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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 18 min 22 sec fa

Il diritto dei no-vax contro il diritto di tutti

Mer, 24/11/2021 - 10:16

Il diritto a scegliere invocato dai no-vax ha un prezzo. Compromette il diritto di tutti ad avere un sistema sanitario funzionante. Soprattutto, rischia di riaprire la crisi delle terapie intensive, quelle che fanno la differenza tra vivere e morire.

Le conseguenze del diritto di scelta

Il cavallo di battaglia no-vax – il principio fondamentale al quale si appellano – è che non può essere messo in discussione il diritto di ogni singola persona di scegliere se vaccinarsi o meno. 

Ma, numeri alla mano, è immediato mostrare che, nonostante i non vaccinati rappresentino solo il 14,6 per cento della popolazione con più di 12 anni, la loro scelta ha già oggi conseguenze per la tenuta del sistema sanitario. Conseguenze che plausibilmente sono destinate ad aggravarsi nel giro di poche settimane. In altre parole, il loro diritto a scegliere confligge – nei fatti, non in teoria – con il diritto di tutti ad avere un sistema sanitario funzionante.    

I reparti di terapia intensiva sono la prima linea del sistema sanitario. Vi vengono ricoverati i pazienti che non potrebbero sopravvivere altrove, poiché le malattie acute di cui soffrono mettono a rischio la loro vita. Non sorprende che fin dall’inizio della crisi Covid-19 l’attenzione sia stata altissima soprattutto sulla tenuta di questi reparti, essenziali per la sopravvivenza delle persone colpite dal virus in forma acuta oltre che per quella delle persone affette da altre patologie. Tratta dall’ultimo aggiornamento dell’Istituto superiore di sanità, la riga 2 della tabella 1 riporta il numero di ingressi nei reparti di terapia intensiva, distinto per stato vaccinale, nell’arco del periodo 8 ottobre-7 novembre. La riga 3 riporta il tasso di ingresso (per centomila abitanti) per fascia di età, osservato sui non vaccinati (è il rapporto tra riga 2 e riga 1, moltiplicato per 100mila). Per confronto, la riga 4 riporta il tasso di ingresso in terapia intensiva (per centomila abitanti) osservato sui vaccinati con ciclo completo.

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Le colonne dalla seconda alla quinta della riga riportano il numero di ingressi in terapia intensiva che si sarebbe osservato sui non vaccinati se si fossero vaccinati: è ottenuto applicando al numero di non vaccinati in riga 1 il tasso di ingresso in terapia intensiva dei vaccinati in riga 4. 

Se tutti si fossero vaccinati, nel mese considerato avremmo avuto 260 ingressi in terapia intensiva invece dei 662 effettivamente osservati: il 60 per cento in meno. Peraltro, se i non vaccinati si fossero vaccinati, la circolazione del virus sarebbe stata inferiore, per cui anche il tasso di ingresso in terapia intensiva dei vaccinati sarebbe risultato inferiore. Pertanto, nello scenario “tutti vaccinati” il numero di ingressi in terapia intensiva sarebbe stato probabilmente inferiore a 260. 

Il ritorno dell’esponenziale

La figura 1 riporta l’andamento giornaliero del numero totale di ricoverati in terapia intensiva a partire dal 1° novembre. L’asse verticale è in scala logaritmica: il buon adattamento ai dati della retta interpolante significa che il numero totale di ricoverati in terapia intensiva cresce secondo una legge esponenziale. Nulla di nuovo: è la legge che governa la crescita di tutti i numeri del Covid-19, all’opera da fine febbraio 2020. La pendenza della retta interpolante corrisponde a un tempo di raddoppio del numero totale di ricoverati in terapia intensiva pari a circa 38 giorni. Per memoria, lo scorso anno alla stessa data il tempo di raddoppio era pari a circa 20 giorni.

Figura 1 – Logaritmo naturale del numero totale di ricoverati in terapia intensiva, registrato giornalmente dal 1/11 al 21/11

Utilizzando questo tempo di raddoppio, la colonna 2 della tabella 3 riporta la progressione del numero di ricoverati in terapia intensiva fra 38, 76 e 114 giorni, partendo dal numero di ricoverati in quel reparto del 21 novembre (520). Questi numeri sono ottenuti nell’ipotesi che rimangano invariati: 

  • il numero di vaccinati e non vaccinati 
  • il tasso di ricovero in terapia intensiva dei vaccinati e dei non vaccinati 
  • il tempo di raddoppio, cioè la velocità di diffusione del contagio
  • le misure di contenimento del contagio, ad oggi quelle previste in zona bianca. 

In questo scenario, già a Natale il numero di persone in terapia intensiva supererebbe il migliaio; a Carnevale saremmo oltre le duemila; al 15 marzo i ricoverati in terapia intensiva sarebbero 4.160, pari quasi al massimo toccato nelle precedenti tre ondate. 

La colonna 3 della tabella 2 riporta la progressione che avremmo se tutti fossero vaccinati. È ottenuta riducendo del 60 per cento il numero di ricoverati in terapia intensiva al 21/11: è il fattore di riduzione visto poco sopra per gli ingressi in terapia intensiva nel periodo 8/10-7/11. A parità di durata della permanenza in terapia intensiva, lo stesso fattore di riduzione si applica anche al numero totale di ricoverati nel reparto. Applicando a questa condizione iniziale – 208 ricoverati in terapia intensiva – lo stesso tempo di raddoppio di 38 giorni, si ottiene la progressione in colonna 3. 

L’effetto della (ipotetica) vaccinazione dei non vaccinati sull’andamento nel tempo è palese: nello scenario “tutti vaccinati”, si arriverebbe alle soglie della primavera con un numero di ricoverati in terapia intensiva alto – 1.664 – ma molto inferiore ai massimi toccati negli scorsi venti mesi e, soprattutto, compatibile con la tenuta del sistema.

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Può sembrare controintuitivo che un numero relativamente piccolo di non vaccinati faccia tutta questa differenza, dopo tutto sono solo il 14,6 per cento della popolazione 12+. Ma la spiegazione è semplice: 

  • i non vaccinati hanno tassi di ingresso in terapia intensiva molto superiori ai vaccinati: 7,3 volte più elevato tra gli 80+, fino a 30 volte più elevato nelle fasce più giovani (vedi tabella 1). 
  • la forte differenza nei tassi di ingresso in terapia intensiva dà luogo a condizioni iniziali molto diverse nei due scenari: il numero di ricoverati in terapia intensiva osservato al 21/11 è ben oltre il doppio del numero che avremmo avuto alla stessa data se tutti fossero stati vaccinati. 
  • la differenza nelle condizioni iniziali combinata all’andamento esponenziale della crescita dà luogo agli esiti documentati in tabella 2.

Il diritto a scegliere liberamente invocato dai no-vax ha un prezzo: mette concretamente a rischio il diritto di tutti ad avere un sistema sanitario funzionante. In particolare, rischia di riaprire la crisi della prima linea del sistema sanitario, le terapie intensive: il nodo del sistema che fa la differenza tra vivere e morire.  

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Assegno unico per i figli: qualche dubbio sull’equità

Mar, 23/11/2021 - 12:56

L’assegno unico per i figli partirà a marzo 2022. È una razionalizzazione del supporto pubblico alle famiglie con figli. Ma rimangono alcune criticità. In particolare, suscita dubbi la scelta di garantire il contributo anche a chi non presenta l’Isee.

Arriva l’assegno unico e universale

Con l’approvazione del decreto legislativo da parte del Consiglio dei ministri del 18/11/2021 è stato istituito l’assegno unico e universale (Auu), in attuazione della delega conferita al governo ai sensi della legge 46 del 1° aprile 2021.

Come più volte analizzato su lavoce.info si tratta di un atto significativo verso la razionalizzazione nel supporto pubblico alle famiglie con figli in Italia, fino a oggi destinatarie di misure poco generose, disomogenee e categoriali. Tuttavia, a un esame preliminare del decreto legislativo, permangono alcune criticità evidenziate nei mesi passati.

Da marzo 2022, l’assegno andrà a beneficio dei figli minorenni o fino al compimento del 21° anno se impegnati in attività scolastica, professionale o lavorativa con un reddito inferiore a 8 mila euro l’anno oppure se disoccupati e in cerca di lavoro presso i servizi pubblici per l’impiego. L’assegno è riconosciuto senza limiti di età per i figli con disabilità.

Il valore massimo e costante dell’assegno sarà di 175 euro al mese per ciascun figlio per le famiglie con Isee fino a 15 mila euro, fascia in cui si colloca il 50 per cento dei nuclei famigliari con figli. Per i figli dal terzo in poi l’ammontare è pari a 260 euro. Sopra i 15 mila euro di Isee il valore spettante per ogni famiglia diminuisce al crescere della condizione economica. Maggiorazioni fisse sono previste per i figli disabili (da 100 a 50 euro a seconda del livello di disabilità e dell’età), per le madri under 21 (20 euro), per le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano (30 euro a scalare, ma solo per Isee fino a 25 mila). Oltre i 15mila euro di Isee l’importo scende gradualmente fino a 50 euro a figlio per un’Isee pari o superiore a 40 mila euro. Chi avrà un’Isee superiore a 40 mila euro l’anno o chi deciderà di non presentarlo riceverà la quota universale riconosciuta a tutti (50 euro al mese a figlio). Dai 18 ai 21 anni di età la cifra è dimezzata. Le famiglie con più di quattro figli beneficeranno di 1.200 l’anno, un forfait che di fatto corrisponde all’attuale detrazione Irpef per famiglie di questo tipo.

Il reale vantaggio in termini economici deve tuttavia essere valutato rispetto alla situazione esistente, in quanto l’assegno sostituisce una pluralità di strumenti oggi presenti: le detrazioni Irpef per figli a carico (che permangono per i figli a carico di età superiore ai 21 anni), la detrazione Irpef per famiglie con più di quattro figli, l’assegno al nucleo familiare, l’assegno per il nucleo familiare con tre figli minori, il bonus bebè\assegno natalità e il bonus mamma domani. Ai percettori del reddito di cittadinanza, l’assegno unico e universale è corrisposto automaticamente sottraendo la quota del reddito di cittadinanza corrispondente ai figli minori.

Prime valutazioni

In attesa di conoscere il testo del decreto legislativo che dovrà passare al vaglio delle Commissioni parlamentari, si evidenziano alcune criticità.

Rispetto alle bozze circolate nei mesi scorsi, il governo ha voluto introdurre una componente a tutti gli effetti universale e non selettiva, con un trasferimento minimo (50 euro al mese) a ogni figlio, riconoscendo un diritto individuale, indipendentemente dalla condizione economica della famiglia. L’universalità dell’assegno unico va quindi accolta come un grande e positivo cambiamento rispetto alla situazione attuale, laddove la detrazione Irpef non dipende dalla categoria  del contribuente (lavoratore dipendente o autonomo), ma non viene versata agli incapienti e decresce al crescere del reddito dichiarato fino ad azzerarsi, mentre l’assegno al nucleo familiare è riservato a lavoratori dipendenti e pensionati che lo finanziano versando i contributi alla Cuaf (cassa unica assegni familiari). L’introduzione di una quota fissa a prescindere dal reddito della famiglia è positiva, perché migliora l’efficienza del sistema e aumenta l’equità (orizzontale) complessiva. Averlo fatto a costo complessivo costante, ossia senza destinare ulteriori risorse rispetto ai 6-7 miliardi aggiuntivi previsti inizialmente, tuttavia, è un togliere ai bisognosi per dare a chi di bisogno ne ha molto meno, con un costo non indifferente in termini di distribuzione delle risorse. Robin Hood al contrario, una misura chiaramente regressiva.

La distribuzione delle risorse messe a disposizione e la valutazione di chi ci guadagnerà effettivamente non è immediata né ovvia. Rimandiamo a un futuro approfondimento la quantificazione degli effetti distributivi. Oggi, il sostegno alla famiglia attraverso l’Irpef è nullo per i contribuenti incapienti (ossia chi non ha sufficiente imposta lorda per scontare le agevolazioni fiscali previste), quello che passa per l’assegno al nucleo familiare è nullo per gli autonomi (dal momento che è finanziato con la Cuaf). Tuttavia, la generosità dell’assegno, soprattutto per le fasce più deboli, viene limitata rispetto alle previsioni iniziali perché, a parità di risorse stanziate, almeno un miliardo di euro è destinato alle famiglie con Isee superiore ai 40 mila euro all’anno o che non lo presentano. Oggi un lavoratore dipendente con un figlio a carico e a basso reddito percepisce detrazioni e Anf per un ammontare superiore ai 200 euro al mese, che salgono di altri 20 euro se il figlio ha meno di tre anni (in virtù della maggiorazione delle detrazioni) e di altri 80 euro se il figlio ha meno di un anno e quindi percepisce il bonus bebè. Il confronto è ancora più penalizzante se si considera il secondo semestre 2021 quando il governo ha introdotto il trasferimento ponte per i soggetti che non avevano diritto agli Anf e la maggiorazione degli Anf che ha garantito ai dipendenti ulteriori 37,5 euro a figlio.

Rimane anche aperta la questione del (parziale) finanziamento dell’assegno unico e universale. Oggi i lavoratori dipendenti, tramite il datore di lavoro, sono soggetti a un’aliquota contributiva dello 0,68 per cento per finanziare la Cuaf. In aggregato si tratta di un contributo di circa 3 miliardi di euro all’anno che grava solo sui dipendenti e che, oltre a incidere in modo significativo sul costo del lavoro, risulta anacronistico e iniquo se l’assegno diventa universale; come tale, dovrebbe essere a carico della fiscalità generale e non finanziato solo da alcuni beneficiari.

Clausola di salvaguardia e presentazione Isee

Due questioni fondamentali minano la reale spinta riformista della misura.

Di fronte al rischio che i dipendenti a medio e basso reddito possano rimetterci rispetto alla situazione attuale, il decreto legislativo introduce una clausola di salvaguardia che prevede una compensazione in automatico per almeno tre anni. Nei dettagli si dovrà capire se la clausola di salvaguardia riguarderà la situazione previgente a inizio 2021 o considererà anche la maggiorazione degli Anf introdotta a partire da luglio di quest’anno. Introdurre la clausola di salvaguardia denota tuttavia il timore di non riuscire a bilanciare lo scontento di chi ci perderebbe con la soddisfazione di chi ci guadagnerebbe, oltre a esser un metodo per rimandare di qualche anno decisioni scomode.

