You are here

Ecuador, un paese che scompare - di Emma Bonino

Data: 
Venerdì, 13 December, 2002
Testo: 

Estrema povertà, agricoltura colpita dalla crisi del mercato del caffè e dal Plan Colombia. Il turismo non può decollare perché metterebbe a rischio il ricco patrimonio naturale. Così, l'unica possibilità rimasta è l'emigrazione.

Nell'accettare l'estate scorsa la proposta della Commissione europea di guidare per tre mesi in Ecuador, da settembre a novembre, una missione di osservazione elettorale, nutrivo un solo timore: che facendo un lavoro per me nuovo, in un paese così lontano, potessi spaesarmi. Sbagliavo. Se qualcosa infatti mi ha messo in sintonia con questo splendido paese, andino e marinaro allo stesso tempo, è stata la constatazione di quanto il suo sistema politico-istituzionale somigli a quello italiano.
A Quito come a Roma regna una partitocrazia che, forse cosciente delle sue responsabilità, ha riformato la legge elettorale peggiorandola (c'è un presidente-capo dell'esecutivo che non ha una maggioranza in parlamento). A Quito come a Roma il legislatore vara leggi-manifesto (sul tetto di spesa elettorale, sulle quote femminili nelle liste e così via) senza curarsi della loro applicabilità. A Quito come a Roma le istituzioni, già deboli, sono rese ancor più fragili dallo scarso rispetto che a esse tributano i partiti. A Quito come a Roma, infine, chi perde le elezioni preferisce dedicarsi a disarcionare l'avversario piuttosto che a fare opposizione. Fra qualche settimana il neopresidente eletto, l'ex colonnello Lucio Gutierrez, verrà in visita in Italia. Probabilmente non saranno spaesati né lui né i suoi ospiti.

EMIGRAZIONE: L'ULTIMO SPENGA LA LUCE

La mappa dell'Ecuador dice che il capoluogo della provincia andina del Canar è la cittadina di Azogues. Ma c'è un equivoco. Quando arrivo ad Azogues, in un piccolo teatro che su mia richiesta il rettore della locale Università cattolica, Marco Vicuna, ha riempito di persone legate all'emigrazione (famiglie di emigrati, studenti, insegnanti, operatori sociali, amministratori), un giovanotto prende il microfono e dice: «Signora, ormai il vero capoluogo del Canar è il quartiere di Queens, nello stato di New York». In Ecuador l'emigrazione è un'epidemia fuori controllo. Hanno cominciato ad andarsene, una ventina d'anni fa, negli Stati Uniti. Poi hanno scoperto l'Europa: Spagna, Italia, Francia, Portogallo. Oggi si calcola che circa 3 milioni di persone (fra il 15 e il 20 per cento della popolazione) vivono all'estero: per lo più illegalmente. è uno dei maggiori problemi del paese, ignorato dalla campagna elettorale.
Juan Carlos Manzanillas, giovane presidente di Ruminahui, la maggiore fra le associazioni sorte fra gli emigrati, mi espone un quadro che aiuta a riflettere chi pensa di gestire il fenomeno immigrazione in Europa come un'emergenza passeggera. «Le rimesse dei nostri emigrati» sorride Manzanillas «sono l'unica misura conosciuta di lotta contro la povertà. Mandando ogni anno alle famiglie 1,5 miliardi di dollari (una buona quota del prodotto interno lordo, tanto quanto le esportazioni di petrolio) essi iniettano nelle vene dell'economia il sangue necessario a far funzionare la dollarizzazione (il sucre ecuadoriano è ancorato al dollaro, ndr) nonché il commercio e interi settori produttivi». Senza gli emigrati il pil ecuadoriano non avrebbe conosciuto nel 2001 una crescita del 5,6 per cento, il primo balzo in avanti da anni.
Che ottengono in cambio questi cittadini benemeriti dallo stato? Niente, dicono in coro nel teatro di Azogues. Né una legge per consentire agli emigrati di votare. Né accordi con i paesi di nuova residenza per facilitare la messa in regola degli illegali (quindi il loro ritorno periodico in patria). Né facilitazioni fiscali, doganali o bancarie (come avviene in Tunisia, per esempio) per incoraggiare un «uso produttivo» di questi che sono gli unici capitali stranieri in entrata nel paese.
Ne deriva una situazione paradossale. Non una delle decine di persone che intervengono al teatro di Azogues si propone di organizzare in azione politica lo scontento e le rivendicazioni della «società emigrante».
Chiedono soltanto misure che facilitino la partenza e la residenza all'estero. Ora capisco una frase letta su un muro di Cuenca, terza città del paese: «L'ultimo che va spenga la luce».
Fuori città mi aspetta un sorprendente viaggio attraverso le fertili campagne e i desolati villaggi del Canar, dove spiccano solo, pretenziose e variopinte, le ville e villette che gli emigrati «di successo» si fanno costruire per trascorrervi le vacanze.
Emigrazione come status symbol. «Capitale morto» direbbe l'economista peruviano De Soto. «Gli unici ad approfittare di questa manna» conclude Manzanillas «sono i trafficanti di esseri umani, che qui chiamiamo coyoteros: speculano sulle partenze illegali, speculano sulla costruzione di queste case invendibili, gestiscono i risparmi degli emigranti, aiutati da un sistema bancario fra i più corrotti e inefficienti del mondo».
Col risultato che da qualche tempo gli ecuadoriani all'estero più abbienti investono i loro soldi dove vivono anziché «rimpatriarli». Quanto a ritornare, non ci pensano proprio.

