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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 29 min 27 sec fa

Dalla laurea alla start-up

Lun, 13/08/2018 - 13:21

Come agevolare il processo di trasferimento di conoscenza dall’università all’industria? L’obiettivo è sviluppare un modello che superi la scarsa attenzione ai fabbisogni del mercato, sostenendo spin off e start up fondate da laureati e dottori di ricerca.

I ritardi italiani

Il rapporto Netval 2018 sulla valorizzazione della ricerca testimonia i forti progressi fatti registrare dal sistema universitario nel gestire i processi di trasferimento di conoscenza. Tuttavia, conferma anche la presenza di barriere di varia natura che ne limitano l’operatività. La conseguenza è che i volumi complessivi di attività sono inferiori a quelli fatti registrare dagli altri paesi avanzati. Una condizione che non aiuta il nostro paese ad affrontare i processi di innovazione tecnologica e organizzativa.

La mancanza di sistemi di incentivi adeguati, la complessità normativa e la disponibilità limitata di risorse sono sicuramente tra le barriere principali. Benché la terza missione delle università, all’intero della quale ricade il trasferimento di conoscenza, sia oggetto di autovalutazione e di valutazione da parte dell’Anvur, finora ciò non si è tradotto in un sistema adeguato di incentivi a favore del personale. A ciò si aggiunge la presenza di un quadro normativo complesso, frutto di una visione del diritto votata al perseguimento della legalità formale più che di quella sostanziale, che riduce ulteriormente i benefici percepiti. Per ultimo, la gestione dei processi di trasferimento di conoscenza è impegnativa in termini finanziari e di livello di qualificazione richiesto al personale coinvolto.

A questi ostacoli si aggiungono quelli che si frappongono all’incontro tra domanda e offerta di conoscenza, legati sia ai limiti del sistema di offerta sia alla caratterizzazione del nostro sistema imprenditoriale e alle sue difficoltà nel diagnosticare e segnalare i propri fabbisogni di innovazione. Fatto al quale si associa una ridotta disponibilità a riconoscere il valore della conoscenza. Ne consegue che i meccanismi di innovazione di tipo demand pull, che caratterizzano i sistemi di innovazione avanzati, in Italia funzionano male.

Le soluzioni

Quali sono le possibili soluzioni e quale il ruolo specifico del sistema universitario? La soluzione non può che nascere da una corretta diagnosi delle cause del problema: se i segnali che vengono dal lato della domanda di conoscenza sono insufficienti, il sistema di offerta, già per sua natura poco incline a guardare al mercato, risulta poco incentivato a investire nelle attività di trasferimento di conoscenza. Si tratta perciò di sviluppare un modello di trasferimento della conoscenza che superi i limiti degli approcci technology push all’innovazione, cioè la scarsa attenzione ai fabbisogni del mercato, e si basi su un corretto riconoscimento delle opportunità in termini di problemi a cui dare una soluzione. La strada passa per il sostegno alla creazione di spin off e, soprattutto, di start up fondate da laureati e di personale con dottorato, finalizzate a valorizzare lo stock di conoscenza presente nelle università. Sia nel caso degli spin off che delle start up, il veicolo utilizzato dovrebbe basarsi su un forte coinvolgimento di laureati e dottorandi nel processo di riconoscimento delle opportunità e nella loro valorizzazione imprenditoriale.

Ciò presuppone che laureati e dottori di ricerca siano dotati delle competenze necessarie a validare l’idea e a sviluppare il progetto imprenditoriale. In questa prospettiva, il primo compito delle università è dunque quello di trasferire e coltivare queste competenze. Il secondo, è quello di accompagnare le iniziative imprenditoriali nel percorso di validazione e di start up. Diverse università si sono mosse in questa direzione, ma manca ancora la piena consapevolezza della valenza dello strumento.

Si tratta di una strategia comunque necessaria in un paese che presenta l’anomalia di una classe imprenditoriale e manageriale con livelli di istruzione decisamente ridotti rispetto al quadro internazionale, tanto più in una fase in cui l’istruzione avanzata sta acquisendo un ruolo crescente nelle attività imprenditoriali, ruolo testimoniato da premi all’istruzione avanzata crescenti negli Usa soprattutto per chi svolge attività imprenditoriali.

In questa prospettiva, non conforta che in Italia la quota di neolaureati magistrali occupati come imprenditori sia solo dell’1,3 per cento e che il dato sia molto inferiore per i laureati Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) (tabella 1). Conforta invece il dato sulla quota di coloro che dichiarano una forte intenzione impre

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Categorie: Informazione

Grandi opere, meno conflitti col dibattito pubblico

Ven, 10/08/2018 - 21:05

Diventa obbligatorio il dibattito pubblico prima della realizzazione di opere infrastrutturali rilevanti. Può aiutare a migliorare le decisioni delle amministrazioni. A patto che tutti i soggetti interessanti siano consapevoli dei limiti da non superare.

Cos’è il dibattito pubblico

La cassetta degli attrezzi della partecipazione e dell’informazione sulla realizzazione degli investimenti pubblici si arricchisce di un nuovo strumento: sulla Gazzetta ufficiale del 25 giugno 2017 è stato infatti pubblicato il decreto del presidente del consiglio dei ministri n. 76 del 10 maggio 2017 sul dibattito pubblico (Dp). Il testo del Dpcm ha avuto una lunga gestazione nella precedente legislatura, ma non era stato possibile emanarlo a causa dello scioglimento delle Camere. L’utilizzo del nuovo strumento può migliorare l’efficacia delle decisioni amministrative, a condizione che tutti i soggetti interessanti, oltre a coglierne le opportunità, siano anche coscienti dei confini che non possono essere superati.

Previsto dall’articolo 22 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 (l’ultima versione del codice dei contratti pubblici), il Dp deve essere applicato alle decisioni relative “alle grandi opere infrastrutturali e di architettura di rilevanza sociale, aventi un impatto sull’ambiente, sulle città e sull’assetto del territorio”. La sua introduzione, sul modello del dèbat public francese, costituisce una novità per l’ordinamento statale, ma non per quello regionale (si veda la legge regionale 46/2013 della Regione Toscana o quella 28/2017 della regione Puglia).

Il Dpcm definisce il dibattito pubblico come il processo di informazione, partecipazione dei soggetti interessati e confronto pubblico sull’opportunità e sulle soluzioni progettuali di opere, progetti o interventi, con l’obiettivo di migliorare la progettazione e l’efficacia delle decisioni pubbliche. Individua le tipologie, le caratteristiche e il valore economico degli investimenti che devono essere sottoposti a Dp, ne definisce la procedura da seguire e i tempi del suo svolgimento.

Dalla contestazione alla partecipazione

Se i tempi delle sue varie fasi saranno interamente utilizzati, lo svolgimento della procedura può richiede circa un anno. Ma anziché essere una perdita di tempo, che ritarda la realizzazione di un’opera, potrebbe farne guadagnare, a condizione che il confronto tra le parti interessate si svolga sul merito dell’intervento, sulla sua utilità e fattibilità.

Al là di quelle motivate da posizioni politiche e ideologiche, le contestazioni che a volte accompagnano la realizzazione di strade, aeroporti e altro sono alimentate anche dal fatto che i soggetti e le comunità interessate non sono state coinvolte e informate, o lo sono state a decisione già presa.

Nel caso degli investimenti per i quali è previsto obbligatoriamente lo svolgimento del dibattito pubblico, i cittadini, le associazioni e gli altri enti interessati ora non si troveranno più di fronte al “fatto compiuto”. Quelle opere, infatti, sono sottoposte a una procedura di valutazione che inizia molto prima che le amministrazioni che propongono di realizzarle prendano una decisione. Come prevede il Dpcm, il dibattito pubblico deve svolgersi “nelle fasi iniziali di elaborazione di un progetto di un’opera o di un intervento, in relazione ai contenuti del progetto di fattibilità ovvero del documento di fattibilità delle scelte progettuali”. La documentazione, approntata dall’amministrazione promotrice, deve fornire ai soggetti interessati le informazioni sulle motivazioni dell’investimento, sulle alternative alla soluzione proposta (compresa l’ipotesi di non realizzarlo affatto), sulle scelte progettuali e sulle valutazioni dei suoi impatti sociali, economici ed ambientali.

Il Dp è una procedura consultiva

I soggetti diversi dall’ente che vuole realizzare l’opera dovrebbero avere chiaro che il dibattito pubblico è una procedura consultiva. I cittadini non sono chiamati a decidere se realizzare o no un investimento, anche se possono esercitare un certo peso sulla decisione finale. In che misura quei soggetti saranno in grado di esercitare un’influenza, dipenderà soprattutto dalla loro capacità di confrontarsi nel merito delle questioni e di proporre eventuali soluzioni migliorative rispetto a quelle indicate dall’amministrazione, o anche di dimostrare l’inutilità dell’investimento. Quanto più tali soggetti sapranno essere interlocutori tecnicamente credibili, tanto più per l’amministrazione sarà difficile trascurare il loro contributo, sia sul piano po

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Categorie: Informazione

Salari: ecco dove cresce la disuguaglianza

Gio, 09/08/2018 - 21:12

In trent’anni le disuguaglianze nei salari giornalieri sono aumentate meno nel nostro paese rispetto alla Germania. Ma la situazione è ben diversa per le retribuzioni annuali. Bisogna dare più spazio alla contrattazione decentrata e alle deroghe ai Ccnl.

Trent’anni di salari

Negli ultimi trent’anni sono cambiate le disuguaglianze salariali tra lavoratori dipendenti del settore privato? E se sì, perché? Per rispondere a tali domande, analizziamo i dati disponibili col programma VisitInps. Non disponiamo dei salari orari, ma possiamo approssimarli con i salari giornalieri, misurati in termini reali (al netto dell’inflazione). Possiamo inoltre osservare il reddito da lavoro percepito da ciascun dipendente nel corso dell’anno. Le disuguaglianze possono quindi essere esaminate con riferimento sia a i salari giornalieri che alle retribuzioni annuali. Ne emergono alcune interessanti osservazioni.

Primo, in Italia l’aumento delle disuguaglianze nei salari giornalieri, tenendo conto dell’inflazione, è stato inferiore a quello registrato in Germania e negli Stati Uniti, e sembrerebbe avere un carattere più episodico. Le disparità tra salari sono diminuite durante gli anni Settanta, quando vigeva la scala mobile che concedeva aumenti retributivi di recupero dell’inflazione uguali per tutti in valore assoluto. Dagli anni Ottanta, complice il montante malcontento dei lavoratori con più alte professionalità, penalizzati dalle politiche egalitarie perseguite dai sindacati, inizia invece un periodo di rapido aumento, con il graduale smantellamento della scala mobile e la concessione di maggiori differenziazioni tra i minimi salariali contrattati ai vari livelli d’inquadramento dai contratti collettivi di lavoro. L’aumento delle disuguaglianze salariali però si arresta ai primi anni Duemila, ben prima della grande recessione. Da allora, quelle nei salari giornalieri sono rimaste invariate a un livello non dissimile da quello prevalente a metà degli anni Settanta.

