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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 26 min fa

Così l’ambiente entra nella regolazione dei trasporti

4 ore 4 min fa

Nella sua Relazione annuale l’Autorità per la regolazione nei trasporti si è occupata anche di questione ambientale. Ma nel settore il problema più rilevante è la scelta di meccanismi di tariffazione diversi per le infrastrutture ferroviarie e autostradali.

Quando serve un’autorità indipendente

Non tutti i segmenti del settore trasporti postulano una regolazione economica specifica: la produzione e il commercio di veicoli, il settore degli autobus turistici e molti servizi aerei, per citare solo alcuni esempi, operano in modo efficiente in mercati concorrenziali.

La regolazione è necessaria in due grandi sottosettori. Innanzitutto, là dove la concorrenza non può operare, cioè nelle infrastrutture (monopoli naturali per eccellenza): qui il regolatore deve intervenire per difendere gli utenti da possibili tariffe troppo elevate, vincoli all’accesso discriminatori, o manutenzione inadeguata.

Poi esistono estese aree di “monopoli legali”, cioè i servizi che la stessa mano pubblica decide che non debbano essere forniti dal libero mercato, e in Italia sono buona parte dei servizi ferroviari e tutti quelli del trasporto locale (Tpl). Qui gli utenti devono essere difesi oltre che dai possibili costi eccessivi di produzione, anche dalla possibile bassa qualità dei servizi. Nel caso – frequente – in cui tali servizi siano sussidiati, la difesa da gestioni inefficienti si estende ovviamente anche ai contribuenti.

Per entrambi i tipi di monopolio la concorrenza può tuttavia agire nell’affidamento in gara dell’esercizio per un numero prefissato di anni. E infatti è la strategia dominante scelta dall’Europa per tutelare utenti e contribuenti.

Molto meno intuitivo è il fatto che la regolazione debba essere attuata da una autorità indipendente. Perché mai non vi può provvedere lo stesso ministero dei Trasporti, che certo può dotarsi senza problemi di tutte le competenze necessarie? Non genera un aumento di costi e di burocrazia?

Infatti, una scelta di questo tipo, ormai quasi universalmente diffusa, si giustifica solo nel caso che si assuma che il decisore stato possa essere “catturato” dai gestori delle infrastrutture e dei servizi. Cioè possa favorire questi soggetti a danno degli utenti e dei contribuenti.

Senza l’assunzione che i decisori politici possano essere, anche in forma lecita, “corrompibili” per propri interessi egoistici (di fatto un caso di “fallimento dello stato”), viene meno la necessità di autorità indipendenti.

Politiche ambientali e regolazione dei trasporti

In Italia, nel settore dei trasporti, il regolatore è l’Autorità per la regolazione dei trasporti (Art), in carica circa da un anno. A luglio ha presentato la sua prima relazione annuale, dove si esprime approvazione per uno specifico obiettivo politico che sembrerebbe non competere al regolatore: l’ambiente. In realtà gli compete, ma in una forma che non sembra colta nella relazione stessa, che a politiche complessive di pricing non fa cenno.

Le esternalità ambientali nei trasporti sono molto rilevanti, soprattutto le emissioni dirette climalteranti del modo stradale e di quello aereo. Ora, dovendo l’Autorità regolatoria verificare l’equilibrio delle condizioni in cui operano i mercati rilevanti, è fondamentale che verifichi che le politiche ambientali non siano tali da creare squilibri indebiti.

Per l’ambiente, di gran lunga la principale concerne l’internalizzazione dei costi esterni e, in particolare, il prelievo fiscale per unità di emissione nei diversi modi di trasporto. Un esempio banale: se in un comparto una tonnellata di CO2 è tassata per un certo importo e in un comparto concorrente è tassata il doppio, nessuna competizione efficiente può aver luogo. Ulteriori distorsioni si generano in caso di livelli di internalizzazione superiore a quello ottimale, fenomeno che la letteratura internazionale (Imf, Oecd) individua come rilevante, in particolare per l’Italia. Ma su questo, come su altri temi regolatori, si tornerà in contributi successivi.

L’effetto pratico più distorsivo per i mercati in Italia (come nel resto d’Europa) è tuttavia indiretto. Mentre l’internalizzazione diretta per le emissioni stradali risulta di livello molto elevato (ma per esternalità elevate) e quello del principale “competitor”, la ferrovia, nullo (ma per emissioni modeste), le politiche di pricing per le infrastrutture nei due settori sono decisamente diverse. E ciò per motivazioni essenzialmente ambientali, perché nessun’altra motivazione è mai stata esplicitata, né sembra ragionevole che abbiano connotazione modale gli obiettivi distributivi. Altrimenti, per esempio, dovrebbero concernere anche i servizi di autobus di lunga distanza, molto tassati, usati dalle categorie a più basso reddito, e con impatti ambientali trascurabili. L’alta velocità ferroviaria dai contenuti distributivi problematici è un ulteriore esempio.

Infatti, per le ferrovie viene applicata una politica di tariffazione ai costi marginali (Mcp), mentre se ne applica una ai costi medi (Acp) per le autostrade. In sintesi estrema, gli utenti autostradali, che già in media internalizzano più dei costi esterni che generano (incluse congestione, sicurezza e altro ancora), pagano anche i costi di investimento delle infrastrutture, visto che quelli delle ferrovie sono interamente a carico dello stato. Che l’internalizzazione avvenga là dove le esternalità maggiori si generano, cioè nell’uso delle infrastrutture e non nella fase di investimento, non è suggerito solo dall’efficienza (la tariffazione ai costi medi di un monopolio naturale notoriamente genera perdite di quote di surplus sociale), ma dalle stesse raccomandazioni della Commissione europea, certo universalmente disattese in questo settore.

L’esempio delle inefficienze che ne derivano è ovvio, e rilevante: una tariffazione ottimale ripartirebbe in modo ottimale anche i traffici tra i due modi di trasporto, orientando di conseguenza in modo efficiente le scelte di investimento.

Si potrebbe obiettare che lo stato è sovrano anche nel decidere politiche che squilibrino i mercati, ignorando politiche di pricing efficienti delle infrastrutture, e i livelli e le forme di internalizzazione dei costi ambientali già in atto. Tuttavia, diventerebbe molto difficile comprendere allora il senso di affidare a una autorità indipendente proprio l’obiettivo di massimizzare l’efficienza dei mercati del settore.

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Difformità edilizie: un problema in cerca di soluzione

5 ore 4 min fa

Vecchie difformità edilizie penalizzano il valore degli immobili e impediscono la fruizione dei vari bonus. Si salva solo il Superbonus 110 per cento, per il quale sono state previste deroghe specifiche. Ma la questione va risolta in modo complessivo.

Superbonus sì, bonus no

Le difformità edilizie sono numerosissime e per gran parte sconosciute ai proprietari, i quali spesso non ne sono gli autori e in genere le scoprono solo quando intendono alienare l’immobile. Di recente, a Livorno, solo accingendosi a vendere, un proprietario ha scoperto che negli anni Settanta il suo condominio è stato costruito all’incontrario, con la facciata lato strada sul lato cortile e viceversa.

Gran parte degli immobili difformi non sono regolarizzabili con le regole attuali e la presenza delle difformità ne riduce fortemente il valore di vendita ed è di ostacolo alla fruizione dei bonus edilizi, eccetto il Superbonus 110 per cento.  

Una commissione istituita presso il Consiglio superiore dei lavori pubblici, già prima dell’introduzione del Superbonus, aveva individuato possibili soluzioni tecniche – ben diverse da un condono – per risolvere l’annoso problema delle vecchie irregolarità edilizie per tutti gli immobili, consentendo così anche l’accesso ai diversi bonus edilizi (non solo al Superbonus). Invece il problema urbanistico è stato “aggirato” solo per i fabbricati oggetto degli interventi Superbonus, creando così disparità di trattamento. 

Inizialmente lo “stato parzialmente illegittimo di un immobile” impediva di fruire anche del Superbonus 110 per cento e quindi ostacolava la diffusione del beneficio. Allora, dapprima (Dl 77/2021) l’attestazione dello “stato legittimo” dei fabbricati è stata sostituita – solo per gli interventi Superbonus – con l’indicazione del titolo che ha abilitato la costruzione. In tal modo il Superbonus è precluso solo agli immobili “totalmente abusivi”, non considerando tali quelli siti in zone “paesaggisticamente vincolate” nelle regioni in cui le norme regionali parificano le piccole difformità (anche se su fabbricati di nessun pregio architettonico e con difformità visibili “solo dai droni”) all’abuso totale.

Poi, preso atto che il proprietario di “immobile difforme” di fatto si autodenunciava presentando la comunicazione di inizio lavori asseverata (Cila) – gli elaborati progettuali non potevano infatti che rappresentare l’esatto stato attuale del fabbricato perciò difforme da quanto depositato negli archivi comunali – si è aggirato il problema approvando uno specifico modulo “Cilas” (Cila Superbonus) e prevedendo che in esso gli interventi (in deroga alla consolidata e pluriennale prassi) non siano rappresentati in tavole progettuali (solo facoltative), ma siano “solo descritti”(!).  

Tutte le semplificazioni via via adottate non hanno modificato il potere di controllo della regolarità edilizia da parte dei comuni, anche se diversi (in Liguria e Sicilia ad esempio) hanno emanato direttive affinché l’effettuazione di interventi Superbonus non sia “l’impulso” a controlli sul pregresso; esposti di vicini sono però sempre possibili. 

Non un condono, ma un compromesso ragionevole

Secondo le attuali regole, le difformità sono regolarizzabili solo se rientrano nella tolleranza del 2 per cento o se rispettano la cosiddetta “doppia conformità”, che si ha solo se gli interventi a suo tempo fatti sono conformi sia “alle normative vigenti al momento in cui il lavoro era stato fatto” sia “alle norme urbanistiche di oggi”. In assenza di “tolleranza 2 per cento” o di “doppia conformità”, in caso di controlli, incombe sul proprietario il rischio di essere chiamato fino anche a demolire le porzioni difformi. È peraltro difficile immaginare demolizioni di porzioni di immobili efficientati investendoci risorse pubbliche (anche europee) e quindi, di fatto, si è diffusa l’aspettativa di una futura risoluzione del problema, per ora però solo “aggirato ma non risolto”. 

Peraltro, l’istituto della “doppia conformità” suscita qualche perplessità: non si capisce infatti per quale ragione non possa essere oggi regolarizzato un abuso o difformità realizzata tempo addietro, se quanto fatto (ma non risultante “dalla carta”) era allora legittimamente realizzabile in base alle normative al tempo vigenti e la regolarizzazione non venne realizzata solo per scarsa attenzione formale-burocratica in anni ove l’attenzione a questi aspetti non era quella odierna.

Allo stesso modo, a logica non si capisce perché non possa essere regolarizzato un intervento fatto tempo addietro in difformità dalle normative di allora, ma che oggi potrebbe essere realizzato in base alle attuali normative.

La “conformità semplice” (o “pregressa” o “attuale”) non sarebbe quindi un condono, ma un ragionevole compromesso fra “rigoristi a prescindere” e “realisti”. E renderebbe vendibili senza penalizzazioni gli immobili con difformità “accettabili”, oltre a consentire l’accesso ai bonus fiscali diversi dal Superbonus, evitando altresì agli inconsapevoli proprietari di immobili irregolari la revoca (con sanzioni) dei bonus edilizi fruiti in buona fede. 

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Acqua: il bicchiere è più pieno che vuoto

Mer, 20/10/2021 - 11:43

Anche il Rapporto Asvis cade nella trappola di attribuire le carenze del sistema idrico al mancato rispetto della volontà popolare espressa col referendum del 2011. Mentre la responsabilità è di chi ancora si oppone al processo di modernizzazione.

Il sistema idrico nel Rapporto Asvis

L’Associazione italiana sviluppo sostenibile (Asvis) è una meritoria organizzazione non governativa che si è posta l’obiettivo di monitorare il percorso, tortuoso e accidentato, che deve portare l’Italia a raggiungere gli impegnativi traguardi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. I rapporti di Asvis sono da anni un punto di riferimento prezioso perché offrono in modo indipendente una disamina attenta dei risultati raggiunti e di quelli ancora da raggiungere, agendo come stimolo alle politiche pubbliche e all’azione dei governi.

Dell’Agenda 2030 fa parte anche un obiettivo specificamente riferito alle risorse idriche, ed è di questo capitolo del denso Rapporto Asvis 2021 che vogliamo qui discutere.

Il rapporto snocciola i dati che fotografano le molte carenze che affliggono il settore, ancora parecchio distante dagli obiettivi di sostenibilità, soprattutto per quel che riguarda l’impatto degli usi antropici sugli ecosistemi idrici (“anche la cacca è un bene comune”, avrebbe chiosato Giacomo Vaciago). 

I dati sono dati, e su quelli c’è poco da discutere. Ma da soli servono a poco: come tutti gli indicatori, servono a formulare un quadro diagnostico e a individuare le terapie da adottare. Ed è qui che il Rapporto, a nostro avviso, risulta assai poco convincente. Anche Asvis, infatti, cade nella trappola di ricollegare quanto non funziona alla mancata attuazione della volontà popolare scaturita dal referendum 2011, auspicando un intervento legislativo. Dati i toni, si suppone che dovrebbe riecheggiare la proposta di legge Daga, che il Parlamento ha discusso per due anni per poi accantonare.

In altre sedi abbiamo espresso la nostra opinione contro l’idea del “referendum tradito”, e nello specifico contro il Ddl Daga, che ritenevamo all’epoca – e continuiamo a ritenere oggi – un pericoloso sbaglio. Del resto, se quella legge non è stata approvata è perché le forze politiche se ne sono infine rese conto.

I meriti delle riforme

Ma qualunque cosa si pensi in merito, sarebbe forse il caso di chiedersi se il quadro scaturito dalle riforme operate nel 2011 abbia prodotto risultati positivi o negativi, valutandoli serenamente. Asvis confonde la parte del bicchiere mezza vuota e quella mezza piena, evitando di riconoscere che il merito di quest’ultima va largamente attribuito proprio a quella che in altre occasioni abbiamo chiamato “rivoluzione silenziosa delle regole”. E per le cose ancora non vanno per il verso giusto, la colpa non è della mancata attuazione della volontà popolare, ma semmai della lentezza con cui procede il processo di modernizzazione e della tenacia con cui la politica locale gli antepone il controllo locale e la demagogia tariffaria.

Oggi, se non altro, possiamo misurare con precisione le carenze, identificandole e localizzandole, e individuare le priorità di intervento. Sembra impossibile da credere, eppure fino al 2018 i dati sul settore idrico si conoscevano solo in modo approssimativo, e la stessa Istat ha saputo fornire solo un quadro frammentario e basato su informazioni poco affidabili (si pensi al dato relativo all’allacciamento alla depurazione, che ha confuso per anni gli scarichi civili e industriali). Se oggi iniziamo a disporre di una fotografia accurata dello stato di qualità dei servizi, è grazie alla Regolazione della qualità tecnica (Rqti) introdotta da Arera. 

