You are here

Lavoce.info

Subscribe to Lavoce.info feed
Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 1 ora 20 min fa

Il Punto

Gio, 27/04/2017 - 10:46

In una pièce fantapolitica – ma non troppo – presentiamo uno scenario italiano per i prossimi mesi. Sotto la spinta dei partiti anti-Ue, l’annuncio di un referendum sull’euro provoca una crisi di fiducia in Italia e in Europa. Lieto fine (si fa per dire): al voto prevale chi vuole rimanere nella moneta unica. Ma ci vorranno anni per rimettere insieme i cocci del temporaneo disastro. Intanto in Francia il favorito Macron fronteggia la signora Le Pen in cerca di voti contro la Ue ovunque, anche a sinistra. Il malessere economico che nutre l’avversione all’Unione va affrontato dappertutto, in Francia come in Italia.
Nell’allegato al Def sulla riduzione del gas serra secondo gli impegni internazionali si vede che gli obiettivi al 2020 sono raggiungibili, complice anche la crisi economica. Difficile, invece, soddisfare quelli al 2030 se nel frattempo l’economia avrà ripreso a crescere e il governo non si sarà dato una mossa su questo tema.
Le organizzazioni umanitarie che raccolgono profughi sempre più vicino alla costa libica sono accusate di complicità con gli scafisti. Di fatto, riempiono uno spazio vuoto nel circolo vizioso che parte dall’inasprimento del contrasto al traffico di persone e arriva fatalmente a un aumento dei morti in mare. Entra in vigore il decreto Minniti-Orlando che vuole abbreviare i tempi e ridurre l’inefficienza del sistema di espulsione velocizzando i ricorsi e potenziando le strutture di asilo. Con qualche dubbio sulla costituzionalità delle nuove procedure.
Come combattere le bufale on-line, che ammorbano la vita civile e politica, evitando derive censorie? In vari paesi (anche in Italia) si mettono a punto strumenti legislativi. Ma più del giudice, contro le “fake news” può l’auto-difesa organizzata degli utenti del web. Come insegna Wikipedia.

15 anni de lavoce.info: feste-convegni 5 giugno a Milano e 6 giugno a Roma
Nel 2017, lavoce.info compie 15 anni. Festeggeremo il compleanno con i nostri affezionati lettori e sottoscrittori la mattina di lunedì 5 giugno a Milano e il pomeriggio di martedì 6 giugno a Roma. Intanto: SAVE THE DATE! A breve comunicheremo il come e il dove.
E, se potete, destinate e fate destinare il 5 per mille dell’Irpef a questo sito in quanto “associazione di promozione sociale”: Associazione La Voce, Via Bellezza 15 – 20136 Milano, codice fiscale 97320670157. Grazie!

The post Il Punto appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Finale di partita, ovvero come non si esce dall’euro

Gio, 27/04/2017 - 10:30

L’uscita dall’euro raccontata da una tragedia in un prologo, tre atti e un epilogo. Per ora è fantapolitica, presto però potrebbe essere realtà. Ma se non esiste un modo ordinato per uscire dalla moneta unica, cerchiamo di farla funzionare meglio.

Prologo

Dopo infinite mediazioni, il parlamento italiano approva, per entrambi i suoi rami, una nuova legge elettorale proporzionale, blandamente corretta con una soglia di sbarramento relativamente bassa. La data delle elezioni è fissata per domenica 11 marzo 2018, fine naturale della XVII legislatura. All’avvicinarsi delle elezioni, i partiti antieuropeisti appaiono sempre più in testa nei sondaggi. In mercati già nervosi per la fine del programma di acquisto di titoli pubblici da parte della Banca centrale europea, lo spread tra Bund e Btp sale a oltre 350 punti base, mentre la borsa italiana continua a scivolare. In particolare, i titoli bancari sono sotto stress. Gli investitori esteri sono i primi a uscire dal rischio Italia: rischio di ingovernabilità e rischio di vittoria dei partiti anti-euro.

Atto I

Alle elezioni, nessun partito ottiene la maggioranza e formare un nuovo governo risulta estremamente difficile. Ma alla fine una eterogenea coalizione si coagula per un esecutivo di scopo, che tra altro si propone di indire un referendum consultivo sull’appartenenza all’Unione monetaria e all’euro.
Tutti, salvo i leader al governo, hanno chiaro in mente che l’eventuale uscita dall’euro, implicando una ridenominazione del debito italiano nella nuova valuta (che si vuole svalutata rispetto alla moneta unica) equivale a un default dello stato italiano. Così lo spread tra i Btp decennali e i Bund schizza a 600, mentre i tassi a breve superano il 10 per cento. A questi livelli sia il deficit che il debito pubblico sono destinati a salire ben oltre le previsioni governative e gli impegni presi con Bruxelles. Anche le banche italiane subiscono pesanti perdite, giacché il valore degli oltre 160 miliardi di titoli pubblici italiani presenti nei loro bilanci subisce un tracollo. Molti italiani, spaventati, scappano dai titoli di stato e dai depositi bancari. Tanti accumulano banconote (cioè euro), che tengono nelle cassette di sicurezza o sotto i materassi (i furti nelle case si moltiplicano). La Bce interviene fornendo liquidità straordinaria alle banche italiane.

Atto II

Il referendum è fissato per la metà di giugno 2018. Le agenzie di rating tagliano il loro giudizio sui titoli di stato e sulle banche. In un clima di forte caduta dei corsi, la Bce è costretta a non accettare più titoli del governo italiano quale collaterale per la liquidità che fornisce al sistema. Alcune aste di titoli di stato vanno deserte. I tassi d’interesse, incorporando un premio per il rischio crescente, salgono a livelli mai visti dalla fine degli anni Settanta, e spingono sempre di più i debitori a non pagare, moltiplicando i crediti deteriorati. Come avvenuto nel passato in numerose crisi valutarie in America Latina ma anche a Cipro, le banche vengono chiuse e ai bancomat – dove si sono formate lunghe code – il contante distribuito viene razionato a mille euro al mese per persona. Per arginare la fuga di capitali la Guardia di finanza e l’esercito vengono mobilitati alle frontiere. Molte aziende sono costrette a chiudere temporaneamente per l’impossibilità di accedere al credito e per la caduta verticale della domanda interna di beni e servizi. I fallimenti e i licenziamenti hanno un’impennata. Ciononostante, l’inflazione comincia a salire perché la caduta della produzione è anche maggiore di quella della domanda e perché si stanno consolidando aspettative di svalutazione.

Atto III

La crisi italiana ha ampie ripercussioni anche all’estero. Il contagio è globale. Molte banche e aziende straniere, che hanno cospicui interessi in Italia, sono prese d’assalto dalla speculazione. La Commissione europea, la Bce, il Fondo monetario internazionale, ma anche i governi degli altri paesi del G7 e, in prima fila, il presidente Trump studiano un piano per fronteggiare quello che potrebbe diventare il più grosso default della storia. Oltre allo stato italiano, anche le principali banche del paese sono di fatto insolventi, date le forti perdite accumulate sul loro attivo di bilancio (titoli e prestiti). Le aspettative sono per una svalutazione di almeno il 40 per cento della nuova moneta, “creatura destinata a nascere sotto maligna stella”, dichiara in parlamento il deputato di colore Otello.

Epilogo

Al referendum, la maggioranza degli italiani vota a favore dell’euro e viene messo in piedi un enorme piano internazionale di salvataggio dell’Italia e delle sue istit

The post Finale di partita, ovvero come non si esce dall’euro appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Emissioni di CO2 in Italia: bilancio e previsioni

Gio, 27/04/2017 - 10:06

Un allegato al Def fa il punto della situazione sulle emissioni di CO2 e sugli impegni di riduzione presi dall’Italia. Centrati i livelli previsti dal Protocollo di Kyoto, anche per la crisi economica, è più complesso il rispetto degli obiettivi al 2030.

Il quadro degli impegni italiani

La legge n. 39 del 7 aprile 2011 prevede che, in allegato a ogni Documento di economia e finanza presentato dal governo, sia pubblicato anche un breve resoconto redatto dal ministero dell’Ambiente sullo stato di attuazione delle azioni di riduzione dei gas-serra in ottemperanza degli impegni assunti dal nostro paese a livello europeo e internazionale. Per l’ultimo Def, presentato l’11 aprile, il rapporto è contenuto nell’Allegato IV.
Passato il quinquennio 2008-2012, primo periodo di riferimento degli obblighi previsti dal Protocollo di Kyoto (il secondo periodo è il 2013-2020), gli impegni internazionali assunti dall’Italia si riassumono nell’Accordo di Parigi del 2015, che il nostro paese ha ratificato l’11 novembre 2016. L’Accordo ha effetto dal 2020 e prevede che i paesi firmatari formulino un piano di riduzione delle emissioni denominato Ndc – Nationally Determined Contribution. I paesi che, come l’Unione europea, hanno già formulato piani con obiettivi al 2030 sono chiamati a confermare gli impegni o aggiornarli entro il 2020.
In quanto paese membro, l’Italia è chiamata a dare il suo contributo alla riduzione delle emissioni di CO2 nell’ambito di due programmi dell’Unione europea, che stabiliscono entrambi obiettivi vincolanti. Il primo è il pacchetto clima-energia che al 2020 prevede una riduzione delle emissioni del 20 per cento rispetto ai livelli del 1990. Il secondo è il quadro clima-energia che indica per il 2030 un taglio delle emissioni di almeno il 40 per cento rispetto a quelle del 1990.
Gli impegni europei si declinano poi in un obiettivo aggregato di riduzione per i settori che fanno parte del sistema di permessi negoziabili noto come Ets (Emission Trading Scheme), gestito centralmente da Bruxelles, e in uno nazionale per ogni stato membro relativo ai settori non-Ets (trasporti, civile, piccola industria, agricoltura, rifiuti). Per l’Italia l’obiettivo è -13 per cento entro il 2020 rispetto ai livelli del 2005 e -33% entro il 2030 su base 2005 (questa è ancora allo stato di proposta). Il secondo obiettivo comprenderà la riduzione di emissioni derivanti dagli assorbimenti derivanti dall’uso del suolo, dal cambiamento di uso del suolo e dalla silvicoltura (essenzialmente cambiamenti della copertura boschiva-forestale).

