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Economia, Finanza, Politica, Lavoro
Aggiornato: 32 min 24 sec fa

Temi scoperti nella regolazione dei trasporti

Mar, 16/11/2021 - 08:07

Trasporto pubblico locale, autostrade, ferrovie: sono settori dove la concorrenza non si vede. Eppure, non mancano i casi in cui la competizione ha dato buoni frutti. Perché non dare più competenze all’Autorità di regolazione?

Trasporto pubblico locale senza concorrenza

In un articolo precedente si è accennato ad alcune peculiarità della regolazione economica dei trasporti, e ci si è soffermati sul tema della regolazione tariffaria delle infrastrutture in relazione a obiettivi ambientali. Ma nella realtà italiana emergono altri comparti, sui quali occorrerebbe urgentemente intervenire, che non sembrano invece ricevere attenzione particolare nella prima relazione della nuova gestione dell’Autorità di regolazione dei trasporti (Art), di recente insediata, né sembra farvi cenno la legge sulla concorrenza (che anche in questo settore rimanda quasi tutto di sei mesi).

Proviamo ad analizzarne brevemente alcuni, selezionati in funzione della loro rilevanza.

La situazione di gran lunga meno difendibile concerne il trasporto pubblico locale (Tpl). La messa in gara periodica delle concessioni è prescritta da molti anni dalla normativa europea, ma ha generato solo episodi marginali di competizione reale, nonostante si tratti di un tipo di competizione “per il mercato”, che cioè esclude ogni forma di liberalizzazione dei servizi, garantendo inoltre pienamente sia la tutela degli addetti che la socialità (tariffe, frequenze e così via). I mancati risultati sono perfettamente spiegati dall’attuale normativa italiana. Infatti, al di là di ogni logica che non sia quella della “cattura del decisore” da parte di interessi particolari, le norme consentono al giudice (in genere il comune) di essere anche concorrente alla gara (con la propria azienda). E nessun concorrente affronta i costi di una gara se pensa che poi avrà un concedente ostile.

La questione autostrade

Vi è poi la tutela degli interessi degli utenti autostradali. La Spagna ha calcolato che una importantissima tratta autostradale (la costiera a sud del paese) era stata pienamente ammortizzata dai pedaggi pagati dagli utenti, e li ha quindi aboliti.

In Italia gli utenti probabilmente hanno pagato molto più dell’ammortamento, con tassi di interesse garantiti per la parte più trafficata della rete, quella di Autostrade per l’Italia (Aspi), superiori all’11 per cento, tra l’altro per infrastrutture quasi certamente già in parte ammortizzate prima della privatizzazione. Il traffico di questa rete è dell’ordine del 75 per cento del totale delle autostrade a pedaggio. Perché almeno non fare i conti e dichiarare che il pedaggio è in realtà una tassa, che cioè non ha più connessioni con un ragionevole ammortamento?

Tra l’altro, come detto nell’articolo precedente, si tratta comunque di una tassa inefficiente, che non è giustificabile alla luce di motivazioni ambientali di sorta (e le tasse arbitrarie sono intrinsecamente inique).

In precedenza, l’Autorità aveva tentato di razionalizzare i pedaggi autostradali in difesa degli utenti nella fase di ri-pubblicizzazione di Aspi, anche se non si era certo spinta a sollevare dubbi né sugli ammortamenti già avvenuti né sull’inefficienza della logica tariffaria vigente, che come minimo dovrebbe essere omogenea tra i diversi tipi di infrastrutture non gratuite.

La gestione delle ferrovie

Ancora in tema di concessioni di infrastrutture, abbiamo poi la contendibilità delle gestioni.

Per le concessioni autostradali, anche sui media, si solleva almeno il problema della loro durata, della responsabilizzazione dei concessionari e della qualità dei servizi offerti. Nel caso ferroviario, invece, e in particolare per la concessione dominante, simmetrica ad Aspi, cioè quella di Rfi (Rete ferroviaria italiana, 100 per cento pubblica), neppure l’ipotesi di renderla contendibile è mai stata avanzata (se non una volta, in una conferenza stampa dell’allora ministro Padoan). L’esistenza di una concessione ancora molto lunga (scade nel 2060) non è argomento che renda tabù il tema: il padrone-stato con una sua azienda può fare ciò che vuole. E si tratta di un’azienda molto costosa: lo stato ne paga il 100 per cento degli investimenti e circa due terzi dei costi di esercizio, al contrario di tutte le altre infrastrutture di trasporto non gratuite. Perché non innovare, almeno in via sperimentale, mettendo in gara periodica la gestione, per esempio iniziando dalle reti non connesse di Sicilia e Sardegna? Una rete ferroviaria tra le più trafficate ed efficienti del mondo, quella statunitense, è in buona parte privata e realizza anche forti profitti, tanto da suscitare qualche problema di contendibilità per questo motivo, non per quello opposto come in Italia.

Ma il caso più clamoroso di “fallimento del decisore” nel settore ferroviario riguarda i servizi locali. Qui l’affidamento in gara è addirittura reso discrezionale (cioè di fatto abolito) da una normativa approvata dal Parlamento nel 2009. Il fatto è clamoroso perché si è verificato a valle di due casi di successo di apertura alla concorrenza ferroviaria: uno tedesco e uno italiano.

Quello tedesco concerne proprio i servizi regionali: la loro messa in gara non solo ha ridotto del 20 per cento circa i sussidi pubblici necessari a parità di servizio e di tariffe, ma ha incentivato anche l’efficienza dell’incumbent, le ferrovie statali DB. Un caso da manuale dei benefici per tutti di una “minaccia credibile”. Il caso italiano è quello dei servizi di alta velocità, dove l’avvento di un concorrente (Italo) non solo ha ridotto le tariffe per tutti gli utenti – anche quelli di Trenitalia -, ma sicuramente ha contribuito a migliorare l’efficienza di quest’ultima, oltre che a potenziare l’utilizzazione della rete e la frequenza dei servizi offerti (“effetto Mohring”, tecnicamente).

Di nuovo, perché almeno non sperimentare quando si hanno sotto gli occhi questi più che tangibili risultati? Qui la “cattura del decisore” sembra davvero conclamata.

Per il settore aereo è difficile pronunciarsi in fase di lancio del nuovo vettore Ita. Appare sottodimensionato, e la sua natura pubblica non rassicura rispetto a ulteriori protezioni, ma sembra giusto non fare processi alle intenzioni.

Ampliare le competenze di Art

Per concludere, mantenendosi sempre su un terreno di innovazioni regolatorie non facili ma possibili, perché non estendere le competenze di Art anche alla verifica “terza” dell’efficienza degli investimenti infrastrutturali? Il comparto non è certo meno esposto a fenomeni di “cattura del decisore” della sfera dei servizi di trasporto. E il regolatore indipendente ha il ruolo istituzionale di difendere utenti e contribuenti da costi impropri di ogni natura. Il problema si pone oggi in particolare in quanto i rilevantissimi investimenti nelle infrastrutture di trasporto del Piano nazionale di ripresa e resilienza non sono finora sostenuti da analisi di efficienza di alcun tipo, nemmeno ambientali.

Sembra giusto concludere ricordando che, per la crescita economica del paese, l’innovazione gestionale, di cui la regolazione indipendente si occupa, non è certo meno rilevante di quella tecnologica.

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Ma lo smart working non è una politica di conciliazione

Lun, 15/11/2021 - 11:18

La riorganizzazione del mondo del lavoro, nel settore pubblico come in quello privato, sarà sicuramente uno degli effetti di lungo termine della pandemia. Ma davvero lo smart working aiuterà a conciliare lavoro e famiglia? Uno studio ne fa dubitare.

Verso una “nuova normalità”

In queste settimane si discute molto su quale sarà la “nuova normalità” in termini di presenza sul posto di lavoro. Il governo spinge per un ritorno al lavoro in presenza dei dipendenti pubblici, non celando la necessità di rivitalizzare il commercio e la ristorazione, che fanno parte dell’indotto dei grandi uffici pubblici. In ottobre, il ministro Brunetta ha presentato le linee guida per la regolamentazione dello smart working come parte integrante dell’organizzazione della pubblica amministrazione attraverso il Piano integrato di attività e organizzazione (Piao), la cui approvazione è prevista entro il 31 gennaio. 

Lo smart working sarà uno strumento per migliorare l’erogazione dei servizi pubblici e garantire l’equilibrio tra lavoro e vita privata di lavoratrici e lavoratori. Per neomamme e per chi ha familiari anziani bisognosi di cure, lo smart working si propone come una misura aggiuntiva rispetto ai congedi di maternità o alla legge 104, che disciplina i permessi dal lavoro ottenibili per fornire assistenza a persone con handicap. 

Allo stesso tempo, molte aziende private vedono nel lavoro da remoto una possibilità di riorganizzazione e riduzione degli spazi adibiti a uffici, con una conseguente riduzione sostanziale dei costi fissi. Il Gruppo Generali è stata la prima grande azienda a sottoscrivere, già a fine luglio, un accordo strutturale sul lavoro agile con i sindacati di categoria: il lavoratore può scegliere fra tornare in ufficio come prima della pandemia o lavorare almeno tre giorni la settimana da casa. Come per il settore pubblico, il lavoro da remoto è proposto a madri, padri e lavoratori disabili o con disabili in famiglia come misura di conciliazione aggiuntiva rispetto a maternità e legge 104.

Lavorare da casa ha effetti sulla salute mentale?

Uno degli effetti di lungo termine della pandemia sarà sicuramente una riorganizzazione del mondo del lavoro. Un recente studio svolto negli Stati Uniti (Barrero et al., 2020) stima che la quota di ore lavorate da casa dopo la pandemia si stabilizzerà attorno al 20-30 per cento del totale, contro il 10 per cento pre-pandemia e un quasi 50 per cento durante i lockdown. 

Visto che il lavoro da remoto diventerà sempre più parte della normale routine dei lavoratori, è importante chiedersi che effetto possa avere sul benessere e sulla salute dei lavoratori, oltre che sulla loro produttività, sui costi per le aziende e sull’indotto. In particolare, il lavoro da remoto può davvero considerarsi uno strumento di conciliazione famiglia-lavoro? 

In un articolo ora disponibile come IZA working paper, sfruttiamo la variabilità tra settori e occupazioni indotta dalle regole sul lavoro da remoto durante la pandemia per stimare l’effetto causale sulla salute mentale prodotto dal lavorare da casa invece che al posto di lavoro usuale fra marzo e luglio 2020. Usiamo i dati dell’indagine Share, rappresentativi della popolazione over 50 in Europa. Ci concentriamo quindi sui lavoratori anziani, una fascia di età particolarmente a rischio di infezione durante la pandemia, ma anche a rischio di esclusione sociale a causa delle minori conoscenze informatiche rispetto alla popolazione più giovane (si veda per esempio l’articolo di Cerati, Gaia e Sala). La misura di salute mentale considerata combina informazioni su depressione, problemi con il sonno e senso di solitudine riportate dagli intervistati dell’indagine. 

Chi ne beneficia e chi no

I nostri risultati suggeriscono che gli uomini senza figli hanno beneficiato in termini di salute mentale della possibilità di lavorare da casa, mentre le donne con figli a casa hanno sofferto. L’evidenza è coerente con il minore apprezzamento dello smart working da parte delle donne – associato a una iniqua ripartizione del lavoro domestico e di cura – rilevato da Di Biasi, Checchi e De Paola. Troviamo inoltre che nelle regioni europee in cui la pandemia è stata meno forte e le restrizioni più blande, cioè dove le condizioni sono più simili a quelle che si realizzeranno in un contesto di gestione del Covid-19 non più emergenziale, lavorare da casa piuttosto che andare al proprio posto di lavoro ha peggiorato la salute mentale degli intervistati. 

Se i nostri risultati sono corretti, serve una giusta cautela nell’incentivare il lavoro da remoto. Soprattutto, l’argomento “è una politica a favore delle donne” non trova riscontro nei dati. 

A nostro giudizio c’è un errore di fondo: il congedo di maternità e la legge 104 aiutano a conciliare famiglia e lavoro perché permettono di stare a casa senza dover lavorare. Al contrario, lo smart working permette sì di stare a casa, ma lavorando. Questa differenza sostanziale tra smart working, da un lato, e congedo di maternità o legge 104, dall’altro, rischia – secondo noi – di compromettere i risultati sperati dal ministro Brunetta e dalle contrattazioni collettive nel privato. 