Gli obiettivi ambientali sono oggi codificati in un percorso escutibile di riduzione delle perdite, di riduzione dello smaltimento in discarica dei fanghi, di completamento del sistema di collettamento dei reflui e di depurazione, di continuità del servizio, di sicurezza dell’acqua potabile, sostenuto da un meccanismo di sanzioni. L’adozione da parte dei gestori del “water safety plan” mette a fuoco le sfide del prossimo futuro, come il controllo degli inquinanti emergenti e delle microplastiche, la misurazione dei consumi individuali per promuovere il risparmio idrico, il riuso delle acque depurate in agricoltura, la riduzione delle emissioni di CO2 e l’efficienza energetica, identificando le specifiche criticità. 

La questione degli investimenti

Investiamo ancora la metà di quel che investono negli altri paesi, ma sarebbe il caso di ricordare che gli investimenti di oggi sono il doppio o il triplo di quelli di dieci o venti anni fa. E questo grazie al fatto che la regolazione ha garantito la solidità finanziaria delle aziende. Ma soprattutto, disponiamo oggi di un criterio per programmare in modo ordinato la spesa, per definire le priorità di intervento, evitando di sprecare risorse correndo dietro alle emergenze.

Non si tratta quindi, a nostro parere, di aumentare gli oltre 4 miliardi che il Piano nazionale di ripresa e resilienza stanzia per gli interventi, ma di rafforzare il meccanismo virtuoso avviato nel 2011. Inondare il settore di soldi da utilizzare il prima possibile è un modo pressoché sicuro per spenderli male. Si pensi piuttosto a creare circuiti finanziari speciali – ce ne sono esempi in molti paesi, dall’Olanda agli Usa – che possano ridurre i costi finanziari e diluirne l’impatto sulle tariffe.

Asvis segnala, giustamente, il ritardo nel recepimento della nuova direttiva sulla qualità delle acque potabili, ma non nota che le recenti emergenze, come il caso Pfas in Veneto, sono state affrontate e risolte brillantemente proprio grazie al fatto che in quelle terre l’industrializzazione del servizio è ormai acquisita. Si confronti questo caso di successo con le tristi vicende dell’atrazina di trenta anni fa, quando il problema era semplicemente inaffrontabile per via dell’assoluta incapacità del sistema gestionale e l’unica soluzione erano le deroghe che rendevano l’acqua potabile per legge.

Ci si lamenta che il Pnrr non disponga nulla per garantire l’accessibilità dell’acqua: ma se non lo fa, forse è proprio perché il legislatore ha già disposto strumenti in grado di sradicare pressoché interamente, e sul nascere, ogni eventuale accenno di water poverty. Provvedono in tal senso il “bonus sociale idrico”, ma anche la possibilità di introdurre ulteriori agevolazioni per le famiglie in difficoltà, addossandone il costo agli altri utenti, per non dire delle norme che precludono il distacco agli utenti morosi. Dati alla mano, non si può certo affermare che in Italia vi sia un problema di accesso all’acqua – se non per ragioni di mero deficit infrastrutturale, come in alcune aree del Mezzogiorno. È semmai vero che, nonostante i rincari degli ultimi venti anni, l’acqua italiana resta di gran lunga tra le meno costose a livello Ocse e che di water poverty, per fortuna, non vi sia quasi traccia – caso mai sarebbe il caso di notare che gli italiani spendono per l’acqua minerale tanto quanto spendono per il servizio idrico: più che “garantire l’accessibilità economica”, il problema italiano è quello di ricostruire la fiducia dei cittadini nell’acqua erogata dal servizio pubblico.

Su un punto concordiamo però con Asvis: il Pnrr avrebbe potuto destinare qualche soldino per estendere i bonus fiscali all’ammodernamento degli impianti idraulici domestici o meglio ancora a interventi più ampi, anche alla scala di quartiere, ispirati dall’economia circolare – sistemi di ricircolo e riuso, realizzazione di stagni ed ecosistemi-filtro, gestione integrata delle acque meteoriche – che da tempo hanno iniziato a diffondersi nei paesi più avanzati.

Asvis depreca giustamente la parte tuttora mezza vuota del bicchiere: territori che ancor oggi ricevono a intermittenza l’acqua, sovente dichiarata non potabile, allagamenti e sversamenti delle fognature, lidi e coste sfregiate da divieti di balneazione per la mancanza di depuratori.

Omette però di dire che il principale responsabile delle perdite e dei disagi è proprio il ritardo nell’adozione di un modello di gestione industriale, da cui consegue la mancata realizzazione delle reti fognarie e dei depuratori, l’assenza di manutenzione e il degrado di quelle esistenti. Un’eredità che si trascina da decenni di incuria, “mala” gestione, disinteresse per l’ambiente. Perché quei territori dove competenze e attenzione sono mancate sono anche quelli dove persistono le gestioni dirette degli enti locali, o quelle dove la transizione, pur avvenuta sulla carta, risulta frenata da una gestione politica e demagogica della tariffa, con sindaci che hanno perfino inneggiato al mancato pagamento delle bollette, salvo dare “al privato” la colpa dei disservizi.

Questi fatti sono emersi in tutta la loro lampante chiarezza proprio nel corso dei lavori parlamentari sulla proposta di legge sull’acqua pubblica, tra il 2017 e il 2018. Gli oltre due anni di audizioni – più di duecento parti sociali udite – hanno rappresentano un momento di verità sul settore. Per evitare di cadere per l’ennesima volta ammaliati dalle sirene referendarie, basterebbe semplicemente ascoltare quelle audizioni. 

Se non fosse come sparare sulla Croce Rossa, inviteremmo i ricercatori di Asvis ad approfondire il caso napoletano: quello dove, a detta dei comitati, il verbo benecomunista ha trovato la sua più fedele incarnazione. Sarebbe interessante leggere, magari nel Rapporto 2022, qualche valutazione in merito a quel disastro.

Perché l’acqua gratis non è l’acqua di tutti, è semmai l’acqua di nessuno. La cosa meno sostenibile che ci sia, a proposito di “beni comuni”. Che sono diritti di tutti, ma anche doveri di tutti. Come insegnava Elinor Ostrom, che forse qualcuno farebbe bene a rileggere con attenzione.

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Il Punto

Mar, 19/10/2021 - 12:28

Nonostante le condizioni poste dalla Commissione europea, nel passaggio tra Alitalia e Ita non sembra affatto esserci la discontinuità aziendale promessa. A partire dai dipendenti della vecchia compagnia.
Il timore che l’aumento del prezzo dell’energia possa frenare la ripresa riporta in auge la tentazione di concedere sussidi alle fonti fossili. Niente di più sbagliato, a pochi giorni dalla Cop 26 di Glasgow. Ha suscitato meno clamore del previsto la pubblicazione dei cosiddetti Pandora Papers. Ma un’informazione troppo sensazionalistica rischia solo di creare confusione, mentre in Italia si discute di riforma fiscale.
A fine anno terminerà il triennio di sperimentazione di “Quota 100”. L’esigenza di garantire flessibilità nell’età di pensionamento, però, rimane. E affidarsi al solo sistema contributivo non basta. Il Regional Authority Index, che misura il grado di autonomia di un’amministrazione decentrata, rivela tutta la distanza tra l’Italia e gli stati federali. Ma il potere delle nostre regioni non è comunque trascurabile.
Dopo il caso di Berlino, anche in Svezia il tema della casa è al centro del dibattito. Colpa anche qui degli affitti troppo alti. Una questione talmente cruciale nel paese da causare la caduta del governo.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”. Qual è il peso dell’economia sommersa in Italia? Nel nostro slideshow alcune stime tratte dal report Istat per il 2019.

L’accesso ai contenuti de lavoce è libero e gratuito ma, per poter continuare ad assicurare un lavoro di qualità, abbiamo bisogno del contributo di tutti. Sostienici con una donazione, anche piccola!

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Pandora Papers: il vaso è già vuoto

Mar, 19/10/2021 - 11:09

La pubblicazione dei nuovi leaks sulla presunta evasione fiscale di personaggi celebri non ha ricevuto grande attenzione dai cittadini. Neanche in Italia, dove si sta per varare una riforma del fisco. Un caso di sensazionalismo che crea solo confusione.

Le nuove rivelazioni

Pochi giorni fa, il Consorzio di giornalisti indipendenti ha pubblicato una nuova lista (parziale, per ora) di leaks fiscali, che riguardano personalità della politica e dello spettacolo. Secondo il Consorzio e la documentazione acquisita, avrebbero a diverso titolo evaso le imposte nel loro paese attraverso l’utilizzo di società in paradisi fiscali.

Non si tratta di una novità: in passato siamo già stati investiti di altri leaks o Papers, che hanno portato sotto i riflettori scandali mondiali, sollevato indignazione nei confronti di paradisi fiscali, messo all’indice l’una o l’altra personalità politica, la cui identità è svelata a discrezione del consorzio stesso (per esempio, incuriosisce che almeno per ora nelle pagine in possesso del gruppo di giornalisti non compaia nessun politico statunitense). I giornali italiani hanno naturalmente ripreso la notizia o collaborato all’indagine, nell’attesa voyeuristica dei nomi che verranno progressivamente centellinati all’opinione pubblica.

C’è però un dato che sorprende nella pubblicazione dei documenti in rete. Il loro lancio, promosso dal Consorzio sui social network con hashtag #Pandorapapers, non ha mai scalato le cosiddette tendenze in Italia: nel momento di massima attenzione del pubblico, si è assestato al ventinovesimo posto tra i trend topics di Twitter, per poi subito scendere in modo inarrestabile. È andata ancora peggio, in termini di engagement, in altri paesi, con risultati non comparabili agli altri leaks del passato.

Perché così poca attenzione?

Com’è possibile? L’evasione fiscale e il suo contrasto sono al centro dell’agenda paese. Il governo ha appena approvato la legge di delega di riforma fiscale che andrà in parlamento e che dovrebbe contribuire a una svolta, anche sull’evasione fiscale, sulla quale in passato, troppe volte si sono celebrati più trionfi che vittorie, come direbbe Tacito.

In un momento in cui il governo intraprenderà probabilmente una strada ispirata al pragmatismo nella tenuta dei conti e della tassazione (immobiliare), il patrimonio di informazioni, dati e – perché no – nomi sembrerebbe rappresentare un interesse comune, attraverso il quale esercitare subito forme di controllo di natura politica. Nulla di tutto questo è accaduto: lo tsunami preconizzato dal Consorzio, almeno per ora, si è rivelato ben poca cosa, nonostante la ricchezza delle informazioni.

A quanto emerge dalle prime letture dei Papers, le forme di pianificazione fiscale più spesso usate consisterebbero nella costituzione di società fiduciarie – o trust – in paradisi fiscali, alle quali personaggi pubblici attribuirebbero beni di elevato valore, o i profitti delle loro attività (come, ad esempio, i proventi derivanti dalla gestione dei diritti d’immagine). Attraverso queste forme di pianificazione fiscale si sortirebbe un duplice effetto: da un lato non risultare proprietari dei beni in questione e dall’altro evitare la tassazione sugli ingenti proventi comunque realizzati. La casistica è particolarmente ricca nei quasi tre terabyte di dati acquisiti, per ordini di grandezza multimilionari ancora di difficile quantificazione.

Le ragioni di questa sorta di omeostasi della società civile dinanzi ai nuovi scandali tributari affonda le radici in diversi fattori: da un lato, la loro sequenza e insistenza, che porta a una sorta di assuefazione dell’uditorio, e probabilmente a un (erroneo) senso di resa. Ma, prima ancora, ha forse stancato la genericità degli addebiti, se non i clamorosi fraintendimenti nei quali il giornalismo investigativo cade inconsapevolmente (nella migliore delle ipotesi) ogni volta che parla di imposte, confondendo tra loro fattispecie che hanno ben poco a che spartire fra loro. Così nello stesso frullatore si mescolano assieme evasione, elusione, pianificazione fiscale e personaggi come Tony Blair, Shakira, il re di Giordania e Julio Iglesias: in una notte in cui tutte le vacche diventano nere, i cittadini, disorientati e confusi, preferiscono andare a dormire.

Il caso più significativo, in questo senso, è quello dell’ex premier britannico che avrebbe (asseritamente) evaso la Stamp duty (analoga alla nostra imposta di registro) sull’acquisto di un immobile. Anziché acquisire il fabbricato, avrebbe acquistato le azioni di una società immobiliare cui il fabbricato è intestato. Chiunque, in Italia, sa che analoghi problemi si sono registrati all’interno del nostro ordinamento, qualora anziché vendere un’azienda l’imprenditore ha ceduto le quote di una società di cui quell’azienda è espressione. Il dibattito in giurisprudenza è stato ampio, ma la letteratura ha sempre icasticamente stroncato ogni velleità orientata a ravvisare in questo comportamento un intento elusivo, se non addirittura evasivo.

Ogni ordinamento giuridico si basa su “strutture”, come spesso vengono definite nella stampa divulgativa le società utilizzate per investimenti complessi. Sin da quando si è immaginata la limitazione della responsabilità nelle società commerciali (per permettere ambiziosi investimenti limitando gli effetti negativi di affari tentati nelle lontane Indie di due secoli fa), ogni giurista sa che l’impiego di società costituite presso altre giurisdizioni, più o meno favorevoli, spesso è un passaggio necessario per il successo economico.

In altri casi, per converso, la costituzione di società (o trust) in giurisdizioni favorevoli appare invece un tassello di un più complesso disegno criminoso, come sembrerebbe suggerire il caso Latchford: un mercante d’arte di prestigio mondiale che avrebbe utilizzato strutture a Jersey per agevolare il contrabbando di opere dalla Cambogia e il riciclaggio. Si tratta in questo caso di uno scenario di rilevanza non solo fiscale, ma anche criminale. Insomma, nel vaso di Pandora ci sarebbe un po’ di tutto, ma non per questo si dovrebbe trattare tutto allo stesso modo, accomunando lo sfruttamento di forme di agevolazione fiscale a comportamenti da reprimere con la massima severità.

Un’informazione a volte basata sul sensazionalismo non soltanto tradisce la realtà dei fenomeni giuridici e la complessità delle scienze sociali, ma diventa controproducente, impedendo ai lettori di distinguere tra loro comportamenti che, almeno allo stato, sono tra loro profondamenti diversi sia dal punto di vista giuridico che politico.
Il rischio che si corre è quello di aprire il vaso di Pandora, e di trovarlo già vuoto.