La situazione delle emissioni

Gli obiettivi del primo periodo di Kyoto sono stati centrati, soprattutto a seguito del rallentamento dell’economia. Secondo i dati di consuntivo presentati nel documento allegato al Def, per il successivo triennio 2013-2015 la situazione non è molto incoraggiante: mentre nel biennio 2013-14 continua il calo delle emissioni di CO2, nel 2015 la tendenza pare invertirsi. Questo vale per industria (energetica e non), residenziale e commerciale, mentre i trasporti registrano una leggera diminuzione. Dati preliminari mostrano che nel 2016 le emissioni complessive sono tornate a scendere, ma queste dinamiche non lasciano tranquilli, visto il perdurante stato depresso del ritmo dell’attività economica. Viene da chiedersi cosa succederà quando la crescita riprenderà, come ci si augura, vigorosa. Stando allo scenario di riferimento, l’obiettivo al 2020 dovrebbe essere raggiungibile, ma non vi è garanzia circa le tendenze al 2030, dove l’obiettivo è decisamente più ambizioso. Considerazioni analoghe si possono ritrovare anche nel recente documento Enea.
Nonostante le numerose azioni attuate dal governo, minuziosamente elencate nell’Allegato del Def, l’esecutivo deve intervenire in maniera più decisa e incisiva di quanto fatto finora, soprattutto in relazione agli obiettivi collegati sulla penetrazione delle fonti rinnovabili e gli incrementi di efficienza energetica.
Intanto, registriamo la positiva notizia che il Def per la prima volta riporta, accanto al Pil, un indicatore di sviluppo sostenibile messo a punto dall’Istat, il benessere equo e solidale (Bes). Un indicatore che si declina provvisoriamente in quattro componenti: il reddito pro capite, il tasso di mancata partecipazione al lavoro, l’indice di distribuzione del reddito e le emissioni di gas-serra pro capite.
Per queste variabili, il Def presenta dati a consuntivo per il 2014-2016 e tendenziali nonché obiettivi programmatici per il 2017-2020. Mostrano un sostanziale miglioramento degli indicatori considerati – in particolare, l

The post Emissioni di CO2 in Italia: bilancio e previsioni appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Chi ha paura delle Ong che aiutano i migranti?

Gio, 27/04/2017 - 10:06

Le organizzazioni umanitarie che soccorrono in mare migranti e richiedenti asilo sono sotto accusa. Ma chi non ama il loro lavoro e sospetta trame e arricchimenti avrebbe a portata di mano la soluzione: sostenere l’iniziativa dei corridoi umanitari.

Migranti e “taxi del mare”

Un altro capitolo si è aggiunto alla tragedia del Mediterraneo e alla drammatica saga dell’arrivo di migranti e richiedenti asilo dal mare. Con una sorta di escalation delle polemiche, ora sono sotto attacco politico, giudiziario e mediatico, le organizzazioni umanitarie che li soccorrono in mare. Secondo i detrattori, sono in combutta con i cosiddetti trafficanti, addirittura con i clan della malavita e persino con organizzazioni terroristiche. Non mancano i collegamenti con Mafia capitale e l’accusa di lucrare sull’accoglienza.
Stiamo parlando di Medici senza frontiere, insignita del premio Nobel, di Moas (Migrant Offshore Aid Station), che a Lesbo donò al papa il giubbotto di una bimba annegata, di Save the Children, di Sos Méditerranée e alcune altre. Innescato da un rapporto di Frontex, l’agenzia europea di sorveglianza delle frontiere, il punto sarebbe che scambiano telefonate con i trasportatori e arrivano troppo vicino alle coste libiche per soccorrere le persone. Agirebbero come “taxi del mare”. In una fase precedente, erano le stesse navi militari dell’operazione Sophia ad arrivare a ridosso delle coste libiche. Poi hanno ricevuto l’ordine di arretrare. Nello spazio di mare rimasto pericolosamente privo di presidio umanitario, si sono inserite le navi delle Ong.
Alle accuse Medici senza frontiere ha risposto: “L’alternativa implicita nelle accuse di Frontex alle nostre operazioni di salvataggio è quella di lasciare annegare le persone come strategia per dissuadere i trasportatori”, mentre Amnesty International ha definito la campagna dell’Unione europea contro le Ong “forse il più brutale indicatore di come i leader europei stiano voltando le spalle ai rifugiati”. Le organizzazioni hanno fatto notare che la distruzione delle barche degli scafisti da parte della missione Sophia li induce ora a usare natanti sempre più fragili e inadatti a tenere il mare: ciò richiede di arrivare il prima possibile a trarre in salvo i migranti. Si sta verificando un inasprimento dello schema (riportato sotto) individuato tempo fa da Jorgen Carling, uno dei maggiori esperti dell’argomento. In altri termini: l’accresciuta repressione peggiora le condizioni di viaggio e fa aumentare il numero delle vittime. Le Ong cercano di contrastare il fenomeno.

Figura 1

Una mediazione indispensabile

Si può aggiungere: le barche dei migranti sono di solito condotte da tre persone. Una tiene la bussola, la seconda il timone, la terza un telefono satellitare con cui chiamare soccorsi. I cosiddetti scafisti, come ormai ammettono le stesse fonti ufficiali, sono sempre più spesso altri migranti e richiedenti asilo che vantano qualche competenza nautica e in tal modo risparmiano sul costo del trasporto. Tra gli arrestati allo sbarco, figurano non di rado anche minorenni (quattro tra gli arrestati in questo primo scorcio del 2017).
Può non piacere, ma si verifica un’oggettiva convergenza d’interessi fra passatori interessati a liberarsi del loro carico umano il più in fretta e con meno costi possibili e organizzazioni non governative interessate a salvare vite umane. Interventi meno tempestivi e meno vicini alla costa libica provocherebbero di sicuro maggiori perdite.
Si potrebbe poi allargare lo sguardo. La contrapposizione tra stati che ufficialmente hanno chiuso le frontiere e migranti che in un modo o nell’altro sono insediati sul territorio senza titoli di soggiorno validi (entrati perlopiù non dal mare, ma con visti turistici, se necessari) è mediata e attutita da varie istituzioni che forniscono servizi necessari senza chiedere documenti: gli ambulatori che dispensano cure mediche grazie a medici volontari, le scuole d’italiano per stranieri (una rete si chiama “Scuole senza permesso”), le mense per persone in difficoltà. Anche vari enti pubblici locali entrano in gioco, consentendo per esempio di accedere ai dormitori anche a chi è privo di regolari documenti. Senza queste forme di tolleranza, le persone rischierebbero di non ricevere cure, cibo, ricovero notturno nei mesi invernali, con gravi conseguenze. Potrebbero morire perché prive di un documento.
Negli Stati Uniti, le “città rifugio” attuano politiche dichiarate di accoglienza. Si sono contrapposte alle misure restrizioniste del presidente Trump, che a sua volta ha minacciato tagli dei fondi federali. Complottisti e “cattivisti�

The post Chi ha paura delle Ong che aiutano i migranti? appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Decreto Minniti-Orlando: i limiti di una riforma necessaria

Gio, 27/04/2017 - 10:06

Tribunali sovraccarichi per i ricorsi dei richiedenti asilo cui è stata negata la protezione internazionale e un sistema di espulsione del tutto inefficace: il decreto Minniti-Orlando affronta le due questioni. Ma non sembra risolvere i veri nodi critici.

Riforma del diritto d’asilo

Il 12 aprile è stato approvato il decreto Minniti-Orlando. Apporta tre principali novità al governo dell’immigrazione: riforma giudiziaria in tema d’asilo, riforma di parte del sistema di prima accoglienza e possibilità d’impiego dei migranti in lavori socialmente utili. Ci concentreremo qui sui primi due punti.
La mini-riforma processuale affronta il tema del sovraccarico dei tribunali, causato dai ricorsi contro le decisioni sulle richieste d’asilo.
Il diritto d’asilo è particolarmente tutelato nel nostro paese, che è uno dei pochi, con Germania e Repubblica Ceca, a inserirlo esplicitamente tra i diritti costituzionali (art. 10). In Italia la richiesta di protezione internazionale garantisce poi il rilascio di un permesso di soggiorno valido per tutto il tempo necessario all’esame della domanda e dell’eventuale ricorso. Venti commissioni territoriali, composte da funzionari del ministero dell’Interno, esaminano le richieste, esprimono un giudizio sentito il richiedente. Il diniego della protezione è soggetto a ricorso.
I numeri suggeriscono (figura 1) che le commissioni territoriali non sembrano in grado di far fronte a tutte le richieste, molto spesso rifiutate (figura 2) e quindi causa di ricorso. Il fenomeno è evidente anche su base mensile (figura 3). Tuttavia, le cifre vanno esaminate tenendo conto della debolezza comunicativa e della scarsa preparazione dei richiedenti asilo oltreché delle consistenti barriere linguistiche.

Figura 1 – Il sovraccarico delle Commissioni Territoriali

Fonte: Commissione Nazionale per il Diritto d’Asilo

Figura 2 – Esito delle richieste (2016)

Fonte: Commissione Nazionale per il Diritto d’Asilo

Figura 3 – Dati mensili disaggregati (2017)

Fonte: Commissione Nazionale per il Diritto d’Asilo

La lunghezza dei procedimenti giudiziari – 268 giorni in primo grado e 407 in appello – contribuisce a inasprire l’ingolfamento del sistema.
La riforma Minniti-Orlando potenzia in primo luogo il personale delle commissioni territoriali e istituisce 26 sezioni interne ai tribunali composte da giudici con competenze specifiche in materia di immigrazione e protezione internazionale.
La misura principale – e più controversa – riguarda però l’abolizione del secondo grado e dell’udienza in primo grado. È previsto ora un rito camerale in cui il giudice potrà visionare il colloquio avvenuto di fronte alla commissione territoriale o ascoltare il richiedente in prima persona. Di fatto, il colloquio davanti alla commissione diventa così un primo grado di giudizio, nel quale però la sentenza viene emessa da funzionari e il richiedente non è assistito da un legale.
Secondo diversi giuristi e la stessa Associazione nazionale magistrati, l’abolizione dell’udienza andrebbe a ledere in particolare gli articoli 111 e 24 della Costituzione, che sanciscono il diritto al giusto processo e il diritto alla difesa, e l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, sul diritto al contraddittorio. In aggiunta, poiché la Cassazione esprime solamente un giudizio di legittimità, l’abbinata abolizione del secondo grado e modifica del primo rischia di ridurre in modo consistente le garanzie dei richiedenti.

