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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 21 min 50 sec fa

Dal voto regionale poche sorprese, ma tante incognite

Lun, 27/01/2020 - 15:03

Il centrosinistra vince in Emilia-Romagna e il centrodestra in Calabria. Si confermano però anche tutti i motivi di incertezza che caratterizzano la politica italiana. E c’è da sperare che la campagna elettorale continua non influenzi l’azione del governo.

I risultati

La tornata elettorale regionale di domenica 26 gennaio non ha riservato grandi sorprese, ma si è caratterizzata per il quasi totale disinteresse rispetto ai temi locali. Delle elezioni in Calabria sembra non essersi curato quasi nessuno, mentre quelle in Emilia-Romagna hanno ruotato più sul ruolo di personaggi esterni alla competizione elettorale (Matteo Salvini da un lato e le Sardine dall’altro) che su quello dei veri candidati. Per la cronaca, netta vittoria del centrosinistra in Emilia-Romagna e ancor più netta vittoria del centrodestra in Calabria. Buon risultato generale per Partito democratico, Lega e Fratelli d’Italia. Apparentemente scomparsi, o forse solo strategici, gli elettori del Movimento 5 stelle.

Stefano Bonaccini si conferma presidente della regione Emilia-Romagna, mentre la deputata forzista Jole Santelli conquista la presidenza della regione Calabria.

Bonaccini, col 51,4 per cento dei voti, mantiene – anzi, migliora leggermente – il consenso ottenuto cinque anni fa; mentre la candidata sconfitta, la senatrice leghista Lucia Borgonzoni, si ferma al 43,6 per cento. Da un lato, l’ampio distacco sembra attestare che non c’è mai stata davvero battaglia tra i due candidati; tuttavia, se pensiamo che cinque anni fa il centrodestra si era fermato al 30 per cento, il balzo in avanti è stato notevole. Sempre rispetto a cinque anni fa, l’affluenza nella regione raddoppia, segno che il voto è stato molto sentito da tutti gli elettori. Gli sfidanti nutrivano la grande speranza di realizzare un colpaccio che sarebbe stato clamoroso (e probabilmente letale per il governo) o almeno di dare maggiore filo da torcere ai vincitori; questi ultimi, da parte loro, hanno probabilmente sentito la necessità di evitare qualunque rischio. Di solito, infatti, quando la vittoria o la sconfitta sono certe, gli stessi elettori si sentono poco motivati ad andare alle urne.

Costante invece la percentuale di votanti in Calabria, un dato decisamente interessante di fronte al ribaltamento netto dei consensi: sarà importante capire se si sono recate alle urne persone diverse o se sono cambiate le preferenze degli elettori. Nulla, se non addirittura controproducente, è risultata quindi la mossa del centrosinistra di non ricandidare il presidente uscente Mario Oliverio. Dati più dettagliati per i maggiori partiti sono riportati nelle tabelle 1 e 2, insieme alle percentuali di voto ottenute nelle ultime quattro tornate elettorali (Regionali 2014; Politiche 2018 – Camera, candidati uninominali e liste; Europee 2019).

Buon momento per il partito democratico in Emilia-Romagna, ancora lontano dai fasti del 2014, ma in miglioramento anche rispetto alle elezioni europee. Lo stesso Pd perde invece consensi in Calabria, perlomeno rispetto a maggio 2019. In calo la Lega, leggero in Emilia-Romagna e più marcato in Calabria, dove comunque non si può ignorare il fatto che la candidata Santelli abbia portato più consensi ai compagni di coalizione di Forza Italia. E soprattutto che stiamo pur sempre parlando della Lega, un partito nato e forte soprattutto nel Nord Italia e che cinque anni fa in Calabria nemmeno esisteva. Avanza o tiene ovunque il partito di Giorgia Meloni mentre, a parte il caso calabro, continua il processo di assottigliamento di Forza Italia. Drammatico il risultato per il Movimento 5 stelle che però, almeno in Emilia-Romagna, sembra essere dovuto anche al voto strategico: circa ventimila elettori infatti hanno votato M5s, ma non il proprio candidato presidente.

Davvero non è successo nulla?

Affermare che la vittoria in Emilia-Romagna abbia fermato l’ondata di populismo è forse fin troppo generoso per la portata di queste elezioni regionali. Soprattutto perché i “non populisti” giocavano decisamente in casa. E si conferma che, sia da un lato sia dall’altro, si è voluto porre l’accento su temi e suggestioni che poco hanno a che vedere con le realtà locali. Come interpretare altrimenti il ringraziamento di Nicola Zingaretti, leader di quello che potrebbe essere il primo o secondo partito italiano, nonché azionista fondamentale del governo in carica, al movimento delle sardine per la vittoria in Emilia-Romagna? Non sembra un bel segnale per la salute del suo partito o del governo stesso. Così come non sembra un buon viatico lo scarso risultato elettorale del Movimento 5 stelle, che conferma il precedente delle elezioni reg

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Gli effetti della sentenza della Cassazione sul lavoro dei rider

Sab, 25/01/2020 - 15:12

La sentenza della Corte suprema attribuisce al Jobs act un effetto sul lavoro dei rider identico a quello del decreto del governo M5s-Lega, col rischio di conseguenze incompatibili con questa forma di organizzazione del lavoro. A meno che intervenga la contrattazione collettiva.

L’estensione ai rider della disciplina del lavoro subordinato

La sentenza della Corte di cassazione pubblicata venerdì 24 gennaio, n. 1663/2020, modifica in parte la motivazione ma conferma nel risultato pratico immediato la sentenza della Corte d’appello di Torino del 4 febbraio 2019, che aveva accolto il ricorso di un gruppo di rider mirato a ottenere l’applicazione delle protezioni proprie del lavoro subordinato.

La sentenza torinese aveva applicato una norma del Jobs act (l’articolo 2, comma 1, del decreto legislativo n. 81/2015) ritenendo che essa istituisse un tipo legale di lavoro intermedio tra lavoro subordinato e lavoro autonomo, quello del lavoro “etero-organizzato”: una sorta di tertium genus, al quale si sarebbero dovute applicare alcune tutele proprie del lavoro subordinato compatibili con la sua struttura, tra le quali gli standard retributivi minimi e le regole in materia di igiene e sicurezza, ma non la disciplina dei licenziamenti. La Cassazione nega che la norma legislativa istituisca il tertium genus di cui parla la Corte torinese, sostenendo che la norma si limita invece ad applicare l’intero insieme delle protezioni del lavoro subordinato – compresa dunque la disciplina dei licenziamenti – anche in un’area particolare del lavoro autonomo: quella caratterizzata appunto dalla etero-organizzazione. Per applicare l’intero insieme di quelle protezioni non occorre più, dunque, accertare il carattere subordinato della prestazione, cioè il suo assoggettamento pieno al potere direttivo dell’imprenditore: basta accertare il tratto distintivo dell’etero-organizzazione.

Mentre la Corte torinese – in linea con un orientamento recente anche della giurisprudenza britannica e in quella statunitense – ricorre alla teoria del tertium genus per operare una selezione delle tutele applicabili, la Cassazione esclude che la norma legislativa consenta di operare questa selezione. Il lavoro dei ciclofattorini “etero-organizzati” mediante la piattaforma digitale, anche quando non ne venga accertata la “subordinazione” in senso tecnico e debbano quindi essere qualificati come “autonomi”, vengono comunque attratti nell’area di applicazione dell’intero insieme delle protezioni proprie del lavoro subordinato.

Si dà il caso che nelle more di questo procedimento giudiziario il legislatore sia intervenuto di nuovo su questa materia, con il decreto-legge n. 101 del 2019 del Governo M5s-Lega, convertito nella legge n. 128, a norma del quale l’elemento della “etero-organizzazione” si deve sempre considerare sussistente quando la prestazione lavorativa “è organizzata mediante piattaforme digitali”; con la conseguenza che il lavoro dei rider deve sempre considerarsi assoggettato all’intero insieme delle protezioni proprie del lavoro subordinato. La sentenza n. 1663/2020 della Cassazione, dunque, sul piano pratico non fa altro che estendere anche ai rapporti svoltisi prima del 2019 un trattamento sostanzialmente equivalente a quello disposto dal decreto n. 101.

La vecchia tutela è compatibile con la nuova forma di organizzazione?

Resta da chiedersi se l’insieme delle protezioni proprie del lavoro subordinato sia compatibile con la forma di organizzazione che caratterizza il lavoro dei rider: un fenomeno talmente nuovo, che nel 2013-14, quando sono stati elaborati i contenuti del Jobs act, esso era ancora agli esordi in Europa e non era considerato da nessuno, né in Parlamento né fuori, meritevole di particolare attenzione sul piano del diritto del lavoro.

Uno degli effetti più rilevanti dell’assoggettamento del lavoro dei rider alla disciplina generale del lavoro subordinato è la necessità di una predeterminazione contrattuale dell’estensione e collocazione temporale della prestazione lavorativa nell’arco della giornata, della settimana, del mese e dell’anno. Un altro effetto rilevante è l’applicazione necessaria di uno zoccolo retributivo garantito, correlato all’unità di tempo – che sia l’ora, la giornata, la settimana o il mese – non inferiore rispetto ai minimi tabellari stabiliti dai contratti collettivi nazionali: secondo la regola generale, l’eventuale “cottimo”, o retribuzione correlata al numero delle consegne, può dunque costituire solo un elemento aggiuntivo rispetto a quello zoccolo. È difficile c

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Il Punto

Ven, 24/01/2020 - 11:31

Mentre Christine Lagarde annuncia una revisione dei suoi obiettivi strategici, la Bce tiene d’occhio opportunamente il mercato immobiliare. Che – per i mutui con ipoteca e i finanziamenti alle imprese del settore – è sempre più importante per la redditività e le nuove attività bancarie in tutta Europa. Da noi il Fir, fondo per l’indennizzo dei risparmiatori delle banche in crisi, risarcirà le vittime degli ultimi crac con regole corrette nella finanziaria. Per ora i dati mostrano che gli investitori esposti per cifre più piccole in valore assoluto sono stati rimborsati quasi interamente. Non così per 26 casi di ammontare notevole.
Su ponti e autostrade si è sentito di tutto. Dalla minacciata revoca della concessione ad Aspi al ridisegno del sistema di calcolo delle tariffe, su uno sfondo di preoccupante degrado fisico delle infrastrutture di trasporto. Tanti titoli, zero fatti. Che speriamo arrivino dalla Art, l’autorità indipendente per i trasporti.
La riforma del 2011 manda di regola tutti in pensione alla stessa età anche se l’aspettativa di vita varia tra categorie sociali. Ma si potrebbe creare un sistema bilanciato con i lavoratori che avrebbero diritto a un’uscita anticipata, a un costo sostenibile e limitando lo “scalone” generato da Quota 100.