La valutazione dell’opportunità di lavorare da casa passa anche per il considerare le ricadute, negative, che può avere sulla salute mentale.

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Il Punto

Ven, 12/11/2021 - 12:29

Nella legge di bilancio 2022 alcune importanti modifiche al reddito di cittadinanza. A partire dal finanziamento della misura, dalle procedure di controllo e dagli incentivi alla ricerca di un impiego. Reddito di cittadinanza che, al pari di Garanzia giovani, non ha migliorato le prospettive occupazionali giovanili in Italia. Dalla Francia un modello utile per rendere più efficaci le due misure.
Gli obiettivi di efficienza energetica, al centro della recente Cop26, non sono inconciliabili con il profitto d’impresa. Lo dimostra un’analisi empirica su aziende manifatturiere di paesi in via di sviluppo. L’azionariato dei dipendenti è una buona soluzione per ridurre i conflitti e aumentare la produttività. Ma per ora, in assenza di un disegno riformatore organico, ci si affida alle iniziative dei singoli imprenditori.
Con la pronuncia del Consiglio di Stato, si conclude l’infinita disputa sulle proroghe automatiche delle concessioni balneari: dal 1° gennaio 2024, anche in assenza di una riforma, sarà tabula rasa. Ora che il vaccino anti-Covid non è più sperimentale e ha ottenuto una piena approvazione, lo Stato può renderne obbligatoria la somministrazione? I pronunciamenti della Corte costituzionale sul tema.
In materia di università, il Pnrr è l’occasione per interrogarsi sulla configurazione futura dell’intero sistema. Il modello “d’eccellenza” e quello “a università diffusa”.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”.

Save the date! Convegno annuale de lavoce.info
Giovedì 16 dicembre dalle 17 alle 19.30 si svolgerà, in presenza e in diretta Zoom, il convegno annuale de lavoce.info: si parlerà di vaccini e delle sfide del Pnrr. A breve tutti i dettagli.

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2024: la spiaggia è contendibile

Ven, 12/11/2021 - 10:19

Il Consiglio di stato ha chiuso la storia infinita delle proroghe automatiche delle concessioni balneari. Ha infatti affermato l’obbligo di non applicare le leggi che le concedevano. Gli attuali rapporti concessori restano fino al 31 dicembre 2023.

La decisione del Consiglio di stato

A pochi giorni di distanza dall’approvazione, da parte del governo, del “disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza 2021”, che in materia di concessioni di beni demaniali ha infelicemente virato su una semplice mappatura, da attuarsi con delega, il Consiglio di stato ribalta le carte in tavola. Lo fa con due pronunce (gemelle) dell’Adunanza plenaria, che risolvono una volta per tutte i dubbi interpretativi sulla questione. E centrano, non senza qualche capriola giuridica, l’obiettivo di porre fine alla situazione di smaccata contrarietà ai principi del diritto Ue.

Anzitutto, i giudici rifiutano il rinvio pregiudiziale (una richiesta di interpretazione) alla Corte di giustizia dell’Unione europea, cosa che avrebbe comportato un’ulteriore procrastinazione della soluzione. La diretta applicabilità dell’art. 12 della cosiddetta direttiva Bolkestein (2006/123/Ce) e dell’art. 49 TfUe, in relazione all’obbligo di gara pubblica per il rilascio delle concessioni demaniali e alla libertà di stabilimento, era infatti già stata acclarata nel 2016 dalla CgUe, nelle cause riunite C-458/14 e C-67/15, Promoimpresa. Ed è proprio a partire da questa pronuncia che la Plenaria ricostruisce il quadro normativo interno e lo stato di fatto delle concessioni demaniali marittime con finalità turistico-ricreative. Il primo è costellato di proroghe automatiche, falcidiate da sentenze di incostituzionalità e variamente sanzionate da procedure di infrazione da parte della Commissione europea, come già spiegato su queste pagine. Il secondo è fatto di “profitti ragguardevoli in capo ai singoli operatori economici”, lesioni della libera iniziativa economica, barriere all’ingresso, percentuali di occupazioni del litorale molto elevate, scarsità – se non addirittura inesistenza, per i bagnanti o i nuovi operatori – di risorse naturali che non siano già inquinate o comunque non fruibili; il tutto a fronte delle potenzialità di “uno dei patrimoni naturalistici […] più rinomati e attrattivi del mondo”. Fra le righe di queste considerazioni sembrano scorgersi richiami alla recente segnalazione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato e ai rapporti di Legambiente.

Se viola il diritto Ue, la legge non si applica

La Plenaria passa poi a scolpire alcune semplici regole: la direttiva Bolkestein è una direttiva di liberalizzazione, che obbliga ad adottare procedure competitive trasparenti e imparziali per il rilascio di autorizzazioni su risorse scarse; non solo i giudici hanno il dovere di applicarla direttamente, ma anche i funzionari pubblici. Sin qui tutto liscio, ma il meglio deve ancora arrivare.

Primo punto: i provvedimenti amministrativi (come il rilascio o la proroga di una concessione) che violano il diritto Ue non sono semplicemente annullabili, cioè impugnabili (contestabili) entro un termine, passato il quale si stabilizzano. Sono invece “tamquam non essent”, cioè privi di effetti e non applicabili. Questa conclusione drastica, precisa la Plenaria, si ha quando i provvedimenti siano la mera riproduzione di un effetto (la proroga della concessione) disposto da una legge contraria al diritto Ue. Per intenderci: è la legge stessa, in questo caso legge-provvedimento, a essere non applicabile, prima ancora dei provvedimenti che ne riproducono gli effetti. La novità è che, in passato, i giudici amministrativi ritenevano che i provvedimenti assunti in violazione del diritto Ue fossero semplicemente impugnabili nei termini di legge. Il provvedimento non impugnato, infatti, sopravviveva, nonostante la sua contrarietà al diritto Ue: la certezza dei rapporti giuridici era in tal modo preservata. Al contrario, la Plenaria sembra spiegare che i provvedimenti ricognitivi di leggi contrarie al diritto Ue siano giuridicamente inesistenti e che le amministrazioni non debbano porsi il problema di annullarli d’ufficio.

Secondo punto: la conclusione drastica vale anche per le concessioni in essere già oggetto di una sentenza definitiva in favore del concessionario. L’effetto si ottiene con un escamotage non da poco: la sentenza interpretativa della CgUe già citata (Promoimpresa) viene equiparata dalla Plenaria a una “sopravvenienza normativa”. In altre parole, a una sorta di “regola para-legislativa” che interviene sulla parte del rapporto di durata (tra concessionario e amministrazione concedente) “non coperta dal giudicato” e “esposta alla normativa comunitaria”. Il ragionamento suona eccentrico, ma il fine giustifica i mezzi (e le capriole): fra il diritto alla continuità del rapporto concessorio, stabilito in una sentenza definitiva favorevole, e l’uniformità di trattamento fra tutti i concessionari esistenti, i giudici scelgono la seconda, sacrificando il primo. Come a dire che la violazione del diritto Ue, protrattasi per 15 anni e divenuta manifesta nel 2016, non può fondare alcun affidamento nei concessionari, anche se nascesse da sentenze definitive (cosiddetti giudicati).

Tanti altri punti sono toccati dalla Plenaria: li lasciamo a futuri approfondimenti. Resta da notare un ulteriore esercizio di pragmatismo: consapevole dei tempi necessari per espletare le gare e “al fine di evitare il significativo impatto socio-economico che deriverebbe da una decadenza immediata e generalizzata di tutte le concessioni in essere”, la Plenaria fissa arbitrariamente la scadenza temporale degli attuali rapporti concessori al 31 dicembre 2023. Dal 1° gennaio 2024, anche in assenza di una riforma legislativa, sarà tabula rasa.

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Come cambia il reddito di cittadinanza

Ven, 12/11/2021 - 09:59

La legge di bilancio 2022 introduce alcune modifiche alla normativa sul reddito di cittadinanza. Riguardano il finanziamento della misura, le procedure di controllo e i correttivi per ridurre i possibili effetti di disincentivo alla ricerca di un lavoro.

Il reddito di cittadinanza nella legge di bilancio

La legge di bilancio per il 2022 introduce alcune modifiche alla normativa sul reddito di cittadinanza: riguardano la spesa totale finanziata, le procedure di controllo e alcune caratteristiche del disegno della misura, con l’obiettivo di ridurne i possibili effetti di disincentivo alla ricerca di un lavoro.

Il fondo per il Rdc viene incrementato annualmente di circa 1,06 miliardi, raggiungendo così una spesa totale di 8,4 miliardi per il 2022. Considerato un importo mensile di circa 550 euro, lo stanziamento permette di erogare stabilmente il sussidio a circa 1,3 milioni di famiglie.

I redditi da lavoro dipendente percepiti dai membri di una famiglia che riceve il Rdc andranno inseriti nell’Isee solo per l’80 per cento del loro valore, in modo da ridurre l’aliquota marginale effettiva che scoraggia l’offerta di lavoro.

Sempre con l’obiettivo di favorire la transizione verso il lavoro, la legge di bilancio attenua i requisiti che definiscono la “congruità” di un’offerta di lavoro. I beneficiari del Rdc possono infatti continuare a percepirlo anche se rifiutano offerte, nel caso non risultino congrue. Riassumiamo per comodità le novità nella seguente tabella.

Incentivi alla ricerca di lavoro

Per incentivare maggiormente i beneficiari alla ricerca attiva del lavoro, si prevede inoltre la riduzione progressiva dell’importo del Rdc: a partire dal sesto mese scende di 5 euro al mese. La norma non vale per i nuclei con bambini sotto i tre anni di età, o con disabili gravi o non autosufficienti, o per le famiglie in cui tutti i componenti non sono tenuti agli obblighi di attivazione previsti in generale per il Rdc. La riduzione si applica anche in caso di rinnovo, e solo se il beneficio mensile è superiore a 300 euro al mese, moltiplicati per la scala di equivalenza. Inoltre, viene sospesa se un membro del nucleo inizia a svolgere un lavoro dipendente o autonomo.

Gli sconti contributivi per i datori di lavoro che assumono beneficiari del Rdc, prima riservati solo ad assunzioni a tempo pieno e indeterminato, vengono estesi anche al tempo determinato e parziale, ampliando decisamente gli spazi di inserimento lavorativo dei percettori di Rdc. C’è il rischio che si riduca la qualità degli sbocchi lavorativi e che le imprese siano spinte a incrementare la quota di assunzioni a tempo determinato piuttosto che indeterminato. Nel breve periodo gli effetti sull’occupazione sarebbero positivi, nel lungo i beneficiari potrebbero di nuovo aver necessità di ricorrere al Rdc e a interventi pubblici per formazione e reinserimento.

La legge di bilancio stabilisce inoltre che la domanda di Rdc all’Inps per sé e tutti i componenti maggiorenni del nucleo equivale a dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro, ed è trasmessa dall’Inps all’Anpal. La domanda che non contiene la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro è improcedibile.

Come verranno differenziati i due diversi percorsi di inserimento lavorativo e di inclusione per soggetti maggiorenni del nucleo non attivabili?

Aumentano infine i compiti di controllo per l’Inps e i comuni. Saranno svolti a campione al momento del ricevimento delle domande, relativamente alle caratteristiche del nucleo (composizione, cittadinanza, residenza e così via) e saranno facilitati dalla condivisione delle banche dati tra i comuni e l’Inps. Le nuove regole sui controlli hanno anche l’obiettivo di rispondere alle frequenti polemiche sugli abusi associati alla misura, che spesso trovano ampio spazio nei media. Sicuramente le irregolarità esistono, ma sono in parte inevitabili per una misura che riguarda più di un milione di famiglie. Vanno contrastate con ogni mezzo possibile, ma non possono mettere in dubbio la sua utilità.

A proposito dei progetti utili alla collettività (Puc) ai quali i beneficiari sono tenuti a partecipare, si precisa che i comuni vi devono impiegare almeno un terzo dei beneficiari residenti, e che queste attività devono essere svolte a titolo gratuito e non comportano l’instaurazione di un rapporto di pubblico impiego. Ciò determinerà un incremento significativo degli oneri organizzativi dei comuni, finora lontani dal poter coinvolgere in questi progetti un terzo dei percettori.

