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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 43 min 45 sec fa

Il Punto

Mar, 21/11/2017 - 10:42

In un recente rapporto l’Istat ha aggiornato le stime sul peso del sommerso e dell’economia illegale che arriverebbe a 207 miliardi all’anno (il 12,6 per cento del Pil). Il peso degli stupefacenti è misurato dal lato di chi acquista, prostituzione e contrabbando di tabacco da quello di chi offre questi peculiari beni e servizi.
Tornato sulla scena politica, Berlusconi rivendica di “non aver messo le mani nelle tasche degli italiani” durante i suoi quattro governi. Il fact-checking de lavoce.info mostra però che nel 2011 l’ex Cavaliere aumentò l’Iva e mise le basi di legge per gli aumenti degli anni successivi. Altri dati che si prestano a interpretazioni di parte sono quelli sul mercato del lavoro. Dove i buoni numeri sull’occupazione sono controbilanciati dalla persistenza del tasso di disoccupazione e il mancato recupero delle ore lavorate totali. Tra le anomalie del mercato del lavoro in Italia, la più lenta crescita dei salari del mondo industrializzato da 20 anni a questa parte. Colpa della produttività stagnante, non dell’euro.
Con il mancato pagamento di 200 milioni di interessi sul debito sovrano, il Venezuela è di fatto in default. Il suo futuro è ora in mano ai principali creditori, cinesi e russi. I primi sono grandi acquirenti del suo petrolio, i secondi – meno esposti – coltivano soprattutto un interesse geo-politico nella regione.

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Categorie: Informazione

Le mafie nel Pil

Mar, 21/11/2017 - 10:40

Nel 2015 il Pil italiano è cresciuto anche grazie al lieve aumento dell’economia illegale. Lo certifica un Report dell’Istat. Ma sarebbe necessario interrogarsi sulla scelta di considerare voci riconducibili alle attività delle organizzazioni mafiose.

I numeri dell’economia “non osservata”

L’11 ottobre è stato reso noto il Report dell’Istat sui dati dell’“economia non osservata” nei conti nazionali negli anni 2012-2015. Il Report, che stima il prodotto dell’economia sommersa e delle attività illegali, enfatizza il “lieve aumento dell’economia illegale nel 2015”. Una buona notizia: il Pil sale e con lui il benessere di tutti noi. Ma come la mettiamo con l’indubbio disvalore delle attività che contribuiscono al segno positivo nel segmento di attività illegale?

A partire da settembre 2014, gli stati membri dell’Unione europea hanno adottato il nuovo sistema europeo dei conti nazionali e regionali. Il sistema, in osservanza del principio di esaustività dei conti nazionali, che impone di ricomprendere nelle stime nazionali tutte le attività produttive di reddito indipendentemente dal loro status giuridico e in risposta a una superiore esigenza di omogeneità nei conti dei diversi stati dell’Unione, ha previsto l’ingresso nel Pil nazionale dell’attività illegale.

Sono tre le attività illecite che contribuiscono alla formazione del prodotto interno lordo: il traffico di sostanze stupefacenti, i servizi della prostituzione e il contrabbando di tabacco.

Tabella 1 – Economia sommersa e attività illegali. Anni 2012-2015, milioni di euro

Fonte: Report Istat 11 ottobre 2017

Tabella 2 – Incidenza delle componenti dell’economia non osservata sul valore aggiunto e sul Pil. Anni 2012-2015, valori percentuali

Fonte: Report Istat 11 ottobre 2017

Nel corso degli anni, nonostante un calo dell’economia non osservata attribuibile a una diminuzione della cifra del sommerso, la stima delle attività illegali si è mantenuta costante quando non è aumentata.

In base all’ultimo dato reso noto dall’Istat, si stima che le attività illegali abbiano generato un valore aggiunto pari a 15,8 miliardi di euro, 0,2 miliardi in più rispetto all’anno precedente (Report Istat 11 ottobre 2017 – Prospetto 11).

Tabella 3 – Principali aggregati economici per tipologia di attività illegale. Anni 2012-2015, miliardi di euro

Fonte: Report Istat 11 ottobre 2017

La stima delle attività illegali

L’Istat ha sviluppato una procedura particolare per stimare ciascuna delle attività illegali che concorrono a comporre il Pil.

Per il traffico di stupefacenti la stima è basata sulle informazioni relative alle componenti della domanda. L’approccio presuppone che, a partire dalla misurazione dei consumi finali sia possibile ricostruire il processo produttivo attraverso il quale i beni o servizi illegali sono stati messi a disposizione dei consumatori e, di conseguenza, di misurarne le grandezze economiche.

Per la stima dei servizi di prostituzione si utilizzata invece un approccio basato sull’offerta. La metodologia poggia sulla stima preliminare del numero di prostitute, alle quali si attribuisce un numero di prestazioni giornaliere e un numero di giornate lavorate. Il valore del servizio offerto è determinato sulla base dei prezzi praticati per le varie tipologie del servizio.

Anche per stimare l’attività di contrabbando di tabacco si utilizza un criterio basato sull’offerta. La procedura parte dalle informazioni sulle quantità di merce sequestrata parametrata attraverso l’utilizzo di un coefficiente che rappresenta la capacità di controllo da parte delle autorità di contrasto. Il passaggio dalle quantità ai valori viene effettuato applicando un prezzo di vendita calcolato a partire da quelli al consumo dei prodotti legali.

La mafia e l’economia

Al di là di ogni considerazione di ordine economico sulla necessità di utilizzare un sistema omogeneo tra paesi Ue e di comprendere nelle stime dei conti nazionali tutte le attività che producono reddito, appare evidente la profonda contraddizione insita in questa scelta. Se da un punto di vista economico si può ritenere neutro lo status giuridico del reddito, in uno stato di diritto la criminalità dovrebbe essere sempre combattuta.

Tanto più in Italia, dove la stretta relazione tra mafia ed economia non è certo una novità. Già Giovanni Falcone sosteneva che per colpire la mafia occorre colpire i suoi interessi economici e ne metteva in evidenza la centralità per le organizzazioni criminali. Le indagini più recenti hanno poi rivelato una intensa crescita dei legami tra economia lecita

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Gli occupati risalgono, le ore lavorate no

Mar, 21/11/2017 - 10:39

Qual è la situazione del mercato del lavoro? La grave crisi economica l’ha colpito, ma ora il numero degli occupati è tornato a salire. Per valutare l’effettivo apporto produttivo del lavoro bisogna però considerare un altro dato: le ore lavorate totali. 

Più disoccupati ma meno scoraggiati

Dopo il 2008 l’economia italiana ha vissuto una grave crisi che ha investito pesantemente il mercato del lavoro. Ma dalla seconda metà del 2013 le cose hanno gradualmente cominciato a migliorare.

In clima elettorale, le parti politiche assumono diverse posizioni sulla questione: da una parte, si rivendicano i risultati raggiunti, misurabili soprattutto nel recupero dei posti di lavoro persi con la crisi; dall’altra, invece si denuncia una crescente precarizzazione e una diminuzione delle ore lavorate. È opportuno quindi cercare di fare chiarezza su quali siano le condizioni del mercato del lavoro oggi, sia rispetto all’inizio della crisi, gennaio 2008 (nei grafici rappresentato dalla linea verde), sia al suo momento di maggior gravità, che approssimiamo a settembre 2013 (linea viola).

Come si vede dalla figura 1, negli anni 2008-2013 si sono persi 955 mila posti di lavoro. Il calo si è interrotto solo nel settembre 2013, quando il numero degli occupati è tornato a crescere e ha raggiunto, nel settembre 2017, i valori del maggio 2008.

Negli ultimi quattro anni si sono quindi recuperati i posti di lavoro che si erano persi con la crisi.

E allora perché il tasso di disoccupazione, sebbene si stia gradualmente riducendo, è ancora quasi il doppio del 2008 (11,1 per cento contro il 6,6 per cento)? Perché è vero che si è raggiunto il numero di occupati del 2008, ma nel frattempo sono raddoppiati i disoccupati. È cresciuta cioè la forza lavoro, che comprende sia gli occupati che i disoccupati. Questo significa che il tasso di partecipazione – ossia il rapporto tra la forza lavoro e la popolazione di 15 anni o più – non solo è rimasto elevato per tutta la durata della crisi, ma è anche cresciuto dalla primavera 2011. Segno che le persone non si sono scoraggiate per le condizioni economiche negative, ma hanno continuato a ricercare un’occupazione, probabilmente anche a causa delle crescenti situazioni di bisogno.

La dinamica è stata ancora più accentuata dal considerevole aumento della partecipazione al lavoro della popolazione femminile, passata da 51,7 per cento di gennaio 2008 al 56 di settembre 2017.

Figura 1 – Occupati e disoccupati (dati destagionalizzati, in migliaia di unità) e tasso di disoccupazione e partecipazione (%)

Fonte: Istat, Occupati e disoccupati (mensili), 31 ottobre 2017

La tendenza è confermata dalla dinamica degli inattivi (figura 2). Già a fine 2013, dopo un periodo di aumento, si era tornati ai livelli di inizio 2008. E il calo prosegue ininterrotto: oggi gli inattivi sono circa un milione in meno.

Figura 2 – Inattivi (dati destagionalizzati, in migliaia di unità)

Fonte: Istat, Occupati e disoccupati (mensili), 31 ottobre 2017

La quantità del lavoro

Il dato sul numero degli occupati però è insufficiente a valutare l’effettivo apporto produttivo del lavoro, che è invece misurato dalle ore lavorate complessivamente.