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Banche e settore immobiliare, da amici ad alleati*

Ven, 24/01/2020 - 11:27

Il mercato bancario si fa sempre più competitivo. Uno strumento chiave può essere il mutuo ipotecario. Può consentire di fidelizzare i clienti, ma anche di attrarne di nuovi di livello elevato, a cui proporre prodotti e servizi a più alto valore aggiunto.

Settore immobiliare e redditività bancaria

La Banca d’Italia ha pubblicato una nota che approfondisce la relazione fra ciclo immobiliare e redditività bancaria. La redditività bancaria risulta sistematicamente maggiore nei paesi europei dove la crescita dei prezzi delle case è stata più alta: i diversi trend dei valori immobiliari spiegano circa un quarto delle differenze fra i Roe (return on equity) medi nel periodo 2010-2018. Il contributo riporta al centro dell’attenzione il tema della vulnerabilità del credito alle variazioni del ciclo immobiliare, che del resto ha contribuito a innescare la crisi finanziaria americana nel 2007.

In effetti, anche in Italia il real estate ha un ragguardevole peso nell’industria bancaria e ciò a causa dell’elevata quota – nei mesi scorsi pari all’80 per cento – di acquisti di abitazioni effettuata mediante accensione di un mutuo ipotecario. Lo stock di mutui immobiliari residenziali delle famiglie italiane sfiora attualmente i 400 miliardi (figura 1).

Figura 1 – Abitazioni acquistate accendendo un mutuo ipotecario (a sinistra) e andamento stock mutui residenziali retail (a destra)
Fonte: Elaborazione propria su dati Banca d’Italia

Oltre ai mutui ipotecari alle famiglie, bisogna considerare anche i crediti concessi alle imprese operanti – a vario titolo – nella catena del valore del real estate. Non sono bruscolini: secondo Banca d’Italia, al 30 giugno 2019, su un totale di crediti corporate di 737,3 miliardi di euro le banche erano esposte per 87 miliardi verso il settore edilizio (12 per cento) e per 81,2 miliardi (11 per cento) verso operatori focalizzati su attività immobiliari.

In confronto però al resto dell’Europa, la diffusione del mutuo ipotecario in Italia appare quasi limitata. Secondo i dati Eba al 30 giugno 2019, infatti, il mutuo ipotecario è in Europa il primo fra i vari segmenti che compongono l’aggregato “crediti verso clientela”, con un peso pari al 36,8 per cento (figura 2). Questa la media europea, peraltro con ampia variabilità fra differenti paesi: l’Italia sta al 27,2 per cento, con la Francia e la Germania rispettivamente al 18 e al 25,2 per cento, la Spagna al 43,4 per cento e il Regno Unito addirittura al 53,7 per cento.

Figura 2 – Evoluzione europea dei vari segmenti che compongono l’aggregato “crediti verso clientela”
Fonte: Risk Assessment of European Banking System (figura 7) – Novembre 2019

Non sorprende, dunque, che la Banca centrale europea abbia messo sotto la lente il credito immobiliare. Fra le varie priorità di vigilanza del 2020, una riguarda proprio i criteri di delibera del credito e la qualità del portafoglio su specifiche classi di investimento – quali immobili commerciali e residenziali – mediante ispezioni tese ad approfondire le regole di valutazione degli immobili nelle fasi di istruttoria e delibera dei prestiti. Evidente che, trascorsi più di cinque anni dall’avvio del Meccanismo unico di vigilanza, la Bce voglia accrescere la sensibilità delle banche proprio sulla prima parte del ciclo di vita di credito – quando viene istruito e deliberato – e non più solo sulla parte finale –  il recupero dei crediti deteriorati (non performing) e le operazioni di riduzione del rischio. E ciò al fine di avere un controllo migliore sulla qualità del credito fin dalla sua erogazione, nell’ambito della quale la valutazione immobiliare ricopre primaria importanza.

Ciclo immobiliare: come governarlo in una banca che cambia?

Il sistema bancario italiano negli ultimi cinque anni ha percorso un sentiero impervio fra requisiti patrimoniali crescenti, riduzione dei margini e costi di compliance elevati. Oggi si può dire che gli sforzi profusi dalle banche per migliorare l’efficienza operativa e la solidità patrimoniale non sono stati vani (figura 3). Il peggio sembra alle spalle. Tuttavia, i prossimi anni non saranno una passeggiata. Nel mercato stanno entrando nuovi attori (cioè, challenger bank e fintech) a forte trazione tecnologica, offerta commerciale mirata, strutture di costo leggere e management innovativo. Un recente studio di AT Kearney approfondisce le prospettive dell’attività bancaria al dettaglio e di come la clientela premierà sempre di più tali nuove banche: si prevede una crescita esponenziale del numero di clienti per questi nuovi attori: in Europa dai 15,3 milioni nel 2019 a una forchetta tra i 50 e gli 85 milioni n

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Risarcimenti ai risparmiatori: quanto e come

Ven, 24/01/2020 - 11:27

I rimborsi fin qui erogati ai risparmiatori dal fondo di solidarietà sono in prevalenza di piccola entità. In alcuni casi, però, l’importo è rilevante. E induce a chiedersi se sia opportuno rimborsare anche investitori con elevate capacità finanziarie.

Le modifiche al Fir

La legge finanziaria per il 2020 ha apportato (commi 236-238, articolo 1 legge n. 160 del 27 dicembre 2019) alcune modifiche alle norme che regolano il funzionamento del Fir, il fondo per l’indennizzo dei risparmiatori in possesso dei titoli emessi da banche entrate in crisi.

Il risarcimento è giustificato dal fatto che gli investitori sono stati indotti a sottoscrivere quei titoli da pressioni e comportamenti degli addetti al loro collocamento che costituivano una violazione degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza, trasparenza e buona fede che il Testo unico sulla finanza impone di rispettare.

Le modifiche riguardano i titoli indennizzabili, la definizione del loro costo di acquisto, l’attestazione dei requisiti da parte dei cittadini residenti all’estero e la possibilità di allegare alla domanda le eventuali decisioni giudiziali ed extragiudiziali. La novità più rilevante è, forse, lo spostamento in avanti di due mesi, al 18 aprile 2020, del termine per la presentazione delle domande di risarcimento.

Il bilancio del fondo di solidarietà

Per un bilancio del Fir occorre, dunque, attendere ancora. È però possibile fare un rendiconto dei risultati del fondo di solidarietà (Fs) – che del Fir ha le stesse finalità, anche se con importanti differenze operative – istituito con la legge finanziaria per il 2016, per risarcire inizialmente i sottoscrittori delle obbligazioni emesse dalle cosiddette “quattro banche” (CariFerrara, CariChieti, Banca Marche, Banca Etruria) in risoluzione con il decreto legge 183/2015 e, successivamente, anche i possessori degli stessi titoli emessi da Banca popolare di Vicenza e da Banca Veneta, poste in liquidazione coatta amministrativa con il Dl 99/2017.

Gli investitori persone fisiche con un patrimonio mobiliare inferiore a 100 mila euro o con un reddito ai fini Irpef inferiore a 35 mila euro accedevano al fondo da una corsia preferenziale: l’erogazione del ristoro dipendeva dal solo accertamento dei requisiti richiesti, senza alcuna valutazione di merito. L’indennizzo forfettario era pari all’80 per cento (successivamente elevato al 95 per cento) della spesa sostenuta per l’acquisto delle obbligazioni. È bene sottolineare che non era previsto alcun limite né all’ammontare dell’indennizzo erogabile ai singoli risparmiatori, né all’importo dell’investimento di ognuno essi.

Per i sottoscrittori delle obbligazioni subordinate delle “quattro banche”, sforare entrambi i limiti di condizione economica non sbarrava in maniera definitiva l’accesso al fondo, ma subordinava l’ottenimento dell’indennizzo a un lodo arbitrale.

La gestione del Fs è stata affidata al fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd). Fino al 23 dicembre 2019, il fondo ha liquidato indennizzi per 257 milioni di euro. Nel complesso gli acquirenti delle obbligazioni subordinate hanno avanzato 26.296 richieste di indennizzo, delle quali 23.244 sono state accolte e liquidate.

Un primo dato che salta agli occhi è il valore medio relativamente modesto del singolo ristoro: poco più di 11 mila euro. È un dato che sembra autorizzare l’ipotesi di essere di fronte a sottoscrittori di obbligazioni che avrebbero voluto impiegare somme modeste di risparmio piuttosto che realizzare investimenti azzardati. La stessa osservazione può valere anche per il solo indennizzo medio di poco più di 34 mila euro accordato a ognuno dei 1.300 risparmiatori che hanno dovuto percorrere la strada dei lodi arbitrali. La stragrande maggioranza dei beneficiari del fondo di solidarietà ha quindi usufruito dell’indennizzo forfettario, il cui valore medio si è attesto sui 9.600 euro, considerando insieme le quattro banche risolte e le due liquidate; il che significa che l’investimento medio è stato intorno ai 12 mila euro. Fra gli obbligazionisti delle banche venete solo 27, sulle quasi 6.500 pratiche liquidate, hanno ricevuto un indennizzo superiore a 50 mila euro, mentre in quasi il 75 per cento dei casi è stato inferiore a 5 mila euro; dei 31,7 milioni erogati hanno beneficiato quasi esclusivamente i clienti della Popolare di Vicenza, che avevano presentato il 97 per cento delle richieste. Anche per i risparmiatori delle “quattro banche” il valore medio del ristoro è stato modesto (11.700 euro) e in due terzi dei casi non ha toccato i 10 mila euro. In 25 casi ha però superato i 200 mi

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Tre problemi si rincorrono in autostrada

Ven, 24/01/2020 - 11:27

Revoca della concessione, regolamentazione delle tariffe e manutenzione delle infrastrutture: sono tre questioni che si intersecano e rendono volatile il quadro regolatorio e la redditività del settore. La soluzione è rafforzare l’autorità di settore.

Quanto costa la revoca

Un lungo periodo di turbolenza interessa le nostre autostrade. Non è una novità: tra i settori liberalizzati e regolati, è certo quello che ha sempre dato più grattacapi ai decisori pubblici, forse anche per la presenza di grandi imprese private difficili da imbrigliare in una regolazione efficiente e pure vantaggiosa per gli utenti.