Secondo, i salari reali giornalieri non sono diminuiti lungo tutto il periodo esaminato, neanche per i lavoratori con le paghe più basse. In Germania, invece, quelli dei lavoratori che si collocano nella coda bassa della distribuzione dei salari (primo decile) sono scesi di quasi il 10 per cento negli anni Duemila. Negli Stati Uniti, il declino è stato ancora più accentuato.

Terzo, la crescita delle disuguaglianze avviene quasi interamente tra lavoratori a diversi livelli d’inquadramento, e non tra lavoratori inquadrati in uno stesso livello. Ciò implica che le dinamiche nei differenziali retributivi sono ampiamente determinate dagli andamenti dei minimi retributivi fissati dai contratti collettivi. Conterebbero allora più le “tradizionali” determinanti salariali (qualifica professionale e anzianità lavorativa) della miriade di capacità che si presume debbano essere premiate nel mutevole ambiente tecnologico e competitivo in cui viviamo.

Il ruolo delle relazioni industriali

Le politiche salariali d’impresa non sembrano aver contribuito all’aumento delle disuguaglianze salariali. Anche questo risultato è in contrasto con ciò che è accaduto nello stesso periodo nella vicina Germania e chiama in causa il ruolo delle relazioni industriali e della contrattazione collettiva. Lì, anche per fronteggiare l’imponente shock dovuto all’unificazione tedesca, gli attori delle relazioni industriali (imprese, sindacati, consigli di fabbrica) hanno mostrato una inedita attitudine al decentramento contrattuale, fatto di clausole di apertura e “opting-out” dalla contrattazione collettiva di settore. In pratica, molte imprese, soprattutto quelle più giovani, hanno utilizzato tutti i margini concessi dal sistema per derogare agli standard retributivi fissati dalla contrattazione collettiva settoriale, deroga che si è spesso tradotta in salari mediamente più bassi. Parte dell’aumento delle disuguaglianze salariali in Germania è dunque spiegata da una maggiore diversificazione – anche al ribasso – delle politiche salariali d’impresa. Da parte sua, il sindacato ha “accettato” quello che è sembrato come il male minore: flessibilità salariale e maggiori disuguaglianze in cambio di garanzie occupazionali. Parte del “miracolo economico tedesco” deriverebbe proprio da questa capacità di adattamento delle relazioni industriali.

Da noi non è successo perché in pratica non sono mai veramente esistite analoghe clausole di deroga dagli standard retributivi fissati dai Ccnl nell’ambito del lavoro dipendente.
Le parti sociali italiane spesso plaudono al

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Politiche attive sì, ma solo se creano competenze *

Mer, 08/08/2018 - 10:46

Servono le politiche attive del lavoro? Nel breve periodo i tirocini in azienda sono più utili della formazione professionale in aula. Proprio perché la lentezza della transizione scuola-lavoro deriva dalla mancanza di competenze lavorative dei giovani.

Il programma Pipol

Con l’uscita del nuovo quadro finanziario europeo e la pubblicazione della proposta dei regolamenti europei sui fondi per le politiche regionali per il 2021-2027, il dibattito sul futuro delle politiche di coesione è stato ufficialmente avviato quando ancora la programmazione 2014-2020 è in pieno svolgimento, quindi senza una sistematica riflessione sui risultati dell’attuale periodo.

Per questo, presentiamo qui, in sintesi, alcuni risultati di uno studio di valutazione del programma Pipol, il piano integrato di politiche per l’occupazione e per il lavoro lanciato dalla Regione Friuli Venezia Giulia nel 2014. L’analisi, realizzata seguendo l’approccio controfattuale, consente di avanzare alcuni elementi di riflessione sull’efficacia delle politiche attive del lavoro e il rafforzamento dei centri per l’impiego.

Pipol integra diverse fonti di finanziamento, incluso il Fondo sociale europeo. Il programma è finalizzato a facilitare la transizione dei giovani dalla scuola al lavoro e il reingresso dei disoccupati nel mercato del lavoro. I destinatari degli interventi sono suddivisi per fasce, in base alle loro caratteristiche e bisogni.

La valutazione ha riguardato la prima fase di Pipol, sino alla fine del 2016, per verificarne gli effetti sulla condizione occupazionale dei destinatari.

I destinatari presi in considerazione sono stati 7.175, di cui 3.911 beneficiari di interventi formativi, 2945 di tirocini e 319 beneficiari di entrambi i tipi di programma. Il gruppo di controllo è rappresentato da tutti coloro che si erano iscritti a Pipol, ma che al momento dello studio non avevano ancora realizzato alcuna attività (circa 20 mila persone). La ricerca ha utilizzato due set di dati: quelli del monitoraggio del programma e quelli sulle comunicazioni obbligatorie, che hanno consentito di ricostruire le carriere lavorative prima dell’avvio di Pipol ed effettuare in modo più efficace il confronto tra persone trattate e non trattate (gruppo di controllo).

I risultati

Il 60 per cento dei destinatari totali di Pipol risultavano occupati a gennaio 2018. Le analisi controfattuali indicano che l’impatto del piano è positivo e significativo: i destinatari hanno una probabilità di essere occupati a gennaio 2018 superiore del 5 per cento a quella del gruppo di controllo. Il dato è in linea con molte analisi sugli effetti delle politiche attive del lavoro che utilizzano la stessa metodologia.

L’effetto è più elevato quando la formazione e il tirocinio si integrano. È soprattutto questa la componente che spiega l’impatto positivo medio del programma. I tirocini evidenziano anche un effetto positivo sulla probabilità di avere una “occupazione di qualità”, cioè a tempo indeterminato (+3 per cento).

I percorsi formativi in aula non indicano, a gennaio 2018, un impatto positivo e statisticamente significativo sulla probabilità di essere occupato, semmai il loro valore aggiunto consiste nella maggiore probabilità dei trattati di avere almeno un avviamento al lavoro dopo il 2016 (tabella 1).

Tabella 1 – Impatto del programma Pipol sulla probabilità di essere occupato a gennaio 2018, di essere occupato a tempo indeterminato e di avere avuto almeno un avviamento dopo il 2016.

Nota: La tabella riporta i risultati del modello di regressione e del propensity score matching. Lo status occupazionale è osservato a gennaio del 2018 usando i dati delle comunicazioni obbligatorie. Livello di significatività: ***:p<0,01; **:0,01<p<:0,05; *:0,05<p<0,1.

Il risultato è dovuto all’effetto lock-in, vale a dire la tendenza di chi segue un percorso di formazione a rinviare la ricerca di lavoro. Sembra confermarlo anche la nostra indagine: se si concentra l’attenzione sui soli partecipanti alla formazione che hanno avviato le attività di Pipol da più di tre anni, infatti, anche la formazione ha effetti positivi in termini di probabilità occupazionali, nell’ordine del 3 per cento.

Per le donne si riscontra un effetto maggiore rispetto agli uomini (6 per cento contro 5 per cento). La differenza non è molto ampia e potrebbe anche essere dovuta alla dinamica del mercato del lavoro, che negli ultimi anni ha favorito la crescita occupazionale femminile più di quella maschile. Per i giovani under 30 l’efficacia del programma è stata superiore a quella degli over 30 (+6 per cento contro +4 per cento). Anche i cittadin

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L’Italia delle decisioni opache *

Mar, 07/08/2018 - 16:38

L’ordinamento europeo si orienta verso una sempre maggiore trasparenza delle istituzioni. In Italia restano invece zone d’ombra, dall’attività delle commissioni parlamentari alla regolamentazione delle lobby e alla valutazione delle politiche pubbliche.

Anche i triloghi diventano pubblici

Per garantire ai cittadini “una migliore conoscenza dell’operato dei pubblici poteri” e, quindi, una più stretta partecipazione ai processi decisionali, l’ordinamento europeo si è progressivamente evoluto verso una maggiore trasparenza delle istituzioni. A ciò hanno contribuito nel tempo anche alcune pronunce dei giudici. L’ultima è la sentenza del tribunale dell’Unione europea che, il 22 marzo scorso, ha consentito l’accesso integrale alle tabelle a quattro colonne redatte nell’ambito dei cosiddetti triloghi, negoziati informali fra i due co-legislatori (Parlamento e Consiglio), finalizzati a raggiungere un’intesa per la successiva adozione formale degli atti legislativi. I negoziati non vengono contemplati dai trattati dell’Unione europea, ma sono diventati comuni nella pratica poiché la soluzione “ufficiale” prevista in caso di divergenza tra le due istituzioni – la“conciliazione”, cui può ricorrersi solo nella fase conclusiva dei lavori- si è dimostrata complessa e poco efficiente. I triloghi – possibili, invece, in ogni fase – hanno reso più spedita la co-decisione, che costituisce la procedura legislativa ordinaria dopo il trattato di Lisbona. Tuttavia, le trattative dei triloghi presentano un aspetto critico in termini di trasparenza: si svolgono a porte chiuse.

Il citato documento a quattro colonne “è l’unico atto che consente sia di tenere traccia di quanto effettivamente accade durante le riunioni, che di conoscere l’evoluzione delle posizioni espresse dalle delegazioni partecipanti”: ma mentre le prime due colonne del documento – proposta della Commissione e posizione del Parlamento – sono pubbliche, le altre due – posizione del Consiglio e proposta di compromesso – sono normalmente segretate. A questo riguardo, in seguito a un’inchiesta sui triloghi svolta nel 2015, il difensore civico europeo ha  richiamato a una maggiore trasparenza. E la sentenza di marzo del tribunale dell’UE, sancendo che non esiste una “presunzione generale di non divulgazione” relativamente alle procedure legislative dell’Unione, ha dato ampia applicazione ai principi di pubblicità e trasparenza delle stesse. “L’esercizio da parte dei cittadini dei loro diritti democratici presuppone la possibilità di seguire in dettaglio il processo decisionale all’interno delle istituzioni che partecipano alle procedure legislative e di avere accesso a tutte le informazioni pertinenti” (punto 98). Del resto, in ogni democrazia rappresentativa – UE o ordinamenti nazionali – “la rappresentanza può aver luogo soltanto nella sfera della pubblicità”, non “in segreto e a quattr’occhi”.

La situazione in Italia

Ma qual è il grado di la trasparenza del processo decisionale dei legislatori italiani?

In Italia vige il principio della pubblicità delle sedute delle Camere (articolo 64 Costituzione), per garantire la conoscibilità alle scelte operate, e la tecnologia ha consentito una sempre maggiore informazione sui lavori dell’assemblea. Eppure, restano margini di opacità nell’azione dei decisori. Innanzitutto, vi sono zone d’ombra sul funzionamento delle commissioni parlamentari permanenti, “cuore del processo legislativo(…). È in questi organi che si svolge la maggior parte del lavoro sugli emendamenti, in cui si cercano convergenze politiche e in cui il dibattito entra realmente nel merito delle questioni”. Solo per le sedute delle commissioni in sede deliberante o redigente vi è l’obbligo – non sempre rispettato– del resoconto stenografico (articolo 65 regolamento Camera; articoli 60 e 33 regolamento Senato) e può essere richiesta la pubblicità dei lavori.Invece, se le commissioni si riuniscono in sede referente o consultiva vengono stilati solo “resoconti sommari con molte poche informazioni. La poca accountability e trasparenza è evidente anche nelle votazioni. Il voto elettronico non è la regola, ed è quindi impossibile ricostruire come i membri delle commissioni votino sui singoli emendamenti, articoli, provvedimenti”.