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Svezia, il grande freddo degli affitti

Mar, 19/10/2021 - 10:20

In Svezia la scarsità di abitazioni in affitto rende particolarmente oneroso il costo della casa. Le cause sono da ricercare in un particolare sistema di contrattazione dei canoni. Ma il governo che ha cercato di renderlo più flessibile è caduto.

Un problema diffuso

In Svezia, il presidente del Consiglio si è dovuto dimettere a seguito della bocciatura in parlamento di una proposta per liberalizzare le negoziazioni sulle locazioni. A Berlino il senato della città-Stato deve decidere che risposta dare al referendum che ha approvato la nazionalizzazione dei grandi patrimoni residenziali privati e alla bocciatura, da parte della Corte costituzionale, di una sua legge che congelava per cinque anni i canoni delle case costruite prima del 2014. La direzione di marcia è diversa, ma in entrambi i casi si tratta di fare i conti con mercati segnati da carenza dell’offerta di abitazioni e caro affitti. Abbiamo già esaminato la situazione di Berlino, qui si soffermiamo su quella svedese. 

La situazione in Svezia

I dati Eurostat evidenziano che i due terzi degli svedesi abitano in una casa di proprietà e il restante terzo vive in affitto, in maggioranza in abitazioni di proprietà privata. Le case in cui vive oltre la metà della popolazione sono state acquistate con un mutuo ancora in corso di ammortamento. Si può, pertanto, ritenere che la diffusione della proprietà sia una connotazione del mercato residenziale di più recente formazione. Le famiglie sono incentivate all’acquisto di un’abitazione da un sistema fiscale che consente la detrazione degli interessi sui mutui e tiene basse le tasse sugli immobili. Ma le difficoltà di accedere agli alloggi in affitto, soprattutto nelle città più grandi, possono costringere le famiglie a indebitarsi per diventare proprietarie delle loro case. La carenza di abitazioni in affitto è diffusa in 250 dei 290 comuni svedesi e rende particolarmente oneroso il costo della casa per tutta la popolazione, soprattutto per i meno abbienti. Eurostat stima che per il 41 per cento della popolazione a rischio povertà spenda per l’abitazione almeno due quinti del reddito, una percentuale tra le più elevate dei paesi europei. 

Naturalmente, la situazione abitativa è più grave nelle principali città, malgrado quote non trascurabili del mercato della locazione siano di proprietà dei comuni (figura 1). Ma la loro offerta è evidentemente insufficiente rispetto alla domanda, e per l’assegnazione di un alloggio pubblico occorre attendere mediamente nove anni, secondo alcune fonti e addirittura trenta, secondo altre.  L’eccesso di domanda di alloggi pubblici si riversa sul mercato privato, accrescendo la carenza dell’offerta e allungando il tempo di ricerca di un alloggio.

L’origine del problema

La ristrettezza del mercato della locazione in Svezia è stata imputata al sistema di determinazione dei canoni. La proposta bocciata dal parlamento svedese prevedeva una flessibilizzazione della loro contrattazione, come richiesto anche dalla Commissione europea, e la riforma avrebbe riguardato solo gli alloggi di nuova costruzione. Con il sistema vigente, gli affitti non sono il risultato di un accordo tra i singoli proprietari e i singoli affittuari, ma sono contrattati collettivamente tra il rappresentante della proprietà e l’associazione degli inquilini. Il canone è determinato in base al “valore d’uso”, che riflette alcune caratteristiche dell’abitazione: superficie, numero di stanze, localizzazione urbana, offerta dei servizi e così via. La maggiore forza negoziale dei sindacati degli inquilini consente di contenere gli affitti di ingresso, rispetto ai livelli che raggiungerebbero se potessero essere contrattati liberamente; i canoni degli eventuali sub affitti invece non sono vincolati. Inoltre, le norme che regolano il rapporto tra il proprietario e l’inquilino sono orientate alla forte tutela di quest’ultimo. 

I critici del sistema ritengono che il dislivello che si crea tra gli affitti contrattati e quelli potenziali di mercato disincentivi gli imprenditori ad accrescere l’offerta con la realizzazione di nuovi alloggi per l’affitto e che sia anche fonte di distorsioni e inefficienze del mercato. La difficoltà di trovare abitazioni a canone contrattato ha come conseguenza il fatto che, accanto a quello primario, si sviluppino due mercati secondari: un mercato del sub-affitto, perfettamente legale, con canoni elevati di cui beneficiano i titolari del contratto di affitto; e un mercato nero, illegale, i cui effetti economici vanno a vantaggio, ovviamente, dei proprietari degli immobili. 

Secondo il governatore della banca centrale svedese si riproduce così nel mercato della casa quella separazione tra insider e outsider che normalmente sintetizza le disparità che si riscontrano nel mercato del lavoro. In questo caso, gli insider sono gli inquilini che riescono a entrare nel mercato della locazione primaria e beneficiano di canoni che non possono superare gli importi contrattati, mentre gli outsider sono tutti coloro che non riescono a trovare un’abitazione da affittare o che devono rivolgersi ai mercati del sub-affitto e degli affitti in nero. Gli insider non sono necessariamente le famiglie con i redditi più bassi: una ricerca sulla città di Stoccolma rileva anzi che hanno un reddito più alto del 30 per cento rispetto alla media dell’area metropolitana.

Il sistema dei canoni contrattati ha, ovviamente, vari sostenitori, non solo tra i sindacati degli inquilini e tra i partiti, compreso quello di sinistra che ha fatto mancare il suo appoggio al governo presieduto da un socialdemocratico. Alcuni di loro sembrano però aver chiaro che questa modalità di determinazione degli affitti ha funzionato quando c’è stata una massiccia produzione di nuovi alloggi e contemporaneamente sono stati concessi generosi benefici agli inquilini per il pagamento degli affitti: “senza un’ampia offerta e un sostegno finanziario per gli inquilini, il sistema [diventa] vulnerabile”.

Caduto un governo, se ne fa un altro. Ma anche per il nuovo esecutivo non sarà facile trovare una via d’uscita per la crisi della casa.

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Non è più tempo di sussidi alle fonti fossili

Mar, 19/10/2021 - 10:12

In vista della Cop 26 di Glasgow si moltiplicano gli appelli per interventi decisi contro il cambiamento climatico. Proprio per questo non è il momento di concedere sussidi alle fonti fossili, anche quando sono temporanei e motivati da buone intenzioni.

Crescono i prezzi dell’energia

L’aumento dei prezzi dell’energia allarma governi e cittadini di mezzo mondo. Il maggiore costo dei carburanti e l’aumento della bolletta elettrica e del gas hanno provocato scompiglio in molti paesi europei, tra cui l’Italia e il Regno Unito. 

Se si dovesse spiegare la cosa in maniera semplice, si direbbe che stiamo registrando un aumento robusto della domanda di energia e una temporanea e selettiva contrazione dell’offerta. I più alti consumi energetici sono spinti dalla ripresa post-Covid che si diffonde in tutti i paesi, le restrizioni dell’offerta sono invece circoscritte: dalla calma di vento nel Mare del Nord – che ha fatto girare meno le pale eoliche – alle riduzioni nelle consegne di gas naturale che attraversano i gasdotti che dalla Russia raggiungono i paesi dell’Europa. 

Dietro a tutto questo vi sta soprattutto la spinta della ripresa dell’attività economica, la quale muove all’insù il prezzo del petrolio – e quindi il costo dei trasporti – e quello del gas – per gli usi molteplici che ha, dal riscaldamento domestico agli impieghi industriali, alla generazione elettrica. Perfino il prezzo del carbone è salito significativamente e un ulteriore effetto è l’aumento del prezzo dei permessi di emissione sul mercato europeo, l’Emission Trading Scheme, a sua volta traslato nei maggiori costi dell’elettricità. E vale la pena di ricordare che nel 2019 le fonti fossili rappresentavano l’84 per cento del totale mondiale, mentre il solo gas naturale pesava in Italia per il 41 per cento nel 2020.

Il timore che l’impennata dei prezzi energetici possa strozzare la ripresa economica ha indotto molti governi, tra cui il nostro, a intervenire per sterilizzarne o almeno contenerne l’impatto. Con decreto legge 27 settembre 2021, n. 130 (“Misure urgenti per il contenimento degli effetti degli aumenti dei prezzi nel settore elettrico e del gas naturale”), il governo Draghi ha stanziato oltre 3 miliardi di euro per limitare la crescita della bolletta delle famiglie e delle microimprese, destinando 2,5 miliardi di euro all’azzeramento degli oneri generali di sistema per il prossimo trimestre e 500 milioni circa al potenziamento dei bonus di sconto per i nuclei familiari aventi diritto. Si è aggiunta una riduzione al 5 per cento dell’Iva per le bollette gas. La preoccupazione è naturalmente che siano colpite soprattutto le famiglie meno abbienti, strozzandone così il ritorno ai consumi. 

Oneri di sistema e questione nucleare

Ma cosa sono i cosiddetti oneri di sistema? Tutti i clienti finali del servizio elettrico sono chiamati a coprire i costi relativi ad attività di interesse generale per il sistema elettrico. Gli oneri di sistema, dunque, sono stati introdotti per far fronte a specifici obiettivi collettivi che riguardano il sistema elettrico. Quali? Vi è la messa in sicurezza del nucleare e le misure di compensazione territoriale, gli incentivi alle fonti rinnovabili e assimilate, la copertura delle agevolazioni tariffarie riconosciute per il settore ferroviario, il sostegno alla ricerca di sistema, la copertura del bonus elettrico e delle agevolazioni per le imprese a forte consumo di energia; le integrazioni delle imprese elettriche minori e la promozione dell’efficienza energetica. Appare chiaro che accanto a spese direttamente connesse con il servizio di fornitura di energia, come le politiche di incentivazione alle fonti rinnovabili, ve ne sono altre che poco o nulla hanno a che fare con tale attività.

Premesso che il governo italiano non è stato il solo a intervenire per contenere gli effetti del caro-energia e che, come osservano Polo, Pontoni e Sileo, la stessa Unione europea se ne sta occupando, questi fatti suscitano alcune considerazioni. 

La prima è che si è prontamente riaffacciato nel dibattito politico nazionale il tema del nucleare. Se fossimo dotati di qualche reattore nucleare – si sostiene – produrremmo elettricità a costo bassissimo senza generare emissioni nocive. 

È un tema latente e divisivo della questione energetica nazionale: in questo frangente il leader della Lega, Matteo Salvini, si è spinto a dire “in Lombardia perché no”, mentre i M5S hanno subito alzato le barricate. Vero è che da sempre l’Agenzia internazionale per l’energia sostiene che la decarbonizzazione non può prescindere da un contributo del nucleare. Gli sviluppi tecnologici più recenti, poi, in ambito di fissione nucleare puntano a mini-reattori o reattori modulari, con conseguente riduzione dei costi e semplificazione della costruzione, per non parlare dei recentissimi progressi sul fronte della fusione nucleare. Ma per il momento resta altrettanto vero che il nucleare “attuale” comporta costi altissimi – tenendo conto della parte capitale e non solo operativa del costo del megawatt – e tempi di realizzazione che inevitabilmente sono lunghi se non lunghissimi. Stando in Europa i nuovi reattori Epr (European Pressurized Reactor) in costruzione a Flamanville (Francia) e Olkiluoto (Finlandia) hanno già accumulano ritardi, ostacoli tecnici ed extra costi. È certamente vero che i tempi della decarbonizzazione saranno comunque lunghi – più di quanto ci piace pensare – così come nuovi reattori sono pianificati o in fase di realizzazione in Cina, India, Corea del Sud e altri paesi. Ma la combinazione di scarsa accettabilità sociale e dell’espansione delle fonti rinnovabili rende alquanto improbabile un ritorno dell’energia nucleare in Europa, e quindi anche in Italia. Insomma, l’impressione è che si sia ritornati a parlarne per distogliere l’attenzione del pubblico dal tema degli aumenti della bolletta.

Due verità scomode

Vi è poi il tema della fiscalità. Anche in questa occasione ci viene ricordato dai media che quando ci avviciniamo alla pompa di rifornimento paghiamo per la guerra d’Etiopia e la crisi di Suez, per vari disastri nazionali – come il Vajont, l’alluvione di Firenze, i terremoti di Belice, Friuli, Irpinia, L’Aquila ed Emilia -, per le missioni Onu in Libano e in Bosnia, per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri, l’acquisto di autobus ecologici, il finanziamento alla cultura e per far fronte all’arrivo di immigrati dopo la crisi libica. Si tratta di un esercizio vuoto e fine a se stesso: gli aumenti del passato sono ormai oggi parte integrante dell’accisa, che è impensabile possa venire ridotta, e di entrate fiscali che, se venissero meno, dovrebbero essere compensate da altre voci. Quanto agli oneri di sistema, apparirebbe alquanto logico spostare sulla fiscalità generale quelli che nulla hanno a che fare con la generazione elettrica. Ma è bene essere chiari: una simile operazione, così come la riduzione dell’Iva sul gas o delle accise sui carburanti, nel nostro paese sposterebbe solo l’onere dalla corrente platea dei contribuenti alle generazioni future. Data la situazione difficile dei nostri conti pubblici – non cancellata dalla pandemia – si finirebbe per creare altro debito caricato sulle spalle di chi verrà dopo di noi. E questa è una prima scomoda verità. 

Fra un paio di settimane andrà in onda a Glasgow la Cop26, il summit annuale dedicato al clima: quest’anno si presenta carica di aspettative per il recente moltiplicarsi degli effetti negativi dei cambiamenti climatici, che sono ormai sotto gli occhi di tutti. Si moltiplicano gli appelli e gli annunci di interventi decisi di contrasto da parte dei leader dei maggiori paesi. Al G20 di Roma il prossimo 30 e 31 ottobre, da lui presieduto, Mario Draghi spingerà perché i “grandi” prendano un impegno netto per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C, l’obiettivo massimo dell’Accordo di Parigi. Il 2021 è anche l’anno dell’ultimo rapporto dell’Ipcc e del moltiplicarsi degli obiettivi di neutralità climatica al 2050 annunciati da oltre 137 paesi secondo l’Energy and Climate Intelligence Unit

Per ridurre le emissioni di gas-serra vi sono essenzialmente tre strade: 1) rendere l’emissione di CO2 (molto) più costosa, 2) spingere (al massimo) il passaggio alle fonti rinnovabili, 3) ridurre i consumi di energia (di qualsiasi fonte). In estrema sintesi, la prima strada richiede di tassare il carbonio e quindi i consumi di fonti fossili; la seconda e la terza implicano la concessione di sussidi e crediti d’imposta. Le conseguenze per i bilanci pubblici sono evidenti: la prima strada aumenta le entrate, la seconda e terza aumentano le uscite. Si potrebbe fare pagare i sussidi direttamente ai beneficiari, cioè ai cittadini, come è stato fatto anche nel nostro paese per solare ed eolico. Questo porterà inevitabilmente a un aumento delle bollette energetiche. 