Inoltre, prevedere la possibilità che anche chi non presenta dichiarazione Isee possa ottenere l’assegno ci lascia molto perplessi. L’utilizzo dell’Isee, per quanto non esente da criticità, permette di valutare le risorse di una famiglia nella sua interezza, tenendo conto della consistenza del patrimonio e non solo dei redditi che, quando non dichiarati da un sostituto di imposta, potrebbero essere in tutto o in parte evasi. L’universalità dell’assegno può essere garantita chiedendo a tutti i percettori la dichiarazione Isee e garantendo l’importo minimo al di sopra di una certa soglia: con un minimo impegno richiesto alle famiglie (l’Isee è disponibile per l’autocompilazione online e richiede pochi minuti) si garantirebbe una maggiore equità, lasciando la libertà a chi lo preferisce di non dichiarare il proprio reddito e il proprio patrimonio attraverso l’Isee, ma al costo di non ricevere risorse che sarebbero meglio spese a vantaggio di chi ne ha più bisogno.

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Il punto

Mar, 23/11/2021 - 11:00

L’offerta del fondo Kkr su Tim riapre i giochi nel mondo delle telecomunicazioni, alla vigilia dell’arrivo dei fondi Pnrr. Non è solo un’operazione tra due società private, avrà riflessi su interessi cruciali del nostro paese. Sulla bocca di tutti durante le prime ondate della pandemia, il Mes è ora scomparso dal dibattito e dai media. Eppure, quelle risorse potrebbero essere ancora utili alla nostra sanità. Negli Stati Uniti molte aziende faticano a trovare lavoratori. Se la pandemia non è sotto controllo, neanche salari più alti, benefit e abbassamento dei requisiti di ingresso risolveranno il problema. Il Ddl concorrenza introduce il divieto di abuso di dipendenza economica, ma per le piattaforme digitali non si tratta di una condanna a priori. Di norme di questo tipo dovrebbero però occuparsi le istituzioni comunitarie. Le ingenti risorse che arrivano dall’Europa sono un’occasione unica per l’Italia. Purché una politica divisa su tutto non blocchi il processo di riforma avviato dal governo.

È online il primo episodio de L’anno che verrà, il nuovo podcast de lavoce.info che racconta i temi più importanti tra quelli trattati dalla legge di bilancio in discussione. Questa settimana, abbiamo parlato di pensioni con Elsa Fornero. Potete ascoltarlo sul nostro sito e sulle principali app di podcast.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.

Save the date! Convegno annuale de lavoce
Giovedì 16 dicembre dalle 17 alle 19.30 si svolgerà, in presenza e in diretta Zoom, il convegno annuale de lavoce: si parlerà di vaccini e delle sfide del Pnrr. A breve tutti i dettagli.

L’accesso ai contenuti de lavoce è libero e gratuito ma, per poter continuare ad assicurare un lavoro di qualità, abbiamo bisogno del contributo di tutti. Sostienici con una donazione, anche piccola!

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Abuso di dipendenza economica: non è una condanna a priori

Mar, 23/11/2021 - 10:17

Il Ddl concorrenza introduce una presunzione di abuso dipendenza economica mirata in particolare alle piattaforme digitali. Il provvedimento ha suscitato varie critiche, forse eccessive. Queste tematiche andrebbero però lasciate al legislatore europeo.

Cosa dice l’articolo 29

Alla fine degli anni Novanta, così come altri paesi europei, l’Italia si è dotata di un divieto legislativo di abuso di dipendenza economica, modellato sul divieto antitrust di abuso di posizione dominante. La norma riguarda i rapporti “verticali” tra imprese, come per esempio il franchising, la subfornitura industriale, i rapporti tra grande distribuzione organizzata e fornitori. Prima applicabile solo in giudizi civili tra parti private, nel 2001 la norma è stata fatta rientrare anche nella competenza dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, che può intervenire in sede amministrativa per reprimere gli abusi di posizione dominante. L’Agcm ha così progressivamente “riscoperto” una disciplina che inizialmente aveva addirittura osteggiato, in quanto priva di corrispondenti nella legislazione antitrust comunitaria. 

Il disegno di legge concorrenza, appena approvato in Consiglio dei ministri, contiene un articolo – il 29 – intitolato “Rafforzamento del contrasto all’abuso di dipendenza economica”, specificamente mirato alle grandi piattaforme digitali, suggerito proprio dall’Agcm.

L’articolo 29 introdurrebbe una presunzione (relativa, cioè superabile fornendo prova contraria) di dipendenza economica delle imprese che si devono affidare alla piattaforma digitale come intermediario per raggiungere il consumatore finale, tenuto conto di fattori quali gli “effetti di rete” e la “disponibilità di dati” in capo alla piattaforma. Inoltre, l’elenco (non tassativo) delle pratiche abusive si arricchirebbe di ipotesi, formulate sì in termini generali, ma che appaiono suggerite dall’esperienza dei rapporti tra le grandi piattaforme digitali e le imprese che si avvalgono dei loro servizi di intermediazione. Così, in particolare, il “fornire informazioni o dati insufficienti in merito all’ambito o alla qualità del servizio fornito” (per esempio sul posizionamento relativo, nelle ricerche del consumatore, dei prodotti che le imprese terze offrono attraverso la piattaforma).

Le critiche

La proposta contenuta nel Ddl concorrenza ha suscitato alcune critiche, riassunte in un intervento di Franco Debenedetti su Il Sole-24Ore

I punti sollevati sono tre: 1) la norma è un unicum in Europa, quando invece il fenomeno richiederebbe una disciplina uniforme europea; 2) la presunzione di dipendenza economica, che verrebbe così introdotta, suona come una condanna a priori delle piattaforme digitali; 3) la previsione legislativa è troppo indeterminata, sia nell’individuare i presupposti della presunzione di dipendenza sia nel definire le ipotesi di condotte vietate; e, nella sua ampiezza, rischia di colpire in modo indiscriminato operatori con posizioni di mercato e di forza relativa verso le loro controparti commerciali molto diverse. Almeno in parte queste preoccupazioni ci sembrano da condividere.

Tuttavia, un poco di contesto può servire a meglio inquadrare la proposta contenuta nell’articolo 29. Il divieto italiano di abuso di dipendenza economica, in realtà, non è un unicum in Europa, né lo è l’idea di usarlo contro le piattaforme digitali. Un precedente importante è quello tedesco ed è del resto al diritto tedesco che si ispira oggi la proposta di integrazione contenuta nell’articolo 29. In Germania, nel 2017 e poi di nuovo quest’anno, il legislatore è intervenuto sulle norme, già molto articolate, che disciplinano l’abuso di potere di mercato, incluso il divieto di abuso di dipendenza economica, con l’obiettivo di meglio catturare le specificità dei mercati dell’economia digitale e così agevolare l’azione amministrativa dell’autorità antitrust. Il tutto con la dichiarata ambizione di fare da apripista in Europa, attraverso un uso proattivo del diritto antitrust nel digitale.

Quello che può avere un senso e funzionare nella legislazione e nell’esperienza antitrust tedesche non è però detto che faccia senz’altro al caso degli altri stati membri. La maggior parte dei paesi europei, infatti, non si affida in materia di abuso di potere economico a disposizioni così dettagliate come sono (tradizionalmente) quelle tedesche, ma si limita a replicare le assai più generiche disposizioni dell’antitrust comunitario, il cui significato è stato disegnato, in larga parte, dalle sentenze della Corte di giustizia. Diversi stati membri hanno però ripreso nel tempo, talvolta con finalità differenti e non sempre messe bene a fuoco, la norma tedesca sull’abuso di dipendenza economica. In ogni caso, il rischio è che, attraverso l’adozione di divieti legislativi prettamente nazionali e specificamente mirati alle piattaforme digitali, si alimentino spinte centrifughe, quando il fenomeno trascende chiaramente la dimensione nazionale e richiederebbe piuttosto una regolamentazione uniforme a livello europeo. A ciò si aggiunga che un moltiplicarsi di divieti legislativi nazionali può portare a risultati pratici poco controllati e magari eccessivi, di tipo giustizialista o, al contrario, nel segno di una cattura del regolatore. Rischio che però i meccanismi esistenti di coordinamento tra autorità nazionali della concorrenza potrebbero ridimensionare.

L’onore della prova

Nel merito della norma, la preoccupazione per una presunzione che già porterebbe in sé una condanna a priori delle piattaforme digitali pare invece eccessiva. Certo dipende anche dall’uso che la nostra Autorità garante ne vorrà fare. Ma la presunzione di dipendenza è pur sempre relativa, comporta cioè solo un’inversione dell’onere della prova a carico del gestore della piattaforma (che conoscerà il suo modello di business e il suo mercato meglio di chiunque altro). Ed è un’inversione molto relativa: i presupposti della presunzione sono difatti abbastanza generici e, quindi, richiedono di essere contestualizzati nel caso concreto. Pare difficile, per quello che è il normale gioco tra l’Autorità che indaga e l’impresa che si difende, che nel procedimento non si sviluppi un confronto approfondito sull’effettiva sussistenza di una situazione di potere relativo verso le imprese clienti e di un abuso di tale potere. In altre parole, è come se il legislatore dicesse che, nel valutare la dipendenza economica dalle piattaforme digitali, occorre tenere conto tra gli altri fattori anche degli effetti di rete, della disponibilità di dati, del ruolo di gatekeeper della piattaforma. Cosa che l’Autorità potrebbe comunque già fare, e che potrebbe fare anche applicando il contiguo, e in parte sovrapponibile, divieto di abuso di posizione dominante. Vero è che per “i soliti noti”, cioè per le piattaforme digitali più importanti, la conclusione potrebbe sembrare già scritta. Ma se anche così fosse, rimane pur sempre che un accertamento positivo della dipendenza, di per sé, non equivale ancora a un giudizio di abusività della condotta indagata.

Quanto alla indeterminatezza del dettato legislativo, la critica di Debenedetti non è forse del tutto centrata. Non meno indeterminati sono difatti i contigui divieti dell’antitrust comunitario e nazionale di intese anticompetitive e di abuso di posizione dominante, anch’essi suscettibili di essere impiegati nel contrasto agli abusi delle grandi piattaforme digitali. In ogni caso, i riferimenti contenuti nell’articolo 29 del Ddl concorrenza agli effetti di rete, alla disponibilità di dati e, più genericamente, al ruolo determinante della piattaforma nell’intermediazione di servizi in realtà contribuiscono a orientare, ma senza rigidità eccessive, l’applicazione di un divieto legislativo altrimenti ancora più indeterminato. Mentre le condotte abusive tipiche restano in larga parte quelle che erano. All’atto pratico, le nuove norme sembrano quindi avere più che altro il valore di un messaggio politico, una sorta di via libera all’Agcm, per i casi in cui valuti opportuno intervenire nei confronti dell’una o dell’altra piattaforma.

In definitiva, se c’è un aspetto più problematico nella riforma del divieto di abuso di dipendenza economica, sembra riguardare l’opportunità di esperimenti dei legislatori nazionali rispetto a fenomeni e problemi di ben altra dimensione, che andrebbero preferibilmente lasciati, specie in questa fase iniziale, nelle mani del legislatore e delle istituzioni europee.

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Riforme in Italia: ora o mai più

Mar, 23/11/2021 - 10:14

L’Italia ha la necessità di sfruttare nel modo migliore le ingenti risorse messe a disposizione dal programma Next Generation Eu. Il Pnrr ha colto la sfida, ma la preoccupazione è che le divisioni della politica blocchino il processo di riforma.

L’Italia prima e dopo la pandemia

Come esce l’Italia dall’esperienza del Covid? Ne discuto in un libro in uscita il 25 novembre. Premessa e punto di avvio del libro è peraltro il “come eravamo” prima della pandemia, ovvero la vicenda del quarto di secolo precedente in cui il paese aveva di fatto arrestato la sua crescita.

I problemi italiani non sono infatti solo figli della pandemia. Hanno radici profonde. Occorre tener conto delle novità di contesto evidenziate dal Covid-19, ma, al tempo stesso, rilanciare la crescita dell’economia italiana. Ciò anche per rendere sostenibile il debito pubblico impennatosi con la pandemia. In un contesto di riduzione della popolazione – non sufficientemente compensata da migrazioni che l’Italia pre-Covid aveva ben poco imparato a gestire e integrare –richiede di innalzare sia la produttività che il tasso d’occupazione.

Qui ci concentriamo non tanto sul racconto critico di quanto accaduto durante la pandemia, in termini sanitari ed economico-sociali – aspetti entrambi su cui l’Italia, dopo un pessimo inizio, ha risalito la china nel 2021, grazie soprattutto a un livello di vaccinazione elevato, ancorché tuttora incompleto – quanto su alcune delle novità e delle sfide del futuro prossimo venturo.

Sono novità che riguardano non solo l’Italia: dall’accresciuta domanda di beni pubblici da finanziare (a partire dalla “salute pubblica”, cosa diversa dalla mera domanda di servizi sanitari e di cura) all’esplosione del digitale (con tutte le connesse esigenze di governance), dalla riscoperta della resilienza (difficile da ottenere per le tante piccole imprese italiane) alla possibile segmentazione del mondo in blocchi (economici e politici), dalla scoperta del lavoro a distanza (dai contorni diversi, peraltro, a seconda che riguardi le figure professionali alte e “creative” o gli addetti in attività circoscrivibili e parcellizzabili) al futuro dei centri urbani (e delle connesse rendite immobiliari) come poli di attrazione e innovazione (sono in mutamento ma tutt’altro che destinati a sparire).

Tutto il mondo ha affrontato la crisi da Covid in modo diverso rispetto al passato: la politica economica si è dappertutto orientata in senso espansivo; in Europa si sono evitati gli errori di dieci anni prima di fronte a una congiuntura avversa. Per l’Italia, il prevalere di tali orientamenti, in ambito sia fiscale che monetario, ha evitato il rischio di avvitamenti: un esito non scontato se solo si rammentano le turbolenze emerse nei mercati finanziari nella prima metà del marzo 2020. Anche l’Italia ha così potuto fornire un ampio supporto fiscale a famiglie e imprese.

Avrebbe potuto fare di più e meglio? Probabilmente no in termini di quantità complessive, atteso anche l’elevato livello pregresso del debito pubblico. Probabilmente sì da un punto di vista qualitativo, anche se va detto che molte criticità affondano in fattori strutturali pregressi: per esempio la difficoltà a usare l’apparato e i dati fiscali, in un mondo di piccole imprese e di alta evasione fiscale.

