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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 7 ore 3 min fa

Il Punto

Mar, 19/03/2019 - 11:41

Dopo 300 giorni di “cambiamento” sbandierato senza cambiare granché, il governo prepara un decreto per sostenere l’economia: dall’attivazione degli investimenti già finanziati a un taglietto del cuneo fiscale, più altre misure non rivoluzionarie che si potevano fare otto mesi fa. Mentre il ministro dell’Interno (e di Tutto il Resto) promette una flat tax al 15 per cento sul reddito delle famiglie che guadagnano meno di 50 mila euro. Per gli altri tutto come oggi. Fanno circa 17 miliardi di entrate in meno. Vediamo chi guadagna e chi perde.
La morte di Alan Krueger, brillante economista e consulente di Clinton e Obama, lascia un grande vuoto nella cultura e nella politica. È stato l’esempio di come uno studioso possa mettere la sua capacità di analisi dei dati a disposizione di chi deve prendere decisioni che condizionano il benessere di tutti.
Con la riforma dei servizi idrici presentata in Parlamento – che vuole “attuare il referendum del 2011” – torneremmo allo stato sia padrone che gestore dell’acqua, come prima del 1994, cioè quando gli acquedotti perdevano acqua da tutti i buchi.
Scuola e università sono le aree di maggior peso che il federalismo differenziato trasferirebbe a Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Ad esse andrebbe un terzo dei 34 miliardi annui destinati alle regioni ordinarie. Le regioni ricche dovrebbero caricarsi parte delle spese trasferite con un’adeguata compartecipazione. In ogni caso meglio evitare di peggiorare il divario Nord-Sud che, come ci insegna la storia, nasce in tempi lontani, subito dopo l’Unità d’Italia. E che nessuno ha saputo ridurre.
Salvini rivendica di avere quasi azzerato sbarchi e morti in mare. In realtà i risultati ottenuti – nel bene e nel male – sono il frutto degli accordi con autorità e milizie libiche del governo Gentiloni-Minniti. Di suo il ministro dell’Interno ha completato l’opera e di fatto messo fuori legge (lo fa anche oggi) l’attività di salvataggio delle Ong che prestano aiuto ai naufraghi.

Patrizio Tirelli risponde ai commenti al suo articolo “Ridurre il debito con il consenso dei cittadini”.

Con la presentazione di una ricerca di Massimo Bordignon e Piergiorgio Carapella, illustrata su lavoce.info, si terrà a Roma martedì 26 marzo il convegno “Quali idee per la nuova Europa? Ricette a confronto”.

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Categorie: Informazione

Credibilità, il problema dei paesi ad alto debito

Mar, 19/03/2019 - 11:18

L’azione del governo Monti

Ringrazio i lettori per i molti commenti al mio articolo Ridurre il debito con il consenso dei cittadini. Cerco qui di rispondere ai loro rilievi.

La prima constatazione è che sembra davvero ingeneroso attribuire al governo Monti le conseguenze della crisi che portò alla sua costituzione. Infatti, quel governo fu nominato in conseguenza della fuga di capitali che, motivata dal rischio di una rottura dell’area euro, determinò un aumento insostenibile dei tassi di interesse e la stretta creditizia cui fece seguito la recessione.

L’austerità ha consentito di evitare una situazione da “tragedia greca”. La crisi cui Monti cercò di porre rimedio fu la diretta conseguenza dell’apparente prosperità degli anni pre-2008. In quel periodo, malgrado le favorevoli condizioni cicliche, si rinunciò a ridurre uno dei debiti più elevati dell’Eurozona. È questo il vero punto debole dell’assetto istituzionale dell’Eurozona: non riuscire a imporre una politica genuinamente anticiclica ai paesi membri, per cui l’eccessivo accumulo di debito nelle fasi favorevoli impedisce di stimolare la domanda nelle fasi avverse. Nei paesi ad alto debito ciò pone le premesse perché nel tempo i rischi di insolvenza si accumulino fino a distruggere la credibilità dei governi democraticamente eletti.

Gli interventi non convenzionali della Banca centrale europea hanno evitato attacchi speculativi ai debiti sovrani, ma non si può pensare che interventi di acquisto dei titoli del debito pubblico, che si verificarono durante la crisi, e poi con il Quantitative easing di Mario Draghi siano politicamente sostenibili senza che i governi interessati mostrino di voler credibilmente mantenere il controllo delle finanze pubbliche.

Per concludere la discussione sul governo Monti, un breve commento sulla tassazione degli immobili. Sebbene l’Italia sia un paese in cui il prelievo fiscale è assai cospicuo per chi paga le imposte, la tassazione degli immobili non è particolarmente elevata: ragioni di efficienza ed equità indurrebbero, e in parte hanno indotto, a spostare il carico fiscale dal lavoro agli immobili.

Competenza e nuovo debito

Due temi apparentemente distinti riguardano la competenza dei governanti e la riduzione di sprechi ed evasione fiscale. Purtroppo, la capacità di valutare la competenza non è così diffusa, mentre sprechi ed evasione hanno consentito la formazione di gruppi elettorali assai efficaci nel perseguire i propri interessi.

Infine, una considerazione in merito alla proposta di Bruno Puricelli. Il debito degli stati nazionali ha come implicita garanzia la promessa dei governi di finanziarlo tassando i redditi o la ricchezza nazionali. I governi decidono poi discrezionalmente come utilizzare i fondi ricevuti. Quello italiano soffre di scarsa credibilità e usa con poca efficienza le risorse. Il nuovo debito suggerito da Puricelli sarebbe soggetto al medesimo rischio di quello accumulato sinora e non avremmo garanzie di un miglior uso delle risorse.

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Categorie: Informazione

Però la flat tax di Salvini piatta non è

Mar, 19/03/2019 - 11:02

Il governo torna a parlare di flat tax. Allo studio è una misura per le famiglie, che favorirebbe quelle monoreddito. Il gettito perso sarebbe di circa 17 miliardi. Ma il problema più grave è che scoraggia il lavoro, soprattutto quello delle donne.

La fase 2 della flat tax

Negli ultimi giorni è rispuntata la flat tax, un argomento che ha dominato la campagna elettorale per il voto del 4 marzo 2018, ma che poi era passato in secondo piano, superato da quota 100 e reddito di cittadinanza.

Il contratto di governo prevede una quasi flat tax a due aliquote: 15 per cento per redditi fino a 80 mila euro, 20 per cento oltre. La base imponibile sarebbe il reddito familiare, non quello individuale come per l’Irpef attuale. La progressività verrebbe realizzata non solo dalle due aliquote, ma anche da una deduzione che nel contratto di governo in modo non chiaro viene indicata come “3 mila euro sulla base del reddito familiare”.

Pare che tutti siano d’accordo sul fatto che il passaggio dall’attuale Irpef a questa “quasi” flat tax costerebbe moltissimo: almeno 50 miliardi di euro all’anno, forse 60 secondo recenti simulazioni del ministero dell’Economia che non è dato leggere. Su lavoce.info abbiamo già simulato gli effetti dell’imposta. Oltre a costare moltissimo, distribuirebbe in modo molto diseguale il risparmio: per la classe media ce n’è sicuramente uno, ma non è particolarmente elevato, attorno ai mille-duemila euro all’anno, mentre una famiglia collocata nel 10 per cento più ricco risparmierebbe in media 10mila euro all’anno. Al 10 per cento più ricco andrebbe la metà della perdita totale di gettito.

Le dichiarazioni degli esponenti del governo di questi giorni sono però molto chiare: nel 2020 non vogliono introdurre una flat tax così costosa, che resterebbe l’obiettivo da raggiungere alla fine della legislatura. Si tratta invece di una “fase 2” della flat tax al 15 per cento, introdotta per il 2019 per i soli autonomi e imprese individuali con fatturato inferiore a 65mila euro. La fase 2 riguarda le famiglie. A quanto si apprende dalla stampa, pare che il governo voglia per il 2020 un’Irpef così strutturata: se il reddito totale della famiglia è inferiore a 50mila euro, su esso (diminuito di una deduzione non ben precisata) si applica l’aliquota del 15 per cento. Se il reddito totale supera 50 mila euro, nulla cambia e si applica ancora l’Irpef attuale con le sue cinque aliquote ai redditi di ciascun componente.

Quindi nel 2020 avremmo uno stranissimo ibrido, una specie di nuovo animale fantastico: un’imposta a base familiare e con aliquota unica 15 per cento e una sola deduzione se il reddito familiare non supera 50 mila euro, e la solita Irpef su base individuale progressiva con cinque scaglioni e le attuali deduzioni e detrazioni se il reddito totale della famiglia è maggiore di 50 mila euro.

Applicando la strana imposta ai dati Silc, con tutte le cautele necessarie per la scarsità di informazioni, si ottiene in effetti una perdita di gettito attorno ai 17 miliardi, vicina a quanto dichiara il governo. Certo, non siamo a 50-60 miliardi, ma già una perdita di gettito di 17 miliardi è un bel problema, perché il deficit pubblico è in aumento a causa della recessione e per il 2020 si deve trovare copertura alternativa a 23 miliardi di clausole di salvaguardia sull’Iva.

Anche in questo caso, tuttavia, il problema non è solo quanto gettito si perde, ma anche il modo – da un lato casuale, dall’altro iniquo – con cui viene distribuito il risparmio di imposta.

Chi guadagna di più dal provvedimento? Sicuramente le famiglie con un solo reddito di poco inferiore a 50 mila euro, che oggi è sottoposto all’aliquota marginale del 38 per cento, molto superiore al 15 per cento. A parità di reddito familiare, poi, il guadagno d’imposta è molto più forte per le famiglie monoreddito che per quelle in cui entrambi i partner lavorano (tabella 1). Una coppia bireddito in cui entrambi i membri percepiscono 20 mila euro pagherebbe di più, ma in questi casi assumiamo sia possibile rimanere nel vecchio regime, mentre una famiglia con un solo reddito di 40 mila euro e un partner che non lavora avrebbe un guadagno di circa 5 mila euro. Guadagnano inoltre solo le monoreddito con reddito medio-alto: se c’è un solo reddito di 20mila euro non cambia nulla. In sintesi, per il 20 per cento più ricco e per il 20 per cento più povero delle famiglie cambierebbe poco o nulla, mentre il 60 per cento centrale guadagnerebbe tra i 1.000 e i 1.300 euro all’anno. Si perderebbero però tutte le attuali detrazioni.

