriato in base a prove di efficacia. Le raccomandazioni servono proprio per aiutare i clinici nella scelta. I Lea non sono affatto negati quando si sceglie un farmaco al posto di un altro meno efficace o sicuro o (a parità di efficacia) più costoso. Nel caso della regione Veneto, le raccomandazioni contestate non indicavano farmaci da usare in alternativa a quelli Roche, ma individuavano come “moderatamente raccomandato” un farmaco e “non raccomandato” un altro in altrettante condizioni cliniche, associando un livello di utilizzo atteso: tra il 30 e il 40 per cento per il primo e meno del 10 per cento per il secondo.

Il ruolo dell’Aifa

La norma cui il Consiglio di stato fa riferimento (art. 15, comma 11-ter del Dl n. 95 del 2012) afferma che “Nell’adottare eventuali decisioni basate sull’equivalenza terapeutica fra medicinali contenenti differenti principi attiv

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Mezzi pubblici gratis? No grazie

11 ore 56 min fa

Il trasporto pubblico gratis è una buona idea contro l’inquinamento urbano? Per chi si muove quello che conta è il tempo del viaggio, non il costo. Alternative ben più valide vanno dalle tariffe di ingresso alla certezza della pena per le infrazioni.

Non seguiamo la Germania

La Germania, che come l’Italia ha un elevato livello di inquinamento urbano, sta valutando l’ipotesi di combatterlo rendendo gratuito il trasporto pubblico.
La notizia, sotto elezioni, ha ovviamente trovato un coro di sostenitori anche nel nostro paese. Ma ci sono buone ragioni che sconsigliano di adottare provvedimenti simili.
L’elasticità alle tariffe nei paesi sviluppati, e in particolare quella dei possessori di automobili, è molto bassa, comunque inferiore all’unità. Il fattore dominante è il tempo di viaggio (elasticità prossima a -2): con un valore del tempo percepito che si aggira sui 15 euro/ora, è evidente che bastano 5 minuti in più spesi tra attesa e viaggio in autobus rispetto a un percorso in auto per annullare il vantaggio di 1 euro di tariffa risparmiato (media del costo per viaggio di un abbonamento in Italia). Semplificando molto si tratterebbe di un maggior onere percepito di (60:15=0,25€/minuto, x 5 minuti=1,25€ > 1€). E infatti gli esperimenti già fatti anni fa a Bologna e Roma sono stati cancellati data l’esiguità dei risultati rispetto ai costi. Con le nostre bassissime tariffe rispetto a quelle tedesche, l’impatto in Italia sarebbe ancora minore che in Germania.
Il ruolo del traffico stradale sul fenomeno dell’inquinamento è diminuito, tanto che ormai è superato da altre fonti (riscaldamento domestico, industria), che tra l’altro “internalizzano” per via fiscale molto meno dei trasporti stradali. E il progresso tecnico nei propulsori (ibridi, elettrici e così via) è tale che scenderà ancora nel prossimo futuro, a riprova dell’efficacia del principio ambientale “chi inquina paga”.
Le considerazioni di equità appaiono ancor più clamorose: per quale ragione far pagare a tutti i contribuenti una operazione molto onerosa per le finanze pubbliche, volta a contenere i danni generati da un gruppo specifico di cittadini? È vero che con gli elevatissimi sussidi attuali al trasporto pubblico è già in parte così, ma non sembra proprio il caso di peggiorare ancora la situazione, soprattutto perché gli utenti meglio serviti dal trasporto pubblico sono i residenti nei centri urbani, non certo tra le categorie più svantaggiate.
E che dire di altri settori che hanno sì poche responsabilità dirette nell’inquinamento urbano, ma che provocano comunque molti danni all’ambiente e che vengono pesantemente sussidiati, invece che tassati? Prima fra tutte, l’agricoltura che per alcuni inquinanti, quelli più “diffusivi”, finisce tra l’altro per colpire anche i contesti urbani.
Vi è poi la specifica situazione fiscale italiana, molto diversa da quella tedesca. Applicando un qualsiasi valore superiore all’unità al costo-opportunità marginale dei fondi pubblici (Comfp) i banali conti che abbiamo fatto prima peggiorerebbero ancora.

Le alternative possibili

Come sempre quando si parla di ambiente, emerge come centrale il tema dei “costi di abbattimento”, cioè della valutazione di politiche alternative. E le alternative sono note, più efficienti e più eque. Ignoriamo pure la migliore, una “carbon tax” generalizzata, a causa delle note resistenze politiche. Ma una seconda opzione, particolarmente significativa per i contesti urbani caratterizzati anche da elevati livelli di congestione, è quella delle tariffe di ingresso (road pricing). Possono essere applicate in modo selettivo ai veicoli più inquinanti e vi è una vasta casistica di esempi nazionali e internazionali molto efficaci ed efficienti. Inoltre, la tecnologia rende sempre più facile applicare strumenti di tariffazione al cordone, sia “free flow” che con l’introduzione di targhe elettroniche, o “scatole nere”, il cui costo ormai sarebbe simbolico. Servirebbe anche per sanzionare molto più efficacemente tutti i tipi di infrazione, soprattutto quelle relative alla sicurezza.
Per ridurre il traffico nelle maggiori città vi sarebbero poi tecniche ancora più banali: meccanismi repressivi delle infrazioni alla sosta simili a quelli esistenti negli Stati Uniti (con sanzioni non diverse dalle nostre, ma con una assoluta “certezza della pena”). Simulazioni fatte per Milano hanno stimato che i veicoli in sosta vietata sono una rilevante percentuale del totale delle macchine in sosta (ricerca dell’Aci – Milano). E anche in questo caso le tecnologie per il rilevamento automatico

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Il Punto

Ven, 16/02/2018 - 12:04

Nel quarto trimestre 2017 il Pil dell’Italia è cresciuto dell’1,6 per cento su base annua. Ai massimi dal 2010 ma sempre un punto in meno dei partner europei. Servirebbero proposte realistiche per colmare questo divario strutturale, non insostenibili impegni di regali elettorali. A destra e a sinistra, invece, si promette di cancellare o riscrivere “l’iniqua” riforma Fornero colpevole di incorporare il buonsenso, cioè l’agganciamento dell’età della pensione all’aspettativa di vita. Mentre sovranisti come Giorgia Meloni e altri esponenti di centro-destra alzano il tricolore: “Facciamo prevalere la legge nazionale su quella della Ue, come in Germania”. Peccato che non si possa se non scardinando la Ue. E che i tedeschi in realtà non abbiano una tale regola. C’è anche l’idea di abolire le tasse universitarie. Sarebbe un paradossale regalo a chi sta meglio? A conti fatti pare di no, ma solo se la proposta fosse accompagnata da misure a esclusivo beneficio dei redditi più bassi. Anche nel caso dell’inarrestabile calo delle nascite, i programmi dei vari partiti comprendono promesse ambiziose, generose e, ovviamente, costose. Chiunque vinca applichi presto le idee più realistiche così da dare migliori prospettive alle giovani coppie.
E l’occupazione? Ci pensa Berlusconi a sistemarla nel suo nuovo contratto con gli Italiani. Ma, come mostra il fact-checking de lavoce.info inciampa in tante cifre false su posti di lavoro creati dai suoi governi e su giovani disoccupati e inattivi. Mentre la ministra Marianna Madia si vanta del fatto che una partecipata pubblica su tre chiuderà entro la fine del 2018. Il che, secondo il nostro fact-checking, è vero guardando alle 4.701 aziende rilevate dal ministero dell’Economia. Però non tutte le amministrazioni pubbliche hanno risposto e poi ci sono le partecipazioni indirette, non rilevate.
Le previsioni dicono che entro dieci anni avremo 80 mila medici in meno. Ci dobbiamo davvero preoccupare? Forse no, anche perché simili timori esistono per tutte le professioni. La vera questione è come evolverà l’assistenza sanitaria del futuro e quali figure professionali saranno richieste.
Intanto oltre la Manica il Regno Unito va verso la Brexit. Pare che si voglia abbandonare la Ue ma lasciando tutto come prima: il Gattopardo sulle rive del Tamigi. E il confronto si svolge in ridicoli dibattiti sul colore del passaporto e strizzate d’occhio di tutte le parti politiche a un possibile nuovo referendum.