Opportunità da cogliere

L’aspetto più critico, soprattutto in prospettiva, è però il ritardo con cui si è iniziato a tener conto del fatto che il Covid-19 non è un’alta marea che lascerà immutato il mondo dopo che si sarà ritirata: sostenere indefinitamente imprese e attività che non siano solide, capaci di sopravvivere e di essere redditizie in quello che sarà un nuovo contesto, comporterebbe costi elevati per i conti pubblici e frenerebbe la necessaria riorganizzazione del sistema produttivo. Si dovrebbe perciò sempre più favorire la riorganizzazione e stimolare il rafforzamento organizzativo e finanziario delle imprese, insieme al potenziamento delle infrastrutture del paese, fisiche e digitali. Anche il supporto ai disoccupati dovrebbe spostarsi dal finanziare il “galleggiamento” dei rapporti di lavoro al favorire la transizione verso nuove occasioni lavorative. Sono gli ambiti sui quali l’Italia, e non da oggi, ha gravi lacune e la pesante crisi rischia semmai di favorire passi indietro: da un assetto moderno, ancorché incompleto, dei sussidi di disoccupazione, di recente riorganizzati nella Naspi, alle vecchie logiche degli interventi sine die della cassa integrazione.

Le sfide per l’Italia si sostanziano però soprattutto nella opportunità e nella necessità di sfruttare – in termini di investimento e come occasione di riforma interna – le ingenti risorse messe a disposizione dal Next Generation Fund europeo. Quest’ultimo ha rappresentato una importante novità della politica economica europea – in termini sia di abbozzo di politica di bilancio di stampo federale che di tentativo di governare la transizione ecologica e digitale – e per molti versi rappresenta una sorta di ultima occasione, per l’Italia ma anche per lo stesso processo di unificazione europea, entrato in crisi nel quindicennio precedente. La risposta europea al Covid non è solo stata più decisa e veloce, rispetto a 10 anni prima, nell’imprimere un orientamento coerentemente espansivo, ma anche più “comunitaria” e meno intergovernativa.

La sfida è stata pienamente colta dal piano predisposto dal governo Draghi. Il ritorno a una durevole crescita dell’economia italiana è legato alla realizzazione di importanti riforme. Poco esplicitati sono però i loro contenuti e gli indirizzi concreti, un tema su cui l’ampia maggioranza politica che sostiene il governo rimane divisa. Poco maturo, e spesso schiacciato su slogan semplicistici, rimane il dibattito di policy nel paese. Vi è il rischio che molte riforme non riescano ad andare oltre le pur indispensabili semplificazioni procedurali – e gli irrobustimenti e ricambi generazionali della compagine d’una serie di amministrazioni pubbliche – necessari a una veloce spendita dei fondi del Next Generation. Come argomentato nel capitolo conclusivo del libro, per l’Italia si tratta perciò d’una ultima occasione, da non perdere, ma difficile da cogliere e realizzare.

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E alla fine arrivò il papa straniero

Mar, 23/11/2021 - 09:43

Con l’operazione Kkr, Tim potrebbe archiviare la prospettiva di una rete unica e ottenere nuove risorse per la convergenza tra telecomunicazioni e contenuti e per un ruolo da protagonista nel 5G. Ma quali sono invece gli interessi dell’Italia?

L’offerta di Kkr

Tanto tuonò che piovve. Dopo una serie di notizie contrastanti e di difficile interpretazione, ultima la presunta volontà di Tim di scendere in minoranza in una nuova società che riunisse le infrastrutture di rete fissa italiane, è arrivata l’offerta totalitaria sull’intero gruppo di telecomunicazioni del fondo Kkr, già azionista della società Fibercop, a maggioranza Tim, che possiede la rete secondaria dell’ex-monopolista,.

Il governo ha sinora reagito mantenendo la neutralità riservata a una operazione tra privati assieme alla vigile attenzione per l’importanza dei soggetti e delle infrastrutture coinvolte. Due sono quindi le prospettive da cui valutare l’operazione: dal punto di vista del gruppo di telecomunicazione e da quello del paese.

Dal punto di vista di Tim

Per Tim tre appaiono i tavoli principali su cui è impegnata oramai da tempo e su cui ha impostato le strategie per il futuro prossimo. Quello più complesso e non esente da ripensamenti, accelerazioni e una notevole incertezza di fondo riguarda il futuro della rete fissa e lo sviluppo della rete ultrabroadband in fibra. Negli anni Tim ha ripetutamente oscillato tra una prospettiva di modernizzazione della propria rete tradizionale, con la progressiva sostituzione delle connessioni in rame con la fibra ottica, accettando la competizione con la più moderna infrastruttura sviluppata negli ultimi anni da Openfiber, e la proposta alternativa di unificare le due infrastrutture.

Convitato di pietra, nella periodica oscillazione tra le due opzioni, è la questione fondamentale della proprietà e del controllo di una possibile società della rete unica. Dove, accanto al pretendente Tim, oggi si muovono Cassa depositi e prestiti, in maggioranza in Openfiber e con il 10 per cento di Tim, Kkr, entrata con il 37,5 per cento in Fibercop, e il fondo Macquarie subentrato a Enel nell’azionariato di Openfiber.

Sulla vicenda della rete unica, tuttavia, la parola di Bruxelles pare aver definitivamente chiarito che non sia accettabile per l’Italia, oggi caratterizzata da due reti ultrabroadband di Tim e di Openfiber in concorrenza tra loro, tornare a una rete unica controllata da una impresa come Tim, tuttora tra gli attori principali nell’offerta di servizi di telecomunicazione. L’operazione Kkr, quindi, sembra fare giustizia alle voci degli ultimi tempi e sistemare definitivamente la questione: il fondo americano non investirebbe nel gruppo Tim senza mantenere in pancia il principale asset, la rete di telecomunicazione, e il pronunciamento di Bruxelles, quindi, sbarra la strada alla prospettiva di una rete unica attraverso la fusione con Openfiber.

Il secondo capitolo importante per Tim riguarda il forte investimento, finanziario e di immagine, portato avanti con l’operazione Tim/Dazn e l’aggiudicazione dei diritti sulla Serie A di calcio. La mossa può rappresentare uno snodo decisivo per lo sviluppo dei servizi di intrattenimento via Internet delle famiglie italiane e si giustifica, al di là delle momentanee difficoltà nel lancio dell’operazione, in una prospettiva di medio periodo. In essa Tim ha dimostrato prontezza di riflessi e sguardo lungo.

La terza partita riguarda il 5G e lo sviluppo impetuoso atteso nei prossimi anni nel mondo dell’Internet delle cose, dalla logistica alla guida assistita, alla telemedicina e all’e-government, ai sistemi di automazione di fabbrica. Un mondo che ancora oggi deve spiegare compiutamente le sue potenzialità, ma delle cui prospettive è difficile dubitare. Un mondo dove un grande operatore di telecomunicazioni, attivo nel segmento fisso e in quello mobile, può giocare un ruolo decisivo sia nello sviluppo dei servizi e delle reti locali sia come rete di supporto a sistemi locali che si sviluppino autonomamente. La capacità di giocare su più tavoli, da questo punto di vista, pone Tim in una posizione di vantaggio rispetto agli operatori attivi solamente nel mobile.

Per Tim e le sue prospettive a medio termine, l’operazione Kkr potrebbe dunque chiarire definitivamente la vicenda delle reti, archiviando la prospettiva di una rete unica, e dare nuove risorse per la convergenza tra telecomunicazioni e contenuti, avviata con l’operazione Dazn, e per un ruolo da protagonista nel mondo del 5G. Ma per il paese è una notizia altrettanto buona?

Dal punto di vista del paese

Per quanto riguarda gli interessi del paese, lascerei perdere la questione meramente di bandiera dell’italianità. In primo luogo perché la storia del gruppo Telecom, dalla privatizzazione del 1998 in poi, ha visto una ben misera figura prima dei vecchi rappresentanti dei salotti buoni, uniti solamente nel braccino corto e nella voracità con cui hanno partecipato all’operazione iniziale, e poi dei capitani coraggiosi, capaci di gravare di un debito quasi insostenibile il gruppo senza portare una chiara idea di sviluppo. L’uscita di scena di questi iniziali protagonisti ha visto la famosa italianità annacquarsi a ogni giro di giostra, con gli spagnoli di Telefonica e poi l’ingombrante ma indecisa presenza di Vivendi, di cui, dopo anni, continua a essere difficile individuare eventuali finalità strategiche.   

Gli interessi per il paese riguardano invece in primo luogo le prospettive di sviluppo di una moderna infrastruttura ultrabroadband, rafforzate dalle ulteriori risorse apportate dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, e di valorizzazione delle competenze tuttora esistenti nel gruppo, assieme alla garanzia per la sicurezza della rete interna e internazionale. La presenza del sottosegretario Franco Gabrielli, con delega ai Servizi, nel comitato ristretto che, dal lato governativo, seguirà la vicenda, segnala come l’aspetto della protezione e gestione in sicurezza dei dati sia riconosciuta come uno dei fronti strategici dell’operazione. Riguardo alla rete, nella prossima primavera si svolgeranno le gare per l’assegnazione dei fondi Pnrr per lo sviluppo delle infrastrutture nelle zone (grigie) a medio sviluppo e sarà importante che anche dal lato del ministero dello Sviluppo economico si gestisca l’operazione avendo oramai chiara la prospettiva che due grandi operatori, Tim e Openfiber, saranno tra gli attori principali.

In conclusione, l’impressione è che dopo anni in cui il settore ha viaggiato a velocità ridotta, spesso sembrando rimanere a bagnomaria in attesa di tempi migliori, l’arrivo di un papa straniero nella figura del fondo Kkr, assieme alle risorse del Pnrr, abbia riacceso i fuochi. Con tutti i rischi e le opportunità che le fasi di movimento comportano

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C’era una volta il Mes

Mar, 23/11/2021 - 08:59

Prima se ne è parlato fin troppo, ora del Mes non parla più nessuno. Invece sarebbe utile riprendere la discussione. Perché i problemi del nostro sistema sanitario sono ancora da risolvere e risparmiare risorse è sempre una necessità.

La discussione sul Mes

Nel momento più critico della pandemia, il “tema” Meccanismo europeo di stabilità è stato uno dei più trattati all’interno del mondo politico e di quello giornalistico. Per quasi un anno non c’è stato giorno in cui carta stampata e telegiornali, seguendo una diatriba politica interna al governo Conte II, non abbiano parlato del Mes, interrogandosi sull’esistenza o meno di condizionalità, evocando un presunto rischio stigma e dividendosi conseguentemente fra chi sollecitava l’esecutivo dell’epoca a prendere quei circa 36 miliardi e chi, invece, profetizzava il rischio di portarsi in casa un “cavallo di Troika”. 

Oggi, trascorsi diversi mesi da quando è cambiato l’inquilino a Palazzo Chigi, la “questione” Mes è scomparsa dai radar dell’informazione ed è finita nel dimenticatoio: effettuando una rapida ricerca su Internet, è infatti difficile trovare anche solo notizie sul tema, mentre su giornali e canali televisivi il celeberrimo acronimo è caduto nell’oblio. 

Inizialmente, per giustificare l’improvvisa “scomparsa”, da più parti è stato sottolineato come l’avvento del nuovo governo avesse comportato un’importante riduzione dei tassi sul debito pubblico e, di rimando, fosse venuta meno la convenienza di far ricorso ai fondi del Meccanismo europeo di stabilità. Ora, con i tassi d’interesse che sono tornati ad aumentare (superando quelli dell’autunno 2020), la giustificazione ha perso di valore. Eppure, di quei circa 36 miliardi di euro non se ne parla più.

Che cos’è la “Pandemic Crisis Support Credit Line” 

È allora utile richiamare velocemente le caratteristiche della linea di credito Mes e rispolverare le motivazioni a favore, e contro, lo strumento. 

La Pandemic Crisis Support Credit Line è stata messa a punto dall’Eurogruppo, e quindi approvata dal Consiglio europeo e dal Board of Governors del Mes, nella primavera del 2020, con un obiettivo specifico: finanziare le spese, dirette o indirette, di carattere sanitario riconducibili all’epidemia da Covid-19. L’importo massimo per ogni paese è pari al 2 per cento del Pil nazionale (per l’Italia, i famosi 36 miliardi). Stando a quanto affermato dalla Commissione e dai vertici dello stesso Meccanismo europeo di stabilità, non sono previste condizionalità di alcun genere nell’attingere a questi fondi. Proprio quest’ultimo elemento è stato però alla base della diatriba sorta nel nostro paese: alcune forze politiche (sostenute da parte della dottrina) hanno affermato come, a Trattati invariati, le condizionalità sarebbero invece rimaste e, in quest’ottica, l’Italia avrebbe potuto essere sottoposta a trattamenti affini a quelli “subiti” dagli altri stati europei che, in passato, hanno fatto ricorso al Mes. In aggiunta, si affermava che, ricorrendo alla Pandemic Crisis Support Credit Line, il nostro paese avrebbe mostrato debolezza di fronte ai mercati e, potenzialmente, sarebbe potuto divenire oggetto di speculazioni, vanificando quel già basso risparmio che si sarebbe conseguito utilizzando i prestiti del Meccanismo europeo di stabilità invece di finanziarsi direttamente con l’emissione di Btp. 

Dall’altra parte della barricata, si affermava invece che di condizionalità, soprattutto alla luce della lettera Gentiloni-Dombrovskis, non ve ne sarebbero state; che a guardare l’andamento dei tassi d’interesse di Irlanda, Spagna, Grecia e Portogallo, i mercati non ci avrebbero “sanzionato” e che, vista la situazione in cui si trovava il nostro paese, ogni risparmio di spesa sarebbe stato da cogliere con prontezza (chi scrive sosteneva, e sostiene, queste ragioni). Va da sé che, prima di accettare i soldi del Mes, fossero necessarie ulteriori valutazioni: innanzitutto, era da verificare se ci fosse o meno un piano di investimenti una tantum di carattere sanitario, se quindi il piano volesse essere finanziato a debito e se, infine, l’orizzonte temporale su cui distribuire il rimborso dovesse essere inferiore ai dieci anni (tempistica massima della Pcscl). 

