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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 47 min 37 sec fa

Il Punto

6 ore 56 min fa

Fresca di stampa, la Nota di aggiornamento al Def è un altro esempio del metodo Padoan. Dal 2014 all’Economia, il ministro vanta una graduale discesa del deficit e lo stop alla crescita del rapporto debito-Pil, con piccole riduzioni di imposte e spesa pubblica. Sempre con il consenso recalcitrante della Ue che chiede di consolidare i progressi.
L’unico dato certo delle elezioni tedesche è l’inquietante ritorno di un partito razzista (l’Afd) nel Bundestag. Su tutto il resto non si sa, tranne che Angela Merkel sarà ancora cancelliera. Ma con quali partiti? E con quale programma? Quale ruolo ha giocato il sistema elettorale? Sul fronte britannico Theresa May non finisce di stupire. Finora Brexit significava Brexit, la rottura con l’Europa. Ora non più. Il nuovo mantra è: via dalla Ue ma con calma – in quattro o cinque anni – e tenendo in piedi il grosso degli accordi economici.
Il governo ha ventilato l’idea di un bel concorsone per 500 mila posti nella Pa, in sostituzione dei pensionati dei prossimi anni. Potrebbe andare se si riuscissero a definire con precisione i fabbisogni delle diverse amministrazioni. “Vaste programme” avrebbe detto De Gaulle. Soprattutto alla luce dei sempre nuovi adempimenti e strumenti richiesti alle amministrazioni. Esempio: il Foia, Freedom of information act all’italiana. Dovrebbe migliorare la trasparenza negli atti pubblici, istituendo maggiori forme di controllo da parte dei cittadini.
L’elevata disoccupazione giovanile è un tema da convegno che poi fatica a trovare spazio nell’agenda politica. Ma è anche un problema di indicatori. C’è chi ritiene più corretto concentrarsi sulla fascia d’età 25-34 anni anziché guardare agli under 25. La sostanza del problema non cambia granché.

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Categorie: Informazione

Se 500mila nuovi statali vi sembravano pochi

7 ore 17 min fa

Assumere 500mila nuovi dipendenti pubblici in quattro anni, per compensare i pensionamenti, rischia di essere poco produttivo. Prima occorrerebbe avere la cognizione precisa di quali siano i fabbisogni, anche alla luce della rivoluzione digitale.

Ipotesi “concorsone”

Assumere 500mila dipendenti pubblici in quattro anni, per compensare i pensionamenti che nello stesso numero e nello stesso periodo si verificheranno, rischia di essere poco produttivo, se prima non si revisionano davvero i procedimenti.

Negli ultimi giorni il governo ha lanciato l’idea di un “concorsone” aperto nei prossimi quattro anni per rinfoltire l’apparato amministrativo, puntando sulla cosiddetta “staffetta generazionale”.

Indubbiamente, è necessario affrontare il problema di ringiovanire le fila di un apparato pubblico ormai stanco e con un’età media superiore ai 50 anni. Tuttavia, è un azzardo immaginare di risolverlo in un ristrettissimo arco di tempo (e non si sa con quali risorse), quando è da circa 15 anni che si è scelto di ridurre gradualmente, ma costantemente il numero dei dipendenti. Si rischia di imbarcare centinaia di migliaia di dipendenti, senza aver avuto materialmente il tempo di capire come e dove impiegarli.

Sistema dei fabbisogni e dotazioni organiche

Prima di un così vasto programma di assunzioni, perciò, occorrerebbe avere la cognizione precisa di quali sono i fabbisogni, qualitativi e quantitativi. L’idea del governo si basa con molto ottimismo sulla riforma Madia, che prevede di superare le “dotazioni organiche”, cioè gli elenchi del personale chiamato a svolgere le funzioni amministrative, rigidamente costituite dal numero dei dipendenti teoricamente necessari, per sostituirle con i fabbisogni annuali e triennali.

Le dotazioni organiche sono frutto di valutazioni sui carichi di lavoro che risalgono molto indietro nel tempo e per questo, oggi, sono poco coerenti con le necessità lavorative, tanto è vero che nella gran parte dei casi i dipendenti in servizio sono molti meno di quelli previsti dalle dotazioni.

Il sistema dei fabbisogni previsto dalla riforma, invece, impone alle amministrazioni di rivedere – anche drasticamente – le necessità di personale a partire appunto dalla misurazione di quali e quante professionalità occorrono. Le dotazioni saranno poi una conseguenza e non una premessa dei fabbisogni, prevedendo nuovi profili professionali al posto di mansioni non più necessarie. Ma, la riforma impone di considerare la spesa di partenza delle dotazioni organiche come non valicabile.

L’operazione, corretta sul piano teorico, presenta, tuttavia, notevoli criticità. È evidente che il suo risultato potrebbe portare a un non indifferente numero di esuberi di personale con profili e qualifiche non più utili rispetto ai fabbisogni. In ogni caso, i limiti alla spesa attualmente indicati mal si conciliano con la previsione di 500mila assunzioni in soli quattro anni.

Comunque, è chiaro che la rilevazione dei fabbisogni non può essere improvvisata e realizzata in fretta e furia. Perché una riforma di questa portata vada a regime occorrono non meno di due anni, necessari solo per capire i meccanismi e lasciare che si pronuncino le varie autorità sui sistemi da adottare e i vincoli da rispettare (ministero dell’Economia, Corte dei conti, Aran e dipartimento della Funzione pubblica).

Manca, ancora, un sistema consolidato di misurazione dei fabbisogni, per il quale si attendono linee guida della Funzione pubblica. Verosimilmente, dalle prassi che sporadicamente sono state sperimentate in qualche ente emerge la necessità di prevedere rigorosi standard di processo (tempi di lavoro, termini procedurali, strumenti operativi) per quantificare le unità di lavoro annue equivalenti, necessarie a definire i fabbisogni e individuare le competenze richieste.

Un semplice censimento delle funzioni svolte non sarebbe utile, se finalizzato solo a giustificare la sostituzione di 500mila pensionati con altrettanti neo assunti. Deve essere l’occasione per ricanalizzare i processi in chiave critica e prendere atto, una volta e per sempre, di dove siano le disfunzioni operative.

Il ruolo dell’informatica

Le riforme della trasparenza (Foia) e degli appalti (nuovo codice), ad esempio, hanno prodotto un oceano di nuovi adempimenti e questioni giuridiche, tali da richiedere interi uffici, risorse ingenti e tempi notevoli, solo per dirimere le procedure e le questioni, spesso di lana caprina, imposte dalle norme. Per altro verso, occorrerà tenere conto degli effetti della rivoluzione digitale, capace da sola di rendere non più necessarie funzioni operative di protoc

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Categorie: Informazione

Pubblica amministrazione: la partecipazione è solo a parole*

7 ore 17 min fa

Il decreto legislativo sulla trasparenza della pubblica amministrazione parla anche di “partecipazione”. E ciò porta a pensare che i cittadini riescano finalmente a “prendere parte” ai processi decisionali, mentre hanno solo un ruolo di controllo.

Trasparenza e partecipazione nella Pa

Il decreto legislativo n. 97/2016 ha dotato il nostro ordinamento di uno strumento che esiste da tempo in altri paesi: il cosiddetto Freedom of Information Act (Foia).

Il provvedimento ha sovvertito la precedente impostazione in tema di trasparenza amministrativa: da un lato, riconoscendo il diritto all’informazione su dati e documenti della pubblica amministrazione anche a chi non sia titolare di un interesse specifico e qualificato, senza necessità di motivazione (come invece disposto dalla legge 241/90); dall’altro, aggiungendo alla trasparenza di tipo “proattivo” – pubblicazione obbligatoria sui siti web di quanto indicato dalla legge (Dlgs 33/2013) – una di tipo “reattivo”, cioè in risposta a istanze di conoscenza avanzate da “chiunque”. Sulla valenza “rivoluzionaria” del Foia, così come sui dubbi circa la sua efficacia, è stato scritto molto. Ma una novità pare non sufficientemente vagliata: la trasparenza delle pubbliche amministrazioni, prima tesa esclusivamente al “controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche”, viene ora finalizzata anche alla “partecipazione”.

