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<p>KILLER DELLA LIBIDO - FORMAGGI, BROCCOLI, LIQUIRIZIA: I 15 ALIMENTI DA EVITARE ASSOLUTAMENTE PRIMA DI FARE SESSO &ndash; I PARERI DELLA NUTRIZIONISTA &ndash; I CIBI &lsquo;&rsquo;SCORREGGEVOLI&rdquo; - DA EVITARE ASSOLUTAMENTE GLI&nbsp;<strong>HOT...

Dagospia - Mar, 20/02/2018 - 10:31
Da http://www.dailymail.co.uk   gli alimenti anti libido 9 “Femail” ha lavorato con la nutrizionista Elouise Bauskis per identificare i 15 alimenti che si dovrebbero assolutamente evitare prima di una serata romantica sotto le coperte.   1. La liquirizia L’assunzione di liquirizia è stata collegata ad un abbassamento dei livelli di testosterone. Più alto è il testosterone, ...
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<p>IL FATO QUOTIDIANO - CHI &Egrave; RIUSCITO A SCHIVARE UN ALBERO CADUTO PER POCHI CENTIMETRI, CHI &Egrave; STATO MORSO DA UNO SQUALO, CHI &Egrave; STATO SALVATO DA UNA MANCIATA DI MONETE DA UN PROIETTILE, CHI PER QUALCHE MILLIMETRO NON HA PERSO PER...

Dagospia - Mar, 20/02/2018 - 10:28
DAGONEWS    Il sito BoredPanda ha messo insieme una galleria d’immagini in cui delle persone sono state miracolate dal fato. Chi è riuscito a schivare un albero caduto per pochi centimetri e chi è stato morso da uno squalo, chi è stato salvato da una manciata di monete da un proiettile e chi per qualche millimetro non ha perso per sempre qualcosa di importante nel tombino.   per u...
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Truffe rosa in Parlamento

Lavoce.info - Mar, 20/02/2018 - 10:27

La nuova legge elettorale prevede esplicitamente la parità di genere per i candidati in lista. Ma l’uso sapiente dei collegi elettorali “sicuri” e le candidature multiple permette ai partiti di aggirare la norma sulle quote rosa. Chi ne esce peggio.

Come funzionano le quote rosa

Ci sono molti più uomini che donne in politica; vale in tutto il mondo, vale specialmente da noi. Per una variegata serie di ragioni, sperare che la proporzione di uomini e donne in politica si riequilibri da sola è velleitario. Da qualche anno alcuni partiti hanno quindi introdotto volontariamente nei loro statuti meccanismi che hanno lo scopo di limitare, per quanto possibile, lo squilibrio. Nelle ultime tornate elettorali, hanno sortito effetti positivi: per esempio, il parlamento uscente è stato quello con più donne in assoluto. Ora, l’equilibrio di genere è addirittura obbligatorio: la nuova legge elettorale nazionale lo prevede esplicitamente. Ma fatta la legge, trovato l’inganno, come dice il proverbio.
La nuova legge prevede infatti che nelle liste dei collegi plurinominali i candidati debbano essere collocati secondo un ordine alternato di genere; che alla Camera nessuno dei due generi possa essere rappresentato in misura superiore al 60 per cento nel totale dei collegi uninominali; e che nessuno dei due generi può occupare la posizione di capolista nei collegi plurinominali in misura superiore al 60 per cento. Al Senato le stesse norme valgono a livello regionale.
Questo meccanismo, mischiato da un lato con l’esistenza di collegi elettorali più o meno certi e dall’altro con le candidature multiple, ha dato luogo a una elusione della legge sulle quote rosa.