In secondo luogo, in Italia non esiste una disciplina delle lobby e, pertanto, a differenza di quanto accade in UE, vi è totale opacità sulle “pressioni” che influenzano il processo legislativo.

Inoltre, v

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Il Punto

Ven, 03/08/2018 - 10:55

La Camera approva un “decreto dignità” che ostacola il precariato ma dimentica le nuove professioni richieste dalla tecnologia. Eppure le tante imprese che accumulano dati sulla vita e sugli orientamenti dei loro clienti creano big data da leggere e interpretare. Per questo servono data scientist, figure professionali ancora troppo difficili da trovare.
Di che colore è davvero il governo Conte? Usando dati estratti da prese di posizione ufficiali, si desume che i punti caratterizzanti dell’esecutivo giallo-verde vogliono essere: onestà, più stato nell’economia, atteggiamento tiepido verso l’Europa. E zero attenzione alla competenza. Di questi temi discuteremo al nostro convegno annuale rivolto ai lettori più affezionati e a tutti gli interessati.
Arriva l’ennesima resa dei conti di Alitalia. Con poche certezze: il ridimensionamento non ha funzionato e i prestiti ponte sono finiti. L’alternativa alla chiusura è un piano industriale che aggiusti l’attuale modello di business non funzionante prima di tutto con un graduale riequilibrio dei conti.
Tra le schizofrenie della nostra politica di immigrazione, c’è che ogni anno lo stato italiano delega alle famiglie italiane una spesa di 7 miliardi per colf e badanti – spesso donne – per la cura di persone non autosufficienti. Il che riduce la spesa pubblica. Ma molte di queste lavoratrici sono in nero e magari irregolari. In passato c’erano periodiche sanatorie. Anche oggi ci vorrebbero misure pragmatiche che facciano riemergere il fenomeno perché l’ansiogena narrazione di una “emergenza immigrati” è in contrasto con i dati che collocano l’Italia appena al quinto posto in Europa per numero di stranieri arrivati.
In tema di tasse e dazi, Donald Trump dice di ispirarsi a Ronald Reagan. In realtà il presidente repubblicano che segnò gli anni ’80 del secolo scorso usò pochissimo l’arma dei dazi sapendo che il protezionismo riduce la spinta a innovare e crescere. E aiutò le imprese a sviluppare la ricerca.
Come sempre in agosto, la newsletter de lavoce.info va in vacanza per una ventina di giorni. Il sito verrà aggiornato con un nuovo articolo in ogni giorno lavorativo. Buon agosto a tutti!

Marco Ponti commenta l’articolo di Mario Sebastiani “Quando strade e binari si incrociano

Convegno annuale de lavoce.info il 17 settembre a Milano. Save the date!
I primi 100 giorni di populismo“ è il titolo del convegno annuale de lavoce.info. Si svolgerà la mattina di lunedì 17 settembre a Milano, presso l’Università Bocconi. È un’occasione per vederci di persona, dopo tante interazioni digitali! La prima parte dell’incontro è riservata ai nostri collaboratori e sostenitori più affezionati (quelli che ci hanno finanziato con almeno 100 euro nell’ultimo anno o cumulativamente negli ultimi tre anni. Chi vuole è ancora in tempo per fare la donazione.

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Nuovo crocevia per Alitalia

Ven, 03/08/2018 - 10:49

Se non vuole ritrovarsi nel classico vicolo cieco, il governo deve scegliere nuove strade per Alitalia. Puntando al riequilibrio economico attraverso un piano d’impresa che aggiusti un modello di business che non funziona, per farlo divenire sostenibile.

Evitare soluzioni inopportune

Sul caso Alitalia, uno dei dossier più urgenti sui tavoli ministeriali, il nuovo governo si è espresso con diverse dichiarazioni dei suoi esponenti. Vanno nella direzione di un più ampio e diretto impegno pubblico per la soluzione della crisi, pur non prevedendo necessariamente un futuro controllo pubblico. Date le condizioni delicate del vettore, sinora solo in parte documentate dai pochi dati gestionali pubblicati dai commissari e necessariamente destinate a peggiorare con la fine della stagione ad alta domanda, conviene analizzare sinteticamente le diverse strade che si aprono al crocevia dei decisori pubblici. L’obiettivo è di distinguere tra quelle senza uscita, quelle praticabili ma inopportune e quelle opportune ma difficili.

Strade opportune e facili non ve ne sono, come si può facilmente comprendere.

La strada senza uscita è quella già intrapresa dal precedente governo al momento del commissariamento: la vendita immediata di Alitalia nelle sue condizioni correnti. Per poter vendere qualcosa serve un compratore e un compratore potenziale di un vettore in dissesto non può che essere qualcuno che si ritiene in grado di risanare rapidamente ciò che sta comprando. Non vi era in realtà nessuno: infatti tutti coloro che si sono affacciati alla procedura di gara hanno manifestato l’intenzione di prendersi singole parti, compatibili con la loro realtà d’impresa, ma non il tutto.

Per vendere singole parti il governo avrebbe dovuto accettare pertanto di “nazionalizzare” i numerosi esuberi, ponendo sulla finanza pubblica, come già nel 2008, un costo pluriennale più consistente rispetto a un sostegno pubblico diretto alla ristrutturazione (il costo del 2008 supera i 4 miliardi, un valore col quale Alitalia avrebbe potuto comprare un certo numero di aerei di lungo raggio).

Le strade praticabili ma inopportune sono due e simmetriche. La prima è l’ulteriore ridimensionamento del vettore, come già realizzato con risultati profondamente negativi nel 2001, nel 2008 e nel 2014, come la gestione Etihad avrebbe voluto ripetere anche ne 2017 e come i commissari hanno in parte attuato con la cassa integrazione di un dipendente ogni sette e il taglio dei voli offerti. Nelle precedenti esperienze i tagli hanno ridotto i ricavi più rapidamente dei costi, preservando invece invariate, o addirittura accrescendo, le perdite.

Se questa strada è sbagliata lo è tuttavia altrettanto quella di segno contrario, un’inversione a U in mezzo alla pista consistente in un piano di rapido sviluppo con ampliamento della flotta e investimenti plurimiliardari, magari sostenuti dalla finanza pubblica. È evidente che se un diverso modello di business si rivela sostenibile allora il percorso naturale è la crescita e non la stazionarietà, ma la crescita è praticabile solo dopo che l’azienda ha dimostrato di poter equilibrare i suoi conti. Altrimenti l’espansione non avrebbe altro effetto che la moltiplicazione delle perdite.

Come arrivare al riequilibrio economico

Se non si vogliono percorrere vie senza uscita né vie facili che, come in passato, porterebbero a disastri certi, non resta che perseguire risultati favorevoli attraverso sentieri difficili e sinora non praticati. L’obiettivo chiave è il riequilibrio economico, precondizione per ogni successivo percorso di crescita. Lo strumento è un piano d’impresa che aggiusti con decisione, ma anche con gradualità e senza forzature, l’attuale modello di business non funzionante sino a farlo pervenire a uno differente che sia sostenibile. Purtroppo, questo piano non lo può elaborare nessun partner, né industriale né, a maggior ragione, non industriale. Non lo può fare un vettore low cost perché il suo modello point to point non è replicabile su un vettore network e inoltre perché il suo obiettivo è quello di servire con profitto segmenti specifici di domanda ma non, la generalità del mercato, come fa un vettore ‘nazionale’. E non lo può fare neppure un grande vettore network in quanto i tre grandi europei godono tutti di ricavi unitari maggiori dei costi, principalmente grazie al fatto di avere ricavi unitari decisamente più elevati di Alitalia. Coi loro yield Alitalia sarebbe profittevole e priva di problemi, mentre con gli yield di Alitalia essi sarebbero tutti in perdita.

In un’audizione parlamentare alla metà di maggio i commissari hanno indicato in 6,9 eurocent p

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A ciascun debito la sua ristrutturazione

Ven, 03/08/2018 - 10:20

Il nuovo piano concordato tra i governi dell’Eurozona prevede l’allungamento delle scadenze del debito greco ed esclude per ora riduzioni del suo valore nominale. Ma ogni rinegoziazione di debito sovrano ha caratteristiche specifiche, di cui tener conto.

Il nuovo accordo con la Grecia

Il 22 giugno, i governi europei hanno rinegoziato un accordo che prevede l’allungamento delle scadenze del debito greco e la concessione di nuove risorse finanziarie, ma esclude la riduzione del valore nominale del debito a scadenza. Christine Lagarde, direttore operativo del Fondo monetario internazionale, ha apprezzato il piano, tuttavia ha anche sottolineato qualche “riserva in merito alla sostenibilità di lungo periodo del debito greco”. A sua volta Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea, ha sottolineato “la disponibilità dei ministri delle finanze di considerare misure future (…) nel caso in cui si manifestassero delle difficoltà economiche in futuro”.

È ormai riconosciuto che le caratteristiche specifiche di ogni rinegoziazione di debito sovrano sono determinanti e possono avere conseguenze importanti anche a lungo termine. Negli ultimi anni, è sorta una letteratura specifica che considera l’eterogenità che caratterizza le varie strategie di ristrutturazione e il tipo di rimborso specifico di ogni paese.

Di particolare interesse, per esempio, è distingure le ristrutturazioni di debito sovrano che avvengono con creditori privati (banche e individui) rispetto a quelle con creditori ufficiali (altri governi o istituzioni multilaterali). Le ristrutturazioni ufficiali sono generalmente gestite attraverso il cosiddetto gruppo di Parigi, che dovrebbe garantire un approccio più “consensuale”, meno traumatico, rispetto a quelle con creditori privati.

Nelle ristrutturazioni con creditori privati, gli accordi negoziati prima della dichiarazione di default da parte del paese debitore sono più frequenti, più veloci da concludere ed associati a perdite di output inferiori. Al contrario, fallimenti associati a relazioni più aggressive tra creditori e debitori (hard default), comportano maggiori perdite di output. Secondo Carmen Reinhart e Christoph Trebesch – che hanno analizzato ristrutturazioni di debito sia private (avvenute sotto il piano Brady) sia ufficiali (paesi europei durante gli anni Trenta – solo gli accordi che comportano riduzioni di debito nominale sono in grado di migliorare la situazione economica nei paesi coinvolti, mentre non vi riescono altre forme di rinegoziazione, quali l’allungamento delle scadenze o la riduzione dei tassi di interesse.

Per quanto riguarda le ristrutturazioni ufficiali, Gong Cheng, Javier Diaz-Cassou e Aitor Erce mostrano che gli accordi del club di Parigi possono avere un effetto positivo e significativo sulla crescita, ma solo nel caso in cui prevedano dei tagli nel valore del debito nominale.