Dall’agosto 2018 sino a oggi, diverse questioni affollano il dibattito pubblico sul settore, temi che si intersecano, ma che, almeno in linea di principio, appartengono a tre sfere concettualmente diverse.

In primo luogo, vi è la minacciata revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia (Aspi) a seguito del crollo del ponte Morandi. Da un punto di vista giudiziale e tecnico, la questione dirimente inerisce le ragioni del crollo dell’opera e, di conseguenza, quanto queste siano imputabili a una cattiva manutenzione o a un cattivo monitoraggio delle condizioni strutturali del viadotto.

La volontà politica di procedere alla revoca sembra ormai assodata, cosicché l’oggetto del contendere sembra essersi spostato verso le modalità di calcolo dell’indennizzo che lo stato dovrebbe ad Aspi, naturalmente al netto di eventuali danni relativi al ponte. E qui, mi sembra, le strade delle due controparti si dividono ancora, con il governo che con il decreto “milleproroghe” intenderebbe versare solo il valore degli investimenti sostenuti dal concessionario e non ancora ammortizzati, mentre Aspi aspirerebbe a ottenere il “valore residuo della concessione”, ovvero, teoricamente, gli utili a cui rinuncerebbe.

Le due visioni, evidentemente inconciliabili, si originano comunque dalle due diverse posizioni rispetto alle cause del crollo del ponte. Colpa del concessionario, secondo le dichiarazioni di diversi ministri, che deve essere liquidato solo con quanto ha speso per nuove opere. Colpa del progetto, secondo quanto si evince implicitamente dalle dichiarazioni del management del concessionario, che invece considera la revoca della concessione come un esproprio, da valutarsi a prezzi di mercato.

La riforma della regolazione

Sempre la terribile tragedia del ponte Morandi ha introdotto la questione della riforma della regolazione, ovvero il mutamento delle modalità di calcolo delle tariffe autostradali. Fino al 2018, infatti, il nuovo modello regolatorio definito dall’Autorità di regolazione dei trasporti (Art) si applicava esclusivamente alle nuove concessioni. Con il “decreto Genova”, invece, l’Art assume competenze anche sulle concessioni in essere con periodo regolatorio scaduto e che, dunque, necessitano di un eventuale adeguamento tariffario.

Il nuovo schema regolatorio si differenzia dai precedenti in quanto introduce un vero sistema di price-cap regulation (regolamentazione dei massimali tariffari) con stima econometrica dell’efficientamento e costituisce un enorme balzo in avanti per la qualità del contesto normativo del settore.

Naturalmente, il mutamento non è privo di criticità poiché attraverso il “decreto Genova” incide su convenzioni, ovvero contratti, già in essere. Le parti in gioco, anche qui, sono il governo e l’Art da un lato, che ritengono necessario introdurre subito uno schema che consenta di contenere la dinamica tariffaria (dunque, favorevole per l’utenza) e contemporaneamente salvaguardare un certo tasso di rendimento per i privati, e i concessionari dall’altro che, invece, puntano a mantenere un profitto più elevato e stabilito all’atto della sottoscrizione della convenzione.

Al di là delle questioni contingenti sul “quando” introdurre il nuovo assetto regolatorio, e non il “se”, l’elemento che lascia perplessi è la lettura di frasi sibilline riportate dai giornali che lascerebbero intendere una possibilità di riconciliazione tra governo e Aspi rispetto alla revoca qualora il concessionario applicasse tariffe più basse. La perplessità nasce non solo dal fatto che la dinamica tariffaria poco o nulla c’entra con il crollo del ponte, ma anche perché, in quanto autorità indipendente, non bisognerebbe esercitare pressioni sull’Art nella definizione dei parametri regolatori.

Infrastrutture e manutenzione

Vi è poi la questione dello stato di salute delle infrastrutture in Italia. I dati Ocse sulla spesa pubblica in manutenzione delle strade indicano come fosse di oltre 14 miliardi di

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Come calcolare la “giusta” età pensionabile

Ven, 24/01/2020 - 11:27

Oggi l’età pensionabile è legata all’aspettativa di vita. Che però è diversa tra Nord e Sud e per livello di istruzione. Ecco come permettere il pensionamento anticipato e senza penalità a chi ha un lavoro gravoso, con un costo sostenibile per lo stato.

La vita si sta allungando per tutti?

La riforma del 2011 (legge 3 agosto 2009, n. 102), che lega l’età pensionabile dei lavoratori all’aspettativa di vita media in Italia, ha permesso di contenere l’altrimenti esplosiva spesa pubblica per le pensioni, ma a quale “prezzo”? La principale critica mossa alla legge è la drastica riduzione della flessibilità di uscita dal mercato del lavoro per i lavoratori più anziani. La riforma, d’altra parte, ha le sue fondamenta nella continua crescita dell’aspettativa di vita che, nel caso dell’Italia, si prospetta essere dai 2 ai 3 mesi ogni due anni. La vera sfida, oggi, è comprendere se gli effetti che derivano dall’aumento dell’aspettativa di vita siano equamente distribuiti.

Recenti studi dell’Associazione italiana di epidemiologia (2019) hanno evidenziato dati preoccupanti riguardo all’allargamento del divario nelle aspettative di vita tra individui che differiscono per regione di residenza e per livello di istruzione. Sono notevoli sia le differenze tra Nord e Sud (un anno a parità degli altri fattori), sia le differenze per livello di istruzione, tra un individuo in possesso di almeno un titolo di studi universitario e uno con al massimo un diploma di licenza media (3 anni per gli uomini e 2,5 anni per le donne).

Perché allora un manager di una multinazionale (probabilmente con un livello di istruzione universitario) e un metalmeccanico devono andare in pensione alla stessa età, quando è molto più probabile che il primo viva più anni di quanto ci si aspetti e che il secondo ne viva di meno?

La proposta

Secondo l’Istat, l’attuale sistema pensionistico, ante imposte, risulta regressivo e attuarialmente iniquo. Il trend di divergenza dell’aspettativa di vita per livello di istruzione, insieme alla rigidità dall’uscita del lavoro, pongono grandi sfide all’equità attuariale della prestazione pensionistiche dei lavoratori in settori che fanno parte dell’attuale classificazione dei lavori gravosi e usuranti. Infatti, scomponendo la probabilità di morte per le sue cause, si osserva che individui che svolgono lavori gravosi hanno una probabilità maggiore di morire per cause legate a infortuni e malattie, croniche e non, rispetto a individui che svolgono lavori non gravosi, le cui principali cause di mortalità sono legate a patologie della terza età. In altre parole, la probabilità che un lavoratore raggiunga l’attuale aspettativa di vita diminuiscono drasticamente se questi svolge un lavoro gravoso e usurante.

Fortunatamente, una “cura” che possa alleviare gli scompensi di trattamento, dovuti alla differenza patologica delle aspettative di vita, esiste e si basa sul ricalcolo dei coefficienti di trasformazione tenendo conto delle differenti aspettative di vita. Nella tabella 1 riportiamo un esempio numerico della proposta, basato sulle stime e classificazioni dell’Associazione italiana di epidemiologia (2019).

Tabella 1 – Simulazione

Il “caso A” evidenzia come l’attuale sistema sia regressivo e non rispetti i principi di equità attuariale. In particolare, gli individui con aspettativa di vita più alta e in possesso di almeno un titolo di studio universitario di primo ciclo (H) tendono a ricevere più di quanto hanno versato nel sistema(benefici pensionistici>montante contributivo). Il contrario è vero per individui con aspettativa di vita inferiore e con al massimo un diploma di licenza media (L). Detto in altri termini, chi vive e guadagna di meno “paga” il surplus pensionistico(benefici pensionistici –  montante contributivo)di chi vive e guadagna di più.

Il “caso B” mostra il principio alla base della proposta. Semplicemente tenendo in considerazione le differenze nell’aspettativa di vita e utilizzando coefficienti di trasformazione (lordi) differenti, è possibile rispettare l’equità attuariale e allo stesso tempo rispettare i vincoli di bilancio.

Il “caso C” mostra come, rispettando il pareggio di bilancio, sia possibile convertire il surplus di beneficio pensionistico, 10.425 euro (differenza tra beneficio pensionistico caso B e quello al caso A), in uno “sconto” sull’età di pensionamento tale che, individui in condizioni socioeconomiche non favorevoli (L) possano andare in pensione già a 65,9 anni, mentre gli individui con un livello di istruzione elevato (H) continueranno a farlo a 66,7 anni.

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Il Punto

Mar, 21/01/2020 - 12:03

A pochi giorni dal voto in Emilia-Romagna in Tv si è discusso di addizionali Irpef e qualità della sanità nella regione guidata dal Pd Bonaccini e nel Veneto leghista. Al fact-checking de lavoce.info risulta che tutti paghino almeno un po’ di addizionale Irpef e che la qualità nella cura della salute sia la stessa nelle due regioni.
La riduzione del cuneo fiscale per i dipendenti della finanziaria 2020 (3 miliardi subito, 5 nel 2021) entra nel vivo. Il meccanismo ipotizzato – portare gli 80 euro di Renzi a 100 – rischia però complicazioni e iniquità. Meglio sarebbe ridurre le tasse nell’ambito di una riforma complessiva dell’Irpef.
Torniamo a parlare di pensioni per ricordare che quota 100 crea uno “scalone” di cinque anni tra i nati fino al 1959 e quelli dal 1960 e apre un buco nei conti dell’Inps. Dare flessibilità di uscita dal lavoro in modo equo si potrebbe, applicando all’intero calcolo pensionistico il metodo contributivo.
Mentre la macchina della propaganda dell’ex ministro Matteo Salvini rinfocola il terrore della “invasione straniera” dell’Italia, considerazioni economiche, demografiche ed etiche sottolineano sia l’utilità degli immigrati sia il loro diritto a integrarsi. Eppure sulla cittadinanza abbiamo le regole più restrittive d’Europa.
Con l’indice composito di trasparenza (Cti) si può misurare quanto le amministrazioni pubbliche sono “case di vetro” per i cittadini. Da una ricerca su 524 comuni italiani emerge che – per cambiare! – il paese è spaccato tra Nord e Sud. Ma non mancano le sorprese. E sempre in tema di trasparenza, un settore in cui le regole su tariffe, manutenzioni e conti dei concessionari sono opache è quello delle autostrade. Ma è il momento dei controlli rigorosi alla luce del sole. Il che non vuole dire mettere tutto in mano all’Anas, azienda di ignote virtù.