Nelle statistiche Istat viene considerato occupato anche chi ha svolto una sola ora di lavoro nella settimana di riferimento della rilevazione. Tuttavia, in termini di contributo alla produzione, fa differenza se si creano posizioni lavorative a tempo pieno o a orario ridotto. Dalla figura 3 si può facilmente vedere che, sebbene un accenno di ripresa sia avvenuto a partire dal 2015, il totale delle ore lavorate è ancora molto lontano dal livello pre-crisi. Nel secondo trimestre 2017, erano ancora inferiori per ben 680 milioni, il 5,9 per cento per cento del totale rispetto ai dati di inizio 2008. Risultato comunque migliore rispetto al quarto trimestre 2013, quando erano più di un miliardo in meno.

Figura 3 – Totale ore lavorate (dati trimestrali, in miliardi)

Fonte: Istat, Conti e aggregati economici nazionali trimestrali

Questo può significare che i nuovi posti di lavoro siano perlopiù part-time. I dati disaggregati dell’Istat scompongono il numero di occupati tra lavoratori a tempo pieno e lavoratori a tempo parziale: nel 2016 i lavoratori standard a tempo pieno sono diminuiti di più di un milione di unità rispetto al 2008, mentre quelli a tempo parziale sono cresciuti di 789 mila.

È vero quindi che la quantità di lavoratori è tornata ai livelli pre-crisi, ma è cambiata la composizione dei contratti, con un aumento di quelli part-time e un calo di quelli full-time. E anche se il numero dei contratti a tempo pieno ha ricominciato ad aumentare nel 2015, i contratti part-time c

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Perché in Italia abbiamo i salari più bassi di tutti*

Mar, 21/11/2017 - 10:36

A tenere bassa la crescita dei salari reali italiani negli ultimi vent’anni non è stata né la partecipazione all’Unione monetaria, né l’incidenza fiscale e contributiva. Probabilmente la spiegazione è che anche la produttività del lavoro è aumentata poco.

Salari tra Europa e Stati Uniti

La figura 1 mostra il livello del salario reale medio (fonte Ocse) delle cinque maggiori economie europee (Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Spagna) più gli Stati Uniti negli ultimi vent’anni.

Figura 1

Fonte: Ocse. La misura è ottenuta dividendo il monte salari per il numero medio di occupati in quell’anno, e moltiplicando il risultato ottenuto per il rapporto tra le ore medie settimanali di ogni occupato a tempo indeterminato e le ore medie settimanali di tutti gli occupati. La misura è in Usd Ppp a prezzi costanti (anno base 2016).

Spiccano subito alcuni fattori

Il tasso di crescita ventennale dei salari medi reali è molto differenziato. Guidano la classifica i due paesi anglosassoni, Regno Unito e Stati Uniti, con aumenti, rispettivamente, del 34,2 e 31,3 per cento. Intermedia la posizione dei due stati dell’Europa continentale, con un +25,5 per cento della Francia e un +15,1 per cento della Germania. Chiude la classifica la coppia sud-europea: Italia (+6,4 per cento) e Spagna (+4,7 per cento)

L’andamento della produttività

Cosa determina differenze così sostanziali sia nei livelli che nei tassi di crescita? La teoria economica suggerisce in primo luogo un ruolo cruciale della produttività del lavoro. Concentriamoci sulla dinamica, lasciando da parte le differenze nei livelli. La figura 2 mostra l’andamento della produttività del lavoro (fonte Ocse; fatto 100 il valore 1996).

Figura 2

Quanto le dinamiche dei salari reali degli ultimi vent’anni sono spiegate dall’andamento della produttività del lavoro?

Ricordando sempre che una correlazione non implica un nesso causale, diamo un’occhiata alla correlazione tra le due serie storiche.

Tabella 1 

Nella figura 3 mostriamo le due variabili – entrambe normalizzate al valore 100 nel 1996 – per ciascun paese.

Figura 3

L’analisi paese per paese ci consente di notare alcuni tratti interessanti.

In primo luogo, spicca il guadagno di competitività tedesco, costruito per buona parte durante lo scorso decennio. Su base ventennale, nonostante la produttività del lavoro sia cresciuta del 27,3 per cento, i salari reali medi sono aumentati solo del 15 per cento.

C’è poi l’interessante dinamica spagnola, con lo shock negativo verificatosi nel triennio 2007-2009 (in cui i salari reali crescono quattro volte più della produttività), poi “brutalmente” riassorbito con la diminuzione di oltre il 6,5 per cento del salario reale fino al 2014, che ha consentito un rapido recupero delle condizioni di competitività internazionale.

Infine, troviamo l’esperienza del Regno Unito, dove i salari medi reali crescono del 34,2 per cento e la produttività del lavoro di circa il venti per cento in meno (+27,2 per cento). Ovviamente in questo caso – per giudicarne l’effetto sulla competitività internazionale – va considerato il fattore cambio nominale.

Insomma, lungi dal voler stabilire un preciso legame causale, sia le indicazioni della teoria economica che l’esame degli andamenti delle due variabili suggeriscono che a tenere bassa la crescita dei salari reali italiani negli ultimi vent’anni non sia stata né la partecipazione all’Unione monetaria (Francia e Germania hanno crescite più che doppie), né l’incidenza fiscale e contributiva (i dati sono lordi). Probabilmente, a spiegare perché dal 1996 a oggi i salari reali medi in Italia sono cresciuti solo del 6,3 per cento è, semplicemente, il fatto che la produttività del lavoro è cresciuta appena del 5,8 per cento.

* Luigi Marattin è Consigliere Economico del Presidente del Consiglio dei Ministri e Presidente della Commissione Tecnica sui Fabbisogni Standard

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Venezuela verso la bancarotta

Mar, 21/11/2017 - 10:33

La crisi del Venezuela è arrivata alle soglie del default. Per l’evoluzione della situazione sarà decisivo l’atteggiamento dei due principali creditori: Russia e Cina. Intanto, i venezuelani fanno i conti con nuovo calo del Pil e inflazione alle stelle.

Alla fine arrivò il default

La crisi venezuelana è entrata nella fase finale. Dopo mesi di crescenti difficoltà, il governo di Nicolás Maduro non ha onorato il pagamento di alcune cedole relative al proprio debito. Di fatto, si è aperta così una crisi sovrana, la cui evoluzione dipenderà non solo dalle azioni intraprese dal governo di Caracas, ma anche dall’atteggiamento dei due principali creditori del paese: Russia e Cina.

Il 16 novembre, alla terza riunione convocata nell’arco di poche settimane, la Isda (International Swaps and Derivatives Association) ha ufficialmente sancito quanto ci si aspettava da tempo: il default sul debito sovrano da parte del governo venezuelano, responsabile del mancato pagamento di cedole per oltre 200 milioni di dollari.

La decisione è rilevante perché certifica ufficialmente l’esistenza di un credit event che fa scattare il pagamento della assicurazione per gli acquirenti di Cds. E segue una precedente e analoga dichiarazione di Standard&Poors che, dopo aver ridotto il rating sul debito sovrano venezuelano in valuta al livello SD (Selective Default), ha prospettato altri default nei prossimi tre mesi.

Tuttavia, è difficile prevedere quali saranno le mosse del governo di Caracas nei mesi a venire. La teoria più semplice suggerisce che lo stato sovrano potrebbe sospendere di nuovo il pagamento di alcune cedole a causa della sua oggettiva incapacità di ripagare il debito. Alcune recenti dichiarazioni di Maduro fanno pensare a una scelta di questo tipo. Allo stesso tempo, il governo potrebbe decidere di non ripagare il suo debito per motivi meramente opportunistici: se il default comporta un risparmio di risorse che supera il valore di espropriazioni e sanzioni messe in atto dai creditori danneggiati, dichiararlo conviene. Ma per il Venezuela è uno scenario che appare oggi poco realistico.

Russia e Cina: due creditori diversi

L’evoluzione della crisi dipenderà dunque soprattutto dall’atteggiamento tenuto da Cina e Russia, che per motivi diversi sono diventati negli ultimi anni tra i principali creditori del Venezuela.

La Cina ha un crescente fabbisogno petrolifero da soddisfare e a partire dallo scoppio della crisi finanziaria globale ha concesso crediti (del tipo loans for oil) al Venezuela, che ne è ricco, per oltre 60 miliardi di dollari. Il flusso di pagamenti garantito da Pachino corrisponde a più di mille barili di greggio al giorno. Tuttavia, le crescenti difficoltà che lo stato venezuelano si è trovato ad affrontare hanno da tempo convinto le autorità cinesi (e il loro braccio operativo costituito dalla China Development Bank) a non aprire ulteriori linee di credito e anzi a prodigarsi in “suggerimenti” sulle politiche di austerità da adottare per favorire il rimborso del debito estero.

Ben diverso è il caso della Russia, meno esposta per valore complessivo di prestiti erogati al governo di Caracas e più incline a negoziarne una ristrutturazione. La prima operazione concordata tra i due paesi prevede una riprofilazione della spesa per interessi (che è stata estesa su di un periodo di dieci anni e di fatto sospesa per i primi sei) relativa a un prestito in scadenza di oltre 3 miliardi di dollari. Una mossa che sembra giustificata più da considerazioni di carattere geo-politico che da una attenta valutazione della condizione di sostenibilità del debito estero del paese latino-americano.

La conclusione della crisi sovrana venezuelana appare comunque lontana. Anche perché la gestione di una eventuale ristrutturazione del debito è resa ancora più complicata dalla nomina a negoziatore di Tareck El Aissami, vice-presidente del Venezuela nonché sospettato (secondo le accuse della amministrazione Usa) di essere coinvolto in attività di narcotraffico. L’accusa impedisce ai rappresentanti delle istituzioni finanziarie statunitensi di sedersi al tavolo delle trattative: i rischi per chi lo facesse comprendono persino l’incarcerazione e comunque multe che potrebbero ammontare fino a 5 milioni di dollari.