Riforma dei Cie

La rete di prima accoglienza è attualmente composta da diverse tipologie di centri, tra cui spiccano i quattro Cie (centri di identificazione ed espulsione), dove chi ha ricevuto un decreto di espulsione può essere trattenuto per un massimo di 18 mesi.
Dalla loro introduzione, i Cie si sono caratterizzati per il sovraffollamento, i servizi e le strutture scadenti, le condizioni di vita quasi carcerarie, i tanti casi di suicidi e violenze. In più, a causa di inagibilità, danneggiamenti, manutenzioni, solo uno su quattro sfrutta la sua capacità effettiva, mentre nessuno satura la capacità teorica.
A testimoniare la strutturale inadeguatezza del sistema, nel 2015 su 34.107 stranieri espulsi, solo 15.979 (circa il 46 per cento) sono stati allontanati: 12.236 sono stati respinti alle frontiere o rimandati nel paese UE dal quale sono entrati e solo 3.688 sono stati effettivamente rimpatriati. Tra coloro che sono stati allontanati, meno di un terzo è transitato per i Cie, che sembrano avere più finalità di deterrenza e rassicurazione dell’opinione pubblica interna.
Non aiuta po

The post Decreto Minniti-Orlando: i limiti di una riforma necessaria appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Wikipedia, un esempio contro le bufale

Gio, 27/04/2017 - 10:05

Notizie false, distorte o filtrate e incitamento all’odio sono considerati un pericolo per la democrazia. Per questo in molti paesi si studiano leggi per fermarli. Ma la soluzione migliore è rifarsi all’esperienza di Wikipedia, evitando censure preventive.

Rischio di censura preventiva

Notizie false, distorte o filtrate e incitamento all’odio sono considerati un pericolo per la democrazia. Il governo tedesco, preoccupato che le “fake news” possano influenzare le prossime elezioni, ha messo a punto una bozza di legge che prevede forti sanzioni per chi diffonde “fake” (fino a 50 milioni di euro per i social media). Anche in Italia di recente è stato presentato un disegno di legge bipartisan contro la manipolazione dell’informazione e le campagne d’odio che stabilisce ammende, seppur più modeste, e carcere.
Il tema è salito alla ribalta in seguito alla pubblicazione di notizie false durante l’ultima campagna presidenziale americana e alla crescente diffusione on-line di informazioni distorte (evidenziata, per esempio, da un’inchiesta di BuzzFeed News sull’Italia, a fine 2016).
Se e in quale misura le notizie false sui social network abbiano effettivamente influenzato il voto negli Usa è una questione dibattuta. In un recente studio sulle elezioni americane, gli economisti Hunt Allcott e Matthew Gentzkow hanno sottolineato che i social sono stati una fonte di informazione importante, ma non dominante rispetto alla Tv. Al di là del discutibile impatto sul voto, lo studio non sminuisce il problema, ma ne sottolinea le molteplici sfaccettature.
Come si può affrontare il pericolo delle “fake news” online? Vi sono forti dubbi sulla capacità dei social di elaborare procedure di investigazione e cancellazione dei contenuti che siano operative nei brevi termini richiesti da una legge, come per esempio quella proposta in Germania (24 ore per rimuovere contenuti palesemente illegali e sette giorni per verificare quelli incerti). Dinanzi al rischio sanzioni, i social potrebbero applicare meccanismi di censura preventiva e permanente. Ciò ha spinto le Nazioni Unite, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) e altre istituzioni a una dichiarazione congiunta che, pur ribadendo il timore per le “fake news”, sottolinea il rischio censura. Anche il Commissario europeo per il mercato unico digitale si è pronunciato per la libertà di espressione e contro le azioni punitive, quando ci ricordano l’orwelliano “ministero della Verità”.

Il caso Wikipedia

Wikipedia, la libera enciclopedia online, ha molto da insegnare su come si possono progettare piattaforme social o migliorare quelle esistenti per arginare contenuti “fake”.
Un bene pubblico dell’era Internet, Wikipedia ha appena compiuto sedici anni ed è il risultato dello sforzo collettivo di una comunità virtuale che opera secondo una divisione del lavoro tipica del movimento open source. Il collante della comunità di scopo o “purpose-built” (vedi tabella 1) è una missione condivisa: la produzione di un bene “non rivale e non escludibile”. Agli esordi, Wikipedia era considerata un progetto impossibile, anche per i dubbi sulla capacità di resistere ad atti di vandalismo, ovvero ai “fake”. Tuttavia, nonostante alcuni limiti qualitativi inevitabili in una collezione così vasta di informazioni, Wikipedia ha smentito le perplessità. Attualmente conta circa 41 milioni di articoli disponibili in oltre 290 lingue e 70mila redattori attivi.
Le caratteristiche essenziali della “governance” di Wikipedia sono l’apertura e la trasparenza, abbinate a soluzioni tecniche che facilitano la collaborazione degli utenti nel fact checking e nella neutralizzazione degli atti vandalici. In un articolo del 2003, avevo sottolineato che uno dei principali segreti del successo dell’enciclopedia è la tecnologia Wiki che abbatte i costi di transazione relativi alla cancellazione dei vandalismi, consentendo di recuperare la versione corretta di un articolo con un singolo click.
Per evitare le sanzioni previste dagli interventi legislativi in discussione in vari paesi, le piattaforme on-line potrebbero ricorrere a censura preventiva e cedere alla tentazione di affidarsi in misura crescente ad algoritmi che identificano i “fake”. Anche se fosse possibile automatizzare l’operazione in modo efficace, cosa improbabile, in quale misura sarebbe sensato cedere il controllo delle informazioni ad aziende globali orientate al profitto?
L’esperienza di Wikipedia suggerisce che vi sono altre soluzioni possibili, capaci di salvaguardare la qualità dell’informazione sulla rete, pre

The post Wikipedia, un esempio contro le bufale appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Il deficit commerciale che influenza il voto francese

Lun, 24/04/2017 - 11:46

Il confronto sugli squilibri del commercio internazionale è stato uno dei protagonisti della campagna per le presidenziali francesi. In particolare, i leader dei partiti anti-euro hanno indicato la moneta unica come il principale responsabile del deficit commerciale francese.
Il ragionamento sottostante a questa conclusione è che la fissazione del cambio – che è la conseguenza automatica di un’entrata in qualsiasi unione monetaria –  incentiverebbe le importazioni dai paesi membri relativamente più competitivi, come la Germania. Allo stesso tempo, l’economia nazionale si troverebbe costretta in un tasso di cambio sopravalutato, che renderebbe in ultima analisi i beni francesi meno attraenti nei mercati internazionali.
Se guardiamo il saldo commerciale, ci accorgiamo che effettivamente tale valore ha vissuto un forte ridimensionamento negli ultimi 20 anni. Alla vigilia della crisi del 2008, la Francia è passata ad essere da paese esportatore netto a paese importatore netto. Ciò significa che il valore dei beni acquistati dalle altre nazioni ha superato il valore dei beni francesi acquistati dall’estero.

Figura 1 

Fonte: World Economic Outlook, FMI

Sebbene la dinamica monetaria potrebbe aver esercitato qualche influenza, il deterioramento del saldo commerciale è imputabile anche ad altre cause. Dalla figura 2, si può notare infatti che la Francia ha un grande disavanzo anche nei confronti della Cina. Ed è proprio questo il saldo commerciale che più si è aggravato negli ultimi anni.
Tale dinamica non può essere imputata all’Euro, quanto piuttosto all’entrata del colosso asiatico all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc). E’ questo elemento che ha permesso ai beni cinesi di “invadere” i mercati europei, compreso quello francese.
È quindi la combinazione dei due eventi, entrata nell’euro e ingresso della Cina nell’Omc, ad aver favorito il ribaltamento del saldo commerciale francese. Nel periodo 2001-2015, infatti, il saldo con la Cina è passato da -6 a -28 miliardi; quello con la Germania da -12 a -30. Questi due soli cambiamenti costituiscono i due terzi del peggioramento del saldo totale, che nello stesso periodo è passato da un surplus di 39 miliardi a un deficit di 26.
Inoltre è interessante notare come anche l’Italia abbia avuto una performance di competitività migliore rispetto a quella francese. Nonostante siano due paesi comparabili nelle grandezze economiche, condividano la stessa valuta, e siano state esposte entrambe al fenomeno Cina, l’economia italiana è riuscita ad affrontare con maggiore flessibilità i nuovi scenari internazionali, riuscendo ad avere un saldo commerciale totale positivo e migliorando quello specifico con la Francia.

Figura 2

Fonte: United Nations Comtrade Database

 

 

 

The post Il deficit commerciale che influenza il voto francese appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Il Punto

Ven, 21/04/2017 - 11:06

Theresa May porta il Regno Unito a elezioni anticipate cercando in un successo alle urne una (azzardata) legittimazione della sua “hard Brexit”. All’opposizione un fragile Jeremy Corbyn accetta la sfida con il rischio concreto di affossare il suo Labour party. Manca un Blair a sparigliare gli opposti cinismi.
La delibera di Agcom impone a Vivendi di scendere drasticamente nel capitale di Mediaset o di Tim. Due i punti controversi: la nozione di “collegamento” azionario e la difficile individuazione del perimetro del mercato rilevante, quello della “comunicazione elettronica”. In ogni caso, l’autorità dovrebbe segnalare al legislatore l’opportunità di aggiornare le norme.
Nel programma nazionale delle riforme (Pnr) accluso al Def si parla del sostegno all’occupazione femminile e del secondo percettore di reddito familiare (che otto volte su dieci nelle famiglie con due redditi è donna). Una riduzione dell’Irpef mediante detrazione delle spese per i figli potrebbe essere una misura adatta allo scopo.
Meno peggio due anni di prigione per insider trading o una sanzione amministrativa più confisca dell’illecito profitto? Per la Consulta, chiamata a giudicare sulla retroattività della norma, la seconda punizione è più lieve. Ma la multa può arrivare a 15 milioni e per la confisca non c’è un tetto. Quasi meglio la galera.