Le modifiche proposte e quelle previste

Le modifiche alla struttura del Rdc che la legge di bilancio introduce cercano di recepire alcune delle indicazioni emerse nell’ampio dibattito sviluppatosi negli ultimi due anni sulla misura, ma lo fanno solo in piccola parte. Vediamo, molto in breve, quali cambiamenti sono stati proposti da vari contributi recenti (per esempio qui e qui):

  • Ridurre la discriminazione a danno degli stranieri extracomunitari: per presentare domanda devono essere residenti in Italia da ben 10 anni, un periodo molto lungo.
  • Differenziare l’importo tra aree geografiche, altrimenti il trasferimento rischia di essere troppo basso nelle aree con alto costo della vita e troppo alto (e quindi disincentivante il lavoro) nelle zone meno sviluppate.
  • Migliorare il raccordo con le politiche attive.
  • Ridurre la penalizzazione per le famiglie numerose, dovuta a una scala di equivalenza molto particolare e derivante dall’eccessivo livello del trasferimento per una persona sola.
  • Diminuire molto l’aliquota marginale effettiva che colpisce i beneficiari che iniziano a lavorare. Oggi l’aliquota marginale effettiva è dell’80 per cento (se il mio reddito da lavoro dipendente aumenta di 1 euro, perdo 80 centesimi di Rdc, quindi il reddito netto cresce solo di 20 centesimi), che diventa del 100 per cento quando si ripresenta la dichiarazione Isee (le regole per chi inizia un lavoro autonomo sono diverse).
  • Più in generale, raccordare meglio il Rdc con l’intero sistema di tax-benefit per rendere conveniente intraprendere, se le condizioni personali e familiari lo consentono, un’attività lavorativa, anche attraverso forme di in-work benefit già applicate in altri paesi (Francia, Usa, Regno Unito, ne avevamo parlato qui).
  • Definire il ruolo del Rdc nel quadro del sistema degli ammortizzatori sociali. L’Rdc, infatti, è il sostegno al reddito che rimane disponibile una volta terminati gli ordinari strumenti assicurativi (Cig, Naspi).

La legge di bilancio ha ambizioni molto più modeste rispetto a queste proposte. Si tratta di un primo passo nella direzione giusta (con l’eccezione dell’antipatica e probabilmente inutile riduzione di 5 euro al mese), ma il dibattito su come cambiare il Rdc è destinato a proseguire.

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Cammino comune per efficienza energetica e produttività d’impresa

Ven, 12/11/2021 - 09:18

Alla Cop26 si è molto discusso di “transizione energetica”. Ma gli obiettivi di efficienza energetica sono conciliabili con il profitto d’impresa? Un’analisi empirica su aziende manifatturiere di paesi in via di sviluppo sembra suggerire di sì.

Un’analisi globale a livello d’impresa

Di efficienza energetica si è discusso molto alla XXVI Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (nota come Cop26). Rappresenta uno dei temi prioritari a livello globale ed è esplicitamente presente fra gli obiettivi dell’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile. In tali consessi, la comunità internazionale si interroga, a vari livelli, su quali politiche adottare concretamente per incentivare le imprese a migliorare l’efficienza energetica delle proprie produzioni. Sullo sfondo, vi è l’idea che sia necessario imporre impegni più vincolanti per i paesi coinvolti e per le imprese, e che ciò sia in contraddizione con le prospettive di crescita economica, specialmente nei contesti più fragili e in via di sviluppo.

Riportiamo qui i risultati di un nostro studio, in corso di pubblicazione, sulla correlazione esistente fra efficienza energetica e produttività – a livello di impresa – condotto per la prima volta per un ampio campione di imprese manifatturiere, in gran parte localizzate nei paesi in via di sviluppo, per il periodo che va dal 2006 al 2018.

Grazie al lavoro di raccolta ed elaborazione dei dati svolto dagli esperti della Banca Mondiale, abbiamo attualmente a disposizione un set di dati panel a livello d’impresa comprendenti informazioni sulla spesa energetica, la produttività e le caratteristiche principali delle imprese analizzate (per un totale di circa 39 mila osservazioni relative a 111 paesi, si veda la tabella 1). Inoltre, sfruttando la componente longitudinale dei dati, possiamo depurare la relazione empirica oggetto di analisi da eventuali caratteristiche non osservabili (cosiddetti fattori confondenti) a livello d’impresa, settore o paese.  

I risultati dell’analisi empirica dimostrano che esiste, in media, una relazione stabile positiva fra efficienza energetica e produttività d’impresa a livello globale, al netto degli usuali controlli e utilizzando tecniche di analisi alternative. Un aspetto fondamentale da tenere in conto è la possibilità che esista un rapporto di causalità inversa (ossia che la maggiore produttività
influenzi l’efficienza energetica delle imprese). La nostra analisi empirica tiene conto di questo problema adottando delle variabili strumentali,
ossia delle variabili correlate all’efficienza energetica ma non alla produttività come per esempio il numero di ore di effettivo utilizzo dei
macchinari all’interno del processo produttivo.

Elementi di eterogeneità nella relazione si manifestano, come atteso, con riferimento alla classe dimensionale (l’effetto è maggiore per le imprese più piccole che registrano, in media, una maggiore intensità energetica), al settore (anche in questo caso l’effetto è maggiore per i settori a più alta intensità energetica, come ad esempio il settore metallurgico) e alla localizzazione geografica delle imprese (vedi figura 1).

Figura 1 – La relazione fra efficienza energetica e produttività del lavoro (coefficienti stimati per area geografica)



Nota: L’efficienza energetica è calcolata come l’inverso del rapporto fra la spesa energetica e il totale delle vendite, entrambi su base annua. La produttività del lavoro è calcolata come il logaritmo naturale del rapporto fra le vendite totali (a dollari costanti) e la forza lavoro complessiva (comprendente sia i lavoratori a carattere permanente sia quelli a carattere temporanea). Le aree geografiche utilizzate sono: AFR: Africa subsahariana; EAP: Asia orientale e Pacifico; ECA: Europa e Asia centrale; LAC: America Latina e Caraibi; MNA: Medio Oriente e Nord Africa; SAR: regione dell’Asia meridionale.
Fonte: elaborazione degli autori.

La validità della cosiddetta “Porter Hypothesis”

I risultati sono coerenti con la cosiddetta “Porter Hypothesis”, secondo cui l’adozione di normative ambientali più stringenti promuove l’adozione di tecniche innovative capaci di migliorare le performance economiche delle imprese, controbilanciandone i relativi costi. Ciò conferma, concettualmente ed empiricamente, che le politiche di efficientamento energetico non sono incompatibili con la crescita, ma ne rappresentano, al contrario, una delle possibili determinanti. In quest’ottica, è importante sottolineare che tale relazione rappresenta una regolarità empirica, che non dipende dalle tecniche produttive adottate, dal livello di qualificazione dei lavoratori impiegati o dal tipo di regolamentazione dei diversi contesti istituzionali di riferimento. Semplicemente, le imprese più efficienti dal punto di vista dei consumi energetici sono tendenzialmente anche le più produttive economicamente.

Nuove basi per il dibattito

Riteniamo che il dibattito attualmente in corso presso gli organismi internazionali debba essere improntato su una maggiore consapevolezza del legame positivo fra efficienza energetica e produttività d’impresa, sgombrando il campo dall’equivoco di fondo di pensare che i due obiettivi, transizione energetica e crescita economica, siano in contraddizione fra loro. Ciò agevolerebbe indubbiamente il dialogo sociale e permetterebbe di affrontare il tema della “transizione energetica” attraverso forme di collaborazione fra pubblico e privato e fra paesi a diverso livello di sviluppo, senza le quali non si possono raggiungere obiettivi concreti di sostenibilità e sviluppo condiviso.  

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Le previsioni sulla crescita della Commissione europea – Rony Hamaui a Focus Economia

Ven, 12/11/2021 - 00:01

Rony Hamaui è intervenuto a Focus Economia su Radio 24 dell’11 novembre per commentare le nuove previsioni della Commissione europea sulla crescita.

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Lavoratore e azionista: due ruoli che si conciliano poco

Gio, 11/11/2021 - 12:26

I piani azionari per i dipendenti sono la manifestazione di una concezione meno conflittuale dei rapporti tra imprenditori e lavoratori. Ma finora non riflettono un disegno riformatore organico, che impegni nella sua realizzazione le parti sociali.

Dalla Svezia all’Italia

A cinquanta anni dall’avvio, nel sindacato svedese, della discussione che portò all’elaborazione del piano Meidner, suscita tuttora interesse l’azionariato dei dipendenti, con la possibilità di ampliare la loro partecipazione al governo delle imprese, come abbiamo ricordato un precedente articolo. Di recente, anche in Italia, Pietro Ichino ha proposto di introdurre nel “patto per l’Italia” tra sindacati e imprese un impegno reciproco per riprendere l’iter del disegno di legge in materia, discusso nella scorsa legislatura.

Può essere utile, dunque, una sintetica ricognizione su alcune esperienze di piani azionari per i dipendenti avviati nelle grandi imprese per capire come materialmente hanno funzionato.

Le caratteristiche dei piani

Secondo l’European Federation Employee share ownership (Efes), nelle grandi imprese italiane, censite con il rapporto 2020, sarebbero più di centomila i dipendenti aderenti ai piani azionari. Considerando la platea monitorata dalla Efes (32 paesi europei, 2.723 maggiori aziende europee, 36 milioni di dipendenti), risulta che in Italia la percentuale dei dipendenti che hanno sottoscritto il capitale delle imprese in cui lavorano è circa un terzo della media del 20 per cento che si registra nei paesi dell’Unione europea ed è più bassa di quasi cinque volte rispetto alla Francia.

Per delineare la modalità di distribuzione delle azioni e gli obiettivi perseguiti abbiamo preso in esame i fogli informativi o altra documentazione reperibile in rete delle offerte promosse da dieci imprese (Arterra, Bioscience spa, Atlantia spa, Elis, EssilorLuxottica, Inwit, Moncler, Prysmian Group, Tim, Campari, Erg); non sono considerate le banche e le assicurazioni.

Dall’analisi risulta una varietà di tipologie e motivazioni. In tutti i casi, si tratta di iniziative che le imprese assumono unilateralmente e di cui stabiliscono in piena autonomia le condizioni: i lavoratori sono liberi di aderire o no in base alla convenienza delle singole offerte. Sono, comunque, operazioni finanziariamente convenienti per i sottoscrittori, giacché i titoli vengono proposti con uno sconto, che nelle offerte scrutinate può raggiungere fino al 30 per cento rispetto al prezzo di mercato. Esistono anche piani di distribuzione gratuita di azioni, che i dipendenti non avrebbero naturalmente ragione di rifiutare.

La motivazione ricorrente per cui le imprese offrono ai loro dipendenti di diventare anche azionisti è la loro fidelizzazione, stimolare il senso di appartenenza e di partecipazione alle sorti aziendali. La distribuzione può però costituire un vero piano di compenso, per cui la possibilità per i lavoratori di diventare azionisti alle condizioni di favore previste è subordinata al raggiungimento di determinati obiettivi aziendali: livelli di produttività, di redditività o altri parametri, sul modello di ciò che avviene per i piani riservati all’alta dirigenza. Ad esempio, in una delle società considerate (Moncler) si fa riferimento all’esigenza di migliorare le performance aziendali; legare la remunerazione all’effettivo rendimento della società e alla creazione di valore; “orientare i dipendenti verso strategie volte al perseguimento di risultati di breve-medio-lungo termine, allineando i loro interessi a quelli degli azionisti”.

Il ruolo dei lavoratori

Nei casi in cui sono resi noti questi dati, i lavoratori sembrano gradire le proposte delle aziende: in EssilorLuxottica quarantaquattro dipendenti su cento sono anche azionisti. L’adesione alle offerte è di ogni singolo lavoratore ed è impossibile dire se la convenienza economica si coniughi effettivamente con una visione di impronta politico-culturale, nel senso di ritenere effettivamente allineati i propri interessi a quelli degli azionisti.

È importante l’uso che i lavoratori potrebbero fare delle azioni, attraverso l’esercizio dei diritti di voto e degli altri diritti amministrativi incorporati nei titoli: un esercizio che però è pressoché irrilevante se le quote del capitale possedute dai lavoratori sono trascurabili. Ed è proprio quello che i dati indicano in riferimento alla partecipazione dei dipendenti al capitale sociale di Inwit (0,009 per cento) e di Atlantia (0,09 per cento). Dalla documentazione disponibile non risulta che in queste aziende, come negli altri casi esaminati, la sottoscrizione delle azioni da parte dei lavoratori abbia portato alla nomina di un loro rappresentante negli organi delle società.

