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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 39 min 48 sec fa

Il Punto

Mar, 19/06/2018 - 11:27

Dietro l’attivismo di Salvini sull’immigrazione c’è la ricerca di consenso e una visione del mondo com’era una volta, con gli steccati a definire le relazioni internazionali. Invece degli slogan, il governo potrebbe fare di più contro il caporalato, concedere il soggiorno a chi ha un lavoro e facilitare gli impieghi stagionali. Porti chiusi anche per alcune merci – soprattutto alimenti – nelle intenzioni del nuovo governo. Per difendere la qualità dei prodotti italiani, si afferma. Si comincia dai dazi sul riso asiatico e sudamericano e non si vuole ratificare il Ceta, il trattato Ue-Canada, proprio quello più avanzato nella protezione dell’origine dei nostri prodotti.
Fare con l’Ilva di Taranto ciò che i tedeschi hanno fatto riqualificando la regione carbonifera della Ruhr con soldi europei. Ecco l’ambizioso progetto di Beppe Grillo, fondatore del M5s. Che però non sta in piedi, dice il fact-checking de lavoce.info, perché i fondi di cui parla sarebbero difficili da usare e insufficienti allo scopo.
Il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli vuole sottoporre all’analisi costi-benefici le opere pubbliche. Per quelle in cantiere i tempi di un tale programma sono troppo lunghi. Si possono usare intanto alcune valutazioni semplificate già realizzate. Per intervenire nei casi più a rischio di spreco di denaro dei contribuenti. Rimane poi che negli appalti pubblici si nasconde il rischio di corruzione, come mostrano le cronache di questi giorni. Uno studio recente mostra che la flessibilità – richiesta dagli operatori e recepita dal Codice dei contratti del 2016 – ha di fatto accresciuto il numero di gare finite a imprese vicine alla politica.

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Categorie: Informazione

La favola di Grillo sull’Ilva

Mar, 19/06/2018 - 11:25

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni di Beppe Grillo sul caso Ilva e la sua eventuale riconversione. Vuoi inviarci una segnalazione? Clicca qui.

Quale futuro per l’Ilva?

Il “governo del cambiamento” si è appena insediato e non sono pochi i nodi che dovrà sciogliere. Di fondamentale importanza, in queste settimane, è il caso Ilva. L’azienda di Taranto, il maggior complesso industriale di produzione d’acciaio d’Europa, è da tempo oggetto di scontro politico. L’acquisto da parte di AncelorMittal è ora in una fase cruciale: dal 30 giugno, la società con sede a Lussemburgo potrebbe ritirarsi dall’impegno senza dover pagare penali.

E proprio mentre il governo pensa a cosa fare dell’azienda e dei suoi 14mila dipendenti, Beppe Grillo, ideologo ed ex-capo politico del Movimento 5 stelle, propone una soluzione alternativa al problema. In un video pubblicato di recente sul suo blog, chiude all’ipotesi di continuazione dell’attività e suggerisce di riqualificare l’intera area Ilva, prendendo come modello quanto fatto in Germania per la Ruhr. Per finanziare l’ambizioso progetto, invece, si potrebbero utilizzare il reddito di cittadinanza (come sussidio per i posti di lavoro distrutti) e un mal definito fondo europeo. Questa la parte saliente della sua dichiarazione:

“Si parla di chiudere l’Ilva, cosa che nessuno ha mai pensato. Si pensa a una riconversione, quindi mantenendo sempre l’occupazione nella bonifica […]. Ci sono circa 2,2 miliardi di euro, che sono stati immessi in un fondo, quando l’Europa si chiamava Ceca dalle imprese di carbone e dalle imprese dell’acciaio proprio per i prepensionamenti dei lavori usuranti e per le bonifiche. […] potremmo anche cercare di accedere direttamente a questi soldi, al capitale, attualmente gestito dal Consiglio europeo e messo all’ingrasso in qualche fondo tedesco tripla AAA e con questi interessi – 30, 40, 50 miliardi all’anno – danno un po’ di contentini, il 30 per cento per la ricerca al carbone. Parliamo della più grande centrale, che può essere riconvertita anche con l’uso di questi 2 miliardi che ci sono in Europa e di cui nessuno parla”.

A prescindere o meno dalla bontà del progetto di riconversione, che in Germania ha avuto enorme successo ma i presupposti erano diversi, la poca chiarezza in merito ai finanziamenti merita un approfondimento. A cosa si riferisce Grillo quando parla del fondo originato dalla Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio)? E, soprattutto, sarebbero fondi utilizzabili per un simile scopo?

Il caso della Ruhr

Il modello cui Grillo fa riferimento è la riqualificazione del bacino della Ruhr. Dopo il forte declino industriale dovuto alla crisi del carbone, tra il 1990 e il 2000, il governo regionale del Nordrhein-Westfalen ha messo in campo una serie di interventi, che hanno dato vita a uno dei più imponenti progetti di riconversione urbanistica d’Europa. Effettivamente, il progetto ha cambiato faccia a un territorio in stato di degrado, trasformandolo in un agglomerato di arte, sport e intrattenimento, con un occhio alla sostenibilità ambientale. Non solo centri di alpinismo e musei, come ha detto Grillo, ma anche teatri, piscine e impianti sportivi rientrano nella maxi-opera. Per la sua realizzazione sono stati impiegati finanziamenti statali, regionali e comunali, compresi fondi europei. Questi ultimi, ad esempio, provenivano da programmi di sviluppo regionale quali il Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale), che aveva lo scopo di sostenere la riconversione socioeconomica delle zone con difficoltà strutturali.

Cos’è l’Rfcs? Ed è possibile utilizzarlo per riconvertire l’Ilva?

La proposta dell’ex-capo politico del Movimento 5 stelle è sostanzialmente chiara: fare dell’Ilva ciò che è stato fatto con l’area Ruhr, ponendo fine all’attività di produzione di acciaio, pur salvaguardando i lavoratori.

Per finanziare il progetto, Grillo allude a un generico fondo UE, di cui nessuno parla e a cui dovremmo poter accedere. A giudicare dai termini che usa per descriverlo, sembra riferirsi al Research Fund for Coal and Steel (Rfcs). Si tratta, infatti, di un fondo creato nel 2002, alla scadenza del trattato della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), affinché le attività e le passività nette dell’organismo andassero a bilancio UE. L’importo del patrimonio a cui attinge il fondo (1,6 miliardi di euro + 400 milioni di contributi dei nuovi stati membri) corrispo

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Categorie: Informazione

Per la sicurezza conviene garantire un lavoro ai migranti

Mar, 19/06/2018 - 11:20

La politica del governo sugli immigrati sembra orientata a colpire i bersagli deboli. Ma al di là degli slogan, un rapporto positivo tra immigrazione e sicurezza si costruisce solo promuovendo il lavoro dei migranti nell’economia legale del nostro paese.

Così si colpiscono i più deboli

In queste settimane la questione dell’immigrazione continua ad avere un ruolo di primo piano. Appena prima della vicenda della nave Aquarius, c’era stata quella della tragica morte di Sacko Soumali, il giovane maliano sindacalista dei braccianti di San Calogero. Le due questioni sono legate fra loro.

La controversia sull’Aquarius è molto più che un braccio di ferro sull’onere dell’accoglienza. Rifiutando l’approdo della nave, polemizzando con Malta e poi con la Francia e la Spagna, rilanciando l’allarme sugli sbarchi, il nostro governo ripropone un’impostazione delle relazioni internazionali che guarda al passato. È l’immagine di un mondo di confini di stato almeno apparentemente blindati, di interessi nazionali contrapposti, di bandiere da issare e difendere. Un mondo in cui non c’è posto per i diritti umani universali, ma solo per quelli filtrati dalla sovranità nazionale o dai suoi simulacri.

Subito dopo aver respinto l’Aquarius, condannando a giorni di navigazione in mare agitato persone già provate da molte vicissitudini, tra cui donne incinte e minori, il governo italiano ha accolto oltre 900 richiedenti asilo salvati dalla marina militare e dalla guardia costiera italiana e altri 40 tratti a bordo dalla marina statunitense. I naufraghi salvati dai militari che innalzano la nostra bandiera sono tollerati e così pure quelli imbarcati dal potente alleato. Il nemico, come nell’Ungheria di Viktor Orban e nella Russia di Vladimir Putin, sono le organizzazioni non governative con base all’estero: i difensori dei diritti umani universali che non arretrano di fronte ai confini nazionali.

La linea governativa sembra tracciata. Mentre sarà difficile attuare le impegnative promesse elettorali di carattere sociale (reddito di garanzia, sviluppo del Mezzogiorno e controriforma pensionistica), la coalizione a trazione leghista investe su bersagli deboli, e quindi facili da colpire: gli attori umanitari, gli operatori dell’accoglienza e naturalmente i richiedenti asilo, oggetto di un linguaggio ingiusto e irriguardoso.

Matteo Salvini ha parlato di gente in crociera nel Mediterraneo, malgrado i morti in mare dei recenti naufragi. A quanto risulta dai sondaggi, raccoglie consenso, come in genere avviene a chi eccita sentimenti nazionalisti, ma dà eco ai sentimenti peggiori della pancia del nostro paese e li fomenta. Che i numeri siano drasticamente calati dopo gli accordi con la Libia di Marco Minniti è irrilevante: 15.568 persone sbarcate nel 2018 fino al 15 giugno, contro 65.498 nel 2017 e 55.596 nel 2016 alla stessa data. Gli sbarchi stanno invece crescendo verso Grecia e Spagna, ma anche questo non conta. La retorica della chiusura nazionalista ha bisogno di qualche centinaio di malcapitati a cui chiudere la porta in faccia, additandoli come profittatori e criminalizzando le Ong che li hanno tratti in salvo.

La tragedia di Sacko Soumali, invece, ha riportato alla ribalta una questione annosa e sempre rimossa, dopo le fiammate di attenzione dovute a qualche drammatico evento: lo sfruttamento degli immigrati nelle campagne meridionali, e non solo. Non necessariamente clandestini, né sbarcati negli ultimi anni, e neppure africani. La periodica ricostruzione delle vergognose baraccopoli mostra un volto inquietante di una componente dell’agricoltura italiana: per reggere sul mercato, ha bisogno di ricorrere al lavoro sottopagato degli immigrati e di farli vivere in condizioni inaccettabili.