Il confronto nei collegi uninominali

Per quanto riguarda le candidature nei collegi uninominali alla Camera, ci siamo chiesti se i partiti avessero rispettato le quote di genere solo sulla carta, quindi su base nazionale, o anche per la suddivisione dei collegi sicuri, vale a dire quelli dove la probabilità di vincere per un determinato partito è molto elevata. La “sicurezza” si basa su sondaggi effettuati a ridosso della formazione delle liste: naturalmente non esiste alcuna certezza, ma solo un’alta probabilità. Abbiamo scelto di concentraci su base regionale principalmente per comodità e per completezza di informazione, anche se ci rendiamo conto che all’interno di ogni regione possono coesistere collegi più o meno sicuri di altri. Infine, poiché la regola del 60 per cento dovrebbe valere su base regionale al Senato, questa analisi è interessante solo se limitata alla Camera. I dati sono riportati in tabella 1. Con l’aiuto di Mariasole Lisciandro e Stefano Pallaoro nella raccolta e organizzazione dei dati, abbiamo calcolato la quota di candidature femminili nei collegi uninominali in cui queste regioni sono suddivise: lo spirito della legge è rispettato quando, per un partito, la quota supera il 40 per cento nei collegi di vittoria sicura; altrimenti il sospetto è che il partito stia utilizzando la candidatura femminile solo per coprire collegi dove la sconfitta appare probabile. Analogamente, lo spirito della legge è rispettato qualora la quota di candidature femminili nei collegi dove la sconfitta è sicura sia inferiore al 60 per cento.
Come è evidente dalla tabella, il Pd non rispetta mai lo spirito della legge quando i collegi sono di vittoria, con una situazione più equilibrata nei collegi a sconfitta sicura. Anche per Forza Italia (con Lega e Fratelli d’Italia) vale un rispetto formale: solo in Veneto e Lazio si raggiunge quota 40 per cento, mentre negli altri casi sono favorite le candidature maschili (meno squilibrata la situazione nei collegi di sconfitta sicura). Il Movimento 5 Stelle non ha collegi storicamente sicuri, visto che si presenta a elezioni con questa formula per la prima volta: proprio per questo, e forse solo per questo, la situazione alla Camera è fortemente equilibrata, tranne, nemmeno a farlo apposta, in Sardegna, dove i sondaggi sono favorevoli al Movimento e le candidature femminili sono solo 1 su 6.

Il confronto nei collegi plurinominali

Un altro modo per aggirare la norma sulle quote rosa è usare le pluricandidature femminili. Apparentemente sembra vantaggioso, perché garantisce alle candidate più probabilità di essere elette. In realtà, può trasformarsi in un cavallo di Troia: poiché devono necessariamente risultare elette in un solo collegio, in caso di vittoria in più collegi, le donne pluricandidate dovranno lasciare automaticamente il posto a chi le segue nella lista, che per legge, guarda un po’, è un uomo.
In questo caso non è molto semplice calcolare il numero dei seggi assegnati al partito. La nostra analisi si

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Ferrovie: i frutti di una liberalizzazione per caso

Lavoce.info - Mar, 20/02/2018 - 10:27

La liberalizzazione nel trasporto ferroviario serviva per uscire dalle tariffe regolamentate. L’arrivo di un operatore privato in concorrenza sulle linee dell’alta velocità non deriva dunque da deliberate scelte pubbliche. Ma ha avuto effetti positivi.

Le vie della liberalizzazione

Un’impresa ferroviaria privata e profittevole, operante in un segmento liberalizzato e in forte crescita del trasporto passeggeri, è stata ceduta a un multiplo elevato dei suoi margini a un soggetto economico esterno all’Unione europea. Tutto questo si è verificato nel nostro paese ed è la prima volta che accade in Europa, ove è peraltro difficile che possa ripetersi in un futuro prossimo. Com’è possibile che l’Italia, paese poco propenso alle riforme nei servizi pubblici, si trovi ora all’avanguardia nel cambiamento? La risposta più verosimile è che tutto questo sia avvenuto per caso e non in conseguenza di scelte pubbliche organiche e deliberate.
Negli ultimi decenni del Novecento il declino modale del trasporto ferroviario è stato contrastato nei maggiori paesi dell’Unione attraverso due strategie differenti: da un lato, la realizzazione di linee ad alta velocità, in grado di abbattere i tempi di trasporto e rendere il treno competitivo rispetto all’aereo sulle distanze medio-lunghe e rispetto all’auto su quelle medio-brevi. Dall’altro, la realizzazione di processi di liberalizzazione. I paesi che hanno scelto la prima strada hanno generalmente conservato il monopolio (Francia, Germania e Spagna), mentre quelli che hanno adottato la seconda (Regno Unito, nella forma della concorrenza per il mercato, e Svezia, dal 2011 nella forma dell’open access) non hanno ritenuto di investire in linee dedicate ad alta velocità. L’Italia rappresenta un’eccezione: ha messo in esercizio le nuove linee ad alta velocità nella seconda metà del decennio scorso, diversi anni dopo che il monopolio legale nel trasporto ferroviario era stato rimosso (con l’art. 131, comma 1, dalla legge 388/2000, la finanziaria per il 2001).
Questa doppia scelta, che è all’origine del caso Italo, non ha tuttavia rappresentato una strategia esplicita e deliberata. Chi ha liberalizzato nell’ormai lontano 2000 non aveva in mente l’arrivo effettivo di treni privati in concorrenza, ma intendeva solo adottare una salvaguardia ai possibili effetti della deregolamentazione delle tariffe ferroviarie sulle lunghe distanze, richiesta dalle stesse Fs per poter differenziare i prezzi e conseguire maggiori ricavi da mercato. Con la norma del 2000 il regime concessorio veniva pertanto circoscritto alla sola rete ferroviaria, mentre nei servizi di trasporto era sostituito da un regime di autorizzazioni, a questo punto non più in esclusiva. Con la caduta della riserva legale venivano meno le tariffe regolamentate, ma non era previsto l’arrivo di treni in concorrenza. È la ragione per la quale alla “liberalizzazione” italiana sono mancati per lungo tempo due tasselli fondamentali: l’istituzione di un regolatore indipendente del mercato – l’Autorità di regolazione dei trasporti, operativa solo dalla fine del 2013 – e una definizione con criteri trasparenti della tariffa di pedaggio per l’utilizzo della rete.