È evidente che gli effetti di una gestione collettiva delle azioni in mano ai dipendenti potrebbero essere diversi e più incisivi. La cosa, però, non sembra interessare il soggetto che potrebbe esserne il protagonista, il sindacato: dalle notizie che è stato possibile raccogliere, solo nel caso della Campari la distribuzione delle azioni ne ha visto il coinvolgimento.

Una prospettiva diversa

I piani azionari per i dipendenti sono la manifestazione di una concezione meno conflittuale dei rapporti tra imprenditori e lavoratori, ma finora non riflettono un organico disegno riformatore che veda impegnate nella sua realizzazione le parti sociali.

L’esiguità della diffusione di questa pratica testimonia come lasciarla alle singole iniziative imprenditoriali significhi rinunciare a una strategia innovativa delle relazioni industriali che veda anche i lavoratori assumere un ruolo da protagonisti. Molte sono ancora le diffidenze e molti sono gli ostacoli da superare, come testimonia anche l’oblio nel quale sono cadute le molte proposte legislative del nostro Parlamento. Ma di questo, e di come delineare nuove strade, ci occuperemo in un successivo intervento.

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Quale università per quale paese

Gio, 11/11/2021 - 12:25

Nel nostro paese, il dibattitto sul ruolo dell’università è diviso tra chi propone un modello a “eccellenza” e chi un modello a “università diffusa”. Il Pnrr è l’occasione per chiederci quale tipo di configurazione dare al sistema nei prossimi anni.

Il dibattito sull’università

Negli ultimi mesi, ha suscitato un acceso dibattito un articolo pubblicato su lavoce.info che segnalava come le risorse addizionali destinate agli atenei più performanti sul piano dei risultati della ricerca fossero di fatto distribuite “a pioggia” senza alcuna effettiva premialità. Grande attenzione ha suscitato anche un recente intervento di tre studentesse della Normale di Pisa che, durante la cerimonia di consegna dei diplomi, hanno criticato aspramente quella che definiscono la “retorica dell’eccellenza”, che avrebbe ampliato le disuguaglianze educative in Italia.

I due interventi, molto diversi nell’impostazione di fondo, sollevano alcune domande: che tipo di sistema universitario vogliamo disegnare per il nostro paese? Meglio uno che premi solo le cosiddette “eccellenze” oppure un sistema a università “diffusa”?

Il divario tra “centro” e “periferia”

Esperienze e studi internazionali dimostrano che una presenza diffusa di istituzioni universitarie è rilevante, sia per incrementare l’accesso all’istruzione terziaria, sia per favorire i processi di sviluppo territoriale. Così, negli Stati Uniti, ad esempio, aree geografiche che non accolgono istituzioni di formazione terziaria sono indicate come “deserti educativi”, che non offrono valide opportunità formative ai giovani di quei territori.

Cosa sta succedendo in Italia? Un recente studio Svimez segnala che gli atenei dei territori periferici, a tutte le latitudini geografiche del paese, hanno riscontrato negli ultimi anni crescenti difficoltà in termini di immatricolazioni, reclutamento e capacità di intercettare fonti di finanziamento ordinarie e straordinarie. Le difficoltà sono state amplificate dal cronico sottofinanziamento del sistema universitario italiano e dalla dinamica centro-periferia che ci restituisce un “centro” sempre più in grado di attrarre capitale fisico e capitale umano di qualità e una “periferia” in ritardo a causa dei divari infrastrutturali, dei gap territoriali di ricchezza e occupazione, della stagnazione demografica.

Ad esempio, tra il 2010 e il 2020 (dati Anagrafe studenti, ministero Università e ricerca), le immatricolazioni relative alle lauree triennali sono aumentate del 12 per cento per gli atenei del “centro” e di solo il 3 per cento per quelli della “periferia”.

La distinzione tra atenei del “centro” e di “periferia” è una classificazione nata nell’ambito del Gruppo di lavoro “Università e Disuguaglianza”, costituita dal ministero dell’Università e coordinato da Fabrizio Barca e Fulvio Esposito. Se nell’accezione di “periferia” si includono anche variabili di carattere socioeconomico e non solo quelle squisitamente geografiche, i tassi di crescita si attestano al 16 per cento per gli atenei del “centro” e al 2 per cento per quelli della “periferia” (figura 1), con una differenza che passa da circa 20 mila studenti nel 2010 a 40 mila nel 2020). Importante sottolineare che si tratta di variazioni relative alle immatricolazioni triennali, ci si aspetta un divario più marcato nel caso delle iscrizioni alle lauree magistrali.

Finanziamento, reclutamento e programmazione

Oltre che dai problemi strutturali appena richiamati, le università della “periferia” vengono penalizzate da alcune regole di governo del sistema, in particolare da quelle relative al finanziamento e al reclutamento.

Istituito nel 1993 per finanziare “le spese per il funzionamento e le attività istituzionali delle università, ivi comprese le spese per il personale docente, ricercatore e non docente, per l’ordinaria manutenzione delle strutture universitarie e per la ricerca scientifica” (art. 5, comma 1, lett. a) della legge 537/1993), oggi il Fondo di finanziamento ordinario ricomprende anche una quota per la cosiddetta premialità. Quest’ultima fu introdotta con un provvedimento legislativo alla fine del 2008, all’inizio, dunque, del periodo di riduzione importante e significativa dei finanziamenti statali dell’università. In tale contesto, la quota premiale ha determinato un progressivo deflusso di risorse dalle università con peggiori risultati in termini di ricerca (Vqr) verso quelle con le migliori performance, pregiudicando, tuttavia, proprio il finanziamento per le attività istituzionali, che hanno natura di costi fissi, perlomeno in corrispondenza di determinati livelli di servizi (numero di corsi di studio, rapporto professori/studenti, servizi per gli studenti, e così via). Né si può sostenere che la premialità serva a “punire” le inefficienze, in quanto la quasi contemporanea introduzione del principio dei costi standard garantisce che il finanziamento delle attività istituzionali, in corrispondenza di una data utenza studentesca, possa avvenire in condizioni di efficienza.

Per quanto riguarda il reclutamento, gli effetti distorsivi degli attuali criteri sono ancora più marcati. È vincolato a un decreto del ministero che ogni anno stabilisce i limiti assunzionali dei singoli atenei, parametrandoli sulla base dei cosiddetti “punti organico”. Il meccanismo di determinazione dei limiti è fondato, almeno in parte, su criteri (come il rapporto spese fisse/entrate) indirettamente ricollegabili, per la parte relativa alle entrate, a elementi che caratterizzano lo squilibrio centro-periferia, quali il numero di immatricolati e il reddito medio delle famiglie. Per il 2020, il sistema ha premiato maggiormente gli atenei del “centro” a discapito di quelli della “periferia”. Infatti, per ogni professore ordinario andato in pensione, il Politecnico di Milano ha potuto assumere fino a 2,45 ordinari, Torino 1,4, Bologna 1,39, Milano Statale 1,15, Napoli Federico II 0,97, mentre Genova 0,71, Pisa 0,64, Bari 0,81, Messina 0,68, Catania 0,59 e Palermo 0,714. Come ha sostenuto Gianfranco Viesti, si tratta di una discussione “difficile ma indispensabile”.

Questo sistema finisce, peraltro, per risultare poco coerente con i criteri di premialità prima richiamati, in particolare quelli relativi alla qualità della ricerca. È interessante confrontare il reclutamento di giovani ricercatori, che dovrebbe costituire uno dei fattori fondamentali per la qualità del sistema universitario, e le performance della qualità della ricerca. L’osservazione del numero di giovani ricercatori reclutati è significativa anche per il fatto che esso, in questi anni, è stato perlopiù ricollegato a finanziamenti statali straordinari. La tabella 1 riporta: i) il numero di Rtd(b) reclutati nel periodo 2015-2019 (dati Mur regionalizzati); ii) il numero di Rtd(b) reclutati ogni 10 mila abitanti; iii) un indicatore relativo alla qualità della ricerca (indicatore Iras1) calcolato dall’Anvur su sedici Aree, pesati con i pesi di Area e regionalizzato (per regionalizzare il dato si è applicata una media ponderata considerando il numero di iscritti delle triennali per anno) in relazione ai risultati Vqr 2004-2014. Come si evince, l’Italia ha reclutato nel periodo 2015-2019 in media 2,12 Rtd(b) ogni 10mila abitanti. Trentino, Emilia-Romagna e Toscana hanno rispettivamente 3,49, 3,18 e 3,06 ricercatori e, in fondo alla classifica, Basilicata con 0,83, Calabria con 0,91 e Puglia con 1,01 ricercatori ogni 10 mila abitanti.

Se si osserva la figura 2, si rileva una correlazione positiva ma non certamente forte (indice di Pearson = 0.47) tra i due indicatori, con alcune disparità. La Sicilia, ad esempio, ha un indicatore Vqr superiore a Umbria, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Marche, ma ha reclutato 1,42 ricercatori ogni 10 mila abitanti rispetto ai circa 2,5 delle altre regioni e ai 3,5 del solo Trentino-Alto Adige. Analogo discorso può farsi per la Puglia. Emblematico il confronto tra Calabria e Trentino-Alto Adige con la prima che, nonostante una Vqr lievemente superiore, ha reclutato solo 0,9 ricercatori rispetto alla seconda, che ne ha reclutati quasi il quadruplo. Vale un discorso analogo per il Veneto rispetto alla Toscana o per il Friuli-Venezia Giulia rispetto al Trentino-Alto Adige.

L’occasione del Pnrr

Ci sembra evidente che da una parte il sottofinanziamento, dall’altra gli effetti distorsivi sul sistema universitario della dinamica centro-periferia contrastino con gli assi strategici del Piano nazionale ripresa e resilienza, in particolare con l’obiettivo della coesione sociale e territoriale, che richiederebbe una presenza diffusa e, ovviamente, qualificata delle istituzioni della formazione terziaria e della ricerca sul territorio nazionale.

Gli importanti investimenti e i processi di riforma in atto nel sistema universitario hanno il grande merito di inaugurare una stagione di innovazioni istituzionali e di nuovi investimenti nella ricerca. Tuttavia, in assenza di un cambiamento nei meccanismi di distribuzione dell’Ffo, si corre il rischio di amplificare le disuguaglianze tra “centro” e “periferia” e di trovarci nel 2026 (con Pnrr terminato) in un paese ancora più spaccato. Ad esempio, si potrebbe pensare di aumentare significativamente le risorse che vengono distribuite sulla base della programmazione triennale, trasformandola in uno strumento di accordo tra ministero e singoli atenei, per intervenire sui problemi strutturali di alcuni senza però incorrere nel rischio di premiare maggiormente gli attori più capaci di esercitare pressione politica (i grandi atenei ad esempio). Inoltre, l’erogazione dei finanziamenti andrebbe vincolata al raggiungimento efficiente di obiettivi rilevanti per l’intero sistema. In tal modo si potrebbe realizzare, almeno parzialmente, una premialità che non sottrae risorse, ma le eroga su risultati sostanzialmente rilevanti per il singolo ateneo e per l’intero paese.

A dieci anni dalla riforma Gelmini, sarebbe il caso di apportare gli opportuni correttivi per rendere il sistema più equo e competitivo. Non farlo vorrà dire accontentarsi di un paese dove solo gli studenti (pochi) che potranno sostenere elevati costi di spostamento potranno permettersi la formazione migliore, mentre gli altri (molti) potranno accedere solo a una formazione di serie B.

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Obbligo vaccinale: quando è possibile secondo la Costituzione

Mer, 10/11/2021 - 12:27

Il vaccino anti-Covid non è più sperimentale, ha ottenuto ora una piena approvazione. Lo stato può dunque imporne l’obbligatorietà? La Corte costituzionale si è pronunciata più volte sul tema. E ha delineato i presupposti dell’obbligo vaccinale.

Vaccini obbligatori per legge

Nel 2017, il decreto legge n. 73 ha reintrodotto l’obbligo di vaccinazione per determinate malattie, soppresso alla fine degli anni Novanta. L’obbligatorietà della vaccinazione anti Covid-19, invece, è stata imposta dall’articolo 4 del decreto legge n. 44/2021 per tutte le professioni e gli operatori del comparto sanitario. Si tratta perciò di capire se ricorrano i presupposti e le condizioni per poterla dichiarare obbligatoria per legge per tutti i cittadini, trattata alla stessa stregua degli altri vaccini obbligatori. 