Nel frattempo, il Pil del Venezuela continua a registrare una caduta libera, mentre l’inflazione sta letteralmente volando. Secondo l’ultimo Rapporto del Fmi, nel 2018 il prodotto interno lordo diminuirà del 6 per cento (quinto anno consecutivo di calo), mentre l’inflazione supererà il 2.500 per cento: Si tratta di un’altra forma di espropriazione – occulta in questo cas

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Berlusconi ha messo o no le mani nelle tasche degli italiani?

Mar, 21/11/2017 - 10:25

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca a Silvio Berlusconi che ritorna con un suo classico: le tasse.

La pressione fiscale

“Non abbiamo mai messo le mani nelle tasche degli italiani”. Di certo è la formula più famosa della crociata di Silvio Berlusconi contro le tasse, presa poi in prestito anche dagli avversari politici, da Matteo Renzi ai Cinque Stelle. Ma il più affezionato rimane lui, l’ex Cavaliere. L’ha dimostrato nel corso del colloquio con Maurizio Costanzo su Canale 5 (al minuto 46:10), ripetendosi per l’ennesima volta. Per poi, sulle pagine del Corriere della Sera, tornare sull’argomento qualche giorno dopo: “Noi eravamo riusciti a portare la pressione fiscale al 39 per cento – comunque ancora troppo alta – mentre ora è al 43,3”.

Il leader di Forza Italia intende insomma sostenere di non aver mai alzato il livello di tassazione: è l’ipotesi che sottoporremo a verifica.

Partiamo dall’ultima dichiarazione di Berlusconi. La pressione fiscale è uno degli strumenti per misurare il prelievo pubblico nell’economia, in particolare la quota di reddito ritirata dallo stato centrale o dagli enti locali tramite imposte dirette, imposte indirette, imposte in conto capitale e contributi sociali. La formula è infatti il rapporto tra la somma di gettito fiscale e gettito contributivo e il Pil nominale (cioè non corretto per l’inflazione). La pressione fiscale va distinta dalle entrate totali della pubblica amministrazione, che secondo Istat (vedi glossario) comprendono anche le altre entrate correnti e in conto capitale delle amministrazioni pubbliche. I numeri possono essere verificati consultando le principali fonti: Istat, Eurostat e Ocse, i cui dati presentano leggere differenze dovute a differenti modalità di calcolo. Negli ultimi tempi si è aggiunto il ministero dell’Economia, che annualmente corregge le statistiche Istat conteggiando come riduzione di imposte il bonus 80 euro introdotto nel 2014. Misura, pari a circa 10 miliardi, che Istat qualifica come maggiore spesa, come in effetti è dal punto di vista contabile.

La parola dunque ai dati, dal 1994 a oggi.

Tabella 1 – Pressione fiscale, serie storica

Circoscrivendo l’analisi ai governi guidati da Berlusconi (1994-1995, 2001-2006, 2008-2011), si vede come la pressione fiscale sia effettivamente scesa attorno al 39 per cento nel 2005 – come sostiene l’ex Cavaliere – (non prendiamo in considerazione il periodo 1994-1995 in cui i dati dei tre istituti divergono). E, tornando ai giorni nostri, 43,3 per cento è effettivamente l’ultimo dato disponibile secondo Ocse, per il 2015. Tuttavia, l’Istat ha già fornito il nuovo dato relativo all’anno scorso: 42,7 (42,1 al netto degli 80 euro secondo il Mef, pagina 46). Sui numeri perciò Berlusconi è, almeno in parte, impreciso.

Ma il punto è la qualità del dato della pressione fiscale. È un indicatore che ha certamente il pregio di essere legato al Pil nominale, riuscendo così a contestualizzare possibili variazioni del ciclo economico e del valore della moneta. Ma che ha anche alcuni difetti: è comunque influenzato dal ciclo economico e dai comportamenti dei contribuenti oltre che dai provvedimenti assunti da governo e parlamento, tiene conto al denominatore di un Pil che include la parte sommersa (che per definizione non paga imposte e contributi) ed è facilmente mal interpretabile per via della talvolta complicata distinzione tra un taglio di imposte e una maggiore spesa (come nel caso degli 80 euro).

Non si tratta perciò di un buon indicatore per comprendere le politiche di un governo sul prelievo pubblico, e non può dunque essere usato da Berlusconi per dimostrare la propria virtuosità (dal suo punto di vista). D’altra parte, non possiamo nemmeno utilizzare i dati in valore assoluto del gettito fiscale, come ha fatto alcuni giorni il Sole-24Ore con altri fini di analisi, in quanto questi valori non sono depurati del ciclo economico (se l’economia cresce, anche il gettito sale poiché aumenta la base imponibile), né del valore della moneta.

“Non abbiamo mai messo le mani nelle tasche degli italiani”

Resta dunque da verificare la prima affermazione del leader di Forza Italia, ripetuta innumerevoli volte durante il ventennio berlusconiano. Se per chiarire la realtà non è sufficiente il dato della pressione fiscale, serve dunque un’analisi più profonda: se davvero Berlusconi non ha mai alzato il livello di tassazione, come sostiene, tra i provvedimenti varati dai governi di centro-destra non dovremmo t

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Il Punto

Ven, 17/11/2017 - 13:05

Con la legge di bilancio l’Imposta sul reddito dell’imprenditore (Iri) viene incredibilmente rimandata al 2018. Per mettere in cassa 2 miliardi in più. Al costo di non attuare una buona idea (già preventivata) che uniforma le tasse sulle imprese e favorisce il reinvestimento degli utili nelle piccole e micro-aziende. Tra le pieghe della “finanziaria”, anche un condono sulle somme che le aziende farmaceutiche devono allo stato per lo sforamento dei tetti di spesa. Il tutto per un tragicomico pasticcio da miliardi di euro. Protagonisti: Agenzia del farmaco, imprese del settore, Tar del Lazio, regioni, ospedali. E contribuenti.
Elaborando i dati Istat sui permessi edilizi si possono valutare i piani casa delle regioni. Varati nel 2009 per incentivare ricostruzione e ampliamento di edifici residenziali con premi di superficie o volume in mezzo a una crisi dell’immobiliare, hanno prodotto investimenti modesti, permettendo però di sopravvivere a piccole imprese e artigiani.

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Piani casa, a qualcosa sono serviti

Ven, 17/11/2017 - 12:56

I piani casa hanno prodotto investimenti privati lontani anche dalle attese più prudenti. Ma il loro effetto non va sottovalutato. In un periodo di grave crisi, hanno permesso la sopravvivenza di un certo numero di piccole imprese e di artigiani.

I risultati dei piani casa

Le elaborazioni delle statistiche Istat sui permessi di costruire (che censiscono anche gli altri titoli che abilitano alla realizzazione degli interventi edilizi) restituiscono un bilancio dei piani casa delle regioni fatto di luci e ombre. Rinviando ad altra sede l’approfondimento delle loro caratteristiche, qui è sufficiente ricordare che le leggi regionali sui piani casa furono approvate a seguito di un accordo stato-regioni del 1° aprile 2009. Con lo scopo di sostenere l’edilizia e l’economia, prevedevano la concessione di premi di superficie o di volume per incentivare la demolizione e ricostruzione o l’ampliamento degli edifici residenziali esistenti. Nella tabella 1 è riportato il quadro dei premi concessi dalle singole regioni. Si disse allora che quelle leggi avrebbero consentito, a chi ne aveva bisogno, di fare la stanza in più per il figlio.

A partire dalla rilevazione dei titoli abilitativi agli interventi edilizi del 2010, l’Istat ha chiesto agli uffici comunali di indicare separatamente quelli relativi all’attuazione dei piani casa regionali. Quest’anno ha pubblicato, per la prima volta, in modo distinto per le nuove costruzioni e per gli ampliamenti, le serie storiche 2010-2015 delle superfici e dei volumi attribuiti a quei piani, aggregati per grandi ripartizioni geografiche e per dimensione demografica dei comuni.

Le elaborazioni dei dati sulle superfici danno i risultati qui sintetizzati (che sarebbero sostanzialmente gli stessi considerando i volumi).

1) I comuni hanno attribuito all’applicazione delle leggi regionali sui piani casa la previsione di una superficie di circa 7,4 milioni di metri quadri in sei anni, dei quali circa 3,1 milioni per la ricostruzione di immobili demoliti e la restante parte dovuta agli ampliamenti. La composizione per tipologia degli interventi differisce molto da quella relativa alla totalità dei permessi: sui circa 79 milioni di metri quadri previsti, il peso delle nuove costruzioni è di circa l’85 per cento. Nell’insieme degli anni considerati, il contributo dei piani casa al totale dell’attività edilizia nel segmento abitativo è stato intorno al 9,5 per cento, oscillando tra circa il 6 per cento nelle nuove costruzioni e oltre il 25 per cento negli ampliamenti. I profili temporali dei contributi sono riportati nel grafico 1.

2) Le superfici previste dai piani registrano una forte concentrazione territoriale. Il 40 per cento è localizzato nella circoscrizione del Nord-Est, mentre è relativamente modesto l’apporto della circoscrizione del Nord-Ovest e di quella del Centro (per approfondimenti si rinvia ai grafici 2 e 3). Il profilo temporale delle superfici previste evidenzia che nel Nord-Ovest si sono più che dimezzate a partire dal 2013, cioè dall’anno di scadenza della legge della Lombardia (prorogata al 2014 per l’edilizia sociale). La scadenza, nel 2010, della legge dell’Emilia-Romagna non sembra invece aver avuto alcun rilievo nella circoscrizione del Nord-Ovest, dove le superfici sono più che raddoppiate a partire dal 2011. In quest’area, un peso rilevante può essere attribuito al Veneto, non solo per la sua rilevanza economica e demografica, ma anche per la maggiore generosità della sua normativa nella concessione dei premi.