Tabella 1 – Irpef 2019 e 2020 per diversi tipi di famiglie

Nota: nella flat tax si ipotizza una deduzione di 3 mila euro per ogni familiar

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Ritorno al passato in nome dell’acqua pubblica

Mar, 19/03/2019 - 10:26

È stato presentato in Parlamento un disegno di legge che si propone di “attuare il referendum del 2011”. Se approvato, capovolgerebbe l’intero assetto della riforma dei servizi idrici del 1994. Proprio ora che se ne incominciavano a vedere i frutti.

Il Ddl per “attuare il referendum del 2011”

C’è qualcosa di nuovo oggi in Parlamento. Anzi, d’antico: un disegno di legge con una lunga lista di firmatari, capofila Federica Daga, si propone di “attuare il referendum del 2011”, capovolgendo così l’intero assetto della riforma dei servizi idrici avviata nel 1994.
Il disegno di legge prevede infatti l’affermazione dell’acqua come “bene comune” (concetto ignoto al nostro ordinamento giuridico) e del servizio idrico come privo di rilevanza economica, erogato secondo una logica di puro bisogno, come la sanità o l’istruzione; il ritorno alle aziende speciali di diritto pubblico, senza attendere la scadenza degli affidamenti esistenti, ma subito, grazie a un “fondo per la ripubblicizzazione” finanziato dalla fiscalità; il ritorno di ogni decisione in capo ai consigli comunali; manager di nomina politica; il ritorno degli investimenti alla fiscalità generale; l’erogazione gratuita di 50 litri al giorno pro-capite, anche a chi non ne ha bisogno; l’abolizione delle autorità di regolazione indipendenti e il ritorno delle competenze in materia tariffaria al ministero dell’ambiente; la fiscalizzazione dei debiti sin qui contratti.
Con tanti saluti al massiccio programma di privatizzazioni previsto per finanziare la “manovra del popolo”, che partirebbe con un handicap di 15 miliardi (tra indennizzi e rimborso dei debiti). Più 5 miliardi di investimenti e altri 2 per il bonus sociale, da mettere nella legge di bilancio ogni anno.

Gli effetti positivi della riforma del 1994

Ma il male peggiore non è questo. Peggio delle fake news sono infatti le “fake correlations”, gli accostamenti scorretti e tendenziosi di cose che non c’entrano. Singolarmente vere – o quasi – con numeri che chiunque può ritrovare nelle statistiche, ma impacchettati in modo fuorviante, teso a suggerire colpe che non esistono, a invertire cause ed effetti, giocando con le parole per slittamenti semantici, agitando paure, proclamando slogan di facile presa e facendone discendere soluzioni che portano nella direzione opposta.
A forza di ripeterle, però, anche le peggiori panzane sembrano vere. E così ci si può convincere che in Italia ci sia stata una privatizzazione e che i privati lucrino profitti, in barba alla volontà popolare. E ciò perché le gestioni sono sì pubbliche, ma organizzate in forma di società, e si finanziano sul mercato invece che tramite la fiscalità.

Proprio per limitare la scelta dell’affidamento in-house era sorta la norma che il referendum ha abrogato. Ma oggi quelle stesse società sono additate al ludibrio come portatrici del virus del neoliberismo, cavalli di Troia della mercificazione del “bene comune”.
Nessuno osserva che il referendum, se pure abolì l’“adeguata remunerazione del capitale”, si guardò bene dall’abolire il principio secondo cui devono essere le tariffe a coprire i costi del servizio, compresi quelli ambientali, come peraltro stabilito dalla direttiva quadro 2000/60, e compresi i costi di capitale, che va inteso nel significato micro-economico di costo-opportunità, come chiarito dal Consiglio di stato. E, ciononostante, le tariffe italiane, sebbene siano cresciute notevolmente, sono ancora le più basse d’Europa.
In tutto il mondo, dove i servizi idrici funzionano, sono i cittadini a pagarli (anche se li gestisce il pubblico). E dovunque nel mondo, l’erogazione attraverso la finanza pubblica genera clientelismo, servizi scadenti, reti sgangherate, investimenti inadeguati.

Nessuno ricorda che la riforma del 1994 fu varata (con voto quasi unanime) proprio per ovviare al disastro creato nei decenni precedenti da un modello di gestione simile a quello che i benecomunisti pentastellati vorrebbero riesumare, grazie al quale gli investimenti erano precipitati sotto i 10 euro l’anno pro capite e, con loro, la capacità di mantenere le reti e ammodernarle secondo i dettami di una politica ambientale sempre più ambiziosa.
Che il sistema idrico italiano sia ancora in prognosi riservata, è cosa nota. Non serve richiamare i tanti indicatori dello stato di salute delle nostre reti (le perdite, i depuratori che ancora qua e là mancano, le procedure di infrazione, l’erogazione a singhiozzo in molte aree del Mezzogiorno, l’inquinamento delle falde). Ma con tutti i ritardi, le false partenze, i difetti emendabili, la riforma ha da te

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Istruzione: che fare per una spesa regionale equa

Mar, 19/03/2019 - 10:26

Tra le materie su cui Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna chiedono la competenza esclusiva, quella che “costa” di più è l’istruzione. Il finanziamento deve comunque avvenire attraverso una compartecipazione al gettito Irpef. Ecco come potrebbe essere strutturata.

Quanto vale l’istruzione

Dopo le prime bozze di accordo sul federalismo differenziato, il 25 febbraio il presidente del Consiglio e i presidenti delle regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna hanno siglato le intese relative al decentramento di funzioni di spesa previste dall’articolo 116, terzo comma della Costituzione.

La lista delle funzioni da trasferire ne include venti per la Lombardia, ventitré per il Veneto e sedici per l’Emilia Romagna. Tra queste, la funzione che ha maggior rilievo finanziario è quella dell’istruzione scolastica e universitaria, che è pari al 13 per cento della spesa regionalizzata dello stato. Le risorse a disposizione per la Lombardia ammonterebbero a 5 miliardi e 600 milioni su un totale per le regioni a statuto ordinario di 34 miliardi: circa il 16 per cento del totale della spesa regionalizzata. Solamente questa voce aumenterebbe le spese della Lombardia del 24 per cento. Per il Veneto le risorse sono 2 miliardi e 900 milioni, che rappresentano l’8,5 per cento del totale della spesa e il 26 per cento di quella attuale regionale. Per l’Emilia Romagna abbiamo 2 miliardi e 800 milioni, che sono l’8,4 per cento della spesa totale e il 27 per cento di quella regionale.

Nelle tre regioni confluirebbe quindi circa un terzo del totale della spesa per istruzione, aumentando le spese regionali in media di un quarto del totale.

L’articolo 5 delle intese definisce il modo in cui devono essere attribuite le risorse finanziarie. In particolare, i fabbisogni standard dovranno essere determinati entro un anno dall’adozione dei decreti che formalizzano il decentramento delle funzioni. Nel caso in cui non si riuscisse ad accordarsi sui fabbisogni standard, vi è una clausola di salvaguardia secondo la quale, dopo tre anni dall’approvazione dei decreti, l’assegnazione delle risorse non può essere inferiore al valore medio nazionale pro-capite della spesa statale. Tutte e tre le regioni hanno al 2017 una spesa pro-capite inferiore alla media nazionale. In particolare, la Lombardia riceverebbe 98 euro pro-capite in più rispetto alla situazione odierna (il 17 per cento in più), il Veneto 66 euro pro-capite in più, pari all’11 per cento, e l’Emilia Romagna 19 euro pro-capite in più pari al 3 per cento. Per un totale di risorse pari a quasi un miliardo e 400 milioni da recuperare tra le spese per istruzione delle altre regioni, visto il vincolo previsto dalle stesse intese all’articolo 6 di non “derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. L’alternativa, certo, potrebbe essere quella di diminuire altre spese centrali.

Il finanziamento di nuove funzioni di spesa devolute deve avvenire – come recita il terzo comma dell’articolo 5 delle intese – attraverso una compartecipazione “al gettito maturato nel territorio regionale dell’imposta sui redditi delle persone fisiche e di eventuali altri tributi erariali”.

Un calcolo sulle compartecipazioni

Come strutturare la compartecipazione, ovvero la quota di Irpef che spetterebbe alle regioni? La legge 42/2009 prevede già l’istituzione di una compartecipazione che finanzi le spese cosiddette primarie sui territori regionali (quelle comprese nell’articolo 117, secondo comma lettera m), tra cui rientra certamente l’istruzione. Facendo ricorso agli articoli 7, 8 e 9 di quella legge si potrebbe pensare a un’aliquota unica per tutte le regioni, che finanzi la spesa della regione più ricca, ovvero quella con rapporto tra spesa e imposta netta Irpef minore. Sarà poi necessario definire un’ulteriore aliquota di compartecipazione che finanzi il totale della differenza tra la spesa delle altre regioni e il gettito derivante dall’applicazione dell’aliquota prima definita.

Un primo esercizio può essere fatto utilizzando per il momento la spesa storica. Otteniamo così una compartecipazione al gettito Irpef pari al 16 per cento che azzera la spesa storica per istruzione della Lombardia. Poi è necessaria un’ulteriore compartecipazione dell’8,6 per cento che finanzi la somma delle differenze tra la spesa per istruzione e la compartecipazione al 16 per cento delle altre regioni. Quindi, per finanziare la sola spesa per istruzione occorre una quota al 24,6 per cento dell’Irpef.

Tabella 1

Nota: spesa regionalizzata e dichiarazioni fiscali Irpef (Mef), popolazione residente (Istat)

Le compartecipazioni e i trasfe

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La questione meridionale? Nasce con l’Unità d’Italia

Mar, 19/03/2019 - 10:25

Quando è iniziata la divaricazione tra Nord e Sud Italia? A favorirla sono state le politiche economiche dei primi governi dopo l’unificazione del paese. Ed è una lezione che andrebbe tenuta a mente ancora oggi, quando si parla di federalismo differenziato.

Dal Medioevo al Risorgimento

Lo scontro sul federalismo differenziato è solo l’ultima manifestazione della questione meridionale.

Secondo diversi studiosi, l’origine dell’attuale divario economico tra Nord e Sud sarebbe da ricercare nella esperienza comunale medievale, che avrebbe aiutato il primo a sviluppare un maggiore civismo e, quindi, mercati più competitivi e un’amministrazione più efficiente (Robert Putnam e altri). L’ipotesi è coerente con le altre spiegazioni del fenomeno: il maggiore potere delle élite latifondiste (Emanuele Felice), la natura più marcatamente feudale (Antonio Gramsci) e la maggiore arretratezza tecnologica (Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino) che caratterizzava il Regno delle Due Sicilie rispetto agli altri stati preunitari.