Una parola di troppo

La previsione del nuovo obiettivo della trasparenza – la “partecipazione” – induce a chiedersi se l’espressione formale rechi un valore aggiunto sostanziale o se si risolva in una formula accattivante, ma priva di una portata davvero innovativa. Per rispondere, occorre esaminare i termini ai quali la “partecipazione” viene riferita: alla “attività amministrativa” (art. 1) e al “dibattito pubblico” (art. 5). Il richiamo al “dibattito pubblico” appare, da un lato, pleonastico (molte informazioni, variamente divulgate, diventano oggetto di discussione collettiva: dunque, è superfluo precisarlo normativamente); dall’altro lato, limitativo (fra le diverse finalità della trasparenza, perché conferire specifica rilevanza giuridica al “dibattito” mediante esplicita menzione?). Quanto all’ulteriore obiettivo – “la partecipazione degli interessati all’attività amministrativa” – ciò che la formula utilizzata lascia supporre non sembra effettivamente concretizzabile. In particolare, la nuova previsione della “partecipazione” induce a pensare che con il Foia i cittadini riescano finalmente a “prendere parte” a processi decisionali in via di svolgimento della Pa. Ma, per poterlo fare realmente, dovrebbero quanto meno essere messi al corrente circa le attività amministrative in corso. Invece, nell’ordinamento nazionale le amministrazioni sono tenute a informare la collettività di procedure in atto, ai fini del coinvolgimento di individui e associazioni, esclusivamente in casi specifici (per lo più quando vi sia un particolare impatto su ambiente e territorio). Al di fuori di questi casi, è difficile che i cittadini possano venire a conoscenza di attività amministrative di tipo generale se non dopo che un provvedimento sia stato adottato e reso pubblico, cioè quando ormai l’iter è concluso. Di conseguenza, la “partecipazione” secondo l’art. 1 del Foia può realizzarsi solo a posteriori e non in itinere – e finisce per coincidere con il “controllo” già previsto dallo stesso articolo: quindi, ne rappresenta una duplicazione, poiché non apporta nulla di diverso.

La circostanza che la menzione della “partecipazione” non rechi un vero valore aggiunto appare evidente anche ricorrendo alla cosiddetta scala di Arnstein. Essa individua vari stadi di coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni pubbliche, a seconda del grado di incidenza loro consentito: non sembra che il Foia permetta di salire “gradini” in questa scala.

Anche le linee guida dell’Autorità nazionale anticorruzione in materia di Foia parlano di “partecipazione” e, per spiegarla, richiamano tra le altre cose il principio generale di trasparenza dell’azione dell’Unione Europea, teso anch’esso a “garantire la partecipazione della società civile”. Specificamente, in ambito UE “ciascuna istituzione, organo od organismo garantisce la trasparenza dei suoi lavori” (art. 15 Tfue, citato dalle linee guida) e, di conseguenza, la possibilità di concreto intervento da parte degli interessati, mediante una serie di strumenti appo

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Categorie: Informazione

Metodo Padoan tra riequilibrio dei conti e rosee previsioni

7 ore 31 min fa

Il metodo Padoan nella ricerca di un riequilibrio dei conti pubblici a partire da una situazione difficile ha avuto un certo successo. Ma le previsioni di crescita della Nota di aggiornamento al Def si basano su ipotesi ottimistiche difficili da giustificare.

Un manifesto più che una Nota di aggiornamento

La Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def) approvata dal Consiglio dei ministri il 23 settembre riassume i risultati conseguiti dai governi Renzi e Gentiloni e dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che nei due esecutivi ha svolto la funzione di ministro dell’Economia e delle Finanze dando continuità all’azione politica in questa area delicata. La Nota offre anche indicazioni di prospettiva sul prossimo triennio. Nella tabella sotto ne sono riportati i numeri principali, distinti tra variabili di finanza pubblica, variabili di scenario macroeconomico interno e variabili internazionali (che influenzano i dati degli scenari macro interni). Per le variabili macro e di finanza pubblica, la tabella riporta sia i valori tendenziali – che si verificherebbero in assenza dell’intervento del governo – sia quelli programmatici che il governo indica come suoi obiettivi.

Gli scenari di finanza pubblica

I dati di finanza pubblica – la Parte A della tabella – mostrano un deficit in calo graduale verso lo zero (virtualmente raggiunto nel 2020) e un debito pubblico il cui aumento in rapporto al Pil mostra segni di attenuazione e di una futura inversione di tendenza.

È dal 2011 (aveva cominciato Giulio Tremonti) che i governi italiani promettono di azzerare il deficit e di far scendere il debito in futuro. Il metodo Padoan – se possiamo chiamarlo così – è stato quello di avvicinarsi poco alla volta agli obiettivi, senza l’adozione delle misure shock cui fu obbligato il governo Monti sotto la pressione dello spread a 450 punti e in assenza dell’ombrello del Quantitative easing.

Di anno in anno, il metodo è stato attuato in due fasi. Prima la fase uno, a primavera, con la formulazione di obiettivi di riduzione del deficit ambiziosi ma irrealizzabili se non con l’aiuto di clausole di salvaguardia (aumenti di imposta automatici) che – messe in pratica – avrebbero ucciso la già lenta ripresa. Poi la fase due in autunno, con la disattivazione delle salvaguardie e la messa in pratica della dottrina del “sentiero stretto”: deficit in aumento rispetto alle promesse di primavera, ma pur sempre in calo rispetto all’anno precedente. Un po’ recalcitrante, la commissione UE di Jean-Claude Juncker ha nel suo complesso tacitamente approvato il metodo del ministro dell’Economia.

La Nota di aggiornamento di quest’autunno è un altro esempio di tale metodo. Nel Def di aprile, il governo si era impegnato a ridurre il deficit all’1,2 per cento del Pil. Da allora, c’è stata una crescita più positiva del previsto che ha ridotto il deficit tendenziale all’1 per cento. Ma poi, con l’autunno, il governo ha deciso di alzare l’obiettivo di deficit programmatico all’1,6 per cento, dando un po’ di spazio alla politica in campagna elettorale per fare promesse e soddisfare esigenze la cui lista è sempre lunga. In ogni caso, malgrado lo sforamento di deficit rispetto ad aprile, il deficit strutturale dovrebbe tornare a scendere all’1 per cento (con un avanzo primario in crescita al 2 per cento), dopo due anni consecutivi di aumento che avevano fatto alzare più di un sopracciglio a Bruxelles.

Nel complesso, anche se una discesa più rapida di debito, tasse e spesa pubblica è stata rinviata, va riconosciuto al metodo Padoan di aver fatto progressi nel riequilibrio dei conti pubblici a partire da una situazione iniziale di oggettiva difficoltà.

Gli scenari macro

Una parte importante della tabella è fatta dalle Parti B e C che descrivono gli scenari macroeconomici. Si conferma che l’economia italiana è ritornata a crescere in modo persistente e, se le previsioni del governo saranno comprovate, potrebbe essere tornata a crescere a ritmi sistematicamente superiori all’1 per cento. Nelle righe relative agli obiettivi si leggono numeri impegnativi. La crescita attesa diventa un +1,5 per cento non solo per il fortunato 2017 (che gode di un’inattesa ripresa del commercio mondiale), ma anche per il 2018 e 2019. E qui i dati diventano di più difficile interpretazione, perché l’aumento del commercio internazionale del biennio rimane inchiodato sotto il 4 per cento (dunque in calo rispetto al 2017), il prezzo del petrolio è dato in leggera crescita e il cambio euro-dollaro è dato in salita. Se l’estero non tira, per il 2018-19 bisogna sperare in una ripartenza più decisa

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Ma la disoccupazione giovanile non è un inganno

8 ore 16 min fa

Chi contesta il tasso di disoccupazione giovanile conclude anche che il problema vero è la fascia 25-34 anni. Su cui dovrebbero concentrarsi le politiche pubbliche. La questione però non è anagrafica, riguarda invece alcuni passaggi cruciali.

Cosa dice veramente il tasso di disoccupazione

Il tasso di disoccupazione giovanile suscita grande preoccupazione, ma viene messo in discussione da alcuni osservatori ed esperti. Le critiche sono fatte proprie e sviluppate in un recente libro dal titolo L’inganno generazionale, scritto da Alessandra del Boca e Antonietta Mundo.

Vi si afferma che il tasso di disoccupazione calcolato per gli under 25 porta a risultati gonfiati e che il modo corretto per valutare la dimensione del fenomeno è il rapporto tra disoccupati e totale delle persone in età 15-24. Le due autrici arrivano poi a concludere che il problema vero non sta negli under 25 ma nella fascia 25-34 ed è su questi che va concentrata l’azione politica.

Ma è davvero così? Due questioni si pongono, una di metodo (quanto è corretto l’indicatore?) e una di merito (qual è l’effettiva condizione dei giovani rispetto al lavoro?). Sono due questioni molto rilevanti perché sono connesse sia alla comunicazione (qual è il contenuto informativo dell’indicatore che l’Istat fornisce?) che alle politiche (quanto è importate investire in misure a favore degli under 25?).

Partiamo dalla questione metodologica. Per chiarirne i termini supponiamo che su 10 giovani valga la seguente situazione: 2 lavorano, 1 cerca lavoro ma non lo trova, 1 non lavora e non lo cerca per vari motivi, mentre 5 sono studenti. Abbiamo quindi 3 persone con disponibilità attiva a lavorare (“forza lavoro”). Il tasso di disoccupazione si concentra su queste persone e va a calcolare la quota di chi non trova collocazione (pari a 1 su 3 nell’esempio numerico).

Un indicatore che ha lo stesso numeratore del “tasso di disoccupazione” (“rate” in inglese) ma mette al denominatore tutti i giovani, è il “rapporto di disoccupazione” (“ratio” in inglese). Nell’esempio numerico il valore è pari a 1 su 10. L’errore che fanno spesso i media italiani è prendere il valore del tasso (“rate”) e interpretarlo come rapporto (“ratio”), affermando così che un giovane su tre è disoccupato.