Nadia Linciano risponde ai commenti al suo articolo “Educazione finanziaria: ci vuole una strategia nazionale

15 anni de lavoce.info: feste-convegni 5 giugno a Milano e 6 giugno a Roma
Nel 2017, lavoce.info compie 15 anni. Festeggeremo il compleanno con i nostri affezionati lettori e sottoscrittori la mattina di lunedì 5 giugno a Milano e il pomeriggio di martedì 6 giugno a Roma. Intanto: SAVE THE DATE! A breve comunicheremo il come e il dove.
E, se potete, destinate e fate destinare il 5 per mille dell’Irpef a questo sito in quanto “associazione di promozione sociale”: Associazione La Voce, Via Bellezza 15 – 20136 Milano, codice fiscale 97320670157. Grazie!

The post Il Punto appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Non è mai troppo tardi. Neanche per l’educazione finanziaria

Ven, 21/04/2017 - 10:16

Perché serve una strategia nazionale

Il mio articolo “Educazione finanziaria: ci vuole una strategia nazionale” ha suscitato diversi commenti dei lettori.
Quando si discute di educazione finanziaria occorre sgombrare il campo da alcuni equivoci.
Primo: il fine ultimo non è fare degli italiani degli esperti di finanza bensì quello di dare loro i riferimenti essenziali per un corretto processo decisionale in ambito economico e finanziario. Non sarebbe male partire dall’alfabetizzazione finanziaria, per trasmettere alcune nozioni semplici e di base (nell’ambito degli investimenti, ad esempio, i concetti di relazione rischio-rendimento e di diversificazione). Non è necessario essere un meccanico o un ingegnere per guidare una macchina, ma è fondamentale saper leggere i segnali stradali.
Secondo: l’educazione finanziaria è complementare, mai sostitutiva, rispetto agli altri strumenti di tutela dell’investitore, ossia regole di trasparenza e di correttezza. E per continuare con le metafore: quando si decide di acquistare un’abitazione, pur non essendo un avvocato, torna indubbiamente utile saper leggere e scrivere e sapere a chi rivolgersi in caso di controversie.
Terzo: la scuola deve poter giocare un ruolo fondamentale nell’alfabetizzazione economico-finanziaria dei giovani, ma cosa fare con gli adulti? Non è semplice rispondere a questa domanda. Si può tuttavia pensare di coinvolgere anche i media e di identificare moduli formativi mirati a soddisfare le esigenze conoscitive associate a momenti precisi e ben individuati, che possono spaziare dall’apertura di un conto corrente alla stipula di un mutuo ipotecario fino ad arrivare a più articolate scelte di investimento del risparmio disponibile.
La strategia nazionale di educazione finanziaria consentirà, auspicabilmente, di affrontare anche questi profili attraverso la definizione di programmi mirati per specifici segmenti della popolazione e il coinvolgimento dei soggetti che possono svolgere un ruolo attivo nel processo di alfabetizzazione degli italiani. “Non è mai troppo tardi”, come ci ricordava il maestro Manzi.

The post Non è mai troppo tardi. Neanche per l’educazione finanziaria appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Agcom tra sentenza Vivendi e una legge da cambiare

Ven, 21/04/2017 - 10:14

Con una decisione molto attesa, l’Agcom ha accertato che la partecipazione azionaria di Vivendi in Tim e Mediaset viola le norme. Ma il vero problema è una legge sulle telecomunicazioni che non risponde più allo sviluppo del mercato.

Vivendi obbligata a scegliere

E così la tanto attesa decisione dell’Agcom è arrivata il 18 aprile: a conclusione dell’istruttoria durata quasi quattro mesi, l’Autorità ha accertato che la partecipazione azionaria di Vivendi in Tim e Mediaset viola le disposizioni vigenti poste a tutela del pluralismo e in particolare l’articolo 43 comma 11 del decreto legislativo 177/2005, che impedisce a chi detiene più del 40 per cento del mercato delle comunicazioni elettroniche, in questo caso Tim, di avere oltre il 10 per cento del sistema integrato delle comunicazioni (Sic), nella fattispecie Mediaset.
Nella delibera, l’Agcom ordina a Vivendi di rimuovere la posizione accertata di “controllo o collegamento” in una delle due società entro dodici mesi, imponendole di fornire entro 60 giorni uno specifico piano che illustri in dettaglio le modalità con le quali intende ottemperare all’ordine. Qualora ciò non avvenga, l’Agcom potrà irrogare una sanzione amministrativa che va dal 2 al 5 per cento del fatturato della società (ultimo bilancio d’esercizio).
Si tratta di una soluzione prevista e anticipata da indiscrezioni. Ciò nondimeno la decisione apre la strada a diversi possibili scenari che sarà interessante valutare.
Innanzitutto, comporterà un ricorso al Tar e – si dice – alla Commissione europea da parte Vivendi, perché vi sono almeno due aspetti critici: la nozione di collegamento e l’individuazione dei mercati rilevanti, in particolare nel settore delle comunicazioni elettroniche.
Sul primo, la posizione di Vivendi è che per ricadere nel “collegamento” si deve poter esercitare “un’influenza dominante” secondo il diritto antitrust e questo non avviene, quantomeno nei confronti di Mediaset. L’Agcom ha invece ritenuto che, in coerenza con l’articolo 2359 del codice civile, vada considerato come collegamento “qualunque posizione di forza detenuta da un’impresa operante nel settore, sia essa di nuova formazione o consolidata nel tempo, sia essa raggiunta direttamente o indirettamente, che possa comunque costituire una minaccia per il valore del pluralismo dell’informazione (che vieta la posizione dominante e non l’abuso come avviene invece in materia antitrust, ndr) e ciò indipendentemente dal fatto che tale posizione possa considerarsi rilevante ai fini del diritto antitrust”. Il tema è talmente complicato che lasciamo volentieri ai giuristi il compito di interpretare correttamente la norma, ma certamente sul punto la battaglia non può dirsi conclusa.

La questione della telefonia mobile

Sul secondo aspetto – i mercati rilevanti – una riflessione più ampia e approfondita appare invece opportuna. Nella definizione dei mercati che rilevano ai fini del superamento della soglia, non compare la telefonia mobile al dettaglio.
Certamente è un settore più di altri sottoposto a pressioni concorrenziali e Agcom giustifica minuziosamente le ragioni del suo mancato inserimento. D’altra parte, però, nell’analizzare le possibili conseguenze della presenza incombente di Vivendi nel sistema italiano non si può dimenticare che il mobile è il vero settore dinamico e in forte crescita, su cui si concentrano oggi le strategie commerciali dei principali attori.
Basti considerare alcuni dati. A dicembre 2016 in Italia, secondo Audiweb/Nielsen, la percentuale di utenti unici che fruiscono di video in modalità on-line ha raggiunto l’82,5 per cento del totale ed è in costante crescita (del 31 per cento in due anni), con un consumo medio giornaliero individuale di 2 ore e 34 minuti. Il 79,2 per cento del totale è stato generato dalla navigazione da mobile (smartphone e tablet), di cui l’88,8 per cento da mobile app, con un incremento del 36,8 per cento rispetto al 2015.
L’assenza del mobile dall’analisi certamente aumenta le quote di Tim sul mercato delle comunicazioni elettroniche (55 per cento), anche se non è scontato che il suo inserimento avrebbe evitato alla società il superamento della quota critica del 40 per cento. La scelta rimane comunque difficilmente comprensibile: appare estranea a una valutazione strategica del mercato, in grado di considerare non soltanto gli effetti attuali, peraltro dirompenti, ma anche quelli prospettici in un settore alle prese con grandi processi d’innovazione e trasformazione.
Proprio nei giorni in cui Netflix festeggia i 100 milioni di abbonati nel mondo, Amaz

The post Agcom tra sentenza Vivendi e una legge da cambiare appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Quando un taglio dell’Irpef può far nascere più bambini

Ven, 21/04/2017 - 10:13

Ridurre la tassazione sul secondo percettore di reddito potrebbe rivelarsi una buona idea per contrastare la bassa natalità in Italia. Perché molto spesso si tratta di donne e una misura simile favorirebbe la loro partecipazione al mercato del lavoro.

Perché sostenere il secondo percettore di reddito

Il Programma nazionale di riforma presentato l’11 aprile dal governo accenna all’adozione di misure per il sostegno all’occupazione femminile e per il secondo percettore di reddito (pagine 79 e 80). Un intervento di questo tipo sarebbe una buona misura pro-natalità, data la relazione positiva tra partecipazione femminile al mercato del lavoro e tassi di fecondità.
Nell’81 per cento delle famiglie bi-reddito italiane, il secondo percettore è una donna. Un eventuale intervento sull’Irpef a favore del secondo percettore è dunque un modo di ridurre la tassazione sul reddito da lavoro delle donne, incoraggiando così la loro partecipazione al mercato. Per tradurlo in pratica, si potrebbero estendere le categorie di spesa per la cura dei bambini detraibili dall’Irpef, aggiungendo alle voci oggi previste (asili nido e istruzione) quelle per baby-sitter, centri estivi o altro, e nello stesso tempo aumentare l’aliquota di detrazione se entrambi i coniugi lavorano, riducendo così quella effettiva pagata dai nuclei bi-reddito.
In questo modo si renderebbe la scelta delle madri di continuare a lavorare dopo la nascita dei figli un’opzione concreta e fattibile, mettendo le coppie in condizione di decidere di avere un secondo, se non un terzo figlio. Solo l’occupazione di entrambi i coniugi assicura, infatti, le risorse necessarie a crescere più bambini. Un intervento di questo tipo non ha vizi di incostituzionalità, che sono invece presenti nei casi della tassazione differenziata per genere o della tassazione familiare, implicita nel quoziente familiare. E la proposta era già emersa il 10-12 marzo scorso al Lingotto, nel gruppo di lavoro “Nuova economia e fisco amico”.