Per quanto attraente nella sua linearità, l’ipotesi risulta troppo semplicistica. Due recenti risultati chiariscono il perché. Serra Boranbay e Carmine Guerriero mostrano che la correlazione tra il civismo di oggi e l’inclusività delle istituzioni politiche medievali svanisce se si considera il civismo passato. Mentre Giovanni Federico, Carlo Ciccarelli e Stefano Fenoaltea e Paolo Malanima documentano che i due blocchi erano parimenti sottosviluppati nel 1861, a causa della scarsità di capitale umano, capitale reale e infrastrutture.

Sulla scia di tali risultati, in de Oliveira e Guerriero mostriamo come gli attuali divari Nord-Sud si aprirono principalmente a causa delle politiche economiche dei primi governi postunitari. Dominati dall’élite settentrionale, che produsse l’85 per cento dei presidenti del consiglio, tutti i prefetti e il 60 per cento dei vertici amministrativi (Christopher Duggan), quei governi favorirono, tra le tredici regioni annesse dal Regno di Sardegna nel 1861, quelle più vicine ai confini militarmente più rilevanti per i Savoia e minarono civismo, capitale umano e crescita di quelle più distanti (figura 1).

Figura – La rilevanza politica delle regioni annesse dal Regno di Sardegna

Nota: Le regioni annesse dal Regno di Sardegna nel 1861 sono divise in tre gruppi a seconda della relativa rilevanza politica, definita come l’inverso della distanza tra la città principale della regione e la capitale del più temibile tra gli stati nemici dei Savoia: Vienna nei periodi 1801-1813, 1848-1881 e 1901-1914, e Parigi negli altri.

La riforma protezionista del 1887, per esempio, non salvaguardò l’arboricoltura meridionale schiacciata dal declino dei prezzi internazionali degli anni Ottanta, ma protesse le industrie tessili e siderurgiche settentrionali sopravvissute al periodo liberista grazie alle commesse statali (Guido Pescosolido). Una logica simile guidò, poi, le bonifiche agrarie, l’assegnazione del monopolio del conio alla piemontese Banca Nazionale, l’affidamento dei monopoli nella costruzione e operazione di navi a vapore alle genovesi Rubattino e Accossato-Peirano-Danovaro e, soprattutto, la spesa pubblica nella rete ferroviaria (figura 2), che rappresentò il 53 per cento del totale tra il 1861 e il 1911 (Giovanni Iuzzolino e altri).

Figura 2 – Reddito, potere politico, tasse sulla proprietà fondiaria e strade ferrate

Nota: “GDP-L” è il reddito in lire pro capite del 1861, “Political-Power” rappresenta la percentuale di primi ministri nati nella regione. Mentre “Land-Taxes” è il gettito della tassa sulla proprietà fondiaria in lire pro capite del 1861, “Railway” indica la lunghezza delle strade ferrate costruite nel decennio precedente in km per km quadrato.

Fonte: de Oliveira e Guerriero (2018)

A peggiorare la situazione, quell’investimento pubblico fu in buona parte finanziato da imposte sulla proprietà fondiaria altamente squilibrate. La riforma del 1864 fissò, infatti, un “contingente” di 125 milioni da raccogliere per il 10 per cento dall’ex Stato pontificio, per il 40 per cento dall’ex Regno delle Due Sicilie e per il 21 per cento (29 per cento) dall’ex Regno di Sardegna (resto del Regno d’Italia) (figura 2). Date le differenze tra i catasti regionali e la conseguente impossibilità di stimare la redditività agraria, queste politiche fiscali, insieme alla mancanza di un efficiente sistema bancario, ebbero al Sud conseguenze estremamente negative sugli investimenti privati (Giannino Parravicini), nonostante la perequazione avviata nel 1886. Nei decenn

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Quell’umanità perduta nella “guerra” ai migranti

Mar, 19/03/2019 - 10:25

Il salvataggio di vite umane in pericolo da parte di organizzazioni indipendenti è diventato un’attività sospetta. Avremmo invece bisogno di tornare a un mondo in cui accogliere persone e sostenere chi chiede aiuto è solo un’espressione di umanità.

Le conseguenze del caso Sea Watch

Il Parlamento sta per pronunciarsi sul caso Matteo Salvini-Sea Watch e si sa già come andrà a finire. Ma è l’occasione per una riflessione sul rapporto tra azione umanitaria e radicalizzazione politica sul fronte controverso dell’asilo.
In questi giorni, Salvini ha rivendicato i meriti della sua gestione, in termini di quasi azzeramento degli sbarchi e delle morti in mare. In realtà, il crollo degli arrivi deriva principalmente dagli accordi con governo e milizie libiche dell’esecutivo Gentiloni-Minniti. Il ministro dell’Interno del governo Conte ha solo completato l’opera, facendo dell’Italia un paese che di fatto si sottrae sia al diritto di asilo sancito dalla Costituzione, sia a consentire lo sbarco delle persone tratte in salvo, minorenni compresi, come prevede il diritto del mare. La confusione tra rifugiati, migranti economici, clandestini, tutti etichettati come spensierati turisti in viaggio di piacere nel Mediterraneo (“la pacchia è finita”, secondo i tweet di Salvini), è un tratto consolidato della comunicazione governativa sull’argomento. Si può obiettare che qualche micro-sbarco di tunisini continua ad avvenire, che l’inverno già di per sé riduce al minimo gli attraversamenti del mare con mezzi inadatti, ma il quadro non cambia: ha vinto la disumanità. Resta da vedere se questa politica ha migliorato la vita dei cittadini italiani, se ha promosso l’immagine del nostro paese sul piano internazionale. Se ha fatto dell’Italia un paese migliore.
Nel frattempo, la Sea Watch è stata scagionata dalle varie accuse che le erano state rivolte, con sollievo di molti simpatizzanti, malgrado l’aggiunta che siano invece riscontrabili irregolarità amministrative: in sostanza, dubbi sull’idoneità dell’imbarcazione a effettuare operazioni di salvataggio in mare. Il punto richiama però un inquietante scenario complessivo: ormai ogni operazione di salvataggio in mare è oggetto non solo di aspre polemiche politiche, ma anche di approfondite indagini da parte delle autorità inquirenti, con tanto di interrogatori degli equipaggi e dei migranti tratti in salvo, minorenni compresi.
Il salvataggio di vite umane in pericolo da parte di organizzazioni indipendenti è diventato un’attività sospetta, di cui si analizza con acribia degna di miglior causa la scelta di intervenire al posto delle autorità libiche, di dirigersi verso i porti italiani anziché tunisini o maltesi, di trarre in salvo le persone anche se non si è perfettamente attrezzati per farlo. Senza tralasciare la pioggia di accuse preventive da parte di diversi esponenti governativi, non solo il solito Salvini, spacciate subito come certezza che la Sea Watch avesse commesso gravi irregolarità.
È uno spettacolo mai visto prima in un paese a ordinamento liberale. Salvare migranti e richiedenti asilo è diventato un attacco alla sicurezza e alla sovranità nazionale, mentre chi chiude i porti e tiene persone inermi bloccate a bordo per giorni, minorenni compresi, si presenta come difensore della patria: come se fosse in gioco la sicurezza della nazione rispetto a un’invasione nemica. Il fatto che le accuse cadano poi una dopo l’altra, senza neppure arrivare (almeno finora) al dibattimento in aula, ne conferma la loro natura pregiudiziale e politicizzata.
Assistiamo a una pericolosa politicizzazione della solidarietà. Che ha come logica conseguenza gli striscioni appesi in più occasioni da estremisti di destra di fronte a sedi della Caritas per attaccarne polemicamente l’impegno nell’accoglienza. A quanto pare, servire pasti caldi, organizzare corsi di italiano, mettere a disposizione docce e posti letto appaiono gesti eversivi o quanto meno forme di disobbedienza politica all’autorità statale.
Avremmo invece bisogno di fissare un punto, solennemente affermato dalla Corte costituzionale francese in una storica sentenza del luglio scorso: il principio di fraternità vieta di criminalizzare la solidarietà con i migranti, quale che sia il loro status giuridico. Fornire aiuto su basi umanitarie è una scelta che lo stato non può perseguire.

Le risposte informali

Anche sul fronte opposto avviene un’evoluzione significativa. Quello che chiamavano “l’umanitario” non è mai piaciuto alla gran parte degli intellettuali critici e agli attivisti pro-rifugiati più radicali. Così come non piaceva il vol

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Alan Krueger e la politica economica basata sui fatti

Mar, 19/03/2019 - 09:46

Alan Krueger lascia una grande eredità. I suoi studi offrono una guida fondamentale, sempre basata sui fatti e sui riscontri empirici, su problemi di grande rilevanza pratica per il benessere di milioni di persone. E sono di grande attualità per il nostro Paese.

Il difficile rapporto tra economisti e politica

È molto difficile, per un economista, mettere le proprie conoscenze a disposizione di chi prende le decisioni di politica economica. È difficile perché gli interlocutori hanno in genere opinioni molto forti, e non poche volte sbagliate, su come funziona una macchina così complessa come un’economia di mercato. L’economia è una di quelle materie che tutti sono convinti di capire sulla base di metafore spesso fuorvianti. Ad esempio, si pensa al bilancio dello stato come se fosse quello di una grande famiglia, si guarda al sistema pensionistico come a una banca in cui si depositano i propri contributi, al mercato del lavoro come a un autobus nell’ora di punta. Molti politici credono in queste metafore, altri fingono di crederci e le usano a proprio vantaggio. Tutti o quasi tutti negano il principio, basilare in economia, che non ci sono pasti gratis, che tutte le scelte hanno costi.

È difficile l’interlocuzione fra politici ed economisti anche perché questi ultimi non sempre hanno l’umiltà di capire come la pensano gli altri e non sempre hanno la pazienza di documentarsi su dettagli istituzionali apparentemente minori e di far parlare i dati anche quando smentiscono le proprie più radicate convinzioni.

Un moderno Keynes

Alan Krueger è stato per la nostra generazione un Keynes moderno, l’esempio di come un grande economista possa mettere la propria intelligenza a disposizione di chi deve prendere decisioni che condizionano il benessere di milioni di persone, riuscendo a farsi ascoltare dai più potenti del mondo. La sua homepage ne è la testimonianza.