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Emilia-Romagna contro Veneto: chi vince su tasse e sanità?

Mar, 21/01/2020 - 11:55

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle dichiarazioni su Veneto ed Emilia-Romagna del direttore di Libero Pietro Senaldi e del presidente della regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini.

Le dichiarazioni

Domenica 26 gennaio si terranno le elezioni regionali in Emilia-Romagna e i riflettori sono puntati sullo scontro tra il presidente della regione uscente Stefano Bonaccini (Partito democratico) e la candidata leghista per la coalizione di centro-destra Lucia Borgonzoni. È il giorno che potrebbe decretare il destino della legislatura, almeno secondo Matteo Salvini, che in caso di vittoria ha promesso di presentarsi a Palazzo Chigi con una lettera di sfratto per il premier Conte. Mentre l’ex ministro dell’Interno si affaccendava per dare alla campagna elettorale un’impronta nazionale, un breve dibattito sul merito delle elezioni si è invece consumato negli studi di DiMartedì (La7). Protagonisti del confronto il presidente Stefano Bonaccini in una delle sue poche ospitate televisive e il direttore del quotidiano Libero Pietro Senaldi:

Bonaccini: “Questa mattina la mia avversaria ha detto in una tribuna elettorale che lei se vincerà cancellerà l’Irpef e l’Irap. Uno che dice una cosa così vuol dire che non ha idea di cosa sta parlando”.

Senaldi: “I veneti non pagano l’Irpef addizionale e hanno una sanità migliore dell’Emilia-Romagna”.

Due sono i nodi da sciogliere: è vero che in Veneto i contribuenti non pagano l’addizionale regionale all’Irpef? Ed è altresì vero che il Veneto può vantare una sanità superiore a quella dell’Emilia-Romagna?

Fiscalità veneta ed emiliano-romagnola

Non c’è modo di dirimere la prima questione senza bagnarsi i piedi nel pantano della fiscalità regionale. L’addizionale regionale all’Irpef, come si può facilmente intuire, è una quota tributaria aggiuntiva all’Irpef e si applica al reddito complessivo determinato ai fini Irpef. Il suo gettito concorre al finanziamento del Servizio sanitario nazionale.

Entro i limiti fissati dalla legge statale, ciascuna regione (o provincia autonoma) ha spazio di manovra per modificare l’aliquota di base dell’addizionale all’Irpef, ed è qui che casca l’asino. A partire dal 2012, l’aliquota di base è pari all’1,23 per cento e in tutte le regioni, incluso il Veneto, si paga almeno questa aliquota minima. Ecco quindi la prima falla nella dichiarazione sotto esame: non è esatto affermare che i Veneti non pagano per nulla l’addizionale all’Irpef. E se la candidata della destra Borgonzoni volesse abolirla, come promesso in campagna elettorale, dovrebbe trovare in altra parte del bilancio (ossia riducendo delle spese o aumentando altre entrate) il finanziamento corrispondente per la sanità.  Giova ricordare che l’aliquota base dell’addizionale regionale all’Irpef rappresenta la quota di gran lunga preponderante dell’intero gettito dell’addizionale.

Dopodiché, le regioni ordinarie hanno facoltà di maggiorare l’aliquota di base fino a 2,1 punti percentuali, mentre quelle a statuto speciale e le province autonome fino a 0,5 punti. Ma c’è di più: le regioni possono anche adottare una pluralità di aliquote crescenti applicate ai medesimi scaglioni di reddito stabiliti per l’Irpef e possono disporre detrazioni di imposta e misure di sostegno economico diretto (se non sono impegnate in piani di rientro dal deficit sanitario). È in questi dettagli che il diavolo nasconde la sua coda: il Veneto, per esempio, ha scelto di adottare dal 2011 un’aliquota unica (in effetti, una flat tax) pari all’aliquota di base: 1,23 per cento. Non è da solo: anche Valle d’Aosta, Sicilia, Sardegna e le province autonome di Trento e Bolzano hanno deciso di applicare l’aliquota unica e di non maggiorarla. Inoltre, il Veneto prevede soltanto un’agevolazione per i soggetti disabili e per i contribuenti con un familiare disabile a carico sotto un certo reddito. Diverso l’assetto fiscale dell’Emilia-Romagna che ha scelto di mantenere la struttura progressiva a scaglioni prevista per l’Irpef e di applicare aliquote crescenti: da 1,33 per cento per i redditi sotto i 15 mila euro (quindi 0,10 punti sopra l’aliquota di base) a 2,33 per cento per quelli sopra i 75mila, per finanziare interventi addizionali nel campo socio-sanitario.

Pietro Senaldi non è il primo a sostenere che in Veneto non ci sia l’addizionale all’Irpef. Lo stesso governatore Luca Zaia ha più volte rivendicato per il Veneto il primato di regione “t

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Diamo vera cittadinanza agli stranieri

Mar, 21/01/2020 - 11:53

Sulla cittadinanza l’Italia ha le regole più restrittive dell’Europa occidentale. Ciononostante, i nuovi italiani aumentano. Sono risorse da accogliere. Anzi, dovremmo impegnarci per trasformare la cittadinanza legale in una cittadinanza sostanziale.

Risorse sprecate

L’inizio di un nuovo anno è un momento propizio per gli auspici e le speranze. Nel suo discorso di fine anno, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha detto tra l’altro: “Dobbiamo creare le condizioni che consentano a tutte le risorse di cui disponiamo di emergere e di esprimersi senza ostacoli e difficoltà. Con spirito e atteggiamento di reciproca solidarietà. Insieme.”

Tra le risorse di cui dispone il nostro paese, una componente crescente ma trascurata è quella dei nuovi italiani. Troppo spesso si continua a pensare la composizione della popolazione in termini dicotomici: gli italiani da una parte, gli stranieri dall’altra. In realtà, si tratta di un sistema dinamico, in continuo mutamento e rimescolamento.

Un aspetto saliente del dinamismo sono le acquisizioni di cittadinanza. In nessun paese, per quanto democratico, gli stranieri sono immediatamente parificati ai cittadini, ma nessun paese democratico impedisce loro di diventare cittadini, una volta soddisfatte determinate condizioni: un certo periodo di residenza, una discreta conoscenza della lingua, una fedina penale pulita. Queste condizioni in Italia sono le più restrittive dell’Europa occidentale. Mentre la maggior parte degli stati della regione si è attestata su una soglia di cinque anni di residenza per accedere alla naturalizzazione, noi ne richiediamo dieci ai cittadini “extracomunitari”, contro quattro per i “comunitari”. Come se non bastasse, la gestione Salvini del ministero degli Interni, con un semplice decreto, ha raddoppiato, da due a quattro anni, il tempo richiesto per l’esame delle istanze, portando così a quattordici anni per la maggior parte degli immigrati la durata dell’attesa per entrare nella comunità degli italiani.

Ciononostante, ogni anno un certo numero di residenti stranieri riesce a districarsi nelle maglie delle procedure burocratiche e a ottenere il sospirato passaporto italiano. La tendenza negli ultimi tre anni è stata calante, anche per effetto del decreto ricordato, ma nel complesso i nuovi italiani aumentano: 201.600 nel 20016, 146.600 nel 2017, 112.500 nel 2018.

Una nuova idea di italianità

Due paradossi accompagnano il fenomeno. Un po’ ovunque, le tensioni politiche intorno all’immigrazione, e in particolare il timore dell’avvento di norme più restrittive anche nei confronti degli stranieri da tempo residenti, spingono a naturalizzarsi per entrare a far parte definitivamente della comunità dei cittadini.

In secondo luogo, anche una parte dei nuovi italiani, una volta acquisita la cittadinanza, è partita verso altri paesi, attuando una “seconda migrazione”: tra il 2012 e il 2017, poco meno di 43 mila, secondo il rapporto “Italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes. Un dato peraltro molto probabilmente sottostimato, perché molti emigranti non si cancellano dall’anagrafe. In altri termini, la naturalizzazione non è servita loro per coronare un processo d’integrazione, ma per accedere a un diritto di mobilità in precedenza negato. Viene da pensare: chi non ama gli immigrati, dovrebbe favorire le naturalizzazioni per agevolarne la partenza.

Le sollecitazioni che derivano da questi dati sono almeno tre. La prima: dobbiamo imparare una nuova grammatica e una nuova estetica dell’italianità. Ossia acquisire pienamente il fatto che si può essere italiani anche con la pelle scura, con gli occhi a mandorla, con il velo, con il turbante, con un cognome irto di consonanti e difficile da pronunciare. Lo stesso presidente Mattarella in molte uscite pubbliche è accompagnato da un giovane corazziere dalla pelle scura. Impariamo da lui.

La seconda sollecitazione: richiamando il discorso del Presidente della Repubblica, sarebbe bene accogliere queste nuove risorse, non lasciandole ad aspettare per un tempo irragionevole fuori dalla porta. In attesa di cambiare la legge, accorciamo almeno il tempo necessario per l’esame delle istanze, rispetto ai quattro anni di Matteo Salvini.

La terza sollecitazione riguarda invece i luoghi educativi, l’associazionismo, il volontariato, le occasioni di incontro e aggregazione. Domandiamoci quanti nuovi italiani vi accedono e vi partecipano attivamente. Proponiamoci nel nuovo anno di raggiungerne e di coinvolgerne qualcuno in più. Trasformiamo la cittadinanza legale in una più avanzata cittadinanza sostanziale.

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La casa di vetro ha fondamenta civiche*

Mar, 21/01/2020 - 11:52

C’è un legame significativo tra il capitale civico di un territorio e il grado di trasparenza delle amministrazioni locali. E dove il senso civico è alto gli elettori premiano le amministrazioni trasparenti. Lo mostrano i risultati di uno studio.

Per un’amministrazione pubblica trasparente

Nelle società democratiche, la trasparenza ha un ruolo rilevante nel processo di monitoraggio dell’azione della pubblica amministrazione e del comportamento degli amministratori pubblici da parte delle diverse parti interessate, in primo luogo gli elettori. Anche il legislatore italiano, in più fasi a partire dal 2005 (Codice dell’amministrazione digitale, decreto legislativo 82/2005), ha introdotto una serie di strumenti per accrescere il grado di trasparenza delle istituzioni pubbliche. Tali norme sono state rafforzate nel 2013 dal Codice della trasparenza (Dlgs 33/2013), con la definizione di una serie di informazioni che ogni amministrazione dovrebbe pubblicare in formato standardizzato sui propri siti web ufficiali (“amministrazione trasparente”). Coprono un ambito molto ampio e diversificato: ne fanno parte le informazioni su competenze, salari, dichiarazioni fiscali; le dichiarazioni sulla mancanza di conflitto di interesse dei principali dirigenti e funzionari pubblici; le informazioni su consulenze o collaborazioni esterne e quelle sugli appalti pubblici, la gestione di proprietà e beni, tempi di pagamento e fornitura di servizi pubblici.

