You are here

Lavoce.info

Subscribe to Lavoce.info feed Lavoce.info
Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 28 min 5 sec fa

Il Punto

5 ore 43 min fa

L’esclusione di Trump da alcuni social network ha riportato alla luce il tema della libertà di espressione sulle piattaforme digitali: è il momento di trovare un linguaggio comune e delle procedure univoche. I tumulti di Washington hanno anche acceso i fari sul fragile rapporto tra disuguaglianze e democrazia. Riconoscere le cause del malcontento può evitare rischi maggiori per le nostre istituzioni.
Chiarezza, velocità e competizione: su queste basi vanno definite le politiche di promozione e sostegno all’innovazione delle imprese. Solo così si possono garantire crescita e sviluppo del paese. I tagli alla spesa scolastica incidono pesantemente sulle abilità cognitive degli studenti, accentuando divari già gravi. Serve investire in scuole digitalizzate, moderne e ben equipaggiate. Tra le diverse ripercussioni della pandemia e delle misure di lockdown, non vanno sottovalutate quelle sulla salute mentale della popolazione. Una ricerca mostra i primi risultati per l’Italia.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.

The post Il Punto appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Con i tagli alla spesa per la scuola cala l’apprendimento

6 ore 24 min fa

Ridurre la spesa scolastica ha chiari effetti negativi sulle abilità cognitive degli studenti, accentuando divari già gravi. Investire in scuole digitalizzate, moderne e ben equipaggiate potrebbe invece migliorare l’insegnamento e l’apprendimento.

La pandemia accentua i problemi delle scuole

Il 2020 ha portato con sé nuove e vecchie consapevolezze. Tra le nuove, la fragilità del mondo globale di fronte alle pandemie. Tra le vecchie, i problemi strutturali che il nostro paese si porta dietro da vari decenni.

In particolare, la pandemia ha corroborato le ragioni di chi continuava a sostenere che da decenni si è investito poco, troppo poco, nella scuola (si veda, ad esempio, l’articolo di Daniele Checchi). Il dibattito politico ha messo in luce le tante criticità che scuole e insegnanti sono costretti a sostenere quotidianamente. Basta seguire un qualunque telegiornale o talk show per imbattersi in testimonianze di docenti che denunciano l’assenza di dispositivi multimediali necessari per la didattica a distanza, di classi non adatte e sufficientemente spaziose per il numero di studenti previsto, di edifici scolastici che appaiono logori e inadeguati.

Anche di fronte alle proposte (sensate) di tenere aperte più a lungo le scuole durante la pausa estiva per recuperare parte dell’insegnamento perso (si veda l’articolo di Fabrizio Zilibotti di aprile 2020), non si è potuto che constatare che molti edifici scolastici non sarebbero stati idonei, perché privi di un sistema di aria condizionata.

Gli effetti dei tagli

Ma quali sono i benefici di maggiori investimenti nel capitale fisico della scuola, dagli edifici fino agli strumenti per la didattica a disposizione dei docenti? Scuole digitalizzate, edifici più moderni e dotati di migliori infrastrutture possono contribuire a un migliore apprendimento da parte dello studente? Qual è il prezzo che gli studenti sono costretti a pagare a causa di strumenti didattici e edifici scolastici non adeguati?

In un recente studio, abbiamo cercato di rispondere a queste domande. Focalizzandoci sugli effetti dei tagli alla spesa scolastica attuati negli ultimi due decenni, forniamo una chiara evidenza causale che ridurre la spesa scolastica deprime le abilità cognitive degli studenti. In particolare, il nostro studio mostra come l’effetto di una minore spesa scolastica colpisca soprattutto gli studenti provenienti da famiglie meno abbienti, mettendo in luce come la scuola fallisca nell’obiettivo di offrire un riscatto sociale. Effetti significativamente più forti emergono anche nelle scuole del Mezzogiorno, sottolineando un ulteriore problema: la scuola non riesce a limitare le disuguaglianze territoriali nelle abilità degli studenti.

Le nostre conclusioni sono il frutto di un lavoro in cui vengono analizzati i risultati nei test Invalsi degli studenti della scuola primaria. Per misurare in maniera causale l’effetto, ci siamo concentrati sui tagli alla spesa scolastica finanziata dai comuni soggetti al Patto di stabilità.

Le regole di finanza pubblica stabilite dal Patto di stabilità hanno indotto i comuni a ridurre significativamente la spesa scolastica. Nello specifico, le nostre stime mostrano che questi comuni spendono in media circa 102 euro per studente in meno rispetto a comuni simili ma non soggetti al Patto. La differenza nella spesa scolastica si traduce in un divario nei test standardizzati di circa il 12 per cento.

Inoltre, in questi comuni vi è una probabilità di circa un quarto maggiore di non possedere dispositivi multimediali di base, come computer o lavagne multimediali. In maniera speculare, osserviamo differenze significative nella qualità degli edifici scolastici e in misure di innovazione tecnologica. I comuni soggetti a restrizioni fiscali hanno una probabilità di circa il 4 per cento inferiore di possedere riscaldamento automatizzato, classi insonorizzate e strutture di sostegno per studenti disabili.

I risultati evidenziano come disparità nel capitale fisico e nell’equipaggiamento didattico della scuola possano contribuire a creare – e talvolta amplificare – il divario educativo tra gli studenti.

Alla luce del fatto che gli studenti italiani mostrano grandi divari di apprendimento nei test internazionali rispetto alla media Ocse, il nostro risultato assume grande rilevanza. Oltre all’effetto “diretto” sulle abilità cognitive degli studenti, potenziare l’investimento nelle strutture scolastiche potrebbe portare benefici sul coinvolgimento e la motivazione degli insegnanti, ridurre l’assenteismo scolastico e dunque rendere più fruibile e qualitativo sia l’insegnamento che l’apprendimento.

Individuare quali elementi contribuiscano al

The post Con i tagli alla spesa per la scuola cala l’apprendimento appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Le diseguaglianze che mettono a rischio la democrazia

6 ore 32 min fa

I tumulti di Washington hanno acceso i fari sul funzionamento delle istituzioni quando i livelli di diseguaglianza sono elevati. Per evitare che il fenomeno possa mettere a rischio la democrazia bisogna riconoscere le cause del malcontento.

Il tweet della discordia

Un tweet di Fabrizio Barca a commento dei tumulti di Washington del 6 gennaio ha generato un notevole fermento nel nostro paese. Secondo Barca le diseguaglianze sociali spiegherebbero, almeno in parte, la rabbia esplosa in quei giorni, e più in generale l’emergere del trumpismo negli Stati Uniti. I golpisti di Washington rappresenterebbero dunque la punta di un iceberg e non un fenomeno isolato e ascrivibile agli eccessi del momento e alla mancanza di responsabilità del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America.

Una lettura attenta della letteratura economica e politica in materia ci suggerisce che Barca ha probabilmente ragione in linea generale, ma anche che la questione è parecchio più complessa: per cogliere il nesso tra diseguaglianza e malcontento occorre andare oltre gli indicatori tradizionali e aggregati, come ad esempio l’indice di Gini, e capire quali diseguaglianze contino e perché. Questo potrebbe fungere anche da bussola per facilitare l’individuazione di politiche economiche efficaci.

Un’occhiata alla letteratura

Nel discutere le virtù e la fragilità delle istituzioni democratiche, quasi due secoli fa Alexis de Tocqueville ci aveva già messo in guardia sulla loro (dis)funzionalità in società caratterizzate da elevate diseguaglianze. Secondo Toqueville, in società disuguali le istituzioni democratiche rischiano di generare un’eccessiva pressione redistributiva, una sorta di “tirannia della maggioranza”, che metterebbe a serio rischio la protezione dei diritti di proprietà. Sulla stessa lunghezza d’onda, la letteratura moderna in materia di politiche fiscali endogene (qui e qui) suggerisce che, in presenza di diseguaglianze elevate, i sistemi democratici possano scegliere livelli di tassazione non ottimali e distorcere dunque gli incentivi all’imprenditorialità individuale.

C’è poi un ulteriore canale, speculare e contrario, evidenziato di recente da Thomas Piketty. L’autore del Capitale nel XXI secolo sottolinea come la diseguaglianza possa influire negativamente sul funzionamento della democrazia anche per i comportamenti esercitati da chi si trova nella coda destra della distribuzione. Livelli estremamente elevati di diseguaglianza, infatti, aumenterebbero il rischio di “cattura” delle istituzioni da parte dei più ricchi, minacciando uno dei pilastri delle moderne democrazie liberali: il principio di rappresentanza politica.

Tuttavia, negli ultimi anni, gli indici convenzionali di diseguaglianza si sono rivelati un indicatore inadeguato a prevedere il malcontento politico e sociale nelle democrazie occidentali. In Francia, ad esempio, dove a differenza che in altri paesi occidentali la diseguaglianza misurata dal coefficiente di Gini è rimasta relativamente stabile negli ultimi anni, le proteste di massa dei “gilets jaunes” hanno monopolizzato il quadro politico per lunghi mesi prima che il Covid-19 si prendesse la scena. Analogamente, in Germania nel 2017 il movimento estremista Alternative für Deutschland è entrato per la prima volta nel parlamento federale raccogliendo il 12,6 per cento dei voti e diventando il principale partito di opposizione nonostante un sistema tributario fra i più progressivi dell’Eurozona, in grado di mantenere livelli di diseguaglianza relativamente bassi.

Alle origini del malcontento

Per capire il crescente malcontento dobbiamo invece guardare ad altri indicatori di diseguaglianza. Alla distribuzione funzionale del reddito, ossia il rapporto fra salari e profitti, ad esempio, che si è decisamente modificata a vantaggio degli ultimi, specie dopo il cambio millennio. Ciò è in parte dovuto alla stagnazione dei salari reali, che sono cresciuti a un ritmo decisamente inferiore rispetto alla produttività del lavoro in tutte le grandi democrazie occidentali, ma si spiega soprattutto con la scomparsa (e la conseguente scarsità) di posti di lavoro stabili e ben retribuiti. I cambiamenti tecnologici occorsi negli ultimi decenni hanno infatti colpito milioni di addetti alla produzione, impiegati e agenti commerciali con livelli medi di educazione (cioè il completamento delle scuole secondarie) e le cui competenze sono divenute innecessarie. La globalizzazione economica e la crescente concorrenza di paesi emergenti come la Cina hanno poi ulteriormente accelerato il processo di deindustrializzazione in innumerevoli centri di produzione dell’occidente democratico.