COLOMBIA? MAI SENTITA NOMINARE

La guerra civile nella confinante Colombia e la sua posta in gioco, il fatturato del narcotraffico sono l'altro grande assente della campagna elettorale. Inspiegabile, viste le tante ragioni che l'Ecuador avrebbe di allarmarsi. Soprattutto da quando, nel 2000, gli Stati Uniti finanziano il Plan Colombia, la guerra che l'esercito colombiano conduce, con l'appoggio Usa, contro i produttori di coca «fumigando» dal cielo le piantagioni. Washington vorrebbe che l'Ecuador, rimasto finora a guardare, partecipasse attivamente al Plan Colombia. Ma che avrebbe da guadagnarci un paese come l'Ecuador, finora risparmiato da coltivatori e trafficanti?
Per capirlo, sono andata nel capoluogo della provincia amazzonica di Sucumbios, Lago Agrio, informe cittadina spuntata negli ultimi decenni a ridosso della frontiera colombiana per via del boom petrolifero. In un polveroso contesto da western il sindaco Maximo Abad, un meticcio di sinistra, popolare e rispettato, mi accoglie con un: «Plan Colombia? No grazie».
E spiega: «Questa provincia era sull'orlo dell'esplosione sociale prima che cominciasse la guerra, perché diamo al paese la sua principale ricchezza, il petrolio, e ne riceviamo il più alto tasso di povertà. Qui l'agricoltura è in ginocchio, soprattutto per il crollo dei prezzi del caffè. Lo sapeva che un quintale di caffè qui vale un dollaro, tanto quanto un espresso al suo paese? A noi il Plan Colombia procura solo guai: le fumigazioni non conoscono frontiere e danneggiano anche da noi banane, yucca, riso, caffè. E la salute umana. La guerra sospinge in Ecuador una immigrazione composita: dal contadino disperato al trafficante, passando per i guerriglieri: 11 mila persone dall'inizio delle ostilità, che hanno portato con sé violenza, illegalità, criminalità. Abbiamo avuto 120 omicidi in un anno e non ci consola che i morti e gli assassini siano quasi tutti colombiani. Si diffonde una xenofobia anticolombiana. Bel risultato, non le pare?».
«Demenziale» è la lapidaria definizione con cui il vecchio vescovo di Lago Agrio, Gonzalo Maranon, uno dei pochi amici dei rifugiati colombiani e dei contadini di Sucumbios, definisce il Plan Colombia.
Non c'è bisogno di convincere una radicale come me, che sa quanto illusoria sia la pretesa di impedire con la forza la coltivazione delle droghe. A quanti disastri dovremo ancora assistere in nome del proibizionismo?
Mi consola, tornando a Quito, leggere la «folgorazione» del ministro dell'Interno colombiano Fernando Londono, che ha dichiarato: «La guerra cesserebbe nel momento stesso in cui si legalizzassero le droghe, privando il narcotraffico del suo unico obiettivo, un fatturato annuo illegale che oscilla fra 5 e 10 miliardi di dollari. Ma la Colombia non può legalizzare le droghe da sola». Appunto. Speriamo che il ministro Londono esponga i suoi dubbi fra qualche mese alla conferenza sulle droghe organizzata dall'Onu a Vienna.

GAL

Autore: 
Fonte: 
PANORAMA
Stampa e regime: 
Condividi/salva