4) Come si può osservare nel grafico 4, la concentrazione geografica della popolazione e del Pil non sembra avere un allineamento univoco con la distribuzione territoriale delle superfici previste dai piani casa. La sola circoscrizione in cui il peso della superficie totale e le percentuali del Pil e (soprattutto) della popolazione sono dello stesso ordine di grandezza è il Nord-Ovest. Il risultato non è del tutto sorprendente, se si considera che sulla convenienza economica degli interventi di demolizione e ricostruzione può avere un’influenza rilevante la vetustà degli immobili e che gli ampliamenti sono motivati soprattutto dall’esigenza di spazi delle famiglie.

5) La dimensione demografica dei comuni non sembra sia stata un fattore rilevante nel ricorso ai premi di superficie indicati dai piani. Come si può osservare nel grafico 5, il peso della superficie localizzata nei comuni non capoluogo è sostanzialmente dello stesso ordine di grandezza di quello previsto dalla totalità dei permessi. Va rilevato che nei comuni più piccoli, dove sono più diffuse le tipologie di immobili che più si prestano a incre

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Iri: quando una buona riforma è rinviata per far cassa

Ven, 17/11/2017 - 10:49

L’Iri permette di uniformare la tassazione delle imprese ed eliminare la penalizzazione al reinvestimento degli utili per società di persone e imprese individuali. Ma la legge di bilancio ne rinvia l’applicazione al 2018, solo per recuperare 2 miliardi.

I costi del rinvio

Il disegno di legge di bilancio prevede il rinvio al 2018 di una riforma già operativa dal 1° gennaio 2017: l’imposta sul reddito dell’imprenditore (Iri). Difficile trovare motivazioni che non siano quelle di reperire nell’immediato un po’ di spazi finanziari (circa 2 miliardi nel 2018) per soddisfare le numerose esigenze che stanno già snaturando la manovra , anche a scapito del saldo 2019 (che peggiora di circa 750 milioni) e nonostante i numerosi problemi posti dal rinvio.

Come è stato giustamente lamentato, in primo luogo dalle associazioni di categoria interessate, il rinvio dell’Iri ha effetti retroattivi e costituisce una grave violazione dello Statuto del contribuente. Mina la credibilità del nostro sistema tributario e la reputazione di chi ne è responsabile, in quanto la riforma era già in vigore e i contribuenti interessati ne avevano legittimamente tenuto conto, nell’assumere le proprie decisioni. Annulla una riduzione di imposta attesa per i redditi 2017 e rinvia di un ulteriore anno una riforma di cui il governo stesso ha più volte sottolineato la bontà.

Inizialmente prevista nella legge finanziaria del 2008, ma mai attuata, l’Iri ricompare nella legge delega fiscale del 2014 e viene introdotta con la legge di bilancio dello scorso anno. La motivazione dello slittamento non pare neppure dipendere da insormontabili difficoltà emerse nel frattempo. Molti dei dubbi e timori sollevati all’inizio, soprattutto di carattere tecnico e applicativo, nella lunga gestazione e nel corso del 2017, sono stati in larga parte risolti. Più che servire per affrontare i problemi residui, il rinvio ne comporterà di nuovi, sia per i soggetti che hanno pianificato le proprie attività di impresa tenendone conto, sia per l’amministrazione, che dovrà trovare rimedi che non penalizzino questi contribuenti.

Gli obiettivi dell’Iri

La riforma dell’Iri persegue due obiettivi meritevoli e ampiamente condivisibili: uniformare la tassazione delle imprese, indipendentemente dalla loro forma giuridica; eliminare la penalizzazione al reinvestimento degli utili da parte delle imprese che operano in regime Irpef: società di persone e imprese individuali.

L’Iri consente infatti a questi soggetti (e alle società a responsabilità limitata a ristretta base societaria che hanno scelto il “regime di trasparenza” in Irpef) di optare per la tassazione con l’aliquota Ires del 24 per cento (dal 2017), invece della tassazione in Irpef con aliquote dal 23 al 43 per cento, a cui si aggiungono le addizionali regionali e locali. In caso di prelievo di utili dalla società, per le esigenze personali dei soci, dell’imprenditore e dei suoi collaboratori, i redditi vengono dedotti dall’imponibile Iri e tassati con le normali aliquote Irpef, addizionali comprese.

Con il nuovo regime, i soggetti Irpef che esercitano attività di impresa potranno, a parità di utili lordi, reinvestire di più, rafforzando la struttura patrimoniale delle proprie imprese e senza subire discriminazioni rispetto alle società di capitali.

Nel caso di utili distribuiti, pur in presenza di diversi regimi impositivi per le due tipologie di società, la tassazione resta coerente: quelli distribuiti da una società di capitali (che scontano una parziale doppia imposizione in capo al socio) sono tassati con un’aliquota complessiva molto simile all’aliquota Irpef più elevata, a cui è assoggettato un imprenditore individuale o socio di una società di persone per redditi che superano 75mila euro (più precisamente, stando a quanto previsto dal Ddl di bilancio, a partire dal 2018 la tassazione complessiva (sulla società e sul socio) degli utili distribuiti da una società di capitali sarà del 43,76 per cento, perché la tassazione dei dividendi viene uniformata al 26 per cento eliminando, a fini fiscali, la distinzione fra partecipazioni qualificate e non. La più elevata aliquota dell’Irpef è 43 per cento + addizionali regionali e locali).

La platea dei beneficiari delusi

La platea di potenziali beneficiari dell’Iri è calata, negli ultimi anni, sia per l’introduzione di regimi forfetari sia per alcune semplificazioni che hanno reso più conveniente la trasformazione in società di capitali (Srl semplificata). Ma resta pur sempre molto ampia, tra i tre e quattro milioni di soggetti, circa il triplo delle società di capitali. Molte di queste imprese

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Finisce in condono il pasticcio della spesa farmaceutica

Ven, 17/11/2017 - 10:47

La legge di bilancio prevede un “condono” sulle somme che le aziende farmaceutiche dovrebbero rimborsare allo stato per lo sforamento dei tetti di spesa. Si risolve forse un pasticcio sulla spesa farmaceutica ospedaliera, ma il futuro è tutto da scrivere.

Cos’è il payback

Tra le poche misure previste per la sanità, il disegno di legge di bilancio interviene sul payback, il meccanismo in base al quale l’industria del farmaco partecipa per il 50 per cento al ripiano dell’eventuale superamento del tetto di spesa farmaceutica programmato centralmente (l’altro 50 per cento resta a carico delle regioni).

Il payback nasce con la legge finanziaria 2008 e si limita al governo della spesa farmaceutica territoriale, che comprende la distribuzione tramite le farmacie, quella diretta tramite gli ospedali e quella “per conto”, con acquisti da parte degli ospedali e distribuzione via farmacie. Le misure introdotte tengono conto della progressiva “genericazione” di numerosi farmaci, che avrebbe implicato una drastica riduzione dei prezzi. E le proiezioni si rivelano corrette: i provvedimenti sulla distribuzione, insieme ai risparmi derivanti dalla “genericazione”, consentono non solo il rispetto del tetto di spesa, ma addirittura un suo progressivo abbassamento dal 14 per cento (2008) all’11,35 per cento (2014-2016) del finanziamento pubblico al Sistema sanitario nazionale.

Fin qui tutto bene, almeno per il bilancio pubblico.

Quando l’industria del farmaco non paga

I problemi sorgono quando – nel 2012 con il governo Monti – il payback viene esteso alla componente ospedaliera della spesa farmaceutica, fissando un tetto del 3,5 per cento.

Come prevedibile date le dinamiche del mercato, si registra un incremento di spesa (per l’estensione delle indicazioni di farmaci già rimborsati, le nuove strategie di cura in oncologia, la gestione dei long-term survivor) che non viene compensato dal lato dei generici. Per il 2013-2015, si registra uno sforamento di 3,524 miliardi di euro, per il 50 per cento a carico dell’industria. E l’industria non vuole pagare: le prime risoluzioni Aifa (Agenzia italiana del farmaco) sul ripiano dello sforamento del 2013 vengono bocciate a più riprese dal Tar del Lazio che, a partire da marzo 2015, accoglie le istanze di illegittimità dell’industria per la scarsa trasparenza e accuratezza del calcolo dei payback dovuti.

Il punto è che la spesa per il farmaco A venduto all’ospedale X rientra nel tetto dell’ospedaliera se il farmaco è usato in ospedale; rientra nella territoriale se passa dalla distribuzione diretta o “per conto”. Non sorprende che calcolare i payback dovuti da ciascuna impresa si riveli un gran pasticcio. E l’Aifa, invece di impugnare la sentenza sospensiva del Tar, non fa nulla, “congelando” le procedure di ripiano.

La storia potrebbe finire qui se non fosse che alle regioni è stato concesso dalla legge di bilancio per il 2016 di iscrivere a bilancio per il 2015 il 90 per cento del payback da incassare dalle imprese per gli anni 2013 e 2014; se il payback svanisce potrebbero mancare dei soldi nei bilanci regionali. Il governo si attiva con il decreto legge 20 giugno 2016 per far ripartire la procedura di ripiano nella misura del 90 per cento per il 2013-2014 e dell’80 per cento per il 2015, pubblicando sul sito Aifa gli importi dovuti da ciascuna impresa. In attesa dei conti definitivi entro il 15 settembre, le aziende devono corrispondere entro il 26 luglio a ciascuna regione la quota 2013-2015 con la possibilità di chiedere poi una rettifica. Ma proprio il 15 settembre 2016 interviene di nuovo il Tar del Lazio, che accoglie i ricorsi di tutte le imprese che chiedevano la sospensiva del pagamento anticipato appellandosi ancora all’inadeguata documentazione dei conti dell’Aifa. Lo stesso Tar chiede all’Agenzia una relazione sulle modalità di stima e gli importi per il 2013-2015, che viene pubblicata il 24 gennaio, seguita da una nota del 2 febbraio sulle modalità per la stima degli importi 2016. Si programma anche una seduta, l’11 luglio, per esaminare la questione; ma passano i mesi e la seduta non viene convocata.