Effetto Italo sul mercato

Nonostante i cancelli del campo da gioco siano stati aperti senza prima individuare un arbitro indipendente e ancora prima di fissare il prezzo per l’uso del campo, nel 2006 è stato fondato Nuovo Trasporto Viaggiatori, che nell’aprile 2012 ha iniziato il servizio passeggeri attraverso i nuovi treni Italo. È così nata la concorrenza per la prima – e per ora anche unica – volta in Europa su linee ad alta velocità.
A distanza di sei anni quali sono i risultati conseguiti grazie al nuovo assetto del mercato? Purtroppo, ed è piuttosto sorprendente considerando l’investimento pubblico di oltre 32 miliardi nelle nuove linee, non vi sono rilevazioni ufficiali separate, da parte dell’Istat, del ministero dei Trasporti o dell’Autorità, del traffico ad alta velocità rispetto a quello tradizionale; e dei due operatori, solo Italo pubblica i propri dati di traffico assieme a una stima dell’intero mercato alta velocità, alla quale bisogna pertanto fare riferimento.

Grafico 1 – Il mercato passeggeri ad alta velocità (miliardi di passeggeri km)

Fonte: Italo spa

In base ai dati di Italo, il mercato italiano dei servizi passeggeri ad alta velocità risulta cresciuto dagli 8 miliardi di passeggeri km del 2010, primo anno in cui la rete Av era completamente in esercizio ma non ancora in concorrenza, sino ai 15 miliardi del 2017, dei quali il 35 per cento, corrispondenti

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Opere pubbliche in cerca di garanzie

Lavoce.info - Mar, 20/02/2018 - 10:26

La garanzia globale di esecuzione nel mercato italiano delle opere pubbliche si è rivelata fallimentare. La versione statunitense è invece efficace. Ed è un modello che anche da noi potrebbe ridurre i costi degli appalti e il fenomeno delle opere incompiute.

