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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 54 min 49 sec fa

Più occupazione a Sud per battere la disuguaglianza*

Gio, 22/08/2019 - 10:36

Le differenze tra Centro-Nord e Mezzogiorno nella distribuzione dei redditi sono nettamente superiori a quelle di altri paesi. Per ridurle sono fondamentali politiche che aumentino il tasso di occupazione al Sud. Anche a costo di abbassare le paghe orarie.

Divari nell’occupazione

Il nostro paese si contraddistingue per un’elevata disuguaglianza dei redditi familiari. Le tasse e i trasferimenti pubblici operano una scarsa redistribuzione tra ricchi e poveri, finendo per intaccare solo in parte le ampie differenze nei redditi “di mercato” (quelli percepiti come remunerazione del proprio lavoro o del capitale posseduto). L’inadeguatezza del sistema di welfare italiano è nota da decenni ed è sistematicamente al centro delle raccomandazioni di riforma indicate dalle istituzioni internazionali (Commissione europea, Fondo monetario internazionale e Ocse).

Per elaborare un’efficace politica di riduzione della disuguaglianza è però necessario tenere conto del fattore geografico, spesso trascurato in tali raccomandazioni (con l’eccezione dell’ultimo rapporto Ocse). Le differenze tra Centro-Nord e Mezzogiorno nella distribuzione dei redditi contribuiscono infatti per circa un quinto della disuguaglianza nazionale, un valore molto superiore a quello osservato in altri paesi europei caratterizzati da persistenti divari territoriali, come la Germania e la Spagna. Ciò non è spiegato solamente dal fatto che i redditi sono in media più bassi nel Sud Italia, ma anche da un’altra circostanza: le differenze di reddito tra poveri e ricchi sono più pronunciate all’interno del Mezzogiorno. L’indice di Gini, una misura standard di disuguaglianza, è pari al 34 per cento all’interno dell’area, contro il 30 nel Centro-Nord.

In un recente lavoro di ricerca mostriamo come sia i minori redditi medi sia la maggior disuguaglianza interna all’area meridionale siano riconducibili in larga misura alle differenti opportunità lavorative. Il tasso di occupazione nelle regioni del Sud è significativamente inferiore (44 per cento contro il 66, secondo la Rilevazione sulle forze di lavoro del 2018). Ma non solo: è anche distribuito tra le famiglie in maniera meno omogenea, con circa il 13 per cento degli individui che vive in famiglie senza percettori di reddito da lavoro, contro valori sopra al 6 per cento nel Centro-Nord.

Per quantificare il ruolo dell’occupazione, abbiamo usato diversi metodi statistici per simulare come cambierebbe la disuguaglianza nazionale se le ore lavorate delle famiglie meridionali venissero portate ai livelli di famiglie simili – in termini di caratteristiche demografiche e di istruzione –residenti al Centro-Nord. Secondo le stime, sia la disuguaglianza interna all’area sia il reddito medio convergerebbero verso i valori del resto del paese, abbassando la disuguaglianza nazionale di circa il 15 per cento (figura 1) e allineandola così ai livelli medi dell’Unione europea.

Cosa succederebbe se, invece di modificare i livelli occupazionali, si attribuissero alle famiglie del Mezzogiorno i redditi da lavoro orari di famiglie simili residenti nel Centro-Nord? Le simulazioni indicano che la disuguaglianza nazionale scenderebbe solamente del 3 per cento. Il reddito medio delle famiglie meridionali crescerebbe, ma la disuguaglianza all’interno dell’area rimarrebbe sostanzialmente immutata. Della crescita dei salari beneficerebbero, infatti, solamente le famiglie che hanno componenti occupati, in particolar modo quelle a maggior intensità lavorativa.

Il disegno delle politiche

Aumentare il tasso di occupazione nelle regioni meridionali non è certamente una sfida banale. Politiche mirate a favorire la partecipazione al mercato del lavoro, per esempio attraverso crediti d’imposta o la riduzione del cuneo fiscale, potrebbero aiutare ad aumentare i bassi tassi di attività del Mezzogiorno. Ma sarebbero comunque insufficienti se non associate a un aumento della domanda di lavoro da parte del settore privato, che risente fortemente dei bassi livelli di produttività dell’area.

Un intervento molto discusso, che potrebbe avere effetti anche nel breve periodo, consiste nel ridurre il costo del lavoro nelle aree più svantaggiate, per esempio riducendo i vincoli imposti dalla contrattazione collettiva nazionale. In questo caso, però, l’aumento dell’occupazione avrebbe luogo insieme a una contrazione dei redditi orari da lavoro. L’impatto complessivo sulla disuguaglianza dipende dal peso relativo di queste due forze contrapposte. Secondo le simulazioni, la disuguaglianza calerebbe comunque in modo significativo (circa il 10 per cent

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Così l’autonomia farà crescere le differenze

Mar, 20/08/2019 - 09:42

Il sistema delineato dalle intese con le tre regioni che chiedono l’autonomia  aumenterà il divario nella qualità e quantità dei servizi offerti a livello regionale. Si dovrebbero sciogliere i nodi dei fabbisogni standard e degli incrementi di gettito che restano nel territorio.

Spesa storica, fabbisogno standard e clausola di salvaguardia

Il tema delle autonomie regionali rimane all’ordine del giorno indipendentemente dall’esito dell’attuale crisi politica. Per il momento, vi sono coinvolte Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, i cui presidenti il 15 febbraio 2019 hanno siglato intese con il governo ai sensi dell’articolo 116, comma terzo, della Costituzione.

Il decentramento stabilito nelle intese cattura l’interesse dei media perché potrebbe non implicare il semplice trasferimento di una serie di funzioni valutate al costo attualmente sostenuto dal governo centrale. Le risorse da trasferire potrebbero essere determinate utilizzando i fabbisogni standard, che però, come sottolinea l’Ufficio parlamentare di bilancio in un suo recente intervento, non dovrebbero essere molto differenti dall’assegnazione storica che lo stato fa alle regioni in base a parametri oggettivi. Se tuttavia i fabbisogni standard non fossero determinati entro tre anni dall’approvazione dei decreti che formalizzano le autonomie regionali, alle regioni sarà riconosciuto un valore almeno pari alla spesa media nazionale: è la cosiddetta clausola di salvaguardia. L’esatto opposto dell’obiettivo che dovrebbe prefiggersi uno schema di decentramento della fornitura di servizi pubblici, che dovrebbe riflettere le differenze nei fabbisogni e costi dei diversi territori.

Nelle intese si fa menzione dell’istituzione di una compartecipazione regionale alle imposte sui redditi delle persone fisiche e ad eventuali altri tributi erariali che finanzierebbe la spesa devoluta e che sarebbe rivista ogni due anni in base alle esigenze di gettito che emergono dall’evoluzione della base imponibile. Nell’articolo 5 è anche scritto che “l’eventuale variazione di gettito maturato nel territorio della regione dei tributi compartecipati (…) rispetto a quanto venga riconosciuto in applicazione dei fabbisogni standard (…) è di competenza della regione”. Quindi, se nei due anni in cui la compartecipazione rimane fissa vi è un aumento di gettito che porta a incassare più di quanto sarebbe necessario per soddisfare i fabbisogni standard, la somma resterebbe nel territorio ove è stata generata. Sarebbe gettito in più oltre quello necessario a soddisfare i fabbisogni standard.

Ma la norma chi avvantaggia?

Nel caso in cui venisse adottata la clausola di salvaguardia, trasferimenti compensativi (colonna 1 della tabella) andrebbero alla Lombardia per 1,871 miliardi, all’Emilia-Romagna per 468 milioni di euro e al Veneto per 367 milioni. Altre regioni a statuto ordinario con spesa pro capite molto bassa trarrebbero vantaggio dall’applicazione del criterio della spesa media nazionale: il Piemonte (+368 milioni), la Puglia (+241 milioni), la Toscana (+29 milioni) e le Marche (+26 milioni).

Per tutte le altre ci sarebbe una diminuzione di risorse. Per il Lazio il taglio sarebbe di 1.770 milioni, per la Campania di 696 milioni, per la Calabria di 261 milioni, per la Basilicata di 265 milioni, per la Liguria di 204 milioni, per l’Umbria di 108 milioni, per il Molise di 85 milioni e per l’Abruzzo di 49 milioni.

Quindi l’applicazione della clausola di salvaguardia sarebbe estremamente conveniente per le tre regioni che chiedono l’autonomia e che dunque potrebbero avere tutto l’interesse a far saltare il tavolo dei fabbisogni standard. Ecco perché sarebbe importante eliminare dalle intese la clausola di salvaguardia, che potrebbe indurre comportamenti strategici poco virtuosi.

Gli effetti della compartecipazione

Nella tabella abbiamo calcolato una compartecipazione al gettito raccolto a livello regionale dell’imposta personale sul reddito delle persone fisiche (colonna 3), come previsto dagli accordi siglati il 15 febbraio. L’aliquota della compartecipazione Irpef per coprire la spesa regionalizzata per tutte le funzioni richieste, comprensive dei trasferimenti necessari a raggiungere la media nazionale (nel caso in cui non vengano approvati i fabbisogni standard), sarebbe del 30 per cento per l’Emilia-Romagna, del 28 per cento per la Lombardia e di quasi il 34 per cento per il Veneto, mentre arriverebbe a superare il 71 per cento per la Calabria, il 64 per cento per la Campania e il 61 per cento per la Puglia.

Nelle intese è previsto che l’eventuale variazione di getti

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Se la burocrazia diventa un’arma di discriminazione*

Mar, 13/08/2019 - 12:45

Sono davvero tanti gli esempi di norme introdotte dal governo gialloverde per rendere difficile la vita degli immigrati che vivono in Italia. Il razzismo è un problema culturale, non si risolve per legge. Ma la legge non dovrebbe contribuire ad aggravarlo.