Ricambio nel comitato di redazione de lavoce.info: ne entra a far parte Alessandra Casarico che affianca Paolo Balduzzi, Francesco Daveri, Silvia Giannini, Fausto Panunzi e Carlo Scarpa, già presenti nel comitato.

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Partecipate: una su tre chiude come dice Madia?

Ven, 16/02/2018 - 11:42

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle dichiarazioni di Marianna Madia a proposito degli effetti della riforma della pubblica amministrazione.

Riforma Madia e partecipate chiuse

Una delle armi dialettiche della coalizione di centro-sinistra sono i provvedimenti di governo attuati negli ultimi cinque anni, tra cui la riforma della pubblica amministrazione di Marianna Madia. Proprio la ministra, nel corso del nuovo programma “Non è l’arena”, su La7, a proposito delle partecipazioni pubbliche ha detto:

Una su tre chiude: questo non è un annuncio. Questo numero deriva da delibere formali mandate al Mef; entro la fine del 2018 verranno attuate e dunque una su tre chiuderà”.

Ma è così? Tra i provvedimenti della cosiddetta riforma Madia, il decreto legislativo n. 175 del 2016 (poi parzialmente corretto col decreto n. 100/2017), in attuazione della legge delega n. 124/2015, disciplina la normativa in materia di partecipazioni del settore pubblico. L’intento è chiarire quali sono i tipi di attività che le unità economiche partecipate possono svolgere e i criteri per decidere le chiusure. Alle amministrazioni si richiede perciò di presentare entro un anno gli eventuali piani di razionalizzazione o dismissione delle società partecipate. Se il decreto non è chiaro sulla definizione di “servizi di interesse generale”, al centro di annose diatribe, lo è invece nei criteri che ne determinano la dismissione:

  • aziende senza dipendenti (o con più amministratori che dipendenti);
  • inattive;
  • negli ultimi tre anni con un fatturato inferiore a un milione di euro;
  • perdite per almeno quattro dei cinque anni precedenti;
  • nessuna fattura;
  • svolgono servizi già erogati da altre partecipate.

Nel caso di mancata dismissione, gli enti pubblici saranno sottoposti a sanzioni, sia economiche che gestionali.

I primi effetti

Negli ultimi mesi del 2017 il governo, in un comunicato, ha rivendicato l’avvio delle procedure di dismissione per un terzo delle società partecipate. Si tratta di 1.650 società segnalate dagli enti pubblici all’interno dei propri piani di revisione e, in teoria, in via di chiusura, fusione o vendita della quota detenuta dal pubblico entro fine anno. L’intera platea individuata dalla rilevazione del ministero dell’Economia è di 5.791 società, di cui 4.701 a partecipazione diretta. Proprio fra queste ultime si trovano le 1.650, ottenendo appunto il tasso di dismissione di circa il 35 per cento.
In sintesi, la situazione è questa:

  • circa 8.700 amministrazioni pubbliche hanno risposto alla rilevazione del ministero dell’Economia;
  • sono state comunicate 5.791 società partecipate, di cui 4.701 a partecipazione diretta;
  • per 1.650 (35 per cento di 4.701) di queste è stata proposta la dismissione.

Questo numero deve essere analizzato alla luce di alcune precisazioni. Innanzitutto, come specificato nello stesso comunicato, gli enti interessati dal processo di razionalizzazione erano 10.500; ma solo l’83 per cento ha effettuato la ricognizione straordinaria delle partecipazioni (quindi circa 8.700). Il campione di 5.791 società partecipate da questi enti risulta verosimilmente sottodimensionato – ma non sappiamo di quanto – proprio perché non tutte le amministrazioni, in particolare le più piccole, hanno risposto agli obblighi.
La revisione straordinaria, poi, coinvolge anche tutte le partecipazioni indirette detenute attraverso società controllate dall’ente pubblico, di cui tuttavia il governo non fa menzione. Sappiamo soltanto, per sottrazione, che dovrebbero essere in tutto circa 1.000, ma non conosciamo il numero di quelle sottoposte a dismissione.

Allargando lo sguardo, è evidente che il numero delle partecipate sotto revisione straordinaria non coincide con il totale delle partecipate italiane. Come sottolineato nell’analisi dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani di Carlo Cottarelli, il processo interessa soltanto le società in senso stretto. Mancano quindi all’appello associazioni, fondazioni, consorzi, società quotate, aziende di servizi alla persona e altri enti non societari in cui le amministrazioni pubbliche detengono partecipazioni. Per avere un ordine di grandezza, l’Osservatorio di Cottarelli citando il rapporto Istat, indica 9.655 “unità economiche” partecipate dal settore pubblico nel 2015. Se le considerassimo tutte, i tagli raggiungerebbero il 17 per cento, non un terzo del totale. D’altra parte la riforma Madia ha previsto la ricognizione e la chiusura d

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Il contratto di Berlusconi con le bufale

Ven, 16/02/2018 - 11:07

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca al nuovo “contratto con gli italiani” firmato in tv da Silvio Berlusconi.

Torna il “contratto con gli italiani”

Come se non fosse passato neanche un giorno dal 2001, Silvio Berlusconi ha firmato nello studio di Bruno Vespa un impegno con gli elettori, una sorta di “contratto con gli italiani 2.0”, principalmente a tema lavoro.

La promessa di Berlusconi è portare, entro la fine della prossima legislatura, la disoccupazione italiana sotto la media dell’Eurozona dell’8,7 per cento. Oltre alle promesse per il futuro, il leader di Forza Italia ripercorre i presunti successi dei suoi governi, come l’aver creato un milione e mezzo di posti di lavoro, e cerca di descrivere la situazione attuale della disoccupazione giovanile.

“Io, Silvio Berlusconi, nella mia vita ho creato da imprenditore decine di migliaia di posti di lavoro e da Presidente del consiglio oltre un milione e mezzo di posti di lavoro. Oggi il tasso di disoccupazione in Italia tocca quasi l’11 per cento, quello della disoccupazione giovanile il 32,2 per cento, un giovane su tre non lavora. Al Sud, addirittura, per un giovane su due il lavoro è un miraggio, un’utopia. Non basta: tre milioni di giovani, sfiduciati, non studiano e non cercano nemmeno più lavoro”.

Sono dunque almeno tre i dati da verificare: i posti di lavoro creati da presidente del Consiglio, il tasso di disoccupazione giovanile e il numero di Neet, ossia i giovani che non lavorano e non studiano.

Davvero un milione e mezzo di posti di lavoro in più?

Berlusconi sostiene di aver creato nel corso della sua carriera da premier un milione e mezzo di posti di lavoro. Premettendo che la variazione degli occupati non è mai solo merito o demerito del governo, dai dati Istat sugli occupati emerge che l’impatto dei suoi quattro governi sul mercato del lavoro è stato nel complesso quasi nullo.

Dalla figura 1, si nota che il numero di occupati è aumentato solamente nel quinquennio 2001-2006, ossia durante i governi Berlusconi II e III. Durante gli altri due, il primo e l’ultimo, gli occupati sono diminuiti. Quindi, il saldo netto delle variazioni del numero degli occupati, nel corso dei suoi quattro incarichi da presidente del Consiglio, è di + 71 mila. Ovviamente, si tratta di un semplice esercizio aritmetico: le variazioni del mercato del lavoro non dipendono solo dall’azione del governo, ma anche dalla congiuntura economica complessiva. Quindi, la comparazione tra periodi di tempo distanti deve essere fatta con cautela.