In generale, nel confronto tra paesi sono d’aiuto le convenzioni e la possibilità di affiancare vari indicatori. Il tasso di disoccupazione giovanile è senz’altro imperfetto, ma più che sminuirne la portata e contestare le soglie d’età, va migliorato il suo utilizzo ed esteso il confronto. Ad esempio fornendo – come Istat e Eurostat fanno – sia “rate” che “ratio” e sia 15-24 che 25-34 come fasce d’età. In ogni caso, il problema della disoccupazione dei giovani italiani rimane.

Ma quanti sono i giovani che lavorano?

Passiamo allora alla questione di merito. Se 1 su 3 sembra tanto, 1 su 10 preoccupa molto meno Prendiamo allora altri punti di riferimento per capire se abbiamo o meno problemi in Italia nel rendere attivi i giovani. Ad esempio, il tasso di occupazione è molto facile da interpretare perché mette al numeratore chi ha un lavoro retribuito e al denominatore tutti i giovani. Per l’Italia, i dati Eurostat più recenti (primo quadrimestre 2017) ci dicono che nella fascia 15-24 gli occupati sono il 16,2 per cento, circa la metà rispetto al resto alla media UE-28 (33,4 per cento). Se quindi il discusso tasso di disoccupazione risulta eccessivamente alto, passando a quello di occupazione la situazione non diventa più rosea (peggio di noi fa solo la Grecia). La conclusione rimane la stessa (al di là delle questioni metodologiche): siamo il paese meno capace di attivare in modo formale le nuove generazioni.

Lo stesso esito si ottiene se si usa l’indicatore che l’Unione europea considera il più adatto per misurare quanto un paese spreca il potenziale delle nuove generazioni, ovvero il tasso di Neet (acronimo che indica i giovani che non studiano e non lavorano). L’indicatore è costruito come il rapporto di disoccupazione (ratio), mettendo quindi al denominatore tutti i giovani, ma ponendo al numeratore oltre ai disoccupati anche tutti gli altri giovani che finiti gli studi sono rimasti, per vari motivi, inoperosi (compresi gli scoraggiati). Ebbene, il nostro tasso di Neet nella fascia 15-24 è uno dei peggiori in Europa.

Perché occuparci degli under 25?

Chi contesta il tasso di disoccupazione giovanile arriva a concludere che il problema vero non sono gli under 25, ma la fascia 25-34. Secondo Del Boca e Mundo, tra gli altri, è su questa fascia che le politiche dovrebbero concentrarsi, visto che in fondo un disoccupato ventenne non è po

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Germania, i giorni dell’incertezza

Lun, 25/09/2017 - 10:25

I risultati delle elezioni in Germania, con l’arretramento dei due principali partiti, rendono complessa la formazione di una maggioranza. L’unica certezza è che Merkel sarà di nuovo cancelliera. Ma i nodi da sciogliere sono molti e le sorprese possibili.

Risultati annunciati, ma sorprendenti

Il 24 settembre si sono svolte le elezioni politiche federali in Germania. I risultati indicano che i due partiti maggiori – Cdu/Csu (cristiano-democratici, 32,9 per cento) e Spd (socialdemocratici, 20,5 per cento), che componevano la coalizione di governo degli ultimi quattro anni – hanno subito entrambi un forte arretramento, a beneficio dei partiti di opposizione. In particolare, moltiplica i suoi consensi e diventa terza forza, con una percentuale di voti del 12,6 per cento, l’Afd (Alternativa per la Germania), partito di destra anti-europeista, anti-immigrazione e, almeno in alcuni singoli personaggi, legato al mondo neo-nazista. Aumento sensibile di consensi anche per Fdp (liberal-democratici, 10,8 per cento), mentre si confermano in parlamento Verdi (8,9 per cento) e Linke (sinistra, 9,2 per cento).

Per quanto annunciati dagli ultimi sondaggi, i risultati appaiono sorprendenti se si guarda all’andamento economico della Germania negli ultimi anni. Si sa, l’economia spiega molto, ma di certo non spiega tutto. E naturalmente è anche presto per capire esattamente cosa succederà nelle prossime settimane: chi entrerà nella coalizione di maggioranza? Quanta continuità, o discontinuità, caratterizzerà i prossimi quattro anni rispetto agli ultimi? Quanta influenza avrà Afd sulle scelte del nuovo Bundestag? Ma soprattutto quanto questi risultati elettorali sono figli di una contingenza del momento o quanto invece sono segnali di un profondo cambiamento in atto nella società tedesca?

Tutte queste domande sono ovviamente tipiche di ogni day-after elettorale; tuttavia, la perdita di consensi di Cdu/Csu e Spd sembra essere stata così pronunciata che l’incertezza regna sovrana.

Colpa anche della legge elettorale? Forse: l’impianto proporzionale del sistema tedesco rende quasi inevitabile la formazione di coalizioni e ciò ha diverse conseguenze. Da un lato, allunga il processo di formazione di una maggioranza di governo (in Germania, quattro anni fa, ci sono voluti circa tre mesi per trovare un accordo); dall’altro, obbliga i partiti che vi partecipano a scelte sempre meno coraggiose, per non dispiacere i propri elettori, che possono avere esigenze politiche anche piuttosto lontane tra di loro. E la mancanza di scelte coraggiose, vale a dire riforme e investimenti, potrebbe essere la ragione principale del tracollo dei due partiti che hanno governato durante l’ultima legislatura. Non che la Germania voglia rivedere la propria legge elettorale, ma forse qualche insegnamento, almeno per il nostro paese, potremmo trarlo.

A rischio il Merkel IV?

Solo su chi guiderà il prossimo governo sembrano non esserci dubbi: Angela Merkel, comunque vincitrice di queste elezioni. Si tratterà del quarto governo della cancelliera: dal 2005 in poi, Merkel ha dimostrato di saper guidare diversi tipi di coalizioni: “Grosse Koalition” (Cdu/Csu e Spd) nel 2005 e nel 2013, coalizione con Fdp (liberaldemocratici) nel 2009.

Per il momento, Spd ha annunciato di non voler continuare a far parte della maggioranza. Ciò è dovuto da un lato alla volontà e necessità di aumentare i propri consensi (un partito, soprattutto così indebolito, ha maggiore libertà di azione se sta da solo e all’opposizione) e dall’altro alla volontà di non lasciare l’opposizione in mano al terzo partito, Afd, vera forza anti-sistema uscita dalle elezioni. Certo, nelle prossime settimane le cose potrebbero cambiare. Gli scenari possibili sono diversi: da una coalizione tra Cdu/Csu e altri partiti minori, che però già oggi stanno alzando il prezzo della loro partecipazione, al governo di minoranza con maggioranze variabili, alla grande coalizione, se questa dovesse essere l’unica alternativa possibile. Vale peraltro la pena di ricordare che tra breve si dovrebbe tenere il congresso Spd e ciò potrebbe avere ripercussioni sulle scelte del partito proprio rispetto alla formazione del nuovo governo. Infine, rimarrebbe l’opzione di nuove elezioni, come è successo in Spagna di recente, col rischio però per i partiti maggiori di perdere ulteriori consensi.

Non sembrano esserci pericoli per quanto riguarda la tenuta dell’assetto europeo, anche se un cambio di rotta non è da escludere. La Germania, seppure nella sua posizione estremamente rigorosa, continua a mostrare spirito europeista all’interno di quasi tutti i p

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Il Punto

Ven, 22/09/2017 - 11:49

Grazie alle applicazioni dell’intelligenza artificiale e della robotica arriva la quarta rivoluzione industriale con i suoi effetti di accresciuta disuguaglianza nel mercato del lavoro. Ma piuttosto che tassare i robot o garantire un reddito minimo a tutti, meglio aiutare i lavoratori a continuare a lavorare.
A giorni (forse) va al voto la Catalogna su un referendum secessionista. Con un quinto di Pil nazionale (vedere il nostro grafico) è una regione tanto importante in Spagna quanto la Lombardia in Italia. Ha ambizioni – e un passato non dimenticato – da stato sovrano. La repressione di Madrid non risolve il problema. Da noi si torna a parlare della legge elettorale. Riassunto a oggi. Non sappiamo ancora con quale sistema voteremo mentre ogni partito cerca di fare scelte di bottega. La ricerca economica darebbe qualche indicazione per disegnare un sistema in grado di tenere a bada la spesa pubblica e ridurre la corruzione. Nel frattempo, ai nostri tg – più che nel resto d’Europa – piace parlare di omicidi e stupri. Lo ha sempre fatto più Mediaset della Rai, in particolare quando a Palazzo Chigi non c’era Berlusconi. Con la cronaca nera si fa politica: vedere i dati di uno studio per credere.
Sono molto saliti gli investimenti cinesi nel nostro continente: ben 35 miliardi di euro di investimenti in un anno, a fronte di soli 8 miliardi di acquisti europei di asset in Cina. Arrivano prevalentemente da aziende di proprietà statale. E così a Bruxelles se ne valuta l’impatto strategico e sulla concorrenza nell’Unione.