È ragionevole porsi però un quesito: per quale ragione, se non sono presenti condizionalità di alcun genere, nessun altro paese ha fatto ricorso al Meccanismo europeo di stabilità durante la pandemia? Secondo il nostro punto di vista, la risposta alla domanda tocca due differenti dimensioni:

  1. i tassi d’interesse delle altre nazioni che fanno parte dei cosiddetti Piigs (tranne la Grecia) erano, e sono, ben più ridotti dei nostri e, di conseguenza, il risparmio per loro sarebbe stato molto contenuto;
  2. è assai probabile che nei paesi dove il Mes è stato utilizzato in passato, lo strumento venga associato dall’opinione pubblica a un periodo di austerity. E, dunque, è comprensibile che i governi di quegli stati non vogliano toccare il tema.

La paradossale situazione odierna

Oggi, il rendimento dei Btp a dieci anni è prossimo all’1 per cento, mentre quello dei titoli emessi dal Mes, alla luce del rating dell’istituzione sovranazionale, si attesta poco sopra lo zero. Il risparmio di risorse, pertanto, vi sarebbe ancora. Passa in secondo piano anche la situazione di stallo in cui si trova oggi la riforma del Meccanismo europeo di stabilità. Dovrebbe portare alla creazione, fra le altre cose, del cosiddetto backstop per l’Unione bancaria, ma il processo di ratifica è bloccato in molti stati europei e in Germania, come sovente accade quando si trattano tematiche euro-unitarie, la materia è stata addirittura portata all’attenzione del Tribunale costituzionale federale. 

Se in passato del Mes si è parlato forse troppo, oggi nel nostro paese si cade nell’errore opposto: parlarne troppo poco. Invece sarebbe auspicabile riprendere in mano il “dossier Mes” e tornare a interrogare governo e parlamento in merito all’eventuale utilizzo delle risorse della Pcscl: le carenze del nostro sistema sanitario continuano infatti a esistere e l’utilità di quei circa 36 miliardi di euro permane, nonostante a Palazzo Chigi sieda un diverso presidente del Consiglio.  

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Memoria scritta sul Ddl delega sulla riforma fiscale

Lun, 22/11/2021 - 13:05

Riportiamo il testo integrale della memoria scritta sul disegno di legge delega sulla riforma fiscale presentata da Simone Pellegrino alla Commissione Finanze della Camera dei Deputati il 18 novembre 2021.

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Lavoratori cercasi negli Stati Uniti

Lun, 22/11/2021 - 10:04

Per vari motivi il mercato del lavoro Usa non è ancora tornato sui livelli pre-Covid. Le aziende rispondono offrendo salari più alti e benefit, mentre il governo federale allenta alcuni vincoli. Ma il pre-requisito è mettere sotto controllo la pandemia.

Perché negli Usa non si torna al lavoro

In un precedente articolo, abbiamo raccontato come il mercato del lavoro americano si trovi in una situazione squilibrata: l’economia è in crescita e l’occupazione aumenta, così come i salari, ma il potenziale è ancora in gran parte inespresso. Mancano lavoratori in molti settori, l’occupazione è ancora al di sotto dei livelli pre-crisi e i dati sulla crescita, pur positivi, sono inferiori alle aspettative. Non è semplice capire quali sono le ragioni dello squilibrio, ma si può cominciare a mettere insieme alcuni pezzi del puzzle.

Innanzitutto, gli Stati Uniti non sono ancora fuori dalla pandemia. La situazione è diversa nelle diverse parti del paese (anche a causa delle differenze nella proporzione della popolazione vaccinata), ma in media la discesa dei contagi si è fermata. Attualmente si registra un numero giornaliero di nuovi casi più elevato che in qualsiasi momento durante prima, seconda e quarta ondata e i morti per Covid sono più di 1.100 al giorno, un livello simile a quello di un anno fa. 

In queste condizioni, sono ancora tanti i lavoratori che esitano a tornare al lavoro, specialmente nei settori e nelle occupazioni con i rischi maggiori di infezione. Secondo il Bureau of Labor Statistics, le persone che dichiarano di non essere alla ricerca di un lavoro a causa della pandemia erano 1,6 milioni a settembre e 1,3 milioni in ottobre: sono numeri ancora notevoli, sebbene il dato di ottobre sia il più basso dall’inizio della pandemia. Il gap tra il numero dei posti di lavoro disponibili e il numero di disoccupati è molto ampio in settori esposti al contagio, come l’alberghiero e l’istruzione.

La pandemia e la carenza di offerta nel settore child care rendono difficile il ritorno al lavoro delle persone con figli piccoli, specialmente se donne. Oltre 300 mila donne di età superiore ai 20 anni hanno abbandonato la forza lavoro nel mese di settembre. Nelle scuole, spesso, un singolo caso di Covid comporta un periodo di quarantena e di istruzione a distanza per l’intera classe. Questo tipo di interruzioni sono un ostacolo per il ritorno pieno dei genitori di bambini piccoli alla forza lavoro. Già prima della pandemia, negli Stati Uniti esisteva un problema di accesso a un’assistenza all’infanzia affidabile e di qualità, spesso a causa dei costi elevati. I lockdown e la chiusura di tanti asili lo hanno reso ancora più acuto. Secondo stime del Center for the Study of Child Care Employment, il settore child care opera ancora al di sotto della capacità del periodo precedente la pandemia, e tanti asili e scuole hanno difficoltà a trovare personale (questo articolo descrive la situazione per le scuole pubbliche nella contea dove risiedo).

La pandemia ha anche indotto molte persone a riconsiderare le proprie priorità e a fare scelte lavorative e di vita diverse. La “great resignation” viene spesso descritta in questo modo: un grande numero di americani oggi può permettersi di abbandonare il proprio lavoro nella speranza (fondata) di ottenerne uno che offra non solo una paga più alta, ma maggiore flessibilità (sia negli orari sia nella possibilità di lavorare da remoto), appagamento e un migliore equilibrio tra il lavoro e il resto della vita. 

Un altro aspetto della “great resignation”, finora poco enfatizzato, è che molte persone hanno deciso di andare in pensione anticipatamente, per una combinazione di fattori, inclusi i generosi interventi di stimolo federali (assegni individuali e familiari, supplementi ai sussidi di disoccupazione) e la crescita della borsa che ha accresciuto il valore dei fondi di previdenza integrativa. Miguel Faria-e-Castro della Federal Reserve Bank di St. Louis ha stimato che la pandemia potrebbe avere indotto ben 2,4 milioni di americani ad andare in pensione prima di quanto programmato. Generalmente, durante le fasi di ripresa economica, un numero importante di pensionati ritorna a partecipare alla forza lavoro. Faria-e-Castro fa notare che qualora i pre-pensionamenti “da Covid-19” fossero permanenti, sarebbe più difficile per il tasso di partecipazione tornare al livello precedente la pandemia. 

E ancora, un’altra conseguenza del Covid-19 è che con le restrizioni agli ingressi nel paese, l’immigrazione si è notevolmente ridotta. Il Cato Institute stima che dall’inizio della pandemia, il numero di visti lavorativi è sceso di 1,2 milioni (ma il calo nel numero di immigrati era già in atto per le politiche restrittive introdotte da Donald Trump). 

Le risposte delle aziende e dell’amministrazione

Questi fattori contribuiscono a spiegare (almeno in senso “contabile”) il fenomeno dei missing workers. In qualche caso, è ragionevole aspettarsi che i gap si colmeranno grazie ad aggiustamenti del mercato. Il mercato del lavoro cerca di rispondere alla carenza di lavoratori con aumenti salariali (nonostante la crescita dell’inflazione riduca l’entità degli aumenti in termini reali). 

Un altro segnale dell’accresciuto potere contrattuale dei lavoratori è dato dal numero degli scioperi, notevolmente aumentato nelle scorse settimane. Secondo il Labor Action Tracker della Cornell University, in ottobre oltre 25 mila lavoratori hanno partecipato a scioperi, contro i circa 10 mila al mese tra luglio e settembre. Diverse grandi imprese stanno cercando di attrarre lavoratori offrendo alti salari orari e flessibilità e in alcuni casi altri benefici, come assicurazione sanitaria e congedi familiari (alcuni esempi: Amazon, Chipotle, Costco, Walmart, Starbucks). Alcune imprese allentano anche i requisiti all’ingresso, per esempio non esigono un college degree per posizioni per le quali prima era un requisito necessario.

La rimozione di alcune barriere può essere facilitata dall’intervento pubblico. In alcuni casi, si tratta di provvedimenti amministrativi relativamente semplici e non controversi: per esempio, l’amministrazione Biden sta incoraggiando gli stati a rendere più spedito il processo per rilasciare patenti di guida per i camion, al fine di ridurre la carenza di autisti. Altri interventi sono più impegnativi e politicamente difficili da attuare. Ad esempio, da più parti arrivano appelli  all’amministrazione perché allenti le restrizioni all’immigrazione, facilitando il rilascio di visti lavorativi. Altri interventi potenzialmente trasformativi, ma sui quali la discussione politica è accesa, sono l’introduzione di sussidi al child care e i congedi parentali

E soprattutto, come faceva osservare anche Austan Goolsbee qualche giorno fa, perché gli Stati Uniti possano superare la crisi economica causata dal Covid-19, per tanti aspetti diversa dalle normali recessioni, l’obiettivo numero uno rimane quello di mettere sotto controllo la pandemia.

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Il Punto

Ven, 19/11/2021 - 12:03

Le banche centrali continuano a ripetere che l’inflazione è un fenomeno passeggero. Probabilmente, invece, è destinata a durare più a lungo delle previsioni. Se accadrà, la Bce dovrà valutare se rialzare i tassi, ma in ogni caso non sarà costretta a vendere i titoli che ha acquistato con i vari programmi legati al Quantitative easing.
Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto attuativo dell’assegno unico per i figli. Riproponiamo il dossier che contiene tutti gli articoli di analisi del tema pubblicati sul sito.
Nella crisi politica tra Bielorussia e Polonia i migranti sono ostaggi. Con una politica migratoria tutta incentrata sulla sicurezza dei confini, l’Unione europea si espone infatti al ricatto di regimi autoritari.
Il mercato del lavoro Usa è in ripresa, ma alcuni segnali indicano che non tutto tornerà come prima della pandemia. Invece si affacciano segni di un cambiamento profondo.
Nonostante aumentino le vendite di auto elettriche, la crisi del settore continua. Gli incentivi che saranno certamente introdotti nella legge di bilancio permettono comunque un ricambio verso veicoli meno inquinanti.

Lavoce è a Bookcity: venerdì 19 novembre ore 16.30 alla Biblioteca Sormani di Milano, Tito Boeri, Alessandra Casarico, Giuseppe Laterza, Piergaetano Marchetti e Michael Spence dibattono sull’esperienza dell’Economia in piazza. Coordina Paola Pica.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.

Save the date! Convegno annuale de lavoce
Giovedì 16 dicembre dalle 17 alle 19.30 si svolgerà, in presenza e in diretta Zoom, il convegno annuale de lavoce: si parlerà di vaccini e delle sfide del Pnrr. A breve tutti i dettagli.

L’accesso ai contenuti de lavoce è libero e gratuito ma, per poter continuare ad assicurare un lavoro di qualità, abbiamo bisogno del contributo di tutti. Sostienici con una donazione, anche piccola!

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Auto: senza incentivi non va avanti

Ven, 19/11/2021 - 10:39

Le vendite di auto elettriche aumentano. Ma il settore non dà segni di ripresa. Con la legge di bilancio si riproporrà la questione degli incentivi per veicoli nuovi e usati. Possono contribuire a diminuire l’inquinamento e migliorare la sicurezza.

65 milioni finiti in un giorno

Cogliendo quasi di sorpresa gli addetti ai lavori, nel decreto fiscale sono stati stanziati 100 milioni per rifinanziare gli incentivi destinati all’acquisto di automobili nuove e per la prima volta anche usate, purché Euro 6 e con emissioni di anidride carbonica (CO2) non troppo alte.

Alle elettriche e ibride plug-in, di fatto le uniche che riescono a restare sotto la soglia dei 60 grammi di CO2 per km percorso, sono andati 65 milioni; 10 milioni alle auto con emissioni comprese tra 61 e 135 g CO2/km e 5 milioni alle usate; 20 milioni ai veicoli commerciali, di cui 15 ai mezzi a sola trazione elettrica.

I 65 milioni sono durati un solo giorno, fatto che di sicuro sarà brandito per perorare altri incentivi. Ma, in verità, non è accaduto nulla di diverso da quanto già visto a metà settembre, quando in tre giorni erano stati assegnati 57,5 milioni. Allora infatti le prenotazioni si erano accumulate per sedici giorni, questa volta per una quarantina.

Crescita delle elettriche, ma offerta in crisi

Ciò non toglie che le vendite di auto elettriche e ibride ricaricabili stiano andando molto bene, come dimostra anche il record di vendite in Europa della Tesla Model 3 registrato a settembre: per la prima un modello non europeo è stato il più acquistato e per la prima volta si trattava di un’auto elettrica. Va però precisato che l’auto di Elon Musk, prodotta anche a Shanghai e, tra non molto, in Germania, ormai per prassi viene consegnata in gran parte a fine trimestre, così da superare le stime degli analisti e di conseguenza far salire ancor di più il titolo Tesla in borsa.

Per verificarlo, basta guardare la stessa fonte del record (Jato Dynamics) per i mesi di luglio e agosto, quando “stranamente” la Model 3 non solo non compariva nelle prime dieci auto più vendute, ma neanche nella top ten delle sole vetture elettriche.  

Il record di settembre poi è stato condizionato dalla perdurante crisi dei chip e dei semiconduttori che ha strozzato l’offerta e rallentato di moltissimo le consegne. Le case automobilistiche, infatti, tendono a privilegiare la produzione dei modelli più redditizi e i mercati nazionali che garantiscono più margini di guadagno, che non sempre corrispondono con i modelli più venduti e con i mercati che assorbono i maggiori volumi.

Il mercato è cambiato, ma è in grave difficoltà

Da un lato, la crisi dei microchip ha certamente concorso a far durare qualche giorno in più gli incentivi per l’acquisto di automobili nuove con emissioni comprese tra 61 e 135 gCO2/km, di gran lunga le più vendute. Unitariamente si trattava di 1.500 euro, subordinati alla rottamazione di una autovettura immatricolata da almeno dieci anni e a uno sconto di 2 mila euro offerto dal venditore. 