Misure diverse per due obiettivi diversi

Le implicazioni negative per la collettività di un basso tasso di natalità sono note a tutti, ma la relazione tra natalità e tassazione è meno immediata e merita una riflessione. O meglio, il disegno delle politiche a sostengo della natalità richiede una corretta rappresentazione della relazione che esiste non solo tra tassazione del reddito e occupazione femminile, ma soprattutto tra quest’ultima e la fecondità.
Infatti, una delle maggiori trasformazioni avvenute nell’ultimo quarantennio nella società occidentale è l’inversione della relazione tra occupazione femminile e numero medio di figli per donna. Nel 1980 la relazione era negativa: il numero medio di figli per donna era più alto nei paesi dove si registravano bassi tassi di occupazione femminile. Negli anni Duemila la relazione è diventata invece positiva, ossia il numero medio di figli per donna è più alto laddove i tassi di partecipazione femminile al mercato del lavoro sono più alti.
Gli ultimi dati Oecd (2014) mostrano che in Europa esiste un nutrito gruppo di paesi con tasso di occupazione delle madri tra il 72 e l’83 per cento, nei quali si registrano tassi di fecondità tra l’1,7 e il 2: Svezia, Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio, Finlandia, Francia. All’estremo opposto si trovano paesi (ad esempio Polonia, Italia, Grecia, Spagna, Malta, Cipro e Ungheria) con tassi di occupazione femminile delle madri tra il 50 e il 70 per cento, associati a tassi di fecondità tra l’1,3 e l’1,4.
Nel nostro paese, la stessa fotografia si ottiene se si guardano i dati per regione su partecipazione femminile al mercato del lavoro e fecondità: le regioni del Sud registrano i valori più bassi di ambedue gli indicatori (Sardegna, Basilicata, Calabria e Puglia, per esempio), mentre in alcune tra quelle del Centro-Nord (Veneto, Lombardia, Valle d’Aosta, Emilia-Romagna) entrambi gli indicatori sono al di sopra della media del paese.
Stabilire un nesso causale tra occupazione femminile e tassi di fecondità è più complesso, ma le analisi comparate tra paesi avanzati mostrano che la relazione tra fecondità e sviluppo è diventata positiva negli stati con più alto indice di sviluppo umano e che hanno adottato politiche a favore della parità di genere. In questi paesi si registrano alti livelli di istruzione delle donne, una partecipazione femminile al mercato del lavoro di livello analogo a quella maschile e una più egualitaria divisione del lavoro di cura e di casa fra i coniugi.
In effetti, la misura a favore delle coppie bi-reddito è solo una delle tante che sarebbero necessarie se si fosse davvero persuasi che la bassa natalità italian

The post Quando un taglio dell’Irpef può far nascere più bambini appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Insider trading: se la Consulta ammette la confisca retroattiva

Ven, 21/04/2017 - 10:12

La sanzione che la Consob può essere infliggere per l’illecito amministrativo di insider trading è tutt’altro che lieve. Anzi la Consulta la definisce punitiva. Però ne ammette la retroattività, perché sarebbe un regime più favorevole rispetto al passato.

Sanzione punitiva per l’insider trading

Secondo la Corte costituzionale, la Consob può legittimamente confiscare all’autore di un insider trading denaro e beni per un importo corrispondente al valore del profitto dell’illecito, anche se una simile sanzione non era prevista dalla legge quando il fatto è stato commesso.
La sorprendente affermazione è contenuta nella sentenza n. 68/2017, pubblicata lo scorso 7 aprile, con la quale i giudici di Palazzo della Consulta hanno dichiarato inammissibile una questione di legittimità costituzionale sollevata dalla seconda sezione della Cassazione civile, per una norma che stabilisce l’applicabilità di questa forma di confisca – denominata confisca “per equivalente” – anche ai fatti commessi prima del 2005, quando la sanzione fu per la prima volta introdotta nell’ordinamento italiano in relazione agli illeciti amministrativi di abuso di mercato.
La Corte costituzionale, in verità, ha riconosciuto che la confisca per equivalente costituisce una sanzione punitiva, come tale soggetta al quadro di garanzie che la Costituzione italiana e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo prevedono per la materia penale, tra le quali il divieto di applicazione retroattiva delle nuove pene introdotte dal legislatore. Tuttavia, la Corte ha considerato che i fatti di insider trading sanzionabili oggi soltanto con sanzioni amministrative da parte della Consob erano già previsti come reato prima della riforma del 2005, ed erano soggetti allora alla pena della reclusione fino a due anni, nonché a una pena pecuniaria. Trasformando il reato in un mero illecito amministrativo, e facendo così venir meno la possibilità di applicazione della pena detentiva, il legislatore del 2005 avrebbe introdotto un regime sanzionatorio complessivamente più favorevole, che potrebbe essere applicato senza difficoltà anche ai fatti pregressi, senza alcuna violazione del divieto costituzionale.
Tradotta in termini più prosaici, la logica della Consulta è più o meno la seguente: se hai commesso una condotta di insider trading prima del 2005, ringrazia il cielo che il legislatore ti risparmia oggi la galera; e non lagnarti della sanzione pecuniaria irrogata dalla Consob, che – non coinvolgendo la libertà personale – è certamente più favorevole rispetto a quella precedente.

Perché non è un regime più favorevole

Che le cose stiamo proprio così, però, è lecito dubitare. Come ho sottolineato in un altro più ampio intervento, la sanzione che può essere inflitta dalla Consob per l’illecito amministrativo di insider trading è tutt’altro che una bagatella. Prima del 2005, il soggetto rischiava una modesta pena detentiva condizionalmente sospesa, assieme a una multa probabilmente contenuta in qualche decina di migliaia di euro. Oggi la sanzione pecuniaria amministrativa può arrivare fino a 15 milioni di euro; e a tale somma dovrà aggiungersi quella colpita dalla confisca per equivalente, che non ha tetto massimo, dal momento che il suo ammontare dipende dall’entità del profitto che il soggetto ha ricavato dall’operazione. Sostenere che la riforma abbia in definitiva migliorato la posizione del soggetto, mi pare davvero difficile.
Ma tant’è: la Corte costituzionale ha avallato, con questa sentenza, una pericolosa deroga al principio di non retroattività della sanzione penale. E lo ha fatto proprio nel contesto di una sentenza in cui – meritoriamente – aveva riconosciuto che la confisca per equivalente irrogata dalla Consob, proprio perché così rilevante, ha una “colorazione penale”. Peccato che da questa importante considerazione, suscettibile di aprire la strada al riconoscimento di maggiori tutele per l’individuo di fronte alla potestà sanzionatoria della pubblica amministrazione, la Corte non abbia tratto le necessarie conseguenze rispetto alla specifica sanzione sottoposta al suo esame.

The post Insider trading: se la Consulta ammette la confisca retroattiva appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Regno Unito al voto: una decisione dettata dal cinismo

Gio, 20/04/2017 - 16:28

Con una decisione di smisurato cinismo, Theresa May chiama il Ragno Unito al voto. Il suo obiettivo è distruggere il partito laburista e quel che resta del cameronismo nei tory. Lo raggiungerà, ma il significato della Brexit non diventerà più chiaro.

Il cinismo di Mrs May… 

La motivazione data da Theresa May per la sua decisione di indire un’elezione anticipata è che le trattative del governo con la UE per ottenere il miglior risultato per il paese sono rese difficili dai partiti di opposizione. Faccio fatica a immaginare una motivazione più balzana. L’esperienza del referendum deve averla convinta che gli elettori si possono abbindolare con frottole straordinarie, come la promessa di 350 milioni in più alla settimana per il sistema sanitario nazionale, purché attribuibili alla perfidia dei pro-europei.
In realtà, l’opposizione alla Brexit è davvero debole. Esprimere dubbi e perplessità sull’uscita dall’Europa attira veementi accuse di sabotaggio anti-democratico: il popolo ha deciso, indietro non si torna. Se le accuse non fanno un baffo al veterano Kenneth Clarke, il solo deputato tory a votare contro l’articolo 50, che ha dichiarato ghignando di aver seguito la politica ufficiale dei tory nei quaranta anni precedenti il 24 giugno, molti deputati laburisti hanno invece ubbidito all’ordine di Jeremy Corbyn di votare con il governo a favore dell’articolo 50, per “adeguarsi alle preferenze dei loro elettori”. I nazionalisti scozzesi e i liberal-democratici si sono sì opposti, ma insieme arrivano a malapena al 10 per cento dei parlamentari. La Camera dei Lord si rifiuta di dare carta bianca al governo, ma è semplicemente il suo compito, e in ogni caso Downing Street può bellamente ignorare le sue opinioni.
Il vero motivo dell’arrogante voltafaccia di Mrs May, che solo in marzo aveva negato per l’ennesima volta di avere intenzione di indire le elezioni, è la convinzione di avere a portata di mano un trionfo elettorale senza precedenti. Convinzione basata sia sui sondaggi elettorali, che danno fino a venti punti percentuali di vantaggio al suo partito, sia su risultati ufficiali: nella recente elezione in un collegio dove il deputato si era dimesso, i tory hanno strappato il seggio ai laburisti che lo detenevano dal 1935. È rarissimo per il governo espugnare un collegio dell’opposizione: l’ultima volta era successo nel 1982, negli anni d’oro di Margaret Thatcher. Numerosi anche i seggi regionali dove i laburisti sono sconfitti dai tory. I conservatori potrebbero dunque arrivare a 400 deputati, livello che nemmeno Thatcher raggiunse mai, avvicinandosi al record del primo trionfo di Tony Blair, che ne ottenne 418.
Oltre a un posto sicuro nella storia elettorale, penso che Madam May abbia anche calcolato che diluire l’ala più fanaticamente brexitista dei tory in un brodo di neo-deputati che le devono un inaspettato ingresso in parlamento possa renderle la vita più facile, evitandole di dover continuamente preoccuparsi della Camera dei comuni nelle trattative con l’UE. E c’è chi sostiene che May sia seriamente preoccupata dagli effetti che la prospettiva di una Brexit dura comincia ad avere sull’economia. Nonostante il linguaggio truculento, potrebbe essere un presagio che la Brexit si ammorbidirà. I mercati finanziari sembrano condividere questa opinione e la sterlina si è rivalutata rispetto ad altre valute all’annuncio delle elezioni. Durerà?