Lo scopo della legislazione, che ha registrato un ulteriore significativo intervento normativo nel 2016 (Dlgs 97/2016), è avvicinare la pubblica amministrazione italiana a quel modello di “casa di vetro” evocato da Filippo Turati nel 1908 durante un celebre discorso alla Camera dei deputati.

Nonostante l’importanza del tema, esistono però ancora pochi lavori empirici che analizzano il grado di trasparenza delle istituzioni pubbliche in Italia e le sue determinanti. Ciò si lega alla difficoltà di misurare il fenomeno, che è stata affrontata in letteratura solo di recente attraverso la costruzione di un indice composito di trasparenza (Cti) che riassume la quantità e la qualità di informazioni presenti sui siti web delle amministrazioni pubbliche.

Trasparenza e capitale civico

In un recente lavoro abbiamo utilizzato l’indicatore calcolato nel 2013 per un ampio campione di comuni italiani, al fine di esaminare la relazione esistente tra il grado di trasparenza delle amministrazioni locali italiane e la dotazione di “capitale civico” del territorio di riferimento.

In linea con la letteratura precedente, il capitale civico può essere definito come l’insieme di abitudini, valori e credenze condivise da una comunità, che favoriscono l’instaurarsi di rapporti di collaborazione e fiducia reciproca e generalizzata tra cittadini e con le istituzioni, differenti da quelli di tipo ristretto e particolaristico che caratterizzano le persone che appartengono a un gruppo chiuso, basato principalmente su vincoli di parentela o conoscenza. Come proposto dagli studi più rilevanti sul tema, e in base alla disponibilità di informazioni a livello disaggregato, abbiamo misurato il capitale civico attraverso la densità delle organizzazioni no-profit (anche se i nostri risultati si confermano comunque con l’uso di altre misure, come la donazione di organi).

Il campione utilizzato nel nostro studio comprende 524 comuni italiani e copre il 6,5 per cento delle città italiane (tutti i capoluoghi di provincia, più un campione stratificato di comuni con meno di 15 mila abitanti), che rappresentano il 32 per cento della popolazione. La figura 1 mostra la distribuzione spaziale dell’indice Cti. Il grado di trasparenza è mediamente più alto nei comuni del Centro e del Nord, ma esiste una notevole variabilità nello spazio, che sfruttiamo nel nostro modello empirico.

Figura 1 – Grado di trasparenza

Nota: grado di trasparenza delle amministrazioni comunali nel 2013, misurato attraverso l’indice Cti.

I risultati del lavoro, robusti a una serie di test volti a controllare per l’endogeneità del capitale civico, indicano che esiste un legame positivo e significativo tra quest’ultimo e il grado di trasparenza delle amministrazioni locali. In altre parole, la pressione esercitata dal legislatore nazionale per accrescere il grado di trasparenza delle amministrazioni pubbliche sarebbe stata meno efficace nei contesti a basso capitale civico. Sulla base delle nostre stime, si può calcolare che nel passaggio dai comuni con meno capitale civico (decimo percentile) a quelli che ne hanno di più (novantesimo percentile) si determina una cresc

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Pensioni: la flessibilità passa dal calcolo contributivo

Mar, 21/01/2020 - 11:52

La scadenza della sperimentazione di quota 100 è un passaggio delicato in termini sociali, politici e finanziari. Ma può anche essere l’occasione per dare una risposta organica alla forte domanda di flessibilità in uscita dal mercato del lavoro.

Lo scalone dopo quota 100

Se non ci saranno cambiamenti nella legislazione pensionistica, saranno i nati nel 1959 gli ultimi a poter beneficiare della finestra triennale offerta da “quota 100”, che assicura a chi ha maturato almeno 62 anni di età e almeno 38 anni di contribuzione un’uscita anticipata rispetto all’età legale di pensionamento, attualmente fissata a 67 anni. Perciò, a legislazione vigente, un individuo nato il 1° gennaio del 1960 potrebbe maturare il diritto al pensionamento con cinque anni di ritardo rispetto a chi è nato un solo giorno in anticipo, ovvero il 31 dicembre 1959. È uno “scalone” di grandi dimensioni, difficile da giustificare sotto il profilo dell’equità e della giustizia sociale.

La scadenza della sperimentazione di quota 100 è dunque un passaggio delicato, in termini sociali e politici. E le implicazioni finanziarie delle scelte che verranno fatte non sono meno importanti. Il legislatore è chiamato a fornire risposte in tempi brevi e il contesto non è dei più semplici. Tuttavia, potrebbe essere l’occasione per offrire finalmente una risposta organica alla domanda di flessibilità in uscita, emersa in maniera forte negli anni successivi all’approvazione della riforma Fornero.

È proprio la mancanza di un disegno chiaro, più che l’assenza di strumenti per l’accesso anticipato alla pensione, il grande assente nelle politiche che regolano l’età di pensionamento. Se infatti la riforma del 2011 l’ha aumentata portandola in poco tempo a 67 anni, negli anni successivi si sono susseguiti molti interventi correttivi. Ricordiamo le nove salvaguardie per i lavoratori esodati, l’Ape volontaria, quella aziendale e quella sociale, l’opzione donna, gli scivoli, l’isopensione, i trattamenti meno severi per i lavoratori occupati in mansioni gravose.

Questi provvedimenti, uniti alla possibilità di ritirarsi dal mercato del lavoro con il solo requisito dell’anzianità contributiva (attualmente fissato a 42 anni e 10 mesi indipendentemente dall’età), hanno contribuito a mantenere l’età effettiva di pensionamento nettamente al di sotto di quella legale anche dopo il 2011, come testimoniano i dati della figura 1.

Figura 1

Effetti di un sistema non equo

Tutto questo ha avuto conseguenze importanti sui conti pensionistici, sull’equità intergenerazionale e, in misura minore, sul ricambio generazionale nel mercato del lavoro.

Con sistemi pensionistici non equi dal punto di vista attuariale, l’anticipo dell’età di pensionamento ha effetti complessi: in questo caso, ai costi di breve periodo si aggiunge anche un onere di lungo periodo.

Vi è infatti un sicuro effetto di cassa, che risulta prima negativo e poi positivo per il bilancio pubblico. L’ente pensionistico si trova infatti a pagare pensioni in anticipo rispetto a quanto accadrebbe se tutti andassero in pensione all’età legale. L’effetto sui saldi di bilancio è prima negativo, ma negli anni successivi diventa positivo per l’importo più basso della pensione erogata in anticipo rispetto a quella di vecchiaia.

Se poi il sistema di calcolo dell’assegno è di tipo retributivo, all’effetto cassa se ne aggiunge un altro che porta il debito pensionistico ad aumentare: è la diretta conseguenza sui conti pubblici della presenza di regole di computo della pensione che restituiscono complessivamente a un pensionato somme maggiori di quelle da lui versate nel corso della vita attiva. La flessibilità in uscita degli ultimi anni ha contribuito quindi alla creazione di nuovo debito pensionistico. Non tutti i provvedimenti hanno avuto naturalmente il medesimo effetto.

La magra dinamica dell’occupazione di questi anni, in particolare il permanere di elevati tassi di disoccupazione tra i giovani, ci dice, seppure in maniera indiretta, che almeno finora l’auspicato effetto di ricambio generazionale non si è verificato (su questo aspetto si vedano anche le conclusioni del Bollettino economico della Banca d’Italia).

L’importanza del contributivo

Dopo il 2021 la quota dei lavoratori che ancora potranno vantare una pensione interamente retributiva è destinata a ridursi drasticamente e nei 15-20 anni successivi accederanno al pensionamento lavoratori che vedranno progressivamente crescere la porzione della loro pensione calcolata con la regola contributiva, introdotta nell’ormai lontano 1995, ma finora poco utilizzata a causa di

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Se la politica viaggia in autostrada*

Mar, 21/01/2020 - 11:51

La disciplina delle concessioni autostradali non è certo un esempio di buona regolazione. Senza ipotizzare un improbabile ritorno al controllo pubblico, si può invece cercare di ridurre la contaminazione fra attività concesse e attività a mercato.

Le colpe dello stato e quelle dei gestori

La guerra fredda che dalla tragedia di Genova si è instaurata fra lo stato italiano e Autostrade sembra stia sfociando nell’occupazione per mano militare del territorio nemico. Il risentimento della pubblica opinione è vivo – a ragione – e da parte del governo qualcosa s’ha da fare.

La disciplina delle concessioni autostradali non si è guadagnata un posto d’onore fra le migliori pagine della nostra storia. È stata un misto di politica industriale di corto respiro e cerchiobottista, di deficit amministrativi gravi e di gravi mancanze regolatorie, cause ed effetti anche di non commendevoli fenomeni di reciproca e impropria influenza fra pubblici poteri e concessionari. È emblematico che nel 1990 la rete italiana fosse pressoché uguale a quella francese e che da allora sia cresciuta del solo 11 per cento contro il 67 per cento. Più che ogni altro settore, quello autostradale è stato caratterizzato da una regolazione politica dei pedaggi mista a ignoranza tecnica (cosa diversa da una politica tariffaria), ondivaga, attenta a obiettivi immediati e per contro blindata a lungo andare. Non ha teso a incentivare le imprese a utilizzare al meglio le leve gestionali di cui dispongono e ha accollato loro rischi derivanti da fattori non prevedibili e non controllabili, quali la dinamica del traffico, che rappresenta il driver di gran lunga principale di produttività, e l’andamento dell’inflazione che nei modelli che regolamentano la gran parte dei pedaggi è stato astrusamente posto a base dell’obiettivo di produttività e del conseguente abbattimento dei pedaggi. Il regolatore ha preferito coprire se stesso da eventi esogeni, quali appunto l’inflazione e l’andamento del traffico, e per il resto lavarsene le mani.