Il lavoro degli immigrati, per fortuna, è anche altro: 2,4 milioni di occupati regolari, tra cui 570 mila titolari di attività economiche. Un gettito fiscale e contributivo che supera ampiamente i costi dell’accoglienza dei rifugiati e dei servizi richiesti dalle famiglie arrivate dall’estero. Ma rimane in gran parte lavoro povero, subalterno. Il lavoro delle “cinque p”: precario, pesante, pericoloso, poco pagato, penalizzato socialmente.

Tre proposte

Di tutto questo nel contratto di governo non c’è traccia, come abbiamo già rilevato su lavoce.info. L’immigrazione è declinata soltanto come peso e minaccia per il nostro paese.

Volendo credere che il confronto con la realtà possa avere la meglio sugli slogan propagandistici, vorrei avanzare tre modeste proposte in tema di immigrazione e lavoro, che investono anche la questione dei rifugiati e richiedenti asilo, pur ricordando che si trat

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Porti italiani chiusi anche alle merci

Mar, 19/06/2018 - 11:18

Il governo dice di voler difendere la qualità dei prodotti alimentari italiani. Ma ritirarsi dagli accordi internazionali e chiudere le frontiere alle importazioni non è il modo migliore di farlo. Anzi, finisce per danneggiare le nostre esportazioni.

Quell’antipatia per il Ceta

Porti chiusi non solo per i migranti dall’Africa, ma anche per alcune merci, soprattutto alimenti, provenienti dai paesi meno avanzati. Sono queste le intenzioni del nuovo governo, che sta ripensando in modo indiscriminato la posizione dell’Italia nelle relazioni con il resto del mondo, soprattutto con i paesi poveri, ma anche con quelli ricchi.

Per esempio, il ministro all’Agricoltura Gian Marco Centinaio ha affermato di non essere favorevole al Ceta, l’accordo commerciale tra Canada e Unione europea approvato dal Parlamento europeo il 15 febbraio 2017, entrato in vigore in via provvisoria il 21 settembre 2017, e ora in attesa di essere ratificato da tutti i membri dell’UE. L’accordo consentirebbe l’eliminazione della quasi totalità delle tariffe doganali tra Canada e Unione Europea. Anche un altro esponente del governo, Matteo Salvini, ha già annunciato di non volerlo ratificare. Aggiungendo, di fronte all’aumento delle importazioni di riso: “siamo pronti a bloccare le navi cariche di riso asiatico”.

Gli argomenti del governo a favore della chiusura alle importazioni appaiono approssimativi e incompleti. Al di là della necessità di mantenere le promesse elettorali, qual è davvero l’interesse nazionale?
Mantenere e difendere la qualità dei prodotti italiani – impegno dichiarato del nuovo corso protezionista – non sempre coincide con gli obiettivi effettivi delle politiche annunciate dal governo. L’interesse dei produttori italiani di veder riconosciute le certificazioni di qualità – e quello dei consumatori di poterle riconoscere e acquistare – è strumentalizzato per ottenere consenso su misure di dubbia efficacia e potenzialmente pure dannose. Per esempio, con il Canada l’Italia ha un interscambio importante, sia di import (circa 2 miliardi di dollari su 25 da tutta l’UE), sia soprattutto di export (circa 4 miliardi di dollari su 40 da tutta l’UE), con un saldo ampiamente positivo. Immaginare che l’accordo faccia aumentare solo le nostre importazioni e non contestualmente anche le nostre esportazioni è infondato e genera opinioni distorte. A ben vedere, gli accordi recenti siglati dall’UE, come quello con la Corea del Sud, tanto osteggiati dall’Italia, in realtà hanno favorito molto più le esportazioni europee delle importazioni, al punto che nel paese asiatico cresce la delusione per il mancato miglioramento del saldo commerciale. Eliminare i dazi con il Canada permetterà di aumentare la competitività dei prodotti europei sul mercato canadese. Mantenerli in vigore, invece, aprirà ancor di più la strada a prodotti di paesi terzi che faranno concorrenza a quelli europei.

Tra l’altro, il Ceta prevede anche la tutela del marchio di alcuni prodotti agricoli e alimentari tipici, una clausola fortemente voluta dagli agricoltori europei, che rende l’accordo uno dei più avanzati finora siglati. Eppure, una delle maggiori critiche all’accordo è proprio la scarsa tutela dei prodotti agroalimentari italiani certificati. Ma se è vero che solo 42 dei 292 prodotti certificati sul territorio nazionale sono riconosciuti, è altrettanto vero che ciò corrisponde a quasi il 30 per cento delle 143 certificazioni riconosciute per tutta l’Unione.

Da dove arriva il riso

Un altro punto sollevato dai detrattori dell’accordo, che trovano ora sostegno nelle posizioni del governo, è che il Ceta “legittima l’Italian sounding, la contraffazione dei prodotti italiani e apre il mercato ai parmesan e alle mozzarille”.

Secondo l’avvocato Vito Rubino, esperto di diritto alimentare, invece, l’accordo rappresenta un risultato forse parziale, ma concreto nella lotta contro l’Italian sounding, in quanto, nell’impossibilità tecnica di impedire la commercializzazione di prodotti che imitano quelli italiani, costringe però i produttori a indicarne la vera provenienza geografica: ciò consente di dare al consumatore dei mercati terzi l’informazione che tali alimenti non hanno nulla a che vedere con i veri prodotti italiani, mentre il consumatore in Italia resta tutelato perché questi prodotti non potranno entrare nel nostro paese. Secondo Rubino, la sicurezza alimentare non è evidentemente un problema legato al Ceta: oggi solo il 3 per cento di tutte le importazioni sono sottoposte a controllo fisico, a campione, e questo è il risultato del processo di unifo

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Scocca l’ora delle analisi costi-benefici?

Mar, 19/06/2018 - 11:16

Il ministro delle Infrastrutture ha promesso un riesame dei progetti di opere già programmate. Per Torino-Lione, Terzo valico e alta velocità Brescia-Padova si potrebbe decidere subito la sospensione. Da considerare gli effetti distributivi delle scelte.

Infrastrutture sotto analisi

Al Salone dell’auto a Torino, il neoministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, intervistato sul futuro della linea ferroviaria Torino-Lione ha affermato che “l’obiettivo è quello di analizzare costi e benefici di tutte le opere. In poche settimane inizieremo a dare le prime risposte”.

Sarà davvero la volta buona? Intenti analoghi del suo predecessore sembrano essere rimasti lettera morta, senza alcuna ricaduta sulle scelte di investimento. A quanto è dato sapere, non una sola opera è stata fermata perché ritenuta, alla luce di una valutazione quantitativa, troppo costosa in relazione ai benefici attesi.

La tempistica suggerita dal nuovo ministro sembra comunque poco realistica. Una valutazione dettagliata degli investimenti pianificati richiederebbe necessariamente tempi molto più lunghi. È però possibile assumere subito decisioni prudenziali. Per le principali opere in progetto sono stati infatti elaborate negli scorsi anni analisi semplificate che forniscono elementi sufficienti quanto meno a prevedere una pausa di riflessione, con uno stop alle procedure di autorizzazione di nuove spese.

Ci riferiamo in particolare alla linea ferroviaria Torino-Lione, al Terzo valico e all’alta velocità Brescia-Padova. Per queste opere, pur assumendo ipotesi favorevoli in termini di crescita della domanda e di capacità di acquisizione da parte delle nuove infrastrutture, i risultati ottenuti sembrano molto negativi. Per la Torino-Lione, Rémy Prud’Homme ha stimato un Van (valore attuale netto) negativo per 19 miliardi. I benefici per gli utenti e la riduzione dei costi esterni generati dal progetto sono dello stesso ordine di grandezza della riduzione delle entrate fiscali per gli stati e della diminuzione dei pedaggi per i concessionari autostradali.

Tavola 1

Fonte: Prud’Homme, R. 2007, Essai d’analyse coûts-bénéfices du tunnel ferroviaire

L’analisi assumeva un costo pari a -18,5 miliardi. La successiva revisione del progetto, realizzata dal Mit, ne ha determinato una significativa riduzione: l’attuale stima del costo di realizzazione del tunnel di base è intorno ai 9,6 miliardi, cui si devono aggiungere 2,7 miliardi di opere sul lato italiano. La perdita economica conseguente alla realizzazione dell’opera, assumendo inalterati i benefici, sarebbe dunque superiore ai 10 miliardi.

Negli ultimi mesi, quale argomento a sostegno della opportunità di proseguire i lavori, è stato a più riprese avanzato quello di una penale da pagare. In realtà non ve ne è traccia negli accordi sottoscritti. E alla luce dei dati appare difficile comprendere quale sarebbe il danno che Francia o Unione europea subirebbero con lo stop al progetto.

Per quanto riguarda il Terzo valico, i benefici sono stati stimati pari a 2,05 miliardi contro un costo di investimento di 6,3 miliardi. Una parte delle risorse è già stata impegnata. La valutazione se proseguire o meno con i lavori dovrebbe scaturire dal confronto tra i costi ancora da sostenere e i benefici preventivati.

Risultati non dissimili sono stati stimati da un’analisi indipendente per la linea alta velocità Brescia-Padova, dal costo previsto di circa 8 miliardi, pure in questo caso assumendo ipotesi molto favorevoli al progetto. Certo, sarebbe necessaria una analisi che tenesse in conto aspetti più complessivi del progetto e comunque i lavori non sono nemmeno iniziati.

Conviene passare dalla strada alla ferrovia?