Ma la seconda scomoda verità dovrebbe essere chiara. Presi tra un elevatissimo debito pubblico da un lato e l’esigenza – anzi l’annunciato fermo proposito – di combattere il cambiamento climatico dall’altro, la strada da seguire è rendere più costosa l’energia di fonte fossile, non il contrario. Nell’anno di Glasgow non ci si può permettere di concedere sussidi alle fonti fossili, per quanto motivati da considerazioni di ripresa economica, per quanto temporanei, per quanto gravosi per i meno abbienti. Stride, proprio a due settimane da un cruciale summit sul clima, il segnale mandato da diversi governi, compreso il nostro.

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Oltre “Quota 100”: i limiti del contributivo

Mar, 19/10/2021 - 09:30

Termina il triennio di sperimentazione di “Quota 100”, ma resta comunque l’esigenza di reintrodurre una certa flessibilità nell’età di pensionamento. La via di uscita non consiste però nell’affidarsi al solo sistema contributivo.

La fine di Quota 100

Una delle questioni che il governo Draghi deve tentare di risolvere è la fine del triennio di sperimentazione della cosiddetta “Quota 100”. Trovare il bandolo della matassa è complicato: così come è nata, la misura rischia di cessare ancora in tandem con il reddito di cittadinanza, in una competizione contrapposta, per ragioni elettorali, alla ricerca delle necessarie fonti di finanziamento. Il mancato rinnovo del provvedimento è raccontato dai suoi sostenitori – i sindacati e sostanzialmente un solo partito politico – come un insopportabile ritorno alla odiata “legge Fornero”.

Ma i numeri forniti dall’Inps nel suo XXI rapporto annuale non sostengono la tesi di questo presunto dramma sociale. Anzi, dimostrano esattamente il contrario: nel 2020, i 73.396 aderenti a quota 100 rappresentano solo il 22 per cento degli aventi diritto. La percentuale potrebbe apparire non irrilevante, seppur inferiore alle stime del governo di allora, se non fosse che chi ha aderito a “Quota 100” rappresenta un irrilevante 5,2 per cento del totale dei lavoratori con un’età tra i 62 e i 67 anni (circa 1.300.000 soggetti).

Sulla iniquità distributiva dell’istituto introdotto dal governo giallo-verde, ancorché i costi effettivi siano stati nel triennio inferiori di circa due terzi rispetto a quelli preventivati, credo sia inutile spendere altre parole rispetto a quelle già utilizzate da Sandro Gronchi e da Carlo Mazzaferro.

Come si spiega allora la strenua battaglia su un beneficio che premia solo pochi “fortunati” lavoratori che possono vantare, a 62 anni di età, un’anzianità contributiva di almeno 38? Tra l’altro, i lavoratori non si sono dimostrati per niente attratti dall’ipotesi di anticipare il pensionamento che, a causa della perdita di contribuzione per gli anni di anticipo, implica una riduzione permanente dell’assegno tra il 10 e il 15 per cento. È un valore che, per un livello per niente generoso dei salari di operai e impiegati, fa una differenza determinante nel mantenere un reddito capace di consentire un livello di vita dignitoso.  

Si spiega con il fatto che “Quota 100” viene utilizzata in realtà come cavallo di Troia per tentare di ottenere una attenuazione di requisiti di accesso alla pensione, diventati pesantissimi a causa del loro collegamento automatico alla dinamica della speranza di vita sono. Tanto pesanti che il loro aumento è stato bloccato fino al 2025. Tuttavia, non si può negare che l’esigenza di reintrodurre un range di età flessibile di pensionamento, come originariamente previsto dalla legge Dini, sia fortemente sentita.

Aleggia però l’illusione che la reintroduzione della flessibilità in uscita con il metodo di calcolo contributivo garantisca l’invarianza della spesa intertemporale e che, quindi, sia a costo zero per il sistema economico. Spiace dover contraddire questa fallace illusione, ma non è sempre vero.

Un esempio per spiegare il problema

Proviamo a fare un esempio molto semplice (per chi volesse approfondire consiglio la lettura di Hviding, Ketil and M. Mérette (1998), Macroeconomic Effects of Pension Reforms in The Context of Ageing Populations: Overlapping Generations Model Simulations for Seven OECD Countries 

Supponiamo che la nostra ipotetica società sia composta da 100 unità divise in decili ognuno di 10 unità tutte con la stessa età. Il primo di età zero: sono i neonati. Il secondo di 10 anni di età e così via. Supponiamo che i soggetti in età scolare siano i primi due. Quelli in età lavorativa dal 3 al 7. Quindi si lavora dai 20 fino ai 70 anni. E che, infine, i pensionati siano gli ultimi tre. Naturalmente, in questa società non mancano i rappresentanti dei lavoratori che lamentano come sia penoso obbligare le persone a lavorare fino a 70 anni. I sindacati adducono ragioni del tutto ragionevoli per ridurre l’età pensionabile: sicurezza sul lavoro, ricambio generazionale, equità sociale, giusto equilibrio tra tempi di lavoro e non lavoro rispetto alla speranza di vita (100 anni). Tutte ragioni sacrosante.

Idea: anticipiamo il pensionamento di 10 anni impiegando il metodo contributivo; in fondo il calcolo garantisce l’invarianza della spesa pensionistica. All’anticipo corrisponderà un’adeguata riduzione dell’importo spettante. Intanto, è già facile capire come non sia subito così. Alla spesa degli ultimi tre decili se ne aggiunge un quarto. Dovranno decorrere tre periodi affinché l’iniziale aumento di spesa si annulli e si ritorni sul livello precedente. Ma c’è un altro costo che il sistema deve sostenere e che è del tutto trascurato nel dibattito. Le coorti di popolazione in età di lavoro si riducono da 5 a 4. Prima erano 50 i lavoratori a sopportare gli oneri della popolazione non attiva: i 20 giovani e i 30 pensionati. Adesso la popolazione in età di lavoro si è ridotta a 40 e dovrà sostenere lo sforzo produttivo e gli oneri dello stato sociale delle 60 unità di popolazione che ora rientrano nella coorte non attiva. Dopo tre periodi, se la spesa pensionistica sarà tornata sui livelli di prima, il suo onere sarà comunque sostenuto da un numero inferiore di lavoratori.

Qualcuno obietterà: ma qui si trascura la produttività del lavoro. Se la produttività per unità di lavoro sarà rimasta costante, la spesa pensionistica finale non varierà, tornerà sui livelli di prima, ma l’onere sarà ripartito su un numero di lavoratori ridotto e il Pil del nostro ipotetico paese si sarà diminuito del 20 per cento. Se, invece, la produttività del lavoro dovesse aumentare fino a compensare la riduzione di lavoratori, finita la transizione, la spesa sarà addirittura superiore a quella di prima con un Pil rimasto invariato.

Altra possibile obiezione: in Italia abbiamo, in questo momento, un consistente esercito industriale di riserva costituito da un elevato livello di disoccupazione e da una inaccettabile bassa partecipazione al lavoro delle donne. Anche in questo caso è il Rapporto Inps a darci una provvisoria risposta: l’evidenza empirica non dimostra che con le fuoriuscite dal lavoro per “Quota 100” ci sia stato un ricorso a nuove assunzioni di giovani disoccupati o di donne scoraggiate. Una ulteriore conferma che “uno non vale uno” e che per l’incontro tra domanda e offerta di lavoro serve qualcosa di più del fabbisogno di manodopera, ad esempio: formazione e riqualificazione professionale, contrasto alle disuguaglianze salariali di genere e introduzione di un salario minimo. Temi sui quali c’è ancora molta strada da fare.

Si potrebbe obiettare ancora che qui si ipotizza che anticipino tutti. Nella realtà, con il contributivo, rispetto a un’età pensionabile rigida, qualcuno anticipa e qualcuno posticipa e il numero dei lavoratori rimane lo stesso. Sì, se gli incentivi e i disincentivi sono previsti correttamente. Paradossalmente, se i correttivi attuariali sono equi, cioè calcolati in modo neutrale, l’incentivo a posticipare non ci sarà perché nessun essere razionale posporrà il pensionamento. La spinta ad anticipare sarà necessariamente più forte di quella di coloro che vorranno rimanere al lavoro per ragioni extra economiche o perché non hanno prospettive di lavoro successive al pensionamento.  

La via di uscita per trovare una soluzione

Oggi l’età effettiva di pensionamento è arrivata a 64 anni di età. Se il baricentro di flessibilità, contenuto nel suo intervallo per le ragioni spiegate da Sandro Gronchi, sarà incentrato su questa età anagrafica e gli incentivi a posticipare saranno correttamente previsti, allora la riduzione del numero dei lavoratori sarà contenuto, se non nullo.

Di più non ci possiamo permettere, in un paese che ha un numero di lavoratori in rapporto alla popolazione tra i più bassi a livello europeo. In Italia il numero dei lavoratori occupati in rapporto alla popolazione è pari al 37,3 per cento contro il 54 per cento della Germania. E se ci si limita al genere femminile il rapporto scende al 31,3 per cento. Una società signorile di massa come amaramente l’ha definita il sociologo Luca Ricolfi.  

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L’economia sommersa in sei grafici

Lun, 18/10/2021 - 12:52

L’economia non osservata rappresenta ancora una parte importante delle attività produttive in Italia, anche se la situazione è in leggero miglioramento da anni. Istat ha pubblicato le stime per il 2019, che confermano la tendenza positiva nella riduzione dell’evasione fiscale, ma non nel peso delle attività illecite.

La situazione fotografata nel 2019 rischia di mutare in maniera consistente con l’arrivo della crisi economica nel 2020. Nelle situazioni di recessione, infatti, la tendenza verso l’economia sommersa aumenta sia per le imprese che per gli individui.

In questa serie di grafici vengono riassunti gli aspetti più interessanti dei nuovi dati sull’economia non osservata, dal peso delle attività non dichiarate, alla crescita della spesa in stupefacenti, fino alla riduzione dell’evasione Iva.

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Diamo i numeri dell’autonomia italiana

Lun, 18/10/2021 - 11:43

I numeri dell’autonomia italiana, misurati dal Regional Authority Index, rivelano la distanza da paesi tradizionalmente federali o con regioni a vocazione autonomista. Le nostre regioni hanno però più potere rispetto a enti simili di stati centralizzati.

Si può misurare l’autonomia?

Nel dibattito relativo al federalismo, una tematica da vagliare attentamente è quella di fornire indicazioni sul livello di autonomia di cui dispone un’amministrazione decentrata. Al riguardo, uno strumento estremamente efficace è il Regional Authority Index (Rai), un indice riconosciuto – anche dall’Ocse – che permette di operare un confronto quantitativo tra le principali nazioni del mondo. Più in dettaglio, il Rai restituisce, lungo una scala che va da 0 a 30, un valore che esprime il livello di potere esercitato dalle regioni e dagli altri enti locali, analizzando dieci dimensioni di autorità regionale senza limitarsi ai meri indicatori fiscali. È possibile misurare sia l’autorità esercitata da un governo regionale su coloro che vivono nella regione (cosiddetto “self-rule”), sia l’autorità esercitata da un governo regionale o dai suoi rappresentanti sul paese nel complesso (cosiddetto “shared rule”).

Il perimetro ricompreso dal Rai è particolarmente ampio: copre gli anni dal 1950 al 2018 di ben 96 paesi. Il focus è sulle giurisdizioni intermedie, tra il livello di governo nazionale e quello locale, con una soglia di popolazione media fissata a 150mila persone.

Sebbene il nome dell’indice faccia pensare unicamente a una misura per le regioni, per alcuni stati sono rinvenibili fino a cinque livelli differenti di governo intermedio. La tipizzazione principale distingue tra amministrazioni “standard” e amministrazioni “differenziate”, laddove quest’ultima tipologia include regioni “autonome”, “asimmetriche” e “dipendenti”.

I numeri dell’Italia

Per quanto riguarda l’Italia, lo stato dell’arte è riassunto nella figura 1. Relativamente al 2018, è disponibile il punteggio del Rai di cinque enti di governo decentrati. Nell’ordine, si hanno le regioni a statuto speciale (Rss) – il cui Rai è pari a 19 su 30 -, le regioni a statuto ordinario (Rso) – per uno score di 18 su 30 -, le città metropolitane e i liberi consorzi comunali in Sicilia, che totalizzano 9 su 30, e le province, con 7 su 30.

I numeri dell’Italia suggeriscono come a livello regionale (cosiddetto “Tier 1”) la differenziazione interna tra regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario sia minima, in quanto pari a un punto di Rai (per il Trentino-Alto Adige si sono presi i valori delle due province autonome in quanto maggiormente rappresentativi della struttura di governo regionale). Emerge poi una netta differenza tra i punteggi delle regioni e quelli degli altri enti decentrati, che si collocano a un livello 2 (cosiddetto “Tier 2”), con i primi decisamente superiori.

Un confronto internazionale

Se vogliamo fare una comparazione internazionale, è possibile confrontare i punteggi italiani con quelli delle corrispettive amministrazioni decentrate estere. In particolare, per quanto riguarda le regioni “standard”, le regioni a statuto ordinario italiane sono ben lontane dal potere che esercitano i länder tedeschi (27 su 30) o i Cantoni svizzeri (26,5 su 30), così come risultano distanti anche dalle province canadesi (23 su 30). Al contrario, il Rai delle regioni a statuto ordinario è di gran lunga superiore a quello delle regioni francesi (che registrano 10 su 30).

Analizzando le regioni “differenziate”, lo score delle nostre regioni a statuto speciale è inferiore a quello di regioni tradizionalmente “autonomiste”, come il Quebec (24,5 su 30), la Catalogna (23,5 su 30), che è stata al centro pochi anni fa di una tumultuosa vicenda che avrebbe dovuto portare alla secessione dalla Spagna, o la Scozia (20,5 su 30), che intende avanzare la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza quale reazione alla Brexit. Similmente a quanto accade per le regioni “standard”, il Rai delle nostre regioni a statuto speciale è invece superiore a quello della Corsica (dove si attesta a 12,5 su 30).

Dati alla mano, dunque, i numeri del Rai suggeriscono come il livello di autonomia esercitato dalle regioni italiane sia distante da quello di strutture di governo tradizionalmente federali, o comunque fortemente autonomiste: il loro potere effettivo si attesta su valori appena sufficienti (18/19 su 30). È comunque un livello superiore a quello di paesi a vocazione centralizzata.

Nel complesso, l’auspicio di chi vorrebbe un’evoluzione della struttura di governo italiana verso maggiori forme di autonomia decentralizzata, o la trasformazione in un vero e proprio sistema federale, è ben lontano dal realizzarsi. Per chi, invece, pensa che tali eventualità siano da scongiurare a tutti i costi, i valori del Rai dimostrano come per il momento si tratti di una minaccia inesistente.  