Uno studio su cinquecento ristrutturazioni

In un nostro recente lavoro confrontiamo l’effetto sulla crescita di ristrutturazioni di debito “private” e “ufficiali” (sia con che senza riduzione di valore nominale), valutando simultaneamente i due tipi di accordo.

Abbiamo analizzato circa cinquecento episodi avvenuti tra il 1975 e il 2014 e ne abbiamo concluso che le ristrutturazioni private e ufficiali possono avere effetti molto diversi sulla crescita, anche nel lungo periodo. Mentre quelle private sono in genere associate a crescita più bassa sia durante gli anni della crisi che a lungo termine, per le ristrutturazioni ufficiali non osserviamo una riduzione dell’output né durante né dopo la crisi finanziaria (figura 1).

Figura 1 – Effetto medio delle ristrutturazioni private e ufficiali

Nota: Le linee continue rappresentano il Pil pro capite medio di un campione di Paesi debitori nei confronti di creditori privati ed ufficiali. Le linee tratteggiate mostrano il livello di Pil pro capite che tali Paesi avrebbero raggiunto in mancanza della crisi finanziaria.
Fonte: Marchesi e Masi (2018).

Al contrario, quando le ristrutturazioni ufficiali sono associate a riduzioni del valore nominale del debito, i paesi debitori beneficiano di un aumento della crescita, sino al 2 per cento, che può protrarsi nei dieci anni successivi all’ultimo accordo (figura 2).

Figura 2 – Evoluzione dei tassi di crescita dopo l’uscita da una crisi di debito

Nota: i coefficienti mostrano l’evoluzione della dimensione, del segno e della significatività dei coefficienti (ottenuti con stime Gls) che mostrano l’andamento della crescita economica dopo l’uscita da un default associato a una riduzione del debito nom

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Professione data scientist

Ven, 03/08/2018 - 10:18

Social network, web o carte fedeltà generano un immenso archivio di dati estremamente interessanti per le aziende. I professionisti in grado di “leggerle” sono pochi e molto ricercati. Tanta pratica e competenze multidisciplinari nel loro apprendimento.

Una marea di dati per le aziende

L’utilizzo dei social network, del web e dei processi automatici/digitali (ad esempio gli acquisti su un sito di e-commerce o gli scontrini di un supermercato connessi alla carta fedeltà) generano un immenso archivio di dati. Lo “tsunami” di informazione cresce vertiginosamente se analizzato con intelligenza, consente di raccontare i gusti, le abitudini e le tendenze della società e quindi di pianificare politiche pubbliche o piani di marketing.

I comportamenti umani si trasformano in “big-data”, la cui analisi si riversa a sua volta in strategie aziendali. Avviene attraverso lo studio delle reti neurali artificiali (artificial neural networks) o dell’apprendimento automatico (machine learning) che fanno parte di quella branca della intelligenza artificiale cresciuta negli ultimi anni grazie soprattutto al miglioramento della potenza di calcolo e nella capacità analitica di affinare le tecniche di stima, di classificazione e di previsione del dato.

Lo “tsunami” dei dati è una vera miniera d’oro, basta saperla sfruttare. Per questo sempre più aziende (di grandi e piccole dimensioni) manifestano l’esigenza di assumere figure professionali specializzate (noti come data scientist o data analyst), in grado di maneggiare ed estrapolare informazioni a supporto dei processi decisionali.

Si tratta di una professione emergente, in Italia nel 2017 ne sono stati assunti circa 1.500, il suo obiettivo non è solo quello di organizzare e analizzare grandi quantità di dati, ma soprattutto garantire analisi abbastanza semplici da essere comprese da tutti gli attori coinvolti. Una figura che richiede quindi competenze multidisciplinari (statistiche, matematiche ed economiche): deve essere in grado di estrarre dati da database MySQL, gestire gli Analytics, sviluppare algoritmi di ottimizzazione e disporre di sufficienti competenze in ambito business per migliorare le abilità di debug.

Il problema, non solo italiano, è che al momento ci sono più dati che persone competenti, per questo il data scientist è una delle professioni più richieste nel mercato del lavoro. 

Come si forma un data scientist?

Da alcuni anni le università hanno avviato corsi specifici, ma il numero di persone che li frequenta resta troppo basso rispetto al tasso di crescita della domanda, per questo molti paesi cercano di sfruttare le sinergie fra insegnamento universitario e apprendimento a distanza.

Uno dei casi più noti è quello del professor Balaraman Ravindran in India, che tiene i suoi corsi tramite una piattaforma governativa che consente successivamente agli studenti di sostenere gli esami di persona in diverse parti del paese, guadagnando una certificazione formale riconosciuta in ambito lavorativo.

Altre piattaforme ospitano corsi on-line di diverso livello, spesso con un approccio pratico alla scrittura di routine analitiche di immediato utilizzo, ovviamente in rete è disponibile moltissimo materiale in forma gratuita (come ad esempio la possibilità di vedere i corsi tenuti da Jeremy Howard e Rachel Thomas) così come open source sono i principali linguaggi e librerie (R e Python).

L’obbiettivo dichiarato di iniziative come Fast.ai negli Usa e Nptel in India è quello di allargare la base di persone competenti, in modo da generare una “massa critica” che consenta di far avanzare la ricerca nello studio dei big data.

A tale scopo si svolgono anche le competizioni a premio a cui tutti possono partecipare. I premi sono banditi da imprese che attraverso specifiche piattaforme (come Kaggle), mettono a disposizione i loro dati, presentano i problemi che intendono risolvere e pagano (spesso con migliaia di dollari) le persone e i team che presentano risultati migliori (valutati con metriche oggettive). Kaggle offre gratuitamente anche potenza di calcolo on-line per gli utenti meno dotati di risorse tecniche proprie. Non è quindi necessario possedere calcolatori potenti per partecipare, quello che viene premiato è la capacità analitica o, se si preferisce, la competenza.

Attraverso queste competizioni le imprese acquisiscono soluzioni ai loro problemi e gli analisti si scambiano informazioni e tecniche che vengono condivise con tutta la comunità on-line. Pertanto, la diffusione della conoscenza avviene attraverso la formazione di una élite selezionata all’interno di una competizione aperta a tutti e non attraverso una

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Di che colore è il governo Conte

Ven, 03/08/2018 - 10:17

Confrontando le posizioni espresse nel discorso di insediamento di Giuseppe Conte con quelle dei suoi predecessori emerge un esecutivo a favore dell’intervento dello stato nell’economia, poco europeo, ma molto attento alla lotta alla corruzione.

Politiche economiche e politiche sociali

Il governo Conte – e l’alleanza giallo-verde su cui si regge – è stato presentato dai diretti interessati come il “governo del cambiamento”. Il sostantivo “cambiamento” inevitabilmente si riferisce a un confronto con il passato più o meno recente. Ma è davvero così? Quali sono le reali novità del governo Conte rispetto ai settanta esecutivi che lo hanno preceduto, dal 1946 fino a Paolo Gentiloni? Per cercare di capirlo, abbiamo ancora una volta fatto riferimento al metodo proposto dall’Italian Legislative Speech Dataset – Ilsd, già utilizzato in un precedente articolo, per collocare nello stesso spazio politico la posizione del contratto espressione del governo Conte con quelle più recenti dei partiti che siedono in Parlamento. Questa volta, il nostro interesse è di adottare una prospettiva diacronica, in grado di confrontare la posizione del contratto di governo giallo-verde con quelle di tutti gli altri esecutivi della Repubblica italiana come emersi dai loro rispettivi discorsi di insediamento. Quali sono i principali risultati?

Se consideriamo il lato delle policy, in una prospettiva di lungo periodo il contratto di governo giallo-verde risalta più per la sua posizione economica, piuttosto che sociale. Dei settanta governi succedutosi in Italia dal 1946 a oggi, infatti, la posizione economica espressa dal contratto di governo giallo-verde, lungo una scala che contrappone chi vuole più stato (a sinistra lungo la dimensione orizzontale) o più mercato (a destra), è la quarta più pro-stato di tutte, superata solo dal terzo governo Fanfani nel luglio 1960, che aprì la strada al centro-sinistra in Italia, e da due più recenti governi di centro-sinistra: il primo di Massimo D’Alema nel 1998 e il secondo di Romano Prodi nel 2006.

Riguardo invece la posizione lungo la dimensione sociale – che contrappone una posizione più progressista (valori in basso lungo la dimensione verticale) su questioni come i diritti civili (tema migranti incluso) a una più conservatrice (in alto) focalizzata su “legge e ordine” – il governo Conte si situa nel “centro classifica”, con diversi governi che hanno espresso una posizione più conservatrice rispetto a quella che emerge dal contratto giallo-verde, a partire dal governo Scelba nel febbraio 1954 o dal governo Segni nel 1959.

Figura 1

Europa, competenze e lotta alla corruzione

L’eccezionalità del contratto alla base del governo Conte emerge invece da altri tre aspetti.

Il primo riguarda la posizione nei confronti dell’Europa. Tra tutti i governi italiani dal dopoguerra a oggi, la posizione espressa dal governo Conte è infatti la più tiepida, assai lontano da esecutivi molto pro-Europa (almeno nelle loro iniziali dichiarazioni) come i due governi Letta o il governo Dini.

Gli altri due aspetti di novità del governo Conte non riguardano infine le politiche, bensì quello che in letteratura va sotto il nome di valence issues, cioè valori condivisi. Da un lato c’è infatti una grande enfasi sul tema della corruzione politica: dopo quello di Carlo Azeglio Ciampi, si era in piena bufera di Tangentopoli, è quello che ne parla di più, assieme al primo governo Spadolini. Dall’altro, la sostanziale assenza del tema della competenza: un cavallo di battaglia per gran parte dei governi, che generalmente spendono fiumi di parole per sottolineare la loro (supposta) capacità di (ben) governare, sembrerebbe non essere centrale per il contratto su cui si fonda il governo Conte.

Se la scelta sia un bene o una (implicita) ammissione di colpa, lo vedremo nei prossimi mesi.

Figura 2

 

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Colf e badanti, l’immigrazione silenziosa

Ven, 03/08/2018 - 10:16

I lavoratori domestici – badanti comprese – sono in Italia oltre 2 milioni, molti dei quali stranieri. E quasi il 60 per cento non è in regola. Ricorrere come in passato a una sanatoria non basterebbe a garantire benefici sostenibili a lungo termine.

Chi si occupa dei non autosufficienti

L’Italia è uno dei paesi più anziani al mondo (insieme a Germania e Giappone) e di qui al 2050 il numero delle persone con più di 75 anni è destinato a salire da 7 a 12 milioni (+74 per cento), passando dall’11 per cento della popolazione al 21 per cento.

Negli ultimi anni (caratterizzati dalla crisi e dai suoi postumi) lo stato ha sempre più delegato alle famiglie la gestione del welfare. Secondo stime Istat, solo il 10 per cento degli oltre 2 milioni di persone non autosufficienti è assistito in strutture residenziali (Ra).