Analoghe valutazioni dovrebbero essere effettuate per tutte le altre opere e dovrebbero altresì essere estese alle decisioni di spesa nel settore. Ad esempio, non vi è alcuna solida evidenza che gli incentivi previsti per il trasferimento di parte dei flussi di merce dalla strada alla ferrovia e al mare siano giustificati alla luce dei benefici conseguiti. Vi sono, anzi, fondate ragioni per dubitarne. Sulla lunga percorrenza infatti, come evidenziano anche i risultati dell’analisi della Torino-Lione, l’attuale livello di prelievo fiscale sui carburanti è tale per cui le esternalità risultano ampiamente recuperate. Il segmento degli spostamenti “critico” è quello relativo alle terminalizzazioni – la tratta iniziale e finale – che avvengono prevalentemente in zone suburbane caratterizzate in alcuni ambiti (si pensi in particolare alle “tangenziali” delle grandi città) e fasce orarie da elevati livelli di

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Appalti: la discrezionalità deve avere un limite

Mar, 19/06/2018 - 11:16

Una maggiore discrezionalità permette alle amministrazioni di selezionare l’azienda più adeguata per realizzare una opera specifica. Ma non mancano i rischi, come una diminuzione della produttività e della trasparenza. Gli strumenti per evitarli.

Più flessibilità negli appalti

Nel nostro paese, circa due terzi dei contratti pubblici sono oggi aggiudicati attraverso procedure negoziate e affidamenti diretti. Si tratta di meccanismi che attribuiscono più flessibilità alle stazioni appaltanti nell’individuazione dell’impresa affidataria rispetto alle procedure competitive.

Accordare maggiore discrezionalità alle amministrazioni può facilitare la selezione del contraente più adeguato per la specifica opera da realizzare. In linea con le direttive europee del 2014, il nuovo Codice dei contratti pubblici (decreto legislativo 50/2016) muove in questa direzione, recependo molte delle istanze avanzate dagli esperti e dagli operatori del settore.

Una maggiore discrezionalità comporta, però, anche rischi di inefficienze e di favoritismo. Per quantificarne alcuni, ci siamo focalizzati sull’innalzamento della soglia di valore entro la quale è possibile ricorrere alle procedure negoziate per l’affidamento dei lavori pubblici. La soglia iniziale era infatti di 500 mila euro ed è stata portata a un milione di euro nel 2011.

Meno produttività e meno trasparenza

Utilizzando dati relativi alle gare per l’affidamento di lavori pubblici bandite dai comuni italiani nel periodo 2009-2013, abbiamo studiato gli effetti della riforma sulle caratteristiche delle imprese aggiudicatarie (Discretion and supplier selection in public procurement). Ci siamo basati sul confronto tra l’esito delle procedure di selezione sopra e sotto la soglia dimensionale di applicabilità delle norme, prima e dopo la loro introduzione.

Alla maggiore discrezionalità è associata una diminuzione della produttività media delle imprese aggiudicatarie (misurata come rapporto tra valore aggiunto e costo del lavoro nell’anno precedente l’affidamento dell’appalto). Ne sono scaturiti effetti negativi sulla distribuzione delle risorse, connessi con l’afflusso di fondi pubblici a imprese strutturalmente più deboli. L’effetto si osserva esclusivamente tra le stazioni appaltanti identificate come “meno qualificate” sulla base di indicatori di competenza e integrità (figura 1).

Figura 1

Nota: la qualificazione è stata misurata aggregando i seguenti indicatori: il livello di istruzione di amministratori locali e personale in servizio presso l’amministrazione comunale; la trasparenza delle informazioni, definita come la quota di appalti risalenti al periodo precedente la riforma per i quali sono state trasmesse all’autorità competente le informazioni relative all’esecuzione del contratto; il rischio di corruzione, stimato combinando misure di frequenza dei reati contro la Pa, di percezione della corruzione e di fiducia nelle istituzioni locali.

L’ampliamento della discrezionalità delle amministrazioni si è anche associato a un aumento delle gare assegnate a imprese politicamente connesse, cioè che avevano tra i propri soci o amministratori individui con esperienze politiche a livello locale.
La maggiore flessibilità nella selezione dei contraenti ha comportato, inoltre, una riduzione della trasparenza del sistema: è, infatti, diminuita la quota di appalti per i quali sono stati rispettati gli obblighi di trasmissione delle informazioni relative alla fase di esecuzione del contratto (per esempio, i costi finali dell’opera). Laddove le informazioni sull’esecuzione dell’opera sono disponibili, la discrezionalità non risulta abbinata a differenze in termini di scostamenti di costo.

Per limitare i rischi connessi alla discrezionalità, il nuovo Codice dei contratti pubblici ha previsto, tra l’altro, l’introduzione di un sistema di qualificazione della committenza pubblica. Basato sulla raccolta e il confronto di dati sulle caratteristiche organizzative delle stazioni appaltanti e sui loro comportamenti pregressi, il sistema è volto a una razionalizzazione qualitativa dei processi di acquisizione, premiando i comportamenti virtuosi. A distanza di oltre due anni dall’entrata in vigore del Codice, tuttavia, non è ancora operativo.
È, inoltre, fondamentale assicurare che la maggiore discrezionalità si leghi a più elevati livelli di responsabilità del settore pubblico, in special modo migliorando la qualità delle informazioni raccolte in relazione alle varie fasi dell’appalto e rendendole più facilmente accessibili.

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Il Punto

Ven, 15/06/2018 - 11:02

“Non è utile mettere in discussione l’esistenza di qualcosa che è irreversibile”. Così Mario Draghi ha spazzato via i dubbi sul radicamento della moneta unica in Europa. E sulla possibilità che l’acquisto e la detenzione di titoli pubblici rimarranno nella cassetta degli attrezzi della Bce anche in futuro.
La nave Aquarius, con 629 persone a bordo, doveva essere accolta in un porto italiano in base al diritto internazionale, come sostiene l’ex sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini? Nel labirinto di trattati e convenzioni internazionali il fact-checking de lavoce.info arriva alla conclusione che ha torto.
Una donna famosa che ostenta di stirare una camicia non fa niente di speciale ma conferma un cliché della cultura dominante che ha conseguenze economiche. Una minor presenza femminile nell’attività produttiva riduce il reddito complessivo e si traduce in uno spreco di capitale umano. Poi non sorprendiamoci se in Italia rimane bassa la partecipazione delle donne all’innovazione. Solo nel 17 per cento dei brevetti è presente almeno una donna. Contro il 50 per cento teorico e il 30 effettivo nel mondo.
Strano ma vero. Chi manda un ordine di e-commerce da un  computer (meglio se Apple) è più solvibile di chi lo invia da smartphone. Contano anche l’orario d’invio dell’ordine e il tipo di indirizzo e-mail. Tutte conclusioni consentite dall’uso dei big data per profilare i creditori in base alla loro affidabilità.
La bassa produttività delle imprese italiane trova la principale spiegazione nella loro dimensione limitata. Piccolo è brutto quando c’è da investire in innovazione ma aiuta anche a sfuggire il fisco. L’eliminazione di questo incentivo perverso farebbe salire la dimensione media del 25 per cento e la spesa in ricerca del 35.
Un sistema di selezione dei docenti universitari basato su concorsi locali preceduti da una abilitazione nazionale dovrebbe dare maggiori garanzie di scelta dei migliori candidati. Eppure può dare risultati opposti quando le singole commissioni perseguono obiettivi ben diversi dal merito.

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Euro irreversibile, politica permettendo

Ven, 15/06/2018 - 10:59

Di per sé la fine annunciata del Quantitative easing non avrà un effetto diretto sugli spread. Perché la moneta unica è irreversibile. A patto però che i paesi non mettano in discussione il disegno politico dell’Unione europea e, anzi, sappiano riformarlo.

L’irreversibilità dell’euro

“Non è utile a nessuno mettere in discussione l’esistenza di qualcosa che è irreversibile”. Con queste parole il presidente della Banca centrale europea ha risposto, nella conferenza stampa del 14 giugno, a due domande a proposito delle fibrillazioni partite dall’Italia, nonché della proposta dell’economista tedesco Clemens Fuest di introdurre una clausola di uscita dalla moneta unica pur rimanendo all’interno dell’Unione Europea. Mario Draghi sa che l’unione monetaria non è un accordo di cambio (dunque reversibile), ma è un atto politico.

In altre circostanze, Draghi aveva richiamato le questioni irrisolte di una moneta comune ancora incompleta e aveva esortato la politica europea a procedere più speditamente nella realizzazione delle riforme dell’architettura istituzionale. Anche dopo la riunione di Riga del Consiglio direttivo, ha auspicato il completamento dell’unione bancaria e del mercato dei capitali, nonché un’attuazione trasparente del Patto di stabilità e della procedura per gli squilibri macroeconomici (leggi: Germania), ma ha preferito dire qualche parola in più per alleggerire le tensioni delle ultime settimane (leggi: Italia), ridimensionando gli episodi di volatilità sul mercato dei titoli italiani a una “crisi locale” che non può e non deve essere drammatizzata, ha detto Draghi, in un’area di 19 paesi con 19 cicli elettorali differenti.

Lo scopo del Quantitative easing

Era inevitabile per il presidente della Bce fare i conti con le tensioni politiche di questi giorni, e puntuale è arrivata la domanda a proposito dell’accusa rivolta alla Bce di aver ridotto gli acquisti dei titoli italiani innescando così l’aumento dello spread Btp-Bund, un tema già affrontato su lavoce.info. Qui Draghi si è limitato a fornire i dati che confutano l’ipotesi del “complotto”. Su questo punto, tuttavia, è utile ricordare la meccanica e gli scopi del programma di acquisti della Bce (in realtà per la maggior parte effettuati dalle banche centrali nazionali).

A differenza di quanto è stato sostenuto nel corso della polemica, la Bce e le Bcn non “fanno il prezzo” quando acquistano sul mercato secondario: ogni acquisto viene eseguito presso l’intermediario che offre di vendere al prezzo più basso. La conseguenza del Quantitative easing sui prezzi è indiretta: riducendo lo stock di titoli sul mercato, i prezzi delle attività finanziarie oggetto del programma tendono a salire e così calano i rendimenti su diverse scadenze e per diverse categorie di rischio. È questo l’obiettivo della componente quantitativa dell’allentamento creditizio iniziato quattro anni fa, finalizzato principalmente a ridurre il costo e far crescere il volume del credito a famiglie e imprese. Il meccanismo di acquisto non impedisce, tuttavia, che un titolo che sia oggetto di una crescente percezione di rischio sia venduto dagli intermediari alle banche centrali a prezzi più bassi, come è accaduto appunto ai Btp, e ciò a prescindere dalla dimensione degli acquisti effettuati dalla banca centrale. Che il Qe non fornisca un sostegno automatico ai prezzi dei titoli pubblici dell’area euro è peraltro evidente dal fatto che gli spread tra i titoli dei paesi membri non si siano affatto ridotti con l’inizio del programma di acquisti.