The post Le diseguaglianze che mettono a rischio la democrazia appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Piattaforma digitali e libertà di espressione: l’ora zero

6 ore 38 min fa

Europa e Stati Uniti hanno finora affrontato con approcci opposti il tema della libertà di espressione sulle piattaforme digitali, peraltro non senza contraddizioni interne. Ora però è il momento di trovare un linguaggio comune nei meccanismi procedurali.

Contraddizioni americane

Il 7 gennaio 2021 è, come qualcuno ha sostenuto con una metafora piuttosto azzardata, l’11 settembre della regolamentazione dei poteri privati del web?

Se il riferimento che avvicina il giorno in cui vi è stato il blocco di Donald Trump sui social media a quello dell’attacco alle Torri Gemelle sottintende un possibile ground zero per le questioni relative ai rapporti tra libertà di espressione, (auto)regolamentazione delle piattaforme e asimmetria tra le sensibilità costituzionali proprie delle due sponde dell’Atlantico, allora si tratta di un paragone corretto.

Quanto meno è corretto rispetto all’esigenza di ricostruire un dibattito che sia finalmente capace di superare la semplificazione rappresentata dal dilemma tra autoregolamentazione (self regulation) statunitense e normativa vincolante (hard law) europea e che abbia due obiettivi più ambiziosi, che restituiscano la complessità dello scenario. Il primo obiettivo dovrebbe essere quello di svelare le contraddizioni interne proprie di ciascuno due modelli. Il secondo quello di proporre un linguaggio che sia in grado di costituire un humus unitario, al di là delle evidenti differenti visioni costituzionali tra le due sponde dell’Atlantico.

Sul primo punto, emergono contraddizioni interne a ciascuno dei due modelli non di poco conto.

Negli Stati Uniti, quanto fatto dalle piattaforme – la restrizione della libertà di espressione di un utente, sia pure il presidente uscente – è tecnicamente perfettamente conforme alla Costituzione: solo il potere statale (e non i poteri privati) è obbligato a rispettare i vincoli dettati dalla natura quasi sacrale del Primo Emendamento. C’è però una latente schizofrenia nella giurisprudenza della Corte suprema. Da una parte, infatti, questa continua a escludere che le grandi piattaforme digitali possano considerarsi equivalenti ad attori statali, pur se di fatto esercitano sempre più una funzione para-costituzionale, e il caso Trump ne è una plastica rappresentazione. Dall’altra parte, la stessa Corte ha pochi dubbi nel ritenere sia che i social network siano la sede privilegiata per il libero scambio delle idee (un public forum in cui sono consentite limitatissime restrizioni della libertà di espressione), sia che l’account Twitter di Trump costituisca, nel suo “piccolo”, uno spazio virtuale in cui ha luogo il dibattito pubblico.

Si ha dunque una contraddizione tra il ruolo attribuito ai soggetti in gioco, che rimarrebbero liberi di disciplinare il rapporto con gli utenti esclusivamente a norma dei loro standard contrattuali, e lo spazio rilevante che tali soggetti di fatto gestiscono, che avrebbe quasi lo status assimilabile a quello di una “agorà digitale”.

E contraddizioni europee

Al cortocircuito americano ne corrisponde però un altro tutto europeo. Il Vecchio Continente scommette sulla regolamentazione delle piattaforme e non sulla fiducia cieca nella loro capacità di autoregolamentarsi e la proposta di dicembre della Commissione europea, meglio nota come Digital Service Act, va proprio in questa direzione. Tutto vero. Ma se ci chiedessimo cosa sarebbe successo se un Trump europeo fosse stato silenziato dai social network, bisognerebbe rispondere che poco e niente nella sostanza sarebbe cambiato se si guarda a quanto previsto proprio dal Digital Service Act, eccetto la possibilità di una interlocuzione più serrata tra piattaforma e utente.

Se invece si guarda alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e alla possibilità che i diritti ivi protetti, a iniziare dalla libertà di espressione, siano esercitabili orizzontalmente nei confronti dei (poteri digitali) privati, cosa inconcepibile negli Stati Uniti, si potrebbe prospettare una conclusione diversa, nella quale le piattaforme digitali non possono ridurre al silenzio l’eventuale Trump europeo (ce ne sono almeno un paio). Quindi, la carta vincente rimane sempre quella dell’applicazione delle vecchie Carte dei diritti in Europa e non invece una fede cieca in un “nuovismo” digitale che porta a una ingiustificata esaltazione per l’ultima normativa rilevante, destinata a diventare presto obsoleta.

Alla ricerca di un terreno comune

Alla luce delle asimmetrie transatlantiche in termini di valori guida e normative di dettaglio, c’è un linguaggio comune che possa essere proposto per affrontare in modo, se non unitario, almeno meno divergente la sfida che pone il ground ze

The post Piattaforma digitali e libertà di espressione: l’ora zero appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Tre parole chiave per l’innovazione

Lun, 18/01/2021 - 11:19

Chiarezza, velocità e competizione sono i fattori che devono caratterizzare gli strumenti di promozione e sostegno ai processi di innovazione delle imprese. Sono la base per definire politiche che incidano sulle dinamiche di crescita e sviluppo del paese.

Come sostenere l’innovazione

La crisi causata dal coronavirus ha esasperato i problemi strutturali del paese. Uno di questi riguarda la capacità innovativa delle nostre imprese. Certamente, i surplus della bilancia commerciale dimostrano la vitalità e la competitività di molte nostre aziende sui mercati internazionali. Allo stesso tempo, non possiamo ignorare che una fetta significativa del paese è rimasta ai margini dei processi di sviluppo e crescita economica e che anche i successi internazionali possano svanire velocemente se non c’è un processo continuo e sistemico di innovazione, che rinnovi e potenzi il nostro tessuto imprenditoriale.

Un tema particolarmente importante (non l’unico) è quello degli strumenti e delle strutture che hanno come missione la promozione e il sostegno dei processi di innovazione delle imprese e della loro interazione con università, centri di ricerca, centri di competenza.

Su queste questioni, il nostro paese ha sempre avuto un approccio discontinuo, estemporaneo e velleitario. Singole amministrazioni (centrali e locali) hanno di volta in volta avviato iniziative spesso più di bandiera che capaci realmente di incidere sul tessuto imprenditoriale. È oggi più che mai necessario ripensare e impostare un modello che permetta di superare i limiti esistenti, offrire un quadro di interventi stabile e certo nel tempo, consolidare e arricchire know-how e competenze che nel tempo sono state e vengono continuamente sviluppate. Il modello deve basarsi su tre parole chiave che definiscono alcuni criteri e principi di fondo: chiarezza, velocità, competizione.

La chiarezza

I processi di innovazione sono diversi da quelli di ricerca. Hanno tempi, dinamiche e soprattutto obiettivi, fattori e criteri di successo differenti. Se la ricerca mira principalmente a creare conoscenza, l’innovazione ha come primo parametro di successo l’impatto sulla società e l’economia. È dannoso e controproducente confondere i due temi perché porta a definire poliche e strumenti di intervento inefficaci. Né ha senso immaginare che si possano creare velocemente e per decreto centri di eccellenza e “campioni nazionali”.

Il problema che abbiamo nel nostro paese non è quello di creare nuove strutture (offerta) che, partendo da zero, si pongano l’obiettivo confuso e generico di fare innovazione o di essere centri di ricerca per le imprese.

Il sistema Atlante 4.0 del ministero dello Sviluppo economico e di UnionCamere censisce nel settore dell’innovazione e della digitalizzazione circa 600 strutture che coinvolgono migliaia di persone. E in aggiunta ai “competence center” del Piano Industria 4.0, sempre il Mise ha certificato alcune decine di centri per il trasferimento tecnologico 4.0. Siamo inoltre sommersi da strutture che svolgono funzioni di raccordo, networking e promozione dell’innovazione. Non serve quindi complicare un quadro di suo già alquanto caotico. È invece necessario ripensare e qualificare questo confuso mondo, che spesso vive di sussidi pubblici senza una reale e convincente capacità operativa e di autosostentamento. Ciò deve essere associato all’obiettivo primario e prioritario di rafforzare la capacità e la domanda di innovazione delle imprese e di spingerle ad aprirsi (la vera open innovation) a tutti i portatori di competenze che possano fornire un contributo utile al loro sviluppo.

La velocità

L’innovazione è un processo che si misura sulla velocità e tempestività con cui un prodotto o servizio arriva sul mercato. È per sua natura “competitiva” e non può essere sostenuta con strumenti che sono invece “precompetitivi”. I processi di innovazione non si possono quindi incentivare con strumenti quali bandi (magari annuali o peggio una tantum) che prevedano la costituzione di partenariati precompetitivi tra imprese e centri di ricerca. Sono processi troppo lunghi, rigidi, incoerenti con le dinamiche temporali dell’innovazione e che precludono lo sviluppo di proprietà intellettuale realmente distintiva in quanto vincolati “ab origine” alla cooperazione tra una molteplicità di soggetti. Bisogna invece puntare su strumenti automatici, come i crediti di imposta, che permettano anche alla singola impresa di sostenere i propri processi di innovazione, accedendo alle competenze da essa ritenute utili. Ciò rende possibile agire in modo agile e veloce, con certezza di mezzi sia dal punto di vista del budget che del flusso di cassa, anche per effettuare quei leapfr

The post Tre parole chiave per l’innovazione appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Depressione da lockdown: come curarla

Lun, 18/01/2021 - 10:28

La pandemia e le conseguenti misure di lockdown hanno avuto ripercussioni significative a livello personale, sociale ed economico. Ne ha risentito anche la salute mentale della popolazione. Con l’Italia primo paese europeo ad affrontare la questione.

Covid-19 e salute mentale

Alcuni studi realizzati in tutto il mondo hanno dimostrato che la pandemia di Covid-19 ha colpito la salute mentale. In particolare, indagini condotte attraverso questionari distribuiti utilizzando i social network hanno rilevato la presenza di sintomi di ansia, depressione e stress associati a disturbi del sonno. I risultati hanno mostrato che variabili come il genere femminile, essere studente, avere sintomi di coronavirus e percepire la propria salute come cagionevole sono stati associati a tassi più elevati di ansia e depressione. Altre caratteristiche che hanno contribuito allo stress e al disagio mentale sono state l’imprevedibilità, l’incertezza, la serietà della malattia, la disinformazione e l’isolamento sociale. Risultati analoghi si sono ottenuti per il nostro paese.