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Decollo di Ita, la doppia finzione

Sab, 16/10/2021 - 12:03

La scelta di dar vita a una nuova compagnia aerea di stato è condizionata dalla Ue a una rigorosa discontinuità aziendale rispetto ad Alitalia che sembra però in contrasto con il diritto del lavoro europeo e con la collocazione dei dipendenti in Cassa integrazione.

La finta discontinuità fra Alitalia e Ita

Alle 10 di sera del 14 ottobre è atterrato a Linate l’ultimo volo della compagnia Alitalia che con esso ha cessato ogni attività di trasporto aereo. Alle 6 di mattina del 15 ottobre è decollato da Linate per Bari-Palese il primo volo della compagnia Ita, interamente posseduta e finanziata dallo stato italiano. La Commissione europea ha autorizzato l’avvio della nuova impresa con denaro pubblico sotto la condizione che rispetto ad Alitalia ci fosse una totale “discontinuità”; sta di fatto, però, che a volare per Ita dal 15 ottobre sono gli stessi velivoli che fino al 14 lo hanno fatto per Alitalia, con lo stesso personale (sono passati alla nuova compagnia, a oggi, circa 1.900 ex-dipendenti di Alitalia, sia piloti e assistenti di volo, sia amministrativi), con la stessa sigla internazionale di identificazione Az e con velivoli che – almeno in questi primi giorni di attività – recano quasi tutti ancora la stessa livrea!

La Commissione vincola Ita a esordire con un numero di aerei ridotto della metà rispetto alla flotta Alitalia e a utilizzare soltanto una frazione dei preziosi “slot” aeroportuali di decollo e atterraggio di cui ha fin qui disposto Alitalia. Le vieta, inoltre, di continuare l’attività di handling e di manutenzione aeroportuale gestita da Alitalia per le quali si dovrà procedere con una gara aperta e competitiva. Condizioni, queste, che vengono imposte nell’interesse delle compagnie aeree concorrenti, le quali da anni protestano contro gli aiuti di stato che hanno sistematicamente puntellato l’attività della compagnia di bandiera italiana. Ma, a ben vedere, più che di “discontinuità” si tratta in realtà soltanto di un drastico ridimensionamento dell’attività dell’azienda. In cambio Ita non sarà responsabile per i 900 milioni di euro che Alitalia dovrà rimborsare allo stato italiano.

Mentre sono ben comprensibili le ragioni che spingono le compagnie aeree concorrenti a esigere questo ridimensionamento, molto meno comprensibili appaiono le ragioni che spingono lo stato italiano a investire, dopo avere speso 14 miliardi a fondo perduto nei vent’anni passati per tenere in vita Alitalia, altri 1,35 miliardi nei prossimi tre anni. Tanto più che sulla nuova compagnia pende la spada di Damocle di un’imminente azione giudiziaria promossa da tutti i sindacati, interessati a far valere quella che dal punto di vista giuslavoristico, sia per l’ordinamento nazionale sia per quello europeo, è una sostanziale continuità aziendale. Se l’effettiva continuità verrà riconosciuta dai giudici del lavoro, la nuova compagnia sarà tenuta a riconoscere la continuità dei rapporti di lavoro e ad applicare la disciplina collettiva applicata fino a ieri ai rapporti di lavoro Alitalia senza poter scegliere in modo unilaterale, come sta facendo, il trattamento economico applicabile ai propri dipendenti. Questo, del resto, è anche previsto da una norma del decreto “Cura Italia” del 2020, con il quale è stato approvato il varo della nuova compagnia, e da una norma (l’articolo 203) del decreto “Rilancio”, anch’esso emanato nel 2020 dal Governo Conte-bis, che obbliga tutti i vettori aerei ad applicare gli standard minimi nazionali di settore sanzionandoli in caso contrario con la revoca di concessioni, autorizzazioni e certificazioni. Non è dunque affatto improbabile che uno dei pilastri del piano industriale di Ita, costituito da un drastico taglio dei costi del personale, sia ben presto destinato a venire meno.

La finta sospensione del lavoro dei dipendenti Alitalia

Intanto, alle dipendenze della società Alitalia in liquidazione rimangono circa 5.750 persone, molte delle quali già in Cassa integrazione da anni. Ed è una integrazione speciale, perché “integrata” dal Fondo volo (finanziato con una tassa su ciascun biglietto aereo venduto in Italia), che consente di arrivare all’80 per cento effettivo dell’ultimo stipendio, senza il “tetto” di circa 1.200 euro mensili che si applica alla generalità dei lavoratori.

Anche questa Cig privilegiata, comunque, non sembra affatto giustificata visto che Alitalia ora è in liquidazione ed è certo che non potrà più dare alcun lavoro né al personale di volo né al personale amministrativo. Nella prospettiva di un futuro improbabile riassorbimento di tutto il personale in Ita, la società Alitalia in liquidazione continua invece a considerare i propri dipendenti “sospesi temporaneamente” dal lavoro; l’Inps continua ad attivare per loro la Cassa integrazione; e il decreto fiscale cui il governo sta lavorando stanzia 63,5 milioni per la proroga del trattamento Cig fino a tutto il 2022 e altri 212,2 milioni per rifinanziare il Fondo volo (quello che garantisce ai dipendenti Alitalia l’80 per cento della retribuzione effettiva, senza “tetto”).

Ma la cosa più sorprendente di tutte è che, in questa situazione, i sindacati di categoria rivendicano a gran voce che tanto l’intervento della Cassa integrazione quanto quello del Fondo volo per gli ex-dipendenti Alitalia vengano garantiti a priori e senza alcuna condizionalità, fino al 2025 data entro la quale dovrebbe essere completato il piano industriale di Ita: il nuovo vettore aereo che, secondo le disposizioni della Commissione europea, con Alitalia non dovrebbe avere niente a che fare.

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Il Punto

Ven, 15/10/2021 - 12:05

Parità salariale ma non solo nella proposta di legge di modifica al Codice delle pari opportunità approvata alla Camera. Importante il focus sulle imprese perché parte della disuguaglianza si genera al loro interno.
L’emigrazione ha ripercussioni importanti sul capitale umano di un paese. Il caso del lavoro transfrontaliero in Svizzera, favorito dalla liberalizzazione della circolazione con l’Ue, aiuta a inquadrare il fenomeno.
Come investire le risorse previste dal Pnrr per l’assistenza agli anziani non autosufficienti? La proposta di un piano nazionale di domiciliarità integrata, in vista di una riforma complessiva del settore. Un altro ambito che durante la pandemia ha palesato tutta la propria debolezza è quello della medicina di base. Le case di comunità previste dal Pnrr possono rappresentare una buona soluzione?
Le rivelazioni riguardanti Facebook hanno riportato al centro del dibattito il ruolo di internet e social media nel condizionare l’opinione pubblica. Ma quali sono i gruppi più esposti alla propaganda online? Cade quest’anno il 50esimo anniversario del cosiddetto piano Meidner. Tuttora un prezioso punto di partenza per ogni riflessione su politiche salariali e partecipazione dei dipendenti ai risultati d’impresa.
Il 16 ottobre è la giornata mondiale dell’alimentazione. Nonostante gli enormi progressi degli ultimi decenni, nel contrasto alla fame nel mondo c’è ancora molto da fare. Soprattutto dopo la pandemia.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.

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La fame nel mondo aumenta anziché diminuire

Ven, 15/10/2021 - 11:49

Il 16 ottobre si celebrerà la giornata mondiale dell’alimentazione. Nonostante gli enormi progressi degli ultimi decenni, gli sforzi per eliminare la fame nel mondo sembrano ancora non essere abbastanza, soprattutto dopo la pandemia.

La Fao è l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che guida gli sforzi internazionali per sconfiggere la fame, con lo scopo di garantire la sicurezza alimentare per tutti e fare in modo che le persone abbiano regolarmente accesso a prodotti alimentari di qualità per condurre una vita attiva e sana. È stata fondata il 16 ottobre 1945, una data in cui dal 1979 si festeggia la giornata mondiale dell’alimentazione. Ha sede a Roma, conta 194 stati membri e lavora in più di 130 paesi in tutto il mondo tramite l’attività di 8 dipartimenti (Agricoltura e protezione dei consumatori, Clima, Biodiversità, Terra e acqua, Sviluppo economico e sociale, Pesca e acquacoltura, Foreste, Servizi aziendali e Cooperazione tecnica e gestione dei programmi). Nel 1961 è stato costituito un ramo specifico dell’agenzia che si occupasse della lotta alla malnutrizione e alla fame nel mondo, il World Food Programme (Wfp), che ha raggiunto 115,5 milioni di persone in 84 paesi nel 2020.

La pandemia ha fatto crescere il prezzo dei beni alimentari

Con il Food Price Index realizzato dalla Fao, si monitora ogni mese l’andamento dei prezzi dei beni alimentari, con particolare riferimento al frumento, ai cereali e alla carne. Come mostrato in Figura 1a, il prezzo dei beni alimentari nel mondo ha iniziato a crescere a partire da giugno 2020, quando l’emergenza coronavirus si era ormai trasformata in una pandemia. Un aumento consistente del prezzo del cibo non rappresenta un problema così importante per le economie avanzate, ma può trascinare verso la povertà e la malnutrizione moltissime persone nei paesi in via di sviluppo. Tra maggio 2020 e settembre 2021 l’indice è passato da un valore di 91,9 a 129,3, uno dei più alti mai registrati.

Le difficoltà della pandemia hanno fatto sì che l’indice del prezzo della carne crescesse di 22,4 punti, mentre quello dei cereali ha registrato un incremento di 26,6 punti, con un trend di crescita dei prezzi costante durante tutto il 2021.

La Fao stima, comunque, che la produzione globale di cereali nel 2021 raggiungerà 2,8 milioni di tonnellate, evidenziando un incremento della produzione dello 0,7 per cento rispetto alle previsioni di luglio. Con questa crescita, il consumo globale di cereali dovrebbe incrementare, tra il 2021e il 2022, del 1,4 per cento. Questi dati mostrano una lenta ripresa dalle conseguenze della pandemia.

L’emergenza sanitaria e la conseguente crisi economica hanno giocato un ruolo importante nella crescita dei prezzi dei beni alimentari e hanno inoltre lasciato milioni di persone senza lavoro. Nei paesi in via di sviluppo, molti si sono trovati senza quel poco reddito che permetteva loro di alimentarsi in modo adeguato. I bambini hanno sofferto un’ulteriore conseguenza della pandemia: l’impossibilità di andare a scuola, l’unico posto in cui avevano garantito un pasto nutriente, a causa delle chiusure. La Figura 2 mostra come l’emergere di queste criticità abbia fatto sì che la fame nel mondo sia cresciuta nel corso del 2020, sia in termini percentuali che assoluti.

Degli oltre 800 milioni di individui che soffrono la malnutrizione, 418 milioni si trovano in Asia, 282 milioni in Africa e 60 milioni in America Latina. La Fao svolge innanzitutto un ruolo fondamentale nel raccogliere dati e mappare le disuguaglianze alimentari nel mondo, cercando poi di appianarle, in particolare attraverso il World Food Programme. Nel 2020, per esempio, il Wfp ha raggiunto oltre 15 milioni di bambini in età scolare con pasti nutrienti che andassero a sostituire i pasti che non avrebbero ricevuto a causa della chiusura delle scuole. Inoltre, lavorando insieme ai governi nazionali, il programma ha offerto supporto per garantire indirettamente un pasto ad altri 39 milioni di bambini. Iniziative come questa, e numerose altre rivolte agli adulti, sono valse al Wfp il meritato premio Nobel per la pace 2020, «per i suoi sforzi nel contrastare la fame, per il suo contribuito nel migliorare le condizioni di pace nelle aree interessate da conflitti e per essere determinante negli sforzi di prevenzione delle guerre che sfruttano la fame come arma».

Nonostante gli sforzi messi in campo per combattere la fame, più del 30 per cento della popolazione mondiale si è trovata nel 2020 in condizioni di moderata o grave insicurezza alimentare. La Figura 3 mostra lo stato della malnutrizione nei vari continenti, con un’incidenza vicina a due persone su tre in Africa.

Nel 2015, le Nazioni Unite hanno lanciato la sfida dell’Agenda 2030, con 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) da raggiungere nei 15 anni successivi. L’obiettivo numero 2 è l’eliminazione della fame nel mondo. Nel periodo in cui si celebra la giornata mondiale dell’alimentazione, non si può fare a meno di notare che, nonostante gli sforzi e gli enormi progressi, questo obiettivo sia ancora molto lontano.

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Anziani non autosufficienti: è il momento delle scelte

Ven, 15/10/2021 - 11:29

Il governo deve decidere come utilizzare gli investimenti previsti dal Pnrr per gli anziani non autosufficienti. È un passaggio determinante in vista di una riforma complessiva. La società civile propone il “Piano nazionale di domiciliarità integrata”.

Perché le prossime scelte sono decisive

Per gli anziani non autosufficienti, il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede alcuni investimenti e una riforma.

Gli investimenti si concentrano sui servizi domiciliari – specificamente sul più diffuso, l’Adi (assistenza domiciliare integrata) delle Asl – e cominceranno nel 2022 per terminare nel 2026. La loro ingente entità farà crescere progressivamente la spesa pubblica per l’Adi dagli attuali 1,3 miliardi di euro annui sino a 2,9 miliardi nel 2026.

La riforma, invece, è quella complessiva dell’assistenza agli anziani non autosufficienti, per modificarla in profondità e rafforzarla; sarà introdotta tra il 2023 e il 2024. È attesa dalla fine degli anni Novanta ed è già stata realizzata in gran parte dei paesi vicini al nostro, come Austria (nel 1993), Germania (1995), Francia (2002) e Spagna (2006). Attenzione: è la riforma lo snodo cruciale per il futuro.

Le decisioni sull’utilizzo degli investimenti sono in via di definizione. Precederanno dunque la riforma e la condizioneranno in profondità. Di fatto, quindi, nello stabilire l’impiego degli investimenti si scriverà già la parte della riforma che riguarda i servizi domiciliari. Da qui, l’importanza delle scelte da compiere adesso.

La società civile propone il “Piano nazionale di domiciliarità integrata”

L’inserimento della riforma nel Pnrr è figlio della volontà del governo di ascoltare la richiesta avanzata da alcune organizzazioni della società civile. Queste hanno poi dato vita al “Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza”, il più ampio raggruppamento di rappresentanza sociale in materia in Italia, composto da 43 organizzazioni.

Il Patto ha presentato la proposta del “Piano nazionale di domiciliarità integrata”, da avviare nel 2022, e che, in continuità con la futura riforma, inizia a declinarne concretamente le finalità. La proposta intende evitare il pericolo – oggi evidente – che le scelte sull’impiego degli investimenti siano in contraddizione con gli obiettivi della successiva riforma, già indicati nel Pnrr: significherebbe creare le condizioni per il suo fallimento. 