Nonostante la sua brillantissima carriera scientifica gli potesse riservare sempre maggiori gratificazioni (tra i tanti riconoscimenti l’IZA Prize for Labour, una specie di premio Nobel per gli economisti del lavoro, e il Kershaw Prize dell’Association for Public Policy and Management), non ha mai lasciato cadere una sola occasione per rendersi utile al suo paese. Passava giornate e giornate a preparare un briefing anche di pochi minuti per i politici. Macinava dati e dettagli istituzionali. Riusciva in poche parole a sintetizzare una grande mole di informazioni. Con Barack Obama doveva applicare la regola delle quattro slide e dei dieci minuti sugli argomenti più spinosi (si era trovato nel Council of Economic Advisors del presidente, in un periodo investito dalla peggiore crisi dagli anni Trenta e sarebbe poi diventato il chairman dei consiglieri economici del presidente).

Una grande eredità

Ci ha lasciato una grande eredità. E il grande rimpianto è che avrebbe potuto lasciarci ancora tantissimo altro, data la sua energia, il suo entusiasmo, la sua creatività. Si stava occupando di come meglio proteggere i lavoratori della gig economy, dopo essere stato uno dei primi economisti a studiare a fondo il fenomeno dei lavoratori su piattaforma. Aveva raccolto dati sugli Stati Uniti che, assieme a colleghi inglesi, stavamo comparando con dati analoghi sul Regno Unito e l’Italia.

I suoi studi scientifici rappresentano una guida fondamentale, sempre basata sui fatti e sui riscontri empirici, su problemi di grande rilevanza pratica. Si impara come combattere la disoccupazione di lunga durata capendo quanto cercano lavoro i disoccupati (una lettura obbligata per i futuri navigator), come ridurre la povertà anche tra chi lavora stabilendo un livello appropriato del salario minimo (dovrebbe essere prescritto a chi spara a caso numeri sul salario minimo senza neanche guardare i dati sulla distribuzione delle retribuzioni). E, ancora, si hanno spunti su come valorizzare il lavoro degli insegnanti avendo classi né troppo grandi né troppo piccole, su come rafforzare le coperture offerte dal sistema sanitario senza renderlo insostenibile, su come capire i costi e i benefici dell’immigrazione per poterla meglio gestire.

Il suo lavoro più conosciuto è uno studio con David Card sugli effetti di un aumento del salario minimo in New Jersey. È stato messo in discussione per anni dai migliori economisti del mondo perché, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe sulla base di come si comporta la domanda di lavoro, trovava un effetto positivo dell’aumento del salario minimo sull’occupazione. Ci hanno provato in tanti a falsificare questo studio, a mostrare che conteneva errori, senza mai riuscirci. Perché era un esempio di metodo scientifico. Lo studio trovava i dati m

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Dopo 300 giorni di “cambiamento”, proviamo il buonsenso?

Mar, 19/03/2019 - 09:00

Il ministero dell’Economia prepara un pacchetto investimenti che potenzia misure già esistenti. Meglio sarebbe stato vararlo in estate, quando però le due componenti del governo erano impegnate sulle leggi-simbolo. Ora speriamo almeno in una rapida messa a punto e approvazione.

Aspettando il decreto per la crescita

Stando alle anticipazioni di stampa, scaduti i suoi primi 300 giorni di attività, il governo potrebbe dare una sterzata alle sue azioni di sostegno all’economia verso l’adozione di alcune misure di buonsenso che sostengano gli investimenti.

Come riportato dal Sole-24Ore e dal Corriere della Sera, al ministero dell’Economia è in preparazione un “pacchetto investimenti” inclusivo di un “rafforzamento del bonus sisma e delle detrazioni per l’efficienza energetica delle abitazioni, tasse ridotte per l’acquisto di edifici da demolire e ricostruire, ma anche il ritorno delle cartolarizzazioni per la cessione del patrimonio pubblico e la dismissione degli immobili degli enti locali”. Il piano di supporto alla crescita dovrebbe accompagnare il Documento di economia e finanza (Def) di metà aprile. Rappresenterebbe un’alternativa alle ipotesi di manovra correttiva sui conti pubblici di cui si è molto parlato nelle scorse settimane e che non avevano trovato sostenitori né all’interno della coalizione né tra gli operatori. In effetti nessuno – neanche a Bruxelles – è arrivato a ipotizzare di imporre una manovra restrittiva a un’economia entrata in una lieve recessione nel secondo semestre 2018.

Tra le misure del pacchetto, che scommette sull’attivazione degli investimenti pubblici già finanziati, c’è anche un nuovo intervento per accorciare i tempi di pagamento delle imprese da parte della pubblica amministrazione, insieme a un’ulteriore riduzione dei premi Inail (parte del cuneo fiscale), già diminuiti quest’anno. Nel piano, si legge sul Corriere, ci sarebbero anche nuovi incentivi fiscali per le imprese che investono nei macchinari (cioè un rafforzamento della neo-legge Sabatini) e la riapertura del regime del super ammortamento, che scadrebbe a giugno, oltre a un nuovo credito di imposta per le spese di ricerca e sviluppo.

Il pacchetto investimenti si poteva fare otto mesi fa

Nel complesso sono tutti provvedimenti che irrobustiscono misure esistenti. Vedremo le caratteristiche definitive del pacchetto quando sarà approvato. Per intanto si può dire che sarebbe meglio valutare le misure esistenti nei loro effetti prima di potenziarle. Ad esempio, ci si potrebbe chiedere se il super ammortamento ha funzionato e quanto. Lo stesso vale per gli altri bonus. Ma durante una recessione – o per evitare che una recessione peggiori – non si va tanto per il sottile e così anziché avventurarsi in iniziative nuove, meglio rafforzare l’esistente. Rimane però un secondo punto: proprio per la loro relativa semplicità di attuazione, è giusto chiedersi perché queste misure non siano state adottate l’estate scorsa, cioè quando hanno cominciato a manifestarsi i primi sintomi di rallentamento. Purtroppo, a questa domanda i ministri del governo gialloverde non possono fornire una risposta dignitosa. Quella dignitosa (e vera) sarebbe che le due componenti della coalizione erano impegnate in attività di propaganda per marcare la discontinuità con il governo precedente. E la discontinuità richiedeva per il M5s l’attuazione del (cosiddetto) reddito di cittadinanza e per la Lega la (cosiddetta) abolizione della legge Fornero. Tutte e due le misure identitarie – per quanto purgate e condizionate per renderle compatibili con i vincoli di bilancio – sono poi entrate nella legge di bilancio 2019. La quale però si approva a fine anno (quest’anno, lo si è fatto di corsa, dopo Natale, essenzialmente spossessando il Parlamento del potere di verifica del contenuto della legge più importante dell’anno). Per definizione, dunque, l’aiuto all’economia non è arrivato quando serviva, cioè nel secondo semestre 2018. Ora per l’attuazione delle misure e per vederne qualche effetto sull’economia bisognerà attendere la seconda metà dell’anno. Viceversa, l’adozione del pacchetto investimenti del ministro Tria già nell’estate scorsa forse non ci avrebbe risparmiato la recessione, ma almeno avrebbe attenuato la gelata improvvisa che ha colpito l’economia italiana nell’autunno 2018 e che potrebbe avere qualche strascico anche nei primi mesi del 2019.

Comunque, a questo punto, c’è solo da augurarsi una rapida approvazione di un decreto che aiuti l’economia, in modo da accorciare la durata della recessione e da imposta

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Il Punto

Ven, 15/03/2019 - 10:38

Primo Friday for the Future (#fff), giorno di mobilitazione contro il climate change in 123 paesi (anche in Italia). Un movimento partito dagli studenti, coloro che hanno più interesse a pensare al futuro della Terra. Di fronte a loro la politica al momento sonnecchia. Fino alle elezioni europee.
Confusione di competenze e contenuti opachi nel “limpido” memorandum di intesa Italia-Cina sulla Nuova via della seta che il governo vuole firmare. Ci voleva Einstein per capire che l’accordo tra un paese fondatore di Nato e Ue e Pechino rompe il fronte dei paesi occidentali di rispetto all’espansionismo del Dragone? Meno accorti dei nostri governanti sono solo quelli britannici. Dalla sequenza di votazioni di questi giorni emerge la parola d’ordine: Brexit sì a patto che ci sia un accordo con la Ue. Peccato (per il Regno Unito) che l’Europa non ci senta. Per le solide ragioni che passano per il confine irlandese.
Anche l’Onu ha espresso preoccupazione sul rischio che il disegno di legge Pillon su separazione tra coniugi e affidamento dei minori acuisca le discriminazioni contro le donne. Formalmente si mettono i genitori su un piano di parità di doveri e diritti. In pratica a perderci saranno le madri. E i figli.
Con valori da zero a 30, il potere autonomo degli enti territoriali si misura con l’Indice di autorità regionale (Regional authority index). Le 15 regioni italiane a statuto ordinario sono a quota 18, mentre le cinque con statuti speciali (diversi tra loro) appena a 19.  Arriveranno sorprese dal federalismo differenziato? La competenza di maggior peso delle regioni è la salute, oggi tutelata dall’universalismo del quarantennale Servizio sanitario nazionale. Che assorbe risorse per il 6,8 per cento del Pil (117 miliardi di euro). E coperture di spesa – ma anche prestazioni! – molto diverse tra Nord e Sud.

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Fridays for future, ultima chiamata per il pianeta

Ven, 15/03/2019 - 10:38

Con manifestazioni in tutto il mondo, i giovani (e i loro genitori) chiedono alla politica di attuare misure immediate e concrete contro il cambiamento climatico. Movimenti simili in passato non hanno ottenuto grandi risultati: questa sarà la volta buona?

Una manifestazione di livello mondiale

Si tiene oggi 15 marzo 2019 una delle più grandi manifestazioni mondiali, perlomeno nella storia recente, dedicata al cambiamento climatico e alla richiesta che la classe politica, in ogni paese, si occupi della questione. Il “Fridays for future” (#fff), questo il nome della manifestazione, si svolge in 123 stati diversi, e solo in Italia si prevedono 140 eventi (secondo paese al mondo dopo la Germania).

La peculiarità principale del #fff è di essere nato seguendo le orme di colei che possiamo definire l’attuale figura di riferimento sulla tematica: Greta Thunberg, sedicenne svedese che dalla scorsa estate ha avviato la tradizione degli scioperi per il clima ogni venerdì. Nonostante il tema non sia certo nuovo, la politica sembra ancora in ritardo e impreparata ad affrontarlo. Sarà la volta buona? Lo stato dell’arte nelle politiche ambientali dei vari paesi non ispira all’ottimismo, ma una prima verifica dell’impatto di #fff si avrà con le elezioni europee e con l’importanza che i partiti daranno alla tematica ambientale.