In un recente studio, pubblicato da Scientific Reports di Nature, abbiamo esplorato gli effetti del Covid-19 sulla salute mentale in un campione casuale e rappresentativo della popolazione italiana. Il metodo che abbiamo utilizzato ci ha consentito di selezionare un campione che include le caratteristiche dell’intera popolazione italiana. Il questionario breve che valuta umore e sentimenti (Short Mood and Feelings Questionnaire) è stato somministrato a 6.700 individui. Lo studio è stato condotto a giugno 2020, subito dopo la fase di lockdown, per ottenere le reazioni immediate all’emergenza. Sono stati raccolti anche dati sociodemografici per analizzare i fattori di rischio che possono portare a sviluppare sintomi depressivi: comprendevano l’età, il genere, il livello di istruzione e lo status socioeconomico. A ciò si sono aggiunte informazioni sulle condizioni professionali e domestiche (vivere da soli o meno) e lavorative (uscire per raggiungere il posto di lavoro o meno). Infine, sono state incluse domande sul comune di residenza e sulla presenza di un caso di Covid-19 in famiglia.

Figura 1 – Probabilità stato depressivo e Covid-19 (in famiglia)

Fonte: Nature.

Figura 2 – Probabilità stato depressivo e lockdown

Fonte: Nature.

I risultati della ricerca

I risultati mostrano che il fattore più importante che si correla con l’esistenza di stati mentali depressivi è senz’altro quello relativo al manifestarsi di casi di Covid-19 in famiglia (figura 1): in questo caso, la probabilità di avere sintomi depressivi e stati d’ansia tende a essere più che doppia, specie nelle coorti d’età più giovani.

Punteggi più alti di sintomi depressivi (e di ansia) sono stati rilevati nelle donne, nei giovani, nelle persone che incontrano incertezze professionali (perché in cassa integrazione o in disoccupazione) e negli individui con status economico meno agiato.

Sintomi di depressione si segnalano anche per gli individui che vivono da soli e per coloro che non potevano uscire di casa per recarsi al lavoro. In altre parole, nonostante lo stress della condizione lavorativa emergenziale, chi ha continuato ad andare a lavorare ha avuto meno probabilità di sviluppare sintomi depressivi e di ansia (figura 2).

In linea con i nostri risultati, studi precedenti sugli effetti psicologici del Covid-19 hanno rilevato che le donne sono più colpite dalla depressione, dall’ansia e dall’angoscia (nel nostro caso le donne presentano un valore dell’indice più alto del 20 per cento). Anche la maggiore vulnerabilità dei giovani adulti è stata osservata in precedenti ricerche. I nostri dati completano il quadro e rivelano un’associazione con i sintomi depressivi. Il risultato è di grande importanza quando si pensa alle misure politiche e sanitarie da adottare per aiutare le giovani generazioni a superare la perdita individuale e sociale che hanno subito durante la pandemia.

Per quanto riguarda le condizioni lavorative e finanziarie, i nostri risultati confermano che l’incertezza professionale e uno status socioeconomico meno agiato sono correlati al disagio mentale. Per quanto concerne le condizioni domestiche, i nostri dati evidenziano il ruolo svolto dal vivere da soli nella manifestazione di sintomi depressivi. Nonostante le nuove tecnologie abbiano aiutato a sentirsi vicini alle persone amate anche a distanza, la mancanza di relazioni sociali e di incontri quotidiani ha influito in modo rilevante sull’umore degli individui.

Al contrario, alcuni studi precedenti al nostro, basati però su campioni non casuali e rappresentativi, avevano rivelato una maggiore ansia per le persone che hanno con

The post Depressione da lockdown: come curarla appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Il Punto

Ven, 15/01/2021 - 13:13

Il Pnrr è il più importante piano di politica economica degli ultimi trent’anni. Ma la sua versione aggiornata è un documento privo di obiettivi precisi e di strumenti con cui raggiungerli: il contrario di quanto chiede la Commissione Ue. Unione Europea chiamata però da parte sua a “svecchiare” le modalità di valutazione delle politiche economiche. Per esempio classificando come investimenti alcune spese oggi definite correnti.
Dietro agli ingenti fondi stanziati per rispondere alla crisi pandemica si nasconde il rischio che l’erogazione segua logiche legate più all’affinità politica che alla visione strategica. Il caso della Lombardia. Per prevenire ulteriori conflitti tra stato e regioni, si potrebbe potenziare il cosiddetto “decentramento asimmetrico”. Che non vuol dire però ampliare i divari già esistenti tra le regioni.
Tra i più colpiti dalla crisi ci sono i lavoratori immigrati, che spesso partono da una situazione socio-economica già preoccupante. E così aumentano discriminazioni e disuguaglianze. Disuguaglianze che si fanno sentire anche nel fumo, abitudine diffusa soprattutto nelle fasce di popolazione a basso reddito. Servono forme di tassazione in grado di favorire stili di vita più sani.
Pur non essendo la soluzione ottimale, il recupero di energia dai rifiuti è a oggi l’unica alternativa reale alla discarica. E può rappresentare un contributo prezioso al percorso europeo di decarbonizzazione.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.

The post Il Punto appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Rifiuti che danno energia, unica alternativa alla discarica

Ven, 15/01/2021 - 12:21

Il recupero di energia dai rifiuti non è la soluzione migliore per arrivare a un loro ciclo ambientalmente sostenibile. Però, è oggi l’unica alternativa reale alla discarica. E può dare un contributo all’ambizioso percorso europeo di decarbonizzazione.

Waste-to-Fuel, una scelta obbligata

Produrre energia elettrica, calore o carburanti utilizzando ciò che non serve più. Il cosiddetto “Waste-to-Energy/Waste-to-Fuel” (Wte) rappresenta un altro aspetto dell’economia circolare, una opzione meno nota del riciclo o riuso, anche perché, rispetto a questi ultimi, è meno preferibile. È infatti un aspetto controverso, che non manca di generare dubbi e incertezze, visto che il recupero di energia non è la soluzione ottimale per arrivare a un ciclo dei rifiuti ambientalmente sostenibile. Tra le azioni da preferire nella gestione rifiuti, il recupero di energia occupa la penultima posizione, dopo la riduzione, il riuso e il riciclo (le famose 3 R).

È tuttavia una soluzione che rimane sempre migliore dello smaltimento in discarica, se si valutano gli impatti sull’ambiente (qui). E proprio per questa ragione, il Wte/Wtf potrebbe continuare a dare un contributo all’ambizioso percorso di decarbonizzazione per rendere l’Unione europea neutrale dal punto di vista delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2050 (qui).

La totalità degli impianti di incenerimento dei rifiuti urbani in Italia è classificata come impianto di recupero di energia dai rifiuti, dunque sembra importante quantificare il contributo da loro offerto in termini di minori emissioni di CO2.

Un rapporto Utilitalia-Ispra quantifica in 5,3 milioni le tonnellate di rifiuti urbani inceneriti in impianti con recupero energetico (anno 2017). Lo stesso rapporto indica che dall’incenerimento di rifiuti urbani sono stati ottenuti 4,5 miliardi di kWh di energia elettrica. Il trattamento ha prodotto complessivamente 2,5 milioni di tonnellate di CO2. In uno scenario alternativo, nel quale tali rifiuti fossero stati smaltiti in discarica, si sarebbero registrate emissioni per 7,2 milioni di tonnellate, ovvero 6 milioni di tonnellate di CO2 prodotta in più (vedi tabella 1).

Giova poi ricordare che gli impianti di recupero energetico di nuova generazione, dotati di tecnologie di cattura delle emissioni, sono in grado di ridurre ulteriormente le emissioni di CO2 e vantano un saldo emissivo negativo. Per questo motivo, possono ancora offrire un contributo alla decarbonizzazione, in qualità di tecnologia di transizione, come alternativa alla discarica per tutti i rifiuti non riciclabili.

I pericoli delle fabbriche dei materiali

Nei prossimi anni una strategia di contenimento delle emissioni clima alteranti e di gestione efficiente dei rifiuti non potrà prescindere da una pluralità di obiettivi: ridurre la produzione di rifiuto (sostenendo il deposito su cauzione, la vendita di prodotti sfusi, la tariffazione puntuale, eccetera), promuovere il riuso dei beni, gli impianti e le materie prime da riciclo, e tassare lo smaltimento in discarica (qui). Al contempo, andranno sostenute tutte le forme di recupero energetico per i rifiuti che non sono riciclabili.

In Italia il recupero energetico si potrà applicare a circa 7,5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, ossia al 25 per cento degli attuali 30,1 milioni, dei quali gran parte si concentra in sole tre regioni: Lazio, Campania e Sicilia. Sono peraltro le regioni per le quali la bozza più aggiornata del Recovery Plan individua le maggiori criticità, affidando però a nuovi impianti di trattamento meccanico-biologico la soluzione al problema. Sono le cosiddette fabbriche dei materiali, impianti nei quali dal rifiuto indifferenziato verrebbero recuperati metalli, plastiche, carta, eccetera. Non chiudono il ciclo, ma sono utilissime per 1) consentire il trasporto dei rifiuti in regioni diverse da quelle da cui originano (si veda qui); 2) preparare i rifiuti per essere smaltiti in discarica.

Viste da questa prospettiva, le fabbriche dei materiali sono un modo certo per non interrompere il turismo dei rifiuti e continuare a smaltirli in discarica.

Occorre prendere consapevolezza del fatto che oggi smaltiamo ancora in discarica 6 milioni di tonnellate di rifiuti urbani (21 per cento), a cui si sommano gli scarti dalle raccolte differenziate.  Il riciclo si attesta al 32 per cento, a cui si aggiunge un 23 per cento dei rifiuti urbani avviati a compostaggio e digestione anaerobica.

Per raggiungere il 65 per cento di riciclaggio e la riduzione sotto al 10 per cento della discarica entro il 2035 occorre dunque realizzare gli impianti per il riciclo e accettare che tutto ciò che non può essere riciclato venga destinato alla produzione di energia o carburanti,

The post Rifiuti che danno energia, unica alternativa alla discarica appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Quanta disuguaglianza in una sigaretta

Ven, 15/01/2021 - 11:59

Il fumo è ormai un’abitudine diffusa soprattutto nelle fasce di popolazione a basso reddito. L’analisi della distribuzione in termini di reddito del consumo di tabacco può aiutare a impostare forme di tassazione che favoriscano stili di vita più sani.

Il fumo nel mondo

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, i fumatori nel mondo sono oggi circa 1,3 miliardi. In termini di distribuzione del reddito, circa l’80 per cento vive in paesi a basso e medio reddito. È un aspetto particolarmente preoccupante poiché l’uso del tabacco determina una significativa dipendenza e dunque contribuisce ulteriormente alla povertà, dirottando di fatto la spesa delle famiglie dai bisogni di base al tabacco stesso. D’altro canto, il fumo produce anche costi economici indiretti, relativi alle spese di cura per i danni che ne derivano, che pesano sui sistemi sanitari nazionali, e alla perdita di capitale umano dovuta alla mortalità direttamente attribuibile al tabacco (complessivamente, circa 8 milioni di persone ogni anno).