Nel frattempo, il caos è totale: iniziano, in modo sparuto, transazioni tra le singole imprese e l’Aifa per appurare quanto dovuto e procedere al saldo; alcune imprese pagano tutto, altre qualcosa, altre ancora niente.

Ora, il disegno di legge di bilancio provvede al condono tombale. La norma impone all’Aifa di adottare la risoluzione sul payback 2016 e di concludere le transazioni avviate con le imprese per il 2013-2015 ancora pendenti, ma solo con quelle che versano le somme per il payback 2016. L’importo richiesto per il 201

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Il Punto

Mar, 14/11/2017 - 14:36

Trump ha chiesto ai cinesi di aprire la finanza ai capitali esteri. Pechino ha risposto ribadendo che rivedrà complessivamente le barriere alle partecipazioni e acquisizioni estere nei settori bancario, finanziario e assicurativo. Belle parole a cui dovrebbe far seguito un’agenda chiara e credibile di riforme.
Il terzo trimestre di quest’anno ci regala una crescita dell’Eurozona allo 0,6 per cento e dell’Italia allo 0,5. Peggio dei partner europei ma un po’ meglio delle aspettative. L’economia, dunque, continua a macinare crescita. A meno che la Germania pretenda la fine del Quantitative easing della Bce.
Nel ddl bilancio 2018 vari articoli a favore di amministrazioni e popolazioni colpite dal terremoto del Centro Italia e nuove risorse per il Fondo investimenti che per un quinto viene utilizzato per la prevenzione dei rischi sismici. Oltre a stanziare, c’è poi da spendere bene e velocemente senza alimentare la corruzione.
Decolla a fatica l’alternanza scuola-lavoro, ora obbligatoria nelle superiori. Quando era facoltativa (dal 2005) l’hanno attivata molto più gli istituti professionali e tecnici dei licei. Eppure non ci sono dati per rispondere alla domanda più importante: quali effetti determina sulla condizione occupazionale degli ex-studenti?
Se in Italia ci sono tanti risparmiatori traditi e gabbati è anche perché, se mai li leggono, non capiscono quasi nulla dei documenti informativi finanziari. Linguaggio burocratico e criptico da una parte, ignoranza economica dall’altra. Se n’è accorta anche la Consob.

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Il terremoto nella legge di bilancio

Mar, 14/11/2017 - 11:02

La legge di bilancio 2018 contiene alcuni provvedimenti a favore delle zone del Centro Italia colpite dal terremoto, oltre a nuove risorse per il Fondo investimenti. Ma non basta stanziare le risorse, è importante anche spenderle bene e velocemente.

Fonti per le zone terremotate

È passato poco più di un anno dal grave terremoto che ha colpito il Centro Italia. Dopo i primi interventi di pura emergenza, ci si sta avviando ora verso la più lunga, ma fondamentale, fase della ricostruzione. Anche la legge di bilancio 2018, pertanto, presenta misure appositamente concepite.

Prima di analizzarle, però, è utile fare un riassunto delle puntate precedenti per rispondere alla domanda: quante risorse sono già state stanziate finora? La risposta è visualizzata in figura 1 (dati aggiornati all’8 agosto 2017).

Figura 1

Fonte: “Terremoti. L’Aquila, Reggio-Emilia, Centro Italia: politiche e risorse per ricostruire il Paese – Documento di analisi n. 7”, Senato della Repubblica.

Circa la metà delle risorse è dunque concentrata nel periodo 2016-2019 e d’altro lato una molteplicità di interventi legislativi hanno concorso allo stanziamento complessivo: insomma, una materia complicata. In ogni caso, non si intende qui valutare né l’entità né lo stato effettivo della spesa delle risorse già stanziate.

La legge di bilancio 2018

L’articolo della legge di bilancio che contiene disposizioni specificatamente indirizzate agli eventi sismici del Centro Italia è il 65. Innanzitutto, è previsto il differimento dei pagamenti delle rate in scadenza nel 2018 dei mutui concessi ai comuni colpiti. Il medesimo articolo, inoltre, prevede che i soggetti diversi da imprenditori, lavoratori autonomi o agricoltori possano effettuare i versamenti tributari precedentemente sospesi in 24 rate (invece di 9) a decorrere dal 31 maggio 2018 (prorogando il termine del 16 febbraio 2018).

Ci sono poi altre misure relative ai terremoti avvenuti in Abruzzo nel 2009 (articolo 60), in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto nel 2012 (articoli 61, 62, 63, 64) e a Ischia nel 2017 (articolo 66).

Nella legge di bilancio 2018, poi, vi sono due articoli che contengono misure volte, più o meno direttamente, a favorire la prevenzione del rischio sismico.

In primo luogo, l’articolo 67 inserisce tra le spese detraibili dall’Irpef al 19 per cento i premi per assicurazioni stipulate a decorrere da gennaio 2018 che abbiano per oggetto la protezione delle abitazioni dal rischio di calamità naturali. Le polizze vengono interamente esentate dalle imposte sulle assicurazioni.

In secondo luogo, l’articolo 95 rifinanzia il Fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del paese stanziando 940 milioni di euro per il 2018, 1.940 milioni di euro per il 2019 e 2.500 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2020 al 2033. Si tratta di risorse ingenti, ma vale la pena specificare che, pur essendo destinate anche alla prevenzione del rischio sismico, coprono investimenti in molteplici settori e con differenti finalità. Per farsi un’idea del possibile utilizzo futuro del Fondo può essere utile guardare all’uso che se ne è fatto in passato.

Cosa finanzia il Fondo

Il Fondo per gli investimenti è stato istituito con la legge di bilancio 2017 e vari provvedimenti successivi l’hanno interamente ripartito tra diverse finalità. Da qui la necessità di rifinanziarlo nella legge di bilancio 2018 per poter promuovere nuovi interventi (figura 2).

Figura 2

Dati in milioni di euro.
Fonte: elaborazioni su dati del Servizio studi della Camera dei deputati.

La tipologia di interventi finanziati dai ministeri attraverso il Fondo è stata molto varia (qui il dettaglio). Nella figura 3 sono riportati gli investimenti, suddivisi per tipologia di spesa, nell’arco del triennio 2017-2019, tanto in valore assoluto quanto in termini percentuali rispetto al totale degli investimenti (7.088 milioni di euro).

Figura 3

Dati in milioni di euro.

Dopo quella relativa ai trasporti, la quota di investimenti destinati specificatamente alla prevenzione del rischio sismico è la più rilevante. In figura 4 viene riportato il dettaglio degli investimenti finanziati nel triennio in questa categoria di spesa.

Figura 4

Dati in milioni di euro

Dunque, più della metà dei finanziamenti sono stati destinati a interventi antisismici in ambito scolastico (786 milioni di euro).

Se ipotizziamo per il futuro un modo di agire simile a quello fin qui seguito dal governo, è possibile immaginare che le risorse del Fondo rifinanziato dall’articolo 95 verranno ripartite su un ampio ventaglio di nuovi interventi, tra cui alcuni di prevenzione antisismica.

Tuttavia, ciò c

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Alternanza scuola-lavoro: funziona o no?

Mar, 14/11/2017 - 10:58

L’alternanza scuola-lavoro è in generale una buona idea. Ma quella prevista dalla Buona scuola funziona? Qualche indicazione si potrebbe ricavare dalla valutazione dei risultati della precedente esperienza introdotta nel 2005. Però mancano i dati.

Alternanza nella Buona scuola

La riforma della Buona scuola ha reso obbligatoria l’alternanza scuola-lavoro nelle scuole secondarie superiori: 400 ore nel triennio per gli istituti tecnici e professionali e 200 ore nei licei. L’alternanza è una buona idea, che cerca di superare la separazione tra apprendimento cognitivo sui banchi e applicazione delle conoscenze in ambito lavorativo e di stimolare la formazione di competenze non cognitive e sociali che molta ricerca economica ritiene fondamentali per l’inserimento di successo nel mondo del lavoro.

Ci sono certo molti problemi, legati in parte all’obbligatorietà e in parte alla struttura produttiva del nostro paese, che in alcuni territori ha poche imprese e in altri è dominato da aziende piccole e micro, che in genere hanno difficoltà a ospitare studenti in alternanza.

Alcuni di questi problemi sono stati evidenziati dalla stampa, ad esempio in un recente articolo di Claudia Voltattorni sul Corriere della Sera. Ne ha scritto diffusamente l’Ocse nel suo recente rapporto “OECD Skills Strategy. Diagnostic Report. Italy 2012”.

L’esperienza precedente

In realtà, l’alternanza scuola-lavoro in Italia non è una novità, ma è stata introdotta già nel 2005 dal ministro Letizia Moratti e poi modificata nel 2010.

Allora prevedeva due modalità: a) percorsi di alternanza scuola-lavoro regolamentati dal decreto legislativo 77/2005 e dai decreti del Presidente della Repubblica n. 87, 88, 89/2010, da realizzare negli istituti tecnici, nei licei, e negli istituti professionali; b) percorsi di alternanza scuola-lavoro per le classi IV e V degli istituti professionali (Dpr 87/2010), ovvero 132 ore obbligatorie di attività di alternanza che sostituivano la cosiddetta ex “terza area” o “area di professionalizzazione”.