… e quello di Mr Corbyn

Per la prima volta da quando era assessore nel municipio londinese di Haringey, Jeremy Corbyn ha dovuto prendere una decisione con conseguenze pratiche. La riforma costituzionale imposta da David Cameron fissa in cinque anni la durata della legislatura. In passato il primo ministro poteva semplicemente chiedere alla regina di sciogliere il parlamento; dal 2010, invece, è necessaria una maggioranza di due terzi dei deputati. Se i laburisti avessero votato contro, l’elezione non si sarebbe potuta tenere. Corbyn ha giustificato il suo appoggio al governo dichiarando che il paese avrà finalmente la possibilità di eleggere lui come primo ministro, ma nemmeno nei suoi sogni più fantastici il leader laburista può pensare davvero di varcare la soglia del numero 10 di Downing Street il 9 giugno. È infatti difficile immaginare un partito più diviso, demoralizzato e guidato da una leadership di più straordinaria incompetenza. Di Brexit Corbyn non parla nemmeno, e al di là di fatue tirate demagogiche contro il capitalismo e la disuguaglianza, le idee concrete del governo-ombra per rivoluzionare il paese si possono riassumere nelle proposte di alzare il sussidio a chi accudisce genitori anziani a casa, aume

The post Regno Unito al voto: una decisione dettata dal cinismo appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Il Punto

Mer, 19/04/2017 - 10:31

La riforma dell’Irpef (oggi messa da parte dall’agenda politica) riguarda la fissazione del numero delle aliquote sugli scaglioni di reddito, le voci da escludere dalla base imponibile e le eventuali addizionali locali. Tre temi suscettibili di soluzioni diverse su cui apriamo un confronto su lavoce.info. Di sicuro, serve un sistema fiscale più equo e più trasparente. Più trasparenza farebbe bene anche al Documento di economia e finanza – Def – dove presenta le risorse destinate alle regioni. Chi legge l’allegato ha un’idea dell’aumento della spesa corrente degli enti e del ristagno di quella in conto capitale. Ma la qualità e quantità di dati e informazioni è decisamente migliorabile. Un altro luogo dove regna l’opacità – e in molti casi la disinformazione – è la banca. Un libro prova a guidare il risparmiatore nella nebbia che avvolge prodotti finanziari, costi, commissioni. Le autorità si accontentano di vigilare sugli aspetti formali.
Oggi favorito nella corsa all’Eliseo, Emmanuel Macron propone ai francesi un programma economico più liberale di Marine Le Pen e meno pro-mercato di Fillon. Usa toni socialdemocratici per catturare voti a sinistra ma rompe con la tradizione socialista su fiscalità, politica del lavoro e concertazione.
La riforma Fornero ha alzato bruscamente l’età della pensione in un’economia in cui crollava la crescita. Risultato (non voluto ma inevitabile): sempre più alta la proporzione di giovani disoccupati. Mentre – non sorprende – sono molto saliti gli occupati tra i 55 e i 74 anni.
Vediamo le motivazioni dell’ordinanza di blocco di Uber (ora sospeso fino ai primi di maggio) da parte del Tribunale di Roma. Se c’è una legge che limita l’accesso a un’attività, si dice, il giudice deve farla rispettare. Tocca ai politici, non ai magistrati, accompagnare il cambiamento.

Luca Micheletto risponde ai commenti al suo articolo “A ogni età la sua imposta

15 anni de lavoce.info: feste-convegni 5 giugno a Milano e 6 giugno a Roma
Nel 2017, lavoce.info compie 15 anni. Festeggeremo il compleanno con i nostri affezionati lettori e sottoscrittori la mattina di lunedì 5 giugno a Milano e il pomeriggio di martedì 6 giugno a Roma. Intanto: SAVE THE DATE! A breve comunicheremo il come e il dove.
E, se potete, destinate e fate destinare il 5 per mille dell’Irpef a questo sito in quanto “associazione di promozione sociale”: Associazione La Voce, Via Bellezza 15 – 20136 Milano, codice fiscale 97320670157. Grazie!

The post Il Punto appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Irpef, una riforma da fare

Mer, 19/04/2017 - 10:14

La riforma dell’Irpef è necessaria perché la sua attuale struttura presenta molti problemi. Senza compromettere il gettito, quali sono i possibili interventi su aliquote e detrazioni? Da ripensare anche il ruolo delle addizionali regionali e comunali.

Aliquote marginali, medie ed effettive

Non è chiaro se la riforma dell’Irpef, che doveva caratterizzare la manovra di politica economica per il 2018, sarà davvero inserita nella prossima legge di bilancio. Tuttavia, si tratta di un tema da affrontare con urgenza. L’attuale Irpef presenta infatti un insieme articolato di criticità, che qui ci limitiamo a sintetizzare, senza alcuna pretesa di esaustività e nella speranza di rialimentare il dibattito.
Un primo problema riguarda l’elevato livello delle aliquote marginali e medie, e di quelle marginali effettive, che a causa di detrazioni decrescenti rispetto al reddito sono ancora più alte di quelle formali, soprattutto a redditi medio-bassi ( si veda qui e qui). La struttura delle aliquote è poco equa, tende a ridurre l’offerta di lavoro e la partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto da parte delle donne e dei soggetti con redditi medio-bassi, tra cui si concentrano i giovani, e alimenta il sommerso. Per risolvere le criticità occorre non solo ridurre le aliquote formali, ma anche rivedere radicalmente il sistema delle detrazioni.
Anche per questo è tornata a circolare l’ipotesi di flat tax, che supererebbe gli scaglioni, ma con effetti redistributivi non desiderati. E se questi ultimi fossero mitigati da una forma di imposta negativa, vi sarebbero perdite di gettito difficilmente sostenibili.
Se si rimane nel quadro di un’imposta per scaglioni, ridurre le prime aliquote sarebbe costoso dal punto di vista del gettito perché coinvolgerebbe tutti i contribuenti, compresi quelli con redditi più elevati. Anche per questa ragione, è interessante la proposta di riduzione selettiva delle aliquote per i giovani che, pur criticata sul piano della compatibilità costituzionale, diluirebbe l’effetto di gettito lungo il ciclo di vita dei contribuenti.
In alternativa, si potrebbe agire sulle deduzioni e, soprattutto, sulle detrazioni, un’altra delle criticità dell’Irpef.

Detrazioni e 80 euro

La revisione delle detrazioni dall’Irpef lorda si inserisce in quella, più ampia, delle “tax expenditures” (si veda qui e qui). Le detrazioni Irpef, tuttavia, hanno una loro specificità. Quelle sul reddito da lavoro sono disegnate per creare la no tax area, modulare la progressività e attuare la discriminazione qualitativa dei redditi. La loro eventuale modifica incide direttamente su tutti questi aspetti, oltre a cambiare l’aliquota marginale effettiva. Le detrazioni per carichi familiari non soddisfano i criteri di equità orizzontale e verticale, sia per il problema degli “incapienti” che per la loro struttura, che non tiene adeguatamente conto dei costi e delle economie di scala delle diverse strutture familiari. Tra le proposte alternative, ci sono il quoziente familiare alla francese o il fattore famiglia, che però riducono ulteriormente gli incentivi al lavoro femminile, oltre a causare perdite di gettito. Andrebbe anche considerato l’assegno al nucleo familiare che, pur formalmente fuori dall’Irpef, contribuisce a rendere l’andamento dell’aliquota marginale effettiva ancora meno trasparente e del tutto irrazionale, con alcuni casi particolari in cui l’aliquota schizza a valori estremamente elevati. Una soluzione potrebbe essere la rivisitazione nella direzione di un assegno universale unico, correlato alla prova dei mezzi ( si veda qui e qui). Più in generale, la riforma dell’Irpef andrebbe condotta tenendo conto di tutti gli strumenti di welfare familiare esistenti. Mentre le detrazioni per oneri (spese mediche in primo luogo) sono utilizzabili solo in parte da chi ha redditi bassi.
È indubbio che la riforma dell’Irpef dovrà coinvolgere anche il bonus di 80 euro al mese per i dipendenti a reddito medio-basso introdotto nel 2014 e che ha molti difetti. Pur garantendo un forte calo dell’incidenza dell’imposta su buona parte dei soggetti interessati, infatti, non spetta agli incapienti, dipende dal reddito individuale e non da quello famigliare, produce aliquote marginali molto elevate tra 24mila e 26mila euro. L’idea di incentivare con un credito di imposta l’offerta di lavoro dei contribuenti a reddito basso è stata applicata in altri paesi (Usa, Francia) e si giustifica con l’aumento della polarizzazione dei redditi nel mercato del lavoro, ma andrebbe coordinata meglio con la struttura complessiva dell’Irpef.
Un altro aspett

The post Irpef, una riforma da fare appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Quanto spende lo stato nelle regioni

Mer, 19/04/2017 - 10:13

Il Def contiene un allegato in cui sono elencate le spese dello stato nelle regioni e nelle province autonome. Così come proposto oggi, il documento non dà molte informazioni. Basterebbero però alcune modifiche per renderlo più utile e chiaro.  

Pagamenti alle regioni e agli enti locali

La legge di contabilità e finanza pubblica 196/2009 illustra, all’art. 10, i contenuti obbligatori del Documento di economia e finanza. In particolare, il comma 10 prevede che: “In apposito allegato al Def, in relazione alla spesa del bilancio dello Stato, sono esposte, con riferimento agli ultimi dati di consuntivo disponibili, distinte tra spese correnti e spese in conto capitale, le risorse destinate alle singole regioni, con separata evidenza delle categorie economiche relative ai trasferimenti correnti e in conto capitale agli enti locali, e alle province autonome di Trento e di Bolzano”. Queste spese non riguardano quindi semplicemente i trasferimenti che lo stato attribuisce alle singole regioni, bensì ogni flusso che affluisce a vario titolo alle stesse. Beninteso, è esclusivamente spesa statale, regionalizzata ove possibile secondo il luogo fisico in cui avvengono i pagamenti, escludendo quindi quella delle regioni e degli enti locali stessi. Ne emerge un quadro da un lato molto variegato e dall’altro ancora molto poco esplicativo, mentre sarebbe utile conoscerne qualche dettaglio in più.
Le tabelle contenute nel Def sono tre e operano diverse distinzioni. Innanzitutto, vengono presentati i flussi totali per ogni singola regione e provincia autonoma; viene anche riportato il totale dei pagamenti attribuiti alle regioni, ma di cui è impossibile una esatta allocazione territoriale (cosiddetta spesa non regionalizzata; ad esempio, pagamenti destinati all’estero e quote di ammortamenti, nonché le risorse non attribuite direttamente dallo stato ma versate in fondi del bilancio o attribuite a enti “intermedi” e poi riallocate). Infine, i flussi sono distinti per categoria economica, distinguendo parte corrente e parte in conto capitale.