I costi dei cambiamenti climatici

Secondo l’ultimo report dell’Ipcc, il panel dell’Onu sui cambiamenti climatici, la temperatura media globale è aumentata di 1°C dal periodo preindustriale. Se vogliamo mantenerci entro la soglia di sicurezza del +1,5°C stabilita dall’Accordo di Parigi, le emissioni di gas serra dovranno ridursi del 45 per cento rispetto al 2010 entro il 2030 e raggiungere lo zero nel 2050 (al netto dei processi di riforestazione e di cattura e stoccaggio della CO2). Lo scenario più fattibile dei +2°C prevede comunque una riduzione del 25 per cento al 2030, ma con danni sensibili all’ecosistema. Del resto, le conseguenze negative da cambiamenti climatici sono già una realtà. Il database NatCatService dimostra che nel 2017 i danni economici dovuti a disastri naturali hanno raggiunto il livello record di 340 miliardi di dollari, con un trend in continua crescita. Il 7 per cento è dovuto a fenomeni geofisici come terremoti o eruzioni vulcaniche, mentre il restante 93 per cento è causato da eventi quali alluvioni, uragani, temperature e siccità estreme, che non sono per forza direttamente causati dai cambiamenti climatici ma ad essi sono legati in quanto ne aumentano l’intensità e la frequenza. Questo tipo di eventi si è triplicato negli ultimi 40 anni (figura 1).

Figura 1 – Numero di eventi naturali catastrofici (1980-2017)

Fonte: MunichRe, NatCatService

Di fronte a questi numeri ci si aspetterebbero reazioni coraggiose, decise e lungimiranti da parte dei governanti. L’Europa ha già messo nero su bianco il proprio obiettivo di azzeramento delle emissioni al 2050, ma bisognerà passare dalle parole ai fatti, poiché ciò implica passaggi intermedi come l’addio (“phase out”) al carbone entro il 2030 e un parallelo massiccio sviluppo della mobilità elettrica. La Cina, che insieme ai paesi asiatici è responsabile oggi di più della metà delle emissioni globali, dipende ancora troppo dal carbone. Allo stesso tempo, però, è leader negli investimenti nelle energie rinnovabili e ha varato un ambizioso piano di riforestazione che ha contribuito a rendere il pianeta più verde rispetto a vent’anni fa. Nel Nord America il dibattito appare decisamente più politico che tecnico-scientifico: negli Usa i democratici propongono un “green new deal” come cavallo di battaglia per le elezioni presidenziali del 2020, in contrapposizione ai conservatori negazionisti climatici (meno diffusi nel panorama politico europeo). In Canada, il premier Trudeau scommette parte della sua rielezione sulla proposta di carbon tax a livello nazionale, con il gettito che verrà restituito ai cittadini sotto forma di sconti fiscali. Di fatto, molte parole e grande dibattito ma poche azioni, a parte rare eccezioni, come la bipartisan US Climate Alliance, che conta ben 23 governatori, e la RE100, che raggruppa imprese private come Apple e Facebook.

Politica perennemente in ritardo

La manifestazione del 15 marzo si preannuncia come un successo, perlomeno a livello di partecipazione: ai meno attenti, o semplicemente ai più giovani, potrebbe sembrare che il movimento ambientalista e la consapevolezza del riscaldamento globale non siano mai stati tanto forti e diffusi nel mondo. In realtà, non è così. Solo poco più di dieci anni, nel 2007, il premio Nobel per la pace venne assegnato

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Italia-Cina: quel Memorandum è un pasticcio

Ven, 15/03/2019 - 10:38

Perché tante polemiche sul Memorandum of Understanding tra Italia e Cina? La firma di un paese fondatore della Nato e dell’Unione europea è un successo per la politica estera cinese. Per il nostro paese sono chiari i costi politici, meno i benefici.

Governo in confusione

A meno di dieci giorni dalla firma annunciata – e confermata – di un Memorandum of Understanding (MoU) tra Italia e Cina sulla Belt and Road Initiative, che avverrà nel corso della prima visita del presidente cinese Xi Jinping a Roma il 21 marzo, l’unica certezza è che la confusione regna sovrana, ovunque e a ogni livello. A cominciare dallo stesso governo e delle sue due anime: la Lega, nelle parole di Matteo Salvini, si dichiara scettica, nonostante il vero deus ex machina dell’operazione sia un suo esponente, il sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci, che risponde però a Luigi Di Maio, leader del M5s, molto meno sensibile alle esigenze della componente produttiva e lavorativa del paese. Sulla divergenza interna si innesta un conflitto di competenze a livello ministeriale e istituzionale, dal momento che il MoU presenta evidentemente tutte le caratteristiche e la natura di un documento di politica estera, sebbene con un formato insolito per una democrazia occidentale, e pertanto la Farnesina ne ha rivendicato la competenza rispetto al ministero dello Sviluppo economico.

La confusione è stata accompagnata, e in parte causata, da una voluta disinformazione sulla natura e sui contenuti dell’accordo. Fino al 12 marzo, non si conosceva neanche una bozza dell’accordo, così vari esponenti del governo hanno potuto millantare per giorni che il Memorandum non fosse altro che un accordo economico e commerciale, per aumentare l’export italiano in Cina e gli investimenti cinesi in Italia, “dimenticando” peraltro che la politica commerciale è competenza dell’UE e non degli stati membri. Dopo la pubblicazione della bozza sul Corriere della Sera, Geraci ha infatti prontamente smentito quanto aveva detto sino ad allora, non potendo più nascondere la mancanza di competenza istituzionale del suo ministero.

Da quando circola la bozza, però, la confusione è aumentata ancor di più. Al di là dell’aura apparentemente romantica di quella che i cinesi abilmente chiamano “iniziativa”, che ha un nome ufficiale – Belt and Road Initiative – ma che in Italia viene continuamente chiamata “nuova via della seta”, come a volerne sottolineare l’aspetto intrinsecamente benefico, la Bri è in realtà un progetto di sviluppo interno e internazionale con importanti connotazioni strategiche. Il 24 ottobre 2017 il perseguimento della Bri è stato inserito nella Costituzione cinese, che coincide con la Costituzione del Partito comunista cinese. È dunque oggi un obiettivo strategico di stato, non una mera iniziativa economica e commerciale. Include l’obiettivo di migliorare la connettività tra Cina ed Europa, attraverso reti di trasporto e logistica, ma accanto a obiettivi molto più estesi e strategici, come integrazione finanziaria, cooperazione nelle infrastrutture (non solo di trasporto ma anche energetiche), libero scambio, scambi culturali e di persone.

I contenuti dell’accordo

Cos’è il Memorandum of Understanding e perché l’imminente firma da parte dell’Italia crea tanto scompiglio? Si tratta di un documento di intesa (non un contratto, né un trattato, né un accordo) sugli ambiti della cooperazione bilaterale nei settori dei trasporti, infrastrutture, logistica, ambiente e finanza. Non ci sono obiettivi né contenuti precisi, ma espressioni vaghe, per esempio su un avanzamento delle relazioni politiche tra i due paesi firmatari. Come tutti gli altri MoU firmati dalla Cina, gli ambiti di cooperazione sono gli stessi cinque che costituiscono i risultati ufficiali previsti per la Bri: coordinamento delle politiche, connettività e infrastrutture, libero scambio, integrazione finanziaria e scambi culturali.

Da una prima e rapida analisi della bozza concordata con l’Italia, ci sono differenze che non sembrano marginali. Alcune sono apparentemente sottili differenze di espressione che ne sottendono però di significative nella portata dell’influenza che il documento potrà esercitare. Per esempio, per quanto concerne le controversie, vale sempre il principio degli incontri amichevoli tra le due parti? Nel testo si parla di dialogo amichevole con incontri “diretti”. Come si collocano i tribunali Bri in questo contesto? In altri casi, invece, le differenze sono evidenti e mostrano l’intenzione di stabilire un’intesa più stretta. Insomma, secondo Chris Devonshire-Elli

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A che punto è la notte della Brexit?

Ven, 15/03/2019 - 10:01

Il Parlamento britannico ha di nuovo respinto l’accordo con la UE per una Brexit governata. Il nodo è il backstop: inaccettabile per il Regno Unito, ma irrinunciabile per l’Unione. Anche il rinvio dell’uscita, appena approvato, comporta evidenti problemi.

Il nodo del “backstop”

“A che punto è la notte?” Chiede Banquo all’inizio di una delle scene più tormentate del Macbeth. E invero questa domanda shakespeariana è quella che l’Unione europea e il Regno Unito stesso si pongono di fronte alla sempre più incomprensibile e tarantolata trama della Brexit, marcata dalle ultime contorsioni di quello che fino a poco tempo fa era considerato tra i migliori sistemi politici-costituzionali del mondo.

Dopo aver visto respinto in maniera netta dal Parlamento l’accordo concluso con l’Unione europea per un recesso “soft”, ossia governato, Theresa May è ripartita alla volta di Bruxelles per cercare di eliminare dall’accordo ciò che lo rendeva inaccettabile ai britannici, il cosiddetto “backstop”. Si tratta di un sistema di controllo doganale effettuato tendenzialmente tra il territorio dell’isola britannica maggiore e quello dell’Irlanda del Nord destinato ad applicarsi dalla fine del 2020 nel caso in cui nessuna soluzione alternativa sia individuata per evitare la reintroduzione della frontiera fisica tra Irlanda del Nord e Repubblica irlandese. Il Parlamento britannico vi ha visto un rischio di frattura dell’unità nazionale del Regno Unito.

May tuttavia è tornata da Bruxelles con lo stesso accordo, semplicemente corredato da alcune tortuose dichiarazioni Ue destinate a rassicurare i britannici quanto alla buona volontà europea di trovare soluzioni alternative al backstop. Sennonché niente in queste dichiarazioni cambiava la sostanza dell’accordo perché se per gli inglesi il backstop rappresenta un rischio all’unità nazionale, per l’Unione la sua assenza costituirebbe una ferita intollerabile al mercato interno europeo: infatti, dato che il Regno Unito vuole avere la possibilità stipulare accordi commerciali diversi da quelli europei, la mancanza di dogane con la Ue avrebbe effetti distorsivi nel mercato interno europeo. Ma visto che nessuno vuole una frontiera fisica tra le due Irlande – nemmeno il Regno Unito – il controllo non può che essere nel “retro” di tale frontiera, vale a dire tra la “main island” e l’Irlanda del Nord. Qui sta l’incaglio, direbbe di nuovo Shakespeare: così come il backstop è indigeribile per il Regno Unito, è altrettanto irrinunciabile per l’Unione europea.