Dall’altro, spiega solo in parte la profonda crisi di domanda in cui versa il settore. Da gennaio a ottobre 2021 le vendite di nuove autovetture segnano un recupero di appena il 13 per cento rispetto al 2020, che si era concluso con un crollo del 27,7 per cento. Il recupero, oltre a essere meno della metà di quanto perso nel 2020 rispetto al 2019, è decisamente dissonante con la forte ripresa dell’economia in generale.

La situazione è ancora peggiore se si torna indietro di qualche anno: – 21,7 per cento rispetto al 2019, -25,1 per cento rispetto al 2017 (figura 1), che rappresenta il valore più alto dell’ultimo decennio.

Se si osservano le alimentazioni, significativa è stata la crescita delle vetture ibride, trainate dalle superutilitarie e utilitarie dell’ex Gruppo Fiat – Panda, la più acquistata dagli italiani, 500 e Lancia Ypsilon. Cresce lo spazio guadagnato dalle vetture ibride plug-in ed elettriche, ma resta significativamente lontano dai volumi totalizzati negli anni scorsi dalle auto alimentate da gasolio e benzina.

Quali nuovi incentivi?

Al momento in cui scriviamo – nonostante gli annunci arrivati dal ministero dello Sviluppo economico, dove da anni è attivo un Tavolo sull’evoluzione del settore automobilistico – nel disegno di legge di bilancio giunto in Parlamento non vi è traccia di incentivi.

Va detto che in questo settore gli incentivi, oltre che essere un aiuto per i diretti interessati, portano anche benefici sociali: le autovetture nuove, di qualsivoglia alimentazione, consumano – e dunque inquinano – meno di quelle che sostituiscono e sono molto più sicure.

Apprezzabile in tal senso l’incentivo per le autovetture usate, oggi l’unico disponibile. Una misura che con un esborso relativamente modesto – 40 milioni l’ammontare totale – concorre a ridurre le emissioni e dà un contributo in termini di sicurezza. Anche in questo caso, è obbligatoria la rottamazione di un’auto almeno ultradecennale.

Sugli incentivi per le auto nuove, visto che le risorse sono limitate per definizione, ci permettiamo di suggerire di ridurre la soglia massima di prezzo per le vetture incentivate, a cominciare da quelle elettriche: 61 mila euro.

È una cifra tutt’altro che modesta, opinabile tanto sul piano dell’equità (il prezzo dell’auto elettrica più economica è di 20 mila euro, il reddito medio italiano nel 2019 è stato di 21.800 euro) quanto su quello della spinta alla riduzione dei costi. Il prezzo massimo di 61 mila, che non c’era nella prima formulazione e introdotto nel secondo passaggio parlamentare della legge di bilancio 2019, è rimasto infatti invariato per tre anni

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Mercato del lavoro Usa in mezzo al guado

Ven, 19/11/2021 - 09:23

Secondo gli ultimi dati, il mercato del lavoro Usa è in crescita. Però, i livelli pre-pandemia non sono ancora stati recuperati e rimangono i divari etnici e di genere. Presto per dire se lo sbilanciamento tra domanda e offerta di lavoro è solo passeggero.

I numeri del mercato del lavoro Usa

Gli ultimi dati sull’occupazione e quelli sulle posizioni vacanti e il turnover rilasciati qualche giorno fa dal Bureau of Labor Statistics mostrano un mercato del lavoro Usa in crescita e sbilanciato a favore dei lavoratori. Nonostante i forti miglioramenti che hanno attenuato le preoccupazioni dei mesi scorsi su una ripresa debole, il recupero rispetto alla situazione pre-Covid è ancora parziale. Da un lato, l’emergenza pandemica ancora non è sotto controllo. Dall’altro, alcuni segnali suggeriscono che anziché registrare un semplice ritorno alla situazione precedente, negli Stati Uniti potrebbero essere in atto cambiamenti significativi. Pertanto, l’uscita dalla crisi può richiedere tempi relativamente lunghi e aggiustamenti importanti, probabilmente accompagnati da interventi di policy.

Vediamo i numeri. Nel mese di ottobre, il numero di occupati è salito di 531 mila unità, un risultato superiore alle attese e migliore del dato di settembre (+321 mila) e di quello di agosto (+ 235 mila). Il tasso di disoccupazione ha continuato a scendere, ed è attualmente al 4,6 per cento (0,2 punti percentuali sotto il livello di settembre). Anche il numero di disoccupati di lunga durata è sceso (di 356 mila unità, corrispondenti a un calo del 15 per cento) e si è registrato un aumento dei salari, che dall’ottobre dell’anno scorso sono saliti in media del 4,9 per cento. Questi dati positivi si accompagnano a una crescita dei consumi, con gli americani che ritornano a spendere (soprattutto per acquistare beni, meno sui servizi) dopo avere accumulato risparmi durante i periodi di chiusura o ridotta attività dovuti alla pandemia.

Nonostante questi risultati, il livello dell’occupazione è ancora di oltre 4 milioni sotto il dato di febbraio 2020 e, secondo alcune stime, di 7-8 milioni inferiore al livello che si sarebbe raggiunto se l’occupazione avesse seguito il trend pre-Covid. Il tasso di partecipazione alla forza lavoro, invariato in ottobre rispetto al mese precedente al 61,6 per cento, è ancora di ben 1,7 punti percentuali sotto il livello di febbraio 2020.

La ripresa, inoltre, non è uguale per tutti: continuano a persistere differenze etniche, già presenti strutturalmente all’interno del mercato americano. A ottobre 2021, la differenza con il tasso di disoccupazione pre-pandemico era più bassa per i bianchi rispetto alle altre etnie, anche se il divario si è ridotto nel tempo con il proseguire della ripresa. Anche il divario di genere persiste: le donne, che già partecipano meno al mercato del lavoro rispetto agli uomini, hanno anche recuperato meno rispetto al pre-pandemia. Come nel caso delle disuguaglianze tra gruppi etnici, la distanza si è comunque ridotta con il procedere della ripresa. Una buona notizia per i gruppi di lavoratori più svantaggiati, invece, è che la crescita dei salari nei mesi scorsi è stata più sostenuta per i percettori di salari bassi.

Sbilanciamento temporaneo o duraturo?

Ai “buchi” dal lato dell’offerta, si contrappone una domanda di lavoro molto robusta da parte delle imprese. I posti vacanti hanno raggiunto un livello record di circa 10,4 milioni secondo le ultime stime. Un confronto tra il numero di disoccupati (per definizione in cerca di lavoro) e il numero di posti vacanti rivela che ci sono circa 1,4 posti vacanti per ogni disoccupato. Continua anche la “great resignation”: il livello e il tasso di dimissioni volontarie dei lavoratori sono saliti a 4,4 milioni e 3 per cento, rispettivamente (del tema, anche con riferimento al caso italiano, hanno scritto Francesco Armillei e Massimo Taddei su questo sito).

Non è immediato capire quali fattori determinino il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, ed è ancora più difficile prevedere se si tratta di uno sbilanciamento temporaneo oppure di un fenomeno di più lungo periodo. Molto dipenderà dalla capacità degli Stati Uniti di uscire dalla pandemia, ma anche dalla conciliazione famiglia-lavoro per i genitori.

In un prossimo articolo, analizzeremo più nel dettaglio le cause e le possibili soluzioni alle frizioni ancora presenti nel mercato del lavoro statunitense.

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Se torna l’inflazione, la Bce cambia politica

Ven, 19/11/2021 - 08:57

Il ritorno dell’inflazione potrebbe indurre la Bce a rivedere la sua politica ultra-espansiva. Non c’è però una relazione meccanica che, con un eventuale aumento dei tassi di interesse, la costringa a vendere i titoli di stato che ha già acquistato.

Il ritorno dell’inflazione e le pressioni sulla Bce

Le tensioni inflazionistiche emerse di recente in Europa e altrove pongono un problema di rilievo: cosa accadrebbe se le banche centrali dovessero prendere atto che la fiammata inflazionistica in corso non è poi così temporanea come continuano ad affermare e, di conseguenza, fossero costrette ad abbandonare bruscamente le attuali politiche ultra-espansive? Non è detto che sia così: è possibile che i fattori alla base delle tensioni sui prezzi, dai costi dell’energia e delle materie prime ai vincoli all’offerta, siano effettivamente transitori. Man mano che passano i mesi, però, il rischio che la previsione sia troppo ottimistica si fa sempre più concreto. Conviene allora riflettere sulle conseguenze di una uscita dalle politiche di allentamento quantitativo (Quantitative easing – Qe) e di tassi di interesse nulli (se non addirittura negativi) più rapida di quanto si ipotizzava prima dell’estate. Del resto, in alcuni ambienti politici e finanziari del Nord Europa, le pressioni sulla Banca centrale europea affinché abbandoni l’attuale impostazione di politica monetaria si fanno sempre più insistenti: si veda il dibattito in occasione dell’audizione del presidente della Bce, Christine Lagarde alla Commissione Affari monetari del Parlamento europeo, nonché le dichiarazioni di Christian Sewing, presidente di Deutsche Bank e dell’Associazione delle banche tedesche.

Tra le diverse implicazioni, una è particolarmente rilevante per un paese ad alto debito come l’Italia: quale sarebbe la ripercussione di una stretta monetaria sul costo del finanziamento, e quindi sulla sostenibilità, del debito pubblico accumulato dal nostro paese?

Come già discusso nel n. 3/2021 di Osservatorio Monetario, un eventuale incremento dei tassi di interesse da parte della Bce nel corso del 2022 (quindi prima di quanto desumibile dalla forward guidance della Bce stessa) avrebbe un impatto rilevante sul costo del debito, costringendo il governo a rivedere le sue previsioni. Lo scenario governativo di finanza pubblica sconta infatti la permanenza dei tassi di interesse di mercato sugli attuali livelli molto bassi. Tuttavia, vi è anche qualche elemento di relativo ottimismo. Le politiche monetarie non convenzionali attuate negli ultimi anni hanno profondamente cambiato l’assetto operativo delle banche centrali, consentendo una gestione separata dei tassi di interesse e della liquidità. Ciò implica che la fine del programma di acquisto di titoli (Pandemic Emergency Purchase Programme – Pepp) prevista per il prossimo marzo non comporti necessariamente un aumento dei tassi di interesse. Non solo, ma un eventuale aumento dei tassi potrà avvenire in presenza di un rinnovo dello stock di titoli nel portafoglio della Bce (roll-over) anche per un prolungato periodo di tempo. In altri termini, non vi è alcuna relazione meccanica tra aumento dei tassi d’interesse e fine degli acquisti di attività finanziarie, o addirittura vendita, da parte della banca centrale. I timori che l’uscita dal Qe costringa la Bce a vendere titoli di stato sul mercato sono quindi eccessivi.

Il contributo della politica monetaria al finanziamento del debito pubblico

Entrando più nel dettaglio, alcuni dati ci dicono che il contributo della politica monetaria della Bce al contenimento del costo del debito pubblico è stato finora molto rilevante. Il contributo passa non solo dall’effetto di calmierare i tassi di mercato, ma anche per il meccanismo delle retrocessioni: gli interessi pagati dal Tesoro sui titoli detenuti dall’Eurosistema gli vengono in massima parte restituiti, di fatto azzerando il servizio del debito sulla quota detenuta dalla banca centrale. Questa quota supererà il 30 per cento nel marzo prossimo, data prevista per la fine del Pepp. In valori assoluti, stimiamo che l’Eurosistema arriverà a detenere titoli del debito pubblico italiano per un importo pari a 761 miliardi di euro alla fine di marzo 2022, per effetto degli acquisti accumulati nell’ambito dei due programmi Pepp e Pspp (Public Sector Purchase Programme). Tenendo conto della scadenza media dei titoli, il Tesoro risparmierà gli interessi su circa un terzo del suo debito per un periodo di sette anni (nell’ipotesi che l’Eurosistema detenga fino a scadenza i titoli già acquistati).

La exit strategy

Cosa succederà al portafoglio-titoli della Bce, se dovesse decidere di adottare una politica monetaria più restrittiva per contrastare le pressioni inflazionistiche? Il rialzo dei tassi avverrà contestualmente a una riduzione dello stock di titoli detenuti? Probabilmente no. Ce lo dice la teoria monetaria (decoupling principle) e ce lo conferma la forward guidance della Bce.

Il primo punto può essere sintetizzato come segue (si veda questo libro per una trattazione approfondita). L’abbondanza di liquidità, creata nel tempo attraverso gli acquisti di attività finanziarie sul mercato, ha prodotto un eccesso strutturale di offerta sul mercato monetario, tale da spingere stabilmente i tassi di interesse di mercato al loro limite inferiore, costituito dal tasso applicato alle operazioni di deposito fatte dalle banche presso la banca centrale (deposit facility). Questo floor system consente alla banca centrale di applicare variazioni ai tassi di policy, senza dovere adeguare la base monetaria al nuovo livello dei tassi: in particolare, è possibile aumentare il tasso sulla deposit facility, che guida i tassi di mercato, senza dovere ridurre la base monetaria attraverso una vendita di titoli sul mercato. L’eccesso di riserve introduce così un grado di libertà in più nella gestione della politica monetaria: quantità di moneta e tassi di interesse possono essere gestiti indipendentemente. Questa proprietà non valeva nell’assetto tradizionale, nel quale le due variabili, quantità e tassi, erano strettamente interdipendenti: in un sistema in cui la base monetaria era relativamente scarsa, la quantità offerta andava opportunamente regolata, attraverso le operazioni di mercato aperto, per adeguarla al livello desiderato dei tassi di interesse.

Il decoupling principle assume particolare rilievo nel momento in cui la banca centrale vuole impostare una strategia di uscita dal Qe. Le decisioni relative all’uscita dai programmi di acquisto di attività finanziarie e quelle relative ai tassi di interesse possono essere prese e attuate in tempi diversi. La Bce intende sfruttare questa possibilità, come emerge dalla sua forward guidance, comunicata più volte e ribadita nella sua ultima decisione (28 ottobre 2021). In essa si legge, in relazione al programma Pspp: “Il Consiglio direttivo intende continuare a reinvestire, integralmente, il capitale rimborsato sui titoli in scadenza per un prolungato periodo di tempo successivamente alla data in cui inizierà a innalzare i tassi di interesse di riferimento della Bce”. In riferimento al programma Pepp, si legge: “Il Consiglio direttivo seguiterà a reinvestire il capitale rimborsato sui titoli in scadenza almeno sino alla fine del 2023”.