Vi è però anche corresponsabilità dei gestori, poiché a partire dal 2007 è stato rimesso alla loro libera scelta il modello tariffario all’interno del menu di sei piatti proposto dal concedente-regolatore (poiché tanti sono, ancora oggi, i regimi tariffari) e non si può dire che siano stati lungimiranti, perché hanno preferito blindarsi dal rischio regolatorio e accollarsi in cambio rischi di mercato non controllabili. Tutto sommato l’azzardo non gli è andato male poiché la redditività non è mancata, anche se in misura minore di quanto comunemente si ritiene e di quanto il mercato scommettesse. La buona sorte è stata che hanno vinto la scommessa giocando a dadi contro l’inflazione e sostanzialmente pareggiando nella partita con il traffico; occorre infatti sfatare la leggenda secondo la quale l’andamento del traffico sia stato lastricato di rose e fiori poiché, se guardiamo all’insieme del ventennio passato, quello a consuntivo è stato, seppure lievemente, inferiore alle previsioni del regolatore. Di proprio i gestori ci hanno messo l’abbattimento dei costi, incassandone i benefici senza che il regolatore si sia preoccupato di permettere agli utenti di condividerli. Volendo essere positivi, verrebbe da dire che a conti fatti l’impianto tariffario nel complesso “ci ha azzeccato”, ma sarebbe come affidare la regolazione alla dea bendata.

Venendo ad Aspi (Autostrade per l’Italia), da quanto è emerso negli ultimi mesi sulla manutenzione è lecito dedurre che vi sia stata, almeno negli effetti, oggettiva violazione di impegni contrattuali, né l’eventuale responsabilità di mancato  controllo del concedente può essere addotta a giustificazione. Sacrosanto dunque intervenire imponendo severe sanzioni e riformando il sistema regolatorio.

Altro è però saltare sulla barricata spinti dal giudizio popolare e dalle prossime tornate elettorali. Il minimo che si deve chiedere alla dignità dello stato è ripudiare la giustizia sommaria e confrontare invece i pro e i contro di più scenari, magari prendendosi qualche dose di immediata impopolarità (non immeritata, se la delusione è il prodotto di non ponderati proclami), se tutto questo serve all’interesse generale. Fa (amaramente) sorridere la soluzione-ponte di affidare il tutto – temporaneamente, beninteso – all’Anas e viene da chiedersi: “un ponte per dove”? Anche a ignorare la disaffezione prodotta nei mercati dalla qualità dell’attuale dibattito, quanti la propugnano dove pensano di trovare investitori italiani disposti e finanziariamente capaci di accollarsi l’intero pacchetto? O

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Riforma degli 80 euro, ma attenzione a non far pasticci

Lun, 20/01/2020 - 12:12

La riduzione del cuneo fiscale e contributivo è uno degli obiettivi della manovra di bilancio 2020. Dalle prime indiscrezioni sembra che lo si farà attraverso un intervento sul bonus 80 euro. Si rischia però di rendere ancora più complicato il sistema.

Storia del bonus 80 euro

Uno degli obiettivi della manovra di bilancio per il 2020 è la riduzione del cuneo fiscale e contributivo, per la quale è stato previsto uno stanziamento di 3 miliardi di euro per il 2020 e di 5 miliardi dal 2021. Nei giorni scorsi sono usciti alcuni primi dettagli applicativi e pare sempre più plausibile un intervento sul cosiddetto bonus Renzi.

Una breve storia della misura può essere di aiuto. Il bonus 80 euro fu istituito nel 2014 in un articolo rubricato “Rilancio dell’economia attraverso la riduzione del cuneo fiscale” (qui e qui).

Originariamente la diminuzione del cuneo fiscale doveva essere attuata per mezzo di una detrazione d’imposta ma, poiché l’annuncio dell’allora presidente del Consiglio era di garantire mille euro a tutti i soggetti interessati, si scelse uno strumento slegato dall’Irpef. La complessa struttura dell’imposta personale avrebbe comportato difficoltà a garantire esattamente lo stesso risparmio per tutti i contribuenti coinvolti. Inoltre, le esigenze di gettito avevano reso necessario circoscrivere la platea dei beneficiari: i grandi esclusi erano stati i contribuenti con reddito più basso. Questi non avrebbero potuto trarre beneficio da un aumento della detrazione per lavoro, mentre un trasferimento monetario come il bonus avrebbe agevolmente potuto garantire una integrazione al loro reddito. Si è preferito, e si continua a preferire, un aiuto nella parte centrale della distribuzione dei redditi, probabilmente perché politicamente più appagante.

Sicuramente il bonus Renzi ha reso palese che quando si ha la forza politica di adottare un provvedimento, le risorse si trovano e anche in tempi ristretti: il bonus Renzi costa circa 9,5 miliardi e oggi interessa 11,7 milioni di lavoratori dipendenti.

Garantisce un beneficio di 960 euro annui ai lavoratori dipendenti caratterizzati da un importo della detrazione da lavoro minore dell’imposta lorda qualora il reddito di riferimento (al netto della deduzione per l’abitazione principale) sia pari o inferiore a 24.600 euro. Superata tale cifra, l’importo decresce, fino ad azzerarsi, per redditi pari a 26.600 euro. La repentina decrescita comporta, tra 24.600 e 26.600 euro, una aliquota marginale effettiva pari all’80 per cento, che riguarda circa 1,3 milioni di lavoratori dipendenti.

Come sarà il bonus riformato

Ora, dalle prime indiscrezioni, sembra che l’importo del bonus aumenti da 80 a 100 euro al mese per i redditi fino a 28 mila euro, per poi decrescere una prima volta, tra 28 e 35 mila, da 100 a 80 euro e, una seconda volta, tra 35 e 40 mila euro, da 80 euro al mese a zero.

Una prima osservazione riguarda il costo del provvedimento. Secondo le simulazioni, il bonus attuale ha un costo di 9,48 miliardi di euro. Quello riformato, applicato per l’intero anno, costerebbe 15,72 miliardi. La differenza è 6,24 miliardi, più dello stanziamento a regime per il 2021, che è di 5 miliardi. Tuttavia, il costo aggiuntivo per soli sei mesi (il bonus riformato dovrebbe partire da luglio) sarebbe di 3,12 miliardi, compatibile con lo stanziamento previsto per il 2020.

Confrontiamo dunque il vecchio e il nuovo bonus considerando un lavoratore dipendente single e applicandolo per l’intero anno. Il grafico 1 riporta l’andamento attuale (linea rossa) e quello previsto per il futuro (linea blu). I lavoratori dipendenti con imposta lorda minore della detrazione per lavoro continueranno a rimanere a bocca asciutta, mentre successivamente il beneficio salirà di 240 euro all’anno, da 960 euro a 1.200.

Grafico 1 – L’importo del bonus applicato per l’intero anno

I maggiori beneficiari (grafico 2) saranno i contribuenti con reddito compreso tra 26.600 e 28 mila euro; riceveranno un beneficio degno di nota anche tutti i contribuenti fino a 36-37 mila euro, che oggi non sono interessati dalla misura.

Grafico 2 – Il guadagno rispetto a oggi

Dal grafico 1 salta subito all’occhio un aspetto: la repentina discesa dell’attuale bonus tra 24.600 e 26.600 viene “posticipata” e allargata sui redditi tra 28 e 40 mila euro; viene “smussata” nel nuovo sistema, che prevede una decrescenza abbastanza contenuta tra 28 e 35 mila euro e più marcata tra 35 e 40 mila euro, valore dal quale il bonus si azzera. Ci si aspetta dunque che le aliquote marginali effettive siano più contenute, quando il bonus finisce di essere costante, rispetto all’80 per cento osservato oggi, m

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Come ridare smalto alla scuola senza qualità del Sud

Ven, 17/01/2020 - 12:19

Gli studenti del Mezzogiorno hanno competenze linguistiche e matematiche inferiori rispetto ai ragazzi delle altre regioni. Tra le cause c’è anche la disattenzione dei genitori per l’istruzione dei figli. E la soluzione non è nei concorsi-sanatoria.

Il divario

Da ormai vent’anni il Mezzogiorno registra punteggi nettamente inferiori a quelli del resto del paese nei test volti a stabilire le conoscenze linguistiche, matematiche e scientifiche acquisite nel ciclo di studi. I test Pisa (Program for International Student Assessment) sulle competenze degli studenti di 15 anni mostrano in modo inequivocabile questa realtà. I due grafici che seguono riportano i punteggi medi di cinque macro-aree italiane nei domini di lettura (italiano) e matematica dal 2000, anno del primo ciclo dell’indagine, al 2018.

Analogamente, i risultati delle prove Invalsi sia del passato sia dell’ultimo anno (condotte in presenza degli ispettori nelle classi casualmente selezionate) convergono tutti nel segnalare un ritardo che arriva fino a circa 20-25 punti percentuali fra il Sud e il Nord-Ovest o il Nord-Est del paese. Il risultato per l’anno scolastico 2018-2019 è ancora più significativo perché comprende per la prima volta gli studenti nell’ultimo anno di scuola secondaria superiore. Se poi si considera che gli studenti che abbandonano precocemente la scuola (cui dunque non viene somministrata l’indagine) sono spesso quelli dai risultati peggiori e che gli abbandoni affliggono soprattutto il Sud Italia, si comprende come il divario Nord-Sud assuma contorni ancora più preoccupanti.

Il ritardo della scuola meridionale deve essere considerato come un’emergenza per tutto il paese: è come se in quelle regioni la scuola durasse un anno in meno che altrove.

Le cause

Cosa spiega un divario nella qualità dell’istruzione così marcato e persistente? I quotidiani del Sud lo attribuiscono alla bassa spesa per istruzione, a insegnanti pagati troppo poco. Ma in realtà i docenti nel Mezzogiorno vengono oggi retribuiti meglio che nel resto del paese: lo stipendio è lo stesso, ma il costo della vita è molto più contenuto. Se il problema fosse nelle paghe degli insegnanti (comunque basse in rapporto agli standard internazionali) dovremmo aspettarci di avere rendimenti scolastici più bassi al Nord che al Sud, mentre avviene esattamente il contrario. E le scuole del Mezzogiorno che hanno ricevuto finanziamenti comunitari non hanno migliorato i loro risultati neanche rispetto agli altri istituti del Sud.