Negli ultimi anni, una delle innovazioni più importanti nel mercato del tabacco sono le sigarette elettroniche (oltre ai prodotti a base di tabacco riscaldato di ancor più recente introduzione). Commercializzate per la prima volta nel 2004, il loro uso è via via aumentato notevolmente a livello globale. La diffusione di questi dispositivi avviene però aggirando la maggior parte delle strutture normative. La direttiva europea 64/2011, che definisce il quadro normativo per quanto riguarda la tassazione dei prodotti a base di tabacco, non copre direttamente le sigarette elettroniche proprio perché, di fatto, non contengono tabacco (discorso diverso vale, invece, per i prodotti a base di tabacco riscaldato). A livello globale, l’incertezza riguardo alla loro sicurezza e all’effettiva efficacia come strumento per smettere o ridurre l’abitudine al fumo ha portato a una vasta gamma di reazioni, dalla completa mancanza di regolamentazione all’interdizione.

Tabacco e disuguaglianza

Ma quali sono le conseguenze distributive legate al consumo dei differenti prodotti da fumo? Analisi più dettagliate sul loro profilo distributivo in termini di reddito possono, infatti, aiutare a impostare adeguate politiche per quanto riguarda la tassazione e l’eventuale promozione di alcuni prodotti.

In generale, esiste una chiara evidenza empirica di un’associazione negativa tra lo stato socioeconomico, di solito determinato dal reddito o dall’istruzione, e l’abitudine al fumo (Adler et al., 1994; Cutler and Lleras-Muney, 2010; Costa-Font et al., 2014).

Tuttavia, pochi studi considerano la differenziazione dei prodotti da fumo oggi presenti sul mercato. Lo fa una nostra analisi, da poco pubblicata su Health Policy, che fornisce nuove evidenze empiriche utilizzando il database proveniente dall’Italian Population Survey on Alcohol and other Drugs (Ipsad), un’indagine condotta dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche. Prendendo in considerazione le due indagini del 2014 e del 2018, abbiamo esaminato la posizione socioeconomica dei singoli fumatori per cinque diversi prodotti: le sigarette tradizionali, le cosiddette sigarette roll-your-own, i sigari, la pipa e le sigarette elettroniche. In una prima fase, questa differenziazione ci ha permesso di identificare in quale parte della distribuzione del reddito si ritrova maggiormente l’uso dei prodotti da fumo. Nella seconda fase, abbiamo scomposto l’indice di concentrazione del reddito per indagare gli aspetti alla base della disuguaglianza precedentemente rilevata.

I risultati mostrano che, considerati tutti i prodotti complessivamente, l’abitudine al fumo è più frequente tra le persone a basso reddito. Dalla nostra analisi emerge come l’intensità della disuguaglianza sia molto più concentrata tra le sigarette roll-your-own e quelle tradizionali. Il consumo di sigarette elettroniche, al contrario, è sì distribuito maggiormente tra i più poveri, ma in misura minore rispetto ai prodotti tradizionali. Mentre il consumo di sigari e pipa tende a essere appannaggio delle fasce più abbienti della popolazione. La scomposizione della disuguaglianza nei prodotti da fumo mostra poi che il sesso, l’istruzione, le condizioni di lavoro e l’ubicazione geografica (Nord, Centro e Sud) rivestono un ruolo differenziato nell’influenzare la disuguaglianza osservata in ciascun prodotto.

Volendo riassumere l’effetto complessivo di ciascun fattore, è possibile individuare alcune caratteristiche comuni, soprattutto in relazione alle sigarette tradizionali, alle roll-your-own e a quelle elettroniche: essere maschi, giovani, a reddito basso e meno istr

The post Quanta disuguaglianza in una sigaretta appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Un decentramento che fa felici tutti

Ven, 15/01/2021 - 11:47

Forme asimmetriche di decentramento potrebbero offrire soluzioni flessibili ed efficaci per prevenire i conflitti intergovernativi, accentuati dall’emergenza Covid-19. Ma come garantire vantaggi alle regioni con più autonomia senza danneggiare le altre?

Decentramento asimmetrico: una regola più che un’eccezione

La decisione di assegnare la responsabilità delle politiche pubbliche ai livelli inferiori di governo è legata al bilanciamento tra vantaggi e svantaggi della fornitura centralizzata di beni e servizi pubblici rispetto a quella decentralizzata. Nella pratica, risulta spesso non ottimale per il governo centrale assegnare tali responsabilità, unite all’autonomia, in modo uniforme a tutti gli enti sub-centrali per ragioni ideologiche (per esempio, diverso allineamento politico), di efficienza (per esempio, diversi costi di fornitura) o di equità (per esempio, diversa distribuzione di risorse tra territori). A prescindere dalle motivazioni, si potrebbero delineare nuovi assetti istituzionali caratterizzati da un livello asimmetrico di decentramento.

In Italia, la richiesta di autonomia differenziata è stata recentemente avanzata, sulla base dell’art. 116 della Costituzione, da nove regioni e in due, Lombardia e Veneto, nel 2017 si è tenuto un referendum che ha confermato l’istanza da parte dei cittadini, anticipando le trattative con il governo centrale. Nello stesso anno, l’Emilia-Romagna ha, invece, impegnato direttamente il presidente della regione per iniziare simili trattative con lo Stato. Come evidenziato qui in un precedente articolo, per avere successo, il negoziato dovrebbe essere svolto in collaborazione, e non certo in opposizione, tra stato e regioni. Anche perché il decentramento asimmetrico può generare distorsioni che richiedono opportuni correttivi, affinché ci possano essere vantaggi per il sistema paese, come abbiamo mostrato in un recente lavoro.

Luci, ombre e possibili correttivi

Uno dei principali vantaggi del decentramento differenziato è quello di consentire alle regioni che dimostrano di essere più efficienti del governo centrale nell’erogazione di beni e servizi pubblici di poterli gestire con costi più bassi. Il decentramento asimmetrico permetterebbe dunque alle regioni più efficienti di ottenere funzioni aggiuntive da gestire in autonomia, mentre in tutte le altre la fornitura di quei servizi rimarrebbe centralizzata.

Bisogna, tuttavia, considerare che alle decisioni prese a livello centrale partecipano i rappresentanti di tutte le regioni. Il meccanismo può generare problemi poiché le regioni che hanno decentrato potrebbero assumere comportamenti opportunistici, influenzando a proprio favore le decisioni di fornitura anche nelle altre regioni, e potrebbero trascurare le molteplici esternalità generate in seguito al decentramento asimmetrico.

Affinché il decentramento asimmetrico possa funzionare per i cittadini di tutte le regioni sono necessari correttivi. Il primo potrebbe riguardare la rimodulazione istituzionale dei poteri decisionali in seno al governo centrale: i rappresentati delle regioni che hanno decentrato non dovrebbero più poter decidere sulla fornitura destinata alle altre regioni o il loro peso in tali decisioni dovrebbe essere minore.

Un altro correttivo passa per i meccanismi di compensazione tra regioni. Se le regioni che hanno l’incentivo a decentrare sono quelle più ricche ed efficienti (ossia con costi di fornitura più bassi), come sembra suggerire l’esperienza italiana, allora con opportuni trasferimenti è possibile trovare un accordo che permetta a tutte di beneficiare del decentramento asimmetrico. Tutto dipende dall’esistenza di effettivi guadagni di efficienza per le regioni che hanno ottenuto maggiore autonomia e dalla loro disponibilità a trasferirne una parte alle altre regioni. Va detto che tali trasferimenti si giustificano con la necessità di compensare le regioni che subiscono una perdita secca di benessere dal decentramento asimmetrico dovuta, per esempio, alla mancata internalizzazione delle esternalità.

Opportunità del decentramento asimmetrico

Con entrambi i correttivi, resta rilevante il ruolo che può – e dovrebbe – giocare il governo centrale. In primo luogo, continuando a promuovere la cooperazione istituzionale tra i diversi livelli di governo, anche in presenza di forme differenziate di autonomia concesse ad alcune regioni. In secondo luogo, garantendo alle regioni che non hanno decentrato (perché non hanno voluto o potuto) una fornitura adeguata ed efficiente di beni e servizi pubblici. L’esperienza internazionale (Belgio, Spagna, Germania, Regno Unito) ci suggerisce che forme di dece

The post Un decentramento che fa felici tutti appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Nella versione 2 del Recovery Plan manca l’economia

Gio, 14/01/2021 - 10:49

Il Recovery Plan è il più importante piano di politica economica degli ultimi trenta anni. Ma la sua seconda versione è un documento politico senza analisi economica, con obiettivi contraddittori e che non corrisponde a quanto chiede la Commissione.

Un documento tutto politico

La lettura della nuova versione del Recovery Plan (o Pnnr) lascia l’impressione di un documento meramente politico, volto a salvaguardare (forse) equilibri di breve periodo, ma lontano dal formato che, in linea di principio, la Commissione europea pretenderà dai diversi paesi membri.

Oggi il documento è una dettagliata declamazione di obiettivi generici sui quali nessuno potrebbe essere in disaccordo: green economy, sostenibilità ambientale, parità di genere, digitalizzazione, coesione sociale, riforma della pubblica amministrazione, potenziamento della ricerca. Ogni generico obiettivo è accompagnato da un’allocazione di risorse. Per esempio: tot miliardi per raggiungere la parità di genere, oppure la coesione sociale e la sostenibilità ambientale. Ma il piano è completamente scarno sugli strumenti. Per date risorse, esistono ovviamente molteplici strumenti per raggiungere ciascuno degli obiettivi. Per esempio, per favorire la parità di genere costruire più asili è diverso da promuovere nelle scuole superiori interventi che contrastino il pregiudizio nei confronti delle ragazze nelle materie Stem (science, technology, engineering, mathematics). La selezione di strumenti alternativi per raggiungere il medesimo obiettivo non è affatto neutrale.

Obiettivi senza strumenti per raggiungerli

Tre aspetti colpiscono più di altri nella struttura del Piano. Il primo è lo stile. Molta politica e pochissima (o zero) analisi economica. Completamente assente un riferimento anche minimo alla letteratura scientifica in grado di giustificare criticamente ciascuno degli interventi.

