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FONDAZIONI BANCARIE, LA PACCHIA E' FINITA

Testo: 

Cinque anni per erogare a pioggia 9 miliardi e bruciarne 8 di patrimonio. La performance da profondo rosso delle fondazioni (ex) bancarie è nei numeri. Promemoria: nate nel 1990 – governo Amato – consegnate nel 2001 all’appetito degli enti locali da Giulio Tremonti (in cambio di un’uscita dalle banche mai avvenuta), le 88 fondazioni tentano ora una rottamazione gattopardesca. Sotto l’egida del presidente della loro associazione (Acri), Giovanni Guzzetti – 80 anni, da 17 a capo della Fondazione Cariplo, grande azionista di Banca Intesa – diluiscono le partecipazioni bancarie, senza però mollare la presa sugli istituti. Dal 1999 la legge lo imporrebbe. Non se n’è fatto nulla.

Se l’Italia è uscita male dagli stress test della Bce, però, il motivo è anche nei numeri delle Fondazioni. Quelli raccolti in un dossier dai Radicali Italiani (“Sbanchiamoli”), e consultati dal Fatto, gettano uno sguardo impietoso sulla gestione di Enti pensati per sostenere “attività benefiche”: una pioggia di miliardi finita a finanziare di tutto “per sostenere il territorio”. Ora, però, i rubinetti si sono chiusi: tra il 2007 e il 2013, per dire, le fondazioni hanno dimezzato le erogazioni, mentre gli oneri, cioè i costi, crescevano a dismisura. Non è un dettaglio da poco. Nel 2013 la fondazione che ha il 33 per cento della Cassa di risparmio di Bra (Cuneo), vanta un rapporto di uno a uno: per ogni euro erogato ne spende uno tra emolumenti e costi di funzionamento, il 104% per la precisione. Gli esempi abbondano. Quella che controlla la Cassa di risparmio di Alessandria è al 298 per cento, mentre – stando ai bilanci visti dal Fatto – i vertici si sono portati a casa 1,15 milioni di euro (+10%) di compensi.
Nella triste classifica, il record spetta a CariFerrara, ora commissariata: 1.583 per cento. La cifra si spiega con la chiusura totale dei rubinetti: senza soldi sono rimasti solo i costi. La banca è finita in amministrazione controllata, i vertici condannati, poi assolti in appello, per un prestito monstre: 140 milioni, il 25 per cento in più del capitale di vigilanza. La fondazione Cassa di risparmio di Jesi – grande azionista di Banca Marche, ora commissariata - si ferma al 169 per cento con 500 mila euro di compensi, cresciuti nonostante il crollo degli attivi (-15%), cioè del patrimonio gestito. Per questo aspetto il primato spetta alla Fondazione Banco di Napoli: 619 mila euro ai consiglieri del cda, a cui vanno aggiunte le consulenze. Totale: 1,3 milioni, la metà dei costi complessivi. “Il rapporto tra oneri e soldi distribuiti al territorio è fondamentale – spiega il tesoriere dei radicali, Valerio Federico – in un ente normale dovrebbe essere intorno al 15 per cento, altrimenti vai in difficoltà: esisti solo per mandare avanti la baracca”. La Fondazione di Telecom – che non ha quote bancarie – nel 2013 si è fermata al 9%.
Stando ai dati, solo le strutture più grosse, come la Cariplo di Guzzetti, ce la fanno. Di media le Fondazioni abruzzesi spendono 50 centesimi ogni euro erogato, quelle toscane oltre 30 (senza contare Monte Paschi). L’accorpamento di alcuni enti sembrerebbe quindi una mossa logica, ma non per l’Acri di Guzzetti. “Le erogazioni sono uno strumento di potere clientelare enorme – continua Federico – la politica si è arrogata il diritto di distribuire soldi come e a chi vuole”. I numeri lo confermano: degli 884 milioni elargiti “al territorio” (erano 1.700 nel 2007), solo il 18% è passato attraverso un bando pubblico, il resto è finito in progetti interni (17) e soprattutto a “domande presentate da terzi”, cioè “Università, Curie, i cacicchi locali che le controllano”.
Peggio ancora è andata al tesoro amministrato. In cinque anni - complici i disastri Montepaschi e Carige - le fondazioni hanno bruciato 8,1 miliardi di patrimonio netto (capitale e riserve), cioè il vero tesoro che fa da garanzia agli investimenti, indebitandosi per 8,4 miliardi. Il conto in realtà è ben più salato visto che nel 2013 l’Acri infila una nota per spiegare che il valore reale (non solo contabile) del patrimonio di tutte le fondazioni è di 39,7 miliardi di euro, mentre nel 2007 – ultimo anno pre-crisi – ne stimava 77 (dato messo in bella vista): all’appello mancano quindi 37 miliardi (-48 per cento). E pazienza se la legge impone che per le Fondazioni sia “fermo l’obiettivo di conservazione del valore del patrimonio”. “Si sono impiccate alle partecipazioni bancarie – spiega l’economista Luigi Zingales della Chicago University – in questi anni chi ha investito nelle banche ha perso un sacco di soldi, ma loro non hanno diversificato il portafogli”.
Il disastro Montepaschi ha sottratto alla fondazione l’87% per cento del patrimonio: 4,9 miliardi di euro, e il conto salirà. La Fondazione Carige (-90 per cento) – con l'ex presidente della Banca Giovanni Berneschi arrestato a maggio per aver truffato l’istituto – ha chiuso il 2013 con un rosso oltre i 900 milioni (ma non scenderà sotto il 12 per cento della banca). La lista, però, è lunga: la Fondazione Tercas, la banca di Teramo, ha bruciato 600 milioni (-40 per cento); il banco di Sicilia i tre quarti del patrimonio (con 845 mila euro di compensi). E poi Ancora: Cassa di Venezia (-110 milioni, il 25 per cento); CariVerona (-1,5 miliardi); CariTorino (-530 milioni) e così via.
Nei giorni scorsi, il deputato di Scelta civica, Mariano Rabino, ha presentato un ddl insieme ai Radicali: “Entro sei anni le Fondazioni devono lasciare le banche”. Renzi e il ministro del Tesoro Padoan temporeggiano. Guzzetti gongola.

Data: 
Mercoledì, 31 December, 2014
Autore: 
Carlo Di Foggia
Fonte: 
Il Fatto Quotidiano
Stampa e regime: 
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