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Quando si fa politica con la cronaca nera

Ven, 22/09/2017 - 10:51

I telegiornali Mediaset danno più spazio dei telegiornali Rai alle notizie di cronaca nera. Lo fanno soprattutto quando è il centrosinistra a governare. E nel 2009 una vera e propria campagna di informazione ha aperto la strada al pacchetto sicurezza.

Crimini e misfatti al telegiornale

L’influenza del potere politico sulla televisione italiana è nota. La Rai è governata dagli anni Ottanta da un meccanismo di spartizione dei tre canali pubblici, a seconda della forza dei partiti, in Parlamento e nel governo. Mediaset è controllata dal suo fondatore Silvio Berlusconi, rimasto sempre azionista di maggioranza.

La questione si ripropone anche per le notizie di cronaca nera trasmesse dai telegiornali di prima serata delle reti Rai e Mediaset, che abbiamo analizzato per il periodo dal 2005 al 2015. Innanzitutto, una premessa. Le televisioni degli altri principali paesi europei trasmettono meno notizie di questo tipo – quasi la metà nei telegiornali pubblici: 4,7 per cento del tempo contro l’8 per cento italiano (fonte: Osservatorio sulla sicurezza). In più, la narrazione del crimine nella televisione italiana è slegata dal reale andamento del tasso di criminalità, come emerge (figura 1) dal confronto a livello mensile tra il numero di notizie sui diversi tipi di reato (dati: Osservatorio di Pavia) e il numero di reati denunciati (dati: ministero dell’Interno).

Figura 1

In Italia, come nel resto dell’Europa occidentale, l’opinione pubblica ritiene il centrodestra più capace di affrontare efficacemente il tema della sicurezza. La domanda è allora se le notizie di cronaca nera, al netto del numero di reati denunciati, seguano un andamento legato a eventi della politica italiana, come le campagne elettorali o l’alternanza dei diversi governi. Quest’ultima variabile è importante perché la coalizione di maggioranza ha il controllo, seppur indiretto, della televisione pubblica e in particolare del primo telegiornale Rai, il Tg1.

L’analisi ha messo in evidenza che:

  • Mediaset trasmette un numero maggiore (20 per cento in più) di notizie di crimini della Tv pubblica; e si arriva fino al 43 per cento in più per i servizi sui reati violenti, come omicidi, lesioni dolose e violenze sessuali;
  • le notizie di cronaca nera seguono un ciclo elettorale, ma l’aumento rispetto a tutti gli altri periodi non è particolarmente elevato (6 per cento) e non riguarda i reati violenti. Accade sia sui canali Rai che su quelli Mediaset;
  • nei periodi in cui Silvio Berlusconi non è stato al governo, la differenza tra canali privati e pubblici per il numero di servizi sui crimini è più alta (14 per cento) rispetto a quando il leader del centrodestra è presidente del Consiglio. Anche in questo caso, il divario aumenta per i reati violenti (21 per cento).

I dati ci permettono di distinguere per la nazionalità, italiana o no, dell’autore (presunto) del reato. Ecco i risultati:

  • sorprendentemente, le notizie che riguardano i reati commessi da stranieri sono un decimo del totale, nonostante un terzo dei reati denunciati abbia un (presunto) autore non italiano;
  • rispetto alla televisione pubblica, Mediaset trasmette più notizie sui reati commessi da stranieri, ma la differenza (11 per cento) è minore rispetto al caso generale;
  • non sembrano ripetersi i risultati legati ai cicli elettorali e ai governi in carica.

L’abuso sessuale è un caso a parte

Il reato di abuso sessuale presenta alcune peculiarità nel racconto dei telegiornali italiani. Per prima cosa, Mediaset dà uno spazio di gran lunga maggiore al reato rispetto alla televisione pubblica, sia quando coinvolge italiani sia quando riguarda stranieri. Anche l’aumento della copertura durante le campagne elettorali è superiore rispetto a quello registrato per ogni altro crimine (18 per cento).

La vera anomalia riguarda, però, la presenza di alcuni picchi nella prima metà del 2009 (figura 2), non legati ad alcun particolare incremento nel numero di reati denunciati. In termini percentuali rispetto al resto del campione, le impennate equivalgono a un aumento del 65 per cento (93 per cento per gli stranieri), sempre controllando per il numero di stupri denunciati.

Figura 2

Gli aumenti registrati nel 2009 corrispondono tuttavia a un particolare momento politico. Nel luglio di quell’anno diventa legge dello stato il cosiddetto pacchetto sicurezza, voluto dal governo Berlusconi. Le principali novità della legge riguardano il reato di immigrazione clandestina, l’estensione del periodo massimo di permanenza nei centri di identificazione ed espulsione e l’introduzione delle ronde cittadine con poteri di polizia e controllo del territorio.

Il Presidente della Repubblica Napolit

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Quanto vale la Catalogna

Ven, 22/09/2017 - 10:47

Il primo ottobre dovrebbe tenersi il nuovo referendum per l’indipendenza della Catalogna. Si usa ormai il condizionale perché l’azione dei giorni scorsi della Guardia Civil spagnola rischia di decretare il fallimento della consultazione popolare: sono state infatti sequestrate 10 milioni di schede elettorali, oltre all’arresto i 14 funzionari ed esponenti del governo regionale catalano.
La questione catalana e la richiesta di indipendenza da parte della regione di Barcellona è una storia che ha radici profonde. In Catalogna si parla una lingua differente dallo spagnolo, e la regione è stata indipendente come un vero e proprio stato per un millennio, fino al 1714 quando fu inglobata al territorio spagnolo.
Ma oltre che attraverso la storia la richiesta di indipendenza può essere spiegata anche dal punto di vista economico. La Catalogna infatti presenta nel 2015 un prodotto interno lordo di 204 miliardi e mezzo, che rappresenta quasi il 20 per cento del Pil spagnolo. A fronte di una popolazione pari al 16 per cento e di un territorio del 6 per cento dell’intera Spagna: una condizione simile in tutto e per tutto a quella Lombardia (che misura 16 per cento della popolazione italiana, il 7,6 per cento del territorio e quasi il 19 per cento del Pil). Se fosse un paese indipendente avrebbe un’economia più importante che paesi come il Portogallo, la Grecia e la Repubblica Ceca.

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Fonti: Ine (2015), Wikipedia

La regione catalana ha inoltre uno dei maggiori Pil pro capite in Spagna. Preceduta dalle comunità autonome di Madrid, dei Paesi Baschi e di Navarra (la prima è capitale, le due seguenti sono ben più piccole della Catalogna), vanta un reddito pro capite di 28.590 euro, contro una media nazionale di più di 22mila.

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Fonte: Ine (2016)

Nel secondo trimestre 2017, sul mercato del lavoro Barcellona e regione godono di uno tra i più elevati tassi di attività, mentre il livello di disoccupazione (13,2 per cento) non è tra i più virtuosi seppur sia minore della media nazionale (17,2).
Sempre secondo l’istituto di statistica spagnolo, l’indice di produzione industriale catalano è uno tra quelli che più sono cresciuti dalla crisi economica. Se indicizzato ai livelli del 2010, risulta pari a 112,4 (in crescita del 2,4 per cento nell’ultimo anno), mentre gran parte delle altre regioni non hanno ancora raggiunto i livelli pre-crisi.

Le regioni spagnole
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Che fare se l’automazione porta alla scomparsa il lavoro

Ven, 22/09/2017 - 10:46

La quarta rivoluzione industriale rischia di creare una netta divisione nel mercato del lavoro: i privilegiati e i precari. Fioccano perciò le proposte per attenuarne gli effetti. Ma conviene concentrarsi su misure attive di prevenzione o compensazione.

Arriva la quarta rivoluzione industriale

Sta arrivando – a tutta velocità e con effetti sistemici – la quarta rivoluzione industriale. Si tratta di applicazioni dell’intelligenza artificiale e della robotica che mettono in dubbio le tradizionali linee di confine fisiche, digitali e biologiche tra uomo e macchina. Grazie alle nuove tecnologie, la vita quotidiana di tutti viene resa più semplice. Si può chiamare un taxi, prenotare un volo, comprare un prodotto, fare un pagamento, ascoltare la musica in remoto, ottenendo un servizio personalizzato. Un grande vantaggio rispetto a prima. Ma i benefici di tutto ciò rischiano di essere concentrati nelle mani di pochi: innovatori, azionisti, investitori. E anche il mercato del lavoro potrebbe essere diviso in due segmenti, forse non comunicanti. Da un lato, i precari: lavori e lavoratori con basse qualifiche e bassi stipendi. Dall’altro lato, i privilegiati: lavori e lavoratori con qualifiche elevate e stipendi corrispondentemente elevati.