L’assistenza domiciliare si compone di assistenza domiciliare integrata, a cura delle Asl, e servizi di assistenza domiciliare, a cura dei comuni, che raggiungono rispettivamente 650 mila e 130 mila anziani, anche se quasi sempre per un tempo molto limitato.

La figura del “caregiver familiare” (una persona che si prende cura, a titolo gratuito, di un genitore o del coniuge non autosufficiente) è stata istituzionalizzata solo alla fine della scorsa legislatura, tramite l’istituzione di un fondo di sostegno, peraltro piuttosto modesto (60 milioni).

Per tutti questi motivi, nel tempo si è affermato il sostegno alle famiglie di colf e badanti. Sebbene sia un fenomeno presente anche in altri paesi, l’Italia ha registrato un vero e proprio boom tra gli anni Novanta e Duemila, per il contemporaneo verificarsi di diversi fattori: presenza di donne dell’Est disponibili a questa mansione anche in convivenza con l’assistito; alta incidenza di anziani proprietari dell’abitazione di residenza; vicinanza geografica dei figli; crescente partecipazione delle donne autoctone al mercato del lavoro fuori casa.

Non sorprende quindi, come sostiene una ricerca Domina (Associazione nazionale famiglie datori di lavoro domestico), che le famiglie italiane spendano per i lavoratori domestici 7 miliardi ogni anno, facendone risparmiare 15 allo stato che, altrimenti, dovrebbe farsi carico di circa 800 mila anziani non autosufficienti.

Figura 1– Lavoratori domestici in Italia (confronto regolari/irregolari), serie storica 2008-2017*

* Lavoratori irregolari calcolati a partire dalle stime Istat per il settore “Attività di famiglie e convivenze come datori di lavoro per personale domestico”. Dati 2016 e 2017 calcolati utilizzando il tasso di irregolarità 2015.

Elaborazioni Fondazione Leone Moressa su dati Inps e Istat

Numeri ufficiali e stime

Vista la crescita (silenziosa) degli ultimi anni, i lavoratori domestici sono oggi oltre 2 milioni, di cui quasi il 60 per cento non in regola (stime Istat).
Analizzando il dettaglio dei lavoratori domestici regolari, tra le badanti riscontriamo una prevalenza di lavoratori over 50 (54 per cento) e di donne (92 per cento). Gli stranieri rappresentano il 77 per cento.

Tra le colf, invece, abbiamo una prevalenza di lavoratori tra i 30 e i 50 anni (52 per cento). Le donne rimangono la maggioranza, anche che con una percentuale meno marcata (85 per cento). Gli italiani salgono al 31 per cento. Negli ultimi cinque anni italiani e stranieri hanno seguito tendenze opposte: in aumento gli italiani (+24,2 per cento) e in calo gli stranieri (-23,5 per cento).

Ciononostante, il lavoro domestico rimane il settore con la più alta incidenza di stranieri (73 per cento). Si tratta di un fenomeno che fino ad alcuni anni fa veniva gestito a posteriori attraverso provvedimenti di regolarizzazione (le cosiddette sanatorie) e che oggi, probabilmente, necessiterebbe di maggiore attenzione da parte dello stato. Osservando la serie storica, infatti, si nota come in occasione delle regolarizzazioni (le ultime nel 2009 e nel 2012) il numero ufficiale di lavoratori domestici si impennasse, per poi calare progressivamente negli anni successivi (tornando a fare spazio al nero).

Naturalmente non tutti i lavoratori “in nero” sono anche irregolari dal punto di vista del permesso di soggiorno, ovvero potenziali beneficiari di una regolarizzazione, ma le esperienze degli anni passati ci consentono di affermare che con ogni sanatoria si è registrato un aumento del numero complessivo di lavoratori domestici. Una nuova regolarizzazione avrebbe nell’immediato un effetto positivo per tutti gli attori coinvolti (lavoratori, famiglie, stato), ma non basterebbe a garantire benefici sostenibili a lungo termine.

La “sanatoria”, peraltro, non è l’unico strumento per regolamentare il settore: l

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Sentimenti anti-stranieri: il potere della propaganda

Ven, 03/08/2018 - 10:15

I dati confermano che non si può parlare di emergenza immigrazione, né in Italia né in Europa. Ma gli elettori di molti paesi hanno creduto alla propaganda dei partiti di destra. L’argine è in politiche che proprio il populismo al potere rende difficili.

Esiste un’emergenza immigrazione?

La Lega e il Movimento 5 stelle, coerenti con la strategia portata avanti in campagna elettorale, hanno individuato l’immigrato e la UE fra le cause principali delle attuali difficoltà dell’Italia. Essere riusciti a coniugare il sentimento anti-immigrati con l’idea di un’Europa “cattiva” che lascia solo il nostro paese, è una mossa di propaganda molto abile.

Per rispondere alla domanda se gli immigrati sono veramente “troppi”, si possono usare vari indicatori.

Tabella 1– Immigrati in Europa e nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo

Fonte: EU Statistics on International Migration

Nella tabella 1 abbiamo indicato sia il numero di immigrati entrati in Italia nel 2016, periodo di massima espansione, sia la percentuale di popolazione straniera in Italia sul totale della popolazione all’inizio del 2017. Il numero di stranieri entrati in Italia nel 2016 comprende anche profughi (coloro che lasciano il proprio paese a causa di guerre, invasioni, rivolte o catastrofi naturali) e richiedenti asilo (coloro che hanno presentato domanda di asilo). Per numero di nuovi immigrati nel 2016, in valore assoluto (300.800) l’Italia si poneva al quinto posto dopo Germania (1.029.900), Regno Unito (589.000), Spagna (414.700), Francia (378.100). Era però al ventitreesimo posto come rapporto fra immigrati nel 2016 e popolazione. Tutti gli altri paesi che si affacciano sul Mediterraneo avevano valori più elevati.

Inoltre, la percentuale di nati all’estero sulla popolazione era inferiore a quella di tutti i paesi che affacciano sul Mediterraneo, mettendoci al diciottesimo posto nel 2017, rispetto ai 28 paesi della UE. Situazione analoga – 17° posto – si verifica per gli immigrati nati nei paesi non UE. Questi dati mostrano come non si possa parlare di troppi immigrati per l’Italia, almeno in confronto agli altri paesi europei.

Se consideriamo solo i rifugiati (persona che qualora tornasse nel proprio paese potrebbe essere vittima di persecuzioni), che sono una quota degli immigrati, a metà del 2016 erano 2 milioni e 100 mila in Europa, di cui 131 mila in Italia,186 mila in Svezia e 478 mila in Germania. Più di recente, nel periodo gennaio – giugno 2018, gli sbarchi in Italia sono molto diminuiti (di oltre il 70 per cento rispetto all’analogo periodo del 2017). Non solo: il rapporto fra numero di migranti arrivati per mare in Grecia, Spagna, Italia e relativa popolazione è, rispettivamente pari all’11,6, 2,9, 2,5 per cento. Rispetto alla sua popolazione, il nostro paese ha dunque accolto nel 2018 meno migranti arrivati per mare di Spagna e Grecia.

Se poi consideriamo i dati storici relativi all’immigrazione netta (immigrati–meno emigrati), pubblicati dall’International Migration Report 2017 delle Nazioni Unite, nel periodo 2000-2010 con 263 mila immigrati netti l’anno, l’Italia era al sesto posto fra i primi dieci paesi per numero immigrati, dietro Spagna e Regno Unito. Nel periodo 2010-2015 con meno di 183 mila immigrati netti, siamo addirittura usciti dalla classifica dei primi dieci paesi.

Tanta paura del futuro

Tutti questi dati confermano che non si può parlare di emergenza immigrazione, non solo in Italia ma neanche in Europa. Perché quindi esiste una diffusa percezione di un’emergenza immigrazione?

In molti paesi, i partiti della destra radicale aumentano i loro voti creando un senso di “crisi”Anche lievi aumenti nel numero di rifugiati sono definiti “emergenza immigrazione” imputata ai partiti di governo incompetenti e corrotti.

Ciò è avvenuto anche in Finlandia, dove il partito di destra radicale ha ottenuto il 19 per cento dei voti. Non stupisce che in Italia, paese duramente colpito dalla recessione e con i più elevati tassi di corruzione in Europa dopo la Grecia, abbia avuto successo la “narrativa” sull’esistenza di una emergenza immigrazione e sulle politiche di accoglienza che hanno come obiettivo quello di far arricchire le élite.

In realtà, oltre a fattori oggettivi, il sentimento anti-immigrazione è legato alla percezione di pericoli futuri. Molta rabbia verso gli stranieri, come nota Yascha Mounk, è causata dalla paura di un futuro immaginato più che da una realtà vissuta. Quando i cittadini hanno a che fare con gli immigrati su base regolare e vedono che molti dei pericoli temuti non si realizzano, la valutazione negativa si riduce. I risultati

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Non dazi, ma incentivi all’innovazione

Ven, 03/08/2018 - 10:14

Nel 1981 l’amministrazione Reagan rispose alla concorrenza europea e giapponese con sgravi fiscali per la ricerca e sviluppo. Fu una scelta corretta. Il protezionismo riduce gli incentivi a innovazione e crescita, con gravi danni nel lungo periodo.

Protezionismo e innovazione

Evocando ragioni economiche e di sicurezza nazionale, a marzo il presidente Trump ha introdotto dazi su molti beni importati da Cina, Europa, Canada, Giappone e altri paesi. A cominciare dalla Cina, i partner commerciali colpiti hanno risposto innalzando tariffe sui beni americani, dando così vita a una delle guerre commerciali più importanti dal dopoguerra. In campagna elettorale, Trump aveva dichiarato che avrebbe attuato una politica economica nazionalista, seguendo l’esempio di Ronald Reagan. Tuttavia, il presidente Reagan varò sì alcune manovre protezioniste, inclusi dazi del 49 per cento sulle moto giapponesi voluti da Harley-Davidson, ma le sue misure furono più mirate e non ebbero alcun effetto sul livello di protezione media dell’economia americana. D’altra parte, Reagan attuò anche politiche di apertura delle frontiere, compreso l’inizio delle trattative per il North American Free Trade Agreement (Nafta).

In un lavoro recente, scritto con Ufuk Akcigit e Sina Ates, suggeriamo che fu la politica di innovazione piuttosto che il protezionismo la risposta vincente di Reagan alla concorrenza internazionale. Gli anni Ottanta vedono infatti l’introduzione di una serie di politiche industriali volte a migliorare la competitività delle imprese americane. Misure che vanno dagli incentivi fiscali all’innovazione, alla protezione dei diritti di proprietà intellettuale, al trasferimento di tecnologie militari ad applicazioni commerciali, alle commesse pubbliche delle grandi agenzie dalla Nasa al Deparment of Defense, volte a creare mercati di dimensione appropriata per le imprese innovative. Nel nostro lavoro abbiamo analizzato gli effetti della Research and Experimentation Tax Credit (Erta), un credito d’imposta per l’innovazione introdotto nel 1981, successivamente rinnovato più volte e reso permanente nel 2015. Abbiamo poi comparato gli effetti di questa politica con quelli di una ipotetica risposta protezionistica in stile Trump.