La riduzione degli spread ha avuto luogo interamente a seguito dell’impegno assunto dalla Bce nel 2012 (il celebre “whatever it takes”) di mettere in atto un programma (condizionato) di sostegno dei prezzi in caso di necessità. Quell’arma continua a essere un potenziale deterrente all’allargamento degli spread, ancorché inefficace nel caso in cui un paese decidesse di non volere collaborare con le istituzioni europee. Proprio su questo punto, Draghi ha esortato i paesi a discutere i problemi irrisolti dell’euro, compresa la necessità di riformare i trattati, con un linguaggio che resti all’interno del perimetro istituzionale esistente.

Una riforma necessaria

Il futuro del Qe era ovviamente il punto centrale della riunione del Consiglio direttivo del 14 giugno. La cautela con la quale Draghi ne ha annunciato la fine per dicembre, la dichiarazione che i tassi ufficiali resteranno immutati per almeno un altro anno, nonché l’affermazione che il programma di acquisti di titoli privati e pubblici intrapreso nel 2015 non è da considerarsi eccezi

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Donne tra ambizioni lavorative e pressioni sociali

Ven, 15/06/2018 - 10:58

Le donne continuano a guadagnare meno degli uomini e a rimanere segregate nelle posizioni più basse della scala gerarchica. Secondo alcuni studi, ciò può dipendere anche da norme sociali che “sconsigliano” di impegnarsi pienamente nel mercato del lavoro.

Perché la disparità di genere è rilevante

Come mostrano numerosi studi, la disuguaglianza di genere sul mercato del lavoro (e non solo) è ancora pervasiva: le donne guadagnano meno degli uomini e tendono a rimanere segregate nelle posizioni più basse della scala gerarchica. Parte del divario può dipendere da norme sociali che impediscono alle donne di impegnarsi pienamente nel mercato del lavoro. Anche se con il tempo sono diventate meno conformi al modello tradizionale, queste norme possono generare una pressione considerevole su chi cerca di mettere insieme esigenze lavorative e familiari.

Una domanda chiave è perché le disparità di genere meritano attenzione. Perché un altro articolo de lavoce.info sul tema? Si tratta in fondo di differenze che potrebbero essere il risultato di scelte perfettamente razionali ed efficienti. Se le donne vogliono dedicare molto tempo alla famiglia rinunciando a opportunità lavorative perché dovremmo preoccuparcene? Se scelgono ambiti professionali scarsamente retribuiti perché dovremmo cercare di persuaderle a fare diversamente? Resta però il fatto che la loro mancata piena partecipazione all’attività produttiva riduce il reddito complessivo che riusciamo a generare. Inoltre, se il talento è equamente distribuito, allora migliori risultati economici potrebbero essere raggiunti se le donne avessero le stesse possibilità che hanno gli uomini di raggiungere posizioni di vertice. Pur essendo vero che i talenti di uomini e donne possono essere diversi, vi sono studi che mostrano come una maggiore presenza femminile nelle posizioni apicali potrebbe accrescere la produttività grazie agli effetti positivi della diversità. D’altra parte, anche ammettendo che la situazione attuale sia efficiente, non è detto che sia equa. Se l’equità è interpretata come parità di opportunità, la sotto-rappresentazione delle donne nel sistema produttivo e nelle posizioni di vertice potrebbe non essere socialmente desiderabile. Si dirà che in Italia, come in gran parte dei paesi industrializzati, non vi sono sostanziali impedimenti (almeno legislativi). Se però si considerano le diverse posizioni di partenza, allora per raggiungere l’equità non basta dare a uomini e donne pari accesso a risorse e opportunità, bisogna anche fornire i mezzi per beneficiare di questa uguaglianza prendendo in considerazione le loro diverse esperienze e necessità di vita.

Gli ostacoli incontrati dalle donne operano talora in modo sottile, in quanto in alcuni casi originano dalle diverse aspettative che la società e le donne stesse hanno sui comportamenti da ritenersi per loro appropriati. Queste aspettative, spesso denominate norme sociali, potrebbero, ad esempio, influenzare il modo in cui le donne affrontano la propria carriera, far preferire una maggiore flessibilità di orario e un minor impegno, al costo però di non vedere pienamente realizzate le proprie aspirazioni lavorative.

Norme sociali e penalità sul mercato del lavoro

Alcuni interessanti studi realizzati negli Stati Uniti mostrano che, anche se le norme relative all’identità di genere si sono allontanate dal modello tradizionale, molta strada resta ancora da fare. Questi studi rivelano che molta della forte penalità che le donne subiscono sul mercato del lavoro a seguito della nascita del primo figlio è dovuta al fatto che gran parte delle attività di cura ricade sulle loro spalle. La rappresentazione sociale delle donne come casalinghe e principali responsabili della cura dei figli potrebbe influenzare le loro scelte poiché se deviassero dal comportamento “appropriato” entrerebbero in conflitto con la categoria sociale a cui si sentono di appartenere. Come sostenuto da Marianne Bertrand (2018), alcune prescrizioni sociali iniziano a diventare empiricamente rilevanti solo quando la posizione delle donne nel mercato del lavoro migliora. È il caso, per esempio, della norma sull’identità di genere che stabilisce che l’uomo dovrebbe guadagnare più di sua moglie. Marianne Bertrand, Emir Kamenica e Jessica Pant al. (2015), utilizzando dati amministrativi statunitensi, mostrano che, coerentemente con questa norma (che induce un’avversione verso una situazione in cui la moglie guadagna più di suo marito), la distribuzione della quota del reddito familiare guadagnata dalla donna ha un forte calo immediatamente prima di aver raggiunto i

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All’Italia manca l’innovazione al femminile

Ven, 15/06/2018 - 10:57

L’Italia è uno dei paesi in cui le donne partecipano meno allo sviluppo di innovazioni. Si tratta di uno spreco di capitale creativo. Dall’istruzione all’impresa, la promozione delle pari opportunità potrebbe dare benefici anche alla politica industriale.

Italiane senza brevetti

La recente rivalutazione della politica industriale passa attraverso il ruolo fondamentale dell’innovazione. Attraverso il ricorso a politiche pubbliche cosiddette mission-oriented innovation, la politica è in grado di catalizzare le capacità più innovative del sistema economico per risolvere rilevanti problemi sociali e, al contempo, riavviare la crescita.

Se la capacità di innovare è il motore della crescita economica, è fondamentale capire in che misura ogni paese impiega il proprio capitale creativo per generare innovazione. Partendo dal presupposto che uomini e donne abbiano le medesime capacità creative, allora l’Italia impiega assai malamente le proprie risorse in questo campo, dal momento che è tra i paesi in cui le donne partecipano in misura minore allo sviluppo di innovazioni.

La World Intellectual Property Organization (Wipo) ha pubblicato di recente un report con i dati sul genere degli inventori. Analizzando i nomi tra la lista dei detentori di ogni brevetto è stato infatti possibile identificare le innovazioni che vedono almeno una donna tra gli inventori.

La figura 1 mostra come la quota di domande di brevetto con almeno una donna tra gli inventori è aumentata dal 21 al 30 per cento tra il 2002 e il 2016. Secondo le previsioni il pareggio si avrà attorno al 2080.

Figura 1

Fonte: report Wipo

La nota dolente tuttavia è nella figura 2. L’Italia è tra i paesi in cui il contributo delle donne alle domande di brevetto è più basso, insieme alla Germania, al Giappone e all’Austria; nel nostro paese solamente nel 17 per cento dei casi in un brevetto è presente almeno una donna.

Le motivazioni possono essere diverse, alcune già suggerite nel rapporto del Wipo. La prima è evidentemente nella specializzazione industriale dell’Italia (che accomuna anche la Germania). Secondo questa interpretazione, la scarsa partecipazione femminile all’innovazione dipende dal fatto che l’Italia brevetta soprattutto in settori come quello meccanico, dei trasporti e degli strumenti, che tipicamente sono settori dove la componente femminile è scarsamente rappresentata. Al contrario, è meno specializzata in settori come biotecnologie, chimica o farmaceutica, dove invece la componente femminile è assai più rilevante. Nel caso italiano pesa anche la scarsa propensione a brevettare delle università, dove queste discipline sono meglio rappresentate.

Figura 2

Fonte: report Wipo

Come evitare lo spreco di capitale creativo

La specializzazione industriale italiana, quindi, sembra essere fonte di un problema scarsamente dibattuto, ossia quello di una distribuzione inefficiente del potenziale creativo. Se con un potenziale 50 per cento, solo il 17 per cento delle donne partecipa direttamente all’attività innovativa, vuol dire che stiamo sprecando capitale creativo. Occorre aggiungere che l’Italia vanta record tristemente negativi quanto a partecipazione femminile al mercato del lavoro.

Altre ricerche che hanno studiato le differenze di genere nell’innovazione, accademia compresa, hanno ottenuto risultati simili. Hanno anche messo in relazione tali differenze con altri fattori, quali la scelta dei percorsi scolastici, la tipologia di organizzazione del lavoro (organizzazioni gerarchiche contro organizzazioni orizzontali) e la presenza di politiche di sostegno alla famiglia nel caso di presenza dei bambini.

Quali sono le possibili contromosse? In primo luogo, si dovrebbero ridurre le disparità di genere nelle specializzazioni tipiche della nostra industria, come l’ingegneria meccanica (iniziando, per esempio, a regalare per Natale il meccano anche alle bambine. O per lo meno cercando di evitare di dare una caratterizzazione di genere ai giochi, a cominciare dai reparti dei grandi magazzini: chi decide quali sono i giochi blu o rosa?). Si dovrebbero poi stimolare specializzazioni quali ad esempio la farmaceutica e la chimica, come peraltro già avviene con successo in alcune regioni italiane: ciò avrebbe come effetto collaterale non secondario quello di impiegare meglio il potenziale creativo femminile. In terzo luogo, si dovrebbero prediligere strutture collaborative meno gerarchiche e più orizzontali, a cominciare dalle scuole, per proseguire nei laboratori delle università.