Secondo il premio Nobel Michael Spence e l’ex capo economista di Barack Obama Laura Tyson, il rischio concreto è che la quarta rivoluzione industriale accoppiata con la globalizzazione metta il turbo a disuguaglianze già molto elevate. La concorrenza sui mercati digitali premia il più bravo nel fornire un servizio molto più che in passato e ciò si traduce in un netto aumento della concentrazione industriale settore per settore. Ma l’aumento delle disuguaglianze si alimenta in modo cruciale della globalizzazione. Le aziende vincenti sono quelle che hanno perfezionato i modi di delocalizzare, monitorare e coordinare la produzione in varie parti del mondo così da ridurre i costi del lavoro, gestionali e di approvvigionamento delle materie prime. Rischia di spezzarsi il processo di distruzione creativa tipico delle rivoluzioni tecnologiche precedenti: la creazione dei nuovi posti di lavoro che rimpiazzino quelli cancellati stavolta tarda o rischia di avvenire in altri paesi, demograficamente o istituzionalmente meglio posizionati.

Automazione e lavoro: lo studio di McKinsey

In un recente studio, il McKinsey Global Institute ha analizzato gli effetti dell’automazione sul lavoro per 46 paesi e per lavori che coprono l’80 per cento della forza lavoro globale. La ricerca si è servita di una rigorosa metodologia di stima del potenziale di automazione dei lavori sulla base delle tecnologie già oggi conosciute (dunque senza fare congetture difficili da giustificare sui futuri trend tecnologici). I risultati ottenuti derivano da una accurata classificazione dei lavori in attività elementari (in tutto duemila) e competenze, di cui sotto viene riportato un esempio relativo a un lavoro particolare, quello del venditore al dettaglio.

Un primo risultato dello studio McKinsey è che la frazione dei lavori interamente automatizzabili sarebbe solo una piccola parte del totale: meno del 5 per cento.

Lo studio però contiene anche un secondo risultato, molto meno rassicurante: secondo i calcoli della società di consulenza, il 60 per cento delle occupazioni è costituito da attività che sarebbero almeno parzialmente automatizzabili (per il 30 per cento o più). Nello specifico, sarà più facile affidare a una macchina attività ripetitive e operative che avvengono in contesti caratterizzati da limitata incertezza. Esempi? I servizi di accoglienza, la raccolta di prodotti agricoli, le attività manifatturiere in generale, ma anche le attività di back-office nel commercio al dettaglio e all’ingrosso. Sarà invece più complicato automatizzare attività che richiedono interazione umana e sociale come i servizi di assistenza sanitaria, di istruzione, il management e altre professioni che comportano una sofisticata elaborazione delle informazioni. Tra queste, la politica.

Cosa fare per ridurre l’impatto negativo dell’automazione

Non è dunque strano che si discuta su cosa fare per attenuare il probabile impatto negativo dell’automazione sul lavoro. Bill Gates ha proposto di tassare i robot. Una proposta suicida per un paese cronicamente arretrato nell’innovazione tecnologica come l’Italia. Il reddito di cittadinanza – una misura con elevati costi per il bilancio pubblico – sarebbe un’assicurazione sociale anche contro gli effetti incerti dell’automazione. Forse più praticabili sono misure attive di prevenzione o compen

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Così la ricerca economica aiuta a scegliere la legge elettorale

Ven, 22/09/2017 - 10:46

Si torna a parlare di riforma della legge elettorale. Meglio un sistema maggioritario o uno proporzionale? Per decidere non dobbiamo pensare solo alle conseguenze politiche, ma anche a quelle sull’economia, dalla spesa pubblica alla corruzione.

In attesa di una nuova legge elettorale

È ormai dal 2006 che in Italia si parla di riforma della legge elettorale. Alle ultime elezioni politiche del 2013 si è votato con la legge Calderoli, tristemente nota come “Porcellum”, approvata a maggioranza nel dicembre 2005 e poi giudicata in parte incostituzionale nel 2014. Senza ripercorrere la cronaca politica dell’ultimo decennio, basta dire che gli italiani non sanno ancora con quale legge elettorale voteranno alle prossime e imminenti elezioni politiche.

Il dibattito si è incentrato principalmente sulle conseguenze politiche delle possibili riforme, cioè su quale partito sarebbe favorito, su quale lista non supererebbe eventuali soglie di sbarramento e su quale sistema genererebbe governi più o meno longevi e stabili. La legge elettorale, tuttavia, non riguarda solo la politica. La letteratura economica ha evidenziato come i sistemi elettorali influiscano, tra le altre cose, sulla spesa pubblica e sulla corruzione. L’Italia ha un debito pubblico elevato, di cui i mercati hanno già in passato messo in discussione la solvibilità. La corruzione è probabilmente uno dei freni maggiori agli investimenti e alla crescita.

Sistemi elettorali, spesa pubblica e corruzione

Due lavori – il primo di Roberto Perotti, Gian Maria Milesi-Ferretti e Massimo Rostagno e il secondo di Torsten Persson e Guido Tabellini – mostrano entrambi che i sistemi elettorali più proporzionali inducono una maggiore spesa sociale (si intende la spesa pubblica aggregata per i sussidi alle persone fisiche) e una più alta spesa pubblica complessiva.

Una possibile spiegazione è legata alla maggiore frequenza dei governi di coalizione e al fatto che col sistema proporzionale tutti i voti contano allo stesso modo e i partiti tendono a fare scelte di spesa pubblica che permettano di ottenerne il maggior numero. Non intendiamo qui svolgere un’analisi su quale livello di spesa sia più desiderabile, ci limitiamo a spiegare come possono cambiare gli incentivi dei politici a seconda del sistema elettorale in vigore.

Per quanto riguarda gli effetti sulla corruzione, Torsten Persson, Guido Tabellini e Francesco Trebbi studiano la relazione, su un campione di ottanta paesi, fra il livello di corruzione nello stato e alcuni aspetti del sistema elettorale, come il modo in cui il singolo parlamentare viene eletto e la grandezza media delle circoscrizioni. I risultati mostrano che l’elezione attraverso i collegi uninominali (circoscrizioni dove si elegge un solo parlamentare) riduce sensibilmente la corruzione rispetto a quella attraverso le liste. Lo stesso risultato producono, anche se in misura minore, i collegi elettorali comparativamente più grandi. Ciò può apparire contraddittorio perché sia i collegi piccoli sia quelli grandi ridurrebbero la corruzione. La spiegazione degli autori è che si tratta di due effetti distinti: i politici eletti nei collegi uninominali dipendono, per una eventuale rielezione, dal voto dei cittadini e sono quindi più soggetti allo scrutinio e alle scelte degli elettori. La corrispondenza diretta fra elettori ed eletti sembra rendere i politici meno corruttibili.

Il secondo risultato si spiega invece con il fatto che i collegi più grandi aumentano le probabilità di elezione dei candidati inesperti o meno conosciuti e quindi facilitano il ricambio della classe politica. Se ad esempio il sistema politico di un paese è dominato da una classe dirigente corrotta, un partito emergente con una forte pregiudiziale anti-corruzione avrebbe più facilità a entrare in parlamento con un sistema proporzionale. La capacità del proporzionale di rappresentare più fedelmente la situazione politica del paese può quindi costituire un deterrente alla corruzione della classe politica. I partiti piccoli o emergenti, a meno di non avere una presenza concentrata in alcune aree del territorio (come nel caso di partiti autonomisti o indipendentisti), tendono infatti a essere penalizzati dai collegi uninominali. È per questo che in Francia e Gran Bretagna i movimenti di Nigel Farage e Marine Le Pen sono ampiamente sottorappresentati in parlamento.

In breve, i collegi uninominali assicurano una corrispondenza forte fra elettori ed eletti ma, rispetto a un sistema più proporzionale, garantiscono meno ricambio del potere politico.

Un limite del lavoro di Personn, Tabellini e Trebbi è che non individua l’effetto sulla corru

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Investimenti in Europa: se i cinesi fanno shopping

Ven, 22/09/2017 - 10:00

La Commissione europea ha adottato un regolamento per il monitoraggio degli investimenti esteri in entrata. L’obiettivo principale sono quelli cinesi, aumentati in modo esponenziale, e spesso caratterizzati da contorni ed effetti poco trasparenti.

Nuovo regolamento sugli investimenti esteri

Per proteggere la sicurezza e l’ordine pubblico nell’Unione, la Commissione europea ha adottato un regolamento per il monitoraggio degli investimenti esteri in entrata che si affiancherà alle regole nazionali. Norme simili esistono però solo in circa la metà degli stati membri, e le misure finora adottate per far fronte all’ondata di investimenti da paesi terzi sono state le più disparate e spesso non hanno evitato o limitato acquisizioni predatorie.

Nel regolamento europeo è implicito il riferimento agli investimenti cinesi, il vero motivo che lo ha ispirato. L’Europa è diventata infatti la principale destinazione dei capitali cinesi nell’ultimo decennio, con uno squilibrio crescente nei flussi bilaterali: 35 miliardi di euro investiti dai cinesi nel vecchio Continente nel 2016, in aumento del 77 per cento rispetto all’anno precedente, mentre il valore degli investimenti europei in Cina è diminuito per il quarto anno consecutivo, e si attesta sugli 8 miliardi di euro.

Reciprocità e imprese strategiche

I criteri principali considerati nel monitoraggio dei progetti di investimento sono tre, tutti ispirati al principio della flessibilità. Potranno essere limitate le acquisizioni da parte di imprese di paesi che non garantiscano reciprocità nell’apertura agli investimenti in casa propria.