Un atteggiamento già assunto nel contratto di governo

C’è “chi ha volutamente alimentato la diffidenza nei confronti degli immigrati trasformandola in aperta ostilità” ha scritto di recente Tito Boeri. È un atteggiamento che non solo ha caratterizzato l’ultima campagna elettorale e continua a connotare le dichiarazioni di esponenti di governo, ma si è anche tradotto sul piano normativo in regole che tendono a sfavorire gli immigrati, a gravarli di particolari oneri burocratici o addirittura a discriminarli.

Di questa sorta di “razzismo” c’è traccia già nel cosiddetto “contratto di governo”. Ad esempio, al punto 18 si menziona il “sostegno per servizi di asilo nido in forma gratuita a favore delle famiglie italiane”: le altre, quindi, sembrerebbero escluse. Ma anche in una delle misure bandiera dell’esecutivo, il reddito di cittadinanza, si ritrova l’atteggiamento di sfavore. Infatti, alle persone di origine straniera non basta avere i requisiti previsti per la generalità dei richiedenti, poiché per loro la legge ha posto paletti ulteriori che ne ostacolano la fruizione: dieci anni di residenza in Italia, di cui gli ultimi due continuativi, condizione che per gli stranieri è più difficile rispettare; certificazione dell’autorità estera competente, tradotta in lingua italiana e legalizzata dall’autorità consolare italiana, attestante la composizione del nucleo familiare e la situazione reddituale-patrimoniale. Per il momento, in attesa del decreto che individui i paesi i cui cittadini sono esonerati dall’obbligo – che avrebbe dovuto essere emanato entro giugno – le istruttorie dell’Inps per gli extracomunitari sono sospese.

Alcuni paletti sono “di dubbia legittimità sia in relazione alla carta costituzionale, sia in relazione alle norme UE”: sulla natura discriminatoria di limitazioni similari i giudici si erano pronunciati in passato (ad esempio, in tema di bonus bebè regionale o di edilizia popolare).

Una sorta di “razzismo” si rileva pure nella scelta del governo di accorpare in un unico testo, il cosiddetto “decreto sicurezza” (ora legge n. 132/2018), i due decreti originari (uno su sicurezza, l’altro su immigrazione). La scelta ha determinato “una specie di etichetta preliminare nei confronti del migrante come di persona potenzialmente incline al crimine e ad attentare alla sicurezza, il che vuol dire trattarlo come un diverso” secondo Giovanni Maria Flick.

Più difficile ottenere la cittadinanza

La stessa legge contiene disposizioni improntate alla “burocrazia discriminatoria”. Ad esempio, “per il rilascio degli estratti e dei certificati di stato civile occorrenti ai fini del riconoscimento della cittadinanza italiana” si prevede un termine di sei mesi dalla presentazione della richiesta da parte degli stranieri: si tratta di documenti che gli italiani normalmente ottengono a vista.

Il medesimo sfavore burocratico torna nella norma che raddoppia i termini dell’iter per la concessione della cittadinanza (48 mesi) con efficacia retroattiva, cioè investendo i procedimenti già in corso. O nella eliminazione della norma che disponeva una sorta di silenzio-assenso per l’acquisizione della cittadinanza con matrimonio, scaduti i termini previsti. Dunque, da un lato, si aumentano retroattivamente i tempi della procedura burocratica, dall’altro si cancella una regola tesa ad attenuare il peso della burocrazia stessa. E, sempre in tema di cittadinanza, va richiamata la disposizione che in alcuni casi ne prevede la revoca per gli stranieri condannati in via definitiva: trattarli diversamente rispetto agli italiani condannati per i medesimi reati “significa creare un ordinamento separato sulla base dell’appartenenza etnica”.

Si pensi, poi, alla tassa dell’1,5 per cento sulle rimesse inviate verso i paesi extra-Ue attraverso i money transfer (legge di conversione del decreto fiscale collegato alla legge di bilancio): “non si può parlare di tassa sugli immigrati, dato che non dipende dalla nazionalità di chi effettua l’operazione”, ma “il money transfer è lo strumento principale da loro utilizzato”. La natura “ingiustificatamente discriminatoria” della tassa è stata dichiarata dalla Autorità antitrust.

Di burocrazia a danno degli immigrati si è parlato per una vicenda riguardante il comune di Lodi: per godere di presta

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L’autonomia migliora l’ambiente

Gio, 08/08/2019 - 11:23

Il riconoscimento di una maggiore autonomia a Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto sulle questioni ambientali sarebbe un premio alla loro capacità di trovare soluzioni. E il governo dovrebbe estendere le loro buone pratiche al resto del paese.

Le regioni e il ciclo dei rifiuti

I problemi della gestione dei rifiuti sono un buon esempio di cosa accade quando le regioni non fanno bene il loro lavoro: per legge, spetta loro il compito di assicurare l’autosufficienza nello smaltimento dei rifiuti urbani, individuando i fabbisogni e pianificando gli impianti. Quando per l’incapacità di trovare soluzioni o per biechi motivi di consenso elettorale vengono meno ai loro doveri, il conto è salato.

Ma l’Italia non è tutta uguale. Ci sono regioni che hanno una tradizione di buone scelte in materia di ambiente e altre, invece, dove le crisi periodicamente si susseguono.

Una geometria variabile che forse meriterebbe una riflessione anche sul ruolo che il governo, tramite i suoi dicasteri, può (e deve) esercitare attraverso poteri sostitutivi quando le emergenze ricorrenti rivelano l’imperizia degli amministratori locali nel trovare risposte o costruire il necessario consenso per renderle fruibili.

Il dibattitto sul federalismo differenziato, con le istanze autonomiste di Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, in materia di ambiente offre alcuni spunti di riflessione.

Per quanto riguarda i rifiuti, la discussione verte principalmente su cinque competenze.

Lombardia e Veneto hanno chiesto al governo la devoluzione della scelta dei criteri di assimilazione dei rifiuti speciali agli urbani. In altre parole, vorrebbero poter decidere quali rifiuti prodotti dalle imprese possono essere ricompresi tra quelli urbani e, quindi, gestiti negli stessi impianti.

Tutte e tre le regioni chiedono di poter disciplinare i criteri per distinguere quali scarti dell’attività produttiva sono sottoprodotti che possono essere gestiti come beni, anziché come rifiuti, con indubbi benefici in termini di minori oneri amministrativi. Così come vorrebbero poter delineare i criteri di end of waste (EoW), per rilanciare l’economia circolare.

La disciplina EoW concerne il processo che consente a un rifiuto di trasformarsi in un prodotto, passando dall’essere un costo all’avere valore e uscendo così dalla più rigida disciplina amministrativa e dei controlli dei rifiuti. Le tre regioni dovrebbero anche disciplinare l’utilizzo dei fanghi di depurazione in agricoltura: sono costituiti da materiali e fluidi di scarto dei processi di depurazione delle acque reflue urbane e da sempre sono impiegati in agricoltura poiché migliorano la fertilità dei terreni.

L’Emilia-Romagna, poi, vorrebbe decidere quando autorizzare lo smaltimento in regione dei rifiuti che derivano dal trattamento di quelli urbani indifferenziati provenienti da altre regioni e la possibilità di stabilire la misura della compensazione economica che le deve essere riconosciuta in quanto regione che li accoglie.

Acque e ambiente       

Meno interessato dalle richieste di autonomia appare l’ambito della tutela delle acque e dell’ambiente.

La Regione Emilia-Romagna chiede che sia confermata la competenza regionale nell’individuazione degli ambiti di gestione del servizio idrico integrato (ambiti territoriali ottimali), ossia del disegno dei territori per l’organizzazione del servizio, con confini pensati per raggiungere economie di scala. Vorrebbe anche poter decidere sulle norme e le azioni per la corretta gestione delle acque.

L’Emilia-Romagna vorrebbe poter incidere sulla pianificazione delle autorità di bacino distrettuale, cioè sulle scelte degli enti che organizzano la gestione dei bacini idrografici, sulle misure necessarie alla tutela qualitativa e quantitativa dei sistemi idrici e sui criteri per il riutilizzo delle acque reflue, una volta depurate.

Cosa cambia?

La portata della riforma non è tanto in termini di risorse da trasferire dal centro alla periferia, che ammontano, per l’intera materia ambientale a circa 73 milioni di euro per la Lombardia, 42 milioni per il Veneto e 36 per l’Emilia-Romagna, con un’incidenza complessiva sul totale pari all’1,4 per cento.

La questione vera è se concedere o meno a queste amministrazioni regionali un rafforzamento delle competenze. E la decisione dovrebbe essere presa sulla base di come hanno operato in precedenza.

In materia ambientale, le tre regioni vantano numerose buone pratiche, attestandosi certamente come le più virtuose del paese. Lombardia ed Emilia-Romagna sono, per esempio, le uniche due regioni autosufficienti nello smaltimento dei rifiuti urbani (autosuf

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Quanto si divertono gli italiani

Mar, 06/08/2019 - 14:49

Un’analisi empirica studia il rapporto tra italiani e divertimento. Si scopre così che ricaviamo grandi soddisfazioni dagli acquisti online, cibo e spettacoli compresi. Il giorno migliore per divertirsi è il martedì. Il nemico è il troppo lavoro.

Un questionario sul divertimento

Quanto si divertono gli italiani? O meglio: gli italiani si divertono? Oppure ancora: esattamente il divertimento come si definisce?

Proponiamo qui i risultati dell’elaborazione di un dataset composto da 3008 osservazioni, frutto delle risposte a un questionario su un panel Doxa (la ricerca è promossa da Phd Italia, agenzia media e di comunicazione di Omnicom Media Group) che aveva lo scopo di analizzare la dimensione del fun (divertimento) su un campione rappresentativo della popolazione italiana.