È chiaro che l’esperienza precedente alla Buona scuola, in cui spesso i percorsi di alternanza erano a richiesta degli studenti o delle famiglie, e quella post-riforma, caratterizzata dall’obbligatorietà, non sono direttamente confrontabili. Ma è altrettanto chiaro che quell’esperienza, se opportunamente valutata, può fornire indicazioni molto utili sia sul disegno dell’attuale alternanza, sia su quali sue forme funzionino nel migliorare la difficile transizione tra scuola e lavoro.

A partire dall’anno scolastico 2006/07, il monitoraggio delle esperienze di alternanza è stato effettuato da Indire, su incarico del ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca. Dal portale Indire è possibile scaricare i rapporti di monitoraggio, che coprono l’intero periodo fino all’anno scolastico 2012/13. Dall’ultimo si evince che nel 2012/13 il 45,6 per cento delle scuole secondarie di secondo grado ha utilizzato l’alternanza come metodologia didattica per sviluppare le competenze previste dall’ordinamento degli studi. Dei 3.177 istituti che hanno sperimentato l’alternanza, il 44,4 per cento sono professionali, il 34,2 per cento tecnici, il 20 per cento licei, l’1,5 per cento altri istituti.

La vera domanda è se l’esperienza dell’alternanza abbia avuto effetti sulla condizione occupazionale degli ex-studenti. A tal fine, a partire dall’anno scolastico 2011/12, l’Indire conduce una rilevazione nazionale sugli sbocchi occupazionali degli ex studenti delle classi quinte degli istituti tecnici, degli istituti professionali e dei licei, che negli anni scolastici 2009/10, 2010/11 e 2011/12 hanno partecipato a un percorso di alternanza scuola lavoro.

Per rispondere alla domanda, tuttavia, serve comparare studenti che hanno fatto l’alternanza con studenti simili che non l’hanno fatta. Sorprendentemente, Indire si limita a considerare i primi, precludendo pertanto una valutazione seria dell’esperienza precedente alla riforma. La valutazione sarebbe utile per affinare il disegno dell’esperienza post-riforma. Un’occasione persa e una ulteriore conferma che nel nostro paese la cultura della valutazione delle politiche pubbliche fa fatica a farsi strada.

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Ma chi ci capisce qualcosa dell’informazione finanziaria?*

Mar, 14/11/2017 - 10:56

Conoscenze limitate e distorsioni cognitive incidono sulla comprensione dell’informativa sui prodotti finanziari. Va dunque ripensato il concetto di chiarezza dei documenti informativi. Così come va valorizzato il supporto del consulente.

Rischi incompresi

Il terzo Rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane della Consob dedica un approfondimento all’attitudine degli investitori a fruire dell’informativa finanziaria di prodotto.

La rilevazione mette in luce come siano scarsamente comprese talune dimensioni del rischio ricorrenti nei documenti informativi: la percentuale di risposte corrette alle domande su rischio di mercato, credito e liquidità oscilla infatti tra il 10 e il 18 per cento ed è di gran lunga inferiore al dato registrato per altri concetti definiti “di base” (figura 2.1 del Report). E le conoscenze percepite spesso sopravvalutano quelle reali (cosiddetto upward mismatch; figura 1).

Figura 1 – Disallineamento tra conoscenze reali e conoscenze percepite

Fonte: Consob, 2017

La difficoltà nella lettura dell’informativa finanziaria si lega alla scarsa dimestichezza con le caratteristiche dei prodotti più diffusi: il 20 per cento dei decisori finanziari (il 15 per cento degli investitori) afferma di non conoscerne nessuno e il restante 80 per cento dichiara di conoscere prevalentemente depositi bancari, titoli di stato e obbligazioni (Sezione 2 del Report).

Quanto alla capacità degli intervistati di valutare la rischiosità di prodotti che vorrebbero inserire nel loro portafoglio, i dati mostrano che oltre un terzo non è in grado di ordinare per livello di rischio azioni e obbligazioni. Il 59 per cento degli intervistati che affermano di preferire una composizione di portafoglio a prevalenza azionaria ritiene che le azioni siano meno rischiose delle obbligazioni, mentre il 40 per cento di coloro che scelgono un portafoglio bilanciato non sa indicare il livello di rischio degli strumenti indicati (figura 2). Non si possono quindi ritenere attendibili le misurazioni della propensione al rischio basate sulle preferenze espresse dagli intervistati, se non sono accompagnate da una contestuale verifica delle loro conoscenze.

 Figura 2 – Preferenze verso il rischio e consapevolezza del rischio

Fonte: Consob, 2017

Un ulteriore elemento di complicazione si collega alle instabilità delle preferenze verso il rischio, che variano in base alle modalità di presentazione dell’informazione (cosiddetto framing effect, Daniel Kahneman e Amos Tversky ; per il caso italiano si veda Monica Gentile, Nadia Linciano, Caterina Lucarelli e Paola Soccorso), nonché in funzione dello scorrere del tempo e della fase di mercato.

In particolare, nel campione Consob, poco più del 30 per cento degli intervistati si dichiarano avversi ovvero propensi al rischio a seconda che il frame delle opzioni di scelta si riferisca, rispettivamente, al dominio dei guadagni o delle perdite. In un terzo dei casi, inoltre, le preferenze variano rispetto all’orizzonte temporale considerato, suggerendo una tendenza alla procrastinazione che può influenzare la qualità delle scelte finanziarie (Sezione 2 del Report).

La comprensione corretta dell’informazione finanziaria sembra, dunque, dover superare un percorso a ostacoli. Ma in quanti leggono l’informativa di prodotto? Più del 40 per cento degli investitori, secondo il Rapporto Consob, prevalentemente in autonomia (25 per cento) o con il supporto di familiari e amici (10 per cento) e, solo in via residuale, con l’aiuto del consulente (8 per cento; figura 3). Tra i restanti intervistati, il 28 per cento non consulta i documenti informativi perché si affida a un professionista oppure perché teme di non essere in grado di utilizzarne il contenuto, mentre il 29 per cento non risponde. La propensione a consultare l’informativa è meno pronunciata tra chi ha minori conoscenze finanziarie e coloro che paiono esposti all’effetto framing.

Cosa accade se non si riesce a comprendere le caratteristiche dei prodotti pur avendo consultato i relativi documenti informativi? Il 50 per cento degli individui non investe: la percentuale sale tra coloro che possiedono un livello più elevato di conoscenze finanziarie e tra coloro che non sono inclini all’effetto framing. Il 27 per cento dei decisori finanziari, invece, investirebbe in ogni caso, incentivati dalla fiducia nel consulente e dalla buona reputazione dell’intermediario, mentre un quarto degli intervistati non si esprime (figura 4).

 Figura 3 – Attitudine verso l’informativa finanziaria

Fonte: Consob, 2017

Figura 4 – Informativa finanziaria e deci

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Dietro le aperture cinesi, l’ombra della fuga di capitali

Mar, 14/11/2017 - 10:48

La visita di Trump ha permesso alle autorità cinesi di ri-annunciare l’apertura del settore finanziario ai capitali esteri. Una mossa per arginare la sfiducia delle banche straniere nelle riforme finanziarie. Anche perché a Pechino serve una moneta forte.

Aperture sempre annunciate

All’indomani della visita di Donald Trump in Cina, secondo le principali testate internazionali, uno dei risultati del vertice è l’annuncio dell’apertura del settore finanziario cinese ai capitali esteri, molto più di quanto non lo sia stato sinora.

La finanza resta a tutt’oggi uno degli ambiti più protetti e chiusi in Cina, sebbene nel protocollo di accesso al Wto nel 2001, il paese si sia impegnato a una progressiva liberalizzazione e apertura, senza restrizioni geografiche, già a partire dal dicembre del 2006. Apertura di cui ancora oggi non vi è alcun segno. È vero che dal 2004, quattro delle cinque maggiori banche cinesi, tutte di proprietà pubblica, hanno accolto partecipazioni minoritarie – Hsbc nella Bank of Communication, Bank of America nella China Construction Bank, un consorzio guidato da Royal Bank of Scotland in Bank of China e Goldman Sachs a capo di una cordata che ha investito nella Industrial and Commercial Bank of China. Ciò però non ha portato a miglioramenti dell’inefficienza nell’intermediazione della enorme mole di risparmio disponibile nel paese, perché nulla è cambiato nel grado di innovazione finanziaria e nelle regole di corporate governance, ragion per cui finora le partecipazioni estere non hanno instillato nessun meccanismo di concorrenza.

Ma in che cosa consiste l’annunciata apertura? Nelle banche e nelle società di intermediazione finanziaria verrà abolito il limite attuale del 20 per cento alla proprietà privata di ogni singola istituzione, con un massimo complessivo del 25 per cento per quelli esteri. Gli investitori stranieri fronteggeranno gli stessi limiti dei cinesi, cioè una quota massima del 30 per cento nelle banche private. Nelle società di gestione titoli e in quelle di assicurazione, il limite salirà al 51 per cento (rispettivamente dal 49 e dal 50 attuali) e dopo tre anni dalla modifica non ci sarà alcun limite.

Benché la stampa anglosassone si sia precipitata ad attribuire l’annuncio alle pressioni americane su Pechino, a ben vedere è stato semplicemente ribadito quanto già annunciato, cioè che il governo rivedrà (non si sa quando e come) le barriere alle partecipazioni e acquisizioni estere nel settore bancario, finanziario e assicurativo, confermando quanto indicato nello scorso dicembre dalla National Development Reform Commission, l’organo preposto alla programmazione economica di medio-lungo periodo e con l’importante compito di definire le strategie di investimento cinese all’estero ed estero in Cina. Questo spiega perché gli analisti non si siano scomposti nel sentire nuovamente annunci di riforme. Quando meglio di un vertice con la prima economia del mondo, assetata di risultati da portare a casa, per ripetere l’annuncio?