Secondo, il documento non mostra alcuna consapevolezza del fatto che alcuni obiettivi possano essere in contraddizione tra loro. Per esempio, è certamente desiderabile indicare l’obiettivo (via un rafforzamento della cosiddetta “Industria 4.0”) di una maggiore digitalizzazione e automazione dei processi produttivi. Ma questo potrebbe facilmente entrare in conflitto con il raggiungimento (per esempio) di maggiore occupazione femminile. Nel Piano manca totalmente un’analisi economica della coerenza dei diversi obiettivi tra loro in quadro di equilibrio generale. Il messaggio di fondo che sembra emergere è invece il seguente: poiché le risorse a disposizione sono potenzialmente molto ingenti, allora tutti questi obiettivi possono essere raggiunti insieme. Dalla digitalizzazione della pubblica amministrazione, passando per la green economy fino al “piano nazionale per le ciclovie”. Come se l’economia, nel suo aggregato, non fosse un sistema interdipendente. Un messaggio che sembra quindi dimenticare che il Recovery Plan, secondo la visione della Commissione Ue, avrà forti condizionalità nell’erogazione dei fondi, proprio in funzione della capacità di raggiungere determinati obiettivi.

Terzo, nel proprio impianto il documento sembra non corrispondere a quanto tecnicamente richiesto dalla Commissione, perché non fornisce indicazioni sugli strumenti con cui raggiungere gli obiettivi, come richiamato in precedenza. Per esempio, secondo le richieste della Commissione, non basta certamente indicare l’obiettivo di allocare tot miliardi per raggiungere la cosiddetta parità di genere. Bisogna tradurre questi obiettivi in “target” ben definiti. Per esempio, quanti asili nido? Dove? Utilizzando quanti miliardi? Con che scadenza temporale? E non solo. La Recovery and Resilience Facility della Commissione richiede che siano indicati anche gli obiettivi economici che si intendono raggiungere con tale piano. Per esempio: costruire x mila nuovi asili con l’obiettivo di far crescere l’occupazione femminile dell’x per cento entro il 2026. Dovendo tenere presente che al momento opportuno, se tali obiettivi non saranno stati raggiunti, la Commissione non procederà all’erogazione di fondi.

Per fare un altro esempio, il Recovery Plan contiene un cosiddetto “Piano nazionale borghi per la riqualificazione di luoghi identitari, periferie, parchi e giardini storici”. Al di là delle meritevoli intenzioni di tali obiettivi (chi non è favorevole a riqualificare le periferie e i nostri piccoli centri storici?), il testo è completamente silente sul come gli stessi obiettivi dovrebbero essere raggiunti. Restauro di monumenti? Centri sociali per i giovani? Soprattutto il Piano non specifica come quantificare il ritorno economico degli obiettivi, molto prob

The post Nella versione 2 del Recovery Plan manca l’economia appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Capitale, debito e piani di ripresa e resilienza

Gio, 14/01/2021 - 10:13

Le classificazioni usate per definire e valutare le politiche economiche appaiono obsolete. Se decidesse di classificare come investimenti alcune spese oggi definite correnti, l’Unione europea dimostrerebbe che i suoi valori stanno veramente cambiando.

Debito cattivo e debito buono

I molti interventi realizzati per affrontare la pandemia da Covid-19 lasceranno inevitabilmente una pesante eredità di debito pubblico in tutti i paesi europei. In rapporto al Pil, il lascito previsto al nuovo anno sarà mediamente compreso tra i 20 e i 30 punti. Che la seconda ondata, in cui siamo ancora immersi, potrebbe far aumentare di altri 10-15 punti, secondo le previsioni di Oxford Economics. Inoltre, i prestiti erogati nell’ambito della Recovery and Resilence Facility, la parte più cospicua del programma Next Generation EU, verrà contabilizzata come debito dei singoli stati che li utilizzeranno, il che porterà a un ulteriore aumento del rapporto debito/Pil.

È quindi normale che crescano i timori sulla sostenibilità delle posizioni finanziarie di molti paesi, specialmente quelli già fortemente indebitati. Quando verrà il momento in cui la Banca centrale europea cesserà la sua politica di acquisti su larga scala, i tassi medi sul debito tenderanno a risalire, il che aggraverà i disavanzi pubblici e lo stesso debito. I più esposti a questi andamenti, in Europa, saranno i soliti: Grecia, Italia, Portogallo, Spagna, cui si potrebbe aggiungere la Francia.

Come ha notato Mario Draghi nel suo discorso al Meeting di Rimini del 2020, questo debito “sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi (…). Se cioè sarà considerato ‘debito buono’ (…). I bassi tassi di interesse non sono di per sé garanzia di sostenibilità: la percezione della qualità del debito contratto è altrettanto importante”.

Ma quali sono gli impieghi che possono rendere il debito pubblico buono? Molti risponderebbero che il debito che finanzia investimenti è buono mentre quello contratto per spese correnti è cattivo. C’è del vero, naturalmente. Sarebbe, però, una risposta insufficiente.

La distruzione di capitale pubblico netto

Un aumento degli investimenti lordi accresce il Pil, ma in una situazione come quella da cui veniamo e in cui siamo, dovremmo guardare soprattutto agli investimenti netti, cioè al netto degli ammortamenti, perché sono questi a sostenere davvero la crescita economica e quindi a migliorare la sostenibilità del debito, da questo punto di vista, va notato come la componente pubblica degli investimenti netti (figura 1) sia stata negativa a lungo nei paesi del Sud dell’Eurozona; in Italia, Spagna e Portogallo sempre, a partire dal 2012. E per alcuni anni si è sommata a investimenti privati netti negativi. L’effetto di questo andamento sulla quantità e la qualità dello stock di capitale è stato devastante: se poi consideriamo che l’obsolescenza dei beni-capitale che incorporano le nuove tecnologie è assai più rapida di quella relativa ai beni-capitale “tradizionali”, c’è il rischio che nei prossimi anni – in mancanza di un cambio di direzione – la distruzione di capitale pubblico netto acceleri ulteriormente.

Ora, nella contabilità nazionale, il concetto di capitale è sostanzialmente limitato al capitale economico, ma sappiamo che ugualmente importanti per lo sviluppo di un paese e la sostenibilità dello sviluppo (come indicato dall’Agenda 2030 sottoscritta da tutti i paesi del mondo nel 2015) sono il capitale naturale, il capitale umano e quello sociale. Perciò, se facciamo debiti, che addossiamo alle generazioni più giovani e a quelle future, ma lasciamo a esse più capitale, stiamo accrescendo simultaneamente le attività e le passività dei nostri nipoti e pronipoti. Ma se guardiamo, come fanno le regole fiscali europee, solo alle seconde e non alle prime e se ci limitiamo al solo capitale economico rischiamo di avere una visione fortemente distorta della condizione di un paese, soprattutto in tempi di crisi climatica, di rapida trasformazione dei processi di produzione, di fragilità della coesione sociale, tutti fattori che accompagnano o che sono legati alla crisi da Covid-19.

Capitale e resilienza

Da qui bisogna partire per capire perché l’Unione europea – che ha fatto dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile il quadro di riferimento per tutte le proprie politiche – si aspetta che i fondi del Next Generation EU siano usati per investimenti orientati alla trasformazione ecologica, all’innovazione, all’aumento delle competenze e alla lotta contro le disuguaglianze, tutti fattori connessi alle diverse forme di capitale di cui abbiamo parlato. E il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) si chiama così perc

The post Capitale, debito e piani di ripresa e resilienza appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

La crisi si abbatte sugli immigrati

Mer, 13/01/2021 - 16:59

La crisi legata alla pandemia di Covid-19 ha aumentato le diseguaglianze, generando nuove povertà e discriminazioni. Tra i più colpiti ci sono i lavoratori immigrati perché spesso più vulnerabili e in una situazione socio-economica peggiore dei nativi.

Effetti della crisi

L’emergenza legata alla pandemia di Covid-19 ha un impatto devastante su molti ambiti della vita quotidiana, a partire dalla salute dei cittadini e dall’aumento della mortalità. Anche a livello economico e sociale gli effetti sono stati inimmaginabili: le misure di prevenzione del contagio hanno messo in seria difficoltà interi settori e filiere come il turismo, la ristorazione, i trasporti, l’industria dello spettacolo, lo sport.

Uno degli effetti immediati della pandemia è stata la riduzione della mobilità internazionale. Secondo l’Ocse, nella prima metà del 2020 si è registrato un calo del 46 per cento nel numero di permessi di soggiorno rilasciati rispetto allo stesso periodo del 2019, con un picco del 72 per cento tra aprile e giugno.

Sebbene non se ne parli molto, forse perché riguarda una categoria spesso considerata “esterna” a noi (nella tipica classificazione “noi” e “loro”), gli immigrati sono per varie ragioni tra i più esposti alla crisi.

La prima ragione sta nella situazione socio-economica, spesso peggiore rispetto a quella della popolazione autoctona. L’Istituto superiore di sanità (Iss) sottolinea che “la pandemia di Covid-19 ha portato con sé vari problemi aggiuntivi o ha aggravato condizioni di vita già difficili per le popolazioni migranti”. Infatti, secondo un report Istat pubblicato nel dicembre 2020 e riferito ai dati 2019, “i componenti delle famiglie con almeno un cittadino straniero presentano un rischio di povertà o esclusione sociale sensibilmente più elevato (38,1 per cento) rispetto a chi vive in famiglie di soli italiani (24 per cento). Il divario è ancora accentuato sia per il rischio di povertà (31,3 contro 18,7 per cento per le famiglie di soli italiani) che per la grave deprivazione materiale (13,4 contro 6,6 per cento).

Oltre a questo, esistono altri fattori che rendono le popolazioni migranti mediamente più vulnerabili. Come riportato dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), ad esempio, gli immigrati: vivono generalmente in abitazioni affollate o in condizioni non ottimali; subiscono una limitazione nell’idoneità o nell’accesso ai servizi (incluse le cure mediche); hanno un minore accesso alle informazioni (incluse quelle sanitarie) a causa di barriere linguistico-culturali.

Naturalmente la condizione di irregolarità, ancora molto diffusa anche nel nostro paese, aumenta la marginalizzazione sociale, la scarsa prevenzione e il sovraffollamento, tutti fattori che determinano la vulnerabilità. Tra le varie misure messe in campo in Italia, significativa è stata la procedura di emersione degli stranieri irregolari (Dl 34/2020, decreto “Rilancio”, art. 103): le oltre 200 mila domande pervenute hanno in qualche modo modificato la struttura stessa della popolazione straniera censita in Italia.

A livello economico, in tutta l’area Ocse la disoccupazione è aumentata più tra gli immigrati che tra i nativi. Considerando la maggiore precarietà e la minore anzianità lavorativa, sono più a rischio di perdere il lavoro. Questo vale anche laddove, come in Italia, i programmi di mantenimento del lavoro hanno attenuato l’impatto immediato della crisi: gli immigrati sono infatti più frequentemente impiegati con contratti a tempo determinato, per cui non sempre sono protetti dal blocco dei licenziamenti.