Un’altra spiegazione fornita dai giornali meridionali è che siano i divari socio-economici di partenza a indurre le enormi differenze negli esiti scolastici. Ma anche questa tesi non sembra del tutto convincente. I campioni tratti dai test Invalsi (molto simili sia nella formulazione che nei risultati ai test Pisa) forniscono informazioni sul background socio-culturale dei genitori. Ciò permette di comparare i risultati di studenti che hanno genitori con lo stesso titolo di studio e livello di reddito: anche in questo caso il Mezzogiorno mostra ritardi molto forti nei confronti del Nord. Se da una parte questo è incoraggiante perché ci dice che la scuola al Sud può fare molto meglio anche senza aspettare la convergenza economica fra le due parti del paese, dall’altra ci lascia senza una risposta sul perché dei mali dell’istruzione nel Mezzogiorno.

C’è una possibile interpretazione del divario Nord-Sud nella qualità dell’istruzione: i ritardi del Mezzogiorno si spiegano in gran parte con il diverso atteggiamento delle famiglie nei confronti della scuola. Tre indizi non fanno una prova, ma puntano tutti in questa direzione.

Il primo indizio è che i punteggi dei test sono molto vicini fra Nord e Sud quando si considera la scuola primaria (si vedano i grafici 3 e 4, dove la distribuzione blu riporta i punteggi per gli studenti delle scuole del Nord e la distribuzione rossa quelli per gli studenti delle scuole del Centro e del Sud). Le distribuzioni dei punteggi in seconda elementare appaiono infatti pressoché coincidenti, sia per l’italiano che per matematica e rimangono tali sino alla fine della scuola primaria. Il divario comincia ad aprirsi a partire dalla scuola secondaria inferiore, quando il carico dei compiti a casa diventa particolarmente oneroso e gli allievi non hanno ancora una chiara idea del valore dell’istruzione. Proprio in questo periodo della carriera scolastica, dunque, il ruolo dei genitori nel verificare l’impegno profuso dai figli negli studi assume un’importanza primaria. I grafici che seguono illustrano l’evoluzione del divario tra Nord e Sud nei punteggi di matematica rilevati dagli ulti

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Le tante Italie della diseguaglianza

Ven, 17/01/2020 - 12:19

Non c’è più solo lo storico divario Nord-Sud Italia. Ora emerge anche quello tra Est e Ovest. Perché la crisi ha accentuato le disuguaglianze nelle regioni più fragili, ma in modo diverso tra aree adriatiche e tirreniche. E il Lazio è un caso emblematico.

Il dato regione per regione

I dati sugli indici di diseguaglianza di Gini a livello regionale, che l’Istat ha da poco aggiornato sul suo sito (dati.istat.it), ci danno l’occasione per approfondire il livello e la dinamica recenti del fenomeno in Italia.

Partiamo dai livelli. La figura 1 riporta l’indice di Gini dei redditi disponibili per alcuni paesi europei e per le regioni italiane. L’Italia si conferma come uno degli stati in cui le disuguaglianze sono più ampie, comparabili a Portogallo e Grecia e superiori a Francia e Germania.

Tuttavia, il dato aggregato nasconde un’eterogeneità tra regioni talmente marcata da rendere poco esplicativo limitarsi al livello nazionale. Se alcune regioni presentano infatti livelli di diseguaglianza simili a quelli dei paesi più disuguali d’Europa, altre sono assimilabili alle socialdemocrazie scandinave.

Il quadro che se ne ricava non sembra inoltre ripercorrere il classico gradiente Nord-Sud. Tra le regioni più disuguali c’è il Lazio, dove la concentrazione dei redditi è seconda solo alla Sicilia. Al contempo, Abruzzo, Molise e Puglia si collocano al di sotto della media italiana. Emergono quindi due diversi Sud: quello adriatico, simile alle regioni del Nord, e quello tirrenico, con livelli di disuguaglianza in genere superiori, che include a pieno titolo anche il Lazio.

Differenze tra Sud tirrenico e Sud adriatico

Passando alla dinamica della diseguaglianza durante l’ultimo decennio (figure 2 e 3), i cambiamenti dell’indice di Gini sono molto eterogenei tra le regioni.

In generale, la crisi sembra aver determinato un più forte aumento della diseguaglianza nelle aree più fragili. I divari tra aree ricche e povere si stanno ampliando. Anche in questo caso le marcate differenze non sono ordinabili sull’asse dello storico dualismo territoriale. Accanto a regioni che hanno visto un forte incremento della concentrazione dei redditi – e di nuovo il Lazio è protagonista, insieme a Calabria e Sicilia – ve ne sono altre dove la diseguaglianza non è cambiata in modo significativo, inclusa la Campania, e altre ancora in cui l’indice di Gini è diminuito, in particolare l’Emilia-Romagna. Al contrario, in Veneto e in provincia di Trento la diseguaglianza è leggermente cresciuta, partendo però da valori bassi.

I livelli e la dinamica della diseguaglianza fanno emergere una distinzione in parte originale tra le regioni: l’area con minore diseguaglianza è il Nord-Est assieme a gran parte del Centro, mentre il Sud si divide in due parti: quella tirrenica, che nei fatti include anche il Lazio e arriva fino alla Sicilia, in grossa difficoltà, e quella adriatica dove la diseguaglianza è minore e in crescita più contenuta.

In tema di disuguaglianze l’Italia è sostanzialmente una somma di differenti paesi nel paese, diversi almeno quanto lo sono tra loro gli stati dell’Unione europea. I confini tra questi piccoli paesi nel paese sono in parte inattesi: oltre al divario Nord-Sud, sta emergendo infatti un divario Est-Ovest.

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Cos’è diventato in concreto il reddito di cittadinanza

Ven, 17/01/2020 - 12:18

Trovare un lavoro per i poveri. A questo doveva servire il reddito di cittadinanza secondo la comunicazione dei suoi promotori. Ma si tratta di un obiettivo irrealizzabile. E il rischio è che a pagarne le conseguenze sia proprio chi sta peggio.

Come è stato promosso

Il 17 gennaio 2019, proprio un anno fa, il governo allora in carica presentò pubblicamente il reddito di cittadinanza (Rdc). Per promuoverlo fu scelto uno slogan, che campeggiava su tutti i documenti e i siti ufficiali: “Reddito di cittadinanza, una rivoluzione per il mondo del lavoro”. Analogamente, le slide distribuite in quell’occasione lo definivano “una misura di reinserimento nel mondo del lavoro”.

Gli esempi potrebbero continuare, ma il contenuto era lo stesso. È stata realizzata una martellante campagna mediatica fondata principalmente su un messaggio: il Rdc come misura concentrata sugli interventi d’inclusione lavorativa, che permetterà di trovare un’occupazione a un gran numero di poveri. Tutto il resto è stato relegato sullo sfondo, si tratti dell’importanza di un aiuto monetario per gli indigenti o della possibilità assicurata loro di ricevere anche risposte non legate al lavoro.

Cos’è in realtà

La comunicazione e la realtà, però, divergono. Infatti, solo una parte minoritaria degli individui che percepiscono il Rdc – il 35 per cento – viene inviata ai centri per l’impiego, titolari dell’inserimento lavorativo. Invece, il 41 per cento è indirizzato ai servizi sociali dei comuni e il 26 per cento riceve unicamente il contributo monetario. Ma non si è sbagliato nell’attuazione della normativa, è stato realizzato ciò che questa effettivamente prevede.

Per capire quanto avvenuto bisogna tornare al reddito di cittadinanza proposto per anni dal Movimento 5 stelle. La sua logica era chiara: la povertà è un problema legato essenzialmente alla mancanza di lavoro e la misura la può contrastare efficacemente, poiché è in grado trovare un’occupazione per tanti indigenti. Di conseguenza, si prevedeva un positivo rafforzamento dei centri per l’impiego ma lo si traduceva nella quasi esclusiva presenza di percorsi d’inclusione lavorativa, relegando ai margini quelli sociali di responsabilità dei comuni. Si dimenticava così che la povertà tocca, invece, molteplici aspetti della condizione umana (economici, familiari, lavorativi, di salute, psicologici, abitativi, di istruzione, cura di bambini e anziani e altri) e che solo i servizi sociali comunali hanno le competenze per affrontarne la multidimensionalità.

Sul riconoscimento di tale caratteristica era basato invece il Rei, reddito di inclusione, introdotto dal centro-sinistra. Di conseguenza, la misura assegnava una posizione importante ai comuni, al fianco dei centri per l’impiego, che, però – in questo caso – non erano stati dotati del finanziamento necessario.

Durante l’elaborazione della norma sul Rdc sono avvenuti due fatti positivi, rari nelle politiche pubbliche. Primo, si è saputo cambiare idea, poiché si è riconosciuta la multidimensionalità della povertà e, dunque, si è assegnato un ruolo paritario ai percorsi d’inclusione lavorativa e a quelli d’inclusione sociale, prevedendo una posizione di rilievo anche per i comuni. Secondo, si è resistito all’abituale tentazione di azzerare quanto fatto dai governi precedenti, confermando l’organizzazione dei percorsi d’inclusione sociale del Rei ed evitando così di disperdere l’esperienza pregressa. Contemporaneamente, è stato previsto un ingente stanziamento per lo sviluppo dei centri per l’impiego.

La misura è cambiata, la comunicazione no

Queste scelte sono risultate molto utili ai poveri, ma la comunicazione del Movimento le ha ignorate. Presso l’opinione pubblica, infatti, non è stato promosso il Rdc effettivamente approvato bensì la storica proposta del M5s. E, coerentemente, si è mantenuta la retorica che l’aveva sempre accompagnata, fondata su eccessive aspettative d’inserimento occupazionale. Tale retorica trascura che numerosi poveri non sono in condizioni di lavorare oppure non lo sono immediatamente e che comunque – anche per chi lo è – le offerte d’impiego debbono effettivamente esistere. Senza adeguate politiche finalizzate alla crescita dell’occupazione, quest’ultimo è un presupposto assai fragile.

Si possono ipotizzare diverse ragioni all’origine della peculiare campagna comunicativa del M5s. Innanzitutto, trovare un lavoro per i poveri era sempre stato l’obiettivo fondamentale – e identitario – dei Cinquestelle e rinunciarvi sarebbe stato complesso. Inoltr

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Sul salario minimo la Commissione lancia le sue idee

Ven, 17/01/2020 - 12:18

Un documento della Commissione europea apre la prima fase di consultazione su “un equo salario minimo”. Non significa l’introduzione di una stessa misura in tutti i paesi Ue. Permetterà però di discutere di riduzione di povertà e disuguaglianze salariali.