Cos’è la garanzia globale di esecuzione

Nella maggior parte dei paesi, gli investimenti in opere pubbliche rappresentano una porzione importante della spesa pubblica. I danni causati da ritardi e costi aggiuntivi o dal mancato completamento dei lavori ricadono totalmente sui contribuenti. Per questo motivo, proteggere gli interessi del committente pubblico dall’incapacità del contraente privato di completare un’opera di pubblica utilità è una questione di primaria importanza. Nel Codice degli appalti era stata perciò introdotta la garanzia globale di esecuzione (Gge), istituto che prevede la figura del garante – una parte terza che si obbliga nei confronti del committente pubblico a completare un’opera tramite un soggetto sostitutivo, in possesso dei requisiti previsti dal bando di gara, che subentra nell’esecuzione dei lavori se il contraente iniziale non adempie agli obblighi contrattuali. Lo scopo era fornire una garanzia maggiore rispetto alla norma prevista dall’articolo 1665 del codice civile, che attribuisce all’appaltatore la gestione nonché l’organizzazione dei mezzi necessari per l’esecuzione del contratto di appalto: garantire al committente il completamento anche qualora l’impresa appaltatrice fallisca.
Tuttavia, la Gge ha avuto una vita breve e travagliata: dopo una prima versione introdotta nel 1998, i cui regolamenti non vennero mai emanati, è stata appunto prevista nel Codice degli appalti del 2006 – entrato in vigore nel luglio del 2014 -, per poi essere abolita nel febbraio 2016.
Le ragioni dell’accantonamento della Gge sono diverse. Fin dall’inizio, banche e assicurazioni si sono dichiarate indisponibili a rilasciare la garanzia così come era concepita: come garanti, non avrebbero potuto sciogliersi dalla responsabilità di portare a termine l’opera tramite la corresponsione di una penale in caso di contenzioso tra contraente e appaltatore. A ciò si aggiunga il fatto che il Codice degli appalti prevedeva l’applicazione obbligatoria della Gge per le opere con progettazione ed esecuzione di lavori di importo superiore ai 75 milioni di euro. Gli assicuratori si sarebbero trovati in poco tempo costretti a garantire appalti pubblici per un valore complessivo di diversi miliardi e di durata pluriennale. Un onere giudicato di gran lunga superiore alle loro possibilità del mercato. La conseguenza fu un parziale blocco del mercato delle opere pubbliche.

Il modello statunitense

La garanzia globale di esecuzione trae origine dall’istituto del performance bond di matrice anglosassone e con una lunga tradizione negli appalti di opere pubbliche negli Stati Uniti. Nel performance bond una controparte, chiamata surety, si impegna a completare i lavori in caso di inadempienza dell’appaltatore, nei tempi e costi stabiliti in sede di stipula del contratto.
Tra l’istituto italiano e quello Usa ci sono differenze sostanziali. La surety sottoscrive una obbligazione di valore pari a quello del contratto e non illimitatamente fino alla consegna dell’opera, come previsto dalla Gge. Con la garanzia italiana, infatti, il rischio connesso alla mancata prestazione dell’appaltatore passava completamente dall’appaltante al garante, senza limiti di responsabilità, anche in caso di costi per la realizzazione dell’opera più alti di quanto inizialmente pattuito. La previsione trasformava così i garanti in sostituti del committente pubblico, demandando loro la piena gestione dei lavori rimanenti. In più, la garanzia veniva presentata dall’aggiudicatario dopo l’assegnazione dell’appalto: era quindi difficile per gli appaltatori trovare soggetti disposti a garantirli qualora il prezzo di aggiudicazione non fosse stato considerato sufficientemente remunerativo dal mercato assicurativo.
A differenza di quanto accaduto in Italia con la Gge, negli Stati Uniti i performance bond si sono rivelati efficaci, come abbiamo dimostrato in un recente studio. Contratti coperti da tale garanzia riportano minori ritardi e sovraccosti rispetto a contratti del tutto simili ma sprovvisti di copertura. Il vantaggio principale consiste nella selezione preventiva delle imprese qualificate da parte della surety, in grado di fungere da deterrente contro il fenomeno delle “offerte anomale”, ovvero quelle di appaltatori che si aggiudicano il contratto con offerte inferiori al costo di sv

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Dagospia - Mar, 20/02/2018 - 10:26
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Farmaci raccomandati dalle regioni

Lavoce.info - Mar, 20/02/2018 - 10:25

Una recente sentenza del Consiglio di Stato stabilisce che le Regioni non possono influenzare i medici nella scelta dei farmaci. E che solo l’Aifa può fare valutazioni comparative tra diversi principi attivi. Ma così non possono svolgere il loro ruolo.

Regioni e farmaci

Il diritto alla salute e l’accesso universale alle cure – garantiti dalla Costituzione – sono condizionati dall’uso appropriato di risorse limitate. Sempre secondo la Costituzione, articolo 117, la gestione dell’assistenza sanitaria è una delle principali funzioni delle regioni e la spesa sanitaria rappresenta circa i tre quarti di quella spesa regionale corrente. I farmaci rappresentano uno dei capitoli di maggior rilievo, con evidenti differenze tra regioni sia in termini di spesa (vedi figura) che di uso appropriato. Le regioni possono governare l’uso appropriato delle risorse attraverso raccomandazioni, utili perché spesso i diversi farmaci rimborsati dal Servizio sanitario nazionale non sono sostenuti da prove ugualmente solide e da un rapporto costo-opportunità favorevole.