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Caso Aquarius: l’ex sindaco di Lampedusa in alto mare

Ven, 15/06/2018 - 10:56

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni dell’ex sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini sulle norme del diritto internazionale in materia di sbarchi. Vuoi inviarci una segnalazione? Clicca qui.

La disputa sul ruolo dell’Italia

Il caso della nave Aquarius, il cui approdo nei porti italiani è stato impedito dal nuovo ministro degli Interni Matteo Salvini, domina uniformemente tutti i palinsesti televisivi. Da giorni, infatti, politici e commentatori si interrogano sulla legittimità o meno del diniego, soppesando norme internazionali e prassi consolidate. Nell’ultima puntata di Non è l’arena (La7), l’ex sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini (Pd) è intervenuta telefonicamente, dichiarando:

“È il diritto internazionale che stabilisce che è l’Italia che deve portare in porto quella gente lì, perché è l’autorità marittima che ha coordinato il soccorso.”

Secondo Nicolini, l’Italia, in quanto responsabile del coordinamento delle operazioni di soccorso, avrebbe anche dovuto accogliere la nave Aquarius in un porto italiano. Questa linea, in effetti, trova eco nella posizione ufficiale de La Valletta, espressa dall’ambasciatrice di Malta in Italia, che ha sostenuto:

“I 629 migranti dell’Aquarius non li accogliamo, è una questione di principio. L’operazione Sar (Search and rescue) nel Mediterraneo è avvenuta nella Sar libica coordinata dal centro Rcc di Roma. Per cui è assolutamente escluso che i migranti debbano essere sbarcati a Malta”. 

Molti articoli di stampa hanno tentato di far luce sulle aree di competenza ascritte ai paesi coinvolti (fra gli altri, Repubblica, il Corriere, il Post), ma alcuni dubbi permangono: chi determina la destinazione dell’imbarcazione impegnata nel soccorso dei migranti? È l’autorità marittima che coordina i soccorsi a dover aprire i porti?

Cosa dice il diritto internazionale

Per trovare il bandolo della matassa, occorre esaminare le norme internazionali che disciplinano la ricerca e il salvataggio marittimo. A partire dalla convenzione di Montego Bay del 1982, che sancisce l’obbligo di prestare soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo, e dal principio di non respingimento dei richiedenti asilo, stabilito dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra del 1951.

Per quanto riguarda il soccorso in mare, il diritto internazionale si rifà principalmente alla convenzione di Amburgo del 1979 (ratificata dall’Italia solo nel 1989), secondo la quale tutti gli stati con zona costiera sono tenuti ad assicurare un servizio di Sar (Search and rescue), ovvero di assistenza e salvataggio di persone in pericolo di vita, il cui coordinamento deve essere condiviso.

Il Mar Mediterraneo, in particolare, è stato suddiviso tra i paesi costieri nel corso della conferenza dell’International Maritime Organization (Imo) tenutasi a Valencia nel 1997. Secondo la ripartizione delle aree Sar, la superficie di competenza italiana rappresenta circa un quinto dell’intero Mediterraneo, ossia 500 mila chilometri quadrati.

Sempre secondo la convenzione di Amburgo, insieme ad altre norme dell’Imo sul soccorso marittimo, gli sbarchi devono avvenire nel “porto sicuro” (place of safety) più vicino al luogo del soccorso. Il place of safety è da intendersi, secondo il Regolamento Ue n. 656/2014, come il luogo in cui “si ritiene che le operazioni di soccorso debbano concludersi e in cui la sicurezza per la vita dei sopravvissuti non è minacciata”. Nel caso in cui siano a bordo richiedenti asilo, il place of safety deve assicurare la garanzia di poter presentare domanda di protezione internazionale. L’individuazione del luogo spetta quindi al Maritime rescue coordination centre che ha la responsabilità del coordinamento delle operazioni in mare, salvo che ci si trovi nelle acque territoriali, dove resta la competenza esclusiva dello stato costiero.

L’obbligo – così come quello di condivisione del coordinamento – è ribadito anche dal comma 1 dell’articolo 10 del regolamento Ue del 2014, in cui si afferma che “lo stato membro ospitante e gli stati membri partecipanti cooperano con il centro di coordinamento per individuare un luogo sicuro e […] assicurano che lo sbarco avvenga in modo rapido ed efficace”.

Chi doveva aprire il porto all’Aquarius?

Dal grafico 1, si può osservare la divisione del Sud del Mediterraneo in zone Sar di competenza; e, dal grafico 2, il tragitto effettuato dalla nave Aquarius, appartenente alla Ong Sos Médite

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Dimmi che sistema operativo usi e ti dirò quanto credito hai

Ven, 15/06/2018 - 10:56

Le tracce lasciate sulla rete forniscono informazioni molto utili per valutare la rischiosità dei debitori, complementari a quelle socio-economiche usate tradizionalmente dalle società di credito al consumo. Possono così migliorare la qualità del credito e offrire migliori servizi.

Tracce nella rete

Benché sia opinione generale che la tutela della privacy sia un valore fondamentale per qualsiasi società civile, è altrettanto vero che le informazioni che lasciamo sulla rete, se usate correttamente, possano migliorare la qualità dei servizi che riceviamo nonché il funzionamento dei mercati. Un esempio illuminante è offerto da un recente lavoro empirico in cui si mostra come le semplici tracce lasciate dai computer possono migliorare la valutazione  creditizia (scoring) degli utenti e per questa via ridurre i rischi e aumentare la platea dei soggetti finanziabili.

Gli autori analizzano un vasto campione di oltre 250mila transazioni effettuate da una società tedesca di e-commerce che opera del settore dell’arredamento. L’azienda incorre in un rischio di credito sia perché incassa dai propri clienti dopo che questi hanno ricevuto la merce, sia perché spesso offre loro ulteriori dilazioni di pagamento. Per valutare il merito creditizio dei clienti, sinora la società ha utilizzato i tradizionali strumenti di scoring basati su variabili socio-economiche e giudiziarie. Cosa sarebbe accaduto se invece avesse impiegato le tracce informatiche che i potenziali compratori lasciano quando si iscrivono al sito ed emettono un ordine? Non stiamo qui parlando di informazioni private, ma solo di dati oggettivi, come la tipologia dello strumento e del sistema operativo con il quale viene trasmesso l’ordine, il tipo di email utilizzato o l’ora alla quale viene trasmesso l’ordine. Le simulazioni effettuate, anche utilizzando informazioni così elementari, sono sorprendenti.

Innanzi tutto, i dati mostrano come il mezzo utilizzato sia un ottimo indicatore del tasso di insolvenza: in media gli ordini che arrivano attraverso un telefono cellulare sono tre volte più rischiosi di quelli trasmessi attraverso un desk-top e due volte più rischiosi rispetto a quelli inviati attraverso un tablet. In altre parole, se gli smartphone hanno messo in mano a milioni di utenti una sorta di computer poco costoso e facile da usare, è altrettanto vero che la clientela che li usa per acquistare un oggetto di arredamento risulta essere più rischiosa (vedi tavola 1).

Anche la tipologia del sistema operativo utilizzato pare un buon indicatore del grado di rischiosità di un cliente: i costosi computer Macintosh della Apple hanno i tassi di default più bassi in assoluto, seguiti dai prodotti Windows, dal sistema operativo iOS, in dotazione agli iPhone. I clienti che utilizzano Android, il popolarissimo sistema operativo sviluppato da Google, risultano, invece, tra i più rischiosi.

Se passiamo dal sistema operativo al tipo di email utilizzato, possiamo trarre altre informazioni utili. Non a caso i clienti, generalmente benestanti, che utilizzano T-online, gestito dall’operatore Telekom, hanno tassi di insolvenza pari a un quarto di quelli che si servono di Yahoo, un vecchio operatore gratuito. In posizione bassa nella classifica stanno anche Gmail e Hotmail, entrambi gratuiti, mentre i clienti che utilizzano Gmx e Web, che sono a pagamento, presentano tassi di default più bassi. Quando poi i clienti personalizzano a pagamento la loro email, utilizzando, per esempio, il loro nome o cognome dopo la chiocciola, la rischiosità osservata diminuisce in maniera significativa rispetto a quelli che non lo fanno.

Molti altri piccoli comportamenti degli utenti sembrano essere rilevanti. Fra questi ricordiamo la fascia oraria nella quale è stato trasmesso l’ordine (i nottambuli sono i più rischiosi), la presenza di errori di ortografia nella email (che denotano una maggiore rischiosità) e la strada seguita per arrivare al sito: chi passa attraverso un sito pubblicitario registra un tasso di default più alto, forse perché non aveva un vero bisogno di acquistare i beni, ma si è lasciato attirare dal messaggio promozionale.

Un nuovo indicatore digitale

Se mettiamo assieme tutte queste tracce lasciate sul web, è possibile stimare un indicatore che ha capacità discriminatorie superiori a quelle dei tradizionali modelli del merito di credito. Inoltre poiché il nuovo indicatore digitale non risulta correlato con quello tradizionale, è possibile migliorare ulteriormente le capacità di previsione combinando i due insiemi informativi. In più, con l’utilizzo dell’indicatore digitale possono finanziare molti clienti che con i m

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Imprese e produttività: quanto conta l’evasione fiscale*

Ven, 15/06/2018 - 10:54

Cosa frena lo sviluppo dell’economia italiana? Tra le tante cause, ce n’è una spesso sottovalutata: l’alta evasione fiscale. Il suo effetto principale è sulla dimensione delle aziende. Perché restare piccoli può essere più conveniente che innovare.

Bassa produttività in Italia

La scarsa crescita economica che da un ventennio affligge l’economia italiana è imputabile al ritmo stagnante della produttività, in particolare della produttività totale dei fattori che riflette la capacità di utilizzare efficientemente gli input produttivi (figura). Un’economia che non è in grado di accrescere il proprio livello di efficienza, nel lungo periodo, perde competitività sui mercati internazionali, fatica a espandere i redditi e il benessere dei propri cittadini, vede ridursi lo spazio per ripagare un elevato debito pubblico.