Una grande variabilità

La spesa totale risulta in aumento, da 482 miliardi di euro nel 2014 a 526 miliardi nel 2015. In sé, il dato non è troppo indicativo: l’aumento di spesa statale potrebbe aver compensato la diminuzione di quella regionale o locale, quindi la spesa in una singola regione potrebbe essere addirittura diminuita. Limitandoci comunque all’osservazione della spesa statale, l’aumento riguarda solo la parte corrente (per quasi 60 miliardi), mentre quella in conto capitale è diminuita di quasi 15 miliardi.
Ben oltre la metà delle risorse (ad esempio, per il 2015, 311 miliardi sui 526) non sono attribuibili nello specifico alle singole regioni. Si tratta di una somma probabilmente giustificata dalla natura dei pagamenti, ma che certamente rende i dati presentati poco utili dal punto di vista analitico e informativo. Per quanto riguarda la sola spesa regionalizzata corrente, appare in diminuzione in Friuli Venezia Giulia, in Liguria, in Toscana e nelle province autonome di Trento e Bolzano; le spese regionalizzate in conto capitale, invece, diminuiscono in Calabria, Emilia Romagna, Lazio, Molise, Puglia, Sardegna, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto. Tuttavia, vale la pena di notare come le spese in conto capitale siano per loro natura soggette a grande variabilità di anno in anno; sarebbe dunque un po’ azzardato trarre troppe conclusioni da questo andamento. In totale, dal 2014 al 2015 guidano la classifica delle regioni con maggiore aumento dei pagamenti la Lombardia e il Piemonte (+2 miliardi circa), mentre al contrario il Lazio subisce il più ampio taglio di risorse (-2,2 miliardi circa).
Di nuovo, bisogna sottolineare come questi confronti siano molto parziali, in quanto avvengono esclusivamente sulla base di soli flussi regionalizzati (meno della metà del totale).
Le tabelle che distinguono per categorie economiche permettono di avere qualche dettaglio in più sulla funzione dei flussi. In particolare, per quanto riguarda le spese correnti (480 miliardi nel 2015), oltre la metà erano costituite da trasferimenti ad amministrazioni pubbliche (254 miliardi) e quasi 87 miliardi riguardavano la spesa per il personale. Tra le regioni con maggiori attribuzioni per la spesa di personale emergono il Lazio (8,7 miliardi) e la Lombardia (5,6 miliardi); curiosamente poco più sotto in classifica si trovano la Campania (5,4 miliardi) e la Puglia (4,2 miliardi). Il Lazio surclassa tutte la altre regioni per quanto riguarda i consumi intermedi: 5,4 miliardi nel 2015. Ciò non sorprende, in quanto la spesa analizzata comprende anche quella per i ministeri, c

The post Quanto spende lo stato nelle regioni appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Banche di nebbia

Mer, 19/04/2017 - 10:13

Nei rapporti tra banche e clienti, il problema numero uno è l’informazione. Nel libro pubblicato da Università Bocconi Editore, Angelo Baglioni accende un faro sulle insidie nascoste nei prodotti finanziari e non solo. Ecco un estratto della introduzione.

Entrare in banca è come guidare nella nebbia

Cosa c’è in comune tra entrare in una banca e guidare in una giornata invernale per una strada della Val Padana? La nebbia. Vi sarà capitato di entrare nella filiale di una banca e di chiedere informazioni sui servizi offerti e sui prodotti di investimento. All’inizio può sembrare tutto chiaro. Ma se poi cercate di approfondire e di sapere con esattezza quali sono i costi dei servizi e i rischi degli investimenti proposti, allora vi accorgete che non è facile capire le informazioni che vi vengono date. L’operatore che vi sta di fronte comincia a usare termini tecnici, oppure vi sottopone documenti informativi lunghi e ricchi di grafici di non facile comprensione. E così le vostre idee si fanno confuse, e avete la sgradevole sensazione di non riuscire a vedere quello che cercavate. Proprio come accade quando un banco di nebbia invade la strada che state percorrendo e non riuscite più a scorgere dov’è la prossima curva.

Disinformazione finanziaria

Fuor di metafora, nel rapporto tra banche e clienti c’è un problema: l’informazione. Ci sono casi in cui le informazioni non vengono date. Ci sono altri casi in cui ne vengono date troppe. L’eccesso di informazione può essere altrettanto dannoso della carenza di informazione: si può nascondere un dato importante annegandolo in un mare di altri dati inutili. Infine, ci sono i casi in cui le informazioni vengono trasmesse usando termini tecnici, incomprensibili alla stragrande maggioranza delle persone. In tutti questi casi, si arreca un danno ai clienti, perché non li si mette nella condizione migliore per fare scelte finanziarie consapevoli. Ad esempio, non si permette ad un investitore di valutare i rischi di un investimento, inducendolo di fatto a prendersi rischi eccessivi. Oppure non si consente a un cliente di conoscere con chiarezza i costi dei servizi bancari, con la conseguenza di rendere più difficile il confronto tra le offerte delle diverse banche: questo è un modo per ostacolare la concorrenza.
La mancanza di trasparenza non danneggia solo i clienti delle banche, ma anche le banche stesse. I casi più eclatanti di cattiva informazione, come quello delle obbligazioni subordinate vendute a clienti ignari delle caratteristiche di quei titoli, creano un danno di reputazione a tutto il settore bancario. Al di là di questi casi estremi, la sensazione di non essere adeguatamente informati porta ad una diffusa diffidenza dei risparmiatori verso gli intermediari finanziari. Una banca che voglia migliorare il suo rapporto con la clientela, e per questa via diventare più attraente rispetto ad altre banche, dovrebbe senz’altro puntare sulla trasparenza della comunicazione.

Controlli solo formali

Va anche detto che le responsabilità di questa situazione non sono tutte degli operatori del settore finanziario, ma anche di chi fa le regole e vigila su questo settore. Spesso la vigilanza segue un approccio puramente formale, volto a mettere al riparo gli intermediari e le autorità stesse dal rischio legale, anziché a tutelare i risparmiatori. Questa è la ragione per cui, ad esempio, le emissioni di strumenti finanziari sono accompagnate da prospetti informativi lunghi centinaia di pagine, contenenti una infinità di informazioni: formalmente perfetti, ma nella sostanza inutili poiché illeggibili.

Un faro per orientarsi

Lo scopo di questo libro è di accendere un faro sulla disinformazione finanziaria, mettendo in luce dove si nascondono le maggiori insidie derivanti dalla opacità delle informazioni che noi risparmiatori riceviamo. Vedremo quali sono i rischi da cui bisogna imparare a difendersi. Cercheremo di orientarci nel labirinto dei costi dei servizi bancari e delle commissioni dei prodotti di investimento. Punteremo il dito anche su una regolamentazione farraginosa e una vigilanza inadeguata. Approfondiremo alcuni problemi sorti con l’avvio della unione bancaria europea: le nuove regole di gestione delle crisi bancarie sono state introdotte in modo particolarmente maldestro, arrecando non pochi danni ai risparmiatori. Infine, cercheremo di comprendere quali sono i punti di forza e di debolezza delle banche italiane, per capire se possiamo ancora fidarci di loro.
Questo non è un libro contro le banche. È un libro che vuole illustrare, con un linguaggio semplice e accessibile a tutti, i problemi che derivano dalla cattiva qualità dell’informazione fin

The post Banche di nebbia appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

L’economia di Macron tra cambiamento e continuità*

Mer, 19/04/2017 - 10:13

Emmanuel Macron potrebbe essere il prossimo presidente francese. In economia è un riformatore che vuole porre le basi per un nuovo modello di crescita, giusta e sostenibile. Un programma non facile da attuare, tanto più senza maggioranza in parlamento.

Nuovo modello di sviluppo

Brexit ed elezione di Donald Trump consigliano di non fidarsi troppo dei sondaggi, ma è probabile che Emmanuel Macron sarà il prossimo inquilino dell’Eliseo, un “progressista” e “candidato del lavoro e delle classi medie e popolari” il cui programma economico è destinato a incidere anche nel resto d’Europa e in Italia in particolare. Le proposte dell’ex ministro dell’Economia sono molto più liberali rispetto al programma protezionista di Marine Le Pen, senza arrivare ai toni thatcheriani di François Fillon. Vi si ritrovano i toni socialdemocratici di François Hollande e Manuel Valls, ma con strappi su fiscalità, politica del lavoro e soprattutto concertazione.
La diagnosi di Macron sull’Europa non si discosta da quella del centro-sinistra: l’austerità ha avuto effetti pro-ciclici, prolungando la recessione, lasciando in eredità un deficit di investimenti e infrastrutture. Se Parigi vuole riconquistare la parità politica con Berlino, sono fondamentali rigore fiscale e riforme strutturali: solo una Germania sicura della serietà delle intenzioni francesi potrà discutere di un vero budget e di un ministro delle Finanze dell’Eurozona. La filosofia è integrazione basata su responsabilità e solidarietà.
La Francia non ha vissuto la lunga recessione dell’Italia, ma la crescita del Pil negli ultimi anni è stata inferiore all’Eurozona e le diseguaglianze di reddito e di opportunità sono aumentate. Macron si prefigge di porre le basi per un nuovo modello di crescita, giusta e sostenibile (anche dal punto di vista macroeconomico) perché ecologica e al servizio della mobilità sociale. Da un lato, quindi, risparmi per 60 miliardi, di cui 25 nelle politiche sociali, 10 nelle spese degli enti locali e il resto grazie a “una modalità di governo totalmente nuova” (un mode de gouvernance totalement nouveau). Dall’altro, investimenti da 50 miliardi nella formazione (15), nella transizione energetica ed ecologica (15) e in altre priorità che vanno dalla sanità al digitale, dall’agricoltura ai trasporti.