La sentenza del Consiglio di stato

Sul ruolo delle regioni nell’indirizzare la prescrizione dei farmaci è intervenuto il Consiglio di stato che, con la sentenza 4546 del 29 settembre 2017, ha accettato un ricorso della multinazionale Roche nei confronti della regione Veneto. Quest’ultima aveva infatti elaborato, attraverso un gruppo multidisciplinare, diverse raccomandazioni sull’uso di alcune terapie oncologiche, definendo inoltre i livelli di utilizzo atteso. In particolare, Roche ha contestato due raccomandazioni che potevano limitare il grado di utilizzo di due propri farmaci (bevacizumab e trastuzumab).
Il Consiglio di stato ha stabilito che “rimane alle Regioni precluso stabilire, in senso riduttivo, i presupposti e i criteri di erogazione” di un farmaco classificato dall’Agenzia italiana del farmaco tra quelli rimborsabili “posto che da tale limitazione deriverebbe, inevitabilmente, un vulnus ai livelli essenziali di assistenza (…) garantiti dal Ssn a tutti i cittadini, in condizioni di uguaglianza su tutto il territorio nazionale”. Ha inoltre sancito che l’Aifa è “l’unica deputata” a fare valutazioni di equivalenza tra principi attivi diversi.
Il Consiglio di stato sostiene dunque che: 1) le raccomandazioni sull’uso dei farmaci possono precluderne alcuni; 2) ciascun farmaco rimborsabile dal Ssn rientra nei Lea e come tale non dovrebbe essere oggetto di raccomandazioni restrittive; 3) le valutazioni comparative tra farmaci possono essere fatte solo dall’Aifa (che però attualmente non le fa).
Ciascuno di questi punti è contestabile.
In tutto il mondo, organismi a livello nazionale o regionale e società scientifiche fanno raccomandazioni sull’uso preferenziale di alcuni farmaci rispetto ad altri. Per definizione, le raccomandazioni forniscono un supporto decisionale che non impedisce la prescrizione (come affermato nel giudizio di primo grado), a meno di comportamenti contrari alle buone pratiche – vedi la recente legge italiana sulla responsabilità professionale. Bisognerebbe invece preoccuparsi di ciò che spesso si osserva in linee-guida prodotte da diversi gruppi: raccomandazioni che non riflettono le prove disponibili, sviluppate in modo poco trasparente da gruppi con conflitti di interesse e senza coinvolgere i diversi portatori di interesse. Per quanto riguarda gli indirizzi della regione Veneto, condivisi con i clinici, anche nel caso di raccomandazioni negative è previsto un certo grado di utilizzo dei farmaci.
Attraverso i Lea viene garantita l’assistenza farmaceutica, che spesso può essere erogata scegliendo tra più farmaci. L’importante è scegliere quello giudicato appropriato in base a prove di efficacia. Le raccomandazioni servono proprio per aiutare i clinici nella scelta. I Lea non sono affatto negati quando si sceglie un farmaco al posto di un altro meno efficace o sicuro o (a parità di efficacia) più costoso. Nel caso della regione Veneto, le raccomandazioni contestate non indicavano farmaci da usare in alternativa a quelli Roche, ma individuavano come “moderatamente raccomandato” un farmaco e “non raccomandato” un altro in altrettante condizioni cliniche, associando un livello di utilizzo atteso: tra il 30 e il 40 per cento per il primo e meno del 10 per cento per il secondo.

Il ruolo dell’Aifa

La norma cui il Consiglio di stato fa riferimento (art. 15, comma 11-ter del Dl n. 95 del 2012) afferma che “Nell’adottare eventuali decisioni basate sull’equivalenza terapeutica fra medicinali contenenti differenti principi attiv