Figura 1 – Tasso di crescita medio annuo della produttività totale dei fattori

Per curare un “malanno” che pare essere cronico, è cruciale studiarne in dettaglio le caratteristiche e i sintomi, comprenderne i meccanismi, per poi risalire alle cause. Sono questi gli obiettivi di un nostro lavoro recente.

Dimensione di impresa, innovazione e selezione

Molti studi, alcuni riportati anche su lavoce.info, hanno individuato nell’elevata frammentazione del sistema produttivo una delle principali determinanti della scarsa crescita della produttività aggregata in Italia. Pur rappresentando solo un sintomo, è un’utile chiave di lettura: il ritardo di produttività del nostro paese si concentra nelle piccole imprese, che sono tante e meno efficienti non solo di quelle più grandi (come avviene ovunque), ma anche delle omologhe aziende di altri paesi. La debole dinamica della produttività e lo scarso sviluppo dimensionale vanno quindi considerati come due problemi strettamente connessi.

Tra i fattori che possono spiegare le due peculiarità italiane, ve ne sono tre che meritano una particolare attenzione: (i) l’innovazione e l’adozione tecnologica, (ii) la selezione delle imprese e (iii) la riallocazione degli input produttivi tra di esse.

Si tratta di fondamentali motori di sviluppo economico, che in Italia paiono inceppati. Sono infatti basse sia la quota di spesa in capitale immateriale e in ricerca e sviluppo sul valore aggiunto sia la diffusione delle nuove tecnologie digitali.

La selezione e lo sviluppo delle imprese che entrano nel mercato è debole: se le confrontiamo con quelle degli Stati Uniti, le nuove imprese italiane hanno dimensione inferiore, crescono per meno anni e a tassi più modesti.

Infine, è giudicato basso, anche se in miglioramento, il grado di efficienza con cui il sistema economico e istituzionale distribuisce alloca le risorse produttive verso i settori e le imprese con più alto potenziale di crescita.

Ma cosa frena lo sviluppo dell’economia italiana? L’elenco delle cause è inevitabilmente lungo. Vi si annoverano sia fattori culturali, come l’eccessivo familismo del sistema produttivo che ha indotto una peggiore selezione del management aziendale con ricadute negative sull’adozione di nuove tecnologie e sull’innovazione, sia vincoli di tipo istituzionale e regolamentare su cui la politica economica può agire più direttamente.

Nel rimandare al nostro lavoro per un’ampia rassegna critica della letteratura, dell’evidenza empirica e degli effetti (reali o potenziali) delle più recenti riforme attuate in Italia, qui ci soffermiamo su un aspetto che, pur oggetto di ricorrenti e animati dibattiti, riceve scarsa attenzione per il suo effetto sulla crescita: l’elevata evasione fiscale.

Il ruolo dell’evasione fiscale

La lotta all’evasione fiscale è motivata da considerazioni di equità e dalla necessità di garantire il gettito che deve finanziare la spesa pubblica. Combattere l’evasione può però avere anche un effetto positivo sulla produttività, proprio per i suoi benefici riflessi sulla selezione delle imprese, la loro propensione a innovare ed espandersi.

La chiave per comprendere questo canale è nell’osservazione che l’evasione fiscale non è egualmente praticabile da tutte le imprese: è più facile per quelle più piccole che hanno requisiti di segnalazione più laschi e una più bassa probabilità di essere ispezionate dall’Agenzia delle entrate. Ciò implica che restare piccoli ed evadere può essere un’opzione alternativa all’intraprendere progetti innovativi che, se di successo, comporterebbero una crescita dimensionale. Ma gli effetti negativi non finiscono qui: l’evasione da parte di un gruppo di imprese genera una concorrenza sleale che riduce il rendimento dell’i

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Quando l’abilitazione non è sinonimo di merito

Ven, 15/06/2018 - 10:54

Un sistema di selezione dei docenti universitari basato su abilitazione nazionale e concorsi locali non dà la garanzia di scegliere i migliori candidati. Anzi può dare risultati opposti se le singole commissioni perseguono obiettivi diversi dal merito.

Commissioni e merito

Il sistema dell’abilitazione scientifica nazionale (Asn) è stato introdotto con lo scopo di creare una selezione su base nazionale dei candidati alle posizioni di professore ordinario e associato, prima della loro partecipazione ai concorsi banditi localmente dai singoli atenei. Teoricamente, un sistema a “due stadi” dovrebbe dare maggiori garanzie sulla qualità del sistema universitario nazionale. Infatti, anche se il singolo ateneo volesse perseguire una selezione del personale universitario secondo logiche diverse dal merito, grazie alla Asn, i candidati non meritevoli verrebbero a priori esclusi dalla competizione del concorso locale.

In realtà, il sistema non garantisce il raggiungimento di questi obiettivi se la commissione incaricata per la selezione non premia il merito.

Abbiamo preso in esame il lavoro svolto nelle ultime due tornate di abilitazione scientifica nazionale dalla commissione 13B4 (“Finanza aziendale” e “Economia degli intermediari finanziari”). Contrariamente a quanto sarebbe lecito attendersi, i dati non evidenziano differenze in termini di produzione scientifica tra chi ha ottenuto l’abilitazione e coloro a cui è stata negata.

Figura 1

La figura 1 mostra alcune metriche comunemente utilizzate per la misurazione della qualità della produzione scientifica: il numero medio di prodotti di fascia A (Anvur), di articoli classificati dalla Abs come “3” o superiori e di prodotti dotati di impact factor. Questi indicatori, rappresentati dalle prime tre colonne del grafico, non sono diversi tra soggetti abilitati e non, a suggerire che non sia stato il merito scientifico il fattore guida nell’attribuzione dell’abilitazione.

Se non il merito, che cosa ha guidato la scelta? La quarta colonna della stessa figura divide i candidati tra coloro che sono attualmente incardinati all’interno della medesima area concorsuale e soggetti non classificabili come tali (“fuori Ssd”) poiché impegnati presso atenei esteri o in altri settori. E mostra in modo netto che l’appartenenza allo stesso settore concorsuale è fortemente associata alla probabilità di ottenere l’abilitazione. In altre parole, da questi dati sembra emergere che l’unico fattore determinante nel conseguimento dell’abilitazione scientifica non sia il merito scientifico, ma l’appartenenza al medesimo settore concorsuale.

Confronto tra interni ed esterni

Si potrebbero naturalmente avanzare alcune critiche.

In primo luogo, si potrebbe obiettare che i candidati provenienti da altri settori non sono stati abilitati in quanto semplicemente meno meritevoli. In realtà la figura 2 mostra che forse è vero il contrario, dal momento che gli indicatori scelti per misurare la bontà della produzione scientifica sono migliori per i candidati “fuori settore”.

Figura 2

La seconda possibile eccezione riguarda il principio della coerenza con le tematiche investigate all’interno del settore scientifico. Si potrebbe infatti eccepire che i candidati incardinati sotto settori diversi dal 13B4 possano essere sì produttivi, ma non sui temi inerenti al settore. Per fugare questo dubbio, la figura 3 mostra i medesimi indicatori riportati nella figura 2, restringendoli tuttavia alle sole riviste scientifiche classificate dal ranking Abs sotto la categoria Finance.

Figura 3

La figura 3 mostra che non esistono differenze nella produzione scientifica di area tra chi è incardinato nel settore 13B4 e chi invece proviene dall’esterno. Di nuovo, sembra che il principale criterio utilizzato per concedere l’abilitazione non sia stato il merito scientifico, ma l’appartenenza al medesimo settore, suggerendo l’esistenza di una deliberata volontà protezionistica volta all’esclusione dalle future selezioni nei concorsi locali i candidati provenienti dall’estero o da altri settori.

Si potrebbe infine sostenere che gli indicatori considerati nei grafici 2 e 3 non rappresentino una buona misura del merito scientifico. La figura 4 mostra allora i risultati della medesima analisi condotta prendendo in esame un settore concorsuale scientificamente non distante: il 13A1 (Economia politica).

Figura 4

In questo caso, la commissione sembra aver utilizzato criteri diversi. In particolar modo, mentre non vi è alcuna differenza tra soggetti già incardinati nel medesimo settore concorsuale e soggetti “fuori Ssd” (qu

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Il Punto

Mar, 12/06/2018 - 12:02

Per coprire il buco di 50 miliardi che la flat tax aprirà nei conti dello stato il governo pensa alla “pace fiscale”. Una sanatoria modulata per tipo di contribuente e di morosità da cui entreranno – se va molto bene – 10 miliardi in due anni.
Il nuovo governo spagnolo a maggioranza femminile fa risaltare la – purtroppo non nuova – scarsa presenza di ministre in quello italiano (sono solo 5 su 18). Una mancanza di attenzione politica confermata dalla vaghezza delle proposte su divari di genere e famiglia nel contratto-programma del governo Lega-M5s. E manca di una visione anche il capitolo del programma sull’università. Un frullato di richieste condivisibili (come di aumentare le risorse) e discutibili (la riforma dell’Anvur in nome di cosa?). Senza l’analisi di cosa schiacci l’Italia in fondo alle classifiche Ocse per numero di laureati. Un altro punto del contratto di governo è quello di frenare il trasformismo, i cambi di casacca dei parlamentari. Ma il vincolo di mandato per gli eletti stravolgerebbe la Costituzione. Mentre basterebbe cambiare i regolamenti delle due Camere.
Quella di Alitalia è una delle patate bollenti passate da Gentiloni a Conte. Al collasso dell’azienda si aggiunge la quasi certa violazione delle regole Ue sugli aiuti di stato con i 900 milioni di prestito ponte (troppi e poco efficaci) erogati dal governo precedente. Serve un immediato intervento.

Maria Cannata risponde ai commenti al suo intervento “Mini-Bot o Ccf: la grande illusione

Spargete lavoce: 5 per mille a lavoce.info
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Poco rosa nel governo Conte

Mar, 12/06/2018 - 11:13

Mentre la Spagna si dà un governo con undici ministre, l’Italia ne vara uno con solo cinque donne e tredici uomini. Anche nel contratto Lega-M5s le proposte a favore delle donne e delle famiglie sono vaghe, come le coperture per renderle effettive.