Come si divertono dunque gli italiani? Il questionario esplora cinque ambiti molto diversi: il divertimento nelle attività di svago, in quelle di produttività (tipicamente il lavoro), il divertimento rispetto al mangiare e alla mobilità e nell’uso di strumenti e piattaforme digitali.

Il questionario contiene domande sul livello di divertimento nel giorno prima dell’intervista, con valori in una scala compresa tra 0 e 6, secondo la metodologia del Daily Reconstruction Method di Daniel Kahneman, in cui 0 rappresenta di fatto l’assenza dell’attività relativa e 6 il livello massimo di divertimento. Il questionario, inoltre, contiene una domanda sul livello di soddisfazione generale (life satisfaction), espresso in una scala tra 0 e 10.

Abbiamo costruito un indicatore sintetico di divertimento, avvalendoci dell’analisi fattoriale.

Il fun index che ne deriva, dal valore più piccolo a quello più grande, rappresenta livelli crescenti di divertimento. In particolare, abbiamo individuato tre classi: 1- livello più basso di divertimento; 2- livello medio di divertimento; 3- livello più alto di divertimento.

I fattori che concorrono, tra gli altri, a influire maggiormente sul divertimento, sono quelli legati all’intensità delle relazioni sociali.

A livello di cibo, è rilevante il peso del food delivery, in stretta associazione con quello – molto alto – di Netflix tra le variabili di accesso al consumo digitale. In generale, la piattaforma di video streaming, insieme a Spotify per la musica, la fa da padrone. Risulta interessante poi notare come, nel complesso, concorrano ad alti livelli di fun index variabili quali l’attività sessuale, l’happy hour e lo shopping online. Per quest’ultimo aspetto, c’è coerenza in ciascuna dimensione rispetto al ruolo del consumo digitale: pesano molto il food delivery per il cibo, il car sharing per il trasporto; lo shopping online rispetto agli acquisti in negozio e i supermercati digitali in contrapposizione a quelli fisici.

Abbiamo poi concentrato l’attenzione su due aspetti: la correlazione tra divertimento e soddisfazione generale e quella tra divertimento e lavoro.

Benessere soggettivo e fun index

L’associazione tra indicatore di soddisfazione generale e quello di divertimento è significativa all’1 per cento. Il coefficiente di correlazione è vicino a 0,6, che è un valore elevato, ma al tempo stesso suggerisce che parlare di benessere soggettivo è diverso dal parlare di divertimento. Le due dimensioni sono sì associate e si muovono nella stessa direzione, ma non catturano la stessa cosa.

Grafico 1

Non sorprende che per il livello massimo di fun index anche la soddisfazione generale raggiunga livelli più elevati.

Abbiamo poi condotto un’analisi statistica cercando di spiegare cosa abbia un impatto maggiore sul fun index da un lato e sulla soddisfazione generale dall’altro, controllando per diversi fattori.

Il risultato più curioso riguarda il giorno della settimana: se per il fun index il giorno in cui aumenta di più la probabilità di divertirsi è il martedì, per il benessere soggettivo il giorno più felice è il giovedì.

Una possibile spiegazione riguarda proprio il fatto che il martedì sia, dopo il Blue Monday, il giorno in cui le persone cercano di “compensare”, divertendosi, l’effetto negativo dell’inizio di settimana, mentre sul giovedì ha un’influenza positiva l’aspettativa del weekend.

Lavoro e divertimento

Dal dataset emerge abbastanza chiaramente come le persone dichiarino una certa insoddisfazione sul lavoro, correlata a un basso livello di divertimento.

Il grafico 2 mostra come cambia la probabilità di divertirsi in funzione della percentuale di tempo dedicata al lavoro.

Grafico 2

Anche in questo caso nessuna sorpresa: più si diventa stacanovisti e più si dedica tempo all’attività lavorativa, maggiore è

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Il Punto

Ven, 02/08/2019 - 11:10

Zero: l’Italia non cresce da quattro trimestri. Il governo spera in un’accelerazione del Pil di qualche decimale per arrivare allo 0,2 su tutto il 2019. Ma domanda estera e interna non promettono tanto. E a nulla servirebbe nel prossimo autunno una legge di bilancio in deficit che sfidi Europa e mercati.
Sulle “neutrali” pagelle delle agenzie di rating ai titoli delle imprese sembra pesare l’orientamento politico degli analisti che – lo prova una recente ricerca su dati Usa – danno valutazioni diverse sulle prospettive dell’economia a seconda che l’amministrazione sia democratica e repubblicana. Finora, peraltro, la guerra commerciale tra Trump e Xi Jin Ping non ha frenato in modo marcato l’economia cinese che nel secondo trimestre 2019 ha fatto segnare un +6,2 per cento. È il dato peggiore negli ultimi 27 anni, ma in linea con le attese. Mentre all’interno prospera il poco efficiente mix gestionale di pubblico e privato.
C’è il diritto del cittadino alle cure mediche e c’è il diritto-dovere del Servizio sanitario di utilizzare – a parità di efficacia – i farmaci meno cari per non farli mancare a nessuno. Lo hanno stabilito le massime corti italiane ed europee sul caso che ha coinvolto la regione Emilia-Romagna e due big del farmaco, Novartis e Roche.
Un aspetto della massiccia emigrazione dei giovani italiani finora è stato sottovalutato: tra loro (che per lo più non rientrano in patria) molti avrebbero potuto diventare nuovi imprenditori. Uno studio, infatti, documenta la correlazione tra fuga dei cervelli e bassa creazione di imprese.
Con la crescita economica al palo, l’aumento dell’occupazione è un’illusione ottica. In realtà a spingere insù il tasso è anche il fatto che dal 2012 ci sono molti più over 65 ancora al lavoro. Un effetto della riforma Fornero delle pensioni.
L’Italia è sempre una meta turistica top ma siamo indietro nelle infrastrutture, soprattutto i trasporti. E cresce il turismo “mordi e fuggi”, qualitativamente deprecabile, tipicamente rappresentato dalla folla che ogni giorno invade le Cinque Terre in Liguria. Per uno sviluppo ordinato la grande assente è la politica.

Convegno annuale de lavoce.info il 16 settembre a Milano. Save the date!
“Abolire davvero la povertà” è il titolo del convegno annuale de lavoce.info che si svolgerà nel pomeriggio di lunedì 16 settembre all’Università Bocconi di Milano con speaker di eccezione. Sarà un’occasione per vederci di persona, dopo tante interazioni digitali! La prima parte dell’incontro è riservata ai nostri collaboratori e sostenitori più affezionati (quelli che ci hanno finanziato con almeno 100 euro nell’ultimo anno o cumulativamente negli ultimi tre anni). Chi vuole è ancora in tempo per fare una donazione.

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Pechino fa i conti con l’incertezza

Ven, 02/08/2019 - 11:10

L’economia cinese rallenta nel 2019, come era nelle previsioni del governo. La crescita acquista un ritmo più sostenibile, riducendo la probabilità di un crollo repentino. Ma neanche le autorità cinesi possono controllare i fattori esterni più insidiosi.

Il rallentamento controllato

Il comunicato dell’ufficio politico del comitato centrale del Partito comunista cinese, riunitosi il 30 luglio per la valutazione periodica dell’andamento dell’economia nella prima metà dell’anno, ne conferma la solidità, insieme a quella dei fondamentali. Ma al di là dei toni edulcorati e vaghi del documento, i fatti sono inequivocabili. Il Pil del secondo trimestre 2019 ha chiuso in rialzo annuo del 6,2 per cento: è il dato peggiore negli ultimi 27 anni, però è perfettamente in linea con le aspettative in un contesto internazionale indebolito. D’altra parte, la Cina rallenta almeno dal 2014. “La pressione al ribasso sull’economia cinese continua ad aumentare, la crescita dei consumi sta rallentando e la crescita degli investimenti effettivi manca di slancio”: con queste parole, il primo ministro Li Keqiang annunciava a inizio anno che Pechino aveva abbassato il suo obiettivo di crescita economica del paese per il 2019, attribuendo il rallentamento a un “profondo cambiamento nell’ambiente esterno”, un chiaro riferimento alla guerra commerciale con gli Stati Uniti.

Secondo i dati del Fondo monetario internazionale, il Pil cinese è sceso dal 6,9 per cento nel 2017 al 6,6 per cento nel 2018 e già dalla fine dell’anno si prevedeva un minimo per il 2019. A causa della divergenza tra le sue ambizioni internazionali e le sue effettive capacità interne, il governo cinese ora deve aumentare la competitività interna ed esterna del paese.

La guerra commerciale e altre cause

Certamente, l’economia cinese è influenzata dagli effetti di uno scenario commerciale molto deteriorato rispetto ai valori degli ultimi anni, a causa della guerra dei dazi con gli Stati Uniti.

I dati mostrano un rallentamento degli scambi: le esportazioni sono aumentate solo del 7,1 per cento nel 2018 e le importazioni del 12,9 per cento, rispetto al 7,9 e al 15,9 per cento nel 2017 (Cnn). Ma per il momento la guerra commerciale ha meno “colpa” di quanto si pensi, perché i suoi effetti reali devono ancora manifestarsi. Anzi negli ultimi mesi potrebbe aver paradossalmente prodotto risultati contrari. I dati sulla crescita degli Stati Uniti indicano che le aziende hanno importato di più per accumulare scorte in previsione di aumenti dei prezzi dovuti ai dazi doganali. È un effetto destinato a svanire presto. Nel frattempo, il rallentamento globale ridurrà anche le esportazioni verso altri mercati. In effetti, altri fattori stanno agendo e il calo degli scambi potrebbe non essere la causa principale, o la più preoccupante, del rallentamento della Cina.