Inoltre, potendo contare su una minore rete di contatti e conoscenze, è per loro più difficile rientrare nel mercato.

Non va poi dimenticato che l’emergenza ha coinvolto molti settori in cui sono particolarmente rilevanti la componente stagionale e quella straniera, come il turismo o l’agricoltura.

Per l’Italia, questo si evidenzia osservando i tassi di occupazione dei primi tre trimestri 2020: rispetto allo stesso periodo del 2019, gli stranieri hanno perso 5,5 punti nel secondo e 4,3 punti nel terzo trimestre, mentre tra gli italiani la perdita è stata più contenuta.

Conseguenze delle scuole chiuse

Anche la chiusura delle scuole rischia di avere un impatto più doloroso per gli immigrati. Se già in condizioni normali esiste un gap tra alunni autoctoni e alunni stranieri (senza considerare la distinzione tra stranieri di prima o seconda generazione), la didattica a distanza ha indubbiamente ampliato il divario. Questo strumento, infatti, penalizza evidentemente gli alunni che non possiedono un computer, una connessione a Internet veloce, un luogo tranquillo dove studiare, una rete familiare in grado di ass

The post La crisi si abbatte sugli immigrati appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Risorse per la ripresa? C’è chi le assegna agli amici

Mer, 13/01/2021 - 13:56

Per rispondere alla crisi innescata dalla pandemia sono stati stanziati ingenti fondi. Il rischio è che siano erogati seguendo logiche legate all’affinità politica e non a visioni strategiche. Ne è un esempio il “piano Marshall” di Regione Lombardia.

I rischi nelle scelte dei governi

Mentre il coronavirus continua a colpire, i governi centrali e locali di tutto il mondo stanno affrontando nuove sfide per cercare di limitarne la diffusione e al contempo affrontare le conseguenze sociali ed economiche della pandemia. L’efficacia delle scelte del settore pubblico nel contrastare le crisi è anche connessa alla velocità degli interventi. Tuttavia, le più recenti hanno dimostrato come interventi rapidi possano favorire comportamenti opportunistici, in particolare frode e corruzione, che minano alle basi l’efficacia dell’azione del settore pubblico. L’Ocse  ha elaborato linee guida volte a promuovere l’integrità pubblica per un’efficace risposta alle conseguenze della pandemia. Indicano tre dimensioni che possono avere un forte impatto sul successo degli interventi del settore pubblico: 1. integrità negli appalti pubblici; 2. accountability, controllo e supervisione dei pacchetti di stimolo economico; 3. aumento del rischio di corruzione nelle organizzazioni pubbliche.

Qui approfondiamo un caso relativo alla seconda dimensione, il cosiddetto “Piano Marshall per la Lombardia”.

Con il termine distributive politics si intende in senso lato la distribuzione strategica di fondi pubblici con l’obiettivo di ottenere vantaggi in termini elettorali. Durante l’attuale pandemia, è utile capire se i rischi associati a un intervento rapido possono stimolare l’allocazione di risorse governative a enti locali o gruppi identificabili, poiché i controlli sulla spesa del settore pubblico sono allentati (qui) e l’espediente retorico della difesa a prescindere delle istituzioni al lavoro particolarmente efficace. Al concetto di distributive politics si affianca quello di pork barrell spending, costituito da politiche inefficienti dove il costo degli interventi finanziati è superiore ai benefici che sono rivolti unicamente a particolari enti o gruppi di elettori (qui). Il costo di queste politiche è ripartito sulla popolazione generale attraverso la tassazione o, nel caso dei fondi per la ripresa economica dalla pandemia, spesso attraverso l’aumento del debito pubblico.

Il caso di Regione Lombardia

Regione Lombardia, con provvedimenti assunti nell’estate del 2020, ha previsto una spesa complessiva di 3 miliardi di euro per il rilancio dell’attività delle imprese e per la realizzazione di interventi a vantaggio delle comunità locali. Le misure approvate hanno la finalità di finanziare una o più opere pubbliche per ogni comune lombardo, per le province e per la città metropolitana, a condizione che non siano già integralmente finanziati da altri soggetti. Stando alle dichiarazioni della giunta regionale le priorità di intervento sono state definite in base ad alcune macroaree tematiche: dagli interventi stradali e di manutenzione, a interventi di difesa del suolo ed efficientamento energetico, dal trasporto pubblico alle opere ferroviarie o per la mobilità ciclistica, dalla difesa del suolo al sostegno per il settore agricolo.

Tuttavia, analizzando attentamente la distribuzione dei fondi destinati agli enti locali, modificata dopo l’approvazione di numerosi ordini del giorno presentati dai consiglieri regionali di maggioranza, emerge che l’orientamento politico degli enti locali finanziati è statisticamente significativo. Le risorse sono state destinate principalmente ai comuni con la stessa appartenenza ai partiti della maggioranza del consiglio regionale (destra/centro-destra). Circa un comune su quattro politicamente orientato verso destra ha ottenuto finanziamenti; dato che cala drasticamente per i comuni di centrosinistra o senza orientamento politico (circa uno finanziato ogni nove).

Per aumentare l’accuratezza della analisi sono stati esclusi i singoli finanziamenti ripartiti tra molti comuni. L’uso del test chi-quadrato ha rivelato una relazione significativa tra i comuni finanziati e le dimensioni e tra i comuni finanziati e l’orientamento politico. Al fine di verificare la significatività dell’orientamento politico non considerando l’effetto dimensionale, è stato eseguito il test del chi-quadro tra i comuni degli stessi cluster dimensionali. I risultati evidenziano l’importanza dell’orientamento politico come determinante del finanziamento in tutti i comuni con più di mille abitanti.

Dar conto ai cittadini delle decisioni

Il caso della Lombardia dimostra come il rischio che gli inge

The post Risorse per la ripresa? C’è chi le assegna agli amici appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Il Punto

Mar, 12/01/2021 - 13:23

Un’imposta patrimoniale, se ben concepita, porterebbe progressi in termini sia di equità generale sia di razionalizzazione del sistema. Ma serve una visione di lungo periodo.
All’università la didattica a distanza è destinata a continuare anche una volta terminata l’emergenza, a patto che sia inclusiva e sostenibile. In questo senso le risorse del NextGen possono aiutare. Tra i più colpiti dalla pandemia c’è senz’altro il settore culturale, con effetti pesanti sull’occupazione, in particolare tra i lavoratori autonomi. Servono politiche mirate per superare la situazione di incertezza.
La condanna dell’Italia da parte della Corte di giustizia Ue ha riportato al centro del dibattito il tema della qualità dell’aria. Ma i progressi ci sono stati: è la regolazione a dover essere ripensata. Il nostro paese continua ad avere tassi molto alti di mortalità da Covid. Colpa solo dell’età media elevata? E come si spiegano i numeri così diversi tra prima e seconda ondata in molti paesi europei?
L’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio lascerà una ferita profonda nella democrazia Usa. A prescindere dal destino di Trump, il paese sembra ormai lacerato da divisioni interne che sarà difficile sanare.

Gli Stati Uniti rappresentano ancora un faro e una fonte d’ispirazione per le nuove generazioni? La lettera di un millennial nato oltreoceano ma cresciuto in Europa.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.

The post Il Punto appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Così il Covid taglia l’occupazione nella cultura

Mar, 12/01/2021 - 13:07

La crisi innescata dal Covid-19 ha colpito duramente il settore culturale. E gli effetti sull’occupazione si fanno sentire, soprattutto tra i lavoratori autonomi. Le politiche necessarie per migliorare una situazione di incertezza lavorativa strutturale.

I numeri dell’occupazione nel settore cultura

La crisi ha colpito duramente il settore culturale. A titolo di esempio, l’ultima rilevazione dell’International Council of Museums (Icom), aggiornata a ottobre 2020, indica che almeno il 30 per cento dei musei di tutto il mondo ha risposto alle chiusure tagliando personale (il 10 per cento degli istituti lo ha dimezzato). Le prospettive sono cupe: per il futuro, il 30,9 per cento ridimensionerà il personale a tempo indeterminato; il 46,1 per cento dei musei farà a meno del personale con contratti freelance e temporanei.

In Italia, con un calo medio dell’occupazione del 2,9 per cento nell’intero settore dei servizi, il settore culturale ha perso il 10,5 per cento delle posizioni lavorative. Le ore lavorate sono diminuite del 14,9 per cento contro un -8,9 per cento nei servizi. Si tratta del peggior calo registrato, dietro a quello del settore turistico.

Autonomi, la categoria più colpita

Tuttavia, questi dati si riferiscono solo al lavoro dipendente. L’impatto sull’occupazione è senz’altro maggiore se consideriamo l’altissima percentuale di lavoratori autonomi presenti nel settore culturale e che, come dimostrano i dati Istat sull’occupazione totale, sono tra le tipologie più colpite (-2,58 per cento per gli autonomi contro un -0,03 per cento tra febbraio e ottobre tra i permanenti, senz’altro anche per effetto del divieto di licenziamento introdotto dal governo). Gli autonomi non solo perdono ore di lavoro, ma sono privi di quelle forme di tutela tipiche del lavoro dipendente, come la cassa integrazione o l’indennità di disoccupazione o di malattia.

Non disponiamo per il momento di dati sull’impatto della crisi da Covid-19 su questa specifica categoria di lavoratori, ma le statistiche europee pre-pandemia mostrano chiaramente perché sarebbe fuorviante limitare lo sguardo ai soli lavoratori dipendenti. Come confermano le cifre Eurostat 2019 appena pubblicate, gli autonomi rappresentano il 32 per cento dell’occupazione culturale (Ue-27), ossia più del doppio – e, in Italia, circa due volte e mezzo in più (48 per cento) – della quota di lavoratori autonomi presenti nell’occupazione totale (14 per cento).

Gli autonomi sono in proporzione di più tra gli artisti e gli autori, sia a livello europeo (45 per cento), sia a livello nazionale (50 per cento).