Il principio della reciprocità è il più invocato perché la sua mancanza negli investimenti bilaterali è all’origine di molte frizioni. Tuttavia, perseguire la piena reciprocità lascia intendere una parità di trattamento reciproco tra paesi con lo stesso status e contraddice la posizione europea secondo la quale la Cina non sarebbe un’economia di mercato, status che le garantisce un trattamento favorevole. Pretendere reciprocità solleva in altre parole l’altro tema caldo e irrisolto tra Europa e Cina.

Meglio allora inserire ulteriori criteri, che nell’insieme permettano di valutare progetti dai contorni e dagli effetti poco trasparenti. Tra questi, lo screening preventivo delle acquisizioni di attività ritenute strategiche da parte di imprese di proprietà statale o pubblica.

Che cosa sia strategico non può essere definito a priori: ciò che lo è cambia nel tempo, e per un paese può essere diverso da un altro, ragion per cui la regolamentazione appena varata include, tra i settori ritenuti strategici, infrastrutture, tecnologia e input critici, ma lascia molto spazio di manovra al regolatore.

Per quanto riguarda la proprietà statale o gli aiuti di stato alle imprese acquirenti, nel caso della Cina non è agevole distinguere le aziende pubbliche da quelle davvero private, perché la riforma delle grandi imprese di stato degli ultimi vent’anni ha ne ha ridotto il numero attraverso le fusioni e il consolidamento di colossi che oggi sono ancor più grandi. Ma la riforma della struttura proprietaria, lontana da qualunque forma di privatizzazione, si è limitata a quotare una delle società del gruppo, il cui proprietario in ultima istanza rimane sempre lo stato. Inoltre, benché siano classificate come pubbliche soltanto le imprese registrate come tali, molte altre che di fatto sono di proprietà pubblica (perché lo Stato o le province ne sono gli azionisti di maggioranza) sono registrate come imprese estere oppure come imprese a responsabilità limitata o per azioni. Dai dati del censimento delle imprese analizzati da Chang-Tai Hsieh e Zheng (Michael) Song, nel 1998 “solo” il 15 per cento delle imprese di proprietà pubblica erano registrate come private, ma nel 2007 la percentuale era salita a poco meno del 50 per cento.

Effetti sulla concorrenza

Il regolamento europeo prevede poi un terzo criterio importantissimo: quello che considera l’effetto delle acquisizioni sul grado di concorrenza all’interno dell’Unione. Dal momento che le acquisizioni estere influenzano la concentrazione del mercato interno, ricadono nell’ambito di applicazione della normativa europea sulle fusioni e acquisizioni. Sebbene l’espansione internazionale di multinazionali dei paesi emergenti abbia in generale ridotto la concentrazione di molti settori (dieci imprese in più dai paesi emergenti riducono la concentrazione di mezzo punto percentuale), se misurata su scala globale, questa è invece aumentata significativamente nei settori in cui le imprese di stato cinesi hanno assunto una posizion

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Il Punto

Mar, 19/09/2017 - 10:22

Dall’Ecofin di Tallinn esce una’”equalization tax”, una ritenuta sui ricavi delle imprese estere prive di organizzazione stabile nei paesi europei. Spazientiti dalla lentezza dei progressi in sede Ocse, i quattro maggiori paesi Ue (più altri sei) provano cioè a far pagare più tasse alle multinazionali di internet. L’economia del web obbliga anche a riscrivere il  diritto del lavoro. Per affrontare problemi difficili, come quelli della libertà di disconnettersi, dell’accresciuto stress a cui il web sottopone i lavoratori, fino all’incessante esigenza di aggiornamento professionale.
Nuova puntata del fact-checking de lavoce.info. È vero che quanto a età di pensionamento siamo più virtuosi della Germania? Solo sulla carta. In pratica, comparando i dati effettivi dei vari paesi europei, si vede che gli italiani, sfruttando leggi e leggine, continuano a smettere di lavorare prima di molti altri europei.
Numero chiuso all’università sì o no? Anche quest’anno forti polemiche (e una sentenza del Tar, che ci mancava!) sui test di ammissione e sulla loro utilità. Non si sa se migliorino i risultati degli studenti. Ma – dice uno studio – hanno certamente un effetto positivo sulle interazioni tra questi e i docenti.
Dare soldi ad alcuni stati africani per fermare l’immigrazione irregolare può persino rafforzare i trafficanti di uomini se questa politica non è accompagnata dalla creazione di opportunità alternative per i migranti. Giusto dunque stare attenti all’uso di questo denaro.
Lunedì 18 si è tenuto all’Università Cattolica di Milano il convegno annuale de lavoce.info. Dal nostro sito sono scaricabili le slide dei relatori e sulla nostra pagina Facebook si può vedere il filmato dell’intervento di Tito Boeri su populismo e stato sociale.

Ricambio nel comitato di redazione de lavoce.info: ne entrano a far parte Paolo Balduzzi e Carlo Scarpa affiancando Francesco Daveri, Maria De Paola, Silvia Giannini e Fausto Panunzi che rimangono in carica.

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In pensione più tardi dei tedeschi?

Mar, 19/09/2017 - 10:19

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta, però, tocca a un giornalista, Massimo Giannini, e alle sue affermazioni sull’età pensionabile.

L’età della pensione in Italia

Quando si discute di età minima per raggiungere la pensione sono frequenti i toni ottimistici, che sottolineano la virtuosità italiana dopo la riforma Fornero. Anche Massimo Giannini, giornalista ed editorialista di La Repubblica, durante la prima puntata di Di Martedì, su La7 (1:11:40) ha affermato: “Abbiamo superato la Germania da questo punto di vista. Noi che veniamo sempre accusati di essere il club Med dell’Unione europea, in questo caso siamo più virtuosi della Germania”.

Sul tema il dibattito è estremamente acceso in queste settimane che precedono la presentazione della legge di bilancio: l’età pensionabile per vecchiaia è prevista in crescita a 66 anni e 7 mesi per le donne dal 2018 e a 67 anni per entrambi i sessi dal 2019. Per poi aumentare in modo automatico, aggiornata ogni due anni all’aspettativa di vita sempre più elevata.

Tabella 1 – La crescita dell’età pensionabile

Fonte: Istat

Prima di analizzare la correttezza delle parole del giornalista, è bene ricordare la struttura normativa italiana in materia di pensioni. Ce ne eravamo già occupati nel fact-checking sulle parole di Giuliano Cazzola, sempre sull’età pensionabile.

In Italia esistono due vie principali per raggiungere la pensione. Le pensioni di vecchiaia richiedono in genere un requisito di anzianità contributiva piuttosto basso (20 anni) e il raggiungimento di elevati limiti anagrafici. Le pensioni anticipate prevedono invece requisiti contributivi importanti (circa 42 anni di contribuzione), mentre i limiti anagrafici passano in secondo piano.

Età pensionabile legale

Giannini evidentemente misura la virtuosità del sistema previdenziale a partire dall’età pensionabile legale, vale a dire quella stabilita dalla legge per ottenere la pensione di vecchiaia.
Osservando i dati, il giornalista sembra in effetti avere ragione: in Italia sono richiesti 66 anni e 7 mesi per gli uomini (e un anno in meno per le donne) dipendenti del settore privato per ottenere una pensione di vecchiaia; in Germania sono invece necessari 65 anni e 5 mesi.
Ampliando l’analisi scopriamo che l’Italia si trova al secondo posto per età pensionabile legale, dopo la Grecia. La Germania è in settima posizione, a pari merito con la Spagna, mentre in Francia l’età della pensione si raggiunge già a 62 anni. La media europea invece supera i 64 anni per gli uomini e i 63 per le donne, e rimane dunque al di sotto dei livelli italiani. Qui è possibile scaricare i dati completi.

Grafico 1

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Età pensionabile effettiva

Tuttavia, alla prova dei fatti ciò che è realmente interessante non è tanto l’età pensionabile legale quanto quella effettiva, cioè l’età media reale da cui decorrono le pensioni. Come è stato spiegato da Il Sole-24Ore, nelle comparazioni internazionali l’età legale viene presa in considerazione solo successivamente: ciò che realmente incide è l’età effettiva, effetto di deroghe, flessibilità e regole in mutamento.

In questo caso la classifica cambia. A fornirla è l’Ocse, relativamente al 2014: per gli uomini l’Italia è solo 24esima, penultima tra i grandi paesi europei prima della Francia. La vituperata Germania si posiziona invece dieci posizioni più in alto, con un’età effettiva di pensionamento di 62 anni e 8 mesi, contro i 61 anni e 5 mesi italiani. Gli spagnoli abbandonano il lavoro poco dopo i 62 anni, gli inglesi vanno in pensione molto tardi, a 64 anni. Per le donne, l’Italia è nella seconda metà della classifica, dietro Spagna, Germania, Regno Unito, ma ancora davanti alla Francia. In questo caso, la media europea si attesta a 62 anni e 11 mesi per gli uomini e a 61 anni e 8 mesi per le donne. Qui è possibile scaricare i dati completi.