Quale assetto operativo nel futuro?

Ci si può chiedere se, nel lungo periodo, il portafoglio-titoli accumulato sia destinato a essere smaltito, attraverso il mancato rinnovo dei titoli in portafoglio (roll-off). Sul punto la Bce non ha ancora fatto chiarezza, al contrario della Federal Reserve Bank. Quest’ultima ha chiarito che il nuovo assetto operativo della politica monetaria americana (new normal) richiede il mantenimento di un’ampia offerta di base monetaria, che a sua volta implica il mantenimento di un ampio portafoglio-titoli. La Bce deve ancora chiarire se intende mantenere il nuovo assetto, basato sull’eccesso strutturale di riserve, oppure intende in futuro ritornare al vecchio assetto basato sulla scarsità di riserve. Nel primo caso, potrà mantenere un ampio stock di titoli in portafoglio, mentre nel secondo dovrà ridurlo in misura consistente. Il ritorno al vecchio assetto, prevalente prima dell’avvento della politica monetaria “non convenzionale”, appare poco probabile. La recente revisione della strategia poteva essere l’occasione per fare chiarezza su un aspetto cruciale nella gestione della politica monetaria nell’area euro, ma così non è stato.

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Tra crescita e inflazione il futuro che ci aspetta

Gio, 18/11/2021 - 10:08

Sono attendibili le rosee stime della Commissione e di altri organismi internazionali sull’economia italiana? In tempi tanto incerti è difficile fare previsioni. Ma è probabile che l’inflazione duri più a lungo di quanto sostengono le banche centrali.

Previsioni difficili

L’11 novembre, la Commissione europea ha rivisto di nuovo al rialzo le stime sulla crescita europea e soprattutto italiana. Secondo le nuove previsioni, il Pil dell’Italia dovrebbe aumentare del 6,2 per cento quest’anno (oltre un punto in più di quanto previsto la scorsa estate) e del 4,3 per cento il prossimo. Ugualmente positive sono le stime sull’inflazione, che non dovrebbe allontanarsi troppo dal 2 per cento, e sul debito pubblico, che si ridurrebbe dal 155,6 per cento del 2020 al 151 per cento del 2023.

La questione, tuttavia, è quanto siano attendibili queste rosee previsioni, che per altro non si discostano troppo da quelle formulate dagli altri principali istituti di ricerca internazionali, quali il Fondo monetario internazionale (Fmi) e l’Ocse, o prodotte dalla Banca centrale europea e dal governo.

L’interrogativo è legittimo alla luce delle difficoltà che hanno avuto tutti i previsori nell’anticipare la vigorosa ripresa economica mondiale e la forte crescita dei prezzi che si registra oggi. Ancora lo scorso marzo, l’inflazione americana era stimata sotto il 2 per cento, mentre ora viaggia sopra il 6 per cento. Certamente, in una situazione eccezionale e particolarmente incerta come quella attuale, dove variabili sociosanitarie giocano un ruolo importante, elaborare previsioni attendibili non è una missione semplice.

Tuttavia, si ha l’impressione che stime di natura essenzialmente estrapolative non aiutino molto a prevedere il futuro in un momento di forti cambiamenti. 

Se pochi, sulla base delle esperienze pandemiche passate e dei periodi post-bellici, erano riusciti ad anticipare una intensa crescita economica, nessuno aveva messo in conto un’esplosione inflazionistica della portata di quella attuale.

La fiammata dell’inflazione trova la sua ragione nella forte domanda, dovuta ai risparmi forzosi provocati dai lockdown e nelle politiche economiche straordinariamente espansive, ma soprattutto nei vincoli all’offerta. La rottura delle articolate catene produttive costruite negli scorsi decenni, i crescenti ostacoli al commercio internazionale (blocco dei porti, carenza di navi e di autisti di tir, politiche commerciali protezionistiche, tensioni geo-politiche), ma anche i cambiamenti dei gusti dei consumatori e la scarsità di manodopera, causata da nuovi modelli di vita, hanno provocato vincoli all’offerta di beni (più che di servizi), che si sono scaricati sui prezzi. In un mondo che è cambiato velocemente è anche diventato più difficile per i produttori pianificare le loro attività.

Quanto durerà?

Ora il dibattito è incentrato su quanto sia temporanea l’ondata inflazionistica.

Recenti studi hanno mostrato che il numero di beni e servizi che hanno registrato aumenti dei prezzi è stato sinora relativamente limitato (segno che l’inflazione potrebbe essere temporanea), anche se si sta espandendo.

Tuttavia, le variabili cruciali per rispondere alla presunta perniciosità della crescita dei prezzi stanno nella presenza di meccanismi di indicizzazione, che furono alla base dei fenomeni inflazionistici degli anni Settanta, e nella formazione delle aspettative.

I meccanismi d’indicizzazione salariali sono stati via via smantellati negli ultimi quarant’anni e oggi non rappresentano più una minaccia per spirali inflazionistiche.

Le aspettative hanno assunto, invece, un ruolo predominante nel meccanismo di formazione della spesa e dell’inflazione. Se infatti i lavoratori si metteranno in testa che l’inflazione non è solo temporanea cominceranno a chiedere aumenti salariali che gli imprenditori accetteranno poiché pensano di poterli scaricare sui prezzi di vendita. Analogamente, di fronte alla prospettiva di continui aumenti dei prezzi, i consumatori anticipano i loro acquisti o, più spesso, si spaventano e cominciano a risparmiare per mantenere la loro ricchezza reale.  

A partire dagli anni Ottanta le banche centrali hanno accumulato un’enorme credibilità in termini di stabilità dei prezzi, grazie anche all’indipendenza dalle forze politiche che si sono guadagnate. Ora però, la loro credibilità appare difficile da difendere perché l’enorme accumulo di debito pubblico frena i loro margini di manovra. Se aumentassero repentinamente i tassi d’interesse rischierebbero di rendere il debito di alcuni paesi insostenibile.

Inoltre, ci siamo appena lasciati alle spalle la peggiore recessione dell’ultimo secolo e non siamo ancora usciti dalla pandemia. Quindi i costi di una nuova recessione sarebbero altissimi.

Infine, l’aumento dei tassi d’interesse poco può fare di fronte a un’inflazione che in larga misura dipende da fattori di offerta. Ecco allora che le banche centrali, cercano di posticipare una restrizione monetaria e tentano invece di controllare le aspettative attraverso la retorica.

Si spiega così la petulanza con la quale ribadiscono che l’inflazione attuale è solo temporanea, sperando in tal modo di influenzare le aspettative di famiglie e imprese. Mai come in questo momento tornano in mente le parole di Friedrich Nietzsche “Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato”.

Per concludere, è probabile che l’inflazione sarà più lunga di quanto oggi anticipato dalle banche centrali e dagli altri organismi internazionali, e la crescita meno esuberante di quella prevista.

In questa direzione agiscono sia vincoli all’offerta, che il ridursi del potere d’acquisto dei consumatori provocato dall’inflazione inattesa. Per non parlare, poi, del possibile riemergere di comportamenti orientati alla prudenza da parte dei consumatori, dato che il Covid-19 allunga la sua ombra anche sul 2022.

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Migranti: un nuovo muro sulla rotta orientale

Mer, 17/11/2021 - 09:59

Gli arrivi dalla rotta orientale sono aumentati negli ultimi mesi. E i migranti si ritrovano ancora una volta ostaggi in una crisi tra la Ue e un regime autoritario ai suoi confini. Il problema è la politica migratoria che ha reso l’Europa una fortezza.

Gli arrivi dalla rotta orientale

Negli ultimi anni, la maggior parte dei migranti è arrivata in Europa partendo dalle coste del Nord Africa e passando per il Mediterraneo, per approdare in Spagna, Italia o Grecia (figure 1a-1b). A partire dall’inizio dell’estate, però, ha acquisito sempre più rilevanza mediatica la cosiddetta “rotta dei confini orientali”, finita al centro del più ampio conflitto diplomatico tra Unione europea e Bielorussia.

Secondo i dati di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, dal 2016 al 2020 c’è stata una media di 74 arrivi al mese tramite la rotta orientale. Da gennaio a settembre 2021, il valore medio è salito a 720, in particolare a causa di un’impennata di arrivi a partire da aprile; il massimo è stato raggiunto a luglio, con 3.234 ingressi (figura 1c). I dati di Frontex, però, considerano come distinti anche più tentativi di ingresso da parte della stessa persona, per cui parte dell’aumento potrebbe essere dovuto ai ripetuti tentativi di chi sia stato respinto.

Si tratta di un aumento considerevole, ma i numeri sono lontani da determinare una “crisi”, come quella avvenuta a cavallo del 2015 (figura 1c). Sempre secondo i dati di Frontex, nel 2021 ci sono stati 5.425 arrivi al mese tramite la rotta mediterranea centrale (quella che arriva in Italia), 1.465 al mese tramite quella orientale, 1.466 al mese tramite l’africana e 4.364 al mese tramite la via balcanica. I confini orientali si possono quindi qualificare come una rotta minore, nonostante l’aumento relativo della pressione migratoria (figura 2).

Quanto alla provenienza, il gruppo di migranti più numeroso (circa il 60 per cento) sulla rotta orientale proviene dall’Iraq, seguito da Afghanistan e Siria (figura 3). Ciò non è sorprendente in quanto si tratta di paesi relativamente vicini, ormai da anni lacerati da conflitti armati e da cui le persone cercano disperatamente una via di uscita. La provenienza dei migranti è simile alla rotta del Mediterraneo orientale, mentre i primi tre paesi di origine di coloro che nello stesso anno hanno attraversato la rotta del Mediterraneo centrale sono diversi: Tunisia, Egitto e Bangladesh. A riprova del fatto che il costo di migrare lungo rotte irregolari che si aprono a seconda di shock geo-politici conta.

Scenari già visti

Il regime di Lukashenko è accusato di favorire l’arrivo da questi paesi di migranti che poi spinge verso il confine europeo, con l’intento di “ricattare” l’Unione. La Bielorussia avrebbe facilitato le procedure per il rilascio di visti turistici a cittadini di paesi mediorientali e aumentato i collegamenti aerei con quei paesi, favorendo un sistema che, tramite forze dell’ordine e gruppi criminali di trafficanti, conduce i migranti al confine con la Polonia. Ma Varsavia li respinge, anche con la violenza, impedendo loro di chiedere asilo e contravvenendo quindi al diritto internazionale. Si tratta dunque di una crisi politica, più che migratoria, fra l’Ue e un dittatore ai suoi confini, in cui intere famiglie con bambini vengono usate come ostaggi nel freddo di una frontiera. 

Purtroppo, è uno scenario già visto nell’Unione, anche se nessuno vorrebbe abituarsi a immagini di disumanità che si ripetono sistematicamente sui confini di una regione del mondo ricca, civile e avanzata. Scene brutali di donne, uomini e bambini che vengono respinti o che perdono la vita ai confini dell’Europa sono all’ordine del giorno nel Mediterraneo centrale, ma le abbiamo viste anche lungo la rotta occidentale, quella balcanica e sulle coste della Grecia e della Turchia. Sono rotte spesso “presidiate” e “sfruttate” da regimi autoritari di paesi terzi che, in collaborazione con i trafficanti, trasformano i migranti in un business ed entrano in trattativa con l’Unione europea: basta pensare agli accordi con Gheddafi, con la Libia del post-Gheddafi e con Erdogan. In nome del contenimento dei migranti, l’Unione europea dà credito a paesi terzi (in senso non solo figurato) per il controllo dei flussi, chiudendo gli occhi sui diritti umani e sul diritto di asilo.

La politica migratoria e di asilo in Europa negli ultimi anni si è tradotta pressoché esclusivamente in spese per la messa in sicurezza e l’esternalizzazione dei confini. Le risorse investite nella protezione dei confini europei ammontano al 2,1 per cento del budget pluriannuale 2021-2027, una quota in aumento rispetto al periodo precedente. I nuovi fondi vanno in misura preponderante alle agenzie decentralizzate che si occupano dei confini, le cui risorse sono salite da 2,7 a 10,6 miliardi di euro (+289 per cento). Analogamente, nell’ultimo decennio le risorse assegnate a Frontex sono aumentate quasi ogni anno, passando dai 118 miliardi del 2011 ai 460 del 2020 (+290 per cento), con un’accelerazione nel 2020. 

Una politica restrittiva e “securitaria”, tuttavia, si espone inevitabilmente al rischio del ricatto lungo i confini europei. E consegna la grande domanda di mobilità esistente sul fronte meridionale del continente nelle mani criminali dei trafficanti, che fanno profitti. L’Europa non riesce a vedere oltre la sua “fortezza”, mentre appena fuori c’è un semicerchio di guerre, conflitti, tensioni, ma anche l’inarrestabile globalizzazione e crescita, che porta con sé una forte richiesta di mobilità e di scambio. La mobilità è un valore che può aiutare a creare equilibri più stabili, ma coloro che vorrebbero migrare e condurre una vita migliore continuano a trovare davanti a sé muri di disumanità, sempre più alti.

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Il Punto

Mar, 16/11/2021 - 12:31

Come è andata la Cop26? Al di là degli annunci, appare sempre più chiaro che riunioni con più di 190 paesi presenti permettono a tutti di far sentire la propria voce. Ma la discussione sulle misure concrete deve probabilmente essere condotta in un consesso più ridotto. E il G20 è il candidato naturale.
La legge di bilancio prevede varie modifiche al reddito di cittadinanza. Ma non sono quelle contenute nelle dieci indicazioni del comitato scientifico di valutazione della misura. Più che rimediare alle vere criticità del Rdc, il governo sembra aver dato ascolto a una narrazione sui beneficiari che non trova riscontro nei dati. Un esempio di stretta sul Rdc dal valore puramente simbolico sono le sanzioni previste per chi non accetta una “offerta congrua” di lavoro: nessun centro per l’impiego è infatti in grado di proporla. Per favorire un processo complesso come l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, andrebbero utilizzate bene le risorse messe a disposizione da progetti come il Programma Gol. Invece, soprattutto le regioni del Sud rischiano di perderle per scarsa capacità di progettazione.
Per aumentare i salari italiani troppo bassi c’è chi propone di introdurre un livello minimo legale. Se l’obiettivo è di tipo redistributivo, meglio allora pensare a una riduzione dell’Irpef per i lavoratori con bassi redditi. Intanto, nel privato e nel pubblico, la pandemia lascia in eredità una riorganizzazione del mondo del lavoro. Ma lo smart working può rappresentare una politica di conciliazione famiglia-lavoro e dunque “una politica a favore delle donne”? I risultati di uno studio mostrano che ha effetti negativi sulla salute mentale delle lavoratrici.
Dalle concessioni autostradali a quelle ferroviarie, passando per i trasporti pubblici locali sono molti i temi non ancora affrontati dalla regolazione del settore. Eppure, i casi di successo dovuti all’apertura alla concorrenza non mancano.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.