La Costituzione (articolo 32) dispone che il trattamento sanitario non può essere imposto a nessuno, se non per disposizione di legge (è il caso dei cosiddetti trattamenti sanitari obbligatori). Secondo l’articolo 32 della Costituzione, la salute non è soltanto un “diritto dell’individuo”, ma è anche un “interesse della collettività”. L’importanza anche “collettiva” della salute può talora giustificare trattamenti sanitari obbligatori, come per esempio l’obbligatorietà di alcuni vaccini nei casi strettamente previsti dalla legge. Lo ha riconosciuto la Corte costituzionale, respingendo il ricorso della Regione Veneto, che aveva censurato la obbligatorietà dei vaccini previsti dal cosiddetto “decreto Lorenzin”, n. 73/2017 (Corte costituzionale n. 5/2018, sentenza Cartabia). 

In particolare, la Corte costituzionale ha stabilito che la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’art 32 Costituzione se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri. 

La Corte enuncia una serie di principi che disciplinano il bilanciamento dei diritti e delle posizioni in campo: diritto alla salute, libertà personale e autodeterminazione del soggetto. Soprattutto, la Corte opera una valutazione tenendo conto della dimensione collettiva della salute, basata sul principio di solidarietà fra l’individuo e la collettività, ricavabile dall’articolo 2 Costituzione. 

Vaccini sperimentati e vaccini sperimentali

Il punto è che il decreto Lorenzin n. 73/2017 riguardava vaccini scientificamente sperimentati da lungo tempo, che avevano avuto un’autorizzazione al commercio di tipo standard. Con i vaccini anti-Covid non siamo nella stessa situazione (almeno fino a qualche tempo fa). Tutti i vaccini anti-Covid erano stati autorizzati dall’Ema (Agenzia europea per i medicinali) con una procedura speciale detta “autorizzazione condizionata” al commercio, cioè con una procedura abbreviata e d’emergenza. Il quadro è di recente cambiato. Ora, la Food and Drug Administration americana ha dato l’approvazione completa e definitiva al vaccino anti-Covid della Pfizer. La decisione è arrivata dopo gli ultimi dati aggiornati su test clinici, compresi quelli più a lungo termine. Si è passati cioè dall’autorizzazione d’emergenza all’approvazione definitiva. Secondo gli esperti, la decisione conferma che il vaccino in questione, così come gli altri vaccini autorizzati per uso clinico in uso emergenziale o secondo il criterio dell’approvazione condizionata in Europa, rispondono ai criteri scientifici più stringenti relativi al processo di produzione, al profilo di sicurezza ed efficacia immunizzante. 

Per il legislatore, il passaggio successivo potrebbe essere quello di introdurre provvedimenti di legge che possano imporre l’obbligo della vaccinazione. 

Le sentenze della Corte costituzionale

La Corte costituzionale si è pronunciata più volte sulla materia, a partire dalla sentenza n. 258/1994 per giungere appunto alla n. 5/2018, delineando i presupposti affinché l’obbligo vaccinale possa ritenersi compatibile con i principi dell’art. 32 della Costituzione. 

In particolare, la Corte costituzionale ha stabilito che “la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’art. 32 della Costituzione”: a) “se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacché è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale (cfr. sentenza 1990 n. 307); b) se vi sia “la previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze, che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario e, pertanto, tollerabili”); c) se nell’ipotesi di danno ulteriore alla salute del soggetto sottoposto al trattamento obbligatorio sia prevista comunque la corresponsione di una “equa indennità” in favore del danneggiato (cfr. sentenza 307 cit. e v. ora legge n. 210/1992)”

Per la Corte, i principi costituzionali subordinano la legittimità dell’obbligo vaccinale all’imprescindibilità di un “corretto bilanciamento tra la tutela della salute del singolo e la concorrente tutela della salute collettiva, entrambe costituzionalmente garantite”.

Lo stato può imporre, ricorrendone i presupposti e le condizioni, sacrifici al godimento da parte del singolo del diritto di autodeterminarsi in ordine alle scelte che investono la propria salute, al fine di perseguire quegli interessi superindividuali che – senza tale compressione dei diritti individuali – verrebbero messi in pericolo. La facoltà dello stato di imporre limitazioni siffatte trova fondamento, innanzitutto, nel principio solidaristico enunciato dall’articolo 2 Costituzione (“doveri di solidarietà politica, economica e sociale”).

In conclusione, la questione sulla legittimità dell’obbligo vaccinale disposto per legge passa da quella dei rapporti tra libertà individuale e principio di solidarietà.

Ad avviso di chi scrive, il diritto di autodeterminazione del singolo deve risultare recessivo rispetto all’interesse pubblico alla tutela della salute nel contesto della grave epidemia in atto; tale interesse pubblico deve costituire l’oggetto primario delle valutazioni e delle scelte del legislatore, nella prospettiva del massimo contenimento del rischio.

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Sul lavoro dei giovani una lezione dalla Francia

Mer, 10/11/2021 - 12:21

Garanzia giovani e reddito di cittadinanza stentano a essere efficaci nel migliorare le prospettive occupazionali dei giovani in Italia. La Francia ha scelto un modello diverso dal nostro. Può essere d’esempio per ridisegnare le due misure.

Garanzia giovani e reddito di cittadinanza: buone intenzioni, risultati dubbi

Garanzia giovani e reddito di cittadinanza rappresentano capitoli ambigui nelle politiche sociali e per il lavoro in Italia. Sulla prima misura, le intenzioni erano da far brillare gli occhi: promuovere l’occupazione giovanile, supplire alla farraginosità della transizione scuola-lavoro nel nostro paese, evitare che i più svantaggiati finiscano in una trappola di disoccupazione e precarietà. Finanziata dall’Europa (e rifinanziata da Next Generation EU), il piano europeo lasciò agli stati la possibilità di definire la propria versione del programma. Complice il fallimento del referendum 2016, che ha lasciato problematicamente alle regioni le competenze in materia di politiche attive, la Garanzia giovani italiana è rimasta uno “spezzatino” con misure diverse in varie regioni. Come è andata? Ancora oggi non lo sappiamo con certezza, ma gli indizi disponibili non sono incoraggianti. Nel 2016 si aprì un dibattito su queste pagine, con pochi dati disponibili. Oggi, si può trovare una valutazione controfattuale nell’ultimo capitolo di questo rapporto del 2019 e in questo recente articolo.

Nel frattempo, il grande protagonista del dibattito sulle politiche sociali è stato il reddito di cittadinanza, che si propone di tenere insieme lotta alla povertà e reinserimento lavorativo. Tra i giovani della fascia 18-25 anni, il 9 per cento è in un nucleo beneficiario, una popolazione ad alto rischio di sotto-impiego. Più della metà dei percettori tra i 18 e i 30 anni sono donne, l’89 per cento non studia e il 72 per cento rischia di diventare Neet. Finora, la parte di politiche attive del Rdc è rimasta embrionale, con circa un quinto dei soggetti tenuti che avvia un piano per il reimpiego. Inoltre, poiché fino a 25 anni i giovani sono considerati parte del nucleo familiare Isee, nel 2019 solamente il 3 per cento di loro richiedeva il Rdc in maniera autonoma. A un’età relativamente matura, percepire il reddito di cittadinanza tramite la famiglia non è d’aiuto a fare un salto verso l’indipendenza. 

Cosa imparare dalla Francia 

In Francia, il reddito di cittadinanza (Rsa) copre solo chi ha più di 25 anni o i minori di 25 anni con figli. Ai minori di 25 anni è dedicato uno strumento separato, la Garantie Jeunes. Pur se attuato da centri per l’impiego locali, lo strumento ha un programma standardizzato. Garantie Jeunes comincia con sei settimane di formazione in piccoli gruppi, incentrata sui metodi di ricerca di lavoro. Successivamente, i giovani sono seguiti per un anno da un counseling bisettimanale, che oltre a supportare il giovane e monitorarne la ricerca, può offrirgli piccole esperienze di “immersione” in azienda. Durante tutto l’anno, il giovane riceve un’indennità equivalente al reddito minimo, cumulabile in parte con i redditi da lavoro. 

In un recente paper, mi sono occupato di valutare in maniera controfattuale la Garantie Jeunes. È stato possibile grazie al fatto che il ministero francese rende disponibili ai ricercatori i propri dati, e che il programma è stato adottato in maniera graduale. Ho quindi potuto paragonare i risultati dei giovani iscritti ai centri per l’impiego dove il programma era già stato introdotto a quelli dove il programma non era ancora disponibile. I grafici sotto mostrano la percentuale dei giovani iscritti ai centri per l’impiego che partecipano al programma dopo la sua introduzione – crescente nel tempo – e l’effetto della possibilità di partecipare al programma sul tasso di impiego dei giovani iscritti ai centri per l’impiego.

Figura 1 – Percentuale di giovani iscritti ai centri per l’impiego  che aderiscono a Garantie Jeunes (first stage) e effetto sul sul tasso di impiego (intention to treat) rispetto al numero di trimestri dall’esposizione dei giovani al programma. Intervalli di confidenza al 95 per cento in grigio. Le linee verticali scandiscono il primo anno di esposizione (quando i primi giovani entrano nel programma) e il secondo (quando i primi giovani escono dal programma).

Il risultato più rilevante è che il tasso di impiego nei centri che adottano il programma sale di circa 1,6 punti percentuali dopo un anno dall’esposizione. Dato che, dopo un anno di esposizione, il 6 per cento circa dei giovani iscritti ha partecipato al programma, questo equivale a un aumento della probabilità di impiego per i partecipanti di 26 punti percentuali, circa il 50 per cento del controfattuale. L’aumento si verifica solo dopo che i giovani hanno smesso di ricevere l’indennità, suggerendo un possibile ruolo disincentivante di quest’ultima, benché i nuovi contratti siano per lo più precari. 

Dalla valutazione abbiamo imparato anche alcune lezioni utili per migliorare la misura. Sembra infatti che i giovani tendano a trovare meno impiego quando sono troppo impegnati nella formazione, mentre tendono a non accettare i lavori part-time non cumulabili con l’indennità.

Il governo francese ha annunciato che il dispositivo sarà esteso a tutti i giovani con reddito al di sotto del minimo (in precedenza, i centri per l’impiego selezionavano solamente i giovani più in difficoltà e motivati). Cambierà nome e verrà denominato “Contratto di impegno per i giovani”, e sarà possibile accompagnarlo ad altri sostegni, come il reddito minimo e l’assegno di disoccupazione.

Nuove politiche attive del lavoro: partire dai giovani

Visti i limiti della Garanzia giovani italiana e del reddito di cittadinanza per i giovani, si potrebbe pensare di concentrare su di loro gli sforzi di costituzione delle politiche attive del lavoro. Significherebbe ri-prioritarizzare le attività dei centri per l’impiego sui giovani e ri-disegnarle, sull’esempio francese, con un “Patto per il lavoro” ad hoc. Le attività richieste dal patto dovrebbero focalizzarsi, sempre sull’esempio francese, su assistenza e monitoraggio della ricerca di lavoro, eliminando la componente di sussidio occupazionale, distorsiva e per cui sono più adeguati altri strumenti. Meglio ancora sarebbe offrire al contempo ai giovani un modo di accedere loro stessi a un sostegno al reddito – temporaneo, ma cumulabile con le opportunità di lavoro – per evitare che siano costretti a rimanere attaccati alla famiglia dalle regole Isee per il Rdc. 

Di certo, uno strumento del genere richiederebbe di toccare alcuni aspetti ad alta sensibilità politica, dal Rdc alle competenze regionali sulle politiche attive. Ma è stato proprio il governo a riconoscere come, nei rinvii della politica, siano stati i giovani a rimetterci per anni. 

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Equal pay day in cinque grafici

Mer, 10/11/2021 - 10:36

Il 10 Novembre 2021, si celebra l’Equal pay day europeo per sensibilizzare sul tema del divario di genere nelle retribuzioni. L’Italia ha un gender gap relativamente basso se messo a confronto con il resto dell’Europa, ma questo dato è condizionato dalla grande diffusione dell’occupazione femminile nel settore pubblico.
La distribuzione diseguale dei carichi di cura della famiglia ostacola l’occupazione femminile. Questa dinamica è enfatizzata dalla tendenza a evitare l’affidamento dei bambini sotto i tre anni a un’educazione formale.
 