Figura 1 – I posti di lavoro creati da Berlusconi, dati in migliaia

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Quanti sono i giovani disoccupati?

Sulla disoccupazione giovanile, Berlusconi inciampa nel classico errore di confondere la forza lavoro con la popolazione totale. Infatti, secondo il leader di Forza Italia, un giovane su tre non lavora poiché il tasso di disoccupazione nella popolazione 15-24 anni sarebbe del 32,3 per cento. Tuttavia, l’Istat calcola il tasso di disoccupazione come il rapporto tra il numero di disoccupati e il totale della forza lavoro, che è composta da occupati e disoccupati. Ovviamente, in questo insieme non rientrano gli studenti che non stanno lavorando o cercando un’occupazione, che fanno invece parte della categoria degli inattivi. Perciò, come scrive l’Istat, è sbagliato dire che “un giovane su tre non lavora”. Molti giovani sono infatti impegnati in un percorso formativo, scolastico o universitario, non stanno cercando un lavoro e quindi non possono essere considerati disoccupati. Se invece non volessimo considerare la forza lavoro ma il totale della popolazione, l’incidenza dei disoccupati calerebbe all’8,7 per cento. Ed è questo il dato che Berlusconi avrebbe dovuto utilizzare per descrivere il tasso dei giovani disoccupati sul totale della popolazione, che ovviamente comprende anche gli studenti. Altrimenti, si utilizza un dato su una porzione della popolazione, la forza lavoro, facendolo passare per un dato sul totale. Ovviamente, lo stesso errore si ripete quando Berluscon

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Riforma Fornero: perché non si può tornare indietro

Ven, 16/02/2018 - 10:46

Vari partiti promettono di cancellare la riforma Fornero. Ma l’aggancio automatico dell’età della pensione alle aspettative di vita è una politica ragionevole se non si vuole mettere in discussione la stabilità finanziaria del sistema pensionistico.

Promesse di controriforma

La “controriforma” delle pensioni è uno dei cavalli di battaglia del programma elettorale di molte forze politiche. E sembrano andare per la maggiore le modifiche studiate per bloccare il sentiero di crescita dell’età di pensionamento. L’aggancio dell’età pensionabile alla dinamica delle aspettative di vita prefigura infatti un aumento nell’età di pensionamento di 3-4 anni nel corso dei prossimi decenni. Contro questo assetto si sono dapprima levate voci che hanno suggerito di rendere selettivo l’aumento, escludendo alcune categorie di lavoratori più svantaggiati. Più di recente sono arrivate le proposte di fissare a 41 anni per tutti il requisito contributivo per accedere al pensionamento e quelle di reintrodurre il meno rigido sistema delle quote (somma di età e anzianità contributiva). Secondo l’Inps, abbandonare l’aggancio automatico dell’età di pensionamento all’andamento delle aspettative di vita costerebbe 140 miliardi di euro, da oggi al 2035. L’Italia se lo può permettere?

Per avere un’idea chiara del ruolo dell’età di pensionamento è utile ricordare che nei sistemi a ripartizione, come il nostro, la spesa corrente per pensioni è finanziata dai contributi sociali pagati dai lavoratori nel medesimo anno. La stabilità finanziaria del sistema dipende dunque anche dal rapporto tra il numero di pensionati e quello degli occupati. Se il rapporto aumenta, a parità di importo medio di pensioni e salari, anche la spesa complessiva per pensioni rispetto al prodotto dell’economia è destinata a crescere.

La simulazione

La figura 1 mostra cosa succede al rapporto tra il numero di pensionati e quello degli occupati in una popolazione composta da 60 generazioni della stessa consistenza numerica, nell’ipotesi che tutti gli individui lavorino quaranta anni, vadano in pensione a 65 e vi restino per i successivi venti.
Al tempo t=0 interviene uno shock che aumenta l’aspettativa di vita delle generazioni che raggiungono l’età di pensionamento per un ammontare di 3 mesi ogni anno. Questo significa che, in 12 anni, l’aspettativa di vita cresce di 3 anni.
Nella figura 1 sono rappresentate tre differenti politiche. Nel primo caso, l’età di pensionamento rimane costante per tutto il periodo successivo allo shock; nel secondo cresce in linea con l’aumento dell’aspettativa di vita; nel terzo aumenta in modo che, per ogni generazione, rimanga costante il rapporto tra il numero di anni di lavoro e quello di anni di pensionamento.
Nella figura 2 sono riportati i valori dell’età di pensionamento delle tre situazioni.

Figura 1 – Rapporto tra numero di pensionati e numero di occupati in presenza di differenti politiche di indicizzazione dell’età di pensionamento

Figura 2 – Età di pensionamento in presenza di differenti politiche di indicizzazione

Il risultato del primo caso è intuitivo. A partire dal primo anno successivo allo shock, i pensionati vivono più a lungo e quindi il loro numero complessivo cresce. Poiché l’età di pensionamento non cambia, il numero di occupati resta costante e il rapporto tra i pensionati e questi ultimi aumenta.
Il confronto tra la seconda e la terza simulazione aiuta a valutare gli effetti di una politica di indicizzazione dell’età di pensionamento. Aumentare l’età di pensionamento nella stessa misura dell’aumento nell’aspettativa di vita (come fa la riforma Fornero) provoca una riduzione nel rapporto tra pensionati e occupati. Misure meno draconiane sono sufficienti a mantenerlo costante: nel nostro caso, basta l’aumento di un anno nell’età di pensionamento.
Il legislatore è stato dunque eccessivamente severo nel 2011?
Non necessariamente. A differenza del nostro esempio, la popolazione italiana non ha generazioni di dimensioni uguali. Anzi, la numerosità delle coorti in uscita dal mercato del lavoro nei prossimi decenni è molto maggiore di quella delle coorti in entrata. È la conseguenza del contemporaneo passaggio, atteso nei prossimi due decenni, delle generazioni del baby boom dalla fase attiva a quella di pensionamento e dell’entrata nel mercato del lavoro delle generazioni, molto meno numerose, nate dopo il 1990.
Al tempo stesso non sembra che gli italiani, nella loro maggioranza, siano disposti ad accettare l’idea che lavoratori di altre nazionalità possano compensare lo scompenso demografico: l’util

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Recupero di sovranità, una missione impossibile

Ven, 16/02/2018 - 10:46

Nessuno stato dell’Unione può far prevalere a suo piacimento le leggi interne su quelle europee. Lo sostiene la stessa Corte costituzionale tedesca. L’Italia potrebbe forse rivendicare una propria identità costituzionale sul bilancio. Ma le conviene?

Dove sbaglia Giorgia Meloni

Alcuni importanti esponenti del centrodestra, come Giorgia Meloni, hanno sostenuto che, in caso di contrasto tra le norme europee e quelle nazionali, la Germania fa prevalere queste ultime se sono più vantaggiose per gli interessi del paese. Su questo presupposto, il centro-destra propone di imitare la Germania; nel suo programma infatti è scritto che la Costituzione italiana “deve prevalere sul diritto comunitario, sul modello tedesco (recupero di sovranità)”.
Diciamo subito che queste affermazioni sono grossolanamente errate. È intuitivo – solo i fautori della Brexit fanno finta di non capirlo – che per avere un mercato comune e politiche comuni occorrono norme che non possono essere derogate unilateralmente dai singoli stati. Ad esempio, se l’Italia, in deroga ai divieti europei, ponesse dazi sulla meccanica tedesca per proteggere le imprese italiane, perché la Germania non dovrebbe disapplicare, anch’essa in violazione delle regole Ue, le norme sul made in Italy? Moltiplicate il tutto per 27 stati membri e otterrete, in pochi mesi, la fine del mercato unico.
Ciò nonostante è vero che il problema del rapporto tra norme nazionali e norme europee si è posto in Germania in maniera molto più forte che negli altri paesi europei. La Corte costituzionale tedesca è più volte intervenuta per definire i confini e le condizioni della prevalenza del diritto europeo sul diritto tedesco. In estrema sintesi e con le inevitabili semplificazioni dovute allo spazio disponibile, ecco il quadro delineato dai giudici di Karlsruhe.