Le misure annunciate

Per ridurre al 7 per cento la disoccupazione nel 2022, dal 10 per cento nel 2016, il candidato di En Marche! conferma la sua fiducia nel Jobs act transalpino, la legge El Khomri del 2016. Il miglioramento della congiuntura può creare 550mila posti di lavoro, le misure strutturali 750mila. Va resa più flessibile l’applicazione delle 35 ore, introdotto un massimale sulle indennità di licenziamento e favorite le negoziazioni decentralizzate (a livello di settore e di impresa), lasciando al legislatore solo la definizione dei principi (ma negando che le parti sociali possano essere portatrici dell’interesse generale).
Accanto alla maggiore disponibilità di spesa per le politiche attive, Macron propone di rendere obbligatorio il “bilancio delle competenze” e di sospendere i sussidi a chi rifiuta due proposte di assunzione consecutive. L’Unedic (Union nationale interprofessionnelle pour l’emploi dans l’industrie et le commerce) – l’ente paritetico (fortemente indebitato) che gestisce l’assurance-chômage (assicurazione contro la disoccupazione) – passerà sotto controllo pubblico, sarà finanziato dalla fiscalità generale e diventerà universale. Le allocations (sussidi) verranno estese ai salariati che lasciano volontariamente il proprio posto dopo almeno cinque anni e a lavoratori autonomi e liberi professionisti.
Sul fronte della competitività, la priorità è ridurre di 20 miliardi gli oneri tributari, con un’equa distribuzione tra imprese e famiglie. Previsti anche l’esonero completo del salario minimo (Smic) e la trasformazione parziale del Cice (Crédit d’impôt compétitivité emploi), rendendo permanente la riduzione degli oneri sociali ed estendendo la misura a piccole imprese, autonomi e terzo settore. Per quanto riguarda la tassazione d’impresa, l’aliquota verrà portata da 33,3 a 25 per cento, in linea con la media europea. L’Isf (Impôt sur la fortune) diventerà un’imposta sulle sole rendite immobiliari.
In tempi grami per i globalisti, Macron si oppone al protezionismo, anche se non si pronuncia apertamente sul Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership). In ogni caso, propone azioni specifiche per vigilare sul rispetto degli interessi europei, tra cui un Buy European Act che riservi

The post L’economia di Macron tra cambiamento e continuità* appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Cosa frena l’ingresso dei giovani nel lavoro*

Mer, 19/04/2017 - 10:12

Invecchiamento della popolazione, crisi economica e pur necessarie riforme pensionistiche hanno inciso molto sull’occupazione dei giovani e degli uomini adulti. Solo uno sviluppo vivace può permettere il ritorno ai tassi di occupazione pre-crisi.

Come cambia la demografia del lavoro

Sulla triplice spinta della crisi, dei mutamenti sociali e delle modifiche legislative, la demografia del mercato del lavoro italiano è profondamente cambiata. Grazie ai dati della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat, è possibile leggere con precisione quanto è avvenuto nel decennio 2007-2016.
Nel 2007, in Italia lavoravano più di 22 milioni e 500 mila persone. Con la crisi, il numero degli occupati è progressivamente diminuito, fino al minimo nel 2013, con meno di 22 milioni di lavoratori, crescendo poi rapidamente nel triennio successivo, per ritornare nel 2016 quasi ai livelli pre-crisi (tabella 1). La crisi occupazionale è quindi superata? Purtroppo la realtà è molto più articolata e meno rosea.
Per cominciare, la percentuale di occupati è diminuita (figura 1), perché nel frattempo la popolazione 15-74 anni è aumentata di quasi 800mila unità. Inoltre, le differenze per genere ed età sono enormi (figura 2). Colpisce la perdita occupazionale dei giovani (15-29), più accentuata per gli uomini (-12 punti percentuali fra 2007 e 2014), ma forte anche per le donne (-6 punti percentuali), visto che la proporzione di studenti non è cambiata in modo significativo nel corso del decennio (attorno al 43 per cento fra gli uomini e al 48 per cento fra le donne). Solo nell’ultimo biennio si osserva una lieve ripresa, ma i livelli pre-crisi sono ancora lontani.
Fra gli adulti 30-54 anni, gli andamenti sono diversi per genere: fra gli uomini la proporzione di occupati si riduce di più di 8 punti percentuali in appena sette anni, e mostra nell’ultimo biennio solo una lievissima ripresa. Per le donne, invece, nel decennio la proporzione di occupate cala di appena un punto percentuale. Di conseguenza, la forbice fra uomini e donne adulte si riduce di 7 punti percentuali nel periodo, ma a causa dell’arretramento dei primi più che dell’avanzamento delle seconde.
Del tutto diverso è lo scenario fra i lavoratori maturi. Il tasso di occupazione nella classe 55-74 anni cresce per entrambi i sessi di dieci punti percentuali, superando nel 2016 il 38 per cento fra gli uomini e il 22 per cento fra le donne. Il recupero – già in corso nel 2007-2011 – accelera nel quinquennio successivo, a causa della legge Fornero del dicembre 2011 che ha alzato bruscamente l’età alla pensione. Senza la modifica legislativa, la progressione sarebbe stata assai più lenta: nel 2016, il tasso di occupazione fra i lavoratori maturi sarebbe stato del 33 in luogo del 38 per cento fra gli uomini, del 20 in luogo del 23 per cento fra le donne. Dalla figura 2 si può stimare che il numero di occupati maturi nel 2016 sia stato di 560mila unità superiore rispetto a quello che sarebbe stato senza la riforma Fornero (340 mila occupati uomini e 220 mila occupate donne in più), un terzo della diminuzione di occupati nella classe 15-54 anni avvenuto nel corso del decennio.
Non è detto che a un numero maggiore di nuovi pensionati sarebbero corrisposte – in automatico – più assunzioni di giovani e di adulti. Tuttavia, con squilibri generazionali così imponenti è facile supporre che la permanenza sul lavoro degli adulti maturi abbia fatto da “tappo” all’ingaggio di molti giovani e adulti disoccupati.

Solo lo sviluppo crea nuovi posti di lavoro

La riforma Fornero allinea il mercato del lavoro italiano ai mutamenti demografici e gli squilibri che genera sono figli della timidezza delle riforme precedenti. Anche l’aumento dell’occupazione femminile è un importante segnale di modernizzazione del mercato del lavoro italiano. Tuttavia, le riforme pensionistiche, l’invecchiamento della popolazione e la crisi economica hanno inciso in modo pesante sull’occupazione dei giovani e degli uomini adulti. La situazione più drammatica, a nostro avviso, è quella di questi ultimi, spesso con figli a carico e senza una famiglia di origine che possa aiutare a sostenere i costi della disoccupazione. I dati suggeriscono cautela nell’agevolare in modo selettivo le assunzioni dei giovani, per non penalizzare gli adulti disoccupati.
La decontribuzione per i neo-assunti e il Jobs act hanno mitigato gli squilibri generazionali, permettendo che l’accelerato incremento della proporzione di occupati fra i lavoratori maturi non penalizzasse ancora di più gli adulti e i giovani, contribuendo altresì alla “ripresina” della loro occupazione durante il biennio 2015-16. Ma per rit

The post Cosa frena l’ingresso dei giovani nel lavoro* appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Caso Uber: il ruolo dei giudici e quello della politica

Mer, 19/04/2017 - 10:12

L’ordinanza del Tribunale di Roma che, prima della sospensiva, ha fermato Uber in Italia si fonda su leggi vigenti. Perché compito della magistratura è farle rispettare. Mentre è compito della politica modificarle, quando fenomeni e interessi cambiano.

Tribunale di Roma contro Uber

Se non fosse intervenuta la sospensiva, dal 6 aprile Uber non potrebbe più utilizzare l’app UberBlack (e altre analoghe) per offrire il proprio servizio di trasporto su tutto il territorio nazionale. Il Tribunale di Roma ha infatti stabilito che la sua attività di impresa è illecita, poiché costituisce una forma di concorrenza sleale ai sensi dell’articolo 2598 del codice civile. Pur agendo in sede cautelare, il giudice capitolino ha deciso che, poiché non conforme alle norme pubblicistiche che disciplinano il “servizio di trasporto pubblico non di linea”, l’attività di Uber non solo è contraria ai principi della correttezza professionale, ma è altresì idonea a danneggiare gli affari di coloro che offrono il servizio nel rispetto della normativa vigente.
Chi – come chi scrive – sostiene la liberalizzazione del mercato dei servizi di trasporto offerti con autovetture private non può certo accogliere di buon grado la decisione. Tuttavia, non è semplice criticare l’ordinanza del 6 aprile, la quale si segnala invece per tre meriti.

I tre meriti dell’ordinanza

In primo luogo, la pronuncia afferma un principio per nulla eterodosso rispetto alla dottrina e alla giurisprudenza nazionali: se esistono delle norme pubblicistiche che impongono limiti all’esercizio di una determinata attività di impresa e che, di conseguenza, stabiliscono a quali condizioni gli agenti economici possono entrare in un mercato e operarvi, queste norme devono essere rispettate da tutti.
Certo, si potrebbe provare ad argomentare che l’attività di Uber non sia riconducibile alla categoria del “servizio di trasporto pubblico non di linea”. Tuttavia – ed è qui che si colloca il secondo merito della pronuncia – l’obiezione sarebbe di carattere formale. Giustamente, il Tribunale constata come, tramite l’app UberBlack, quelle che dovrebbero essere auto a noleggio con conducente chiamate a fare capo alla loro rimessa registrata, finiscano invece per intercettare l’utenza indifferenziata mentre circolano o sostano sulla pubblica via. L’ordinanza sceglie cioè di confrontarsi con la realtà di mercato, spiegando come il servizio di Uber sia in concreto fungibile con quello offerto dai taxi e dalle auto a noleggio con conducente.
In terzo luogo, il Tribunale rievoca il principio della separazione dei poteri, quando scrive che compito di un giudice “non è quello di valutare l’efficienza della normativa vigente (…) ovvero la [sua] migliorabilità (…) ma di valutare la fondatezza o meno delle contestazioni oggetto del ricorso alla luce della legislazione attualmente in vigore”. E questa affermazione pare meritoria perché ricorda come negli anni la classe politica, preda delle tante categorie e corporazioni che caratterizzano il tessuto sociale italiano, non abbia capito come il cambiamento verso un contesto deregolamentato non dovesse essere negato o negletto, ma guidato e gestito per renderlo forse meno traumatico per alcuni, ma certamente per offrire a tutti i consumatori l’opportunità di cogliere i guadagni di efficienza che la tecnologia produce.
Insomma, nel reagire all’ordinanza del Tribunale di Roma non bisognerebbe dimenticare che le norme di legge servono a disciplinare fenomeni contemperando interessi confliggenti. Compito della magistratura è far rispettare quelle norme; compito della comunità politica è modificarle in rapporto ai mutati fenomeni e interessi. Esistono circostanze in cui anche il potere giudiziario può sollecitare e dare avvio a un cambiamento legislativo. Per questo andrebbe meglio esplorata l’ipotesi che la regolamentazione nazionale sia contraria alle norme del Trattato europeo – cosa che il Tribunale di Roma non fa in modo compiuto. Tuttavia, affidarsi a questa via “eccezionale” è sintomo di una comunità politica incapace di pensare il suo futuro. Un futuro che potrebbe imporsi in modo ancor più dirompente con le auto senza conducente di Tesla.

The post Caso Uber: il ruolo dei giudici e quello della politica appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Pagine