Il documento della Commissione

Il 14 gennaio la Commissione europea ha pubblicato un documento che apre la prima fase della consultazione su “un equo salario minimo”. È arrivata dunque l’ora di un salario minimo europeo come alcuni partiti anche in Italia vorrebbero? No. Il documento è il primo passo di un processo più lungo che, però, fin dalle prime righe mette in chiaro cosa la Commissione non farà: non introdurrà un salario minimo uguale in tutti paesi; non interverrà nel processo decisionale nazionale. E, infine, la Commissione non imporrà la definizione di un salario minimo per legge in quei paesi dove i minimi sono stabiliti nei contratti collettivi (quindi, in teoria, l’Italia ne è fuori).

Che farà la Commissione quindi? Sono tre gli obiettivi messi in evidenza nel documento sottoposto a consultazione. Il primo è quello di assicurare che i salari minimi siano “adeguati” in tutti i paesi europei. Definire qual è il livello adeguato di un salario minimo non è un esercizio semplice. E non è nemmeno un esercizio statistico, ma una scelta sommamente politica.

Nel suo documento la Commissione non prende una posizione precisa, ma fa riferimento al concetto di “living wage”, cioè un salario che permetta di vivere, che viene calcolato sulla base di un paniere di beni e servizi che vengono considerati essenziali per vivere degnamente (quindi non solo per non essere poveri). La Commissione, poi, fa riferimento alla soglia di povertà, cioè il 60 per cento del reddito familiare mediano disponibile. Oppure ai salari minimi misurati in parità di potere d’acquisto. Per la maggior parte dei paesi europei si tratterebbe di un aumento molto sostanziale del salario minimo attualmente in vigore.

La Commissione, poi, menziona la questione della copertura dei minimi salariali. A differenza di quanto ci si poteva aspettare dai discorsi della presidente Ursula von der Leyen, nel documento non c’è un riferimento esplicito al fatto che i salari minimi debbano essere applicati a tutti i lavoratori. La clausola sarebbe stata inaccettabile per i paesi nordici, dove una piccola fetta di lavoratori è esclusa dalla contrattazione collettiva perché non iscritta a un sindacato: sono le stesse organizzazioni sindacali che vogliono lasciarla esclusa, proprio per dare gli incentivi necessari a sindacalizzarsi ed evitare problemi di free-riding, cioè beneficiare della copertura sindacale senza pagarne i costi. Sulla questione della copertura, quindi, la Commissione resta relativamente vaga, richiamando sostanzialmente solo il problema, molto serio, del non rispetto dei minimi salariali.

La Commissione affronta poi le modalità con cui i salari minimi sono fissati, esprimendo un appoggio esplicito al coinvolgimento delle parti sociali e all’uso di indicatori chiari e definiti per evitare un’eccessiva politicizzazione (come per esempio negli Usa, dove il salario minimo è definito dal Congresso ed è strettamente legato alla maggioranza del momento).

Ora si apre il dibattito

Il documento della Commissione è una bozza per il dibattito che identifica bene le questioni da dirimere, ma che lascia le porte aperte alla discussione. I sindacati europei hanno lamentato la mancanza di dettaglio, ma in realtà la Commissione, prima dei dettagli, rivolge alle parti sociali una domanda di fondo: è utile che l’Unione europea intervenga sul tema? E la risposta non sarà scontata. È molto probabile immaginare che le parti datoriali diranno “no, grazie”. Ma la Confederazione europea dei sindacati non sarà in grado di esprimere un “sì” convinto, vista l’opposizione feroce dei sindacati nordici. In passato erano spalleggiati da quelli italiani, ora meno esposti sul tema nonostante rimangano fermamente contrari a un salario minimo per legge in Italia.

L’esito, quindi, non è scontato. Comunque vada, il documento marca un cambio di rotta significativo nelle priorità di Bruxelles (da “moderazione salariale” si è passati a parlare di “salari equi”) ed è l’occasione per riflettere su come meglio raggiungere gli obiettivi di riduzione della povertà e delle disuguaglianze salariali. Il salario minimo può essere un elemento della risposta in alcuni paesi. Non in altri. E comunque non l’unico. La speranza è che non diventi il solo elemento su cui cristallizzare il dibattito.

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Nuovo corso della Consulta sotto il segno della trasparenza

Ven, 17/01/2020 - 12:17

La Corte costituzionale si apre all’ascolto della società civile, con un nuovo corso orientato a rendere trasparenti alcune prassi. Farà crescere nei cittadini la consapevolezza che non sono privi di tutela di fronte alle leggi di dubbia costituzionalità.

Per la Corte un ruolo essenziale

Qualcosa si muove a Palazzo della Consulta. Non è soltanto l’elezione, per la prima volta nella storia, di una donna, Marta Cartabia, alla presidenza, che ha contribuito a far puntare i riflettori su questa istituzione, solitamente assai trascurata dai media e poco nota all’opinione pubblica. Il comunicato stampa dell’11 gennaio 2020, dal titolo significativo “La Corte si apre all’ascolto della società civile”, annuncia una modifica sostanziale che la Corte, nella sua collegialità, ha apportato alle norme che regolano il proprio processo. Si tratta di un’innovazione senza precedenti nei suoi 64 anni di attività, suscettibile di riverberarsi sul rapporto della Corte con la società e sull’attitudine dei cittadini nei confronti dei poteri pubblici.

Giova ricordare che la Corte costituzionale è un organo costituzionale indipendente che ha il compito di vigilare sul rispetto della Costituzione, in primo luogo da parte del legislatore. Ha pertanto il potere di annullare le leggi incostituzionali, obbligando il governo, il Parlamento e, in definitiva, le maggioranze politiche democratiche a rispettare la Costituzione. Insomma, si tratta di un’istituzione chiave del nostro ordinamento, che, se guardata dal punto di vista dei cittadini, costituisce il completamento delle garanzie che offrono i giudici comuni. È una novità introdotta dai nostri costituenti, tra i primi a realizzare che per evitare le degenerazioni autoritarie occorreva trovare il modo di limitare anche le maggioranze politiche, poi ripresa in quasi tutti i paesi, al punto che è ormai inconcepibile una democrazia senza giustizia costituzionale.

La centralità del suo ruolo è sottolineata dalle decisioni che, negli anni, la Corte costituzionale ha adottato e che hanno cambiato la vita degli italiani: da quelle più antiche, sull’uguaglianza uomo-donna, i diritti dei lavoratori, la libertà di espressione, fino alle più recenti, in materia di fine vita, disabili, prostituzione, immigrazione. Decisioni che, spesso, non sono state indolori: hanno provocato reazioni irritate dei decisori politici e, in alcuni casi, non hanno ricevuto l’adeguata esecuzione da parte del Parlamento, inerzia che, a sua volta, ha obbligato la Corte, di nuovo chiamata a pronunciarsi, a ulteriori interventi.

Ebbene, una volta precisata la delicatezza dell’attività della Corte, si può facilmente comprendere anche l’importanza delle sue regole processuali. E, ancor più, quella delle motivazioni delle sue decisioni: che devono essere chiare, trasparenti, ben argomentate. In una parola, convincenti.

Le tre modifiche

Le modifiche annunciate l’11 gennaio vanno appunto in tale direzione Nel far questo, la Corte si è mossa nel solco tracciato dalla dottrina, in linea con le norme e la prassi di corti di altri paesi che svolgono analoghe funzioni. Anzi, potremmo dire che proprio il dialogo continuo con la dottrina e con le corti sue omologhe le abbia dato lo slancio per decidersi a questo passo.

Si tratta di tre principali novità. Innanzitutto, si introduce nel nostro ordinamento la figura dell’amicus curiae, consentendo ai soggetti portatori di interessi diffusi o collettivi, come le organizzazioni non governative e le associazioni di categoria, attraverso un procedimento assai semplice, di presentare brevi opinioni scritte per offrire alla Corte elementi utili di conoscenza. Inoltre, si consente alla Corte di convocare esperti di chiara fama, quando ritenga necessario acquisire informazioni su specifiche discipline, ascoltandoli in camera di consiglio. Infine, si precisa che i soggetti titolari di un interesse qualificato potranno assumere nel processo uno status equiparato alle parti del giudizio e se ne disciplinano i diritti.

Tutte e tre le modifiche intendono portare alla luce prassi che finora si erano svolte in modo non formalizzato: le memorie presentate da soggetti interessati, benché inammissibili, erano comunque lette dai giudici; oppure la Corte acquisiva informalmente informazioni tecnico-scientifiche; e fino a pochissimo tempo fa l’ammissibilità degli intervenienti si svolgeva in assenza di una precisa procedura.

La trasparenza che la riforma introduce, oltre a rappresentare un valore in sé, ha almeno due ulteriori risvolti. Da un lato, come recita il titolo del comunicato stampa, c’è l’apertura della Corte all�

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Il Punto

Ven, 17/01/2020 - 11:04

Il ritardo della scuola al Sud rispetto al Nord – certificato dai test Pisa e Invalsi – emerge alle scuole medie. Proprio quando – lo dice una ricerca recente – viene a mancare l’attenzione delle famiglie all’istruzione dei figli. Per rimediare non serve dare un lavoro a chi è in lista d’attesa per una cattedra. Meglio sarebbe selezionare docenti capaci di insegnare agli studenti e di motivare i loro genitori. La bassa qualità della scuola al Sud è una delle cause della diseguaglianza dei redditi rispetto al Nord. Dati recenti aggiornano la mappa delle differenze territoriali in ogni paese europeo. Per esempio, si vede che il divario tra il nostro Centro-Sud tirrenico, meno sviluppato, e quello della costa adriatica.
Sbandierato un anno fa dal governo Conte 1 come una misura per l’occupazione, il reddito di cittadinanza ha avviato ai centri per l’impiego solo un terzo dei beneficiari. Non è dunque un’indennità di disoccupazione ma un aiuto ai poveri, anche tra i lavoratori. Per aiutare i quali ci vorrebbe un salario minimo. Se ne parla alla Commissione europea. Un tema controverso è la definizione di obiettivi generali come l’adeguatezza, cioè il rapporto con la soglia di povertà di ogni paese.
Donald Trump vende l’accordo con la Cina come “epocale”. In realtà è una tregua nella guerra dei dazi (che restano). Lontana dal risolvere il problema numero uno: l’utilizzo cinese di tecnologia americana. Gli asiatici importeranno di più dagli Usa – forse a danno della Ue.
Finalmente la Corte costituzionale si apre con trasparenza alla società civile. D’ora in poi nel processo ammetterà i pareri di corpi intermedi (come Ong e sindacati) e di esperti di varie materie, mentre i titolari di un interesse qualificato potranno assumere uno status equiparato alle parti del giudizio.

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