La posizione della Corte costituzionale tedesca

L’Unione europea nasce, nel 1958, da un volontario atto di cessione di una porzione di sovranità degli stati che ne fanno parte a favore delle istituzioni comuni. Più precisamente i parlamenti degli stati membri hanno acconsentito, mediante le leggi di ratifica dei trattati europei, a rinunciare ad adottare norme nazionali nei settori che sono stati attribuiti alla competenza dell’Unione, quali ad esempio la circolazione delle merci, dei capitali, delle persone, la politica commerciale, agricola, di concorrenza e così via. Naturalmente, gli stati non si disinteressano di questi settori: infatti sono direttamente rappresentati nel Consiglio dell’Unione che è l’istituzione che – insieme al Parlamento europeo – adotta gli atti normativi europei.
La Corte costituzionale tedesca ha più volte esplicitamente riconosciuto che la cessione di sovranità all’Unione comporta che, nei settori attribuiti, il diritto dell’Unione prevalga su quello nazionale. La Corte tuttavia ha precisato di avere a disposizione – in due casi particolari – una sorta di “freno” che blocca la prevalenza del diritto dell’Unione e ripristina l’applicazione del diritto tedesco.
Anzitutto, la Corte può esercitare un controllo sul fatto che gli atti dell’Unione non vadano oltre le competenze che le sono state conferite (revisione ultra vires). Ciò perché il Bundestag – dove risiede la sovranità popolare – mantiene la competenza legislativa in tutti i settori non conferiti all’Unione e dunque se questa invade quei settori è lecito alla Corte negare la prevalenza del diritto europeo su quello tedesco.
Il secondo caso di blocco della prevalenza del diritto europeo si ha nell’ipotesi in cui il diritto dell’Unione incida sull’identità costituzionale tedesca (“revisione identitaria”). Alcuni diritti fondamentali e alcuni elementi costituzionali indicati nell’articolo 79 della legge fondamentale tedesca non sono cedibili a nessuno, nemmeno con un atto del Bundestag. Pertanto, se l’evoluzione del diritto europeo finisse per incidere sugli stessi, la Corte sarebbe legittimata a bloccare l’efficacia di tale diritto e ripristinare l’impero della legge tedesca.
La Corte ha anche precisato che nell’ambito delle norme che costituiscono l’inalienabile identità costituzionale tedesca rientra anche il potere di bilancio: “le decisioni sulle entrate e le spese pubbliche – ha detto la Corte – sono una parte fondamentale della capacità di uno stato costituzionale di dare forma a se stesso in maniera democratica”. La questione ha avuto concreto rilievo in occasione del programma di acquisto sui mercati secondari del debito sovrano di alcuni stati membri, tra cui l’Italia, lanciato dalla Banca centrale europea nel 2

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Tasse universitarie: a chi vale la pena di tagliarle

Ven, 16/02/2018 - 10:45

Non è vero che la proposta di LeU di abolire le tasse universitarie avvantaggia le famiglie più facoltose. Basta fare qualche calcolo per scoprirlo. È vero però che la misura sarebbe più efficace se fosse rivolta interamente ai redditi più bassi.

Effetti redistributivi

Liberi e Uguali propone di trasferire 2,2 miliardi di euro verso le famiglie con figli iscritti all’università abolendo le tasse di iscrizione per 1,6 miliardi e assegnando 600 milioni aggiuntivi all’Ente per il diritto allo studio. Il gettito fiscale necessario andrebbe reperito da un incremento dell’imposizione diretta sul reddito.
L’intenzione sembra essere quella di incentivare l’iscrizione all’università per favorire la formazione di capitale umano capace di generare innovazione e crescita.
Sebbene la proposta non sembri essere focalizzata sul tema redistributivo, è proprio su questo profilo che si è concentrata l’attenzione. Per valutare la variazione distributiva complessiva che la misura determina, occorre verificare sia verso chi trasferisce risorse sia da chi le reperisce.
Nella tabella 1 classifichiamo la popolazione in quattro grandi classi rispetto al reddito e alla fruizione universitaria. Lungo la dimensione reddituale, si distinguono le famiglie attualmente esenti dalle tasse di iscrizione da quelle che invece superano la soglia di esenzione (in media 15 mila Isee). Lungo la dimensione della fruizione, si separano dal resto delle famiglie quelle che usufruiscono dei servizi universitari attraverso l’iscrizione di almeno uno dei propri figli.
Data tale classificazione, simuliamo sui dati reali l’effetto redistributivo congiunto di: (i) abolizione delle tasse universitarie; (ii) trasferimento di 600 milioni alle famiglie di universitari con reddito inferiore a 15 mila euro Isee; e (iii) aumento dell’Irpef per un totale di 2,2 miliardi mantenendo costante la frazione pagata da ciascuna famiglia.
Definiamo poi come ricavo il trasferimento ricevuto da ciascuna classe attraverso le prime politiche, mentre il costo è dato dall’Irpef aggiuntiva versata da ciascuna classe. Costi e ricavi aggregati per classe vengono poi divisi per il numero di famiglie corrispondente, così da stimare il trasferimento medio normalizzato.

Tabella 1 – Trasferimento medio normalizzato per classe simulato sui dati del 2014

Nota: Si fa l’approssimazione secondo cui l’ordine delle famiglie rispetto al reddito e all’Isee sia lo stesso. Sapendo che gli studenti universitari esenti dalle tasse di iscrizione ammontano a circa il 36 per cento degli iscritti, ne deriva che il 36° centile della distribuzione Isee degli studenti universitari corrisponde al 36° centile nella distribuzione degli studenti universitari ordinati per i redditi delle famiglie di origine. La famiglia corrispondente a tale centile nei dati Banca d’Italia si trova a versare circa 3 300 euro di Irpef. Si fa inoltre l’ipotesi che il numero di studenti all’interno di ciascuna classe resti costante dopo l’abolizione delle tasse di iscrizione.

Fonte: Elaborazione degli autori a partire dai microdati estratti dalla base di dati “Indagine sui bilanci delle famiglie italiane” della Banca d’Italia, 2014.

Per quanto approssimativo, l’esercizio mette chiaramente in luce almeno due risultati immediati.
L’effetto redistributivo più importante consiste nel trasferimento dalle famiglie senza figli universitari verso quelle con figli iscritti all’università. Come si legge in tabella 1(1), le numerose famiglie che non hanno figli iscritti all’università si troverebbero a sopportare, in media, un modesto costo aggiuntivo normalizzato di 88 euro dovuto all’aumento dell’Irpef, senza ricevere alcun beneficio. Al contrario, come si vede dalla tabella 1(2), le famiglie con figli all’università godrebbero di un saldo normalizzato pari a 1 464-152=1.312 euro.
Vi è poi un leggero effetto redistributivo dall’alto verso il basso della scala di reddito. Come si legge in tabella 1(3), le famiglie al di sotto della soglia di esenzione si troverebbero, in media, a sopportare costi aggiuntivi per 21 euro e ricavi per 46, così da beneficiare di un saldo positivo normalizzato di 25 euro. Al contrario, le famiglie al di sopra della soglia di esenzione registrerebbero un saldo negativo normalizzato di 30 euro, poiché i costi maggiori derivanti dall’aumento dell’imposizione progressiva non sarebbero interamente compensati dall’abolizione delle tasse di iscrizione.
La grossolana suddivisione in sole quattro classi oscura parzialmente ciò che avviene per le famiglie più vicine ai confini di classe, per le quali gl

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Pochi bambini: ogni partito ha la sua soluzione

Ven, 16/02/2018 - 10:45

Quasi tutti i partiti hanno una ricetta per risolvere il problema delle poche nascite. Probabilmente non sempre realizzabile. Ma quello che serve è un sistema articolato di misure stabili, che dia garanzie di medio-lungo periodo alle giovani coppie.

