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«Una struttura inadatta. In Friuli è maglia nera»

Testo: 

L’ex sottosegretario alla Giustizia Corleone: «Posti 38, presenze 64: uno schifo»
E sul malore fatale a Borriello: «Un defibrillatore dovrebbe essere obbligatorio»
«Io il Castello l’ho visitato e ricordo: celle invivibili, caldo infernale»
«Il carcere fa schifo».
Non usa giri di parole, l’ex sottosegretario alla Giustizia Franco Corleone, oggi garante dei diritti dei detenuti della Regione Toscana. «Quello di Pordenone lo conosco bene ed è adatto per altri scopi. Ho visitato il carcere di Udine il 6 agosto, dove ho appreso che la maglia nera delle strutture circondariali del Friuli Venezia Giulia la detiene Pordenone, un istituto sovraffollato».
Ha i numeri? «Capienza 38 unità, presenti 64, di cui 24 stranieri. E’ un luogo inadatto per qualunque condizione accettabile di vita».
Da oltre vent’anni si discute del nuovo carcere.
«Purtroppo per responsabilità di molti. Vent’anni fa, quando ero sottosegretario, l’amministrazione comunale, leghista se non ricordo male, non trovava un sito adatto. Poi era spuntata l’ipotesi San Vito al Tagliamento, quindi di nuovo Pordenone, oggi si torna a San Vito. Di tempo, intanto, ne è passato molto e il problema è rimasto tale».
La situazione si avvia a soluzione, pare.
«L’impegno del Provveditore regionale Enrico Sbriglia è di realizzare un luogo diverso, il primo carcere con uno spazio verde, innovativo».
Diversi governi hanno messo mano a “svuota-carceri”...
«Penso alla legislazione sulla droga. Tutti, a parole, dicono che la “correzione” deve avvenire altrove». A parole, appunto. «Occorre decidere se si vuole continuare con una politica sulle droghe fallimentare: dopo otto anni di Fini-Giovanardi siamo tornati alla Jervolino-Vassalli, varata quando al governo c’era Craxi».
Negli Usa c’è stata la svolta.
«Adesso, per primo Obama dichiara il disastro delle carceri americane e ha commutato la pena a un certo numero di detenuti».
E in Italia?
«Abbiamo un dipartimento delle politiche antidroga senza direzione politica. La relazione annuale è ferma da fine giugno. Il governo è impegnato a preparare la conferenza nazionale sulle droghe che si terrà tra gennaio e febbraio del prossimo anno. Il ministro Orlando ha messo in piedi gli stati generali sulle carceri con 18 tavoli tematici, ma i nodi sono tanti». Nessun passo avanti?
«Il sovraffollamento si è ridotto da 70 a 52 mila detenuti. Il problema è la qualità della vita, quali opportunità alternative si possono fornire a certe persone».
Veniamo al caso del detenuto colto da malore in cella e morto al pronto soccorso.
«Non so se il sistema sanitario sia adeguato, un defibrillatore dovrebbe essere obbligatorio. Il vero problema è che in carcere muoiono in troppi e troppo giovani. Il carcere è fatto di suicidi e tentati suicidi. E di morti naturali, che sono tante. Questo pone il problema della salute e del servizio sanitario. A Udine, le visite del Sert avvengono una volta alla settimana. Da un anno e otto mesi il servizio sanitario è passato alla Regione: forse è il momento di fare un check. Verificare lo stato di salute dei detenuti sarebbe opportuno e indispensabile».
E anche degli ambienti?
«Beh, è risaputo che il carcere di Pordenone, inteso come struttura, fa schifo. Quell’edificio andrebbe recuperato per scopi culturali. L’ho visitato, le celle sono invivibili, ricordo bene eccome. Ma in molte carceri l’estate è terribile, c’è un caldo infernale, non ci sono attività. La vita diventa ancora più pesante. A Santa Maria Capua Vetere o San Gimignano, manca addirittura l’acqua. Siamo alle questioni basilari per garantire la vita».
E’ grave...
«I detenuti sono persone e i loro corpi sono nelle mani dello Stato, che ha una grande responsabilità. Anche se la morte del giovane di Pordenone non dovesse risultare riconducibile a responsabilità precise, ci sono responsabilità oggettive. L’amministrazione deve decidere di fare il nuovo carcere, la Regione ha competenza sulla sanità interna».
E la custodia cautelare?
«Non vorrei fosse utilizzata sempre meno per i potenti e a man bassa per i poveracci. Non si tratta di fare un’altra riforma, ma di applicare la misura quando davvero non ci sono alternative. Altrimenti la giustizia diventa classista».
Vi è poi una questione di sensibilità: si sente dire che il carcere non è un grand hotel.
«Si rifletta sul perché papa Francesco visita molte case circondariali, in Italia e all’estero. Sono luoghi in cui bisogna fare i conti sulla nostra umanità e civiltà. Questa società è civile o no?».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Data: 
Domenica, 9 August, 2015
Autore: 
di Enri Lisetto
Fonte: 
Messaggero Veneto - Pordenone
Stampa e regime: 
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