Vediamo ora le azioni previste nel Piano domiciliarità per superare i principali rischi esistenti nella fase attuale, le quali riprendono posizioni ampiamente condivise tra gli esperti.

Diffondere servizi domiciliari che servano agli anziani non autosufficienti

L’Adi è l’intervento domiciliare pubblico più utilizzato, ricevuto annualmente dal 6,2 per cento degli ultrasessantacinquenni, e i cui finanziamenti cresceranno molto. Bisogna, però, confrontarsi con l’eredità di un servizio che non è mai stato pensato per le peculiarità della non autosufficienza. Perlopiù, infatti, l’Adi eroga singole prestazioni di natura medico-infermieristico-riabilitativa per far fronte a specifiche – e circoscritte – esigenze sanitarie, senza una risposta che prenda in considerazione la complessità delle molteplici dimensioni della vita legate alla non autosufficienza.

In concreto, sono rari gli interventi di sostegno all’anziano nelle attività fondamentali della vita quotidiana (che la mancanza di autonomia gli impedisce di compiere da solo), così come le azioni di affiancamento e supporto a familiari e badanti; inoltre, il valore medio di ore erogate annualmente per utente è pari solo a 18 e la durata dell’assistenza, in prevalenza, si limita a 2-3 mesi (ad esempio, quelli successivi ad una dismissione ospedaliera). Non stupisce, dunque, che la definizione di assistenza agli anziani non autosufficienti (long-term care) della Commissione europea escluda l’Adi da questo settore del welfare.

Sinora il governo non ha mostrato l’intenzione di modificare l’Adi. Si rischia, dunque, di promuovere la diffusione – su larga scala – di un servizio non adatto agli anziani non autosufficienti. Il Piano domiciliarità, invece, prevede di cambiare l’Adi a partire dalle effettive condizioni delle persone e delle loro famiglie.

Evitare la progressiva esclusione dei comuni dalla domiciliarità  

L’altro servizio domiciliare pubblico è il Sad (servizio di assistenza domiciliare) dei comuni. È assai meno diffuso dell’Adi (copre solo l’1,3 per cento degli anziani), la spesa annuale ammonta a 347 milioni e – in questo caso – non è previsto alcun incremento significativo di risorse. Anzi il divario quantitativo con l’Adi si amplierà (nel 2026, ogni 100 euro per l’Adi se ne spenderanno 12 per il Sad) e pare destinato a rendere sempre più residuale il Sad e a far diventare irrealistico l’auspicabile sviluppo di risposte integrate. In assenza di correttivi, dunque, si sta costruendo un sistema di domiciliarità che asseconderà la progressiva estromissione dei comuni. Che invece andrebbe evitata per il radicamento dei comuni nel territorio e l’importanza del loro contributo in questo settore: basta pensare al ruolo che possono svolgere nel sostegno all’anziano nelle attività di base della vita quotidiana e nel supporto a familiari e badanti. A tal fine, il Piano domiciliarità prevede – nella legge di bilancio 2022 – un nuovo finanziamento dedicato al Sad: +302 milioni di euro nel 2022, +373 nel 2023 e +468 nel 2024. L’utenza, il prossimo anno, raddoppierebbe rispetto a oggi, per poi continuare a crescere progressivamente: 2,6 per cento degli anziani nel 2022, 2,9 per cento nel 2023 e 3,3 per cento nel 2024.

Partire dai ministeri per superare la frammentazione delle risposte

Oltre a intervenire internamente ai comparti di Adi e Sad, occorre anche superare l’attuale separatezza tra i due servizi e, quindi, tra gli enti che ne sono titolari: Asl e comuni. È questa la strada da percorrere per offrire una sola risposta integrata ad anziani e famiglie. Ma sarà possibile riuscirci solo se a procedere in tale direzione saranno, innanzitutto, i ministeri competenti per la non autosufficienza (Welfare e Salute). Non si può chiedere ai territori di lavorare in modo integrato, infatti, se i primi a non farlo sono i dicasteri responsabili. Non si sono avute, sinora, azioni in tal senso.

La proposta prevede che i ministeri del Welfare e della Salute costituiscano una cabina di regia nazionale unitaria, sede di condivisione sostanziale della responsabilità del Piano domiciliarità. In parallelo, si disegneranno interventi integrati a livello locale, attraverso accordi tra comuni e Asl per realizzare progressivamente i passi necessari a tal fine.

La tabella sintetizza le mosse chiave previste dal “Piano nazionale di domiciliarità integrata” per evitare che le misure attivate adesso siano in contrasto con gli scopi della successiva riforma. Il Piano, nondimeno, permetterebbe di cominciare a fornire migliori risposte ad anziani e famiglie già nel 2022. Servirebbe, infine, a sfruttare il periodo precedente alla riforma iniziando a modificare gli interventi nella sua direzione, dato che l’attuazione dei cambiamenti nei territori è sempre lunga e complessa.

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Passo avanti per il nuovo Codice delle pari opportunità*

Ven, 15/10/2021 - 10:34

La Camera ha approvato all’unanimità la proposta di legge di modifica del Codice delle pari opportunità. Al centro ci sono le misure sulla promozione della parità salariale. Ma l’uguaglianza di genere continua a essere vista come un costo per le imprese.

Il nuovo Codice approvato alla Camera

Il 13 ottobre la Camera dei deputati ha approvato all’unanimità (393 deputati presenti) la proposta di legge di modifica del Codice delle pari opportunità, che introduce ulteriori disposizioni volte a favorire l’uguaglianza di genere nel mercato del lavoro (“Modifiche al codice di cui al decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198, e altre disposizioni in materia di pari opportunità tra uomo e donna in ambito lavorativo”). Ora il provvedimento passerà al Senato e, se non interverranno modifiche, potrà essere approvato in via definitiva.

Le misure sulla promozione della parità salariale sono al cuore della proposta di legge, che pure tocca altri aspetti, come quello della applicazione delle quote di rappresentanza di genere nelle società controllate dalle pubbliche amministrazioni per ulteriori tre mandati e con una soglia del 40 per cento, come avviene per le società quotate.

Divario di retribuzione, un problema del settore privato

I divari di genere nelle retribuzioni e nell’occupazione testimoniano l’assenza di una parità effettiva tra uomini e donne nel mercato del lavoro. A fine 2020 l’Italia registrava uno dei peggiori tassi di occupazione femminile nell’Unione europea (48,5 per cento), meglio solo della Grecia e ben 14 punti percentuali al di sotto della media europea. Secondo i dati Eurostat, i differenziali salariali in Italia sono del 4,7 per cento contro una media nell’Unione europea del 14,1 per cento, ma le differenze tra settore pubblico e privato sono enormi: 3,8 per cento nel primo e 17 per cento nel secondo. La riduzione dei differenziali salariali di genere chiama quindi in causa il settore privato e le dinamiche retributive all’interno delle imprese, e bene fa la proposta di legge a concentrarsi su di esse.

In Italia, il Codice delle pari opportunità obbliga oggi le imprese con più di cento dipendenti a stilare un rapporto almeno biennale sulla situazione del personale maschile e femminile in termini di occupazione e retribuzione. Se la proposta di legge passasse anche al Senato, la soglia dell’obbligo scenderebbe a 50 dipendenti e il rapporto dovrebbe essere biennale, con la facoltà per le imprese di minori dimensioni di stilare la relazione su base volontaria.

La modifica della soglia dimensionale comporta un ampliamento della platea di imprese tenute a comunicare i dati per genere su remunerazione e inquadramento dei propri dipendenti. Un ampliamento assai significativo, poiché si passa dalle circa 13 mila imprese con più di 100 dipendenti alle 31 mila con più di 50 dipendenti. L’aspettativa è che l’estensione dell’obbligo renda più efficace il perseguimento dell’obiettivo dell’uguaglianza di genere nelle retribuzioni. D’altro canto, il divario salariale di genere cresce significativamente con la dimensione dell’impresa. È pari al 15 per cento nelle imprese tra 50 e 100 dipendenti, finora non coperte dagli obblighi del Codice delle pari opportunità, sale al 18 per cento per quelle tra i 100 e i 500 e arriva al 23 per cento per quelle oltre i 500 dipendenti (mentre per le imprese fino a 15 dipendenti è il 6 per cento). Questo testimonia come la struttura verticale dell’organizzazione e le diverse opportunità di progressione di carriera per uomini e donne siano un elemento cruciale della disuguaglianza di genere nei salari. Il principio della “stessa paga per stesso lavoro, o lavoro di uguale valore”, richiamato anche nella proposta per la direttiva sulla trasparenza salariale della Commissione europea, non garantirebbe – anche se rispettato – la eliminazione dei differenziali salariali di genere.

Lavori di ricerca su Portogallo (condotti dal Nobel David Card e suoi coautori), Francia e anche Italia mostrano che le disuguaglianze salariali all’interno delle imprese influenzano in modo significativo la disuguaglianza di genere. Essere trasparenti sull’inquadramento di uomini e donne nell’organizzazione aziendale può però contribuire a ridurla. Alcuni studi sul Regno Unito, che ha introdotto per le imprese con più di 250 dipendenti l’obbligo di pubblicare annualmente i dati relativi al gender pay gap, evidenziano che la politica di trasparenza ha ridotto il differenziale salariale di genere nelle imprese interessate dagli obblighi rispetto a quelle che non lo sono, oltre ad aver spinto le imprese coinvolte dalla riforma a pubblicare annunci di lavoro più attenti al linguaggio di genere o con maggiori opportunità di flessibilità nell’organizzazione del lavoro.

Il premio alle imprese “eque”

La pubblicazione dell’elenco delle aziende che ottemperano o meno all’obbligo è un’altra innovazione introdotta dalla proposta di legge. La visibilità dell’elenco richiama un meccanismo di “name and shame”, che può forse avere maggiore efficacia per le imprese di grandi dimensioni, ma che è una premessa, insieme alla previsione di sanzioni, anche queste praticamente assenti nell’attuale Codice, per l’efficacia dell’obbligo. Al di là dell’elenco, sarà però necessario che le informazioni puntuali raccolte nelle relazioni siano verificate e analizzate, affinché la relazione non sia un vuoto adempimento.

All’obbligo della redazione della relazione per le imprese con un minimo di 50 dipendenti si accompagna l’istituzione di una certificazione della parità di genere dal gennaio 2022, per riconoscere le aziende che si muovono nella direzione di una maggiore parità tra generi. Il bastone e la carota. I dettagli sui requisiti da soddisfare per ottenerla sono demandati a futuri decreti, mentre risorse sotto forma di sgravi contributivi sono destinate, entro certi limiti, alle imprese certificate come eque. Mentre la visibilità per i percorsi virtuosi è condivisibile, il “premio” monetario suggerisce che serve ancora tempo per arrivare al momento in cui l’uguaglianza di genere non sia considerata un costo per le imprese (per cui devono essere compensate), ma un vantaggio.

* Una versione breve di questo articolo è apparsa in contemporanea su Domani.

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Lavoratori emigrati all’estero: le conseguenze sulle imprese*

Ven, 15/10/2021 - 10:21

La liberalizzazione della circolazione delle persone tra Svizzera e Unione europea ha aumentato il numero dei transfrontalieri. Con quali effetti sulle imprese italiane? Si perdono aziende e capitale umano. Con il rischio che si crei un circolo vizioso.

Gli italiani che lavorano in Svizzera

Il fenomeno degli italiani emigrati all’estero ha raggiunto dimensioni difficili da trascurare. Secondo le stime Istat, negli ultimi dieci anni l’Italia ha perso circa 500 mila residenti (la metà ha meno di 35 anni), che si sono trasferiti all’estero principalmente per motivi di lavoro. Una fuga di lavoratori che rappresenta una perdita di competenze e di capitale umano per il nostro paese.

Un aspetto finora poco dibattuto e studiato riguarda come le emigrazioni si ripercuotono sulle imprese italiane, coinvolte per almeno due motivi: non solo perdono i lavoratori che si traferiscono all’estero, ma si ritrovano anche con un bacino di persone più esiguo da cui attingere nuove competenze.

Vi è una dimensione specifica dell’emigrazione che può aiutare a quantificare le ripercussioni a livello di impresa: il lavoro transfrontaliero.

I transfrontalieri prestano lavoro in una nazione diversa da quella di residenza dove rientrano quotidianamente (o settimanalmente). In Italia questo tipo di lavoro si concentra principalmente nelle regioni del Nord che confinano con la Confederazione elvetica, la cui ricca economia attira da più di cinquant’anni i lavoratori italiani. La concentrazione dei frontalieri nei territori di confine con la Svizzera, insieme alla liberalizzazione del mercato del lavoro tra Berna e l’Unione europea negli anni Duemila, permette di far luce su quali possano essere le conseguenze dell’emigrazione per le imprese che perdono questi lavoratori.

L’adesione della Svizzera alla libera circolazione delle persone ha prodotto un incremento senza precedenti nel numero di lavoratori frontalieri. Confrontando le aziende italiane collocate in comuni più vicini al confine con quelle più lontane, prima e dopo la liberalizzazione del mercato del lavoro, è possibile studiare l’effetto sulle imprese della perdita di personale e della riduzione dell’offerta di lavoro nelle aree in cui queste imprese operano.

Il contesto italo-svizzero tra il 1994 e il 2015

Oggi lavorano in Svizzera circa 300 mila italiani. Tra il 1994 e il 2015, i lavoratori frontalieri sono passati da poco più di 20 mila a quasi 80 mila unità.

La graduale eliminazione delle barriere legali ha permesso a un maggiore numero di lavoratori italiani di accedere ai salari più elevati pagati in Svizzera. Nel periodo 1994-2015, infatti, il salario medio è stato di 1.800 euro nelle aree di confine italiane, mentre nei cantoni svizzeri, a pochi chilometri di distanza, era di circa 4.200 euro. L’incremento nel numero di frontalieri è stato particolarmente marcato per i lavoratori più qualificati e con istruzione terziaria: per questi il gap salariale è ancora più forte, 2.200 contro 6.000 euro. I transfrontalieri risiedono in gran parte in comuni dai quali è possibile raggiungere in auto il confine entro trenta minuti. Nei comuni che distano più di 30 minuti dalla frontiera, invece, la percentuale di lavoratori frontalieri è prossima allo zero.

La distribuzione nelle aree di confine permette di stimare il deflusso di lavoratori dalle aziende italiane prossime al confine e la performance economica di queste ultime, confrontandola nel tempo con quella di aziende collocate in comuni limitrofi più distanti dalla frontiera (cioè a oltre 30 minuti).