In Italia, i dati Inps confermano ulteriormente la condizione cronica di fragilità e di intermittenza per alcune tipologie di lavoratori culturali. La relazione trasmessa nel 2019 alle commissioni Cultura e Lavoro della Camera con numeri relativi al 2017 indica che nello spettacolo i lavoratori a tempo indeterminato rappresentano poco meno del 30 per cento del totale degli assicurati, quelli a tempo determinato il 50 per cento, mentre il restante 20 per cento opera con rapporti di lavoro autonomo. Ma sono soprattutto le cifre relative alla retribuzione media annua e al numero medio di giornate lavorative che restituiscono la gravità della situazione: per gli attori (circa 73 mila), la retribuzione media annua è di 2.836 euro per 16 giornate; per i circa 31 mila direttori, maestri di orchestra e orchestrali, di 5.988 euro per 44 giornate; per i 9.502 cantanti, 10.696 euro di retribuzione media annua, per una prestazione media di 62 giornate. Nessuna sorpresa, dunque, se in questa, come in altre categorie di lavoratori artistici e culturali, domini il regime che prevede di mantenere più posizioni lavorative, una condizione indispensabile per raggiungere un livello di reddito sufficiente al sostentamento.

Questa fotografia porta ad almeno tre considerazioni in termini di politiche pubbliche: la prima riguarda la produzione di statistiche dettagliate sul lavoro culturale che permettano un monitoraggio attento e regolare e quindi l’adozione di misure adeguate a diverse tipologie occupazionali. La seconda fa riferimento al necessario supporto nel breve termine a queste professioni, e in particolare ai lavoratori autonomi, al fine di non disperdere un capitale umano e culturale costruito nel tempo. È una strada che si sta percorrendo, anche se non è semplice identificare i lavoratori che hanno diritto a un sostegno, sia per questioni statistiche sia per l’elevata quota di sommerso.

La terza considerazione riguarda la necessità di uno “sguardo lungo” per capire se e come ovviare a una situazione di incertezza lavorativa strutturale ma migliorabile (vedasi statuto di Intermittents du spectacle in Fran

The post Così il Covid taglia l’occupazione nella cultura appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Non c’era una volta l’America

Mar, 12/01/2021 - 13:06

Gli Stati Uniti sono ancora il faro di libertà e democrazia per il mondo occidentale? O la presidenza Trump e i fatti del 6 gennaio dimostrano che il modello statunitense non ispira più le nuove generazioni? Lettera di un millennial tra Europa e Usa.

C’era una volta l’America, ha intitolato con malinconia uno dei più importanti quotidiani italiani dopo l’assalto al Campidoglio da parte dei supporter di Trump del 6 gennaio. Leggendo e riflettendo sulle reazioni ai drammatici fatti di Washington, emerge un netto divario tra l’idea di America predominante nelle società europee e quella delle nuove generazioni. Da un lato la reazione dell’attuale classe dirigente in Europa, delle cosiddette élite, perpetuata dai canali mediatici mainstream, nasconde un senso di amarezza e tristezza nel vedere il declino delle istituzioni democratiche statunitensi. Dall’altro, noi millennials europei vediamo nel 6 gennaio, e più in generale negli eventi degli ultimi quattro anni, un prevedibile disfacimento di una società che sì ci ha formato ma che riteniamo problematica, che non rappresenta i nostri valori e dalla quale sempre più ci vogliamo sentire distanti.

Molti quotidiani, istituzioni e figure politiche di potere, in Europa, hanno osservato con dispiacere la traiettoria presa dagli Stati Uniti di Trump negli ultimi anni. L’esplosione delle fake news e del populismo, la tensione politica frutto di una società sempre più polarizzata, l’incapacità di gestire una pandemia che fino ad oggi ha fatto quasi 380 mila morti (più di una persona su mille), una politica internazionale (o una mancanza di essa) che ha messo ancor più a repentaglio il delicato equilibrio geopolitico e del commercio internazionale sono alcune delle questioni che si scontrano con la visione idealizzata e istituzionalizzata dell’America presente in Europa. L’episodio Trump, succeduto a uno dei presidenti più carismatici del XXI secolo, è percepito dalla classe dirigente europea come una breve deviazione di rotta dal ruolo che gli Stati Uniti hanno sempre ricoperto: un paese libero, ricco di opportunità, pioniere del progresso scientifico, portatore di pace e promotore dei valori liberali-capitalistici “giusti”. Un episodio che è culminato con un significativo attacco al cuore della democrazia ma che – auspicano tutti – si dovrebbe concludere tra una decina di giorni, quando gli Stati Uniti torneranno a ricoprire il ruolo di leader mondiali di cui l’Unione Europea – e dunque anche i suoi “funzionari” – sono sempre stati ammiratori.

Noi millennials, invece, percepiamo Trump e il 6 gennaio come eventi che mettono alla luce le problematiche di un paese nel quale non crediamo più, o forse a cui non abbiamo mai creduto, ma il cui mito abbiamo inconsciamente internalizzato. Vi sono tante frizioni tra il mondo americano e i valori nei quali i giovani credono. Le seguenti sono quelle che ritengo più emblematiche.

Gli Stati Uniti sono, innanzitutto, un paese razzista, dove la discriminazione basata sul colore della pelle, ancor più che nelle nostre società, è istituzionalizzata, come hanno ulteriormente dimostrato gli eventi di quest’estate. L’America, inoltre, ha perpetuato un imperialismo culturale di stampo gramsciano che ha portato a definire il secolo scorso, di cui siamo figli, come “il secolo americano” (1), del quale ci sentiamo vittime e non fruitori. Un paese che prioritizza l’efficienza e la produttività a scapito di un’inarrestabile ineguaglianza economica e dei diritti dei lavoratori, come dimostrano i 40 milioni di disoccupati nei mesi seguenti allo scoppio della pandemia, viene inevitabilmente percepito come ostile. Bisogna ricordare che la globalizzazione ha esposto i giovani di oggi a una visione meno americanocentrica del mondo, rendendoli più consapevoli dei danni economici e sociali causati dalla politica estera statunitense. Decenni di interventismo militare hanno distrutto alcune società, come quella afghana o quella irachena, e non possiamo più credere nella narrativa della “lotta al terrorismo”. Allo stesso modo, decenni di interventismo economico nel Sud del mondo, tramite l’imposizione di “programmi di aggiustamento strutturale”, hanno forzato l’inserimento di molti paesi all’interno di un’economia globale che li ha indeboliti e impoveriti ulteriormente. Ciò ci porta a condannare istituzioni tanto rispettate dall’Unione Europea come il fondo monetario internazionale o la Banca Mondiale. Un paese che è tra i maggiori contribuenti all’inquinamento globale ed è spesso tra i più feroci negazionisti si scontra con i movimenti ambientalisti di giovani europei, come“Extinction Rebellion” e “Fridays for Future”. Un paese che ha mercific

The post Non c’era una volta l’America appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Giustizia, il pregio dell’imposta patrimoniale

Mar, 12/01/2021 - 12:14

Una patrimoniale ben concepita sarebbe non solo un innegabile progresso sul piano dell’equità generale, ma anche un grande miglioramento rispetto alle irrazionalità del sistema. Serve un progetto a medio termine per realizzare valori di lungo periodo.

Le disuguaglianze risolte dalla patrimoniale

Tommaso Di Tanno e Rony Hamaui concludono l’articolo “Qual è il problema dell’imposta patrimoniale” riconoscendo che la patrimoniale è giusta, ma il problema è l’accertamento.

Si può fare, allora, un passo in avanti e ponderare l’incremento di giustizia con le difficoltà dell’accertamento.

Prima ancora, però, occorre intendersi. Se si parla seriamente della “patrimoniale” ci si deve riferire a un’imposta: globale (tutte le attività significative), netta (con deduzione delle passività inerenti), sulle persone fisiche (senza tassare gli stabilimenti industriali), sostitutiva delle patrimoniali e parapatrimoniali periodiche (Imu, bollo sui depositi, iscrizione al Pra, canone Rai e così via), fortemente coordinata con le patrimoniali e parapatrimoniali saltuarie (per esempio, forse l’annullamento dell’imposta sulle successioni e il ridimensionamento del registro sui trasferimenti immobiliari).

Se non è questa l’imposta patrimoniale di cui si ragiona, non vale la pena proseguire il discorso e possiamo tranquillamente tenerci tutte quelle che già ci sono, così come sono.

Tutti riconosco che sul piano dell’equità generale – quella che riguarda la generica diseguaglianza fra ricchi e poveri – un’imposta patrimoniale costituirebbe un innegabile progresso.

Il punto è che si tratterebbe anche di un grande miglioramento rispetto a diseguaglianze e irrazionalità sul piano fiscale più specifiche e altrettanto (o forse più) pregnanti.

Pensiamo alla diseguaglianza fra generazioni. Se una coppia giovane con buone prospettive di reddito compra una villetta al mare con un mutuo, è equo che venga tassata come chi l’ha ricevuta in donazione (quasi sempre esente) o comunque non ha contratto alcun debito per acquistarla?

Pensiamo alla diseguaglianza, dal punto di vista fiscale, fra chi si avvantaggia di un patrimonio ricevuto per eredità e chi può contare solo sul reddito (oggi sempre più aleatorio) da lavoro. Il tutto con un prelievo successorio ormai divenuto l’imposta sulla dabbenaggine. La pagano solo gli sprovveduti grazie all’esclusione delle donazioni indirette e dei patti di famiglia nonché per le generose franchigie di cui si può beneficiare almeno due volte per effetto dell’inapplicabilità del coacervo garantita dalla Cassazione.

Vi è poi la diseguaglianza territoriale fra le imprese: avere uno stabilimento in Italia, anziché all’estero, costa automaticamente di più. Per non parlare poi di quello che potrebbe chiamarsi lo “scandalo delle aree edificabili”. Da un lato, nel periodo che va dall’acquisto al termine dei lavori i real estate developer pagano annualmente poco di più dell’1 per cento del valore venale (ossia più o meno il 30 per cento del rendimento nozionale del capitale investito) con un chiaro svantaggio rispetto ad altre forme di attività d’impresa; dall’altro, la frequenza con la quale moltissimi comuni che “promuovono” al rango di aree edificabili le zone più improbabili del loro territorio al solo fine di aumentare il gettito (e questo riguarda anche le persone fisiche).

E l’elenco potrebbe continuare.

Patti chiari tra stato e contribuenti

Più in generale, per ragionare di imposta patrimoniale si devono riconoscere essenzialmente tre cose: 1) le imposte patrimoniali ci sono già con un peso nient’affatto trascurabile; 2) il sistema è caotico; 3) ha solo il pregio dell’illusione fiscale, cioè di quel carattere molto apprezzato dagli economisti forgiati alle dure scuole delle banche centrali per i quali il miglior patto fra stato e cittadini-contribuenti è quello in cui lo stato tiene le carte coperte.

Potrebbero anche avere ragione: ci si guadagna certamente in consenso e forse anche in rispetto delle regole.

Tuttavia, è legittimo avere una diversa idea della fiscalità e ritenere che la base del patto sociale fra stato e contribuenti è da individuarsi nella credibilità, nell’equità e nella razionalità del sistema fiscale.