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Dagospia - Mar, 20/02/2018 - 10:24
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Dagospia - Mar, 20/02/2018 - 10:24
Franca Giansoldati per “il Messaggero”   LA CIRCONCISIONE DI GESU Nel Parlamento islandese è allo studio una legge particolarmente severa contro la circoncisione sui bambini, una pratica antichissima imposta dalla religione sia ebraica che islamica, solitamente viene praticata sui neonati. Il testo della legge ha sollevato un putiferio in mezza Europa, anche perché il Parlamento isl...
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Dagospia - Mar, 20/02/2018 - 10:18
Fausto Biloslavo per “il Giornale”   Mark Goldring Minacce fisiche ai testimoni, materiale pornografico scaricato dai computer della Ong e sfruttamento più che delle prostitute delle vittime del terremoto, che offrivano il loro corpo talvolta in cambio di una vana promessa per una vita migliore. Oxfam, con un doveroso gesto di trasparenza soprattutto verso chi ha donato denaro, ha r...
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  Carlo Cottarelli per la Stampa   pil istat Verrebbe voglia di non andare a votare. Sì perché un cittadino vorrebbe andare a votare dopo essersi fatto un' idea chiara di cosa i vari partiti intendono fare una volta al governo. Invece, i programmi presentati dalle tre principali forze politiche, soprattutto in campo economico, restano pieni di contraddizioni e affermazioni vaghe...
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Dagospia - Mar, 20/02/2018 - 10:13
Da https://www.tpi.it   APP WE CROAK Tutti i giorni ci lasciamo sopraffare da pensieri negativi, ci lamentiamo per piccole cose che non hanno poi così tanta importanza, ci facciamo prendere dall’invidia, dall’ansia, ci arrabbiamo spesso: dimenticandoci che la vita è unica, sacra e preziosa e per questo dobbiamo cercare di essere grati per quello che abbiamo e di godercela.   P...
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Mezzi pubblici gratis? No grazie

Lavoce.info - Mar, 20/02/2018 - 10:07

Il trasporto pubblico gratis è una buona idea contro l’inquinamento urbano? Per chi si muove quello che conta è il tempo del viaggio, non il costo. Alternative ben più valide vanno dalle tariffe di ingresso alla certezza della pena per le infrazioni.

Non seguiamo la Germania

La Germania, che come l’Italia ha un elevato livello di inquinamento urbano, sta valutando l’ipotesi di combatterlo rendendo gratuito il trasporto pubblico.
La notizia, sotto elezioni, ha ovviamente trovato un coro di sostenitori anche nel nostro paese. Ma ci sono buone ragioni che sconsigliano di adottare provvedimenti simili.
L’elasticità alle tariffe nei paesi sviluppati, e in particolare quella dei possessori di automobili, è molto bassa, comunque inferiore all’unità. Il fattore dominante è il tempo di viaggio (elasticità prossima a -2): con un valore del tempo percepito che si aggira sui 15 euro/ora, è evidente che bastano 5 minuti in più spesi tra attesa e viaggio in autobus rispetto a un percorso in auto per annullare il vantaggio di 1 euro di tariffa risparmiato (media del costo per viaggio di un abbonamento in Italia). Semplificando molto si tratterebbe di un maggior onere percepito di (60:15=0,25€/minuto, x 5 minuti=1,25€ > 1€). E infatti gli esperimenti già fatti anni fa a Bologna e Roma sono stati cancellati data l’esiguità dei risultati rispetto ai costi. Con le nostre bassissime tariffe rispetto a quelle tedesche, l’impatto in Italia sarebbe ancora minore che in Germania.
Il ruolo del traffico stradale sul fenomeno dell’inquinamento è diminuito, tanto che ormai è superato da altre fonti (riscaldamento domestico, industria), che tra l’altro “internalizzano” per via fiscale molto meno dei trasporti stradali. E il progresso tecnico nei propulsori (ibridi, elettrici e così via) è tale che scenderà ancora nel prossimo futuro, a riprova dell’efficacia del principio ambientale “chi inquina paga”.
Le considerazioni di equità appaiono ancor più clamorose: per quale ragione far pagare a tutti i contribuenti una operazione molto onerosa per le finanze pubbliche, volta a contenere i danni generati da un gruppo specifico di cittadini? È vero che con gli elevatissimi sussidi attuali al trasporto pubblico è già in parte così, ma non sembra proprio il caso di peggiorare ancora la situazione, soprattutto perché gli utenti meglio serviti dal trasporto pubblico sono i residenti nei centri urbani, non certo tra le categorie più svantaggiate.
E che dire di altri settori che hanno sì poche responsabilità dirette nell’inquinamento urbano, ma che provocano comunque molti danni all’ambiente e che vengono pesantemente sussidiati, invece che tassati? Prima fra tutte, l’agricoltura che per alcuni inquinanti, quelli più “diffusivi”, finisce tra l’altro per colpire anche i contesti urbani.
Vi è poi la specifica situazione fiscale italiana, molto diversa da quella tedesca. Applicando un qualsiasi valore superiore all’unità al costo-opportunità marginale dei fondi pubblici (Comfp) i banali conti che abbiamo fatto prima peggiorerebbero ancora.