Ministre di Spagna e d’Italia

Nel nuovo governo formato del primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ci sono 11 donne e 6 uomini. Il vice primo ministro è una donna di grande esperienza, cui è stato assegnato anche il ministero dell’Uguaglianza. Alle altre donne vanno ministeri importanti come l’Economia, il Lavoro e la Giustizia. La composizione del nuovo governo spagnolo indica la volontà di valorizzare le competenze delle donne in politica, in economia e nella società. E la sfida per la durata dell’esecutivo è stata affrontata ricorrendo alle competenze di tutti.

Ben diversa è la composizione del nuovo governo italiano, formato da 13 uomini e solo 5 donne, a cui sono andati – con l’eccezione della Difesa e della Salute – ministeri meno centrali, come Pubblica amministrazione, Affari regionali e Sud. Economia, Interni ed Esteri rimangono ministeri inavvicinabili per le donne. I dati EIGE dicono che negli altri paesi dell’Europa a 28, la Svezia, come la Spagna, ha più ministre, in Francia c’è un perfetto equilibrio tra ministri e ministre e all’estremo opposto c’è l’Ungheria, dove il governo è composto da soli uomini.

Nel suo discorso alla Camera il nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha detto: “Vogliamo dare voce alle tante donne, spesso più istruite e tenaci degli uomini, e che sul posto di lavoro sono ancora inaccettabilmente discriminate e meno pagate, e che si sentono sole quando decidono di mettere al mondo un bambino”.

Certo, la scelta di una stragrande maggioranza di uomini nei ministeri più importanti non sembra coerente con il “dar voce alle donne italiane” e con un riconoscimento esplicito delle competenze femminili disponibili.

Anche nel contratto di governo le proposte a favore delle donne e delle famiglie sono vaghe, sia sugli obiettivi che sulle coperture per renderle effettive. Si propongono servizi di asilo nido in forma gratuita (con la specificazione che sono per le famiglie italiane), innalzamento dell’indennità di maternità, premi economici a maternità conclusa per le donne che rientrano al lavoro, sgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli, rimborsi per asili nido e baby sitter e “Iva a zero” per prodotti neonatali e per l’infanzia. Intanto, il dibattito sulla riforma fiscale sembra rimettere in discussione la scelta dell’unità impositiva, passando dall’attuale tassazione individuale a quella su base famigliare, con effetti negativi sull’offerta di lavoro del secondo percettore di reddito, nella maggior parte dei casi la donna.

Una priorità per il paese

L’elenco delle voci del contratto rivela almeno che i temi dell’offerta di servizi di cura e del rientro al lavoro dopo la maternità sono stati individuati come importanti per l’azione di governo, anche se non è chiaro chi se ne occuperà, se il presidente del Consiglio direttamente, oppure il ministro del Lavoro, quello della Famiglia o una persona nominata a questo preciso scopo. Perché una responsabilità e una visione di insieme su questi temi è necessaria e urgente. Un miglioramento della situazione economica e lavorativa delle donne deve essere una priorità nel nostro paese.

La partecipazione femminile al mercato del lavoro ha raggiunto il 49 per cento, il valore più alto di sempre, ma il dato ci lascia comunque penultimi tra i paesi europei, che in media hanno un tasso di partecipazione del 62,4 per cento. I differenziali salariali di genere sono persistenti e crescenti con i livelli di qualifica, a testimonianza che il soffitto di cristallo è duro da scalfire. A queste evidenze si associa la bassissima fecondità, 1,3 figli per donna, e una forte asimmetria nella divisione dei carichi di cura tra partner. La combinazione di questi elementi spiega perché in base al Global gender gap index del World economic forum siamo al 117esimo posto su 144 paesi analizzati quando si parla di uguaglianza di opportunità in ambito economico.

Negli ultimi anni la crescita della presenza femminile in politica – per altro accompagnata dalla scelta di donne competenti in posizione chiave – aveva contrastato il peggioramento dell’indice sul fronte economico e consentito all’Italia di non crollare nelle ultime posizioni in classifica per l’indice globale. Il nuovo Parlamento – dove la presenza femminile è al 35 per cento, in crescita rispetto alla legislatura precedente &#8211

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All’università manca un progetto

Mar, 12/06/2018 - 11:10

Nel contratto fra Movimento 5 stelle e Lega ci sono diverse proposte condivisibili su università e ricerca, che però non definiscono un’idea organica dell’istruzione terziaria nel nostro paese. Bene partire da un aumento delle risorse, ma non basta.

Le incertezze del contratto

Il contratto fra Movimento 5 stelle e Lega – ormai programma di governo – dedica un capitolo all’università e alla ricerca: prese una per una, molte affermazioni sono condivisibili. Tuttavia, non emerge un’idea organica di università.

Non si definiscono tempi, modi e priorità di intervento. Non si capisce come il nuovo governo intenda alzare la percentuale di laureati fra i giovani, fra le più basse in Europa (27 per cento contro una media Ocse del 40 per cento), dovuta sia alle immatricolazioni insufficienti sia all’elevatissimo abbandono durante gli studi (42 per cento). Né si capisce se si vuole che tutte le 96 istituzioni universitarie continuino a offrire una vasta gamma di corsi di studio e di ambiti di ricerca oppure si preferisca per ciascuna di esse una specializzazione nelle aree di maggior forza, magari negoziando gli obiettivi con il Miur, come proposto da Giliberto Capano, Marino Regini e Matteo Turri; se vada privilegiata la qualità della ricerca oppure se didattica e terza missione – citate nel testo – debbano avere pari rilevanza. Così come non è chiaro se il fondo di finanziamento ordinario vada assegnato in base ai costi standard (e quindi alla capacità di attrarre gli studenti, introducendo forme di concorrenza fra università), alla spesa storica (quindi privilegiando gli atenei più antichi), a criteri premiali o a esigenze perequative nei confronti delle università del Sud, o ad altro ancora; o se la selezione di ricercatori e professori debba continuare a passare per il vaglio nazionale oppure vada affidata direttamente ai dipartimenti, come nel mondo anglosassone.

Basta un esempio per mostrare l’incertezza sulle linee guida: da un lato, si esaltano i risultati eccellenti nella ricerca (e in effetti nelle aree bibliometriche l’impact factor per ricercatore negli ultimi anni è stato secondo solo a quello olandese). Dall’altro, ci si lancia in un’accusa generalizzata al sistema universitario e all’utilizzo indebito del potere accademico, ostaggio dei “baroni”. Ora, delle due l’una: o il sistema è fondamentalmente bacato e non produce buoni frutti oppure, se la qualità della ricerca è così elevata, le cattive pratiche anti-meritocratiche non devono essere poi così imperanti.

Per la verità, forse perché scottati dall’impopolarità della riforma della scuola, anche i precedenti governi di centrosinistra hanno evitato interventi organici sull’università, lasciando sostanzialmente inalterato l’impianto della legge Gelmini. Si sono limitati a provvedimenti mirati, come quelli su risorse e diritto allo studio o hanno cercato di introdurre alcuni criteri meritocratici, in maniera convincente nel caso dei dipartimenti di eccellenza, meno con le cattedre Natta.

Più spesa. E poi?

Nel contratto Lega-M5s viene proposto un aumento della spesa universitaria: è un punto di partenza importante, anche se non se ne specifica l’entità. Mentre la spesa pro capite nella scuola italiana è sostanzialmente allineata alla media dei paesi avanzati, secondo i dati Ocse 2014, nell’università investiamo appena l’1 per cento del Pil, contro l’1,5 medio: siamo agli ultimi posti in Europa. Non c’è dubbio che una buona politica universitaria debba iniziare da un aumento delle risorse finanziarie e umane; soprattutto di queste ultime: trend demografici e blocco del turnover in dieci anni hanno diminuito il numero di docenti di oltre 10 mila persone, aumentando enormemente l’onere didattico e organizzativo per i “sopravvissuti”.

Oltre all’attenzione al diritto allo studio (ancora gestito dalle regioni?), positiva è la proposta di armonizzare il sistema delle lauree professionalizzanti e gli istituti tecnici superiori (Its), il biennio successivo agli istituti tecnici che conduce a un diploma. L’assenza di una filiera di istruzione terziaria professionalizzante è un’anomalia italiana. In paesi come Germania, Olanda e Svizzera le università professionalizzanti sono molto diffuse: ad esempio, in Germania gli iscritti alle Fachhochschulen sono circa 950 mila. In Italia, questo segmento dell’offerta formativa non è mai decollato: gli Its raccolgono appena 10.500 studenti. Una strada per aumentarne il numero sarebbe quella di lasciare che le università offrano lauree professionalizzanti, mantenendo la didattica sul campo e l’uso dell

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Il trasformismo? Si ferma con i regolamenti parlamentari

Mar, 12/06/2018 - 11:09

Il contratto di governo di Lega e Movimento 5 stelle si propone di introdurre il vincolo di mandato per contrastare il trasformismo. Ma per combatterlo, basterebbe modificare i regolamenti parlamentari. Lo dimostra anche l’esperienza degli altri paesi.

Serve il vincolo di mandato?

I gruppi parlamentari sono la proiezione dei partiti in Parlamento. Il loro ruolo è fondamentale per l’organizzazione e lo svolgimento delle funzioni dell’assemblea. In particolare, i gruppi gestiscono il tempo dell’aula, ma essi sono anche assegnati fondi e staff. Inoltre, la composizione di tutte le commissioni parlamentari viene fatta in base ai gruppi. Per questo i gruppi sono il primo organo del Parlamento che si costituisce dopo l’elezione del Presidente dell’assemblea. In Italia i parlamentari sono obbligati ad iscriversi ad un gruppo, non sono, cioè, ammessi indipendenti e per questo motivo esiste il gruppo misto. Ma i parlamentari italiani, come la maggior parte dei loro colleghi europei, sono anche liberi di cambiare gruppo nel corso della legislatura. Eppure, in nessun parlamento europeo i rappresentanti cambiano partito con la stessa frequenza dei deputati e senatori italiani. Il grafico 1 mostra la percentuale media annuale di parlamentari che hanno cambiato partito in 14 paesi dell’Europa occidentale negli ultimi 25 anni. Come si può vedere, dalla metà degli anni Novanta, in Italia il numero dei transfughi è cresciuto in modo notevole. In media circa il 6 per cento dei nostri parlamentari ha cambiato gruppo, contro lo 0,1 per cento di Germania o 0,3 per cento in Spagna. L’unico paese che si avvicina a percentuali simili a quelle italiane è la Francia (2,4 per cento).