La figura 1 mostra l’erosione della leadership tecnologica americana, misurata dalla quota dei brevetti ottenuti dalle imprese americane nell’Ufficio brevetti Usa (Uspto). La dinamica è dovuta all’accelerazione dell’attività innovativa da parte di imprese giapponesi ed europee. Una convergenza tecnologica che si estende anche alla distribuzione globale degli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S), delle quote di mercato e della crescita economica in generale. La figura mostra anche l’inversione di tendenza nella metà degli anni Ottanta, poco dopo l’introduzione dei sussidi fiscali all’innovazione, con la quota di brevetti americana che torna a crescere e una contemporanea accelerazione della quota degli investimenti americani in R&S.

Figura 1 – Concorrenza internazionale, innovazione, e incentivi fiscali: 1975-199

Le nostre simulazioni, ottenute con un nuovo modello macroeconomico dell’economia mondiale, suggeriscono che i sussidi all’innovazione relativi all’Erta hanno promosso la crescita del Pil americano nel breve, ma soprattutto nel lungo periodo. Riducendo il costo della R&S, i sussidi stimolano l’attività innovativa, promuovendo la crescita della competitività e, di conseguenza, riportando profitti, salari e posti di lavoro in America.

L’importanza della concorrenza

Nel nostro secondo esperimento ci chiediamo cosa sarebbe successo se Reagan, invece di incrementare i sussidi all’innovazione, avesse aumentato del 50 per cento i dazi su tutte le importazioni. Questa politica genera benefici nel breve periodo (10-15 anni) perché protegge le imprese americane dalla concorrenza estera aiutandole a mantenere quote del mercato interno. Nel lungo periodo, però, si osservano perdite sostanziali nella crescita in quanto si riduce l’incentivo delle imprese americane a innovare. Inoltre, i benefici di breve periodo si ottengono solo nell’ipotesi che i partner commerciali non rispondano ai dazi. Nel plausibile scenario nel quale gli altri paesi introducono dazi di ugual misura, anche i benefici del breve periodo spariscono. Le tariffe straniere infatti danneggiano gli esportatori americani, riducendo le loro quote nei mercati esteri e diminuendo i loro incentivi a innovare.

Analizziamo poi le politiche ottimali, ossia il livello di sussidi e di barriere tariffarie che rende massimo il

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Anas-Fsi, troppo grande per non creare perplessità*

Ven, 03/08/2018 - 10:11

Anas fuori dalla Pa?

Dopo i solidissimi dubbi qui espressi da Mario Sebastiani sull’operazione, se ne possono aggiungere altri, forse altrettanto pesanti.

Vi è il serissimo dubbio che l’uscita dell’Anas dal perimetro della pubblica amministrazione sia un bene. Che senso economico ha una società per azioni che vive di trasferimenti pubblici? Ovviamente, come per Fsi, il suo obiettivo reale (la sua “hidden agenda”) sarà massimizzare tali trasferimenti, più che aumentare l’efficienza, obbiettivo quest’ultimo ovvio per le imprese che operano nel mercato.

Si guardi in proposito l’ultimo piano faraonico di investimenti di Rfi, sempre presentato come proprio dell’azienda, e costituito per la grandissima parte da denaro pubblico, per investimenti per i quali non è previsto alcun ritorno finanziario. Ci sono però molti ritorni politici: per gli investimenti ferroviari non è prevista infatti dalla normativa attuale alcuna redditività, al contrario di quanto accade per le altre infrastrutture di trasporto, come autostrade, porti o aeroporti.

E questa condizione si ritroverebbe amplificata con l’uscita di Anas dal perimetro della Pa: una super-spa il cui capitale per la grande parte proverrebbe da un soggetto terzo sembra una anomalia ben difficile da difendere

Quante nuove “grandi opere” di molto dubbia utilità dovremo vedere promosse da un “ircocervo” di questa natura?

Meglio decentrare

Sempre su queste pagine, Carlo Scarpa e Carlo Stagnaro hanno messo in luce i possibili vantaggi che potrebbero scaturire non annullando l’operazione di fusione Anas-Fsi, che in effetti è in pieno corso.

È tuttavia possibile anche capovolgere l’ipotesi ed esplorare i vantaggi che potrebbero discendere dal percorrere la strada opposta, cioè quelli di aumentare le strategie dirette a operazioni di “unbundling”, e questo anche senza riferirsi al problema del peso politico, noto dalla letteratura regolatoria come “clout”.

In primo luogo, si dovrebbe analizzare il settore stradale gestito dall’Anas. La distinzione tutta amministrativa tra autostrade a pedaggio, strade nazionali, regionali e così via ha una scarsa razionalità funzionale. Persino sulle autostrade maggiori la parte dominante del traffico è di scala al massimo regionale. Poi molte strade nazionali hanno caratteristiche prestazionali e geometriche del tutto analoghe a quelle autostradali.

Restituire al centro decisionale fisiologico, quello appunto regionale, la gestione e le scelte di investimento sembra raccomandabile. La prevalenza dei traffici locali sulla rete significa anche la prevalenza su questa scala dei problemi ambientali e di congestione. Una operazione di decentramento è stata tentata, ma molte regioni hanno preferito riaffidare allo Stato le strade maggiori, dichiarando insufficienti i fondi assegnati per la gestione locale. Argomento molto dubbio, visto che le economie di scala nel settore sembrano assai poco significative e certo una gestione centralizzata aumenterebbe molto i problemi informativi, essendo le criticità sopra citate tutte locali.

Per la rete ferroviaria (anche assumendo che alcuni servizi rimangano pubblici, cioè in un quadro realistico) è perfettamente possibile pensare a un affidamento periodico e competitivo della gestione della rete. Questa possibilità fu anche adombrata dal ministro Padoan in un noto “question time” con la stampa.

Certo, non un affidamento “in solido”, ma di nuovo secondo linee di ragionevoli economie di scala, che vanno determinate con cura, ma che non possono sempre coincidere con i confini nazionali: sarebbe una casualità economica sospetta. La valutazione delle economie di scala per le concessioni autostradali che ha fatto emergere una soglia critica molto ridotta, di soli 300km circa, è stata brillantemente fatta da Carlo Cambini, “chief economist” dell’Autorità di regolazione dei trasporti (Art). Sembra urgente promuovere analoga analisi anche per la rete ferroviaria. C’è da scommettere che si troverebbero sorprese anche qui.

Figura 1 – Costi unitari di gestione in funzione della lunghezza della rete in concessione

Fonte: Autorità di regolazione dei trasporti 2016

Il peso politico

Infine, il “clout” politico del nuovo colosso sarebbe rilevantissimo, e potrebbe essere attenuato solo con una totale separazione tra servizi e infrastrutture ferroviarie (non solo formale come quella già in essere) e che equivarrebbe, in pratica, alla privatizzazione di tutti i servizi (opzione questa che sembra lontana dalla visione dell’attuale maggioranza di governo). Infatti il nuovo colosso rimarrebbe un serbat

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Il Punto

Mar, 31/07/2018 - 13:01

Nel secondo trimestre 2018 è proseguita – per il ventunesimo trimestre consecutivo ma a ritmo più lento – la ripresa dell’economia europea e anche quella italiana. Per una crescita più robusta ci vorrebbe la locomotiva tedesca che però probabilmente non arriverà.
Rimessa in discussione dal M5s (in dissenso con la Lega), la Tav Torino-Lione ha in realtà già passato il vaglio della revisione del progetto, che promette di risparmiare 2,4 miliardi (il 56 per cento) rispetto al costo originario. Del resto tutti i piani sottoposti dal 2015 a “project review” consentono forti risparmi. Anche in Puglia si alza la parola d’ordine “Nimby” – non nel mio giardino! Il governatore Emiliano e la ministra Lezzi si oppongono al Tap– un pezzo del sistema di gasdotti più complesso mai realizzato, che attraversa sette paesi, chiama in causa investimenti per 50 miliardi di dollari. E ci dà la speranza di pagare meno per il gas.
C’erano una volta (tre anni fa) 45 milioni all’anno di finanziamento delle attività per la ricerca di base. Ora non ci sono più. Anche perché la maggioranza dei ricercatori – con varie motivazioni – non li ha richiesti. Meglio avrebbe fatto il Miur ad assegnare direttamente i fondi ai più meritevoli in base ai dati Anvur.
Nonostante la disoccupazione sia in forte calo in tutti i paesi Ocse, i salari non aumentano. La produttività non cresce come una volta e anche laddove aumenta a beneficiarne non sono i lavoratori. Per invertire la tendenza ci vuole una strategia complessiva che migliori le competenze e l’apprendimento durante tutta la vita lavorativa.
Sergio Marchionne è stato accusato di aver risollevato i bilanci Fiat spostando lavoro dall’Italia all’estero. Accusa ingenerosa e imprecisa. Il calo di occupati in Italia dipende soprattutto dallo spostamento di Fiat Industrial fuori dal perimetro aziendale. Se si sommano tutti i dipendenti della galassia Fca, il segno è positivo.
Al traffico aereo italiano manca il lungo raggio, più utile e profittevole. Da qui (più che altrove) si vola molto verso hub in altri paesi europei per prendere i voli transcontinentali. Perciò è bene che Alitalia trovi un partner non tra le grandi compagnie ma una low cost che voglia entrare nel lungo raggio con hub in Italia.

Convegno annuale de lavoce.info il 17 settembre a Milano. Save the date!
I primi 100 giorni di populismo“ è il titolo del convegno annuale de lavoce.info. Si svolgerà la mattina di lunedì 17 settembre a Milano, presso l’Università Bocconi. È un’occasione per vederci di persona, dopo tante interazioni digitali! La prima parte dell’incontro è riservata ai nostri collaboratori e sostenitori più affezionati (quelli che ci hanno finanziato con almeno 100 euro nell’ultimo anno o cumulativamente negli ultimi tre anni. Chi vuole è ancora in tempo per fare la donazione.

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L’Europa che rallenta aspetta il traino tedesco

Mar, 31/07/2018 - 12:58

Prosegue la ripresa ma rallenta la crescita in Europa. Anche da noi cresce il Pil, come al solito meno che altrove. In caso di ulteriore rallentamento servirebbe una locomotiva tedesca che probabilmente non arriverà.

Nel secondo trimestre è proseguita piano la crescita europea e italiana

Nel secondo trimestre 2018 è proseguita la lunga ripresa dell’economia europea. Il Pil dell’Eurozona è salito dello 0,3 rispetto al trimestre precedente e del 2,1 per cento su base annua rispetto al secondo trimestre 2017. La musica è la stessa anche per l’Italia, sia pure attenuata, con una minor crescita congiunturale rispetto all’Europa (+0,2 per cento) e una crescita annua che si ferma al +1,1 per cento rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso.