Save the date! Convegno annuale de lavoce
Giovedì 16 dicembre dalle 17 alle 19.30 si svolgerà, in presenza e in diretta Zoom, il convegno annuale de lavoce: si parlerà di vaccini e delle sfide del Pnrr. A breve tutti i dettagli.

L’accesso ai contenuti de lavoce è libero e gratuito ma, per poter continuare ad assicurare un lavoro di qualità, abbiamo bisogno del contributo di tutti. Sostienici con una donazione, anche piccola!

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Dopo Cop26 un cammino ancora lungo

Mar, 16/11/2021 - 12:04

Se la Cop26 sia stata un successo o un insuccesso dipende dalla prospettiva con cui la si giudica. Alcuni risultati importanti ci sono stati, anche se si tratta di annunci. Ma questa è la natura stessa delle Cop. Le decisioni concrete vanno prese altrove.

Il bicchiere mezzo pieno

La Cop di Glasgow, che ci ha fatto sperare e disperare, è finita. Un po’ come per le precedenti, nella prima settimana è stata una kermesse aperta dalla comparsata di capi di stato e di governo (non tutti), ma nella seconda settimana che il gioco si è fatto duro. Se sia stata un successo o un fallimento dipende dalla prospettiva. È stata un successo se la si giudica rispetto alle precedenti, un insuccesso se la si giudica rispetto alle decisioni richieste dalle condizioni attuali del pianeta e dalle sue prospettive.

Quello che è stato portato a casa di più significativo sono tre cose: la riaffermazione dell’obiettivo di riscaldamento a +1,5°C; la fissazione di un impegno di riduzione delle emissioni del 45 per cento entro il 2030; la proposizione di piani volontari di riduzione delle emissioni (le Ndcs) più ambiziosi da sottoporre a verifica entro un anno, alla prossima Cop27 di Sharm El-Sheikh in Egitto.

I sostenitori del bicchiere mezzo pieno citano poi l’accordo sulla riduzione delle emissioni di metano, un gas serra dall’altissimo potere riscaldante; l’inserimento nel “Patto sul clima di Glasgow”, per la prima volta, del riferimento alle fonti fossili di energia e al carbone, parole finora bandite dai comunicati finali; l’accordo per fermare la deforestazione; la rinnovata promessa sui 100 miliardi annui del Fondo per il clima; il reiterato impegno sugli indennizzi ai paesi più vulnerabili, il cosiddetto “loss and damage”.

Il bicchiere mezzo vuoto

Nel bicchiere mezzo vuoto altri notano che, vista la crescente tensione sul tema degli ultimi anni e mesi, all’ultimo minuto l’India si è impuntata su una preposizione che ha cambiato faccia al comunicato finale della Cop, passando dal “phasing out” al “phasing down” del carbone, cioè dall’eliminazione alla semplice riduzione del suo uso. Ed è stata giudicata negativamente anche la promessa sui 100 miliardi di dollari: la decisione risale alla Cop15 di Copenhagen e i 100 miliardi avrebbero dovuto essere annui, mentre finora non si è arrivati a totalizzarli nemmeno una sola volta. E poi giudizi negativi hanno riguardato il tira e molla del “loss and damage”, promesso dai paesi ricchi, ma lontano dall’essere quantificato e realizzato. E ancora la firma di Jair Bolsonaro sotto l’accordo sulla deforestazione.

La principale novità di questa edizione sono stati i giovani, la cui voce si farà sentire ancor più forte andando avanti. La pubblica opinione li seguirà, ma né gli uni né l’altra detengono il potere decisionale. Solo i governi possono decidere. E alla Cop di Glasgow l’altra importante novità, come il classico coniglio dal cilindro, è stato l’annuncio di un accordo di collaborazione tra Usa e Cina, a partire dal colloquio tra Joe Biden e Xi Jinping del 15 novembre.

Alle Cop contano le parole

Vi sono stati dunque risultati importanti, ma si è trattato pur sempre di annunci. Le Cop, infatti, sono riunioni dove contano le parole e non i fatti e dove oltre 190 paesi devono raggiungere un consenso unanime su ogni singola parola del comunicato finale.

Le Cop di per sé non possono incidere, sono prodromiche. Le uniche due che hanno fatto la differenza sono state nel 1997 a Kyoto e nel 2015 a Parigi. Perché lì si sono presi impegni concreti e vincolanti per tutte le “parti”. A dire il vero, Kyoto prevedeva impegni vincolanti solo per i paesi dell’Annex 1 (i paesi sviluppati di allora) e un meccanismo di penalità nel caso di non osservanza degli impegni. A Parigi invece le Ndcs erano – e sono – solo impegni volontari, pur in presenza di un meccanismo di verifica e revisione dei piani stessi per renderli più ambiziosi. Nelle altre Cop non si sono raggiunti accordi in grado di incidere concretamente sul livello delle emissioni (posto che finora né Kyoto né Parigi sono stati sufficienti). È la ragione che rende inutili queste riunioni annuali dal punto di vista concreto. Non è un caso che i paesi si siano tenuti lontani dal discutere e decidere su proposte concrete pur avanzate da autorevoli scienziati o istituzioni. Ecco due esempi, ma se ne potrebbero fare altri.

Primo esempio. Qualche anno fa il premio Nobel William Nordhaus ha proposto il “Climate Club”. Partendo dal presupposto che finora gli accordi volontari hanno fallito, il Club del clima riunisce partecipanti che assumono impegni di riduzione delle emissioni e che vengono sanzionati se non li rispettano: ogni iscritto al Club versa una quota e si impegna a porre un tetto alle emissioni di CO2; se sfora, paga una multa. Soprattutto, il Club dovrebbe penalizzare economicamente chi decide di starne fuori, per esempio scoraggiando l’importazione di merci prodotte fuori dal Club e quindi con grandi emissioni di CO2 (come il meccanismo europeo di dazi ambientali attualmente in discussione, noto come Carbon Border Adjustment Mechanism). Modelli come la Ue stessa o il Wto funzionano così. In sostanza si tratta di un circolo di nazioni che si alleano per combattere il cambiamento climatico e “punire” chi del Club non vuol fare parte e continua a inquinare.

Secondo esempio. Partendo dal presupposto per cui la carbon tax è lo strumento singolo più potente ed efficace per ridurre le emissioni di CO2 da combustibili fossili, qualche mese fa il Fondo monetario internazionale ha proposto la creazione di un accordo internazionale sul prezzo minimo del carbonio che integri l’accordo di Parigi. Dovrebbe essere lanciato dai più grandi emettitori, per esempio Cina, India, Stati Uniti e Ue, o addirittura l’intero G20, per poi gradualmente espandersi fino a comprendere altri paesi. Questa tassa minima costituirebbe uno strumento politico efficiente, concreto e di facile comprensione. Se adottato simultaneamente, si condurrebbe un’azione collettiva contro il cambiamento climatico affrontando contemporaneamente in modo decisivo i problemi di competitività. L’accordo dovrebbe essere equo, flessibile e tenere conto delle responsabilità differenziate dei paesi, date, tra gli altri fattori, da emissioni storiche e differenti livelli di sviluppo. La discussione su un prezzo minimo del carbonio è parallela a quella sull’aliquota minima di tassazione internazionale delle società, su cui un accordo è stato appena trovato al G20 italiano.

Ebbene, nulla di tutto questo si è sentito alla Cop di Glasgow. È invece proseguita la tendenza diventata prepotente quest’anno: quella degli annunci. Nel 2021 a tenere banco sono le emissioni nette zero e qualche sorpresa è arrivata dall’Arabia Saudita e dall’India. In vista di Glasgow, alcuni istituti privati o istituzioni internazionali hanno condotto studi, generato scenari e prodotto rapporti su Nze 2050 (Net Zero Emissions). Un brevissimo e parziale inventario include l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), l’Agenzia internazionale dell’energia rinnovabile (Irena), la British Petroleum (Bp), McKinsey. Senza contare la quantità di paesi, istituzioni e imprese private che hanno annunciato l’adozione di obiettivi Nze al 2050.

La retorica delle emissioni zero ha dato sostanza di fondo a questa Cap, cosicché adesso abbiamo in maniera indiscussa: (1) un “when”, una data di scadenza, il 2050, per qualcuno diventato 2060 o addirittura 2070 (l’India, che ha fatto dividere gli osservatori tra i “meglio di niente” e i “ciao, ciao, tutto inutile”), (2) un “how much”, un quanto, lo zero netto. Poi c’è l’elemento (3) “how”, come? E qui vari istituti e studiosi hanno illustrato più di un percorso per raggiungere l’obiettivo. Su questo si è cominciato subito a dividersi: nucleare sì, nucleare no; cattura e stoccaggio del carbonio sì, cattura e stoccaggio del carbonio no. Ma il vero punto è: adesso e subito bisogna cominciare a prendere provvedimenti concreti. E su questo punto Cop26, come le altre, ha alzato bandiera bianca.

Dove prendere decisioni su proposte concrete

Appare chiaro che proposte concrete come quelle menzionate sopra non possono (più) essere trattate nelle Cop che riuniscono più di 190 paesi. Intendiamoci, è giusto e importante che ognuno possa fare sentire la propria voce, come per esempio quella dei piccoli stati insulari del Pacifico a rischio di essere sommersi. Temi come “loss and damage” e adattamento possono solo essere trattati a questo livello. E dunque le Cop devono proseguire.

Ma la discussione sulla mitigazione, dagli obiettivi alle azioni internazionali e domestiche, deve probabilmente essere condotta da un consesso ridotto e il G20 è il candidato naturale. Andrebbe convocato un G20 “Clima” dove discutere di azioni concrete e di necessarie compensazioni. Infatti, resta il punto di fondo: vi sono paesi come l’India e l’Indonesia che si collocano ancora nella porzione crescente della curva a campana nota come curva di Kuznets. Al crescere del Pil pro capite, le emissioni pro capite continuano ad aumentare finché si arriva al punto di svolta oltre cui si entra nella fase virtuosa della crescita dove – grazie a tecnologie avanzate, all’efficienza energetica e a mutati stili di vita sostenuti da una nuova consapevolezza della pubblica opinione – il perseguimento del benessere materiale e il contenuto impatto ambientale diventano obiettivi compatibili. L’Europa – per fare un esempio – è già entrata in questa fase di “decoupling”, come abbiamo discusso in passato su questo sito. È questo il vero punto che rende paesi importanti e grandi inquinatori riluttanti a seguire decisamente e rapidamente la strada aperta da noi europei. A loro vanno aggiunti paesi, anche molto diversi come l’Arabia Saudita e l’Australia, che ricavano una quota importante del proprio benessere dall’energia fossile e che temono per il proprio futuro e dunque vogliono ritardare il momento di scelte ancora più difficili del taglio delle emissioni.

Se questi sono i nodi di fondo, scioglierli è molto difficile e non basterà un’altra Cop per farlo.

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Politiche attive: l’offerta congrua non esiste

Mar, 16/11/2021 - 09:57

Le modifiche del governo al reddito di cittadinanza prevedono condizioni più stringenti per i beneficiari, in particolare se rifiutano una “offerta congrua” di lavoro. Ma ai disoccupati andrebbero offerti servizi, come quelli contenuti nel Programma Gol.

L’importanza delle parole

Le modifiche approvate dall’ultimo Consiglio dei ministri al reddito di cittadinanza prevedono condizioni più stringenti per i beneficiari, in particolare per quanto riguarda il rifiuto della cosiddetta “offerta congrua”, ossia un’offerta di lavoro che risponde a determinati parametri, descritti nel decreto ministeriale n. 42/2018:

  1. coerenza tra l’offerta di lavoro e le esperienze e competenze maturate;
  2. distanza del luogo di lavoro dal domicilio e tempi di trasferimento mediante mezzi di trasporto pubblico;
  3. durata dello stato di disoccupazione.

Il testo finale della manovra di bilancio prevede la decurtazione progressiva dell’assegno nel caso in cui il beneficiario rifiuti una prima “proposta di lavoro congruo”, seguita dalla revoca dell’intero beneficio con un secondo rifiuto.

A livello teorico non c’è nulla di sbagliato, peccato che chiunque si occupi di orientamento e accompagnamento del lavoro potrà confermare che il termine “offerta/proposta di lavoro congruo” non ha nessun senso, perché nel mercato del lavoro semplicemente non esiste.

Come ammoniva Nanni Moretti in Palombella Rossa “le parole sono importanti!”, chiunque parli di offerta congrua probabilmente non ha mai svolto attività di intermediazione del lavoro: non c’è infatti un centro per l’impiego che oggi dispone di una proposta di lavoro (o meglio un contratto di lavoro) che il disoccupato deve semplicemente accettare o rifiutare.

Nella realtà i centri per l’impiego possono al massimo “segnalare” al disoccupato offerte di lavoro, rispetto alle quali lo stesso disoccupato si “candida” e non “accetta” e tra questi due termini c’è una differenza abissale. Nessuna impresa darebbe mandato a un soggetto pubblico o privato di assumere un potenziale lavoratore senza minimamente conoscerlo. 

L’incrocio tra domanda e offerta di lavoro è un processo complesso, spesso non immediato, dove le imprese e i candidati si incontrano più volte. Il candidato deve convincere l’impresa di essere in possesso di una serie di competenze e capacità (sia tecniche, ma anche attitudinali, come l’essere una persona motivata, precisa, affidabile,).

Quindi il concetto di “accettare” una proposta/offerta di lavoro (a meno che si tratti di creazione diretta da parte del pubblico, come i lavori socialmente utili) non esiste ed è assurdo semplicemente parlarne, ecco perché in Italia non è stata mai applicata la condizionalità. Esistono rari casi di sospensione della Naspi, prevalentemente perché l’utente non si è presentato alla fase di “presa in carico”, ma questo non ha nulla a che vedere con l’offerta congrua.