Grafico 1

Per porre un limite al fenomeno Lega e Movimento 5 stelle hanno proposto nel loro contratto di governo di introdurre una forma di mandato imperativo (e per farlo dovrebbero modificare l’articolo 67 della Costituzione che prevede che i parlamentari esercitino le proprie funzioni senza vincolo di mandato). Ma è veramente colpa di questo principio costituzionale se i nostri parlamentari migrano da un partito all’altro con tanta frequenza?

A parte il Portogallo, in cui eventuali transfughi sono costretti a rinunciare al proprio seggio, il divieto di mandato imperativo è presente nella maggior parte degli ordinamenti europei. Questo quindi non ci aiuta a spiegare perché in Italia i parlamentari cambino gruppo molto più frequentemente che in altri paesi.

La vera differenza tra l’Italia e le altre democrazie risiede nei regolamenti parlamentari e in particolar modo nella disciplina dei gruppi. Per formare un gruppo alla Camera o al Senato, i regolamenti richiedono esclusivamente che sia rispettato un criterio numerico (20 deputati o 10 senatori). I gruppi non devono corrispondere alle liste elettorali che si sono sfidate alle elezioni e, soprattutto, gli eletti non sono obbligati a iscriversi al partito per cui si sono candidati. In altri termini, le forze politiche in parlamento non devono rispecchiare la competizione elettorale che le ha generate. È quindi assolutamente legittimo che parlamentari eletti in partiti avversari formino un gruppo comune: basta averne la volontà ed essere in numero sufficiente. Inoltre, in Italia la presenza del gruppo misto (in teoria residuale, ma nelle ultime legislature sempre più consistente) permette ai transfughi di “smacchiarsi” dalla propria precedente appartenenza e di ricostruire una rete di contatti che spesso sfocia nella nascita di un nuovo gruppo o componente politica.

Regole più severe sui gruppi

La tabella 1 sintetizza i requisiti necessari per formare un gruppo parlamentare negli altri paesi presi in considerazione. Come si può vedere, in altri stati ci vuole molto di più per formare un gruppo parlamentare. I casi più emblematici sono quelli di Austria, Germania e Spagna, dove è richiesto che gruppi e liste elettorali coincidano. Proprio in virtù di questo semplice principio, nei tre paesi è di fatto impossibile creare gruppi che non abbiano prima concorso alle elezioni: ad esempio, con una regola come questa, Angelino Alfano non avrebbe potuto fondare il Nuovo Centrodestra e il governo Letta o quello Renzi non sarebbero nati.

In Svizzera, Norvegia e – in misura diversa – Francia (che è un caso particolare, perché i deputati possono anche “apparentarsi” a un gruppo, senza appartenervi formalmente) oltre a un criterio numerico è richiesto un criterio politico. Ciò significa che i parlamentari devono avere almeno un orientamento politico comune per poter formare un gruppo.

Tabella 1

Nota: I dati dei vari paesi sono disponibili ai seguenti link. Austria, Belgio, Danimarca, Finl

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Alitalia, dal prestito ponte al vicolo cieco

Mar, 12/06/2018 - 11:08

Se le regole europee sugli aiuti di stato fossero state seguite alla lettera, oggi Alitalia avrebbe un piano di ristrutturazione effettivo. E non correrebbe il rischio di essere obbligata a rimborsare il prestito ponte di 900 milioni erogato un anno fa.

Regole per l’aiuto di stato

Il nuovo governo ha eredito dal precedente non solo la crisi di Alitalia, ma anche una posizione molto problematica verso la Commissione europea in relazione al prestito ponte erogato alla compagnia un anno fa.

Quando il 2 maggio 2017 gli azionisti di Alitalia presentarono istanza per l’amministrazione straordinaria, consegnando le chiavi aziendali al governo e di fatto nazionalizzandola, fu garantito un prestito ponte di 600 milioni per garantire la continuità aziendale, salito a 900 milioni sei mesi dopo. Il 23 aprile 2018 la Commissione UE, sollecitata dai ricorsi di diversi operatori europei concorrenti di Alitalia, ha aperto un’indagine approfondita per accertare se il prestito sia un aiuto di stato e in tale caso se sia compatibile con il diritto comunitario. Se la Commissione giudicherà il prestito un aiuto non conforme, ne chiederà l’immediata restituzione, interessi maturati compresi, generando notevoli problemi all’azienda e al governo. La sopravvivenza di Alitalia sarà allora inevitabilmente a rischio.

Sul fatto che il prestito sia un aiuto di stato vi sono ben pochi dubbi. Quale operatore di mercato sarebbe stato disponibile a erogare, pur se al tasso di circa il 10 per cento, 900 milioni a un’azienda dichiarata insolvente, con un patrimonio netto negativo, perdite annue superiori al 20 per cento del fatturato e priva di qualsivoglia piano di ristrutturazione?

Il problema è che, in quanto aiuto, è non conforme alle regole comunitarie, riassunte negli “Orientamenti sugli aiuti di stato”, pubblicati in Gazzetta ufficiale dell’UE il 31 luglio 2014. In base a quelle regole, gli aiuti pubblici erogabili a un’azienda delle dimensioni di Alitalia rientrano in due sole tipologie, aiuti per il salvataggio e aiuti per la ristrutturazione.

“Gli aiuti per il salvataggio sono, per natura, una forma di assistenza urgente e temporanea, il cui obiettivo principale è consentire di tenere in vita un’impresa in difficoltà per il breve periodo necessario all’elaborazione di un piano di ristrutturazione o di liquidazione. Come principio generale, gli aiuti per il salvataggio consentono di fornire sostegno temporaneo a un’impresa che si trova a dover affrontare un grave deterioramento della sua situazione finanziaria che si manifesta sotto forma di un’acuta crisi di liquidità o un’insolvenza tecnica. Questo sostegno temporaneo deve consentire di guadagnare tempo per analizzare le circostanze all’origine delle difficoltà ed elaborare un piano idoneo a porvi rimedio” (punto 26 degli Orientamenti).

Vincoli non rispettati

Questa prima tipologia di aiuto ha tuttavia vincoli ben precisi, temporali e di importo. Vi è infatti una durata massima tassativa di sei mesi entro la quale il prestito deve essere restituito oppure deve essere presentato un piano di ristrutturazione. “Una volta presentato il piano di ristrutturazione, l’autorizzazione dell’aiuto per il salvataggio viene automaticamente prorogata finché la Commissione non prenda la sua decisione finale sul piano di ristrutturazione (…); una volta che è stato elaborato e attuato il piano di ristrutturazione, tutti gli aiuti successivi vengono considerati come aiuti per la ristrutturazione” (punto 55, lettera d, degli Orientamenti).

L’importo massimo erogabile corrisponde alla somma che serve a coprire strettamente il fabbisogno di cassa di un semestre, stimato attraverso il 50 per cento delle perdite industriali dell’ultimo anno (Ebit) al netto dell’ammortamento (in quanto non richiede esborsi) e incrementato della variazione del capitale circolante netto (Allegato I degli Orientamenti). Nel caso di Alitalia, in base al conto economico 2016 (che tuttavia è stato reso noto dai commissari solo in una recentissima audizione parlamentare (tabella di pag. 35), il calcolo avrebbe dato luogo a un prestito massimo di 210 milioni di euro, corrispondenti al 50 per cento dei 419 milioni di Ebitda al netto delle poste non ricorrenti. Il prestito ammissibile era dunque pari solo al 23 per cento dei 900 milioni effettivamente erogati. Peraltro, se a maggio 2017 il governo avesse voluto adempiere alle norme comunitarie, non avrebbe potuto erogarlo, avendo accettato la richiesta di amministrazione straordinaria senza esigere il deposito del bilancio 2016. L’ultimo bilancio noto, quello del 2015, non permetteva alcun prestito, perché la situazi

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Mini-bot o Ccf: perché resta un’illusione

Lun, 11/06/2018 - 18:01

Che cosa è “debito”

Ringrazio i lettori per i tanti commenti al mio articolo. Rispondo qui ad alcuni rilievi.

Per quanto si poteva dedurre dagli articoli di stampa, gli ideatori dei mini-bot e dei certificati di credito fiscali sembravano ritenere che la loro emissione potesse non essere considerata debito secondo i parametri europei. Ma non è così, in qualunque modo si intenda classificarli: titoli, cambiali o moneta.

Sarebbero moneta nel caso in cui vi fosse obbligo ad accettarli da parte di soggetti italiani e fossero usati in alternativa alla moneta stessa. Ma anche tralasciando il fatto che gran parte delle imprese italiane importano ed esportano in modo massiccio, è difficile pensare che accetterebbero di buon grado di utilizzare questo mezzo di pagamento, senza comportare penalizzazioni di valore.

È evidente che anche i debiti commerciali sono debito, ma non debito finanziario e per questo non sono inclusi nel parametro di Maastricht. Il principale motivo dell’esclusione risiede nel fatto che il loro effettivo valore non è semplice da rilevare. E infatti quando in Italia, nel 2013, venne affrontato il problema del loro smaltimento previa certificazione, emersero molte duplicazioni e irregolarità.

Una eventuale società paravento che emetta certificati di credito fiscali non sarebbe considerata da Eurostat un soggetto privato, data la piena e incondizionata garanzia dello stato. Anche nel caso di cartolarizzazioni pubbliche, dove quella garanzia era assente, poiché il surplus di valore rispetto al prezzo di cessione sarebbe comunque tornato allo stato, Eurostat ha stabilito che le società veicolo dovevano rientrare nella pubblica amministrazione e i relativi titoli dovevano essere considerati debito pubblico.

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