La perdita di produttività delle aziende italiane

Analizzando i dati Inps sulla totalità delle aziende e dei lavoratori nelle aree di confine, emerge come, a seguito delle liberalizzazioni, le aziende italiane delle aree di confine abbiano subito un deflusso di forza lavoro. Le imprese a meno di 15 minuti dal confine hanno perso ogni anno circa mezzo punto percentuale in più della loro forza lavoro originaria rispetto a quelle oltre 30 minuti.

In circa 15 anni le imprese più vicine al confine hanno perso almeno 12 punti percentuali in più della loro forza lavoro – 4 punti percentuali per le imprese tra 15 e 30 minuti – e subito un turnover quasi doppio rispetto alle imprese oltre 30 minuti.

Figura 4 – Uscita dei lavoratori dalle imprese italiane

Fonte: Elaborazione su dati Istat.

Per quanto riguarda la natalità e la mortalità delle imprese, l’entrata netta delle aziende nelle aree entro 30 minuti è stata inferiore di 2 punti percentuali rispetto alle aree oltre 30 minuti, con una perdita di circa un centinaio di aziende.

Le imprese rimaste sul mercato hanno cercato di mantenere costante il numero di occupati reclutando nuovi lavoratori a stipendi mediamente più bassi (meno 1,4 per cento) e aumentando gli investimenti in capitale fisso (più 4 per cento). Ne è comunque risultato un calo nella produttività (valore aggiunto per addetto e produttività totale dei fattori) dell’8 per cento, rispetto al gruppo di imprese più distanti.

I settori più colpiti

Analizzando i risultati per diversi settori di attività economica, si scopre che la perdita di produttività si concentra nel manifatturiero e soprattutto nelle industrie ad alto contenuto tecnologico (per esempio, farmaceutiche e chimiche). Queste ultime mostrano una riduzione del salario medio tramite una crescita salariale inferiore per i neoassunti, che però non risultano meno qualificati per sé. Di conseguenza, la perdita di produttività è verosimilmente attribuibile a una carenza di personale con capitale umano specifico per l’azienda. In altri termini, vi è una carenza di lavoratori con competenze acquisite sul campo, che richiedono tempo per essere assimilate e che risulta difficile formare e trattenere in un contesto di elevato turnover. Gli effetti appaiono più mitigati per le imprese del manifatturiero tradizionale (per esempio, tessile e legno), dove le perdite in produttività non si ripercuotono sui salari, ma solo in termini di valore aggiunto.

Non si riscontrano effetti negativi, invece, nel settore dei servizi tradizionali (alberghiero, commercio, ristorazione, servizi della persona). Le imprese hanno anzi una probabilità più alta di entrare in questi settori a più basso valore aggiunto a seguito della liberalizzazione del mercato del lavoro.

Gli effetti negativi dell’emigrazione dei lavoratori sembrano quindi agire principalmente attraverso due canali: una diminuzione del numero di imprese che operano sul mercato e una perdita di produttività, che si traduce anche in minori salari. L’evidenza empirica suggerisce che l’apertura del mercato svizzero ha comportato una perdita di capitale umano specifico all’impresa, scarsamente reperibile sul mercato del lavoro, generando perdite in termini di produttività e salari, solo in parte compensate dai maggiori investimenti in capitale fisico.

Il rischio è di instaurare un circolo vizioso, dove la perdita di lavoratori con elevate competenze conduce a un ulteriore deterioramento del sistema produttivo, sempre meno in grado di attrarre lavoratori qualificati per i quali diventerà più probabile il trasferimento all’estero.

Le prospettive

L’emigrazione può avere effetti molto positivi se temporanea e finalizzata ad accumulare nuove competenze all’estero. La letteratura mostra come gli incentivi al rientro sono più forti, specialmente per i professionisti più qualificati, quando la nazione di origine ha ampie prospettive di crescita.

Al fine di mitigare le conseguenze negative dell’emigrazione sulle imprese è essenziale ridurre il gap salariale (con altre nazioni) dei lavoratori, specie quelli più qualificati, e incentivarne il rientro e l’assunzione da parte delle imprese.

In questo senso, due vie sono percorribili in parallelo. Da un lato, può essere efficace potenziare e spronare le aziende a sfruttare le recenti misure di incentivo all’innovazione per favorire aumenti di produttività attraverso investimenti in ricerca e sviluppo, nella digitalizzazione e nell’efficientamento dei processi, permettendo alle aziende di pagare salari più elevati. Dall’altro lato, può essere efficace potenziare gli incentivi per i lavoratori che rientrano in Italia o più in generale per aumentare il flusso di lavoratori ad alta qualifica dall’estero, e allo stesso tempo, pur preservando i saldi di finanza pubblica, offrire sostegno alle imprese che li assumono.

* Le opinioni espresse sono quelle dell’autore e non impegnano l’istituzione di appartenenza.
L’articolo è apparso contemporaneamente anche sul Menabò di EticaEconomia.

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I malanni dell’assistenza primaria

Gio, 14/10/2021 - 14:00

La pandemia ha svelato la debolezza dell’organizzazione della medicina di base e la mancanza di investimenti. Le case di comunità previste dal Pnrr saranno la soluzione? La legge sulle associazioni di medici già c’è, ma non è mai stata applicata.

Medicina di base: un sistema complesso

La medicina di base è in profonda crisi da molti anni e la pandemia ne ha svelato la debolezza dell’organizzazione e la mancanza di investimenti da troppo tempo. Leggi e progetti di riforma non sono mancati nell’ultimo ventennio, ma sono rimasti al palo, sia perché legiferati “a invarianza di spesa”, sia per l’ostilità dei sindacati medici, sia per la subalternità dello stato e delle regioni nel sottoscrivere l’accordo collettivo nazionale (Acn), che regola i rapporti tra il Sistema sanitario nazionale e i medici di medicina generale, prestatori di “lavoro autonomo, continuativo e coordinato”.

Adesso le risorse per il rilancio ci sono, perché il Piano nazionale di ripresa e resilienza destina 2 miliardi di investimenti nelle case della comunità, in cui dovrebbero operare medici generalisti, pediatri, specialisti ambulatoriali, infermieri, riabilitatori e altri professionisti sanitari. Sono stati definiti anche i modelli a “perno e raggi” (hub & spoke), con tanto di standard per mille abitanti, ma il progetto è appeso a un interrogativo: i medici di medicina generale saranno obbligati a operare in questi centri, lasciando i propri ambulatori su cui hanno investito, oppure le case di comunità rimarranno semideserte? Prossimità e comunità (case, ospedali, farmacie, infermieri di comunità) sono divenute il mantra di questi tempi, ma rischiano di essere pura poesia, se non si guarda realisticamente a ciò che è permesso fare, ai sensi dell’accordo collettivo. Delle riforme possibili e del dover essere della medicina di base sono pieni i libri, i programmi politici e i convegni. Ma è la convenzione sottoscritta tra lo stato e i medici che fa fede, al di là delle leggi. E oggi la convenzione non prevede alcun obbligo.

Il settore dell’assistenza territoriale è molto esteso, complesso e disarticolato. Fa parte del Lea “Assistenza distrettuale” (Dpcm 12.1.2017), che assorbe ormai il 52 per cento della spesa del Ssn, e comprende sia strutture snelle – gli ambulatori dei medici convenzionati (per esempio, i medici di medicina generale) – sia strutture semi- e residenziali (per esempio, le Rsa). L’assistenza territoriale, di cui qui si parla, include due aree – l’assistenza primaria e l’assistenza specialistica – in cui operano circa 94 mila medici a rapporto semi-libero professionale con il Ssn, organizzati secondo sette tipi di convenzioni, tre forme di remunerazione e differenti livelli retributivi. Nell’assistenza primaria lavorano 42.428 medici di medicina generale, 7.408 pediatri di libera scelta, 17.617 medici di continuità assistenziale (guardia medica), 2.962 medici di emergenza territoriale, 1.569 medici di medicina dei servizi e un numero sconosciuto di infermieri e amministrativi. L’assistenza specialistica abbraccia 21.654 tipi di unità, un dato eterogeneo comprendente 14.967 medici specialisti interni (poliambulatoriali), 5.787 branche specialistiche private esterne e 903 strutture ambulatoriali, diagnostiche e di laboratorio degli ospedali pubblici – perché sono tre le modalità di erogazione della specialistica (Fonte: ministero della Salute).

Il numero dei medici territoriali è simile a quello degli ospedalieri del Ssn (96.220), ma la differenza fondamentale è data dal rapporto di lavoro, che è subordinato e di pubblico impiego per i secondi e semi-libero professionale per i primi. Tuttavia, il punto nodale non è la non-subordinazione al direttore di distretto sanitario, quanto piuttosto l’inerzia e l’assenza di programmi, indirizzi e risorse da parte di (numerose) regioni e aziende sanitarie, che hanno lasciato vegetare l’assistenza primaria in un desolante status quo.

Perché non decollano le associazioni fra medici

La medicina di base è passata negli ultimi 70 anni – dai tempi dell’Inam (Istituto nazionale per l’assicurazione contro le malattie) ai nostri giorni – attraverso tre linee evolutive: (i) la suddivisione dei compiti, una volta eseguiti dal medico generico, in attività svolte da più figure professionali (ad esempio, il pediatra, la guardia medica); (ii) il passaggio dall’esercizio in forma singola alla medicina in gruppo o in rete; (iii) l’integrazione del medico generalista con altri medici specialisti e professionisti sanitari.

Le associazioni tra i medici di medicina generale sono apparse per la prima volta nel 1978 (tavola 1), ma si sono sviluppate con grande lentezza, tanto da non essere molto diffuse, mentre nel National Health System inglese sono la norma. Esistono tre tipologie: l’associazione semplice, in rete e di gruppo. Nelle prime due, i medici continuano a operare nel loro studio, coordinando l’attività e accedendo alla scheda del paziente, mentre nella terza lavorano in un’unica sede. L’associazione è “libera, volontaria e paritaria” e ogni medico dev’essere disponibile a visitare i pazienti dei propri colleghi. Almeno un ambulatorio dev’essere aperto fino alle ore 19 e possono associarsi da tre a otto medici (dieci nelle prime due forme). Ricevono una maggiorazione della quota capitaria – la remunerazione forfetaria per ogni paziente in carico – oltre a un contributo per i costi dell’infermiera e della segretaria. Il 68 per cento dei medici di medicina generale (28.944) opera in qualche forma associata, con punte massime dell’86 per cento nella provincia autonoma di Trento, dell’84 per cento in Veneto e Emilia-Romagna e punte minime del 19 per cento in Friuli, del 40 per cento in Calabria e del 48 per cento in Campania. Circa un terzo dei medici continua a lavorare in forma singola. La percentuale dei pediatri associati è simile (67 per cento).

Tavola 1 – Evoluzione di alcuni istituti negli accordi collettivi nazionali della medicina generale. Anni 1978-2018

Fonte: elaborazione dell’autore sugli accordi collettivi nazionali (convenzioni) e leggi nazionali. Note: (a) Riferita alle tre forme associative (b) Medicina in associazione (c) Distribuite equamente al mattino e al pomeriggio (d) da 1000 a 1500 assistiti (e) Unità territoriali di assistenza primaria (f) Associazioni funzionali territoriali tra medici di assistenza primaria (g) Unità complesse di cure primarie composte da medici di assistenza primaria, specialisti e altri professionisti (infermieri, riabilitatori, ecc.

Le associazioni multiprofessionali sono apparse per la prima volta con le case della salute nel 2007, volute in via sperimentale dalla ministra Livia Turco. Ma la loro attuazione è stata ignorata in otto regioni o contrastata con altri modelli, come in Lombardia. Secondo una recente indagine della Camera dei deputati, sono 493 e sono attive in 13 regioni: 124 in Emilia-Romagna, 77 in Veneto, 76 in Toscana, 71 in Piemonte, 55 in Sicilia, 6 in Molise, 4 in Liguria, 1 in Basilicata, nessuna in Lombardia, Trentino-Alto Adige, Friuli, Campania, Puglia. Con la riforma del 2012 (art. 1 Dl 158/12), l’allora ministro Balduzzi avrebbe voluto rendere obbligatoria la partecipazione dei medici di medicina generale alle Uccp (unità complessa di cure primarie) – le équipes multiprofessionali -, che però finora ha incontrato la forte opposizione dei sindacati medici. Il recepimento della norma, infatti, non è automatico, ma l’esito di una (dura) contrattazione tra lo stato e le organizzazioni sindacali. E a volte a cedere è lo stato, come nel rinnovo dell’Acn 2016-2018, il primo che avrebbe dovuto adottare la legge e che ha visto invece un ribaltamento della posizione di parte pubblica a opera dei sindacati medici. Così, dopo nove anni, una legge dello stato non è ancora stata applicata.

Se i medici diventano dipendenti

In questi giorni si sta contrattando la parte normativa dell’accordo nazionale collettivo 2016-2018, per passare poi al nuovo accordo 2019-2022. Le trattative si trascinavano secondo il solito copione, quando – come un fulmine a ciel sereno – le regioni hanno fatto filtrare un documento in cui propongono il passaggio al rapporto di dipendenza di tutti i medici convenzionati.

A prescindere dalla fattibilità e dai costi (i medici di medicina generale non possiedono una specializzazione e quindi non potrebbero essere assunti dal Ssn e il costo del lavoro aumenterebbe per la turnazione), la subordinazione dei medici è vista come l’unica soluzione per obbligarli a lavorare in associazione tra loro e con altri professionisti nelle future case della comunità. È assai improbabile che le regioni, che non sono riuscite dal 2002 a oggi a ottenere contrattualmente il risultato, possano ora ribaltare un sistema consolidato, diffuso in quasi tutti i paesi europei e apprezzato dai pazienti. Una riforma strutturale non si improvvisa in pochi giorni.

La Fimmg, il principale sindacato, ha risposto dal canto suo difendendo il rapporto fiduciario, l’autonomia del medico, la capillarità del servizio, mostrandosi disponibile ad accettare standard organizzativi omogenei e valutazioni delle performance. Il governo non si è ancora espresso, ma urge una presa di posizione, perché il piano da 2 miliardi del Pnrr per costruire 1.228 case della comunità si è già messo in moto. Prima di investire, sarebbe necessario sapere se i medici dovranno traslocare – per convenzione o per subordinazione – nelle nuove strutture o se nel prolungarsi del braccio di ferro le nuove case della comunità finiranno per rimanere sfitte per diversi anni.