Nel 2018 l’economia cinese ha perso slancio, soprattutto a causa degli sforzi del governo per contenere gli elevati livelli di indebitamento delle imprese. Il rapporto tra attività e passività è diminuito per tutti – più per il pubblico che per le aziende private – e i prezzi delle azioni ne hanno pagato le conseguenze, mettendo in difficoltà le stesse imprese e bruciando i risparmi di molte famiglie. Il principale indice di borsa, lo Shenzhen Composite Index, ha perso il 33 per cento dall’inizio dell’anno, infettando anche le borse occidentali. Lo scorso dicembre l’enorme settore industriale cinese si è contratto per la prima volta in due anni e mezzo. È vero che i servizi sono andati molto meglio, ma resta da vedere come il settore, composto principalmente da società di software e servizi alle imprese, possa mantenere questo ritmo con una produzione industriale in calo.

In questo contesto, non si vede come gli investimenti, l’unica vera fonte di crescita negli ultimi 40 anni, possano rimanere stabili. Sia il finanziamento del credito che la raccolta di risorse in borsa sono più difficili che mai, quindi molte società private sono arrivate al punto di chiedere o accettare partecipazioni statali e, allo stesso tempo, molte aziende statali hanno accolto con favore il capitale privato. Ciò crea un sistema di partecipazioni pubblico-privato volto più a coprire i problemi di debito che a risolverli. Più partecipazioni statali nelle aziende spesso significano meno produttività e meno efficienza, i due punti di forza del settore della produzione privata nei trenta gloriosi anni (1980-2010). Vi è una massiccia ri-nazionalizzazione da parte dei governi locali di società precedentemente privatizzate, un fenomeno già presente tra il 1999 e il 2007, ma in aumento dal 2014, con

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Quando la politica pesa sul rating delle agenzie

Ven, 02/08/2019 - 11:09

Le opinioni politiche degli analisti delle agenzie di rating giocano un ruolo nelle loro valutazioni. Ma preoccupa di più la polarizzazione in molti paesi. Potrebbe riflettersi in giudizi tanto divergenti da rendere privo di efficacia il loro ruolo.

Quanto conta l’opinione politica degli analisti

Negli ultimi anni, a partire dalla vicenda Enron del 2001, le agenzie di rating sono state molto criticate. La loro capacità di diagnosticare e prevedere i problemi delle aziende sottoposte alla loro valutazione è stata messa in dubbio, anche a causa di schemi di incentivazione di dubbia efficacia. Più in generale, una delle lezioni della crisi del 2001 era quella di rafforzare il ruolo dei cosiddetti gatekeepers, cioè degli organismi che organizzano il flusso informativo tra imprese e investitori.

Un recente studio di Elisabeth Kemps e Margarita Tsoutoura mette in luce un altro aspetto problematico delle valutazioni delle agenzie: l’affiliazione politica dei loro analisti. Le due economiste studiano il comportamento tra il 2000 e il 2018 di 557 professionisti di Fitch, Moody’s e Standard and Poor’s di cui è conosciuto l’orientamento politico (registrazione come elettore democratico o repubblicano). Il risultato principale è che gli analisti non affiliati al partito del presidente in carica, cioè coloro che sono, per così dire, all’opposizione, tendono a dare rating più bassi per le stesse aziende di altri loro colleghi. L’effetto, visto sull’arco temporale dei quattro anni di una presidenza, è equivalente a un downgrade di un quinto di un gradino della scala di valutazione rispetto ad analisti più allineati con il presidente in carica. Un effetto non enorme, ma di certo nemmeno trascurabile.

Le elezioni presidenziali del 2016 mostrano in modo chiaro il fenomeno. La differenza molto forte tra le piattaforme dei due candidati, Hillary Clinton e Donald Trump, e l’esito in larga parte inatteso della sfida hanno portato a una sensibile differenza di valutazioni tra gli analisti dopo il novembre 2016, con un marcato pessimismo di quelli democratici rispetto ai repubblicani in rapporto alle stesse imprese.

Perché succede

Ovviamente, il passo successivo delle autrici è quello di capire le ragioni di tale comportamento. In che modo l’affiliazione politica può influenzare la valutazione sul merito di credito di un’azienda? Il fattore più plausibile sembra essere la diversità di vedute sull’efficacia delle politiche che il presidente intende attuare. Se si pensa infatti che avranno un impatto negativo sull’economia, allora anche le imprese ne saranno influenzate. In effetti, il lavoro mostra come gli analisti vicini al partito del presidente siano sistematicamente più ottimisti degli altri e che la polarizzazione politica tende ad amplificare l’effetto. La conclusione del lavoro è dunque che le opinioni politiche degli analisti giocano un ruolo nelle loro valutazioni.

È importante che il fenomeno sia stato ben documentato, ma a mio avviso non è del tutto inatteso. È ingenuo pensare che i rating possano riflettere solo informazioni oggettive e dati di fatto. Quel che deve preoccupare di più è che la crescente polarizzazione politica a cui si assiste in molti paesi possa riflettersi anche in giudizi così divergenti da rendere poco credibile e sostanzialmente privo di efficacia il ruolo delle agenzie di rating.

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Se il Servizio sanitario sceglie le cure meno care

Ven, 02/08/2019 - 11:09

Il Consiglio di stato ha chiuso la lunga vicenda dei farmaci Avastin-Lucentis. Con due sentenze ha sancito l’interesse pubblico al risparmio di spesa se esistono valide alternative terapeutiche a cure molto costose. Ma se ne ricavano anche altri insegnamenti.

La lunga storia del caso Avastin Lucentis

Con due sentenze pubblicate a metà luglio (n. 4967 e n. 4990), il Consiglio di stato ha posto fine a una lunga vicenda iniziata nel 2009 con una delibera della regione Emilia-Romagna che per la cura della maculopatia retinica – una malattia diffusa tra gli anziani che porta progressivamente alla cecità – consentiva l’impiego del farmaco Avastin (della Roche) in alternativa al più costoso Lucentis (della Novartis).

Della vicenda ci eravamo occupati nel 2012. Si trattava di un buon esempio di spending review: il trattamento con Lucentis costava infatti originariamente 70 volte quello con Avastin. Entrambi i farmaci erano riconosciuti dal mondo scientifico internazionale come equivalenti nella cura della maculopatia retinica, ma l’azienda farmaceutica Roche (produttrice del farmaco meno costoso) non si era mai (stranamente) curata di richiedere l’autorizzazione all’immissione in commercio per la specifica patologia, mentre Novartis (produttrice del farmaco più costoso) lo aveva fatto. E così le strutture pubbliche (salvo rare eccezioni) si sentivano obbligate a utilizzare esclusivamente il farmaco più costoso, con pesanti conseguenze per le finanze sanitarie.

Dopo dieci anni, le sentenze del Consiglio di stato confermano la posizione dell’Emilia-Romagna e aprono scenari destinati a superare logiche esclusivamente commerciali su un bene, quale è il farmaco, che è sì un prodotto dell’industria, ma è anche un bene essenziale per la collettività.

La lunga storia merita una breve sintesi. Nel 2009, al fine di garantire, “a parità di efficacia e sicurezza, una significativa riduzione della spesa farmaceutica pubblica”, la Regione Emila Romagna autorizza i medici delle proprie strutture a prescrivere, ove lo ritenessero appropriato, il farmaco meno costoso. Novartis insorge immediatamente, impugna la delibera e chiede alla regione ingenti danni.

Il giudizio è deferito due volte alla Corte costituzionale: una prima volta su richiesta di Novartis (la Corte con sentenza n. 8/2011 dichiara che la competenza è dello stato e non del legislatore regionale), una seconda volta su richiesta della regione Emila Romagna e la Corte (sentenza n. 151/2014) dichiara che un farmaco, per essere considerato una “valida” alternativa terapeutica deve esserlo “sotto il profilo sia medico-scientifico, sia economico” perché se costa talmente tanto da non poter essere dispensato a tutti i pazienti che ne hanno bisogno, finisce per “ledere la tutela del diritto alla salute costituzionalmente garantito”. Una conclusione di portata storica.

Nel 2013 l’Antitrust apre un’istruttoria che termina nel febbraio 2014 con una sanzione a Roche e Novartis per complessivi 180 milioni per aver posto in essere un’intesa restrittiva della concorrenza: i due gruppi si erano accordati illecitamente per ostacolare l’uso del farmaco più economico, presentandolo artificiosamente come più pericoloso.

Nel marzo 2014 il governo è costretto a intervenire con un decreto legge (dl 36/2014 convertito nella legge 79/2014) volto a favorire, qualora “l’autorizzazione all’immissione in commercio di un medicinale non comprenda un’indicazione terapeutica per la quale si ravvisi un motivato interesse pubblico”, l’impiego del farmaco meno oneroso attraverso il ricorso all’uso off-label (la cosiddetta Lista 648).

Le due case farmaceutiche impugnano l’inserimento nella Lista 648. Il giudizio finisce alla Corte di giustizia europea che, con l’importante sentenza del 21 novembre 2018, afferma che la normativa comunitaria non pregiudica la competenza degli stati membri a disciplinare il consumo di farmaci salvaguardando l’equilibrio finanziario dei loro sistemi sanitari e che il Codice comunitario delinea l’uso on-label di un farmaco, ma non il suo utilizzo off-label.

Novartis e Roche impugnano pure il provvedimento dell’Antitrust. Anche questo contenzioso finisce alla Corte di giustizia europea, la quale nel 2018 dà ragione all’Antitrust: il “mercato rilevante” di un farmaco è quello che registra le scelte effettuate dagli operatori sanitari nell’interesse dei pazienti, non quello, più limitato, determinato dalla richiesta di autorizzazione all’immissione in commercio da parte delle case farmaceutiche nel – pienamente legittimo – persegu

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Quando i cervelli fuggono nascono meno imprese*

Ven, 02/08/2019 - 11:08

Molti giovani hanno lasciato l’Italia negli ultimi anni, soprattutto durante la crisi. Quali sono stati gli effetti sull’imprenditorialità? Una ricerca stima quante imprese in meno sono state costituite, in particolare tra quelle ad alta innovazione.