La crescita europea è in rallentamento rispetto al secondo semestre 2017: il +2,8 del terzo e quarto trimestre 2017 hanno lasciato il campo a più modesti +2,5 nel primo trimestre e il +2,2 registrato nel secondo trimestre. Non si può dimenticare tuttavia che, malgrado tutto, l’economia europea è ormai arrivata al ventunesimo trimestre di crescita consecutiva. Se per l’anno in corso saranno confermate le previsioni contenute nel più recente Oecd economic outlook di giugno 2018, durante l’attuale ripresa – iniziata nel 2013 – il Pil dell’Eurozona sarà aumentato mediamente dell’1,6 per cento, con qualche variabilità tra i grandi paesi dell’area. Nella parte alta della forchetta si trovano Germania (con +1,7) e Spagna (con +2 per cento). Nella parte bassa della forchetta si trova la Francia, con un +1,3 per cento, e l’Italia che fa registrare un +0,5 per cento se il conteggio parte dal 2012 oppure +0,8 per cento se si comincia nel 2014, cioè da quando il Pil italiano ha cominciato prima a ristagnare e poi a crescere di nuovo. Il dato di fondo è che da noi la ripresa è arrivata dopo ed è stata più lenta che in altri paesi.

Il benessere delle persone non dipende però dal Pil ma – almeno in prima approssimazione – dal Pil pro capite. Grazie alla lunga ripresa, tedeschi e spagnoli godono oggi mediamente di un reddito pro-capite più alto – rispettivamente – del 7,4 e del 13,2 per cento rispetto al 2012. Numeri più modesti si osservano per i francesi (+5,3 per cento) e per gli italiani il cui reddito pro-capite è salito rispetto al 2012 ma solo del 2,9 per cento (e dopo essere diminuito quasi del 10 per cento negli anni precedenti).

La ripresa ha raddrizzato i conti pubblici, ma…

Rispetto al 2012, tutti i grandi paesi dell’Eurozona mostrano deficit pubblici in calo. La Germania ha addirittura trasformato un sostanziale pareggio di bilancio in un surplus per 1,4 punti di Pil, grazie alla riduzione di un punto per la spesa per interessi ma anche facendo salire di quasi mezzo punto il suo avanzo primario. La Spagna che nel 2012 aveva salvato il suo sistema bancario vedrà scendere il suo deficit da 10,5 (dato 2012) a 2,4 punti di Pil nel 2018. Nel caso della Spagna il bonus da minori interessi sul debito pubblico è quasi assente. Il grosso della riduzione del deficit deriva dal sostanziale azzeramento del disavanzo primario (era 8,3 punti di Pil nel 2012 ed è ora diventato un piccolo avanzo).  La Francia dovrebbe analogamente completare il rientro del deficit al di sotto del limite del 3 per cento, un po’ grazie al calo della spesa per interessi e un po’ grazie al calo del disavanzo primario. L’Italia che in questo periodo di tempo non ha mai superato la soglia del 3 per cento dopo il 2012, dovrebbe chiudere il 2018 con un deficit dell’1,8 per cento e un avanzo primario pari all’1,7 per cento del Pil – un po’ inferiore a quello del 2012.

…ci vorrebbe la locomotiva tedesca

La buona notizia che proviene da questi dati è che nel caso di un ulteriore rallentamento dell’economia europea i governi dei grandi paesi sono meglio posizionati nel sostenere le loro economie perché partono da situazioni di deficit molto almeno un po’ migliori rispetto a quelle del 2012. Ma come già nel 2008-09 non tutti i paesi sono nella stessa situazione di conti pubblici. C’è chi come la Germania parte da un rapporto debito-Pil che secondo l’Ocse convergerà al 60 per cento del Pil. Ma c’è anche un paese come l’Italia che presenta oggi un rapporto debito-Pil più che doppio rispetto a quello della Germania e più alto di quello del 2012, con Spagna e Francia a metà strada con un rapporto debito-Pil non troppo lontano dal 100 per cento. Francia e Spagna sono cresciute più dell’Italia facendo più deficit in questi anni. Ma lo hanno fatto facendo salire il loro rapporto debito-Pil in misura rilevante (la Spagna aveva un rapporto debito-Pil del 36,4 per cento nel 2007!). Nel caso di una recessione, du

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Per le attività base di ricerca non c’è più il fondo

Mar, 31/07/2018 - 11:55

La legge di bilancio 2017 aveva introdotto il Fondo per il finanziamento delle attività base di ricerca. Via via le risorse sono state tagliate. E il meccanismo di assegnazione non ha funzionato. Ma si poteva intervenire per renderlo più efficace.

Un fondo per ricerca privato delle risorse

La legge di bilancio 2017 ha introdotto il Fondo per il finanziamento delle attività base di ricerca dei ricercatori e dei professori di seconda fascia. Lo stanziamento previsto era di 45 milioni di euro a decorrere dal 2017, con un importo individuale annuale pari a 3 mila euro, per un totale di 15 mila finanziamenti individuali.

Non una cifra elevata, ma comunque utile in un paese dove le risorse destinate alla ricerca si sono progressivamente ridotte. Il governo Renzi lo aveva presentato con enfasi e come esempio di un’inversione di tendenza dopo anni di scarsa attenzione alla ricerca: finalmente un po’ di risorse a disposizione dei ricercatori italiani anche solo per consentire loro la partecipazione a qualche convegno.

A distanza di poco tempo c’è stata però una drastica inversione di marcia e con successive decurtazioni il provvedimento è rimasto del tutto privo di copertura finanziaria. Dopo il primo stanziamento si è proceduto a progressivi tagli, dapprima con la legge 21 giugno 2017, che diminuiva il finanziamento del 30 per cento dal 2019, poi con la legge di bilancio 2018, che ha ridotto lo stanziamento per il 2018 a 30 milioni e quello del 2019 e 2020 a 18 milioni e infine (per dare il colpo di grazia) con ulteriori due decurtazioni del fondo stanziato per il 2018 che lo hanno ridotto a soli 2 milioni di euro (e azzerato dal 2019).

I problemi della valutazione automatica

Viene naturale chiedersi a cosa sia stato dovuto l’improvviso cambiamento di orientamento. Ci si è resi conto che la ricerca di base non ha bisogno del supporto pubblico? I risultati ottenuti dopo il primo stanziamento sono stati così deludenti che si è ritenuto inutile continuare?

Per cercare di comprendere bisogna ricordare che l’idea alla base del provvedimento era quella di finanziare il 75 per cento dei ricercatori e il 25 per cento dei professori associati con i migliori risultati così come calcolati dall’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) sulla base di un indicatore della produzione scientifica relativa agli ultimi cinque anni. L’utilizzo di una valutazione automatica delle pubblicazioni basata su indici bibliometrici, ha suscitato qualche polemica. Tuttavia, anche a voler ammettere tutte le criticità di questi indicatori, è difficile pensare a meccanismi alternativi che tengano conto del merito a un costo non proibitivo. La peer review sarebbe stata infatti eccessivamente costosa (dato l’ammontare delle risorse da distribuire). Inoltre, come mostrato da diverse analisi, i risultati che ne derivano non si scostano molto da quelli che si ottengono applicando i criteri bibliometrici (d’altra parte non è affatto scontato che il giudizio di “pari” individuati allo scopo sia più attendibile di quello dei referee di cui si servono le riviste). Certo col tempo si sarebbe potuto introdurre qualche correttivo, cercando di tener maggiormente conto delle specificità di alcuni settori disciplinari e cercando di capire cosa aveva funzionato e cosa meno nel corso della prima applicazione del provvedimento.
Qualcosa, però, sembra aver impedito di procedere in tal senso, probabilmente la confusione che si è creata nel processo di gestione.

Il complesso meccanismo di assegnazione

Il comma 298 del bando prevedeva che fossero finanziati il 75 per cento dei ricercatori e il 25 per cento dei professori associati con la migliore performance tra quelli che presentavano domanda. Se tutti gli associati e i ricercatori avessero fatto domanda, l’idea alla base del provvedimento non sarebbe stata compromessa, ma – com’era prevedibile – così non è stato. I ricercatori con una produttività scientifica che li collocava nella parte bassa della distribuzione non avevano alcun interesse a fare domanda. Ma a causa della loro autoesclusione gli altri ricercatori vedevano ridursi la probabilità di ottenere il finanziamento. Ovviamente, diminuendo la probabilità di finanziamento, si riduceva anche l’incentivo a presentare domanda. Il risultato ultimo, come evidenziato dal rapporto Anvur 2018, è stato che alla procedura di selezione ha partecipato il 47 per cento dei potenziali interessati (il 49 per cento dei ricercatori e il 45 per cento dei professori di seconda fascia). Con questo tasso di partecipazione, i finanziamenti individuali assegnati sono stati pari a 9.466, ben al di sotto delle 15 mila b

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Perché i salari non crescono

Mar, 31/07/2018 - 11:54

I salari non hanno ancora recuperato i livelli pre-crisi. I motivi sono strutturali e la risposta è in una strategia incentrata su competenze e apprendimento durante tutta la vita lavorativa. Affiancata da politiche attive e di supporto al reddito.

I salari prima e dopo la crisi

Quasi dieci anni dopo il fallimento di Lehman Brothers, il mercato del lavoro dei paesi Ocse è finalmente tornato ai livelli pre-crisi. All’appello mancano solo i salari. Con disoccupazione in forte calo – e in alcuni paesi a livelli mai così bassi – dovremmo osservare un aumento della pressione salariale. Invece, anche al netto dell’inflazione più bassa, la crescita dei salari reali è molto lontana dalle tendenze pre-crisi: l’aumento medio annuo dei salari reali nell’area Ocse è passato dal 2,4 per cento del quarto trimestre 2007 all’1,5 per cento medio del quarto trimestre 2017 (media non ponderata dei 29 paesi Ocse per i quali esistono dati comparabili, figura 1).

Figura 1– Tasso di disoccupazione e crescita dei salari reali prima, durante e dopo la crisi

Fonte: Elaborazione Ocse sulla base dei conti nazionali trimestrali e Oecd Short-Term Labour Market Statistics Database.

Perché? L’Employment Outlook Ocse di quest’anno identifica tre fattori chiave che frenano la crescita dei salari.

Produttività stagnante e disallineamento tra produttività e salari

La crescita della produttività del lavoro (qui misurata come Pil per ora lavorata) è crollata durante la crisi, ma anche ora rimane intorno all’1 per cento, circa la metà di quella pre-crisi (figura 2). In Italia, in realtà, la stagnazione della produttività – cominciata oltre 15 anni fa – sembra continuare anche nella lenta fase di ripresa economica.

Figura 2– Produttività del lavoro oraria prima, durante e dopo la crisi

Fonte: Ocse (2018), Oecd Employment Outlook, Oecd Publishing, Parigi

Dietro questi numeri poco incoraggianti, ci sono però forti differenze tra imprese “leader” in termini di produttività (spesso all’avanguardia tecnologica) e le altre aziende “ritardatarie”, che non sono state in grado di tenere il passo (figura 3).