Le conseguenze del rinvio

Martedì 12 marzo, quando si sono visti ripresentare da May il medesimo “deal” per una soft Brexit, solo accompagnato da qualche ritocco cosmetico, i parlamentari britannici – che sono tutto fuorché sprovveduti- lo hanno respinto di nuovo a stragrande maggioranza. Cassato l’accordo per una Brexit governata, l’unica Brexit possibile era quella “no deal”, ossia un salto nel vuoto normativo che tutti considerano rovinoso dal punto di vista economico. Così mercoledì 13 marzo il Parlamento britannico votava – di stretta misura – un emendamento che chiedeva al governo di escludere una Brexit no-deal, non solo il 29 marzo – data fatidica in cui, a norma dell’articolo 50 del trattato Ue, scade il termine ultimo per concludere il negoziato – ma in qualsiasi altra data. In altri termini, il Parlamento britannico ha chiesto al governo di non arrivare mai a una Brexit non governata. Il governo May potrebbe ignorare la richiesta, dato che non è giuridicamente vincolante, ma dal punto di vista politico ciò condurrebbe il paese a una situazione di totale caos istituzionale.

Così giovedì 14 marzo, la situazione sembrava in stallo: se si rigetta la Brexit con il “deal” e si rende politicamente impercorribile la Brexit “no deal”, cosa rimane? Rimane la strada della richiesta alla Ue di una estensione del termine previsto dall’articolo 50 del trattato. E infatti, il Parlamento britannico ha votato un emendamento ai sensi del quale si prevede di esaminare un’ipotesi di nuovo “deal” il 20 marzo; se il nuovo “deal” dovesse venire approvato, l’estensione verrà richiesta fino al 30 giugno per ottenere i tempi tecnici di esecuzione delle norme necessarie al recesso. Se invece il nuovo accordo non dovesse essere approvato, l’estensione verrà probabilmente chiesta per un periodo più lungo.

La palla passa ora all’Unione. In base all’articolo 50, l’estensione può essere concessa, ma occorre il voto unanime di tutti i restanti 27 stati membri. Ovviamente, nessuno di loro vuole in

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Legge Pillon: divorzio e castigo. Per le donne

Ven, 15/03/2019 - 10:01

Il disegno di legge Pillon cambia le regole su affidamento e mantenimento dei figli minori in caso di separazione. Ma la genitorialità compartecipata andrebbe promossa sempre, attraverso politiche che aiutino le donne a conciliare lavoro e famiglia.

I punti controversi del Ddl Pillon

La prima storia di disputa sull’affido dei figli pare risalga ai tempi di re Salomone, il quale un giorno dovette decidere a chi affidare un infante conteso da due donne che si presentarono al suo cospetto, rivendicandone entrambe la maternità. Il re allora propose di dividere con una spada il figlio a metà per accontentarle entrambe: soluzione equa, ma letale.

Qualche secolo dopo, nel 2019, ecco il disegno di legge Pillon, ossia il Ddl 735 che riforma le modalità in materia di separazione tra i coniugi e affidamento dei figli minori. Si tratta di una legge degna dei metodi di re Salomone, che sta per concludere il lungo iter presso la commissione Giustizia del Senato.

I due punti più contestati sono l’obbligo di doppio domicilio del minore a seguito di separazione e il mantenimento in forma diretta da parte di entrambi. In particolare, è richiesto che dopo la separazione vi sia un ribilanciamento della genitorialità sia in termini di cura che in termini economici: il minore quindi dovrà trascorrere almeno 12 giorni al mese a casa di ciascun genitore e sarà eliminato l’assegno di “mantenimento”. La nuova normativa implica un superamento della figura del “genitore affidatario principale” in un contesto di affido condiviso, nel tentativo di ridurre il fenomeno dell’alienazione parentale. Infine, prevede l’annullamento dei trasferimenti economici dal genitore più abbiente a quello meno abbiente con il minore a carico.

Se da un lato le separazioni giudiziarie rendono “più poveri” entrambi i membri della coppia, dall’altro la controparte più vulnerabile è sistematicamente la donna, proprio a causa del perpetuarsi di profonde disuguaglianze di genere nell’ambito della partecipazione e delle opportunità economiche. Il mercato del lavoro italiano è infatti caratterizzato da un tasso di partecipazione femminile del 55 per cento: solo una donna su due partecipa al mercato del lavoro formale. Per le madri la situazione è ancora più critica rispetto alle donne senza figli. Secondo il Rapporto annuale 2017 dell’Istat, il tasso di occupazione tra le donne dai 25 ai 49 anni che vivono sole sfiora il 79 per cento, per quelle in coppia ma senza figli è circa del 69 per cento, mentre per le madri è solo del 54 per cento, con picchi negativi che raggiungono il 37 per cento in famiglie a basso reddito.

Secondo l’European working condition survey, nel nostro paese le donne trascorrono 30 ore settimanali nel mercato del lavoro e 24 in attività di cura familiari, contro le sole 9 ore settimanali degli uomini che, invece, possono dedicare 38 ore settimanali al mercato del lavoro formale. La situazione di squilibrio è il risultato di una tipica divisione del lavoro all’interno della famiglia profondamente dualista, la quale prevede una specializzazione dei ruoli di genere che portano avanti il modello dell’uomo come breadwinner, cioè incaricato in modo esclusivo o quasi del sostentamento economico della famiglia.

Se nel passato alcune sentenze giudiziarie hanno favorito le madri, la legge Pillon rischia di portarci all’estremo opposto e di risultare punitiva. Benché la legge si preoccupi della condivisione degli oneri della genitorialità dopo la separazione, manca del tutto l’attenzione alla condizione delle madri nel districarsi tra i doveri di cura e di lavoro durante la vita familiare.

La necessità di politiche di conciliazione

Disuguaglianze di opportunità fanno sì che vi siano disuguaglianze di risultati. Da un lato occorre promuovere la genitorialità compartecipata, ma dall’altro occorre creare le condizioni affinché si realizzi l’indipendenza economica di padri e, soprattutto, madri. Non è chiaro, dunque, perché misure che riformano la divisione dei carichi di lavoro familiare debbano essere introdotte esclusivamente a seguito della separazione, perseguendo un’ottica vessatoria, e non come politiche di conciliazione vita-lavoro e co-genitorialità. Applicare una legge correttiva a posteriori in un contesto così iniquo a priori rischia di peggiorare la vita delle donne, dei minori e della collettività nel suo complesso. Sarebbe auspicabile che politiche familiari efficaci, volte a ricalibrare i carichi di lavoro – finora grandi assenti nel dibattito politico – fossero messe in atto quando la famiglia ha ancora la volontà di esistere.

In questo modo, sarebbe possibile migliorar

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Quanto potere hanno davvero le regioni

Ven, 15/03/2019 - 10:00

Il federalismo differenziato è indubbiamente un argomento rilevante e spigoloso. Un’attenzione particolare dovrebbe essere dedicata all’effettivo potere di cui godono le regioni e al rapporto con alcune importanti variabili economiche e sociopolitiche.

L’indice di autorità regionale

In Italia il federalismo differenziato esiste già: quindici regioni a statuto ordinario coesistono infatti con cinque regioni a statuto speciale, ciascuna diversa dalle altre. Ma qual è l’effettivo livello di potere esercitato dalle amministrazioni regionali? L’indice di autorità regionale, il cosiddetto Regional Authority Index (Rai) proposto nel 2016 da Liesbet Hooghe, Gary Marks, Arjan H. Schakel, Sandra Chapman Osterkatz, Sara Niedzwiecki, and Sarah Shair-Rosenfield e riconosciuto dall’Ocse, rappresenta uno strumento estremamente valido per determinarlo. Dieci sono le dimensioni che vengono prese in considerazione, andando ben oltre i semplici indicatori fiscali. Nello specifico, lo spessore istituzionale, il perimetro delle politiche, l’autonomia fiscale, l’autonomia nell’indebitamento e la rappresentanza misurano l’autorità esercitata da un governo regionale su coloro che risiedono nella regione. L’attività legislativa, il controllo del potere esecutivo, quello fiscale, quello dell’indebitamento e la riforma costituzionale delineano l’influenza che l’amministrazione regionale ha sul paese nel suo complesso. L’indice assegna un punteggio che va da 0 a 30: le prime cinque dimensioni pesano per un totale di 18, mentre le seconde cinque sommano al massimo 12.

Un confronto tra Italia e Spagna

I punteggi forniti dal Rai ci permettono di confrontare sia il livello “standard” di governo regionale che le singole regioni differenziate nei vari stati. Particolarmente interessante risulta, per esempio, l’analisi della situazione in Italia e Spagna.
Le 15 regioni a statuto ordinario italiane ottengono un punteggio pari a 18 dal 2001 – anno in cui il potere regionale viene decisamente rinforzato dalla legge costituzionale n. 3, che modifica radicalmente il titolo V parte seconda della Costituzione – con un aumento di ben 4 punti rispetto all’anno precedente. Le 13 comunità autonome spagnole “standard”, ovvero tutte a eccezione di Navarra, Paesi Baschi, Galizia e Catalogna, si attestano a 23,5 a partire dal 2002. Ciò significa che, secondo il Rai, l’autorità regionale ordinaria spagnola è decisamente superiore a quella italiana. Lo stesso vale se si allarga l’orizzonte alle regioni “non standard” o differenziate. Se, infatti, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Valle d’Aosta e le province autonome di Trento e Bolzano hanno un punteggio pari a 19 dal 2001 in avanti, negli stessi anni tutte le singole regioni differenziate spagnole conseguono punteggi superiori. Detto in altri termini, facendo riferimento al Rai, le regioni spagnole, siano esse “standard” o differenziate, dispongono di un maggior potere complessivo.

Effetti sull’economia

Estremamente interessante è anche capire se l’indice di autorità regionale è correlato o meno con alcune variabili economiche e socio-politiche rilevanti, per le possibili ricadute in termini di politiche adottate. Se consideriamo le regioni differenziate in Italia, Spagna, Regno Unito e Canada, negli anni dal 2000 al 2016, l’autorità regionale non mostra alcun legame con il tasso di crescita del Pil pro capite o altre misure simili. È negativamente correlata con la percentuale di migranti sul totale della popolazione, per via del fatto che i confini e le persone che entrano nella regione potrebbero essere maggiormente controllati, riflettendo così il senso di appartenenza al territorio della popolazione.

Un grado più elevato di potere regionale aumenta invece l’affluenza elettorale. Ciò dovrebbe favorire una politicizzazione della vita pubblica e incoraggiare i cittadini a difendere lo status quo favorevole. Sebbene più debole rispetto alla precedente, una correlazione positiva emerge anche rispetto all’aspettativa di vita, in quanto un’amministrazione regionale più potente potrebbe migliorare il benessere della propria cittadinanza.