Grafico 2

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Web tax, serve più coraggio

Mar, 19/09/2017 - 09:39

Dall’Ecofin di Tallin è uscito solo un invito alla Commissione europea a formulare una proposta di web tax. Ma l’iniziativa di Francia, Germania, Italia e Spagna ipotizza una ritenuta secca che può essere sviluppata. Anche a costo di qualche forzatura.

Quattro paesi per la web tax

L’Ecofin di Tallin dei giorni scorsi aveva suscitato grandi attese intorno alla possibile formulazione di una innovativa proposta di web tax. L’interesse derivava dal fatto che l’iniziativa veniva assunta da Francia, Germania, Spagna e Italia – cioè i maggiori mercati europei (Brexit permettendo) della web economy – anche a prescindere dall’adesione degli altri membri della Comunità europea e in sostanziale presa di distanza dall’inconcludente sede Ocse. Ovvio che il consenso degli altri paesi Ue andava comunque ricercato. Ma il messaggio dell’iniziativa era inequivoco: basta con le tergiversazioni.

Alla posizione non attendista di quella che potremmo chiamare la “banda dei quattro” si sono associati Austria, Bulgaria, Grecia, Portogallo, Romania, Slovenia; bilanciati, però, dalla ferma ostilità di Irlanda, Lussemburgo e Malta, con Olanda e Belgio in sorniona attesa. Sfortunatamente, da Tallin è uscito solo un invito alla Commissione Ue a formulare essa una proposta adeguata (“any effective solution”). Il che conferma che, al di là della fermezza di propositi annunciati e della oggettiva difficoltà tecnica di formulazione della norma, la patata scotta ed è meglio passarla in mani altrui, meglio se un po’ più anonime.

L’intervento propugnato dalla “banda dei quattro” un qualche contenuto, comunque, lo ha. Consiste, sostanzialmente, nell’applicazione di una ritenuta secca sui pagamenti provenienti da uno stato (stato della fonte) verso il percettore di un altro stato (stato del prestatore) qualora questi non abbia dichiarato di avere una stabile organizzazione nel territorio dello stato della fonte.

Sennonché qualora i paesi proponenti o aderenti si limitassero a modificare in tal senso la propria legislazione interna, essa resterebbe comunque inefficace nei confronti di quegli stati con cui hanno firmato trattati contro le doppie imposizioni, perché quei trattati prevalgono sulle norme nazionali. E consentono, quindi, la tassazione nel paese della fonte solo laddove l’attività produttiva di ricavi sia esercitata (da parte dell’impresa dello stato del prestatore) attraverso una stabile organizzazione localizzata nello stato della fonte. Poiché tutti i paesi Ue hanno firmato trattati tra loro e con gli Stati Uniti, una novità normativa del genere produrrebbe solo un buco nell’acqua. Ed ecco, allora, la trovata: i trattati contro le doppie imposizioni riguardano solo tasse qualificabili come “imposte sul reddito”.

Forzatura necessaria

E così la “banda dei quattro” ipotizza, oggi, l’applicazione di una ritenuta secca denominata “equalization tax”, non qualificabile come “imposta sul reddito”.

Questa imposta si applicherebbe sui ricavi realizzati da imprese estere operanti sul mercato nazionale e prive di stabile organizzazione nello stesso. Non vestirebbe i panni di un’imposta sostitutiva (se lo fosse e sostituisse l’imposta sulle stabili organizzazioni staremmo punto e a capo). Del resto, anche l’inglese Dpt (Diverted Profit Tax) ha la pretesa di presentarsi come imposta particolare, cioè non contemplata nei trattati. Consegue che la equalization tax dovrebbe sfuggire alla tagliola dei trattati in vigore perché ivi non espressamente contemplata e palesemente non riconducibile alla tassazione di un reddito. Ma si badi bene che contro questa tesi c’è già chi preconizza il conflitto con il patto di Roma che impedisce la creazione di imposte sul giro d’affari diverse dall’Iva. Ed è evidente che Irlanda e company potrebbero ben ricorrere alla Corte di giustizia europea per farne dichiarare l’illegittimità.

Resta in sospeso la modalità con cui applicare l’imposta in questione. Lo schema della ritenuta può essere facilmente imposto a pagatori-imprese, ma non a persone fisiche. Queste ultime, peraltro, pagano perlopiù attraverso l’utilizzo di intermediari finanziari. La ritenuta in questo caso dovrebbe gravare sul soggetto che procede a eseguire l’ordine di pagamento. La patata passata alla Commissione Ue si conferma, dunque, assai bollente perché va riempita di contenuti tutt’altro che neutri.

In conclusione, da un lato resta confermato che la via maestra sarebbe un accordo in sede Ocse, che modifichi i requisiti della stabile organizzazione, abrogandola o aggiornandola alla web economy. Dall’alt

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Il diritto del lavoro nell’epoca di internet

Mar, 19/09/2017 - 09:39

La nuova frontiera del diritto del lavoro non è in un radicale ridisegno della disciplina inderogabile del rapporto di lavoro tradizionale. Ma è nella costruzione di un diritto soggettivo al sostegno efficace nella transizione da vecchio a nuovo lavoro.

Garantire la continuità del reddito

Il nostro sistema di protezione del lavoro si è strutturato nel secolo scorso in relazione a un tessuto produttivo e a un mercato del lavoro molto diversi rispetto a quelli con cui il sistema delle relazioni industriali dovrà confrontarsi nel prossimo futuro.

Nella relazione presentata al convegno dell’Associazione dei giuslavoristi italiani, che si è svolto a Torino nei giorni scorsi, mi sono proposto di mostrare come un tratto che accomuna una parte rilevante dei mutamenti in atto sia costituito dalla drastica riduzione dei costi di transazione conseguente agli sviluppi dell’informatica e della telematica.

Dove l’abbattimento dei costi dell’incontro tra domanda e offerta avviene attraverso le piattaforme digitali, la disintermediazione consente ai lavoratori di offrire i propri servizi direttamente, senza la necessità di un imprenditore che ne organizzi la commercializzazione. Viene meno, così, quella che Ronald Coase indicava nel secolo scorso come ragion d’essere essenziale del rapporto di lavoro nell’impresa, cioè l’esigenza dell’imprenditore di abbattere i costi di transazione sostituendo con un solo contratto una miriade di contratti, altrimenti necessari per conformare di volta in volta la prestazione lavorativa alle esigenze nuove.

Questa forma di organizzazione del lavoro, da un lato, favorisce l’accesso degli outsider al mercato; e consente alle persone che lavorano un recupero del controllo sull’uso del proprio tempo. Dall’altro lato, però, determina una destrutturazione totale delle forme di protezione del lavoro tradizionali: più precisamente, si assiste a una sostituzione massiva di lavoro subordinato con lavoro giuridicamente qualificato come autonomo. Dove questo accade si rende necessario un nuovo ordinamento protettivo, che favorisca forme di recupero di una continuità del reddito con strumenti mutualistici che già oggi vengono attivati da organizzazioni costituite espressamente per questo scopo (le cosiddette umbrella companies, che fungono da fondo mutualistico per i platform workers). Dove questi strumenti non siano disponibili, o i lavoratori interessati non intendano avvalersene, si può pensare a una norma che imponga il pagamento dei compensi per mezzo della stessa piattaforma Inps istituita per il lavoro occasionale (decreto legge n. 50/2017, art. 54-bis), in modo da assicurare il rispetto di uno standard retributivo minimo e il versamento di un contributo per le assicurazioni previdenziali essenziali per infortuni sul lavoro, invalidità e vecchiaia.

Il diritto alla formazione

Dove l’attività lavorativa conserva, invece, il carattere della continuità, al servizio di un unico committente, informatica e telematica producono l’effetto di un coordinamento più facile della prestazione lavorativa individuale con il resto dell’organizzazione aziendale, anche senza necessità di un suo assoggettamento a coordinamento spazio-temporale. Se ciononostante il rapporto conserva la forma del contratto di lavoro subordinato, l’assoggettamento a coordinamento informatico-telematico può avere l’effetto di una erosione dell’efficacia delle tecniche protettive tradizionali. Più specificamente:

– l’emancipazione della prestazione lavorativa dal vincolo dell’orario di lavoro rende necessario introdurre e regolare adeguatamente un “diritto alla disconnessione”; ma resta aperto il problema di una prestazione lavorativa di cui non è più possibile porre un limite quantitativo massimo;

– la più immediata e più penetrante visibilità dei livelli di produttività delle prestazioni lavorative individuali svolte in collegamento telematico con l’organizzazione aziendale espone i lavoratori a uno “stress da esame” più intenso e continuo;

– il ritmo più rapido di obsolescenza delle tecniche applicate, dei materiali e degli stessi prodotti vanifica qualsiasi difesa statica della professionalità del lavoratore e rende indispensabile una tutela dinamica fondata su servizi efficaci di formazione e riqualificazione permanente;

– una più intensa concorrenza tra lavoratori, anche (ma non solo) residenti in paesi molto distanti tra loro erode l’efficacia alle tecniche di protezione sulle quali si è fondato l’ordinamento giuslavoristico nell’ultimo secolo, ponendo a risch

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Università: qual è il vero vantaggio del test di ingresso

Mar, 19/09/2017 - 09:38

Test di ingresso e numero programmato all’università sono strategie adottate per migliorare la qualità del processo formativo. Secondo uno studio hanno un effetto positivo sulle interazioni tra studenti e con i docenti. È dunque una questione di risorse?