Nelle imprese “ritardatarie” la crescita della produttività del lavoro è stata estremamente lenta e ciò ha creato un freno maggiore alla loro capacità di aumentare le retribuzioni dei lavoratori. Nelle aziende leader, la crescita della produttività del lavoro è stata molto sostenuta, ma i salari dei loro lavoratori non ne hanno beneficiato appieno. Queste imprese sono a forte intensità di capitale e la riallocazione delle quote di mercato a loro vantaggio tende a comprimere la parte dei salari nel valore aggiunto a livello aggregato. In media, tra i paesi Ocse, se la crescita dei salari mediani reali avesse seguito da vicino quella della produttività nel periodo 1995-2013, i salari medi reali sarebbero stati superiori del 13 per cento.

Figura 3– Produttività del lavoro in aziende leader nei paesi OCSE rispetto alle altre

Fonte: Ocse (2018), Oecd Employment Outlook, Oecd Publishing, Parigi.

Cambiamento della domanda di competenze

La crisi globale ha anche accelerato cambiamenti strutturali già in atto e legati alla globalizzazione e al cambiamento tecnologico. Questi cambiamenti tendono ad aumentare la domanda di lavoratori altamente qualificati, con una riduzione della domanda di lavoratori con competenze intermedie in attività di routine. Molti dei posti di lavoro persi durante la grande recessione non sono stati ricreati nella fase di ripresa economica e i nuovi posti di lavoro che si creano spesso richiedono competenze diverse, in particolare digitali e trasversali, che molti disoccupati non hanno. Secondo i dati dell’inchiesta sulle competenze degli adulti dell’Ocse (Piaac), un adulto su quattro non ha nemmeno le competenze base nell’elaborazione delle informazioni (figura 4).

Figura 4– Percentuale di adulti che non ha le competenze base per risolvere problemi in un ambiente tecnologico

Fonte: Elaborazione Ocse su dati Piacc.

I persone in cerca di lavoro accettano lavori meno retribuiti

Un terzo fattore è la qualità di tanti dei nuovi posti di lavoro. Molte persone in cerca di lavoro hanno accettato occupazioni non in linea con le proprie aspettative, specialmente con l’esaurimento dei sussidi di disoccupazione. In particolare, si registra un aumento del lavoro part-time involontario in molti paesi Ocse, tra cui l’Italia dove è più che raddoppiato nell’ultimo decennio, sfiorando il 14 per cento degli occupati. I lavoratori con contratti part-time hanno avuto dinamiche salariali più contenute di quelli con contratti a tempo pieno, contri

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Ma è utile un’Alitalia un po’ italiana?

Mar, 31/07/2018 - 11:54

L’interesse dell’Italia è avere collegamenti aerei diretti di lungo raggio, senza passare da hub di nazioni nostre concorrenti sui mercati internazionali. Su questo dovrebbero concentrarsi Alitalia e il governo nella ricerca del partner “ideale”.

Traffico aereo e investimenti

Sulle non nuove vicende di Alitalia ho avuto più volte occasione di dire la mia un anno fa. Ci torno sopra sollecitato dall’articolo di Carlo Scarpa, concordando su quasi tutto con la sua ricostruzione, salvo le conclusioni. A ciò si aggiunge, mentre sto scrivendo, l’intervento del sottosegretario Armando Siri su Il Messaggero del 30 luglio.

La storia del nostro trasporto aereo è costellata da calamità che hanno portato alla ritirata dei vettori italiani, a crisi aziendali e molto altro. L’Alitalia ha eccelso anche in questo. Poco male, verrebbe da dire, se è vero che la domanda crea la propria offerta, cosicché non importa la nazionalità di chi opera – ci sarà sempre qualcuno pronto a colmare i vuoti. Infatti, la ritirata delle compagnie italiane da tutti i mercati (domestico, comunitario, internazionale e intercontinentale) non ha impedito la crescita dei passeggeri da e per l’Italia, anzi.

Bisogna però guardare alla composizione dell’offerta e alla sua redditività, anche sociale. Ebbene, il traffico diretto intercontinentale fa dell’Italia il penultimo paese europeo (dopo la Grecia) per collegamenti diretti per abitante. Per il resto, il rapporto fra passeggeri con destinazioni intra ed extra europee è da noi di 3,2, contro 1,67 della Germania e 1,2 della Francia, una approssimazione della fuga della domanda di lungo raggio verso hub europei.

Qui non possiamo consolarci con la sovranità della domanda perché l’interesse del paese è di avere collegamenti diretti di lungo raggio e non collegamenti che passano da hub di nazioni concorrenti con noi sui mercati internazionali. Si stima che un aumento del 10 per cento dell’offerta di trasporto aereo su rotte intercontinentali dirette determini la crescita del 4,7 per cento degli investimenti diretti esteri in entrata e dell’1,9 per cento di quelli in uscita, con un saldo netto del 2,8 per cento.

Insomma, il lungo raggio non è solo il segmento a rendimento aziendale più elevato, lo è anche per la collettività; ed è quello che tira di più, tanto più per noi.

Identikit del partner ideale

Ciò dovrebbe portare a concludere che senza un vettore di lungo raggio “con base” in Italia difficilmente il nostro paese ce la farà a recuperare il gap. Questi sono i fondamentali da cui partire per una prospettiva diversa dal “vuoto a perdere”, cercando sì un partner ben attrezzato finanziariamente e nella gestione, ma anche interessato a sviluppare il lungo raggio dall’Italia, integrando la propria rete con Alitalia, senza competere con essa. Quindi non può certo essere un grande carrier europeo come Lufthansa, che avrebbe solo interesse a trasferire altro traffico verso Francoforte o Monaco), e neanche uno come Air France-Klm, che questa inclinazione l’ha già messa in atto da “alleato”.

In sintesi, servono compagnie oggi assenti dal lungo raggio, ma potenzialmente interessate a esso, a cui offrire di subentrare ad Alitalia sul medio raggio, il che permetterebbe alla nostra compagnia di uscire da un mercato che le pesa come un macigno, e con il ricavato della vendita di aerei e slot investire in un paio di dozzine di aerei di lungo raggio, alimentati dal partner anche da città italiane, dalle quali è maggiore l’esodo verso altri hub europei. In prima battuta, direi EasyJet o Wizzair, fra quelle che sembrano ancora in campo. Perché siano motivate a impegnarsi e a mantenere poi gli impegni, compresi quelli finanziari, è essenziale che siano in forza azionisti (anche di controllo), ma con una partecipazione pubblica significativa (niente capitani coraggiosi, per favore) finalizzata non tanto al mantenimento di posti di lavoro in sé quanto a garantire il piano di sviluppo sul lungo raggio. Una soluzione che, se realizzata con apporti contestuali dello stato e di vettori privati, si configurerebbe come operazione di mercato e non come aiuto di stato.

Come si muove il governo

Bene dunque, in linea di principio, l’orientamento che il governo sembra maturare, almeno a leggere l’intervento del sottosegretario Siri. Con qualche commento, tuttavia.

In primo luogo, non vedo l’opportunità di una partecipazione pubblica di maggioranza, che allontanerebbe investitori privati (dubito che un grande carrier sia disposto, data la storia patria, ad accollarsi il rischio di una gestione “pubblica”). Per altro verso, il mantenimento di una quota pubblica (ripeto: si

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Dipendenti Fca in Italia nell’era Marchionne

Mar, 31/07/2018 - 11:04

Il numero di dipendenti Fca in Italia

La morte di Sergio Marchionne, fino a pochi giorni fa amministratore delegato del gruppo automobilistico Fiat Chrysler Automobiles (Fca), è stata accompagnata inevitabilmente da una moltitudine di interventi e analisi sul suo operato. Accanto ai molti encomi, alcuni opinionisti- per esempio Marco Revelli in un articolo su Il Manifesto (ripreso, tra gli altri, dal presidente della Toscana Enrico Rossi) – hanno sostenuto che sotto la sua amministrazione l’azienda ha diminuito il numero di dipendenti in Italia, spostando il proprio baricentro produttivo oltreoceano e quello finanziario in altri paesi europei (Olanda e Regno Unito). Più precisamente, Revelli ha sostenuto che “oggi i dipendenti diretti di Fca in Italia sono 29 mila compresi quelli di Maserati e Ferrari. Erano oltre 120 mila nel 2000”.

Per far luce sull’andamento dell’occupazione nei quattordici anni di amministrazione Marchionne, è essenziale ricordare che la configurazione del gruppo oggi è profondamente diversa da quella del 2004, quando il manager italo-canadese fu nominato amministratore delegato.

Nel bilancio consolidato e d’esercizio del 2004, infatti, quello che allora si chiamava Gruppo Fiat comprendeva società attive nel settore automobili, con i marchi Fiat, Lancia e Alfa Romeo e il controllo di Ferrari e Maserati; nel settore macchine per l’agricoltura e le costruzioni, rappresentato dalla Cnh; nel settore veicoli industriali con Iveco spa; in quello dei sistemi di produzione rappresentato da Comau spa, e includeva attività anche nei settori componenti e prodotti metallurgici, servizi, editoria e comunicazione.

Oggi il gruppo Fca è un’entità differente: opera infatti sempre nel mercato automotive con i marchi Abarth, Alfa Romeo, Chrysler, Dodge, Fiat, Fiat Professional, Jeep, Lancia, Maserati e Mopar, e in quello dei componenti e dei prodotti metallurgici. Tuttavia, in questi anni il gruppo è stato al centro di importanti scorpori e fusioni che hanno radicalmente cambiato il volto e il bilancio dell’azienda, come l’acquisizione da parte di Fiat spa di Chrysler Group, conclusasi alla fine del 2014; lo scorporo del marchio di lusso Ferrari nel 2016 e di quello di Fiat Industrial nel 2011, che, a seguito della fusione nel 2013 con Cnh Global, ha dato vita all’odierno gruppo Cnh Industrial (Cnhi).

L’evoluzione dell’occupazione in Fca è quindi strettamente legata all’evoluzione del gruppo e delle sue società. E per questo il numero di dipendenti che emerge dalla figura 1, tratto dai bilanci annuali di Gruppo Fiat, azienda esistita fino al 2010, di Fiat spa, attiva fino al 2014, e di Fca, non è indicativo. Proprio perché il numero di aziende considerate all’interno della holding non è rimasto costante, una semplice comparazione intertemporale dei dati non è infatti adatta a fornire valutazioni credibili. È evidente, ad esempio, come il calo di quasi 20 mila dipendenti in Italia nel 2011 sia stato causato non tanto da una imponente politica di licenziamenti, quanto piuttosto dallo scorporo di Fiat industrial dai bilanci del Gruppo Fiat.

Figura 1

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Anche la suddivisione delle quote di dipendenti tra le varie zone del mondo è cambiata negli anni dell’amministrazione Marchionne. L’acquisizione di Chrysler ha notevolmente aumentato il peso specifico dell’America del Nord, a discapito principalmente del Vecchio Continente. Infatti, sebbene il numero di dipendenti sia cresciuto di circa 76 mila unità nel mondo in questi 13 anni, in Europa i dipendenti sono passati dall’essere circa il 71 per cento del totale nel 2004 al 36,5 per cento nel 2017. Ma più che a una politica interna di dismissione delle fabbriche europee, il cambiamento è dovuto a un ampliamento esterno del gruppo, che con l’acquisto di Chrysler ha ottenuto il controllo di diversi stabilimenti americani.

Figura 2

 

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