Le proposte partito per partito

Le preoccupazioni legate alle dinamiche demografiche e, in particolare alla continua riduzione nel numero di nascite, richiedono strategie adeguate e integrate. Nei programmi elettorali delle principali forze politiche appare evidente la maggiore sensibilità rispetto al passato sul tema del sostegno alle famiglie e alla natalità. Anche nella retorica utilizzata: partendo dalla promessa di “rivoluzione copernicana” del Partito democratico, passando per l’intenzione di triplicare le risorse attualmente investite per famiglia e natalità annunciata da Matteo Salvini – perché quella demografica rappresenta “la più grande e più sottovalutata delle emergenze che viviamo” -, fino ad arrivare all’annuncio del “più imponente piano di sostegno alle famiglie e alla natalità della storia d’Italia” da parte di Giorgia Meloni.

Gli strumenti proposti nei programmi elettorali riguardano principalmente la revisione del sistema fiscale con un alleggerimento del carico per le famiglie con figli, i trasferimenti monetari, la gratuità degli asili nidi e la regolamentazione dei congedi e degli orari di lavoro. Cerchiamo di analizzarli.

I partiti del centrodestra sono allineati nella proposta del quoziente familiare e nel lanciare un piano straordinario per la natalità. Forza Italia propone consistenti assegni familiari “più che proporzionali al numero di figli”. Fratelli d’Italia e la Lega Nord propongono un assegno familiare di 400 euro al mese (fino ai 6 anni di età per il partito della Meloni e addirittura fino a 18 per quello di Salvini, ma solo per gli italiani). Condivisa anche l’idea di offrire asili nido gratuiti, ma con diverse modalità: FdI propone l’apertura anche la sera e nel periodo estivo e la gratuità per famiglie con redditi fino a 80mila euro; la Lega prospetta la gratuità del nido solo se entrambi i genitori (residenti in Italia da almeno da 5 anni) sono occupati e, ciò nonostante, il reddito resti al di sotto dei 50mila euro lordi annui. Altre proposte comuni del centrodestra sono l’abolizione dell’Iva sui prodotti della prima infanzia, la deducibilità del lavoro domestico e misure per incrementare la tutela delle madri lavoratrici.

Il Movimento 5 Stelle prevede di arrivare gradualmente a uno stanziamento di 17 miliardi di euro annui aggiuntivi per aiutare le famiglie con figli. Tra le misure previste, ci sono non meglio precisati rimborsi per i costi degli asili nido, dei pannolini, di baby sitter e di assegno di istruzione, l’introduzione dell’Iva agevolata per prodotti neonatali, per l’infanzia e per la terza età e l’innalzamento dell’importo detraibile per assunzione di colf e badanti. Sebbene non sia esplicitamente menzionato tra i venti punti del programma, il M5s promuove, analogamente al centrodestra, il sistema fiscale basato sul quoziente familiare.

All’interno del centrosinistra, è il Partito democratico a dedicare maggiore attenzione al tema delle famiglie con figli. La proposta principale consiste in una misura fiscale unica che prevede 240 euro di detrazione Irpef mensile per i figli a carico fino a 18 anni e 80 euro per i figli fino a 26 anni, valida per tutti i tipi di lavoro e per tutte le fasce di reddito fino a 100 mila euro l’anno; è quindi in grado di raggiungere anche gli incapienti sotto forma di assegno e prevede un sistema di riduzione dei benefici progressivo per redditi più elevati. Nel programma del Pd si sottolinea che la misura avrebbe un costo di circa 9-10 miliardi, paragonabile a quello degli 80 euro. Restano, tuttavia, indefiniti alcuni aspetti non secondari come, ad esempio, il criterio che definisce le fasce di reddito (se lordo, netto o Isee). Altre misure prevedono l’estensione dell’offerta pubblica di asili, un voucher da 400 euro al mese per ogni figlio per la retta dell’asilo nido o per le spese di baby sitting e il sostegno economico alle madri che vogliono tornare al lavoro dopo una gravidanza.

Nei programmi di +Europa e di Liberi e Uguali manca, invece, una esplicita sezione dedicata al sostegno alle famiglie. Per la lista di Emma Bonino viene tuttavia ribadita la necessità di facilitare la conciliazione lavoro-famiglia assicurando il funzionamento degli asili nido in orari più estesi, promuovendo il ritorno delle donne al lavoro dopo la maternità e garantendone la retribuzione e l’inquadramento professionale. È interessante, inol

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Brexit: spuntano i gattopardi d’oltre Manica

Ven, 16/02/2018 - 10:45

Come la nobiltà siciliana ai tempi del Risorgimento, molti nel Regno Unito sperano che una volta assestato il polverone Brexit, alla fine cambierà poco davvero. Intanto, riprendono voce i contrari all’uscita dalla UE e si parla di nuovo referendum.

L’epoca del Brexopardo?

In uno dei dialoghi più celebri del Gattopardo, il grande romanzo di Tomasi di Lampedusa, Tancredi spiega a suo zio, il principe di Salina, che “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Come la nobiltà siciliana ai tempi del Risorgimento, molti nel Regno Unito sperano che una volta assestato il polverone referendario, alla fine poco di sostanziale cambierà davvero rispetto al 22 giugno 2016.
Il 2018 è cominciato all’insegna di uno strano immobilismo sul tema Brexit. In realtà, con il senno di poi, la frenetica fanfara dell’autunno scorso sembra aver soltanto stabilito le caratteristiche della fase transitoria. E anche questa “decisione” è un semplice rinvio, dato che la transizione sarà di fatto identica alla situazione pre-Brexit. Nulla pare deciso sulle regole post-Brexit. Nemmeno quando la fase di transizione si concluderà.
Se mancano le decisioni di sostanza, le prime pagine dei giornali sembrano concentrarsi sull’effimero. Il pubblico è bombardato quotidianamente da notizie e proposte emotive, che però sotto le iperboli nostalgiche o ironiche che rimbalzano sui social media, si riducono a diversivi, il cui ruolo sembra essere quello di distrarre l’attenzione da possibili decisioni importanti. Così durante il furibondo dibattito sul colore del passaporto, il ministro dell’Economia non ha causato urla isteriche quando ha dichiarato che “anche se formalmente fuori dal mercato comune, il governo si è impegnato a creare un ambiente che riproduce fedelmente lo status quo, con le regole per il commercio, le frontiere e i servizi finanziari identici a quelli a cui le imprese devono sottostare oggi” (o, in breve, “Brexit means no Brexit”).

Di che colore è il tuo passaporto?

Il capriccio (come definirlo altrimenti?) del passaporto è un classico esempio dello sfondamento di una porta aperta, accompagnato dagli sciovinistici schiamazzi del Daily Mail. Dopo il pacchiano tweet di Madam May, secondo cui “l’orgoglio di una grande nazione potrà liberamente esprimersi con il ritorno all’iconico passaporto blu”, le viene fatto notare che il passaporto pre-UE era nero, non blu, e che comunque gli stati membri possono avere il passaporto del colore che preferiscono. Capriccio puerile, ma non per questo senza importanza: se avrà l’effetto di esagerare agli occhi dei meno sofisticati seguaci di Nigel Farage l’importanza di cambiamenti irrilevanti, potrebbe ottenere lo scopo di accontentarli e distrarli dalle cose che contano, come libertà di movimento di persone e merci, regole comuni, aderenza ai trattati internazionali. Allora sì, potrebbe essere il modo di cambiare tutto perché non cambi niente.