Le alternative possibili

Come sempre quando si parla di ambiente, emerge come centrale il tema dei “costi di abbattimento”, cioè della valutazione di politiche alternative. E le alternative sono note, più efficienti e più eque. Ignoriamo pure la migliore, una “carbon tax” generalizzata, a causa delle note resistenze politiche. Ma una seconda opzione, particolarmente significativa per i contesti urbani caratterizzati anche da elevati livelli di congestione, è quella delle tariffe di ingresso (road pricing). Possono essere applicate in modo selettivo ai veicoli più inquinanti e vi è una vasta casistica di esempi nazionali e internazionali molto efficaci ed efficienti. Inoltre, la tecnologia rende sempre più facile applicare strumenti di tariffazione al cordone, sia “free flow” che con l’introduzione di targhe elettroniche, o “scatole nere”, il cui costo ormai sarebbe simbolico. Servirebbe anche per sanzionare molto più efficacemente tutti i tipi di infrazione, soprattutto quelle relative alla sicurezza.
Per ridurre il traffico nelle maggiori città vi sarebbero poi tecniche ancora più banali: meccanismi repressivi delle infrazioni alla sosta simili a quelli esistenti negli Stati Uniti (con sanzioni non diverse dalle nostre, ma con una assoluta “certezza della pena”). Simulazioni fatte per Milano hanno stimato che i veicoli in sosta vietata sono una rilevante percentuale del totale delle macchine in sosta (ricerca dell’Aci – Milano). E anche in questo caso le tecnologie per il rilevamento automatico

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<p>GIRAMENTI DI MELONI - SALVINI LE DA&rsquo; BUCA (&ldquo;PRIMA MIA FIGLIA&rdquo;) E LA LEADER DI FRATELLI D&rsquo;ITALIA SI INCAZZA: &ldquo;MA SE STAVA DALLA D&#39;URSO, NON MI RISULTA CHE LA D&#39;URSO SIA FIGLIA DI SALVINI...&rdquo;</p>

Dagospia - Mar, 20/02/2018 - 10:04
DA “Il Giornale"   MELONI ANTI INCIUCIO Botta e risposta tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Motivo: l’assenza del leader della Lega dall’incontro promosso dalla Meloni contro gli inciuci. «Era la giornata dedicata a mia figlia – ha spiegato Salvini – quindi neanche se fosse arrivato Padre Pio in persona sulla terra avrei evitato di passare la giornata con mia figlia».   La r...
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Elezioni, tutte le piazze divise del centrodestra

Il Sole 24 Ore.com Prima Pagina - Mar, 20/02/2018 - 09:51
La battaglia per la leadership del centrodestra ha un riflesso plastico nella campagna elettorale. Nonostante il Cavaliere ripeta ormai che la partita sia chiusa e la sua coalizione...
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<p><strong>RISIKO SIRIA - <span style="color:#FF0000;">ERDOGAN E ASSAD SULL&#39;ORLO DELLA GUERRA</span>: IL REGIME DI DAMASCO (CON LA BENEDIZIONE DELL&rsquo;IRAN) MANDA LE TRUPPE AD AFRIN, ROCCAFORTE CURDA, ASSEDIATA DALLE BOMBE TURCHE - LA MOSSA...

Dagospia - Mar, 20/02/2018 - 09:46
Gio.Sta. per “la Stampa” PUTIN ERDOGAN SAN PIETROBURGO   Gli sviluppi ad Afrin complicano ancora una volta i piani di Putin in Siria ed Israele è pronta ad approfittarne per mettere in difficoltà Damasco. Ieri un convoglio di milizie alleate del governo di Bashar al-Assad è arrivato nel capoluogo del cantone curdo, assediato da tre lati dall' esercito turco e dai ribelli arabi schie...
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Pwc dal 2020 trasloca

Il Sole 24 Ore.com Prima Pagina - Mar, 20/02/2018 - 09:41
È il maggiore pre-letting che sia stato definito negli ultimi tempi e una notizia positiva per il mercato immobiliare milanese, e italiano più in generale. ...
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