Emigrazione e imprenditorialità: come stimare il nesso?

Sempre più italiani, soprattutto giovani, lasciano il paese. Le conseguenze dell’ondata migratoria sono ormai una costante nel dibattito italiano, ma ci si è concentrati finora sulle implicazioni per la demografia (anche su lavoce.info) e lo stock di capitale umano (pari a un punto di Pil all’anno secondo stime di Confindustria citate anche dal ministro Giovanni Tria).

Tuttavia, se coloro che se ne vanno sono giovani e hanno elevata professionalità e propensione all’imprenditorialità, l’emigrazione potrebbe anche ridurre il potenziale di crescita del paese. Recenti ricerche individuano infatti una correlazione tra invecchiamento della popolazione e minor creazione di impresa. Quanto è rilevante il fenomeno nel caso italiano?

Vi sono alcuni ostacoli nello stabilire un effetto causale tra emigrazione e creazione di impresa. Il principale è la cosiddetta casualità inversa. Poiché spesso si emigra in risposta a una economia stagnante, un minor numero di nuove imprese, e quindi una minore creazione di posti di lavoro, potrebbe essere la causa, e non l’effetto, dell’emigrazione. In secondo luogo, il fenomeno migratorio non si osserva mai completamente poiché la maggior parte delle persone (fino a due terzi secondo nostre stime) non registra il cambio di residenza presso l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire), il che introduce un errore, potenzialmente di segno opposto, nelle stime. Tuttavia, per stabilire il nesso causale tra emigrazione e imprenditorialità si può far leva sui fattori che attraggono le persone all’estero, ma che non dipendono dalle condizioni dell’economia locale (un’idea già sfruttata nella letteratura). Un importante fattore di attrazione è la presenza di un network di concittadini nel paese di destinazione, che funge da rete informativa e di supporto per cercare un impiego o opportunità imprenditoriali. Un secondo importante elemento è il tasso d’espansione dell’economia della nazione di destinazione. L’interazione tra le due variabili consente quindi di costruire una misura dell’attrazione verso l’estero, per ogni singolo comune di origine degli espatriati, che non è legata alle condizioni economiche correnti.

Si creano meno imprese innovative

Lo studio, i cui risultati principali sono stati ripresi anche nella Relazione annuale sul 2018 della Banca d’Italia, sfrutta il tasso di emigrazione predetto in base a questa metodologia in ciascuno dei sistemi locali del lavoro (Sll) italiani. La figura 1 mostra l’evoluzione del numero di imprese attive nei Sll in cui è predetta alta emigrazione (in nero) e in quelli a bassa emigrazione (in grigio tratteggiato). La dinamica nel numero di imprese nei due gruppi è simile fino al 2009-2010, quando il boom di emigrazioni è iniziato. Da quel momento in poi, le due linee divergono mostrando una perdita molto più marcata per i sistemi locali ad alta emigrazione. Il differenziale di crescita è quasi interamente dovuto a una minor nascita di nuove imprese più che a una loro maggior mortalità. In particolare, stimiamo che per ogni mille emigrati siano state create circa cento imprese in meno, tra quelle gestite da giovani under 45. Nei territori ad alta emigrazione si registra, in particolare, una minor nascita di startup innovative.

Il 60 per cento del numero inferiore di aziende è attribuibile semplicemente a un effetto “di sottrazione demografica”: poiché i giovani hanno un’alta propensione alla creazione d’impresa, meno giovani implicano meno imprese. Vi si aggiunge un’altra componente (pari a circa il 35 per cento dell’effetto totale) dovuta al fatto che chi rimane nel paese ha in media un minor tasso di imprenditorialità rispetto a chi emigra e, in parte a un effetto di ricaduta, poiché ogni impresa in meno riduce anche le possibilità per altri imprenditori di iniziare una nuova attività. Un residuale 5 per cento circa è attribuibile alla minore domanda locale di beni e servizi causata dalla riduzione della popolazione e dal minor numero di imprese.

Figura 1 – Numero di imprese attive nei sistemi locali del lavoro ad alta (in nero) e a bassa (in grigio tratteggiato) emigrazione durante il periodo 2008-2015

Fonte: Anelli, Basso, Ippedico e Peri (2019).

Quali prospettive?

I flussi emigratori possono influenzare l’economia del paese di origine in modo rilevante e

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L’occupazione cresce, anche grazie alla legge Fornero

Ven, 02/08/2019 - 11:07

La demografia ha effetti importanti per l’occupazione, che vanno ben compresi. La crescita degli occupati della fascia più adulta della popolazione è dovuta anche alla legge Fornero. La norma ha prodotto più occupazione, più contributi e più tributi.

La componente demografica dell’occupazione

Da alcuni anni, attraverso la rilevazione continua sulle forze di lavoro, accanto alle tradizionali stime sull’occupazione mensile, l’Istat fornisce la variazione delle principali grandezze del mercato del lavoro “al netto della componente demografica”.

La curiosità attorno al fenomeno è più che giustificata. Però, la lettura dei commenti, anche di giornalisti di punta, o l’ascolto dell’interpretazione di esperti (o sedicenti tali) fa pensare che questo importante aspetto delle dinamiche dell’occupazione non sia stato ben compreso. Provo a offrire qualche spunto per renderlo più fruibile attraverso i semplici calcoli evidenziati nella tabella 1, riferiti a due punti ben distanti nel tempo – media 2008 e media primi sei mesi del 2019.

Tabella 1 – Componente demografica e componente comportamentale nei dati sugli occupati in Italia di età superiore a 65 anni – Dati in migliaia e tasso di occupazione in %

I dati sono riferiti alle persone di 65 anni di età o più. La prima colonna riporta le osservazioni relative al 2008. Poiché si tratta di medie calcolate su stock mensili, si evitano i difetti dovuti alla mutevolezza del dato mensile causata dalle procedure statistiche per depurare i dati dagli effetti stagionali, che possono modificare tutta la serie storica ogni volta che un nuovo dato è disponibile. Il tasso di occupazione è il rapporto tra le grandezze delle prime due righe, occupati e popolazione (sempre nella stessa classe di età). Quindi 3,35 per cento è pari a 392mila diviso 11 milioni 703mila. Nella seconda colonna ci sono le evidenze statistiche riferite ai primi cinque mesi del 2019. Quello che si vuole spiegare è la crescita di 261mila occupati “anziani” (653mila meno 392mila) nei circa dieci anni che intercorrono tra i due punti considerati.

La componente demografica si può facilmente evidenziare calcolando quanti sarebbero oggi gli occupati di 65 anni e più se il vecchio tasso di occupazione fosse applicato al nuovo bacino di utenza potenziale, cioè la popolazione di oggi di 65 anni e più. Quindi, nella terza colonna della tabella, il tasso del 3,35 per cento è moltiplicato per 13 milioni 541mila persone dell’età rilevante per il nostro esercizio, ottenendo un valore pari a 454mila occupati. In altre parole, se, per qualche ragione, nel corso del tempo l’economia continuasse a produrre un tasso di occupazione per questa fascia di età pari al 3,35 per cento l’eventuale crescita demografica della popolazione con questa caratteristica fornirebbe sempre il 3,35 per cento di occupati. Pertanto, il contributo della pura crescita demografica nel periodo considerato è pari a 61mila occupati (454mila meno 392mila).

In realtà, il tasso di occupazione nei dieci anni è passato dal 3,35 al 4,82 per cento, come si rileva dalla seconda colonna della tabella (dati osservati). Le cause sono molteplici. Per adesso, però, mi limito a calcolare l’effetto sul numero di occupati della variazione del tasso di occupazione al netto della componente demografica. Dovrebbe essere già ovvio il procedimento: applico il nuovo tasso, 4,82 per cento, al vecchio bacino eleggibile di persone di 65 anni e più per ottenere 564mila occupati, appunto pari al 4,82 per cento di 11 milioni e 703mila persone. Pertanto, 172mila occupati aggiuntivi possono essere attribuiti non alla demografica – perché la base è stata tenuta costante – bensì alla variazione del tasso di occupazione, un po’ pretenziosamente indicato come parametro comportamentale.

L’ultima colonna è poi l’effetto misto residuale: applico la variazione del tasso di occupazione, cioè 1,47 per cento (pari a 4,82 meno 3,35) alla variazione della popolazione di 65 anni e più per ottenere 28mila unità aggiuntive (appunto l’1,47 per cento di un milione 838mila unità). L’ultima riga fornisce la scomposizione della variazione totale dell’occupazione nelle tre componenti.

Sebbene la sua logica e i calcoli richiedano una formazione non molto superiore a quella che si ottiene normalmente con la scuola dell’obbligo, l’esercizio dovrebbe agevolare la lettura dei dati di occupazione ed è utile tenerlo a mente.

Figura 1

Le conseguenze della legge Fornero

Per dare una qualificazione di contenuto all’esercizio, si può osservare – nella figura 1 – la serie storica degli occupati di 65 anni e pi

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Il turismo visto dalla Banca d’Italia

Ven, 02/08/2019 - 11:06

Lo studio della Banca d’Italia “Turismo in Italia: numeri e potenziale di sviluppo” fotografa un settore economico in crescita e con grandi potenzialità. Ma l’approccio deve aprirsi alla contemporaneità del marketing territoriale e aziendale.

Lo studio della Banca d’Italia

La Banca d’Italia conduce una rilevazione essenziale per conoscere le principali informazioni sul turismo italiano, che si basa su di una survey annuale permanente sulle spese e i comportamenti degli stranieri in Italia e per converso degli italiani all’estero, proseguendo così il lavoro dell’Ufficio italiano cambi.