Ci sono poi i problemi dell’accertamento e pure su questo punto Di Tanno e Hamaui hanno ragione.

Dobbiamo però anche qui chiarire. Ci sarà anche un problema di occultamento della ricchezza. Ma dopo la Beps, la Convenzione multilaterale, la Fatca, il Crs, la Dac6, dovrebbe essere relativamente contenuto.

Più rilevante è il tema, richiamato dagli autori, della determinazione della base imponibile.

Ma si tratta di problemi tendenzialmente risolvibili, sia pure con qualche approssimazione. Comunque,

The post Giustizia, il pregio dell’imposta patrimoniale appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

La qualità dell’aria migliora, le regole no

Mar, 12/01/2021 - 12:11

La Corte di giustizia Ue ha condannato l’Italia perché non rispetta le norme sulla qualità dell’aria. Ma dagli anni Settanta l’inquinamento si è molto ridotto e solo pagando un prezzo alto si sarebbe potuto fare di più. È la regolazione che va ripensata.

La cattiva qualità della informazione

La Corte di giustizia della Unione europea ha condannato l’Italia per il mancato rispetto della normativa sulla qualità dell’aria. Dagli anni Settanta l’inquinamento si è molto ridotto, ma quasi nessuno lo sa. Si poteva fare di più? Solo pagando un prezzo molto alto come nel periodo del lockdown.

La regolazione attuale è stata adottata considerando i benefici, ma non i costi da sostenere per conseguirli: andrebbe dunque rivista?

Nel novembre dello scorso anno Eurobarometro ha pubblicato uno Special Report che raccoglie le opinioni dei cittadini europei sul tema della qualità dell’aria. Tra le varie domande, vi è questa: “Ritiene che negli ultimi dieci anni la qualità dell’aria sia peggiorata, rimasta invariata o che sia migliorata?”. Il 58 per cento degli intervistati ha risposto che vi è stato un peggioramento, il 28 per cento che non vi sono state variazioni e il 4 per cento non sa rispondere. Solo una persona su dieci pensa che vi sia stato un miglioramento.

Nel caso dell’Italia, su 100 intervistati, 74 affermano che l’inquinamento atmosferico è aumentato, 21 che è immutato e 2 non si esprimono. Solo una piccola minoranza, il 3 per cento di coloro che hanno partecipato al sondaggio, sostiene che la qualità dell’aria sia migliorata.

L’opinione largamente prevalente tra i cittadini europei sembra riflettere quanto comunicato dai mezzi di informazione: “aria sempre più irrespirabile” ed “emergenza smog” sono titoli che ricorrono spesso negli articoli dedicati all’argomento.

Un miglioramento in atto da molti anni

Titoli che però non riflettono accuratamente la realtà. Si dovrebbe dire, anzi, che ne forniscono una rappresentazione fortemente distorta.

A leggere gli annuali “Rapporti sulla qualità dell’aria” delle Agenzie per la protezione dell’ambiente risulta evidente come, fatta eccezione per il “dispettoso” ozono, la concentrazione in atmosfera di tutti i principali inquinanti si sia ridotta.

In Lombardia, ad esempio, tra il 2016 e il 2019 la concentrazione media di PM2.5 è diminuita da 37 a 20 µg/m3.

Figura 1 – Andamento delle concentrazioni medie annuali di PM2.5 della Regione Lombardia confrontato con il trend della città Metropolitana di Milano (stazioni del programma di valutazione)

Fonte: Arpa Lombardia. Rapporto sulla qualità dell’aria della Città Metropolitana di Milano Anno 2019

Ma il miglioramento non è relativo solo agli ultimi anni, la tendenza è in atto da molti decenni.

Negli anni Settanta a Torino e Milano la concentrazione del PM10, l’inquinante cui vengono attribuiti all’incirca l’80-85 per cento degli impatti, si attestava su valori superiori ai 100 µg/m3.

Figura 2 – Concentrazioni medie annue di particolato totale sospeso, stazioni di Torino (1980-2019)

Fonte: Arpa Piemonte. Uno sguardo all’aria 2019

Frugali ma condannati

Nonostante il radicale miglioramento della qualità dell’aria, per l’Italia è arrivata la condanna della Corte di giustizia della Ue. Il mancato rispetto dalla normativa europea si registra prevalentemente nelle regioni del Nord. Eppure, i dati relativi alle emissioni di sostanze inquinanti ci dicono come le aree del bacino padano siano relativamente “frugali”.

Per la maggior parte degli inquinanti, le emissioni pro-capite sono significativamente al di sotto della media europea; l’eccezione più rilevante è rappresentata dall’ammoniaca (NH3), le cui emissioni sono pressoché interamente riconducibili al settore agricolo.

Il divario con la media europea è più ampio qualora si rapportino le emissioni alla ricchezza prodotta.

Effetto lockdown: crolla il traffico ma non le polveri

Avremmo potuto fare di più? E sarebbe stato auspicabile? Una chiara indicazione sembra si possa trarre dall’esperienza vissuta nel 2020, quando siamo stati costretti a sperimentare uno scenario di significativa riduzione delle attività produttive e della mobilità. Durante il primo lockdown le percorrenze in auto si sono ridotte di circa l’85 per cento e quelle dei veicoli merci si sono pressappoco dimezzate.

Figura 3

Fonte: Apple. Trend di mobilità

Il Sistema nazionale protezione ambiente ha da poco pubblicato un Rapporto sulla “Qualità dell’aria in Italia durante il lockdown”. I suoi dati evidenziano come nelle regioni della Pianura Padana la concentrazione delle polveri sottili sia rimasta sostanzialmente invariata rispetto agli anni precedenti, mentre si è registrato un netto calo per il biossido di azoto, il secondo principale in

The post La qualità dell’aria migliora, le regole no appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Anche nelle università italiane la Dad è qui per restare

Lun, 11/01/2021 - 15:24

Introdotta per offrire una formazione a chi non può frequentare le aule universitarie, la Dad diventa sempre più uno strumento di qualità, inclusivo e sostenibile. Le risorse del Recovery plan possono aiutare a superare i ritardi dei nostri atenei.

Didattica a distanza, un’esperienza positiva

Dai primi di marzo 2020 si sono succeduti numerosi Dpcm volti a contenere la diffusione del Covid-19. I primi provvedimenti hanno comportato, tra le altre limitazioni, il fermo generalizzato dell’erogazione della didattica e dell’espletamento di esami e sedute di laurea in presenza in tutti gli atenei del nostro paese.

Fatta eccezione per alcune esperienze che hanno anticipato il futuro, per la maggior parte di docenti e studenti il lockdown ha rappresentato il primo incontro con la didattica a distanza (Dad). Poiché il virus non ha mai smesso di circolare, la ripresa autunnale dell’anno accademico ha coinciso con la necessità di adottare nuove misure di contenimento. Diversamente dalla primavera scorsa, tuttavia, è stata evitata la chiusura generale e numerose università hanno scelto una didattica mista, mentre altre hanno optato per la sola modalità a distanza.

Tutto questo suggerisce che la Dad sia “qui per restare” anche nelle università italiane: dopo averla largamente utilizzata per mesi, imponendo uno sforzo organizzativo e di progettazione didattica considerevole a docenti e studenti, è difficile immaginare che, a epidemia sconfitta, si torni a insegnare esclusivamente in presenza.

Le prime indagini sull’esperienza della Dad da parte di docenti e ricercatori restituiscono un giudizio nel complesso positivo, anche se coloro che la adotterebbero in modo permanente in sostituzione della didattica in presenza rappresentano una esigua minoranza.

Il ritardo italiano

Tra gli esiti inattesi della pandemia c’è senza dubbio anche l’aver riportato la formazione al centro del dibattito pubblico, mettendo in luce l’obsolescenza dei metodi di insegnamento dei docenti e la loro quasi totale estraneità alle piattaforme tecnologiche utilizzate per la Dad. È evidente come l’Italia stia scontando un notevole ritardo sul fronte dell’e-learning. Eppure, eravamo partiti per tempo e con il piede giusto. Già trent’anni fa, infatti, il legislatore aveva previsto “il sostegno finanziario a iniziative di istruzione universitaria a distanza attuate dalle università anche in forma consortile con il concorso di altri enti pubblici e privati, nonché a programmi e a strutture nazionali di ricerca relativi al medesimo settore”.

A partire dai primi anni Duemila, però, da noi l’e-learning è stato confinato sdegnosamente nelle università telematiche, e la distanza tra l’Italia e gli altri paesi, specie quelli anglosassoni, ha iniziato ad allargarsi. All’inizio della pandemia il nostro paese ha sperimentato prevalentemente una Dad di emergenza, mentre negli Usa, già dalla primavera scorsa, alcuni atenei hanno cominciato a elaborare piani molto flessibili per favorire lo svolgimento delle lezioni che si sarebbero tenute interamente a distanza nell’autunno successivo.

Nonostante le difficoltà emerse in questo periodo e quelle che ancora si manifesteranno, i fruitori della Dad sembrano essere in numero crescente ovunque nel mondo. Nata per offrire una formazione a coloro che sono impossibilitati a frequentare le aule universitarie, la Dad sta diventando sempre più uno strumento di formazione di qualità, inclusivo e sostenibile. Da noi, i vantaggi offerti dalla Dad potrebbero aver contribuito all’aumento degli iscritti alle università tradizionali (U) per l’anno accademico in corso (2020/2021), come riportato nel grafico, rispetto agli anni precedenti (2018/2019-2019/2020) e alla tendenza opposta sperimentata dalle università telematiche (UT); per i politecnici (P) si osserva invece una lieve flessione.

Un sostegno dal Recovery plan

L’innovazione didattica non può essere portata avanti senza un piano complessivo per lo sviluppo digitale che riguardi tanto la formazione dei docenti quanto le infrastrutture tecnologiche delle università. Per quanto riguarda il primo punto, le potenzialità della Dad andrebbero esplorate oltre l’emergenza, permettendo ai docenti di familiarizzare, tra gli altri, con il metodo della flipped classroom, caratterizzato dall’alternanza tra apprendimento autonomo, con l’e-learning fuori dall’aula universitaria, e didattica in presenza più orientata all’approfondimento.

Il secondo punto rientra pienamente nella trasformazione digitale che costituisce uno dei pilastri del Next Generation EU. Sono davvero tanti i progetti che potrebbero venire finanziati con il Recovery plan e che non richiedono nemmeno stanz

The post Anche nelle università italiane la Dad è qui per restare appeared first on Lavoce.info.

Categorie: Informazione

Pagine