In questa serie di grafici, raccogliamo alcuni dei dati che mostrano la situazione europea e italiana sia riguardo il gender pay gap che le politiche per la cura dei bambini sotto i tre anni.

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Il Punto

Mar, 09/11/2021 - 11:46

Manca l’auspicata liberalizzazione delle concessioni balneari ma nel ddl concorrenza sono molte le misure previste, tutte nel comparto dei servizi, dove è forte il ruolo di intermediazione dell’operatore pubblico.
Un accordo sulla revisione delle regole di bilancio europee è ancora lontano. Nel frattempo, però, si può agire a livello di singoli stati per incentivare la riduzione dello stock di debito. Il recente G20 di Roma ha di fatto confermato ed esteso l’accordo già raggiunto in sede Ocse per una più equa tassazione delle multinazionali. Ora si tratta di passare dalle parole ai fatti.
Gran parte dei fondi del Pnrr andrà a beneficio dei settori industriali tradizionali, con l’obiettivo di incentivarne la transizione digitale e verde. Il rischio però è di un ingorgo di investimenti nelle costruzioni. Pnrr che potrebbe non avere un grande peso, almeno nel breve periodo, nel raggiungimento dei target di decarbonizzazione, anche in quei paesi, come Italia e Spagna, che vi dedicano le risorse più cospicue. Crescono in proporzione al Pil i rifiuti speciali. Che sempre più spesso vengono recuperati, anche se la riduzione del numero di impianti e i crescenti divari territoriali richiedono soluzioni urgenti.
Dopo il caso berlinese – con la vittoria del referendum sull’esproprio di parte del patrimonio residenziale privato – e quello svedese, anche i Paesi Bassi si trovano a fare i conti con il caro-casa. La situazione.

Spesso un grafico vale più di tante parole: seguite la nostra rubrica “La parola ai grafici”. Molti stati membri continuano ad avere difficoltà ad assorbire i fondi Ue. Questo e altri temi sollevati dalla relazione annuale della Corte dei Conti europea nel nostro slideshow.

Save the date! Convegno annuale de lavoce.info
Giovedì 16 dicembre dalle 17 alle 19.30 si svolgerà, in presenza e in diretta Zoom, il convegno annuale de lavoce.info: si parlerà di vaccini e delle sfide del Pnrr. A breve tutti i dettagli.

L’accesso ai contenuti de lavoce è libero e gratuito ma, per poter continuare ad assicurare un lavoro di qualità, abbiamo bisogno del contributo di tutti. Sostienici con una donazione, anche piccola!

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Le inefficienze nella spesa dei fondi europei in quattro grafici

Mar, 09/11/2021 - 10:51

La Corte dei Conti europea, l’istituzione dell’Unione europea che monitora e revisiona l’utilizzo delle finanze a livello comunitario, ha pubblicato pochi giorni fa la relazione annuale sull’esercizio di bilancio 2020.

Rispetto alle relazioni precedenti, il documento è ancora più importante, dato che il 2020 è l’ultimo anno del precedente bilancio pluriennale europeo (2014-2020). Tra i vari aspetti, emerge l’incapacità di assorbire i fondi europei per molti stati membri, ritardando così l’implementazione di progetti e riforme a livello nazionale.

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Rifiuti “speciali”, ma non troppo

Mar, 09/11/2021 - 10:33

I rifiuti speciali crescono quanto il Pil. Sono spesso recuperati, ma l’aumento degli stoccaggi, la riduzione del numero degli impianti e i crescenti divari territoriali richiedono soluzioni che permettano di trattare tutte le tipologie in modo adeguato.

Cresce la produzione, crescono i rifiuti

Nel 2019, la produzione di rifiuti “speciali”, ovvero quelli prodotti dalle attività economiche, ha totalizzato circa 154 milioni di tonnellate, facendo registrare una crescita del 7 per cento, rispetto al 2018, e del 16 per cento, rispetto al 2015. Osservando il grafico 1, si nota che la produzione di rifiuti speciali ricorda da vicino l’andamento del Pil. Possiamo dunque essere certi che con il rimbalzo dell’attività economica nel 2021 anche i rifiuti speciali torneranno a crescere in modo imponente.

I rifiuti speciali rappresentano la gran parte dei rifiuti prodotti nel nostro paese, sono infatti oltre 80 per cento del totale. Più di un quarto dei rifiuti prodotti dalle attività economiche (42,2 milioni di tonnellate) sono scarti del trattamento dei rifiuti stessi, in primo luogo il trattamento meccanico, e delle acque (Capitolo 19 dell’Elenco europeo dei rifiuti, Eer). Questi rifiuti da trattamento dei rifiuti sono peraltro in crescita: +736mila tonnellate nel 2019, rispetto al 2018.

Tuttavia, la contabilità Ispra si basa sia sui dati registrati dai Mud, formulari che accompagnano la movimentazione dei rifiuti, sia su procedimenti di stima. Non si può perciò escludere – anzi, è assai probabile – che nella contabilità ufficiale dei rifiuti, laddove la gestione preveda più passaggi, tra fasi di stoccaggio, trattamento e smaltimento, i rifiuti possano essere conteggiati più volte, comportando un “aumento” dei fabbisogni. Meglio sarebbe forse utilizzare diagrammi di flusso, in modo da indicare chiaramente come i flussi in entrata a ciascuna fase si riconcilino con quelli in uscita, evidenziando la dimensione degli scarti e la destinazione finale a riciclo, recupero energetico o smaltimento.

La gestione punta sul recupero e sull’import

Nella gestione dei rifiuti speciali, le attività di recupero (132,8 milioni di tonnellate) sono largamente prevalenti sullo smaltimento (31,6 milioni), indice di un modello orientato alla valorizzazione, che peraltro vede il nostro paese ai primi posti nelle graduatorie europee per l’elevata percentuale di rifiuti speciali riciclati (siamo al 69 per cento).

La bilancia commerciale import/export dei rifiuti è positiva per 3,1 milioni di tonnellate. In altre parole, importiamo più rifiuti di quanti ne esportiamo, ma ne esportiamo comunque 3,9 milioni di tonnellate, a segnalare che non per tutti i rifiuti disponiamo di una risposta impiantistica in casa. L’Italia riesce, ad esempio, a importare rottami di ferro perché diventino nuova materia prima nei poli metallurgici di Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, ma allo stesso tempo deve esportare rifiuti che potrebbero essere recuperati energeticamente perché non ci sono impianti oppure esporta rifiuti pericolosi a smaltimento per la mancanza di discariche.

Le criticità

Tra le criticità della gestione dei rifiuti speciali vi è ancora l’eccessivo ricorso alla discarica e alle altre forme di smaltimento: vi finiscono 20 milioni di tonnellate di rifiuti da rifiuti. È un aspetto certamente da migliorare, privilegiando il recupero di materia e il recupero energetico, così da ridurre gli impatti ambientali. Un’incidenza, quella dello smaltimento, ancora troppo elevata per i fanghi dalla depurazione delle acque urbane, dove più di una tonnellata su due viene smaltita: Oltralpe, in Francia e Germania, la produzione di fanghi è minimizzata all’origine, giacché da questi ultimi si estraggono fertilizzanti e nutrienti, oltre che energia.

Il parco impiantistico italiano, pari a 10.839 impianti nel 2019, è in calo: probabilmente, ciò rivela un principio di consolidamento dell’industria e andrebbe rinforzato a sostegno dell’innovazione e delle economie di scala. Inoltre, gli impianti si concentrano per lo più al Nord (57 per cento), tanto che la dotazione della Lombardia da sola eccede quella dell’intero Centro Italia. Se è vero che gli impianti si localizzano laddove c’è un fabbisogno, allo stesso tempo la loro carenza in molte aree del Centro e del Sud diviene un fardello per il sistema industriale, privo di sbocchi per i propri scarti, se non a costi più elevati.

Se è vero che il recupero è prevalente sullo smaltimento, è altrettanto chiaro che l’aumento degli stoccaggi rivela difficoltà crescenti nell’assicurare una destinazione finale ai rifiuti in tutte le aree del paese: gli sbilanci regionali sono evidenti, anche per le regioni del Nord, dove occorrono più impianti per il recupero energetico e lo smaltimento. Nel complesso, il saldo tra fabbisogno e capacità di gestione dei rifiuti avviati a incenerimento e smaltimento è negativo per oltre 2,4 milioni di tonnellate: 1,8 milioni vengono esportati e 0,6 stoccati in attesa di destinazione.

Un’occasione perduta, tutta a detrimento dell’ambiente e della creazione di valore aggiunto e occupazione.

Quali scenari per il futuro: una gestione di prossimità?

Indubbiamente, per far fronte adeguatamente al percorso di transizione ecologica che si sta avviando, con ampie trasformazioni in campo energetico e con la progressiva attuazione del paradigma dell’economia circolare, nessuna opzione tecnologica può essere preclusa, per trattare adeguatamente tutte le tipologie presenti, e future, di rifiuti prodotti. Ivi incluse, quelle che si origineranno dal processo di rinnovamento delle infrastrutture energetiche, come ad esempio in caso di sostituzione dei pannelli solari per raggiunti limiti di età o le pale eoliche di prima generazione. Pertanto, occorre prepararsi a gestire anche i rifiuti che origineranno dalle infrastrutture che andremo a realizzare nei prossimi anni, anche grazie ai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Una recente sentenza (n. 5025) del Consiglio di stato ribadisce la necessità di coniugare il principio di prossimità nella gestione dei rifiuti speciali, all’interno di un regime di libero mercato, assieme a quello della specializzazione impiantistica, documentando l’origine territoriale dei fabbisogni di recupero energetico e smaltimento per chi richiede l’autorizzazione alla realizzazione di un impianto di trattamento. L’auspicio è che tale principio non diventi un ulteriore ostacolo all’autorizzazione di nuovi impianti, dietro il nobile intento di limitare la movimentazione dei rifiuti che danneggia l’ambiente. Bensì dovrebbe essere un’occasione per chiamare le regioni a misurare i fabbisogni, agevolando le iniziative volte a realizzare gli impianti che mancano. In subordine, l’appello va al Programma nazionale per la gestione dei rifiuti – inserito tra le riforme del Pnrr – con cui si dovranno indicare i flussi critici, con le maggiori difficoltà a smaltimento o con particolari potenzialità di recupero, anche su scala di area vasta. 

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Costruzioni a rischio ingorgo

Mar, 09/11/2021 - 10:33

Il Pnrr orienta la maggior parte dei fondi verso i settori industriali tradizionali. L’obiettivo è incentivare una trasformazione strutturale verso uno sviluppo “digital” e “green”. Ma c’è un rischio di sovraffollamento di progetti nelle costruzioni.

L’analisi dell’Osservatorio del terziario

Nel recente rapporto trimestrale dell’Osservatorio del terziario Manageritalia presentiamo un’ analisi della allocazione per settore delle risorse del Recovery and Resilience Fund (Rrf). L’obiettivo è di misurare la distribuzione delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano ai vari settori economici, sia in maniera diretta, considerando quindi solo e unicamente il fatturato destinato inizialmente a ogni settore, sia in maniera indiretta, tenendo cioè conto della catena dei fornitori e della necessità – eterogenea tra settori – di approvvigionarsi di beni utili per il processo produttivo. 

Il numero complessivo delle voci di spesa considerate nel nostro esercizio è 181, che abbiamo assegnato quasi nella loro totalità a venti branche di attività seguendo la suddivisione Nace (Nomenclatura delle attività economiche).  

Nella quantificazione dell’allocazione diretta spicca la quota destinata a “costruzioni”: oltre il 40 per cento del totale dei fondi resi disponibili dal Piano (81,2 miliardi di euro) transitano in prima battuta da questo settore. Segue la manifattura, a cui viene destinato il 16 per cento delle risorse, circa 30 miliardi. I fondi rimanenti sono distribuiti per lo più nei sub-settori che compongono il macro-settore del terziario, a cui viene assegnato circa il 36 per cento delle risorse. 

Nella seconda fase dell’analisi arricchiamo la panoramica statica considerando le relazioni che intercorrono nelle filiere dei vari settori. Il ragionamento economico sottostante è il seguente: per ogni euro di produzione effettiva di un settore, vi è una parte che viene spesa internamente, mentre la rimanente è parte pressoché ineluttabile del processo produttivo e viene indirizzata ad altri settori come conseguenza dell’approvvigionamento di input necessari alla produzione stessa. 