Questa fonte, insieme alla storica “Indagine sui viaggi e le vacanze degli italiani” condotta dall’Istat a partire dal 1959, costituisce il basamento delle informazioni affidabili circa la domanda turistica in Italia e verso l’Italia. È vero che gli esercizi ricettivi sono tenuti a raccogliere e trasmettere i dati sugli arrivi e sulle presenze turistiche, ma lo fanno in modi e con tempi largamente disomogenei.

L’indagine della Banca d’Italia, che è la spina dorsale della pubblicazione, si articola in analisi di diverso approccio: peso economico, capacità produttiva, andamenti, tendenze, posizionamento, fino a una conclusione dedicata alle politiche per il turismo.

Chi ha paura del sovraturismo

Lo spauracchio del sovraturismo, argomento molto di moda nelle cronache estive, rappresenta il filo conduttore dell’intero lavoro, anche se non vengono delineate ancora possibili soluzioni praticabili, al di là di un generico richiamo alla destagionalizzazione e delocalizzazione dei flussi.

I dati sono questi: sempre più turisti internazionali visitano il nostro paese e molti di più ancora lo vorrebbero fare. Si tratta soprattutto di “extracomunitari”, in misura crescente provenienti da paesi di recente sviluppo, che vogliono vedere per la prima volta Roma, Firenze, Venezia e così via.

Mentre la capacità ricettiva (alloggi) cresce in modo tutto sommato controllabile, nonostante l’exploit della sharing economy, è il sistema dei trasporti che, se insegue senza governo la domanda, rischia di far invadere i nostri luoghi più pregiati da visitatori non pernottanti, “mordi e fuggi”. Ne è un chiaro esempio il caso delle Cinque Terre, anche per le ricadute della crocieristica a Savona, Genova, La Spezia, Livorno.

Il problema è dunque mal denominato, si dovrebbe caso mai chiamare “sovra-escursionismo”. Né si intravedono soluzioni attraverso la politica locale, se si escludono i tanto vituperati “tornelli” o le ricorrenti proposte di numero chiuso, che peraltro esiste già, ad esempio sulle isole minori.    

Aspettando la politica

La competizione, però, non è solo economica. In diverse parti del lavoro della Banca d’Italia si sostiene che sono i prezzi, assoluti e relativi, a orientare la domanda turistica, pur dovendo in definitiva ripiegare sulla constatazione di una bassa elasticità della domanda al prezzo.

Questa legge economica mal si attaglia a prodotti come i viaggi e le vacanze, che sono ben lontani dalle necessità primarie, molto più “aspirazionali” che non “essenziali”.

Nessun viaggiatore sceglie la propria destinazione solo sulla base della convenienza, anzi. Non è un caso che tra le mete turistiche più desiderate al mondo, e tra le più frequentate, ve ne siano diverse che si possono ben definire care. Anzi la notorietà, la reputazione e il desiderio tendono a far lievitare i prezzi, anche con una offerta non saturata.

Il punto che sembra più debole nell’analisi della Banca d’Italia, tuttavia, è la classificazione “produttiva” delle aree di offerta turistica italiane, che rimane inchiodata a cinque categorie: turismo d’affari e, tra quello di svago, cultura, mare, montagna e rurale/lago. Queste sono tipologie geografico-territoriali, ma sempre meno categorie merceologiche di prodotto, perché prescindono dalle motivazioni, sempre più essenziali e trasversali.

Nel marketing turistico il prodotto non è quello che si ha da vendere, quanto piuttosto ciò che il turista compra e perché lo sceglie. Così i prodotti possibili sono decine, se non centinaia. Ad esempio nel Piano strategico del turismo 2017-2022, alla linea di intervento A.1.1., ne vengono analizzati 22, rilevati per ognuna delle regioni italiane, a costituire il Catalogo delle destinazioni e dei prodotti turistici, utile anche per la  promozione.

E le motivazioni non possono essere riassunte con poche definizioni generiche, devono essere approfondite fino al punto utile in cui offerta e domanda si capiscono e si incontrano.

Per questo anche nel turismo si è ormai diffus

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Convegno annuale 2019

Gio, 01/08/2019 - 12:13

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L’economia dello zero gialloverde

Mer, 31/07/2019 - 19:46

Zero a 360 gradi: questo secondo l’Istat è il risultato di crescita dell’economia italiana nel secondo trimestre. Con poche speranze di trasformare nel resto dell’anno lo zero spaccato in qualcosa di diverso dallo zero virgola.

Ti giri e ti volti, sempre zero è

Per una volta i dati sulla crescita preliminare del Pil del secondo trimestre 2019 non si prestano a manipolazioni. Comunque li si guardi, dicono la stessa cosa: la crescita misurata è zero a 360 gradi, rispetto al trimestre precedente ma anche rispetto a un anno fa (confrontando il secondo trimestre 2019 con lo stesso trimestre del 2018). Zero è anche la crescita della domanda interna (consumi delle famiglie, investimenti aziendali e spesa delle pubbliche amministrazioni) così come della domanda estera netta (cioè delle esportazioni al netto delle importazioni). E a zero secondo l’Istat è anche la cosiddetta crescita acquisita, cioè la crescita che si otterrebbe in tutto il 2019 se nel terzo e quarto trimestre 2019 la crescita trimestrale fosse pari a zero.

Parlando di crescita acquisita c’è da tenere a mente che essa ha solo un meccanico (ed elementare) significato algebrico, e non ha dunque alcun valore previsivo. Una crescita acquisita zero non vuol dire in automatico che la previsione di crescita del Pil allo 0,2 per cento (su tutto il 2019 rispetto al 2018) che il governo ha scritto nel Def 2019 sia invalidata. Rimane però che, dati i primi due trimestri, se si vuole raggiungere una crescita annua dello 0,2 per cento su tutto l’anno ci vorrà un’accelerazione nei prossimi due trimestri. L’algebra (basta un file excel per calcolarlo) dice infatti che nel 2019 si raggiungerà un +0,2 sul 2018 solo nel caso in cui la crescita registrata nei prossimi due trimestri sia dello 0,2 per cento in ognuno dei due trimestri rispetto al trimestre precedente. Per dire, negli ultimi cinque trimestri la crescita media è stata invece – sorpresona – zero spaccato. Se dunque la crescita acquisita dello zero non deve essere presa come una previsione, il +0,2 previsto dal del governo è legato al verificarsi di un’accelerazione non marginale della crescita nel secondo semestre dell’anno.

Da dove può venire la crescita: dall’estero e dall’interno

Per ottenere l’accelerazione sopra indicata c’è da sperare in buone notizie dall’estero e buone notizie dall’interno.

Dall’estero il quadro è misto. Si dice che l’andamento meno positivo del previsto delle esportazioni italiane abbia un’origine nella persistente guerra commerciale tra Usa e Cina che una settimana finisce e la settimana dopo si riaffaccia in funzione dei volatili tweet del presidente americano e malgrado la stabilità derivante dalla visione di lungo periodo dei cinesi. In effetti, se, con i suoi dazi, Trump sottrae crescita alla Cina, c’è un effetto indiretto sulla crescita delle economie europee: un’America che accelera importerà più prodotti europei, mentre una Cina che decelera a causa dei dazi Usa importerà meno prodotti europei. C’è da calcolare un netto che può variare tra paesi in funzione di tante variabili. Per farsi un’idea preliminare si può osservare che la Germania esporta l’8,8 per cento del suo export in Usa e solo il 6,8 per cento in Cina, mentre per gli altri grandi paesi europei la differenza è anche più rilevante: l’Italia vende in America il 9,2 per cento del suo export e in Cina solo il 3,8 per cento, la Francia rispettivamente il 7,3 e il 4,1 per cento e la Spagna il 7 per cento contro il 2,3 per cento. Nell’insieme, a grandi linee e parità di crescita complessiva, se un punto in meno di crescita in Cina si traduce in un punto in più di crescita in America, le economie europee potrebbero beneficiarne. Sta di fatto che, lo ha annunciato ieri Eurostat, anche il Pil dell’eurozona decelera al +0,2 per cento, segno che forse tutti questi vantaggi dalla guerra tariffaria finora noi sono arrivati. In tutti i casi, la nuova guerra valutaria tra le banche centrali Usa e dell’eurozona – hanno annunciato l’attuazione di politiche monetarie più espansive – contro il resto del mondo farà svalutare dollaro ed euro rispetto alle altre valute mondiali (tranne la sterlina che soffre dei piani di hard Brexit del nuovo inquilino di Downing Street Boris Johnson), il che aiuterà gli esportatori americani ed europei (e quindi anche quelli italiani).

Sull’interno un più di crescita potrebbe venire dall’effetto positivo sui consumi del reddito di cittadinanza (contabilizzato nei documenti ufficiali con un +0,2 sull’anno ma che ha visto una platea di beneficiari molto inferiore alle attese) e negli effetti del decreto crescita approvato di recente – un

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Il Punto

Mar, 30/07/2019 - 11:22

Margrethe Vestager, responsabile dell’antitrust nella Commissione Ue uscente, ha punito con mega multe i comportamenti anti-concorrenziali dei giganti Usa del web, ha cercato di frenare gli aiuti di stato nascosti nei sistemi fiscali e si è opposta alla nascita di “campioni europei”. Lasciando un segno.
A parte pochi negazionisti, tutti siamo coscienti dei danni che sta subendo l’ambiente a causa dell’attività umana. Ma spesso coltiviamo ossessioni (ora è il momento della plastica monouso) su chi e cosa inquina di più il pianeta. Dimenticando che i danni sono causati da comportamenti impropri, non dai materiali di per sé.
L’aggressività crescente della politica dell’Iran verso l’Occidente si spiega con la durezza delle sanzioni economiche Usa ma anche con due vicine scadenze elettorali che inducono il governo Rouhani a creare consenso intorno a sé contro nemici esterni. Mentre sboccia un’affettuosa amicizia con Russia e Cina.
In discussione alla Camera, la nuova Imu cancella la Tasi ma non sfiora nemmeno i problemi fondamentali dell’imposizione immobiliare (come la riforma del catasto) e dell’autonomia tributaria degli enti locali. Un’occasione sprecata.