Evitare la fuga di capitali

Si tratta quindi della tipica mossa opportunistica delle autorità cinesi, in un momento in cui le grandi banche internazionali, deluse dagli scarsi progressi sul fronte di un’apertura significativa del settore finanziario, bancario e assicurativo cinese alle imprese estere, hanno già iniziato a ridurre le loro partecipazioni cinesi, prima tra tutte Goldman Sachs. L’unica banca estera con una partecipazione significativa resta Hsbc con il 19 per cento di Bank of Communication. D’altra parte, c’è anche chi ha aumentato la partecipazione, come Morgan Stanley all’inizio di quest’anno, passata dal 33 al 49 per cento, il massimo consentito, nella sua joint-venture cinese Morgan Stanley Huaxin Securities, nella speranza che le riforme inizino presto.

Nel momento in cui la seconda economia del mondo si candida per diventare un polo finanziario regionale con ambizioni globali, la sfiducia delle banche estere nelle riforme finanziarie in Cina non è un bel segnale. Soprattutto però è all’origine del forte deflusso di capitali che ha contribuito al deprezzamento dello yuan, quest’anno a un minimo storico rispetto al dollaro. Una maggior apertura alle acquisizioni e partecipazioni estere è indispensabile per ribilanciare lo squilibrio tra i flussi in entrata e quelli in uscita. I primi non sono particolarmente vivaci in questo periodo. Tra gennaio e ottobre 2017 sono aumentati dell’1,9 per cento anno su anno, raggiungendo un valore di 102 miliardi di dollari, mentre i secondi hanno visto nel 2017 una battuta d’arresto, una riduzione del 44,3 per cento anno su anno,

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Il ritorno della crescita europea

Mar, 14/11/2017 - 09:00

Accelera al 2,5 per cento la crescita dell’Eurozona mentre quella italiana si avvicina al 2 per cento su base annua. L’economia tira dritto. A meno che da Berlino arrivino diktat sulla fine della politica di Quantitave easing della Banca centrale europa.

Un bel terzo trimestre nonostante tutto

Nel terzo trimestre 2017, la crescita dell’euro zona accelera al 2,5 per cento su base annua, più o meno confermando il suo ritmo di crescita trimestrale (+0,6 per cento dopo il +0,7 per cento del secondo trimestre).

Anche in Italia la crescita si consolida ulteriormente con una crescita trimestrale del +0,5 per cento che porta la crescita all’1,8 per cento su base annua. Sono numeri che convalidano l’attesa di crescita all’1,5 per cento del governo e dei principali istituti di previsione per l’anno in corso e che promettono di far partire il 2018 con il piede giusto.

Di fronte a dati tanto soddisfacenti vale la pena di fare un passo indietro. Con la crisi dell’euro dell’estate 2011, l’Europa era diventata per qualche anno un problema tra le grandi aree del mondo per l’assenza di crescita e per i rischi di instabilità. A distanza di sei anni da quell’estate terribile la politica continua a proporre nuove nubi sull’economia. In ordine di tempo, dal giugno 2016: la Brexit, il pericolo scampato della vittoria della signora Le Pen in Francia, l’affermazione dei partiti euroscettici in Germania e in Austria, la crisi catalana. E chissà cosa succederà alle elezioni italiane di primavera. Una lista di eventi che minacciano di far deragliare il treno dell’Europa.

Nel frattempo però l’economia europea tira dritto e va avanti, con una crescita che è arrivata al diciottesimo trimestre consecutivo e una disoccupazione che scende finalmente al di sotto del 9 per cento della forza lavoro. Non sarebbe crescita se non ci fosse anche una ripresa dei consumi, condensata nell’aumento rispettivo del 6 e dell’8 per cento delle vendite al dettaglio in valore e in volume rispetto al primo semestre 2013.  In parallelo, il recupero dei consumi si è in parte tradotto in un ritorno della produzione industriale che mostra un guadagno superiore al 5 per cento rispetto ai minimi di inizio 2013. Il recupero della produzione industriale risente in positivo dei significativi processi di re-shoring della produzione oggi in corso, ma tale processo ha riguardato solo alcuni macro settori (soprattutto quelli che producono beni non durevoli e l’automobilistico) mentre la produzione dei prodotti energetici e dei beni di consumo durevoli diversi dall’automotive langue lontana da livelli pre-crisi che probabilmente non torneranno mai. Nessuna ripresa per quanto persistente può infatti cancellare i duraturi effetti delle delocalizzazioni produttive verso i paesi emergenti asiatici (caratterizzati da bassi costi di produzione e favorevoli trend demografici) degli ultimi 20 anni. In ogni caso, la fiducia degli operatori economici va su di pari passo con l’economia, anche nei paesi più duramente colpiti dalla crisi degli ultimi anni come Italia, Portogallo e Grecia.

Da Berlino non arrivino diktat sulla fine del Qe

Al di là degli eventi politici, c’è una sola vera cosa che potrebbe andare storto nell’Europa di oggi: una fine mal congegnata del Qe, il programma di acquisti della Bce. Dietro l’angolo sono seri i rischi di un apprezzamento dell’euro e di un aumento del costo del denaro e dell’indebitamento pubblico successivi a una prematura conclusione delle politiche della Bce che più di ogni altro fattore hanno aiutato il ritorno alla crescita dell’Europa. Speriamo che la politica (soprattutto quella tedesca) ne ponderi le possibili conseguenze con attenzione.

È però altrettanto chiaro che molto rimane da fare per rafforzare ulteriormente i progressi conseguiti finora. Grazie alla ripresa, il Pil dell’euro zona ha recuperato già a metà 2015 i livelli raggiunti a fine 2008. Ma la disoccupazione al 9 per cento rimane superiore di un punto e mezzo rispetto ai livelli pre-crisi, specialmente per i più giovani.

Ma è dalla politica che arrivano le minacce principali alla prosecuzione della ripresa europea. A pesare – più ancora delle scadenze elettorali (ora in Germania, nei primi mesi del 2018 in Italia) – è il rischio di una prematura o disordinata conclusione delle politiche di acquisto di titoli da parte della Bce. Se ciò avvenisse, l’Europa si priverebbe delle uniche politiche che in questi anni hanno ridato fiducia e mostrato come l’unione  monetaria non sia solo una gabbia di tetti fiscali da non superare. A spingere per una rapida conclusione sono le pulsioni poco motivate – se non del tutto miopi &#82

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Il Punto

Ven, 10/11/2017 - 11:27

Nello sconcertante rimpallo di responsabilità tra Bankitalia e Consob su chi non ha vigilato sulle banche, in mezzo rimangono i risparmiatori con il cerino acceso in mano. Al netto di tutto c’è la tutela del risparmio da ridisegnare.
Mentre le previsioni della Commissione europea vedono la crescita italiana al traino di quella Ue per i prossimi due anni, nella finanziaria gli incentivi per le imprese che rientrano nel programma Industria 4.0 sono rafforzati. Ci sarebbe da azzerare il sostegno agli investimenti ordinari e concentrare tutto su quelli innovativi. Compresi quelli in formazione all’uso delle nuove tecnologie.
Anche quest’anno la riduzione di tasse inclusa nella manovra di bilancio consiste soprattutto nel disattivare parzialmente gli aumenti automatici delle imposte indirette previsti come salvaguardie contro i rischi di sforamento dei conti. Al prossimo Parlamento l’onere di interventi più strutturali sul fisco, specie sull’Iva. Sempre in tema di bilancio 2018, c’è da capire come gli statali beneficeranno dell’aumento di 85 euro al mese previsto nella legge. I conti vanno fatti con il nuovo regime del bonus da 80 euro per i dipendenti con salari fino a 26.600 euro annui. Ne viene fuori un quadro pieno di storture che sarebbe bene ridisegnare.
Ospitiamo un intervento di Claudio De Vincenti, ministro della Coesione territoriale che spiega come nel Mezzogiorno, sia ora lo stato a riprendersi dalle regioni le politiche per sviluppare nuove imprese e rafforzare quelle esistenti. Strumenti? Patti territoriali, masterplan, zone economiche speciali. Certo che al Sud, come indica l’ultimo Rapporto Svimez, a fianco di segnali positivi su occupazione e capacità di alcune imprese di agganciare la ripresa, mancano ancora un terzo del Pil locale e 200 mila occupati.
I paradise papers confermano che nei paradisi fiscali vanno ricchi e famosi per evadere il fisco, potenti che vogliono anzitutto occultare il patrimonio, imprese che li usano per operazioni inconfessabili. Sullo sfondo si sprecano ipocrite dichiarazioni pubbliche per la trasparenza. L’Ocse dovrebbe passare a maniere più spicce.

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Tra Banca d’Italia e Consob perde la trasparenza

Ven, 10/11/2017 - 11:26

Trasparenza sempre in secondo piano, prima vengono riservatezza e rispetto formalistico delle regole: è il quadro che emerge dalle audizioni della Commissione sul sistema bancario. Sarebbe ora di passare a una protezione sostanziale del risparmiatore.

Quadro desolante

La conclusione del presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle banche, Pier Ferdinando Casini, al termine della seduta del 9 novembre, è stupefacente: “possono considerarsi superate le contraddizioni emerse dalle precedenti due audizioni”. Come dire: abbiamo chiarito, nessun problema. È vero esattamente il contrario. I problemi ci sono eccome. Il quadro emerso dalle audizioni è desolante. È composto di autorità che non si parlano, che si trincerano dietro ai cavilli procedurali per difendere il proprio operato e scaricare sull’altra autorità la responsabilità di quanto accaduto. E chi ci va di mezzo è il risparmiatore.