Utilizzando le tavole input/output di Istat, è dunque possibile ricavare, in media, per ogni settore, quanto della singola voce di spesa del Pnrr rimane effettivamente interno al settore e quanto, e in quale proporzione, viene assorbito dagli altri settori. Dall’esercizio risulta una forte attenuazione della quota destinata alle costruzioni (da 42 a 16 per cento) e un aumento considerevole della quota della manifattura (dal 16 al 28 per cento). Il settore dei servizi nel complesso guadagna 11,9 punti percentuali di investimenti, passando a una quota del 47,8 per cento. 

In figura 1 un confronto tra le due fasi dell’analisi di allocazione.

I punti chiave

Dalla nostra analisi emerge uno scompenso nella distribuzione dei fondi del Pnrr rispetto alle quote di valore aggiunto settoriale sul totale del valore aggiunto nazionale. La prevalenza dei fondi verso i settori di “costruzioni” e “manifattura” è dovuta implicitamente ai livelli minimi di spesa dettati dalla Commissione ai singoli paesi per la transizione digitale ed ecologica (Missioni 1 e 2 del Pnrr italiano). In figura 2 – che fornisce una visualizzazione grafica della distribuzione dei flussi di risorse dalle missioni ai settori – risulta evidente come le prime due missioni siano dirette principalmente ai settori industriali.

Figura 2 – Distribuzione dei flussi di risorse dalle missioni

La destinazione prevalente al settore “costruzioni” potrebbe creare un rischio di forte sovraffollamento di progetti, sia nel comparto residenziale che in quello infrastrutturale.

Il programma pubblicato del ministero delle Infrastrutture e Mobilità sostenibili, che analizza l’orizzonte temporale degli investimenti nel settore, tende a smorzare il rischio, prevedendo scadenze “allungate” per buona parte delle voci di spesa che riguardano le costruzioni. Tuttavia, anche se distribuito su alcuni anni, un ammontare di risorse pari a 81,2 miliardi in progetti da gestire, con relativi percorsi autorizzativi e identificazione dei migliori fornitori potrebbe determinare un surriscaldamento del settore, come recentemente evidenziato dall’amministratore delegato di Webuild, Pietro Salini.

Il Piano italiano riflette in larga parte le linee guida della Commissione e ha tra i suoi obiettivi quello di provocare una trasformazione strutturale dell’offerta industriale improntata sui settori “digital” e “green”. La nostra analisi evidenzia come ciò possa comportare un rischio di sovraffollamento di progetti nel settore delle costruzioni e – in seconda battuta – anche un rischio di strozzature in quello manifatturiero.

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La decarbonizzazione non arriva dai Pnrr

Mar, 09/11/2021 - 10:32

Quanto contribuiscono i Pnrr nazionali al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione? Poco, anche in Italia e Spagna dove le risorse destinate alla questione sono più cospicue. Ma nel lungo periodo un effetto positivo potrebbe esserci comunque.

Pnrr e decarbonizzazione in quattro paesi europei

Quanto contribuiscono i Piani nazionali di ripresa e resilienza al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione dei Piani nazionali integrati per l’energia e il clima (Pniec) predisposti dai singoli paesi? Abbiamo provato a rispondere alla domanda per la componente dei Pnrr di Francia, Germania, Italia e Spagna finanziata dalla Resilience and Recovery Facility (RRF) dietro l’assunzione di raggiungimento dei rispettivi target, soffermandoci sui settori di edilizia, energia e trasporti (oltre il 60 per cento delle emissioni nei quattro paesi).

In quanto segue descriviamo gli impatti stimati settore per settore.

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Edilizia

L’edilizia è responsabile per il 14 per cento delle emissioni prodotte nei quattro paesi considerati (Eurostat, 2019). Nei Pnrr alla decarbonizzazione degli edifici pubblici e privati viene destinata una quantità significativa di fondi: 15,1 miliardi in Italia, 2,5 miliardi in Germania, 5,7 miliardi in Francia, 6,1 miliardi in Spagna.

Poiché mancano stime comparabili dell’impatto sulle emissioni, ne abbiamo prodotte di nostre utilizzando i target in termini di interventi realizzati (numero di abitazioni per il residenziale o metri quadri riqualificati per il non residenziale). La tabella 2 mostra il risultato dell’analisi e rivela 1) un’eterogeneità tra paesi, che dipende in larga misura dalle dimensioni degli interventi (numero di abitazioni o metri quadrati rinnovati); il fatto che 2) gli interventi consentiranno di conseguire tutto sommato una percentuale molto modesta della riduzione di emissioni settoriali previste dai Pniec al 2030.

In particolare, le nostre stime indicano che gli investimenti del Pnrr porterebbero a una riduzione delle emissioni nel settore dell’edilizia compresa tra lo 0,1 (Germania) e il 5,4 per cento (Spagna) di quella necessaria per raggiungere gli obiettivi dei Pniec. Le stime sono da considerarsi plausibilmente un limite superiore, in quanto dipendenti dalle assunzioni sul risparmio energetico per unità ristrutturata, ignorando che spesso, a posteriori, la riduzione dei consumi risulta inferiore a quella inizialmente stimata con valutazioni ingegneristiche (ad esempio Fowlie et al. 2018).

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Rinnovabili e idrogeno

Il settore dell’energia è responsabile per il 22 per cento delle emissioni prodotte nei quattro paesi considerati (Eurostat, 2019). Abbiamo calcolato il contributo offerto dai Pnrr ai target 2030 (superati, in attesa di quelli nuovi europei al 55 per cento) previsti dal Pniec in termini di capacità aggiuntiva a partire da fonti rinnovabili.

Il piano spagnolo e quello italiano sono gli unici a prevedere misure apposite allo sviluppo delle rinnovabili, fissando come obiettivo l’installazione di capacità aggiuntiva rispettivamente per 3,62 GW e 3,98 GW. Il contributo è modesto come evidenziato in figura 1, pari – rispettivamente – al 7,9 e 9,3 per cento della capacità aggiuntiva richiesta. Ciononostante, in virtù del sostegno esplicito al potenziamento sul lato offerta delle fonti rinnovabili, in Spagna e Italia sembra essere più contenuto il rischio che la produzione dell’idrogeno a partire da queste ultime avvenga ai danni della domanda già presente in altri settori (tra i paesi analizzati, Germania, Italia e Spagna sono quelli in cui la volontà di investire in idrogeno prodotto a partire da fonti rinnovabili è maggiore, mentre la Francia include anche il nucleare nella sua definizione di idrogeno “décarbonè”).

Dati gli obiettivi ambiziosi dei quattro paesi (Germania e l’Italia vorrebbero installare 5 GW di elettrolizzatori entro il 2030, la Spagna 4 GW e la Francia 6,5 GW), una parte dei fondi della Rrf è consacrata allo sviluppo dell’offerta di idrogeno, con la Spagna che punta alla realizzazione di elettrolizzatori per una capacità pari a 500 MW, la Germania 300, la Francia 140, l’Italia tra i 100 e i 150.

Figura 1 – Contributo dei Pnrr alla diffusione delle rinnovabili e confronto con il target 2030 in termini di capacità aggiuntiva da fonti rinnovabili (Fer-E) ex-Pniec

Fonte: Eurostat (capacità 2019); SolarPower Europe e fonti nazionali (dati 2020); Commissione europea (obiettivi Pniec e divario 2030); Annex to the Proposal for a Council Implementing Decision on the approval of the assessment of the recovery and resilience plan for Germany, Spain, France and Italy (investimenti Pnrr).

Trasporti

I trasporti generano il 25 per cento delle emissioni prodotte nei quattro paesi considerati (2019). Tra gli investimenti rivolti al settore dai Pnrr spiccano quelli in infrastrutture di ricarica. La tabella 3 evidenzia le differenze in termini di numero e tipologia che i singoli paesi prevedono di installare con le risorse dei Pnrr. I punti di ricarica pubblici e veloci – importanti per la diffusione delle auto elettriche, soprattutto nei centri urbani densamente popolati – sono i più costosi e il trade-off tra numero di installazioni e quota di installazioni pubbliche e veloci si intravede anche nelle scelte dei singoli governi.

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Nel caso degli investimenti in infrastrutture, una variabile fondamentale per stimare l’impatto sulle emissioni è la quota di passeggeri che passa dal trasporto via auto a quello su rotaia (shift modale). Il trasporto passeggeri su strada è responsabile, infatti, di quasi il 50 per cento delle emissioni generate dal settore (Iea, 2019). La nostra stima è che uno shift modale di un punto percentuale – pari a quello occorso in media nel periodo 2005-2019 nei paesi qui considerati – non basterebbe a invertire il trend di aumento delle emissioni annuali dei trasporti di qui al 2030 nemmeno nel caso dello scenario ottimistico di crescita della domanda indicata dall’International Transport Forum (scenario “Reshape+”, figura 2). Il risultato non cambierebbe qualora si assumesse uno shift modale pari a quattro punti percentuali nel comparto interurbano, il target indicato nel Pnrr italiano. L’abbattimento sarebbe maggiore qualora, con la stessa entità di shift modale, avesse luogo nel comparto dei trasporti urbani, poiché a parità di mezzo le emissioni sono più elevate in questo comparto (Iea 2021).

Figura 2 – Scarto percentuale tra il livello di emissioni annuali nel 2018 e nel 2030 (MtCO2) nel settore del trasporto terrestre passeggeri in base alle differenti ipotesi di shift modale dall’automobile alla rotaia

Fonti: Itf Outlook 2021 (https://www.itf-oecd.org/itf-transport-outlook-2021); Iea (2019) (https://www.iea.org/data-and-statistics/charts/ghg-intensity-of-passenger-transport-modes-2019).
Nota: i calcoli si basano su: 1) i dati più recenti (2018) sul trasporto terrestre passeggeri (passeggeri-km) nei singoli paesi per modalità di trasporto (rotaia, automobile, autobus) (Itf-Oecd database), 2) i dati (2015) sulla distinzione “urbano/non-urbano” del trasporto terrestre passeggeri per modalità di trasporto a livello mondiale (Itf Outlook 2021), 3) i dati (2019) sulle emissioni CO2 (grammi per passeggero-km) per modalità di trasporto e “urbano/non-urbano” (Iea), 4) le previsioni di crescita della domanda di trasporto terrestre passeggeri per l’Area economica europea per scenario di riferimento (Itf Outlook 2021).

Un impatto a lungo termine

L’analisi mostra come la riduzione delle emissioni di gas serra direttamente attribuibile ai Pnrr potrebbe essere di entità modesta, anche in Italia e Spagna dove le risorse sono più cospicue. Tuttavia, l’impatto positivo potrebbe estendersi oltre l’orizzonte della loro esecuzione se i piani riuscissero ad accelerare lo sviluppo di settori chiave per l’innalzamento strutturale del tasso di riduzione delle emissioni (per esempio quello della riqualificazione energetica profonda degli edifici) o che presentano benefici anche dal punto di vista dell’economia reale (per esempio l’agri-solare, del quale è stato dimostrato l’impatto positivo sulla produttività dei diversi tipi di terreni agricoli).

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Olanda: la casa in affitto è un miraggio

Mar, 09/11/2021 - 10:21

Per ottenere un alloggio sociale ad Amsterdam bisogna aspettare quattordici anni. Né va molto meglio a chi cerca di comprare casa. Il problema nasce da una carenza strutturale di abitazioni. Per risolverlo se ne dovrebbero costruire 900 mila in dieci anni.

Il problema della casa nel Nord Europa

Gli abitanti del Sud dell’Europa spesso guardano con ammirazione i paesi del Nord per il buon funzionamento dei loro modelli di welfare state e per la capacità di affrontare problemi difficili, contenendo le tensioni. Non sembra, però, una chiave del tutto adeguata per leggere ciò che succede sul mercato della casa. A Berlino, si discute della nazionalizzazione dei grandi patrimoni ritenuti responsabili degli affitti troppo alti, mentre in Svezia, su una proposta di parziale liberalizzazione della contrattazione dei canoni è caduto il governo. Anche nei Paesi Bassi la questione delle abitazioni è all’ordine del giorno, tant’è che la popolazione ha promosso dimostrazioni di piazza per sollecitare le autorità pubbliche a varare interventi adeguati. Ma qual è la situazione della casa in Olanda e come viene interpretata?