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Quarant’anni di finanziamenti al sistema sanitario

Ven, 15/03/2019 - 10:00

Com’è cambiato in quarant’anni il finanziamento del Servizio sanitario nazionale? Dalla parafiscalità si è passati alla fiscalità generale, è cresciuto il ruolo delle regioni e l’onere si è spostato dalle imprese alle famiglie. La costante sono i deficit.

Quarant’anni e quattro tendenze

All’inizio, nel 1980, costava solo 9,3 miliardi di eurolire e gravava sul Pil per il 4,7 per cento; oggi costa 117 miliardi di euro e pesa per il 6,8 per cento sul Pil. Il Servizio sanitario nazionale (Ssn) ha compiuto 40 anni lo scorso dicembre (L 833/78) e da allora molte cose sono successe.
Sul piano finanziario sono quattro le tendenze emerse: (i) il passaggio dalla parafiscalità alla fiscalità generale; (ii) il crescente ruolo fiscale delle regioni; (iii) un forte spostamento dell’onere dalle imprese alle famiglie; (iv) il costante finanziamento in deficit (vedi tabella 1 e figura 1).
Fino al 1978 la sanità pubblica era organizzata sul modello delle assicurazioni sociali “categoriali” (come le casse mutue malattia per i lavoratori dipendenti, gli statali, i lavoratori autonomi), dove il diritto alle prestazioni scaturiva da prelievi sulla busta paga e da contributi dei datori di lavoro. Solo i lavoratori attivi o in pensione e i loro familiari ne avevano diritto; non potevano accedervi i disoccupati o i poveri, come invece accade oggi con un sistema universalistico. Il sistema mutualistico andò in crisi e accusò il primo deficit – e il primo intervento dello stato a ripiano – nel 1966. Nel 1983, alla liquidazione dei circa 300 enti mutualistici, lo stato era intervenuto per un totale di 6,5 miliardi di eurolire (48,7 miliardi attualizzati). Furono anche ragioni finanziarie a richiedere un cambio di sistema.

Le imposte regionali

Nonostante la legge 833 prevedesse la fiscalizzazione dei contributi di malattia, si dovette attendere fino alla riforma di Vincenzo Visco del 1997, che trasformò nell’Irap i contributi dei datori di lavoro (aliquota 4,25 per cento) e nell’addizionale regionale Irpef (0,9 per cento) quelli dei lavoratori. Furono le prime due imposte “regionali”. Una seconda riforma fiscale, nel 2000, destinò parte dell’Iva ad alimentare un fondo perequativo nazionale, per coprire la differenza tra il fabbisogno regionale di spesa e il gettito delle nuove imposte.
Il Ssn risulta oggi finanziato da otto fonti diverse, anche se Iva e Irap rappresentano il 70 per cento del totale. Come dire, la fiscalizzazione è completata, ma servirebbe una razionalizzazione delle modalità di finanziamento e l’istituzione di vere imposte regionali.

La Costituzione del 1948 (articolo 117) prevedeva quale competenza delle regioni “l’assistenza sanitaria ed ospedaliera”, processo che iniziò nel 1974 e fu completato nel 1978. Tuttavia, le regioni non disponevano di propria capacità impositiva, che fu attribuita solo nel 1997, appunto con l’Irap e l’addizionale Irpef. Da allora, le due imposte rendono evidente qual è lo sforzo fiscale autonomo e quali i “trasferimenti perequativi” dello Stato. Ad esempio, nel 2017 in Lombardia il primo era del 40 per cento, in Lazio del 37 per cento, in Emilia-Romagna del 35 per cento, mentre in Calabria e Basilicata solo dell’8 per cento e in Campania e Puglia del 16 per cento. In altri termini, nelle quattro regioni meridionali i trasferimenti statali coprono rispettivamente il 92 e l’84 per cento dei costi del Ssn e senza questi trasferimenti non vi sarebbe una sanità regionale al Sud (dove oltretutto si registrano i maggiori deficit). Oggi solo il Veneto e altre cinque regioni e province a statuto speciale applicano ancora l’aliquota-base. Un possibile aumento di 0,5 punti dell’addizionale Irpef produce un gettito di 630 milioni in Lombardia, solo di 135 in Campania, di 51 in Calabria e di 19 milioni in Basilicata. Viene chiamato “federalismo sanitario”, ed è un federalismo molto sperequato e a volte irresponsabile, dove è più facile essere virtuosi (e vantarsi) se si dispone di maggiore gettito.

Meno contributi dalle imprese

Quando nel 1942 propugnò il welfare state, Lord William Beveridge era mosso anche dal proposito di sgravare dai contributi sociali l’industria britannica – addossandoli alle famiglie con le entrate fiscali (tax revenues) – per renderla più competitiva. Esattamente ciò che è avvenuto più tardi anche in Italia. I contributi sanitari a carico delle imprese (e della pubblica amministrazione) negli anni Ottanta e Novanta finanziavano il 40 per cento circa del sistema sanitario. Percentuale scesa con l’Irap al 35 per cento, tra il 1997 e il 2009, poi ancora al 26 per cento e ora stabilizzata al 18 per cento. Oggi, l’Irap grav

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Il Punto

Mar, 12/03/2019 - 10:21

La recessione peggiora i conti pubblici e rischia di obbligarci a una nuova austerità che farebbe salire le disuguaglianze. Per ridurre le quali il mix di minori spese e temporanei incrementi di imposte dovrebbe preservare il sociale e le infrastrutture, consumi e redditi da lavoro. E tassare immobili pregiati, successioni e guadagni finanziari. Sarà l’armonizzazione fiscale uno dei campi in cui la Ue potrà fare passi avanti dopo le prossime elezioni europee. Qualcosa si è fatto con due direttive negli ultimi tre anni. La concorrenza fiscale tra stati va bene ma l’elusione delle imprese che sfruttano i diversi sistemi di tassazione va frenata.
Scocca l’ora anche in Italia – come in molti paesi Ocse – del salario minimo legale? Sembrerebbe di sì, visto che ci sono in Parlamento ben cinque proposte di legge. Si differenziano tra loro per entità, platea, variazioni regionali, rivalutazioni periodiche. Ma i sindacati rimangono diffidenti sul tema.
Oltre a essere squallido, il muro che Trump vuole tra Usa e Messico non potrà bloccare le trasformazioni sociali. L’etnia bianca scenderà sotto il 50 per cento entro 25 anni, mentre cresceranno l’ispanica e, meno, l’asiatica e l’afro-americana. Con implicazioni per disparità, istruzione, occupazione e per gli orientamenti di voto. Più efficace, invece, un altro strumento negoziale del presidente americano: i dazi. Applicati per forzare la Cina ad aprire il suo mercato chiuso e poco trasparente, sono stati un’alternativa sbrigativa alla riforma del Wto. Un processo troppo incerto per politici nazionalisti che vogliono risultati immediati.

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Tutti entusiasti del salario minimo? Non proprio*

Mar, 12/03/2019 - 10:14

Sulla carta in Parlamento c’è un’ampia maggioranza favorevole all’introduzione del salario minimo. La norma va però ben ponderata. Perché leggi affrettate e invise alle parti sociali raramente portano a riforme del mercato del lavoro efficaci e durature.

Cinque proposte per il salario minimo

Il salario minimo legale è tornato ad animare il dibattito politico italiano ma questa volta si comincia ad entrare nei dettagli. Movimento 5 stelle e Partito democratico al Senato e Pd, Liberi e Uguali e Fratelli d’Italia alla Camera hanno presentato cinque diverse proposte di legge. Il salario minimo è anche il primo tema del capitolo lavoro del contratto di governo tra Lega e M5s. Quindi, sulla carta esiste in Parlamento un’ampia maggioranza favorevole. Tuttavia, un’analisi comparata mostra che le posizioni dei partiti sono piuttosto diverse (si veda riassunto in Tabella 1 e tabella dettagliata).

Tabella 1: Elementi principali delle proposte di legge sul salario minimo depositate al Senato e alla Camera

Nota: Per i dettagli si veda la tabella completa.

A 9 euro netti, il Pd fa la proposta più generosa per i lavoratori (e quindi più onerosa per i datori di lavoro), mentre il M5s propone 9 euro lordi. In entrambi i casi, soprattutto quello del Pd, si tratta di valori ben al di sopra della media Ocse se comparati ai valori dei salari medi o mediani. Le proposte di LeU e FdI, invece, con formulazioni molto simili, propongono di fissare il minimo al 50 per cento del salario medio indicato dall’Istat (quindi circa 7 euro), ma con variazioni regionali a seconda del livello di reddito, della produttività del lavoro e del tasso di occupazione regionale. Un’ipotesi comprensibile in un paese diseguale come l’Italia, anche se non se ne trova traccia in Europa e tra i paesi Ocse, minimi regionali esistono solo in grandi paesi federali come Usa, Canada o Messico.

Per quanto riguarda l’evoluzione futura, le proposte M5s e Pd al Senato propongono aumenti automatici, legati all’andamento dell’inflazione, mentre LeU lo collega all’andamento dei redditi. Invece, Pd alla Camera e FdI propongono di istituire una commissione composta da esperti e parti sociali che sia incaricata di stabilire gli aumenti, come succede in Germania o nel Regno Unito. Differenze significative emergono anche per quanto riguarda la frequenza degli aggiornamenti: Pd e M5s propongono aumenti annuali, FdI ogni tre anni, LeU ogni quattro.

In molti paesi sono previste valori inferiori per i giovani o altre categorie, da noi solo LeU e FdI prevedono un’esenzione per gli apprendisti. Infine, tutte le proposte, salvo quella del M5S, indicano sanzioni per chi non rispetti i nuovi minimi.

Cosa resta della contrattazione nazionale

Il nodo più delicato nel caso italiano è il rapporto del nuovo minimo con i contratti collettivi esistenti. I sindacati, infatti, non vedono di buon occhio un minimo per legge: temono che la contrattazione nazionale venga esautorata e i salari minimi abbassati. FdI, come già la legge delega del Jobs act, prevede che il minimo si applichi solo a chi non è coperto da un contratto collettivo. Tuttavia, come già discusso in precedenza, dato che tutti i lavoratori dipendenti sono di fatto coperti da un contratto collettivo nazionale, non è chiaro a chi si faccia riferimento. Il Pd alla Camera precisa che si applicherà a chi non è coperto da un contratto collettivo firmato da parti rappresentative. Il M5s, rifacendosi a una giurisprudenza recente sugli appalti e le cooperative, fa la proposta più vicina a quanto richiedono i sindacati e cioè accompagna l’introduzione di un minimo legale con un’estensione per legge dei minimi salariali previsti dai contratti collettivi firmati da parti rappresentative. Una sorta di doppia protezione (minimo legale e minimo contrattuale) che tuttavia continua a lasciare i sindacati non del tutto convinti (un’estensione completa dei contratti collettivi, però, è incostituzionale) e che, se non sarà accompagnata da adeguati margini di flessibilità, rischia di rendere il sistema di negoziazione salariale ancora più rigido, con effetti potenzialmente nefasti per occupazione e investimenti nelle aree meno ricche nel paese.

