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Il Sant´Anna sperimenterà l´aborto farmacologico

Data: 
Martedì, 29 October, 2002
Testo: 

ANCHE IN ITALIA APPRODA LA PRATICA CHE HA DIVISO LE COSCIENZE
Sì del comitato etico, primi test su 400 donne

Più veloce, meno costoso, meno invasivo. Dopo quasi due anni di attesa e di polemiche l'aborto farmacologico diventa una realtà. Il Sant'Anna sarà il primo ospedale d'Italia a utilizzare la pillola RU 486 per le interruzioni volontarie di gravidanza.
Il via libera è arrivato ieri mattina dal Comitato etico regionale che ha sancito una pratica diffusa in Europa dal 1988 - la Francia fu il primo Paese -, negli Stati Uniti dal 2000 e che è usata da migliaia di donne anche in Oriente, Cina e India in testa. La sperimentazione su 400 donne nasce dalla proposta dei consiglieri regionali radicali Carmelo Palma e Bruno Mellano, formalizzata in un protocollo del Sant'Anna su iniziativa di Silvio Viale, medico ginecologo e presidente dell'Associazione radicale Adelaide Aglietta.
Fra gli autori del documento anche i due direttori di dipartimento del Sant'Anna, Mario Campogrande e Marco Massobrio e il ricercatore Franco Mascherpa. Come funziona la pillola abortiva? Il meccanismo, efficace fino a 49 giorni dall'ultima mestruazione, è semplice. Si prende una prima pastiglia - la RU 486, appunto - seguita, due giorni dopo, da un'altra pasticca di misoprostolo. La gravidanza finisce nelle quattro ore successive (in alcuni casi i tempi possono essere un po' più dilatati) e non prevede né ricovero in ospedale, né anestesia. La paziente viene tenuta in osservazione dai medici per qualche ora e stop.
Una rapidità che potrebbe favorire l'incremento degli aborti? Gli esperti dicono di no, come dimostra la tendenza nei Paesi dov'è usata da anni. E poi c'è un maggiore coinvolgimento della donna che, diventa protagonista assoluta non solo della scelta, ma anche della modalità dell'aborto. «È lei che assume il farmaco, senza attendere ingerenze esterne - spiega il presidente del Comitato etico regionale, Alberto Angeli -: c'è un maggiore coinvolgimento della sua responsabilità rispetto all'aborto chirurgico. Per questo abbiamo analizzato a lungo la questione. La nostra non è una decisione casuale, ma attenta, rigorosa e puntuale su un aspetto delicatissimo della vita di una donna che deve avere il diritto di scegliere tra un aborto medico e uno chirurgico».
Attenzione a non fare confusione con la cosiddetta «pillola del giorno dopo». L'aborto chimico non solo adopera medicine specifiche che non hanno nulla a che vedere con la pillola anticoncezionale, ma avviene in casi di accertata gravidanza e non solo sospetta. Un aborto vero e proprio, insomma. Che si consuma però lontano dalla sala operatoria. Una decisione che in Cina viene presa ogni anno da 3 milioni di donne, da un milione in Europa negli ultimi 14 anni e da 100 mila donne, dal 2000 a oggi, negli Usa. D'ora in poi ci saranno anche le donne italiane. Il nostro Paese mancava all'appello insieme a Irlanda del Nord e Portogallo, e se per il momento l'unica struttura pubblica è quella torinese ci sono almeno altri due ospedali in attesa.
Nel frattempo, almeno altri due ospedali italiani, il San Filippo Neri e il Policlinico Umberto I, entrambi a Roma, stanno valutando le strade percorribili per avere l'autorizzazione ad importare il farmaco. Un primato, quello torinese, apprezzato sia dal presidente del Comitato etico regionale che si definisce «soddisfatto per il successo piemontese del progetto», sia dal presidente dell'ordine dei medici Amedeo Bianco. «L'aborto farmacologico è conosciuto e sperimentato da tempo in diversi Paesi europei - dice Bianco - era ora che fosse consentito anche in Italia. Dal punto di vista etico, poi, non cambia proprio nulla nel dibattito sull'interruzione volontaria di gravidanza».
Grazia Longo

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LA STAMPA
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