Lo squilibrio domanda-offerta

Sette olandesi su dieci vivono in un’abitazione di proprietà e i restanti tre in un alloggio in affitto. Entrambi i segmenti del mercato sono caratterizzati da forti criticità strutturali che rendono difficile trovare casa, per gli studenti addirittura un incubo.

L’insufficiente offerta di abitazioni in vendita è tale che mediamente le agenzie immobiliari impiegano poco più di tre settimane per trovare un acquirente e, si legge nei rapporti della banca centrale olandese, poiché la domanda supera di gran lunga l’offerta, il prezzo che il primo potenziale acquirente è disposto a pagare è spesso superato da quello di altre “persone che sono in grado di offrire più soldi”.

Chi non può acquistare una casa deve riversare la sua domanda abitativa sul mercato dell’affitto, dove non è facile soddisfarla, anche a causa di canoni elevati, nonostante vi prevalga nettamente l’edilizia sociale.

Sono considerati alloggi sociali quelli il cui canone mensile non può superare i 752,33 euro (canone regolato). Le associazioni di abitazioni, in sostanza cooperative, proprietarie di sette alloggi di edilizia sociale su dieci, devono assegnare il 90 per cento del loro patrimonio a soggetti con reddito di poco inferiore ai 46 mila euro, un livello ritenuto evidentemente medio-basso per lo standard olandese. Nel complesso, le cooperative possiedono oltre i tre quarti dei poco meno di 3 milioni di alloggi destinati alla locazione.

Un aspetto che merita di essere evidenziato è che all’85 per cento degli alloggi a canone regolato concorrono anche i proprietari privati e gli investitori istituzionali. Le abitazioni che questi ultimi affittano a canone regolato sono un numero più alto di quelle che locano a canone libero. L’offerta di alloggi sociali è, comunque, molto carente rispetto alla domanda, tant’è che il periodo medio di attesa per l’assegnazione di un alloggio è di sette anni. Ad Amsterdam ne servono quasi 14, sebbene la città si collochi solo al 13° posto della graduatoria dei tempi di attesa per l’assegnazione.

Nel 2019 è stato stimato uno squilibrio tra la domanda e l’offerta di alloggi sociali di 92 mila unità, a cui vanno aggiunte 83 mila abitazioni mancanti nel segmento di mercato con canoni leggermente superiori al livello massimo del canone sociale. Nel complesso, considerando sia il mercato dell’affitto sia quello della proprietà, è stato stimato un eccesso di domanda, rispetto all’offerta, di 330mila alloggi.

L’origine del problema

Il governo, per alleggerire il peso del canone di locazione, concede un contributo fino a 360 euro mensili. L’importo erogabile al singolo inquilino è determinato considerando un insieme di fattori. Le famiglie con i redditi più bassi possono ottenere dal sussidio un aiuto relativamente consistente. La misura governativa ha certamente un rilievo sociale, ma non è di ausilio per i soggetti che non riescono a trovare un alloggio a causa della carenza fisica dell’offerta rispetto al fabbisogno di abitazioni.

Nel dibattito sulle cause della situazione e sui possibili rimedi si confrontano diversi orientamenti. Le analisi della banca centrale ritengono che vi sia un contrasto tra il mercato dell’affitto e quello della proprietà, dovuto a una normativa fiscale favorevole e alla grande disponibilità di credito che faciliterebbero l’acquisto delle abitazioni restringendo il patrimonio destinato all’affitto. I ricercatori della Banca d’Olanda evidenziano sì che i prezzi delle case sono elevati, ma ritengono che “siano correlati più strettamente alla capacità di prestito che alla carenza di alloggi (…), siano stati fortemente guidati dalla capacità di indebitamento delle famiglie”. I prezzi aumentano, quindi, con la crescita dell’importo dei mutui che possono essere ottenuti dagli acquirenti: non è l’alto prezzo dell’abitazione che obbliga ad aumentare l’importo del mutuo, bensì è la possibilità, offerta dalla riduzione dei tassi di interesse, di ammortizzare un prestito più alto che fa lievitare il valore dell’immobile. È un’interpretazione del mercato della casa alla luce della teoria quantitativa della moneta: i prezzi crescono per l’abbondanza di moneta a buon mercato.

Un contributo importante alla soluzione del problema deriverebbe, quindi, da politiche che al tempo stesso comportino una riduzione degli sgravi fiscali e limitino “la crescita dei prezzi delle case e gli importi dei mutui ipotecari richiesti”. La riduzione dei prezzi accresce la platea di famiglie che può accedere alla proprietà. Ma gli effetti sul mercato degli affitti delle misure ipotizzate dalla banca centrale sono però contrastanti: limitano la domanda, perché chi l’acquista non ha più necessità di una casa in affitto, ma al tempo stesso, fermo restando la dimensione del patrimonio, riducono anche l’offerta per la locazione. Tali misure possono cambiare la composizione per titolo di godimento del mercato residenziale, ma, da sole, non intaccano il problema da cui origina la crisi della casa in Olanda, cioè la carenza di alloggi.

Gli economisti del colosso del credito Abn Amro stimano che per risolvere il problema è necessario costruire 900 mila nuovi abitazioni nei prossimi dieci anni. Un compito non facile, per le tante sue implicazioni, a partire dall’occupazione di territorio, dai risvolti ambientali e dalla capacità di panificazione delle autorità pubbliche.

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2023, cambia la tassazione delle multinazionali

Lun, 08/11/2021 - 21:20

Sotto l’egida dell’Ocse, il cammino per arrivare a una tassazione più equa delle multinazionali ha fatto un altro passo avanti. Le principali economie mondiali hanno raggiunto un nuovo accordo che definisce meglio i contorni di quanto stabilito a luglio.

Il nuovo accordo

L’agognato accordo fra le principali economie mondiali, riunite sotto l’egida dell’Ocse, per una tassazione più equa delle multinazionali ha fatto un ulteriore passo avanti.

Nel luglio scorso si era concordato di procedere con la Two-Pillar Solution, cioè con la proposta (i) di tassare nei paesi-mercato i profitti delle multinazionali indipendentemente dall’esistenza di una entità fisica nel paese-mercato (Pillar One) e quella (ii) di applicare una minimum tax del 15 per cento sui profitti tassati localmente con aliquota inferiore a questa, così da ridurre l’appetibilità dei paesi a troppo bassa tassazione (Pillar Two) .

L’accordo tuttavia, ancorché decisivo, presentava una evidente matrice politica e lasciava un po’ troppo nel vago le concrete soluzioni che lo avrebbero dovuto accompagnare. Ma ecco che l’8 ottobre scorso l’Ocse torna sul punto e fa l’atteso passo avanti.

Viene confermato, innanzitutto, che il Pillar One si applica solo alle multinazionali con più di 20 miliardi di euro di volume d’affari e con profitti superiori al 10 per cento del relativo fatturato. La soglia di ingresso basata sul fatturato verrà abbassata a 10 miliardi di euro fra sette anni se la soluzione ora prevista darà buoni risultati. Ne sono escluse le imprese estrattive (leggi petrolifere) e quelle soggette a regimi regolati (leggi banche e assicurazioni). Mentre, all’origine, questo sistema di tassazione era riservato alle imprese “digitali” – con tutte le complicazioni di identificazione -, parrebbe oggi esteso a tutte quelle che realizzano ricavi e profitti delle dimensioni citate indipendentemente dal settore operativo. Sono, peraltro, escluse le attività realizzate in paesi da cui deriva un fatturato minimale (meno di 1 milione di euro; 0,25 milioni se il Pil è inferiore a 40 miliardi). L’Ocse indica in circa cento le multinazionali che presentano oggi queste caratteristiche e in 125 miliardi di dollari l’anno la fetta di profitto attribuibile ai paesi-mercato.

La ripartizione tra paesi-mercato

Il regime in questione prevede una ripartizione convenzionale del diritto a tassare il profitto mondiale come segue. Il profitto mondiale viene segmentato in più parti. Una prima quota, misurata in un importo pari al 10 per cento del fatturato globale, è tassabile nel paese di provenienza della multinazionale. La parte che residua (residual profit) – che sarà molto significativa per le imprese più profittevoli; trascurabile per le altre – è tassabile per il suo 25 per cento nei paesi-mercato anche se ivi manca un’entità fisica. Questi indicatori – necessari per definire il cosiddetto Amount A del Pillar One – erano forniti in modo assai generico a luglio, mentre sono precisati oggi in termini ben più netti.

La conseguenza principale è che il profitto globale suscettibile di questa attribuzione – un importo valutato dall’Ocse in ben 125 miliardi di dollari – sarà assegnato ai paesi-mercato per la relativa tassazione (taxing rights). Se queste valutazioni sono fondate, significa che un importo dell’ordine di 31,25 miliardi di dollari l’anno verrà attribuito, per essere ivi tassato, ai paesi-mercato con le aliquote a essi proprie. La divisione dell’importo totale fra i vari paesi-mercato avverrà sulla base del fatturato quivi realizzato. Il computo in questione, che potrebbe risultare non semplicissimo, è affidato a una entità giuridica designata dalla multinazionale che dovrebbe rapportarsi a una entità amministrativa da definire. Originariamente si era ipotizzata una entità sovranazionale composta da funzionari appartenenti a una pluralità di stati. Le attuali comunicazioni non vi fanno menzione, anche se si afferma che la definizione dell’Amount A e della relativa ripartizione avverrà in maniera definitiva così da non far emergere contestazioni (auguri!).

Nulla si dice con riferimento alla parte che ulteriormente residua: cioè al 75 per cento del residual profit che non forma oggetto di taxing rights attribuiti ai paesi-mercato. In assenza di altre indicazioni, dovrebbe essere tassato secondo i meccanismi convenzionali attuali (che non vengono revocati). Il che vuol dire: tassazione nel paese della casa madre, salvo che vi siano controllate estere o stabili organizzazioni dichiarate in paesi esteri che verrebbero ordinariamente tassate in base agli eventuali redditi ivi dichiarati.

In cambio dell’adozione del nuovo regime gli stati membri si impegnano ad abrogare la digital service tax – se ne hanno adottata una, come nel nostro caso – ovvero a rinunciare al suo varo se ne avessero manifestato l’intenzione.

Il nuovo regime entrerebbe in vigore nel 2023. A tal fine si prevede la redazione di una sorta di convenzione multilaterale che gli stati aderenti approverebbero quale integrazione dei vigenti trattati contro le doppie imposizioni. Operazione che in Italia comporterebbe l’approvazione di una legge ad hoc modificativa di tutte le leggi di recepimento dei Ttattati attualmente operanti con l’aggiunta dell’abrogazione dell’attuale imposta sui servizi digitali.

La Global Minimun Tax

Per la Global Minimum Tax (Pillar Two) si conferma, innanzitutto, che ha un’estensione ben diversa spaziando sulle multinazionali con volume di ricavi superiore solo a 750 milioni di euro. Renderebbe disponibile per la sua applicazione un importo dell’ordine di 150 miliardi di dollari l’anno. Il meccanismo pare abbastanza semplice. Se nel paese X si paga meno del 15 per cento, il paese d’origine della multinazionale (Y) ha diritto a prelevare sui redditi prodotti nel paese X un importo aggiuntivo tale da raggiungere complessivamente un prelievo pari al 15 per cento del reddito prodotto in X. Importante, però, è la specificazione che la base di calcolo della sua applicazione è l’imposta effettivamente applicata e non l’aliquota nominale applicabile nel paese X. Il che finirà per attrarre nel regime in questione anche filiali operanti in paesi apparentemente “normali”. La bassa aliquota effettiva potrà trovare accettabili giustificazioni (Ace, terremoti, pandemie, coordinamento col GILTI americano, e così via). Questa materia è tuttavia solo accennata e richiede evidenti perfezionamenti. La Minimum Tax prevede, infine, alcune eccezioni (non si applica alle attività di shipping) e un approccio temporale gradualistico – basato sulle dimensioni delle immobilizzazioni e le spese di personale – per non danneggiare eccessivamente imprese che si affacciano solo ora sui mercati internazionali. Approccio comprensibile, ma inevitabilmente destinato a suscitare sgradevoli confronti e discussioni. La via, però, sembra ormai tracciata. Si applicherà dal 2023.

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Legge sulla concorrenza – Michele Polo a The Game

Lun, 08/11/2021 - 14:33

Michele Polo è intervenuto a The Game su Radio Popolare per parlare del disegno di legge sulla concorrenza approvato il 4 novembre dal Consiglio dei Ministri.

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