Le proposte per cambiare

Sul sito Welforum sono descritte tre proposte migliorative, che potrebbero avere immediata attuazione, se solo si inserissero nell’accordo nazionale in via di rinnovo e nel Pnrr due o tre semplici articoli. Riguardano (1) l’associazione obbligatoria – anche solo in forma semplice – di tutti i medici di medicina generale per l’apertura degli ambulatori dalle ore 8 alle ore 20 (quattro medici associati, con le 15 ore contrattuali dovute, garantiscono le 60 ore settimanali di apertura), con obbligo per i pazienti di recarsi dal proprio medico, anziché al pronto soccorso; (2) la creazione di case della comunità anche presso le sedi degli specialisti privati “esterni” (4.885 in tutta Italia), che sono più diffuse e lavorano anche più degli specialisti ambulatoriali interni, specie in alcune regioni; (3) l’obbligo per i medici di assistenza primaria di partecipare alle Uccp di tipo “perno” (hub) nelle aree urbane, secondo una delle tre forme associative previste. Per le aree rurali e scarsamente popolate, il modello delle case della comunità andrebbe ripensato a fondo o adattato. Ovviamente, non a invarianza di spesa.

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Polarizzazione da social media: chi è davvero a rischio

Gio, 14/10/2021 - 13:40

Le rivelazioni di Frances Haugen su Facebook hanno riportato al centro dell’attenzione il ruolo di internet e social media nel condizionare l’opinione pubblica. Uno studio ci aiuta a scoprire quali sono le categorie più esposte alla propaganda in rete.

Facebook e i contenuti divisivi

Stando alle dichiarazioni rilasciate da Frances Haugen prima al Wall Street Journal e poi al Congresso degli Stati Uniti, gli algoritmi impiegati da Facebook privilegiano scientemente i contenuti più divisivi e polarizzanti. Questi contenuti tendono infatti a essere condivisi con maggiore frequenza dagli utenti, aumentando così il traffico sulla piattaforma e dunque anche il volume d’affari dell’azienda di Menlo Park. Questo modus operandi sarebbe diventato ancora più esplicito nel 2018, quando la piattaforma ha cominciato a promuovere contenuti con elevati livelli di engagement in maniera più aggressiva, generando così un sistema perverso di incentivi che spinge anche gli utenti relativamente moderati a inasprire e polarizzare i propri contenuti per ottenere una maggiore visibilità.

Haugen sostiene anche che con il crescere del volume dei contenuti divisivi diventa più difficile, ed estremamente più costoso, il monitoraggio della piattaforma, specie in aree marginali dove il ritorno economico non è sufficiente a giustificare la spesa. Un pericolosissimo corto circuito, soprattutto in tempi in cui finanche Capitol Hill può esser messa sotto assedio grazie al coordinamento telematico.

La ricerca

Ma quali sono le categorie di utenti più esposte alla propaganda online? È possibile tracciare un identikit delle vittime dei nuovi algoritmi di Facebook e di coloro i quali ne fanno uso?

Con l’aiuto dei dati prodotti dalla European Social Survey (Ess), che monitora atteggiamenti e preferenze nei paesi europei e riguarda circa 50 mila individui, e dall’indagine multiscopo sulle famiglie italiane prodotta dall’Istat (Msh), abbiamo cercato di capire quali sono le caratteristiche individuali che rendono gli utenti dei social media, e più in generale chi utilizza internet per acquisire informazioni sullo scenario politico, più proni a farsi condizionare da contenuti divisivi. Dato che la nostra indagine si focalizza sui paesi dell’Unione europea, esaminiamo in particolare la correlazione fra l’utilizzo di internet e social media e il diffondersi di idee sovraniste che si manifesta, per esempio, in opinioni sfavorevoli nei confronti dell’Unione europea e delle sue principali istituzioni.

I dati dell’ottavo round della Ess ci svelano come l’esposizione a internet aumenti la probabilità di sviluppare preferenze sovraniste solo per individui con bassi livelli di istruzione o occupazioni poco sicure e poco remunerative. Le preferenze sovraniste vengono saggiate tramite una domanda che interpella gli intervistati sul desiderio o meno di lasciare l’Unione, mentre l’esposizione alla politica online con una domanda relativa all’aver postato o condiviso contenuti afferenti al dibattito politico nel corso degli ultimi 12 mesi. La figura 1 riporta le nostre stime e mostra come l’impatto dell’esposizione in rete sulla probabilità di proferirsi a favore dell’uscita dall’Unione europea è positivo e statisticamente significativo solo per individui con meno di 13 anni di istruzione (equivalente all’incirca all’educazione dell’obbligo nella maggior parte dei paesi europei), mentre è addirittura negativo per individui che hanno raggiunto livelli d’istruzione superiori ai 17 anni.

Risultati analoghi emergono quando studiamo la differente tipologia d’impatto dell’esposizione alla politica in rete fra individui con situazioni lavorative diverse; coloro che hanno alle spalle lunghi periodi di disoccupazione e impieghi instabili risultano molto più influenzabili rispetto a chi gode di una situazione lavorativa più stabile.

Il ruolo dei social media

Non tutta l’attività online può essere però accomunata ed è importante stabilire se l’utilizzo precipuo dei social media abbia effetti diversi rispetto al più tradizionale scambio di e-mail o alla consultazione di testate giornalistiche o blog su internet. L’indagine Istat ci permette di esplorare anche questo aspetto visto che, a differenza di Ess, chiede agli interpellati di distinguere tra semplice esposizione a informazioni politiche in rete e utilizzo specifico dei social media a tale scopo.

La figura 2 mostra come si distribuisce la fiducia per il Parlamento europeo rispetto al livello di istruzione e al tipo di esposizione in rete nei dati dell’indagine Istat. In linea con i risultati ottenuti utilizzando l’Ess, la fiducia nel principale organo elettivo dell’Unione risulta mediamente più elevata fra gli individui più istruiti (cioè quelli che ottengono diplomi oltre l’istruzione obbligatoria) indipendentemente dalla tipologia di esposizione a internet.

Ma i dati suggeriscono anche che il mezzo utilizzato per acquisire informazioni in rete non è neutro. Gli intervistati che utilizzano i social media per acquisire informazioni di natura politica mostrano in media una minore fiducia nel Parlamento europeo rispetto agli intervistati che non fanno uso della rete. Al contrario, gli interpellati che dichiarano di far uso della rete per acquisire informazioni di natura politica, ma di non farlo sui social media, hanno in media maggiore fiducia rispetto agli individui che non fanno uso della rete. L’utilizzo di internet in sé non sembrerebbe dunque associato al diffondersi di opinioni critiche verso il sistema, quanto lo è invece l’impiego dei social media.

Tuttavia, la correlazione potrebbe essere interpretata sia come l’effetto dell’esposizione ai social media sulle preferenze politiche che come il suo contrario. Individui animati da idee particolarmente divisive e antisistema potrebbero infatti esser motivati a cercarne conferma sui social media che, come sottolineato proprio da Frances Haugen, rappresentano una efficace cassa di risonanza per estremismi di varia natura.

Per identificare la direzione di causalità, usiamo variabili strumentali, ossia determinanti della esposizione a informazioni politiche sui social media che siano esterne rispetto all’ideologia politica. In particolare, seguendo l’esempio di uno studio che esamina come l’accesso a internet influenzi la partecipazione politica, nel nostro articolo facciamo uso di una serie di variabili che catturano la velocità di connessione a disposizione del rispondente per predire l’esposizione dello stesso ai social media.

Dalle nostre stime emerge che, se restringiamo il campione ai soli individui che non hanno proseguito gli studi dopo la scuola dell’obbligo, l’impatto dell’utilizzo dei social media sulla fiducia nel Parlamento europeo è negativo e significativo. La significatività dei coefficienti stimati svanisce invece quando guardiamo all’impatto su individui più istruiti o consideriamo l’esposizione a internet non mediata dalle reti sociali.

Nel loro insieme i nostri risultati sembrano confermare le preoccupazioni di Haugen: promuovere la circolazione di contenuti divisivi utili a generare un elevato traffico sulle piattaforme di riferimento rende i social media un potente strumento di propaganda e favorisce il diffondersi di opinioni estreme. D’altro canto, i nostri risultati suggeriscono anche come tale propaganda trovi terreno fertile solo fra individui con livelli di istruzione relativamente bassi o con occupazioni instabili e poco remunerative.

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I mercati delle materie prime in quattro grafici

Mer, 13/10/2021 - 13:47

Il World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale, pubblicato il 12 ottobre, mostra come sta proseguendo il processo di ripresa economica a livello globale. Dal rapporto emerge che le disuguaglianze generate dalla pandemia potrebbero portare a delle conseguenze nelle performance economiche dei vari stati anche nel medio termine.

L’economia globale dovrebbe crescere del 5,9 per cento nel 2021 e del 4,9 per cento nel 2022, evidenziando una riduzione di 0,1 punti percentuali per il 2021 rispetto a quanto previsto a luglio. Il calo è dovuto a un generale peggioramento della situazione delle economie avanzate, al disagio causato dal rallentamento dei flussi di commercio internazionale e alle nuove ondate di contagio tra i paesi in via di sviluppo. Pesa anche la mancanza di alcune materie prime, tra cui quelle necessarie alla transizione ecologica.

In questa serie di grafici abbiamo approfondito la sezione del World Economic Outlook dedicata ai cambiamenti nella domanda delle materie prime e dei metalli, anche alla luce del processo di transizione ecologica.

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Piano Meidner, cosa resta mezzo secolo dopo

Mer, 13/10/2021 - 11:43

Cinquant’anni fa i sindacati svedesi avviarono un’ampia riflessione su politiche salariali e partecipazione dei dipendenti ai risultati d’impresa. Il risultato fu un piano che, seppur disatteso, costituisce tuttora un prezioso punto di partenza.

Cinquanta anni fa, nel 1971, il congresso della confederazione generale dei sindacati svedesi decise di avviare una riflessione ad ampio raggio sulla politica salariale mirante a collegare il salario al contributo del lavoratore alla produzione e non alla capacità o possibilità di pagare dell’impresa. Si costituì un gruppo di lavoro, diretto dall’economista Rudolf Meidner, che cinque anni dopo produsse l’ormai noto “piano Meidner“. Il piano avanzava alcune proposte sull’intreccio tra politiche salariali e partecipazione dei dipendenti ai risultati dell’impresa, sulle quali si discusse e polemizzò molto, non solo in Svezia. Ora che quest’argomento si riaffaccia nel dibattito culturale e politico, può essere utile una rilettura delle caratteristiche e della criticità del piano.

Lo schema del piano

Il “piano Meidner” si proponeva di collocare l’obiettivo – fondamentale per i sindacati svedesi – di ridurre le disparità salariali in una politica di più ampio orizzonte che consentisse di intervenire nella trasformazione dei profitti in capitale per: 1) contenere la concentrazione della sua proprietà nelle mani degli azionisti privati; 2) accrescere l’influenza dei lavoratori, attraverso i loro sindacati, nelle scelte aziendali e più generale sul processo di sviluppo economico.

Lo strumento veniva individuato nei “fondi di investimento dei lavoratori”, costituiti sul piano settoriale e coinvolgenti le grandi imprese. Il patrimonio si formava con le “emissioni di azioni ai lavoratori dipendenti”, con cui “la proprietà di parte dei profitti (fino alla soglia del 20 per cento) che sono rastrellati in un’azienda viene semplicemente trasferita dai vecchi proprietari ai lavoratori in quanto soggetto collettivo” (p.75), con l’obiettivo attribuire ai fondi voce in capitolo nelle scelte aziendali.

I punti critici

È evidente come la creazione dei fondi non comportava alcun costo per i lavoratori, ricadendo sulle imprese l’intero costo dell’operazione. D’altra parte, si trattava esplicitamente di una “espropriazione di parte del profitto” (p. 144) che implicava un intervento legislativo. Non va dimenticato che nel periodo di elaborazione del piano erano al potere i socialdemocratici, sul cui intervento i suoi estensori facevano evidentemente affidamento.

L’origine espropriativa del patrimonio dei fondi è un requisito indispensabile della politica di solidarietà salariale. La sola risorsa di cui dispongono è il loro reddito, cioè la somma dei dividendi incassati per le azioni possedute. Se quel reddito fosse ripartito solo tra i lavoratori delle imprese di elezione dei fondi, la forbice salariale potrebbe allagarsi anziché ridursi: essi aggiungerebbero i dividendi ai salari già più alti. La proposta di Meidner per evitare questo esito è la costituzione di un “fondo centrale di compensazione al quale sia incanalato tutto il reddito”, la cui distribuzione dovrebbe avvantaggiare i lavoratori occupati nelle imprese che realizzano bassi profitti e pagano bassi salari.

La coerenza di questo disegno politico-sindacale con alte probabilità verrebbe meno se la costituzione dei fondi aziendali o settoriali richiedesse ai lavoratori un sacrificio economico, per l’acquisizione delle azioni, consistente per esempio nella rinuncia agli aumenti salariali. Ma una politica di livellamento salariale in cui un gruppo di lavoratori finanzia, con il proprio reddito, l’aumento dei salari di un altro gruppo richiede una solidarietà di classe tanto forte che nemmeno la socialdemocrazia svedese di mezzo secolo fa ritenne di potervi fare affidamento.

Cosa resta

Il piano presentava indubbiamente molti punti problematici che portarono prima a un suo sostanziale annacquamento e poi a un successivo abbandono. Il suo impianto però, nell’ampliare gli spazi della partecipazione dei lavoratori al governo delle imprese e più in generale di democrazia economica, ha continuato e continua ancora oggi a esercitare una grande fascino, al di qua e al di là dell’oceano (quindi anche in paesi con contesti istituzionali e di relazioni industriali molto diversi). Direttamente o indirettamente, lo si può ritenere alla base di una sorta di grande laboratorio di idee e progetti di socializzazione della proprietà azionaria attraverso il trasferimento di azioni delle società a fondi collettivi, su base legislativa – e quindi con gli inevitabili vincoli – o su base volontaria, tanto che oggi c’è chi ne rivendica ancora l’assoluta attualità.

Un’attualità sicuramente favorita da un nuovo contesto nel quale molto si discute di come curvare l’attività di impresa tutelando tutte le diverse constituencies coinvolte e valorizzando orizzonti di lungo periodo con presidi sempre più ricchi e penetranti di responsabilità sociale. Tutti, dalle istituzioni agli attori economici, dalle istanze politiche a quelle sociali, sono alla ricerca di nuovi equilibri nei rapporti con gli stakeholder; una prospettiva nella quale la redistribuzione azionaria verso forme di proprietà collettiva può avere un ruolo importante (forse il più importante). In prossimi articoli torneremo su questi aspetti, che necessitano approfondimenti e declinazioni più organiche, ma il compleanno merita di essere celebrato anche guardando al futuro perché, nei patti tra lavoratori e imprenditori dei quali si parla oggi, esercizi di socialdemocrazia come quelli immaginati dall’economista tedesco (poi costretto a emigrare in Svezia per le persecuzioni naziste) possono essere una strada da percorrere per coniugare la partecipazione dei lavoratori con più ambiziose strategie di democratizzazione dell’economia.

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