Piccoli segnali, forse irrilevanti

Guardando sotto la superficie dell’apparente immobilismo, val la pena comunque di notare piccoli cambi e consolidamenti di posizioni. Dagli storici di domani alcuni potranno essere considerati momenti chiave per la determinazione della futura storia europea; altri, invece, saranno solo effimere distrazioni, meritevoli al massimo di una breve nota a pie’ pagina.
L’opposizione a Brexit si sta organizzando: di recente molte organizzazioni sono confluite in un gruppo (con un nome che i romantici di una certa età tradurrebbero “comitato unitario di base”) presieduto dal deputato Chuka Umunna, uno dei politici che, con il sindaco di Londra Sadiq Kahn, terrei d’occhio come possibile prossimo primo ministro laburista. Il gruppo comprende deputati di tutti i partiti, scienziati, sindacalisti, grandi e piccole imprese, intellettuali e così via.
I tory anti-Brexit ritrovano la voce, e non sono più intimoriti degli insulti o dalle minacce che ricevono dalla stampa bigotta.
Il governo è paralizzato. Alla camera dei comuni è in minoranza e in quella dei lord è completamente privo di consenso sul tema Brexit. Si rinforza sempre più la consapevolezza che la Brexit ha bisogno dell’appoggio esplicito dei laburisti. Ogni iniziativa intesa a rafforzarne la popolarità si impantana sulle secche create dall’assenza di idee e di un piano. Esempio tipico, il discorso di mercoledì 14 febbraio di Boris Johnson, annunciato come ramo d’ulivo teso ai pro-europei, si è rivelato un esercizio di pomposità linguistiche ma aria fritta in quanto a contenuti e proposte concrete.
Molti deputati, sia tory sia labour, si trovano in un triplice conflitto: i loro e

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Medici: l’allarmismo sbaglia bersaglio

Ven, 16/02/2018 - 09:00

Secondo due associazioni di categoria, milioni di italiani potrebbero ritrovarsi tra pochi anni senza medico di famiglia. Ma l’allarme è giustificato? In futuro serviranno medici di tipo diverso. Intanto, la medicina generale non sembra attirare i giovani.

Tanti medici in pensione

La notizia è di qualche giorno fa: in base ai calcoli della Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg) 14 milioni di italiani rimarranno senza un medico di famiglia. Il timore nasce dal pensionamento di quasi 15 mila medici da qui al 2022, che diventeranno 33 mila se si arriva al 2028. Se poi si sommano i pensionamenti dei medici ospedalieri (47 mila unità secondo le previsioni dell’Associazione medici e dirigenti del Servizio sanitario nazionale, Anaao-Assomed) avremo 80 mila medici in meno.

Il più lesto a rispondere all’allarme lanciato dai due sindacati dei medici – a nessuno sfugge, proprio in piena campagna elettorale – è stato il candidato premier del Movimento 5 stelle, che ha promesso ovviamente più denari per il Ssn (rimarcando ancora la storia dei 20 miliardi di tagli negli ultimi cinque anni) e l’assunzione di 10 mila tra medici e infermieri (per strizzare l’occhio anche all’altro sindacato che non ha detto nulla sin qui, forse perché ha ottenuto l’inserimento della professione tra le categorie di lavori gravosi, per i quali non si applica l’innalzamento automatico dell’età pensionabile), “spazzando via – sono parole dello stesso Luigi Di Maio – il blocco del turnover”.

Ma come cittadini ci dobbiamo davvero preoccupare? E le preoccupazioni si devono estendere anche ad altre professioni, dagli infermieri (per restare in tema) ai conduttori di bus e metropolitane? Certo, 80 mila medici in meno è un numero importante. Ma mentre prevedere i pensionamenti è relativamente facile, quello che è meno facile anticipare – e lascia quantomeno perplessi rispetto agli allarmi di questi giorni – è come si evolverà il mercato del lavoro dei medici. Cosa che implica una riflessione, da un lato, su che cosa faranno regioni e governo per rispondere ai pensionamenti (per limitarci al Ssn come datore di lavoro); dall’altro, su che cosa faranno i giovani che si affacciano al mercato del lavoro.

Il futuro del sistema sanitario nazionale

Sul primo punto la riflessione da fare è sul Ssn del futuro. Le politiche degli ultimi decenni – riconoscendo il mutamento del quadro epidemiologico e la necessità di curare le cronicità – hanno giustamente cercato di trasferire risorse dall’ospedale al territorio. Ma lo hanno fatto tagliando i posti letto per le acuzie negli ospedali, con standard fissati dal governo centrale sempre più stringenti e la speranza che le regioni avrebbero poi di conseguenza aggiustato il personale ospedaliero e aumentato i servizi territoriali. Mentre sulla prima parte della politica di riconversione del settore ospedaliero si sono fatti passi importanti, anche se non sempre coerenti, sul resto si sono registrate difficoltà: il blocco del turnover ha aiutato a rivedere le dotazioni dentro gli ospedali, ma a distanza di anni permane una visione confusa della medicina territoriale. Per esempio, siamo ben lontani da un servizio 24-7 che consenta di sgravare sia il pronto soccorso, sia i reparti che in alcuni periodi dell’anno si trasformano in cronicari.

Seguendo questa logica avremo certo bisogno ancora di medici che operano sul territorio, ma non di quelli di ieri; di una nuova figura che sappia seguire i cronici e indirizzare i pazienti, lavorando in equipe. Forse avremo invece meno bisogno di personale dentro agli ospedali, rispetto a un passato anche recente. Insomma, come suggerisce l’Organizzazione mondiale della sanità, parlare dei pensionamenti non serve a nulla, se non si accompagna la riflessione ai bisogni e ai servizi dei quali la sanità pubblica vorrà farsi carico in futuro.

I medici di domani

Peraltro, questo è solo un pezzo della storia: c’è anche l’offerta di lavoro. I giornali hanno ricordato i pensionamenti perché i grandi numeri fanno sempre notizia. Ma si sono scordati di considerare anche il dato a monte: in Lombardia, per esempio, si legge sul sito dell’Enpam, il corso di formazione per medici di medicina generale per il triennio 2017-2020 non è partito per mancanza di iscritti (100 posti a bando e soli 44 iscritti certi a gennaio 2018). E sempre in Lombardia su 670 posti messi a bando dalla regione per medici di medicina generale, 400 sono rimasti liberi (a Milano 62 posti, solo 16 interessati). Questi numeri dicono che la domanda di medici c’è, manca chi ha voglia di fare il medico di medicina generale; dire che ce ne vorrebbero di più (ammesso che serva

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Le implicazioni elettorali della (lenta) crescita di fine anno

Mer, 14/02/2018 - 10:58

Il Pil italiano registra un +1,6 per cento su base annua nel quarto trimestre 2017. Il confronto con l’Europa mostra però l’incapacità dell’economia italiana di accelerare. E resta ancora da capire quali sono le ricette dei partiti su come stimolare la crescita strutturale.

L’Italia cresce meno degli altri ma cresce

I dati del quarto trimestre 2017 confermano l’evidenza di una crescita dell’economia italiana che procede con uno stabile segno più, anche se a ritmo più lento degli altri paesi dell’eurozona, sia rispetto al trimestre precedente che rispetto allo stesso trimestre dell’’anno precedente.