Convegno annuale de lavoce.info il 16 settembre a Milano. Save the date!
“Abolire davvero la povertà” è il titolo del convegno annuale de lavoce.info che si svolgerà nel pomeriggio di lunedì 16 settembre all’Università Bocconi di Milano con speaker di eccezione. Sarà un’occasione per vederci di persona, dopo tante interazioni digitali! Presto comunicheremo il programma. La prima parte dell’incontro è riservata ai nostri collaboratori e sostenitori più affezionati (quelli che ci hanno finanziato con almeno 100 euro nell’ultimo anno o cumulativamente negli ultimi tre anni). Chi vuole è ancora in tempo per fare una donazione.

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Tra Usa e Iran un braccio di ferro in crescendo

Mar, 30/07/2019 - 11:19

Da due mesi l’Iran ha deciso di rispondere in maniera aggressiva all’uscita americana dal trattato nucleare e all’imposizione di crescenti sanzioni economiche. La svolta di Teheran ha serie ragioni e implicazioni economiche, politiche e strategiche.

La sfida iraniana

Dallo scorso maggio la Repubblica Islamica dell’Iran ha impresso una brusca svolta alla propria politica di “pazienza strategica”, ossia alla scelta di non reagire alle crescenti pressioni statunitensi dopo l’uscita di Washington, nella primavera 2018, dall’accordo sul nucleare (Jcpoa-Joint Comprehensive Plan of Action). Teheran ha deciso infatti di rispondere in maniera aggressiva al sempre più stretto embargo imposto dal presidente Donald Trump. Negli ultimi mesi abbiamo così assistito a una massiccia ripresa del programma nucleare iraniano, a numerosi attacchi a petroliere in transito nello stretto di Hormuz, fino al sequestro da parte delle Guardie rivoluzionarie della nave cisterna Stena Impero battente bandiera inglese, all’abbattimento di un drone americano e alla condanna a morte di 17 persone accusate di attività di spionaggio per conto della Cia.

Come spiegare il cambio di strategia iraniana non solo verso gli Stati Uniti ma verso l’intero mondo occidentale, Europa inclusa, ritenuta incapace di opporsi all’“aggressione americana”? E soprattutto quali conseguenze può avere questa condotta più combattiva?

In primo luogo, ha certamente pesato il fatto che le sanzioni economiche americane siano diventate quasi insopportabili: secondo le ultime stime del Fmi il prodotto interno lordo reale iraniano dovrebbe calare del 6 per cento quest’anno, mentre l’inflazione, misurata attraverso i prezzi al consumo, si avvicinerebbe al 40 per cento. Anche se la dipendenza dell’economia iraniana dalle esportazioni petrolifere si è quasi dimezzata negli ultimi dieci anni e le riserve ufficiali ammontano a 132 miliardi di dollari, oltre al patrimonio detenuto dal principale fondo sovrano (National Development Fund-Ndf) immediatamente spendibile per altri 20 miliardi, l’embargo mette a dura prova la stabilità economica e politica del regime degli Āyatollāh, oltre a creare crescenti difficoltà anche alle società cinesi, principali importatrici del petrolio iraniano.

In secondo luogo, non bisogna dimenticare che nei prossimi due anni la Repubblica Iraniana dovrà affrontare due cruciali scadenze elettorali: le elezioni parlamentari nel 2020 e quelle presidenziali nel 2021. In questo contesto, le crescenti difficoltà a difendere il dialogo con l’occidente hanno probabilmente indotto il governo Rouhani ad allinearsi alle posizioni più nazionaliste, conservatrici e intransigenti del paese. Alzare le tensioni esterne aiuta a compattare il paese.

In terzo luogo, sul fronte strategico militare gli iraniani sanno benissimo che, dopo le tragiche esperienze americane – che forse potremmo più propriamente chiamare sconfitte – in Afghanistan, Iraq e Siria, il presidente Trump non ha alcuna intenzione di intraprendere un’altra guerra in Medio Oriente. Viceversa, in questi anni gli iraniani sono riusciti a rafforzare notevolmente sia la loro influenza politico-militare sullo scacchiere medio orientale, in Iraq, Siria, Yemen, Gaza e Libano, sia le relazioni con la Russia e la Cina, oggi suoi principali partner militari e commerciali. Gli iraniani hanno poi dimostrato una sorprendente capacità tecnico-militare con l’abbattimento del drone americano, utilizzando il cosiddetto sistema “3rd Khordad” che replica le funzionalità del sistema missilistico terra-aria russo S-300.

Conseguenze imprevedibili

Tutto ciò rende la situazione geopolitica estremamente complessa. Da un lato, gli Stati Uniti sperano che le sanzioni finiscano per strangolare l’economia e il regime, senza cadere nelle provocazioni iraniane. Dall’altro, il regime degli Āyatollāh, a 40 anni dalla rivoluzione, sembra mostrare un’incredibile resilienza. Un braccio di ferro dove l’imprevedibile presidente americano potrebbe in ogni istante rovesciare il tavolo spingendo il bottone rosso, come ha detto di aver fatto un mese fa, bloccando poi all’ultimo minuto i jet a stelle e strisce carichi di bombe, o addirittura, ma è più improbabile, organizzando una teatrale visita a Teheran, nello stile visto in Corea del Nord.

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La nuova Imu? Un maquillage

Mar, 30/07/2019 - 11:18

Alla Camera si discute una proposta per l’istituzione di una “nuova Imu”. Ha una prospettiva limitata, che non tocca alcuni problemi fondamentali dell’imposizione immobiliare e dell’autonomia tributaria degli enti locali. Appare come un’occasione mancata.

La complessità della tassazione immobiliare locale

È in discussione alla Camera una proposta di legge per l’istituzione di una “nuova Imu” (AC 1429). Persegue la semplificazione del quadro della tassazione immobiliare locale con l’accorpamento Imu/Tasi (rispettivamente, imposta municipale unica, che è un’imposta diretta applicata al patrimonio immobiliare, e tributo per i servizi indivisibili, ossia tutti quei servizi comunali di cui beneficia il cittadino, come l’illuminazione, l’arredo urbano ecc.). Tale accorpamento di fatto è già stato conseguito con gli interventi che si sono susseguiti dal 2011, e propone il riordino della legislazione vigente, assumendone, come fosse un Testo unico, la sostanza. La limitata prospettiva della proposta di legge non aggredisce alcuni problemi fondamentali dell’imposizione immobiliare e dell’autonomia tributaria degli enti locali. Occorrerebbe una riforma più decisa, con una più ampia visione strategica, così sembra più un’occasione mancata.

Nel nostro sistema fiscale la convivenza tra due nature del tributo immobiliare locale risulta molto difficile. Da un lato, il prelievo patrimoniale è giustificato dal principio della capacità contributiva, da un altro, è giustificato dal principio del beneficio, come corrispettivo di quanto i contribuenti ricevono di beni e servizi pubblici, divisibili ma anche indivisibili. Nel valore dell’asset si capitalizzano infatti i benefici. Ne consegue che i soggetti passivi cambiano: il proprietario nel caso di prelievo patrimoniale; l’utilizzatore, nel caso del corrispettivo ai servizi, che può anche non essere proprietario. Cambiano basi imponibili, aliquote, sistemi agevolativi, modalità di dichiarazione, accertamento e versamento. La tipologia stessa di tributo muta: l’imposta,  che finanzia i servizi generali, come nel caso dell’Imu, la tassa, volta invece a finanziare servizi specifici, come nel caso della Tasi e la tariffa, un prezzo fissato dal settore pubblico per determinati servizi, come nel caso della Tari. Impropriamente quindi il sistema italiano definisce come imposta comunale unica (Iuc) questi tre tributi.

L’importo dell’Imu ammontava nel 2014, prima dell’esenzione della prima casa, a circa 20 miliardi di euro, mentre il gettito Tasi complessivo era pari a 4,6 miliardi. La combinazione originaria Imu/Tasi era proprio il frutto del tentativo di armonizzare la complessa natura della tassazione immobiliare locale. Dal 2016 i due tributi si sovrappongono, quasi senza distinzione, con un gettito complessivo di 20 miliardi (18,8 + 1,1): di fatto l’accorpamento Imu/Tasi, con uno sgravio complessivo di 5 miliardi, ha avuto luogo a partire dal 2016 e la nuova Imu lo sancisce.

I tre problemi centrali

La soluzione, pur con risparmi di spese gestionali e semplificazione per i contribuenti, ha lo svantaggio di irrigidire nettamente il sistema con l’abolizione definitiva della Tasi. La nuova Imu poi non affronta tre problemi di fondo: (i) l’opportunità di mantenere esenti le abitazioni principali; (ii) il mancato allineamento dei valori catastali ai valori effettivi dei fabbricati; (iii) la ridotta manovrabilità dell’imposizione patrimoniale ricorrente, verso l’alto, in un quadro generale di insufficiente autonomia tributaria locale.

La motivazione principale della scelta di abolire la tassazione sulle abitazioni principali è quella di riconoscere nella casa di residenza un bene primario, vista anche l’ampia diffusione della proprietà, il cui diritto va salvaguardato per tutti i cittadini. Riceve supporto anche dalla costatazione che il costo dell’abitazione è molto alto per le famiglie (un quinto del reddito), tanto che siano in affitto quanto che si trovino nella necessità di sostenere un mutuo per l’acquisto. Il fatto di ricomprendere nella base imponibile dell’Imu le prime case in unità abitative classificate nelle categorie catastali di tipo signorile, ville, castelli e palazzi di pregio, sembrerebbe indicare anche un intento redistributivo del carico fiscale.