Falle nel sistema dei controlli

Ma proprio per questo la Commissione potrebbe rivelarsi utile, se servirà da stimolo per superare le attuali falle del sistema dei controlli.

Queste falle non riguardano tutto il sistema: non bisogna fare di tutta un’erba un fascio e pensare che sia tutto da rifare. Nessuno nega, ad esempio, che la Banca d’Italia abbia fatto le dovute ispezioni e abbia rilevato i problemi di cattiva gestione delle due banche venete, come di altre. Il problema è che la tutela della stabilità ha sempre prevalso sulla tutela della trasparenza. Il mantra della riservatezza ha impedito all’informazione di circolare. Importanti informazioni sono state tenute nascoste agli investitori, e non sono passate da un’autorità all’altra. E di questo sono responsabili entrambe le autorità, nonché il sistema di regole formalistico che dovrebbe proteggere i risparmiatori, ma non lo fa.

La Banca d’Italia ha inviato alla Consob una lettera in cui la metteva in guardia sul valore troppo alto delle azioni di Veneto Banca in vendita alla clientela, ma solo molto tempo dopo ha inviato il verbale della ispezione. E sulla Popolare di Vicenza? Silenzio. Eppure le azioni della Popolare Vicenza sono crollate da oltre 60 euro a 10 centesimi. D’altra parte, la Consob si è limitata a usare l’informazione che le è stata trasmessa per inserire qualche riga nel prospetto informativo. Ma tutti sanno che i prospetti informativi non li legge nessuno: sono lunghi decine (o centinaia) di pagine e molto tecnici. Servono solo a tutelare gli emittenti da possibili azioni legali, non certo a dare informazioni chiare ai risparmiatori.

La Banca d’Italia si trincera dietro il segreto d’ufficio, che protegge i risultati delle sue ispezioni. Ma ci dovrebbe spiegare come mai i problemi delle banche venete siano venuti alla luce solo quando la Banca centrale europea ha assunto la vigilanza diretta su quegli istituti: improvvisamente il segreto d’ufficio non è stato più un problema?

La Consob dice che avrà il potere di proibire la vendita di prodotti finanziari complessi solo dal 2018, con l’entrata in vigore della Midif 2. Ma ci dovrebbe spiegare come mai, nella sua Comunicazione del 2014, in cui sconsigliava la vendita di prodotti complessi ai risparmiatori al dettaglio, non ha incluso tra di essi le obbligazioni subordinate, che tanti danni hanno prodotto.

Ci troviamo in un sistema dove la trasparenza è sempre messa in secondo piano. Prima vengono la riservatezza e il rispetto formalistico delle regole. Sarebbe ora di superare questo approccio, passando a uno che punti di più alla protezione sostanziale del risparmiatore. Questa richiederebbe un maggiore spirito di collaborazione tra le diverse autorità, una trasmissione tempestiva e chiara ai risparmiatori delle informazioni rilevanti, nonché severe limitazioni ai prodotti finanziari da collocare al dettaglio. O è chiedere troppo?

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Bruxelles vede il futuro in rosa

Ven, 10/11/2017 - 11:12

La Commissione europea ha pubblicato, come fa periodicamente, le sue previsioni economiche sui paesi dell’Unione Europea.

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Le stime di autunno di quest’anno sottolineano il miglioramento delle prospettive economiche dell’area dell’euro. Nonostante la sequenza di eventi politici inattesi e potenzialmente destabilizzanti, la previsione di crescita del Pil dell’Eurozona per il 2017 si attesta intorno al 2,2 per cento, più alta di quella ipotizzata in primavera (1,7 per cento). Inoltre, la Commissione europea si aspetta una crescita in leggero rallentamento, sia nell’Eurozona che nella Ue, pari al 2,1 per cento nel 2018 e all’1,9 per cento nel 2019. La disoccupazione è attesa diminuire, attestandosi al suo livello più basso dal 2009, scendendo al 9,1 per cento nell’Eurozona. Tale trend sembrerebbe continuare nei prossimi anni, con una discesa all’8,5 per cento nel 2018 e al 7,9 per cento nel 2019.

Anche l’Italia può vantare prospettive più rosee rispetto a quanto previsto in primavera dalla stessa Commissione, per quanto la sua crescita rimanga più timida rispetto a quella degli altri paesi europei. Il Pil cresce dell’1,5 per cento nel 2017, con una crescita data in rallentamento più marcato che nel resto dell’Europa negli anni seguenti: +1,3 per cento nel 2018 e +1 per cento nel 2019. Sono previsioni meno ottimistiche rispetto a quelle del governo italiano che ha stimato – includendo gli effetti moderatamente espansivi della manovra di bilancio all’esame del Parlamento –  una crescita dell’1,5 anche per il 2018 e il 2019. Anche per quanto riguarda il debito pubblico e il deficit, le stime di Bruxelles si discostano parzialmente da quelle di Palazzo Chigi che prevede il debito pubblico sotto quota 130 per cento del Pil già a partire dal 2018 e il rapporto deficit/Pil in costante discesa nel corso del triennio.

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Industria 4.0: incentivi sì, ma solo all’innovazione

Ven, 10/11/2017 - 10:29

La legge di bilancio conferma gli incentivi per investimenti in attività innovative, ma anche quelli sui macchinari tradizionali. Positivi invece il potenziamento degli istituti tecnici superiori e il credito d’imposta per le spese in formazione 4.0.

Sostegno alle imprese

Le imprese italiane si caratterizzano per un grado di innovazione più basso di quello degli altri paesi sviluppati. Negli ultimi anni, la politica di sostegno alle imprese del ministero dello Sviluppo economico si è perciò orientata verso la promozione dell’attività innovativa, introducendo, tra le altre cose, l’iperammortamento, il credito d’imposta per le spese in ricerca e sviluppo, il patent box.

La logica dietro a questi incentivi è che l’innovazione è caratterizzata da fallimenti di mercato: ricadute positive (l’innovatore non tiene conto del beneficio che arreca ad altri potenziali utilizzatori) e finanziare (finanziare la spesa innovativa è più complicato rispetto al capitale tradizionale) che possono implicare un livello subottimale di investimento in innovazione. Questi problemi sono particolarmente rilevanti per un sistema produttivo fortemente sbilanciato verso la piccola e media dimensione come quello italiano.

Se quindi la politica che favorisce l’attività innovativa può contribuire alla modernizzazione del nostro sistema produttivo, il problema è che accanto a questi interventi si sono mantenute forme di incentivazione per gli investimenti in macchinari tradizionali. Per questi ultimi non si capisce quale sia il fallimento di mercato che l’incentivo corregge. Gli imprenditori italiani sono perfettamente in grado di valutare l’opportunità di investire in macchinari e le banche l’opportunità di finanziare l’investimento. Nella fase più acuta della stretta creditizia il fondo di garanzia ha contribuito ad allentarla. Ma con il normalizzarsi della situazione, il credito bancario sta tornando verso i livelli pre-crisi. Allentamento della stretta creditizia e ripresa internazionale hanno subito attivato gli investimenti: secondo il rapporto Cerved sulle Pmi diffuso il 9 novembre, il tasso di investimento è in crescita in tutte le classi dimensionali, e in particolare fra le Pmi (figura 1). Non c’è quindi motivo per sostenere gli investimenti tradizionali con le (scarse) risorse pubbliche a disposizione.

Figura 1

Fonte: Rapporto Cerved Pmi 2017

La “nuova Sabatini”, riconfermata per il 2018, prevede un sostegno in conto interessi sui prestiti bancari finalizzati al finanziamento degli investimenti in impianti delle Pmi. La componente “innovativa” è che il sostegno è del 2,75 per cento per gli investimenti ordinari e del  3,575 per quelli di Industria 4.0. Troppo poco per meritarsi l’aggettivo “nuova”: ha più di cinquant’anni e li dimostra tutti.

Discorso identico per super e iperammortamento, che permettono di maggiorare la spesa per ammortamenti, generando risparmi fiscali futuri. Il superammortamento  prevede una maggiorazione del 30% per tutti i beni strumentali (ad eccezione dei mezzi di trasporto), l’iper del 150% per gli investimenti “Industria 4.0”. Il provvedimento favorisce quindi di più gli investimenti tecnologici.  Ma, data la base imponibile maggiore dei beni strumentali tradizionali, il “tiraggio” previsto in termini di risorse pubbliche è simile.

Per entrambi i provvedimenti, ci vorrebbe più coraggio: eliminare il sostegno agli investimenti ordinari e  concentrare le  risorse disponibili su quelli innovativi.

Formazione

Rispetto al 2017, la finanziaria del 2018 prevede risorse per la formazione, sotto forma di un credito d’imposta per le spese di formazione 4.0 sostenute dalle imprese e di un potenziamento degli istituti tecnici superiori.

Sono entrambi provvedimenti condivisibili. Gli interventi di Industria 4.0 della scorsa finanziaria incentivano gli investimenti in capitale digitale e automatizzato, quanto più possibile legati alla robotizzazione della struttura industriale. Diversi osservatori suggeriscono che questo tipo di investimenti – ancorché desiderabile per un paese ad alta intensità industriale come l’Italia – potrebbero paradossalmente facilitare, nel medio periodo, la sostituzione di lavoro con capitale/robot. Questo rischio si riduce – e si può tramutare in una opportunità – se gli investimenti sono accompagnati da interventi mirati di formazione che aiutino i lavoratori a sviluppare competenze nell’ottica di Industria 4.0.

Le imprese italiane investono poco in formazione: secondo dati Eurostat, fra il 2013 3 il 2014 solo il 5 per cento ha tenuto corsi

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