Infine, il Pd al Senato include anche una clausola di aumento proporzionale dei livelli retributivi superiori, con modalità da definire per decreto del ministro del Lavoro. Non è chiaro come questo dovrebbe avvenire, ma si tratterebbe di una novità assoluta tra i paesi Ocse.

Al di là del comune intento generale, se si entra nei dettagli si capisce quanto l’introduzione di un salario minimo legale, pur nella sua relativa semplicità, richieda una discussione approfondita. Un minimo per l

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Ridurre il debito con il consenso dei cittadini

Mar, 12/03/2019 - 10:13

Le conseguenze storicamente determinate dei piani di consolidamento fiscale su crescita e diseguaglianza non bastano a guidare l’azione politica. In una democrazia, il successo delle misure dipende probabilmente dal fatto che siano socialmente condivise.

Austerità e crescita

In Austerità (Rizzoli, 2019), Alberto Alesina, Carlo Favero e Francesco Giavazzi analizzano 170 piani di riduzione del debito pubblico adottati da 16 paesi Ocse tra il 1981 e il 2014, distinguendo tra quelli basati prevalentemente sulla riduzione di spesa e quelli basati prevalentemente sull’aumento di imposte.
Gli autori si chiedono come sia possibile minimizzare le conseguenze indesiderabili del consolidamento. L’indagine suggerisce in modo esaustivo che i piani basati prevalentemente sulla riduzione di spesa comportano un minor rallentamento della crescita e una più efficace stabilizzazione del rapporto debito/Pil rispetto quelli basati prevalentemente sull’aumento di imposte.
Ciò accadrebbe perché la tassazione ha effetti negativi sulla distribuzione efficiente delle risorse, mentre i tagli di spesa, segnalando la riduzione del peso futuro delle imposte, stimolano la fiducia.
Fin qui, tutto bene. Ma possiamo davvero ritenere che questi pur importanti risultati possano esaurire il dibattito sul contenimento dei “danni collaterali” di un consolidamento fiscale? Possiamo ritenere che la crescita sia una misura esaustiva o anche soltanto sufficientemente rappresentativa dei costi del consolidamento?

Gli effetti del consolidamento fiscale

Una vasta letteratura si è occupata della relazione tra consolidamento fiscale e diseguaglianza. Secondo Laurence Ball e altri (2013) e Davide Furceri e altri (2015) l’austerità è generalmente coincisa con un aumento della diseguaglianza. Jaejoon Woo e altri (2013) mostrano che piani basati sulla riduzione di spesa sono associati a incrementi della diseguaglianza più marcati rispetto a piani che si fondano sull’aumento delle entrate. Luca Agnello e Ricardo Sousa (2014) ottengono risultati simili. La questione non sembra di poco conto. Secondo Olivier Blanchard, l’aumento della diseguaglianza è alla radice dei fenomeni di instabilità politica e sociale di questi anni.
Un altro tema sorprendentemente escluso da Alesina, Favero e Giavazzi riguarda le conseguenze sul benessere individuale di riduzioni di spesa pubblica, che si determinano anche prescindendo da considerazioni relative agli effetti sulla diseguaglianza (Paul Samuelson, 1954). Cosa assicura che operare prevalentemente sul lato della spesa non comporti una eccessiva perdita di benessere pur in presenza di minori riduzioni di crescita?
In uno studio con Roberta Cardani e Lorenzo Menna ci siamo posti il problema del disegno di un piano ottimale di consolidamento fiscale in un contesto in cui le imposte sui redditi sono distorsive, la spesa pubblica contribuisce al benessere individuale e la ricchezza finanziaria è concentrata nelle mani della parte più ricca della popolazione.
I risultati potrebbero sembrare sorprendenti. Anche in assenza di conflitti distributivi, il peso del consolidamento ricade per circa il 75 per cento su incrementi temporanei di imposte. La polarizzazione nella distribuzione della ricchezza induce poi a visioni diametralmente opposte circa il contributo relativo delle imposte su capitale e lavoro durante il consolidamento.

I due dilemmi della politica

Abbiamo dunque un’idea abbastanza chiara delle conseguenze storicamente determinate dei piani di consolidamento fiscale sulla crescita e sulla diseguaglianza, tuttavia ciò non sembra sufficiente per guidare l’azione politica, che si trova a fronteggiare almeno due dilemmi.
Il primo riguarda l’efficienza allocativa delle imposte e il benessere derivato dalle spese pubbliche. Il secondo concerne l’alternativa tra equità ed efficienza. Molto rimane da fare, anche per gli economisti. A questo proposito sembra opportuno segnalare gli sforzi dell’Ocse, volti a delineare piani di riduzione del debito che siano “compatibili con crescita ed equità” (“growth and equity friendly”). Questo tipo di approccio, invece di enfatizzare la contrapposizione tra piani basati sul taglio alla spesa o sull’aumento delle entrate, sottolinea l’importanza di individuare componenti della spesa e specifiche imposte il cui utilizzo possa risultare meno costoso.

Le implicazioni dell’analisi possono risultare sorprendenti. Innanzitutto, si raccomanda di limitare l’utilizzo di strumenti che possono ridurre il potenziale produttivo. Tra questi, oltre alle imposte sui redditi, si segnalano spese in ed

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Oltre il muro, così cambia l’America

Mar, 12/03/2019 - 10:12

Negli Sati Uniti si continua a discutere dell’eventuale completamento del muro al confine con il Messico. Intanto, però, il processo di trasformazione sociale ed etnica del paese è già ben delineato. E le elezioni presidenziali del 2020 lo testimonieranno.

Le minoranze etniche negli Usa

Negli Stati Uniti la comunità bianca è storicamente la più numerosa, mentre le minoranze principali sono quella ispanica, quella afroamericana e quella asiatica. Secondo le previsioni dell’Ufficio statistico americano, la popolazione Usa dovrebbe aumentare complessivamente di circa il 30 per cento tra il 2015 e il 2060 (da 321 a 417 milioni).
La popolazione di etnia bianca, che attualmente rappresenta il 61,7 per cento del totale, è destinata a perdere la maggioranza assoluta fra un quarto di secolo: nel 2045 scenderà al 49,3 per cento e nel 2060 al 43,6 per cento (figura 1). In aumento, invece, la componente ispanica, che passerebbe dall’attuale 17,7 per cento al 25,3 del 2045 e al 28,6 del 2060. In crescita anche la componente asiatica, dal 5,3 al 9,1 per cento. La componente afroamericana, invece, registrerebbe un aumento meno intenso, dal 12,4 al 13 per cento.
Già oggi la composizione etnica varia molto da stato a stato, con una forte presenza ispanica soprattutto nel Sud-Ovest (Texas, New Mexico, California) e afroamericana nel Sud-Est (Mississippi, Alabama, Louisiana). Nel 2050, gli stati Usa con maggioranza etnica non bianca passeranno da 7 a 24, coprendo tutta la fascia meridionale e orientale (figura 2).
Un simile scenario avrà inevitabilmente ripercussioni politiche. Osservando i risultati del voto 2018 della Camera dei rappresentanti (figura 3), si nota una netta diversificazione a seconda della provenienza etnica. Tra l’elettorato bianco, oggi in maggioranza negli Stati Uniti, il Partito repubblicano ha ottenuto il 54 per cento dei voti. Tra le principali minoranze, invece, hanno vinto i Democratici. Particolarmente significativo il voto della comunità afroamericana, in cui il 90 per cento si è schierato con i democratici.

Figura 1 – Previsioni demografiche Usa, composizione etnica della popolazione *

Fonte: Elaborazioni Fondazione Leone Moressa su dati US Census Bureau

* Nota metodologica. Per stimare il gruppo etnico delle nuove nascite, il Census Bureau americano utilizza una metodologia denominata “Kid Link Method”: tiene conto dei tassi di fecondità dei diversi gruppi e della distribuzione di donne e uomini con bambini sotto i 18 anni, assegnando un gruppo etnico a ciascuna nuova nascita. In questo articolo si utilizza il concetto di “gruppi etnici”, mentre il Census Bureau distingue tra “ethnicity” e “race” (l’origine ispanica è considerata una componente etnica del gruppo razziale “bianco”). Le categorie utilizzate sono quindi: bianca non ispanica; ispanica; nera o afroamericana; asiatica; altro (che a sua volta include tre categorie: AIAN = American Indian and Alaska Native; NHPI = Native Hawaiian and Other Pacific Islander; gruppi misti).

Figura 2 – Stati Usa con prevalente etnia bianca, confronto 2018-2050

Fonte: Elaborazioni Fondazione Leone Moressa su dati US Census Bureau

Figura 3 – Composizione del voto per provenienza etnica (elezioni Usa 2018, Camera dei rappresentanti)

Fonte: Exit polls Cnn

Esclusione e marginalità

Secondo l’American Psycological Association (Apa), numerosi studi dimostrano la relazione tra appartenenza etnica e status socio-economico. Non a caso, gli Stati Uniti sono il paese del G7 con la più alta disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza (indice di Gini).
Ad esempio, il rapporto Kids Count della Annie E. Casey Foundation, del 2014, afferma che negli Usa il 39 per cento dei bambini e adolescenti afroamericani e il 33 per cento di quelli latinoamericani vivono in povertà, mentre tra i bambini e adolescenti bianchi e asiatici l’indice scende al 14 per cento.
Sempre secondo l’Apa, afroamericani (53 per cento) e latini (43 per cento) hanno più probabilità di ricevere mutui ad alto costo rispetto ai bianchi (18 per cento). I tassi di disoccupazione tra afroamericani sono in genere il doppio rispetto a quelli degli americani di origine europea.
Sul fronte dell’educazione, invece, i tassi di abbandono scolastico dei “latinos” rimangono i più alti, seguiti da afroamericani e poi bianchi (National Center for Education Statistics, 2015). Una ricerca condotta nel 2013 ha rilevato che tra i laureati afroamericani di età compresa tra 22 e 27 anni il tasso di disoccupazione era del 12,4 per cento, più del doppio del tasso di disoccupazione tra tutti i laureati nella stessa fascia di età (5,6 per cento).
Sul piano più stre

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