Queste motivazioni, se coerenti con la forma di tassazione su base patrimoniale (imposta), sembrano deboli nel caso di una service-tax (tassa) come la Tasi. Riformare l’Imu senza procedere alla riforma del sistema estimativo catastale, avviata con la legge n. 23/2014, significa cris

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Se la lotta alla plastica è folklore ambientalista*

Mar, 30/07/2019 - 10:35

La direttiva europea 2019/904 mette al bando alcuni oggetti di plastica monouso. È apprezzabile, ma sembra un provvedimento preso sull’onda delle emozioni più che basato sui dati. La plastica è infatti lo 0,7 per cento dei rifiuti prodotti in Europa.

La direttiva contro la plastica

Il Parlamento europeo ha di recente approvato la direttiva 2019/904 sulla “riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente”. La riforma contiene, tra l’altro, il bando di alcuni oggetti di plastica monouso: posate e piatti di plastica, cannucce, bastoncini cotonati, sacchetti di plastica osso-degradabili e contenitori per alimenti in polistirolo espanso.

La decisione ha avuto molto risalto sui mezzi di comunicazione, mentre sono passate sotto silenzio altre disposizioni importanti della stessa direttiva, per esempio sui target di raccolta e riciclo delle bottiglie di plastica.

La risonanza ottenuta dal provvedimento si deve probabilmente a quello che molti definiscono “folklore ambientalista”: si tratta di una sorta di distorsione cognitiva per cui molti dei nostri comportamenti sono guidati da false percezioni su ciò che è bene o male per l’ambiente.

Siamo però davvero sicuri di sapere cosa sia sostenibile e cosa no? Per esempio, quando in un negozio ci chiedono se preferiamo un sacchetto di carta o di plastica, siamo istintivamente orientati a scegliere la carta, perché, più o meno inconsapevolmente, associamo la plastica a immagini di tartarughe marine imprigionate nei sacchetti. Ma è veramente possibile definire un materiale amico o nemico dell’ambiente? Non dovremmo invece considerare il ciclo di vita di un prodotto, come viene disegnato, prodotto, consumato e smaltito? Uno studio del ministero dell’Ambiente danese lo ha fatto per diverse tipologie di sacchetti disponibili nei supermercati, arrivando alla conclusione che quelli in polietilene a bassa densità hanno un minore impatto ambientale rispetto ai sacchetti di carta o di stoffa.

La disposizione della direttiva europea arriva di fatto in risposta a un flusso di informazioni legate agli effetti deleteri della plastica dispersa nell’oceano, che rafforzano l’associazione mentale “plastica=male”. Contribuirà però a migliorare il sistema di gestione dei rifiuti e ridurre il problema della plastica negli oceani? Oppure siamo vittima di folklore ambientalista? Per rispondere, la strategia migliore è fare riferimento ai dati.

I dati dell’inquinamento marino

Iniziamo dalla plastica nei mari. L’analisi condotta da alcuni ricercatori tedeschi mostra che il 90 per cento della plastica negli oceani proviene dai dieci fiumi più grandi al mondo, 8 in Asia e 2 in Africa. Ne intuiamo il motivo: milioni di persone, che fino a pochi anni fa vivevano in completa povertà, oggi possono indossare vestiti di fibre sintetiche, usare detergenti, mangiare cibo conservato, bere acqua in bottiglia; in altre parole, possono godere di uno stile di vita simile al nostro. Ma sulle sponde di questi fiumi non esistono ancora sistemi di raccolta e di gestione dei rifiuti, perciò buona parte delle materie plastiche finisce dispersa nell’ambiente, nei corsi d’acqua e, infine, in mare. Ben poco potrà fare la decisione europea per ridurre questo fenomeno.

Quanto al mar Mediterraneo, lo studio di Arcadis ha rilevato che la spazzatura dominante è la plastica (63 per cento), seguita da carta, cartone e mozziconi di sigaretta (22 per cento), rifiuti sanitari (7 per cento) e vetro (4 per cento). Il dato più interessante, però, è che solamente il 13 per cento arriva da lontano: la maggior parte dei rifiuti è abbandonata direttamente sulla spiaggia da bagnanti e turisti. E, dunque, forse non esistono materiali buoni o cattivi, ma comportamenti giusti o sbagliati. La dispersione dei rifiuti, in molti casi, è un problema di scarso senso civico e va affrontato educando i cittadini e migliorando i sistemi di raccolta. Certo non basta autodefinirsi “plastic free” come hanno iniziato a fare molte località balneari e molte istituzioni, contribuendo così indirettamente all’idea che la plastica sia da rifuggire come male assoluto. Per esempio, la Sicilia è una delle regioni più arretrate sul fronte della gestione dei rifiuti: con il 21,7 per cento ha il coefficiente regionale più basso d’Italia per la raccolta differenziata. Eppure, studia una normativa che le permetta di darsi la patente di prima regione “plastic free”.

Ma qual è l’incidenza della plastica sul totale dei rifiuti generati in Europa? Nel 2016 nell’Unione sono stati prodotti oltre 2,5 miliardi di tonnellate di rifiuti (fonte Eurostat). Di questi, la plastica rap

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Più concorrenza dopo Margrethe Vestager all’antitrust

Lun, 29/07/2019 - 18:09

La commissaria uscente alla Concorrenza lascia un’impronta profonda. La sua azione ci ha ricordato che l’intervento antitrust è uno degli strumenti più potenti della Commissione europea, in grado di produrre benefici considerevoli per i cittadini europei.

La sorveglianza sulle piattaforme digitali

Margrethe Vestager, commissario alla Concorrenza nella Commissione di Jean-Claude Juncker, lascia un’impronta profonda sull’intervento antitrust europeo. Commissario di grande carisma e visione, ha accentuato l’iniziativa delle istituzioni europee in materia di concorrenza in una fase in cui i cugini americani sono apparsi meno incisivi e determinati, scrivendo l’agenda delle priorità e dei temi importanti senza timori, ma senza protagonismi.

Il suo nome viene immediatamente collegato alle decisioni sui giganti dell’economia digitale – come Google, Amazon, Apple, Facebook, Qualcomm, solo per citarne alcuni – finiti sotto la lente delle indagini della direzione generale per la Concorrenza. Questi mercati, nei quali nuovi attori – che abbiamo imparato a chiamare piattaforme – offrono servizi e sfruttano l’interazione tra numerosi gruppi di soggetti diversi, sono oggi una realtà di importanza fondamentale: per le dimensioni e i tassi di crescita e innovazione, per l’intrinseca tendenza alla concentrazione, per la complessità delle problematiche concorrenziali che presentano.

Numerosi sono i temi che, partendo dalle nuove realtà, hanno arricchito l’agenda della Commissione. Prima di tutto, il contrasto alle pratiche potenzialmente lesive della concorrenza, che in questi mercati assumono connotati nuovi e possono trovare attuazione non solo attraverso esplicite e riconoscibili scelte strategiche delle imprese, ma anche dietro il velo più opaco e impersonale degli algoritmi. Comprendere se, e in che misura, un motore di ricerca, nell’esporre sullo schermo la sequenza dei risultati, generi una discriminazione a sfavore dei siti concorrenti è tema del tutto nuovo e di non facile valutazione. Cogliere il potenziale collusivo quando gli operatori affidano agli algoritmi la determinazione e l’aggiustamento dei prezzi, ci porta assai lontano dai classici cartelli dove, in stanze dense di fumo, gli oligopolisti stabiliscono politiche comuni. Individuare gli effetti di allentamento della concorrenza quando due piattaforme apparentemente differenti nei modelli di business e nei servizi offerti propongono una fusione introduce elementi di valutazione di grande incertezza e complessità. La direzione generale della Concorrenza non ha tuttavia scelto un approccio cauto e attendista di fronte alle difficoltà, ritenendo che la strumentazione affinatasi negli anni monitorando mercati più tradizionali offrisse la base per comprendere e valutare anche quelli nuovi e innovativi.

La posizione sugli aiuti di stato

La seconda linea di intervento che, a partire dall’attenzione per i mercati digitali, è stata perseguita dal commissario Vestager riguarda la proibizione degli aiuti di stato e l’uso spregiudicato che alcuni paesi dell’Unione hanno fatto per attrarre le grandi imprese del mondo di Internet – mondo nel quale comprendere dove si collochi la localizzazione delle attività economiche risulta complesso, aprendo la strada a possibili manipolazioni. La vicenda delle aliquote fiscali estremamente ridotte applicate dall’Irlanda ad Apple ha portato nel mondo di Internet un’attività di sorveglianza sugli aiuti di stato solitamente declinata non tanto come strumento per attrarre gli investimenti esteri, ma per concedere sussidi e vantaggi per i produttori locali.

Il terzo profilo che emerge guardando alle linee di intervento più importanti della direzione generale della Concorrenza riguarda una riflessione di fondo sul significato e le implicazioni della crescente concentrazione osservata in molti mercati, tra cui ancora una volta spiccano quelli digitali. Nell’ultima fase della presidenza di Barack Obama la crescita della concentrazione nell’economia americana era stata al centro di ragionamenti che, assieme all’emergere di imprese leader tipiche delle dinamiche dei mercati digitali, si ponevano la domanda se l’enforcement antitrust non fosse stato, in particolare nell’attività di controllo delle concentrazioni e acquisizioni, troppo lasco. Nell’ultimo anno, numerosi sono i documenti redatti da economisti accademici o distaccati presso le autorità che hanno guardato a nuove forme di intervento più incisive, per limitare la dimensione e il potere di mercato delle big tech. E oggi nel dibattito �

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