Numeri chiusi e test d’ingresso

Con l’ordinanza n. 04478/2017 il Tribunale amministrativo della Regione Lazio ha sospeso l’efficacia del provvedimento con cui l’Università Statale di Milano intendeva limitare l’accesso ai corsi del primo anno in alcune discipline umanistiche. La notizia ha avuto una certa eco, riproponendo al di là dei problemi tecnici del caso specifico, la questione del “numero chiuso all’università” nel nostro paese.

Le prospettive di crescita e sviluppo delle economie sono legate all’accumulazione di conoscenze e competenze da parte delle giovani generazioni. Per produrre queste competenze le famiglie investono risorse oggi. In Italia e in moltissimi altri paesi il sistema di istruzione terziaria vede un sostanziale intervento di risorse pubbliche (statale o non statale che sia il singolo organismo che presiede alla fornitura del servizio).

In questo quadro, il cosiddetto “numero chiuso” serve a stabilire il seguente principio: se le risorse pubbliche sono limitate, non può che essere limitato il numero dei candidati che è possibile ammettere.

Ovviamente, il principio si scontra con quello delle uguali opportunità, principio su cui sono fondate le moderne democrazie liberali, Italia inclusa, almeno nelle aspirazioni espresse nelle loro costituzioni. Il principio non ha solo fondamento su questioni di uguaglianza, cioè prossime all’etica. Dal punto di vista economico, contano questioni di efficienza: esistono giovani, e possono essere molti, il cui retroterra familiare non può permettere l’investimento di risorse adeguate e, in genere, i mercati del credito non consentono di sanare questo problema di allocazione. Ciò è tanto più vero quanto più disuguale è la distribuzione del reddito o della ricchezza.

Il problema che si pone col numero chiuso è quindi duplice: 1. Quanti studenti è opportuno (o efficiente) abbiano accesso? 2. Chi può avere accesso?

La risposta alle due domande ovviamente influenza le istituzioni universitarie e la qualità del processo formativo dei singoli. In genere, per stabilire chi può avere accesso vengono utilizzati test volti a misurare la motivazione o il talento dei candidati per uno specifico corso.

In Italia fino al 1994 non vigeva alcun limite d’accesso, con l’eccezione di alcune università pubbliche non statali e delle scuole di medicina). Ora la normativa contempla la possibilità per le singole istituzioni di adottare il numero chiuso. La decisione sull’accesso è, tendenzialmente, decentrata e la prendono i singoli dipartimenti o facoltà sulla base di criteri stabiliti per legge. È su tale decisione che è intervenuto il Tar del Lazio. Per quanto riguarda chi può avere accesso, singole università hanno adottato il criterio dei test, con il fine dichiarato di migliorare i risultati degli studenti e la qualità del loro curriculum.

Esistono le basi per affermare che maggiore selettività in entrata basata sul criterio dei test migliora i risultati degli studenti? La letteratura economica non dà una risposta univoca e l’evidenza empirica è controversa. Alcuni studi riscontrano che i test di ammissione all’università sono buoni predittori dei risultati degli studenti a prescindere da informazioni sulla storia pregressa (il voto al diploma o il background familiare). Altri sottolineano come il test di accesso selettivo sia informativo solo se vengono tenuti in considerazione anche i voti del diploma secondario. Altri studi hanno invece rilevato che una volta considerato il background dell’istruzione secondaria, l’uso di un test selettivo di ingresso è ridondante. Nessun effetto sulle performances degli studenti è stato trovato dalla rimozione di un test di accesso selettivo in università non statali, dove presumibilmente sono già all’opera meccanismi di autoselezione.

I riflessi sulla classe

In un recente studio, abbiamo stimato gli effetti causali dovuti a una riforma delle politiche di accesso all’Università di Salerno. Nella ricerca abbiamo sfruttato l’introduzione del numero programmato nella facoltà di Economia per misurare gli effetti dei test selettivi su indici di performance individuali, tassi di abbandono e media ponderata dei voti.

Abbiamo verificato che l’introduzione del test ha portato a una riduzione di circa 14 punti percentuali del tasso di abbandono degli studenti e a un miglioramento della media po

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Le migrazioni dall’Africa si fermano creando opportunità

Mar, 19/09/2017 - 09:38

Non basta concedere fondi ad alcuni stati africani per fermare l’immigrazione irregolare. È una politica che potrebbe persino rafforzare i trafficanti di uomini se non è accompagnata dalla creazione di opportunità economiche alternative per i migranti.

L’accordo contro l’immigrazione irregolare

Il recente vertice di Parigi fra i principali paesi europei e tre stati africani (Libia, Ciad e Niger) ha sancito il nuovo approccio alle migrazioni internazionali che prevede una stretta “cooperazione con i paesi di origine”. Questa si basa essenzialmente sul contrasto dell’immigrazione irregolare, in primo luogo attraverso le misure messe in atto dal governo italiano (gli accordi con la Guardia costiera libica e il codice di condotta per le Ong) per controllare i flussi lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Comprende inoltre il sostegno a Ciad e Niger – paesi di transito – per il rafforzamento dei controlli delle loro frontiere verso Nord.

Concretamente, gli accordi si basano sull’uso dei fondi del Trust Fund dell’UE per l’Africa, il fondo fiduciario di poco più di 3 miliardi di euro stanziato nel 2015 per sostenere lo sviluppo economico in Africa e affrontare le cause profonde dell’emigrazione.

Non c’è chiarezza sull’allocazione dei fondi ai governi africani, ma sembra che le uniche condizioni imposte siano legate al contrasto dell’immigrazione illegale e alla lotta ai trafficanti di uomini. Leggi e sistemi di controllo che mirano a bloccare in modo diretto un’attività criminale o un mercato illecito in economie arretrate, però, possono avere effetti collaterali indesiderati o essere controproducenti.

Il paradosso del lavoro minorile

Un esempio emblematico dei paradossi delle politiche di sviluppo è dato dai tentativi di ridurre il lavoro minorile nei paesi poveri. Qualche anno fa c’è stato un acceso dibattito sull’opportunità o meno di applicare leggi internazionali e nazionali che lo vietassero. Nessuno può dirsi favorevole al lavoro dei minori, ma diversi studi hanno mostrato che l’inasprimento delle leggi contro il fenomeno può avere effetti negativi sulla popolazione povera o addirittura aumentarne la dimensione. Il problema sta nelle alternative che i bambini hanno in quei contesti, che possono essere anche peggiori del lavoro. In più leggi come queste, tra l’altro difficilmente applicabili, possono avere conseguenze molto negative sul mercato del lavoro nei paesi poveri: il pericolo di incappare in sanzioni legali per lavoro minorile, infatti, induce gli imprenditori ad assumere comunque i bambini, pagandoli però ancora meno.

Esempi di fallimento di politiche di sviluppo che hanno effetti opposti a quelli che si prefiggono sono molteplici in contesti poveri. Nel caso dei flussi migratori, e in particolare del mercato dei migranti che ne è scaturito, nessuno può dirsi favorevole al fenomeno dei barconi e alla strage di vite umane che si consuma nel Mediterraneo. Politiche mirate a bloccare in modo diretto questo mercato, però, potrebbero rafforzare, invece di indebolire, i trafficanti di uomini se non sono accompagnate dalla creazione di opportunità economiche alternative per i migranti. In assenza di tali politiche, si corre il rischio non solo di lasciare migliaia di persone in balia di organizzazioni che non si rispettano i diritti umani, ma, da un punto di vista economico, di lasciare che masse di lavoratori giovani e produttivi vengano assorbiti dalla categoria degli inattivi o impiegati da settori informali, illeciti o criminali (con ripercussioni negative sul loro salario, sullo sviluppo e sulla pressione migratoria).

L’Africa ha vissuto un significativo aumento dei livelli di istruzione negli ultimi anni – favorito anche da elevati investimenti internazionali e multilaterali sotto forma di aiuti allo sviluppo – non accompagnato però da un cambiamento strutturale e da un aumento della produttività. Milioni di giovani africani sono, quindi, relativamente istruiti, ma senza (la prospettiva di) un’occupazione decente (figura 1 – fonte: African Economic Outlook 2017).

È necessario che la “cooperazione con i paesi di origine” comprenda fin da subito sia opportunità di emigrazione regolare sia alternative produttive in Africa. È diffusa una visione “romantica” dello sviluppo economico che lo confonde sistematicamente con gli aiuti umanitari oppure adotta una concezione paternalistica. In realtà, le condizioni imposte sui fondi concessi ai paesi africani e le opportunità di migrazione regolare in Europa determineranno effettivamente l’evoluzione del mercato dei migranti e le opportunità di crescita econom

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Convegno annuale 2017 – Documenti

Mar, 19/09/2017 - 09:14

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Chi concede più cittadinanze in Europa

Ven, 15/09/2017 - 11:07

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