Il tema di “candidarsi” e verificare l’effettivo impegno del disoccupato è molto più complesso. Come ho avuto modo di evidenziare in un precedente contributo, nei JobCentrePlus inglesi i controlli dei consulenti e funzionari si concentrano sulla verifica dell’intensità e della motivazione del disoccupato nella ricerca del lavoro, non sulla semplice verifica che si sia o meno candidato a un’offerta. 

Se l’interpretazione della condizionalità fosse quella di candidarsi a una “vacancy” pubblicata dai centri per l’impiego o da un operatore privato, il comportamento tipico dei più opportunisti (ampiamente noto) sarebbe esattamente quello visto nel film Trainspotting, in cui Spud – uno dei protagonisti – è disoccupato e non vuole perdere il sussidio, per cui si candida a un’offerta proposta dai JobCentrePlus e partecipa alla selezione, ma fa volontariamente un pessimo colloquio.

Nella proposta del governo risulta del tutto inutile e inapplicabile parlare di “offerta congrua”, mentre basterebbe modificare il “patto di servizio” con la “dichiarazione d’intenti” e verificare tramite i funzionari dei centri per l’impiego l’effettivo impegno dei disoccupati.

Le difficoltà del programma Gol

Chiarita la differenza tra “offerta congrua” e “candidatura a una vacancy”, per i percettori del reddito di cittadinanza si presentano due grandi sfide: la prima è che buona parte di loro è residente nel Sud Italia, un contesto “poverissimo” di opportunità di lavoro (se non di brevissima durata nel periodo estivo), come dimostrato dalla ricognizione realizzata dai navigator; la seconda è che la maggioranza dei percettori non è capace di candidarsi adeguatamente a una vacancy pubblicata sulle piattaforme online, figuriamoci se è in grado di sostenere un video colloquio in differita.

Il Programma Gol, promosso dal ministero del Lavoro, dovrebbe rappresentare la soluzione perfetta alla seconda criticità, all’interno del programma sono previsti dei servizi universali offerti dall’attore pubblico che permetteranno a tutti gli utenti presi in carico di cercare adeguatamente lavoro. Per i soggetti più svantaggiati il programma prevede anche progetti di riqualificazione realizzate da soggetti accreditati. Tuttavia, litigi tra regioni sulle risorse economiche e scarsa capacità di progettazione rischiano seriamente di non far raggiungere i macro-obiettivi previsti dalla Commissione europea, il tempo sta per finire e – almeno per chi scrive – c’è la seria preoccupazione che alcuni regioni, prevalentemente quelle del Mezzogiorno, non facciano in tempo a pianificare e sviluppare quanto previsto dal Programma Gol. Vorrei solo citare come precedente la difficile attuazione del programma nazionale Garanzia giovani: il modello è partito praticamente subito in Regione Lombardia, mentre nella maggior parte delle regioni del Sud la sua attuazione è avvenuta con anni di ritardo. Il Programma Gol andrà realizzato non nei prossimi anni, ma nei prossimi mesi. In caso contrario non potranno essere utilizzate le risorse europee previste nel Piano nazionale di ripresa e resilienza.

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Salario minimo: non è la ricetta per aumentare i redditi bassi

Mar, 16/11/2021 - 09:51

Per ottenere un aumento dei compensi più bassi, il salario minimo legale non è lo strumento adatto. Si dovrebbe invece intervenire sull’Irpef. Il taglio per i lavoratori a basso reddito ricadrebbe sulla fiscalità generale, dunque sui redditi più alti.

Aumento dei prezzi col salario minimo

La riflessione in merito all’aumento dei salari più bassi, per ridurre le disuguaglianze nel nostro sistema economico, si è concentrata sull’introduzione di un salario minimo legale e sulle conseguenze che avrebbe sull’occupazione.

In un sistema di concorrenza imperfetta come quello odierno, nel quale il potere di mercato delle imprese caratterizza sia il mercato del lavoro che il mercato dei prodotti, l’introduzione di un salario minimo potrebbe non avere importanti conseguenze negative in termini di occupazione. Alcune ricerche empiriche condotte in Gran Bretagna e Unione europea, infatti, sembrano suggerire che all’aumento dei costi, fra i quali compare il salario, le imprese potrebbero in parte aumentare i prezzi dei prodotti e quindi limitare la diminuzione del proprio margine di profitto. Una tale struttura del sistema economico potrebbe perciò determinare un aumento dei prezzi di quei prodotti, con la conseguenza che i consumatori che li acquistano vedrebbero ridotto il proprio reddito in termini reali.

Una riflessione completa su un tale provvedimento redistributivo deve allora contemplare anche una valutazione di altre modalità per il suo perseguimento, perché l’aumento del salario minimo per alcune categorie di lavoratori modificherebbe i prezzi relativi dei prodotti e determinerebbe in parte una spesa aggiuntiva per i consumatori.

Ridurre le diseguaglianze

Dato l’obiettivo dell’innalzamento del salario reale per una certa categoria di lavoratori, si potrebbe allora prevedere, in alternativa, una riduzione delle aliquote Irpef sui redditi più bassi, spostando così le conseguenze dell’operazione dai consumatori ai contribuenti. Una differenza sostanziale consiste nel fatto che i percettori di redditi più bassi destinano una parte superiore del proprio reddito ai consumi, rispetto a quanto non facciano i percettori di redditi più alti, mentre il nostro sistema tributario, quanto meno per la parte del gettito riferibile all’Irpef, stabilisce che chi ha redditi superiori versi una percentuale di imposte maggiore rispetto ai meno abbienti.

Se si introducesse un salario minimo legale, il peso dell’aumento del salario sarebbe sopportato maggiormente dai consumatori meno abbienti. Mentre con la riduzione del carico fiscale si configurerebbe una redistribuzione del reddito a favore dei percettori di redditi più bassi.

Il provvedimento non riguarderebbe solo i lavoratori, quindi, ma tutti i contribuenti con redditi bassi. Per evitare tuttavia che la riduzione dell’Irpef per i lavoratori possa essere trattenuta dai datori di lavoro, in quanto sostituti d’imposta, si potrebbe eventualmente stabilire una modalità di liquidazione automatica periodica della somma da parte dell’amministrazione finanziaria, a valere sul conto corrente del contribuente. È evidente che si tratta in ogni caso di una redistribuzione di risorse e che nel caso della riduzione dell’Irpef si configurerebbe un intervento pubblico di aumento dei redditi più bassi che dovrebbe essere finanziato. È quindi opportuno riflettere sin da ora anche sulla modalità del finanziamento, di modo che un reddito incrementale non sia poi bilanciato da una riduzione di servizi pubblici o dall’aumento del debito pubblico.

Se l’obiettivo dell’introduzione di un salario minimo legale è di tipo redistributivo fra categorie di cittadini, è bene includere nella discussione anche le conseguenze prevedibili del provvedimento di aumento dei redditi più bassi sia per il settore privato che per le finanze pubbliche, per evitare che si realizzi una mera attività solidaristica all’interno della stessa categoria di persone. E si possa concretizzare, invece, l’obiettivo redistributivo dichiarato.

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Quali sono i veri limiti del reddito di cittadinanza*

Mar, 16/11/2021 - 09:20

Il comitato scientifico di valutazione ha indicato dieci proposte per modificare il reddito di cittadinanza. Il governo ha scelto un’altra strada, ostacolando i beneficiari. Ma il problema dell’avvio al lavoro è l’assenza di politiche attive.

Il rapporto del comitato scientifico di valutazione 

Il comitato scientifico di valutazione del reddito di cittadinanza – previsto all’articolo 10, comma 1-bis, del decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4, ma nominato solo a marzo di quest’anno, composto da studiose/i e rappresentanti di Anpal, Inapp, Inps e del Dipartimento inclusione del ministero del Lavoro – ha prodotto un primo rapporto

Vi vengono evidenziati cinque tipi di criticità nel disegno della misura, che andrebbero modificati per renderla più equa ed efficace. Riguardano: 1) i criteri di accesso alla misura; 2) la difformità nel grado di sostegno al reddito a seconda dell’ampiezza e composizione per età della famiglia; 3) la valutazione, per chi ha i requisiti, delle risorse disponibili (reddito, ricchezza mobiliare e immobiliare) ai fini della determinazione dell’entità del sostegno; 4) l’implementazione dei patti per il lavoro; 5) l’implementazione dei patti per l’inclusione sociale. 

Per correggere queste criticità il comitato ha formulato dieci proposte:

  1. La modifica della scala di equivalenza che al momento penalizza le famiglie con minorenni e quelle numerose, non solo rispetto all’importo (cosa che può essere in parte corretta dall’introduzione dell’assegno unico), ma anche rispetto all’accesso. Viene proposto di dare ai minorenni lo stesso coefficiente degli adulti e di alzare a 2,8 (rispetto al 2,1 attuale) il coefficiente massimo. Contestualmente la soglia massima di reddito per una persona sola potrebbe essere diminuita a 5.600 euro e l’importo massimo del Rdc a 450; 
  2. L’abbassamento a cinque anni del requisito di residenza per gli stranieri, in modo da poter intervenire tempestivamente sulle condizioni di disagio, prima che si cronicizzino
  3. La modulazione del contributo per l’affitto in base alla numerosità della famiglia. 
  4. La considerazione di una parte del patrimonio mobiliare come reddito ai fini della determinazione del beneficio, in modo da evitare oggettive disparità di trattamento.
  5. la modifica dei criteri di congruità dell’offerta di lavoro, per tenere meglio conto delle basse qualifiche e della distanza dal mercato del lavoro di molti beneficiari pur teoricamente “occupabili”, per incoraggiarli a fare esperienze di lavoro anche parziali e temporanee, ma considerando congrue dal punto di vista della distanza solo offerte nel raggio di 100 km.
  6. Riduzione dell’attuale altissima aliquota marginale che scoraggia il lavoro regolare, portandola dall’80 al 60 per cento e senza limiti di tempo, ma fino alla soglia di imposizione fiscale.
  7. Eliminazione dell’imposizione di una dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro da parte di tutti i beneficiari, richiedendola solo a coloro che vengono indirizzati ai centri per l’impiego, in modo da evitare inutili duplicazioni di prese in carico da parte di questi e dei servizi sociali
  8. Estensione degli incentivi ai datori di lavoro che offrono un contratto almeno annuale a tempo pieno oppure a orario parziale ma a tempo indeterminato, sospendendo anche, in attesa di un aumento dell’efficienza dei centri per l’impiego e delle piattaforme, l’obbligo a registrarsi sulla piattaforma apposita.
  9. Consentire che i partecipanti ai progetti di utilità collettiva – Puc – vengano individuati sulla base delle competenze e interessi.
  10. Eliminare la norma, controproducente e in radicale contrasto con ogni principio di gestione prudente del bilancio familiare, che richiede di spendere integralmente il beneficio mensile, salvo venir decurtato il mese successivo della somma non spesa.

Si tratta di proposte in parte simili a quelle avanzate da altri addetti ai lavori, in parte nuove. Il comitato non è invece d’accordo con l’introduzione di soglie differenziate a livello territoriale, una proposta ripresa anche da Massimo Baldini su questo sito. Non solo perché, nel caso, dovrebbero essere più di due o tre, per tenere conto dell’effettiva variabilità del costo della vita, ma perché, accanto a quest’ultima, occorrerebbe tenere conto anche della disponibilità di beni pubblici, che sono generalmente meno presenti là dove il costo della vita è più basso. Il comitato suggerisce invece di considerare il Rdc il livello base, che, a differenza di quanto avviene oggi, può e deve essere integrato al livello locale in base a una valutazione più fine dei bisogni e delle risorse.

Una stretta dal valore simbolico

Il rapporto è stato reso pubblico il 9 novembre, ma i suoi risultati e relative proposte erano già stati anticipati al ministro del Lavoro e portati al tavolo in cui veniva definita la legge di bilancio. 

Come ha osservato Baldini, tuttavia, poco o nulla di quanto proposto dal comitato ha trovato accoglimento. Al contrario, alcune delle modifiche inserite sembrano rispondere più a una narrazione più o meno fantasiosa e ideologica, e pesantemente negativa, sui beneficiari del reddito di cittadinanza che a una analisi dei dati empirici. In particolare, la narrazione per cui i beneficiari rifiuterebbero le offerte di lavoro perché il Rdc dà loro abbastanza di che vivere, non trova riscontro empirico non solo nelle somme effettivamente percepite – 577 euro in media per famiglia, non per individuo, al mese – ma neanche in dati attendibili. Manca infatti una base dati nazionale che documenti le offerte effettivamente fatte ai beneficiari “occupabili” (un terzo circa di tutti i beneficiari) e i rifiuti da parte di questi ultimi. Non è ancora stata risolta la questione di come mettere in comunicazione e condivisione centri per l’impiego che dipendono dalle regioni. Quello che sappiamo è che meno di un terzo dei teoricamente “occupabili” è stato preso in carico da un Cpi. Il che non significa che abbia ricevuto una proposta di lavoro o di formazione, ma che il suo caso ha cominciato a essere esaminato. Quindi la stretta inserita in finanziaria, in base alla quale le offerte rifiutabili senza decadere dal beneficio non sono più tre, ma due, ha valore puramente simbolico, che rafforza l’idea dei beneficiari come pigri nullafacenti, evitando di mettere a fuoco la carenza di politiche attive e la mancanza di domanda di lavoro di qualità adeguata alle basse qualifiche della stragrande maggioranza dei beneficiari. 

Analogo significato ha l’aver ridefinito come congrua una seconda offerta di lavoro su tutto il territorio nazionale. Come se un imprenditore veneto andasse a cercare possibili lavoratori tra i beneficiari campani o siciliani e questi potessero permettersi i costi di spostamento, oltre che organizzativi, stanti i bassi salari cui possono aspirare con le loro qualifiche. Se l’attivazione verso il lavoro non sta funzionando come ci si aspettava, quindi, non è “colpa dei beneficiari”, ma della scarsità, quando non assenza, di politiche attive, unita alla scarsità di una domanda di lavoro adeguata alle caratteristiche di questa particolare offerta. Analogamente, se i patti per l’inclusione stentano a partire, così come i Puc (progetti di utilità collettiva), non è colpa della resistenza dei beneficiari, ma della difficoltà in cui si trovano molti servizi sociali a far fronte a questo nuovo compito e alla complessità della governance dei Puc.

*L’autrice è Presidente del Comitato Scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza

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