Come evidenziato nella tabella, l’Italia è cresciuta dell’1,6 per cento nel quarto trimestre 2017. Un dato identico alla performance annua che vale per tutto il 2017, e questo è un segno acquisito di continuità rispetto ai mesi precedenti. L’Italia, nell’attuale contesto internazionale e di politica economica interna, è in grado di crescere più o meno dell’1,5 per cento in modo continuativo. E questa è una buona notizia che non va sottovalutata. Peraltro, il dato del quarto trimestre 2017 è anche leggermente migliore della previsione per il 2018 contenuta nell’aggiornamento di gennaio del World economic outlook del Fondo monetario internazionale. Per il Fondo monetario, il Pil dell’Italia nel 2018 si fermerebbe a un +1,4 per cento, un dato leggermente inferiore al +1,6 registrato nel quarto trimestre 2017.

Quanto ci sia di strutturale e quanto di temporaneo, e quanto pesi l’incertezza politica sulla crescita attuale dell’Italia è difficile a dirsi. Di sicuro, nell’eurozona nel suo complesso e segnatamente in Francia e Germania, il dato del quarto trimestre è in accelerazione rispetto al dato annuale del 2017 ed è anche nettamente migliore della previsione del Fondo Monetario per il 2018. La buona performance dell’economia europea induce a ritenere che il Fondo Monetario sia troppo pessimista sulle possibilità di crescita del Vecchio Continente nel 2018. Ma i dati italiani confrontati con quelli europei mostrano l’incapacità dell’economia italiana di accelerare in linea con l’accelerazione di cui stanno beneficiando i nostri partner e concorrenti dell’eurozona.

Tabella 1 – La crescita in Italia e nell’eurozona

Fonte: Elaborazioni lavoce.info su dati Istat e Fmi

Le implicazioni elettorali dei dati 2017

I dati dell’ultimo scorcio del 2017 hanno due implicazioni per la competizione elettorale. Al di là delle polemiche sull’attribuzione del merito della crescita osservata (semplificando: merito della Bce oppure merito dei governi Renzi-Gentiloni), i partiti devono offrire risposte alla domanda: come si fa a consolidare i risultati raggiunti? Quali sono le proposte in campo per accelerare la crescita senza mettere a repentaglio la stabilità dei conti pubblici faticosamente e precariamente recuperata negli ultimi anni? Le proposte che abbiamo cominciato ad analizzare e quantificare sul nostro sito (come anche avvenuto sui media) indicano un’abbondanza di promesse di regali elettorali e di mancati tagli o puri e semplici aumenti alla spesa pubblica, dotati di scarse coperture. Ma la mancanza di coperture, se ha (forse) il potenziale di agevolare la crescita nel più breve termine, rischia di pregiudicare la stabilità dei conti pubblici. E qui viene una seconda implicazione. Con un’economia che cresce sempre meno dell’Europa (non in questo o quel trimestre ma più o meno da metà degli anni Novanta) quali sono le ricette dei partiti su come accelerare la crescita strutturale? Gli incentivi a Industria 4.0 saranno mantenuti oppure, come propone il leader della Lega Matteo Salvini, si tasseranno i robot, cioè l’innovazione?

Su questi temi si è sentito troppo poco nei dibattiti elettorali che si sono svolti fino a questo momento.

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Il Punto

Mar, 13/02/2018 - 10:39

La storia di Italo, comprato da un fondo Usa per quasi 2 miliardi di euro, non è un’altra bandiera tricolore ammainata ma il successo della scelta coraggiosa – e unica in Europa – di consentire la concorrenza tra operatori nel sistema ferroviario. Rimane da capire perché gli acquirenti abbiano offerto un prezzo tanto alto.
Da noi, come a Berlino, una Grosse Koalition dopo il voto del 4 marzo? Oggi sembra lo scenario più probabile nel mezzo di un Parlamento che si annuncia super frammentato. Mentre se ne parla, i leader si affannano a negarlo, per non turbare i sogni dei loro elettori. Sogni coltivati con programmi che non potranno essere mantenuti. Un altro esempio è quello su trasporti e mobilità del M5s, pieno di proclami su ambiente, sviluppo dei treni, liberalizzazione dei servizi ma privo di qualsiasi dato economico.
Di anno in anno cala la natalità in Italia. Il bilancio demografico del nostro paese mostra i numeri peggiori  d’Europa: su 100 residenti, 22 sono over 65 mentre solo 13 hanno meno di 15 anni. Una tendenza difficile da invertire, con politiche mirate alla generazione più colpita dalla crisi, quella tra i 25 e i 34 anni. Esamineremo su queste pagine le proposte dei partiti. Il clima elettorale moltiplica le fake news in rete. Di norma diffuse da anonimi o da siti di nicchia più che da testate tradizionali (che hanno un nome da preservare). Allo studio misure per limitare l’epidemia. Difficili da attuare.
Molte novità nel contratto del personale di scuola e università. Spicca, però, ciò che non c’è. Manca un congruo aumento degli stipendi, oggi non allineati agli altri paesi Ocse e non adeguati alla perdita di potere d’acquisto. Soprattutto scompare l’attenzione su valutazione rigorosa e formazione di qualità degli insegnanti. Anche i metalmeccanici italiani saltano sulla sedia se gli si fa leggere il nuovo contratto collettivo dei loro colleghi del Baden Württemberg. In Germania i guadagni di produttività finalmente finiscono un po’ in busta paga. Da noi invece la produttività ristagna e così nella contrattazione salariale si va impresa per impresa.

Lavoce.info ha vinto il bando dell’International fact-checking network che finanzierà con 10 mila dollari l’aumento di risorse destinate all’attività di fact-checking. Un riconoscimento importante che arriva in piena campagna elettorale, proprio quando la verifica dei fatti è più che mai importante. Ringraziamo i promotori del bando. Ricordiamo anche ai nostri lettori che gli altri canali di sostegno economico rimangono vitali per il sito, anzitutto le piccole e grandi donazioni dei lettori, base delle nostre entrate e della nostra indipendenza.

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Lezioni di tedesco per politici italiani

Mar, 13/02/2018 - 10:28

La grande coalizione resta lo scenario più probabile per il dopo elezioni. Tutti i leader politici continuano però a negare qualsiasi intenzione di allearsi con partiti al di fuori delle coalizioni già formate. Si tratta solo di una mossa elettorale?

5 marzo: lo scenario più probabile

A inizio marzo si conosceranno i risultati di due importanti consultazioni elettorali. Il primo è quello delle elezioni italiane. Il secondo, forse meno noto ma altrettanto importante, è quello del voto interno al partito socialdemocratico tedesco sull’approvazione o meno della Grosse Koalition (“GroKo”) proposta dal leader Martin Schulz.

I punti in comune tra Italia e Germania potrebbero non limitarsi alla casuale sovrapposizione di date. Anzi: a poche settimane dalle elezioni, lo scenario più probabile è che anche in Italia, come in Germania, non ci sarà nessun chiaro vincitore; e l’eventualità di un’ampia coalizione, magari guidata dal presidente del Consiglio uscente, non è affatto remota.

La nuova legge elettorale italiana è basta su un forte impianto proporzionale (i due terzi dei seggi sono infatti assegnati con questo metodo). Secondo molte simulazioni, per ottenere la maggioranza assoluta dei seggi in ciascuna Camera servirà una percentuale di voti superiore al 40 per cento, opportunamente distribuita sul territorio per conquistare un numero sufficiente di collegi uninominali. Per il momento, nessuno schieramento sembra avere reali possibilità di raggiungere la soglia.

Ciò significa che il giorno dopo le elezioni, il Presidente della Repubblica si troverà davanti a un parlamento particolarmente frammentato. Non solo: sarà anche formato da un buon numero di partiti di dimensione media. Si aggiunge poi un’ulteriore complicazione: la coalizione che verosimilmente otterrà più voti (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia) sarà composta da partiti – e quindi gruppi parlamentari – più piccoli per numero di membri non solo del primo gruppo (probabilmente il Movimento 5 stelle), ma anche del secondo (Partito democratico). Un bel rebus per il Presidente Mattarella che dovrà decidere a chi assegnare l’incarico per formare un nuovo governo. Lo affiderà al leader del gruppo parlamentare più ampio? O a quello del principale partito della coalizione più votata? Certo, il Presidente della Repubblica potrà basare le sue scelte non solo sulle consultazioni (vale la pena di ricordarlo: una “prassi” e non una norma costituzionale), ma anche sulle dinamiche che porteranno alla scelta dei presidenti di Senato e Camera, rispettivamente la seconda e terza carica dello stato. Sullo sfondo, c’è già chi parla di andare in fretta a nuove elezioni.

Cosa è successo in Germania, ma non solo

Anche la Germania è stata tentata dall’idea di indire nuove elezioni, soprattutto dopo il primo tentativo, fallito, di coalizione con verdi e liberal-democratici. La Spagna, un paio di anni fa, lo ha fatto davvero: si è trattato però di un rimedio estremo, comunque dovuto anche a un meccanismo istituzionale che impone il ritorno alle urne.

Ma in Italia a cosa servirebbero nuove elezioni? A legge elettorale invariata, pensare che possano portare a un quadro politico più efficace sembra davvero poco sensato. Del resto, in Belgio l’impasse post elezioni è durata quasi due anni. Non appare quindi così remota la possibilità che il prossimo governo sia guidato da una maggioranza in cui saranno rimescolate le attuali coalizioni: Pd e Forza Italia da un lato, Fratelli d’Italia, Lega e Movimento 5 stelle dall’altro. Che sarebbe come dire gli europeisti (tradizionali, dovremmo aggiungere) in maggioranza, gli euroscettici (e contrari) in minoranza. Con il dubbio che comunque i numeri non tornino e che potrebbe essere necessario allargare il nucleo di grande coalizione anche ad altri partiti, gruppi parlamentari o fuoriusciti.

Se lo scenario più probabile è questo, perché tutti i leader insistono ancora sulle versioni più radicali dei loro programmi? E perché sia Matteo Renzi sia Silvio Berlusconi hanno escluso proprio la formazione di una grande coalizione? Si tratta evidentemente solo di mosse elettorali. I punti più caratterizzanti dei programmi servono infatti in campagna elettorale a consolidare il proprio consenso. Deve essere però chiaro che in un sistema proporzionale la validità dei proclami elettorali, specialmente se estremi e divisori, si dovrà sposare con la necessità di un governo di coalizione. E, si badi bene, sarà vero anche nel caso in cui vincesse il centrodestra, che appare – a essere pignoli e un po’ cattivi – più eterogeneo al suo interno di una eventuale alleanza tra Partito democrati

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Programma M5s: la rivoluzione liberale può attendere

Mar, 13/02/2018 - 10:28

Che cosa dice sui trasporti il programma elettorale del M5s? Prioritari sono i problemi ambientali, che si pensa di alleviare con il passaggio da strada a ferrovia. Ma è una strategia costosa e poco efficace. È poi discutibile la posizione sulle gare.

Ambiente prima di tutto

Nel programma per i trasporti e la mobilità del Movimento 5 stelle (che dovrebbe uscire a breve sul sito) sembra mancare ogni dato economico, non c’è nemmeno nella forma di un quadro di riferimento per il settore: questo fatto ne rende complessa l’interpretazione.
L’obiettivo dominante è sicuramente quello ambientale. Ma in ogni caso la dimensione economica rimane centrale, per il problema dei “costi di abbattimento”.
Se si ignora quanto costa alla collettività ridurre di una unità un qualsiasi “costo esterno”, il rischio di inefficienza è molto alto. A risorse date, “abbattere” dove costa di più significa abbattere meno di quanto possibile.
Per l’ambiente, il programma punta poi al cambio modale (per esempio, da strada a ferrovia). Tuttavia, questa strategia, oltre che costosa, appare assai poco efficace, come 40 anni di tasse sulla strada e di sussidi al trasporto pubblico dimostrano.

Un esempio illuminante: se si raddoppiasse il trasporto merci in ferrovia (risultato improbabile e costoso anche per la perdita di entrate fiscali) si risparmierebbe meno dell’1 per cento delle emissioni totali di CO2.
Inoltre, un veicolo stradale di oggi inquina un decimo di uno di 20 anni fa e uccide un terzo di meno, per il progresso tecnico. La tendenza accelererà grazie agli investimenti industriali in corso all’estero, che porteranno anche alla guida automatica. Puntare molte risorse pubbliche sulle ferrovie, tecnologia “matura” e che genera per euro speso scarsa occupazione, è una politica industriale difficile da difendere. Aggiungiamo alcuni altri fatti: nonostante i sussidi, e le tasse sul modo stradale, le ferrovie trasportano circa il 10 per cento in quantità, ma solo il 2 per cento del fatturato del settore. I pendolari che usano la ferrovia sono il 5 per cento del totale. La ferrovia non può infatti essere capillare, per ovvie ragioni tecnologiche.

Il testo del programma M5s afferma poi: “lo stato sussidia i modi più inquinanti”. I fatti sembrano affermare il contrario: sussidiamo con 14 miliardi all’anno le ferrovie, con 7 i trasporti pubblici, abbiamo le tariffe dei trasporti pubblici più basse d’Europa, mentre il trasporto stradale, tra i più tassati del mondo, rende allo stato circa 40 miliardi netti all’anno (nonostante gli sconti ai camion). Sulla base del principio ambientalista “chi inquina paga”, siamo tra le nazioni più virtuose del mondo, come confermano autorevoli ricerche internazionali sul tema, dell’Ocse come dell’Fmi.
Le attività molto inquinanti che sussidiamo non riguardano i trasporti, sono altre, per esempio l’agricoltura.

Dov’è la rivoluzione liberale?

Sulle infrastrutture, il programma afferma che con M5s al governo saranno fatte rigorose analisi costi-benefici. Certo, la gran parte delle maggiori opere, soprattutto ferroviarie, non supererebbero il test. Anche il ministro uscente aveva promesso le analisi, ma non ne ha prodotta alcuna. Il problema è (e qui bisogna riferirsi alle esperienze internazionali, data l’assenza di riferimenti nazionali) che le ferrovie fanno fatica a superare il test, anche perché i benefici ambientali sono reali, ma modesti. Non si può usare un metodo di scelta rigoroso solo quando i risultati piacciono.

Quanto alla funzione sociale del trasporto pubblico, le categorie più povere sulle lunghe distanze viaggiano in bus, tassati invece che sussidiati, e i pochi pendolari in treno sono quasi tutti impiegati e studenti. Gli operai, gli artigiani e le categorie a più basso reddito, che non lavorano nelle aree centrali e risiedono in luoghi a bassa densità per ridurre i costi della casa, non possono essere serviti se non in minima parte dal trasporto pubblico (i mezzi sarebbero semivuoti, con costi pubblici insostenibili): con le loro tasse sulla benzina sussidiano chi lavora e studia nelle aree centrali, le uniche ben servibili.

Le gare hanno funzionato in tutta Europa. La privatizzazione non è un tema pertinente. La socialità dei servizi rimane controllata dagli enti locali nei bandi: tariffe, rete, fermate, pulizia. Se un’impresa (privata o pubblica) vince la gara e si “comporta male”, difficilmente rivincerà al turno successivo. Poi per aggiudicarsi il bando occorre che abbia chiesto meno sussidi di altre. Con quelle risorse, si possono abbassare le tariffe o garantire più servizi. Non fare le gare è contro la socialità dei serviz

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