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Taradash, dal parlamento alla tivvù. Meditando un ritorno

Data: 
Sabato, 11 January, 2003
Testo: 

Marco Taradash, livornese di 52 anni, è una delle voci più note della politica italiana. In senso proprio e figurato. Per dieci anni (dal 1980 al 1989) ha condotto ogni mattina la seguitissima rassegna stampa di Radio Radicale.
Fondatore del movimento antiproibizionista sulle droghe, è stato deputato europeo (nel 1989) e nazionale, prima con i radicali (dal 1992 al 1996) e infine in Forza Italia (nell'ultima legislatura).
Giornalista professionista (L'Espresso, Prima Comunicazione, Il Foglio, L'Indipendente), ha intrapreso recentemente una nuova carriera. Da diversi mesi conduce ogni lunedì sera "Iceberg", talk-show politico trasmesso da TeleLombardia e diffuso anche in Liguria (Telecittà), Piemonte (Telecity), Veneto (TRT e TeleArena) ed Emilia Romagna (E-Tivù).

Giornalista, parlamentare, presidente della Commissione di vigilanza sulla Rai e ora conduttore televisivo: un'esperienza completa nella filiera della comunicazione politica.
Ho dovuto apprendere un mestiere completamente nuovo. Nelle prime settimane ho fatto fatica a controllare la mia vis polemica, per forza di cose ancora troppo presente. Adesso la mia sensibilità politica, pur restando vigile, viene incanalata nel linguaggio giornalistico. Insomma, non sono neutrale ma cerco sempre di essere imparziale.

Negli ultimi tempi della sua militanza radicale Pannella l'accusava di essere l'alfiere di una linea entrista nel Polo che alla lunga avrebbe mostrato il suo velleitarismo.
Ho lottato un anno per convincere Marco e il gruppo dirigente del Partito Radicale della necessità di un'alleanza strategica con il Polo delle Libertà alle elezioni regionali del 1995 e a quelle politiche del 1996. Ero convinto che per i laici e i libertari fosse ancora possibile giocare un ruolo importante nella vasta maggioranza guidata da Silvio Berlusconi.
Fallito quel tentativo, decisi di dar vita - insieme a Peppino Calderisi, Elio Vito e Francesca Scopelliti - alla "Convenzione per la riforma liberale": una lobby laica formata da uomini di cultura, giuristi e filosofi (Lucio Colletti, Giuliano Ferrara, Vittorio Mathieu, Piero Melograni, Marcello Pera, Saverio Vertone) che potesse sviluppare in Forza Italia un'adeguata pressione mediatica, se non politica. La condizione necessaria per la sua riuscita era che operasse in quanto tale. Invece Berlusconi la smontò chiedendoci di trasformarci individualmente in consiglieri del principe, rinunciando di fatto a un'azione coordinata.


A quel punto, insieme a Mario Segni, si decise per un inedito e sfortunato accordo con An in occasione delle elezioni europee del 1999. Nasceva l'Elefante, l'animale più effimero della politica italiana. Rifarebbe quella scelta?
In quel momento Gianfranco Fini sembrava puntare alla creazione del partito unico del Polo e si schierava apertamente per il maggioritario secco all'americana. Purtroppo perdemmo il referendum elettorale, tra mille polemiche e per soli 200mila voti: il boicottaggio di Forza Italia aveva funzionato. Fu allora che Alleanza Nazionale iniziò a fare marcia indietro, facendo venir meno le ragioni di quell'alleanza.

Che fine ha fatto il sogno di un partito liberale di massa, accarezzato da molti nel 1994 con la discesa in campo di Berlusconi?
Quel progetto si è interrotto perché Forza Italia non è mai nata. E non esistendo in quanto partito, non vi poteva essere un'evoluzione della sua linea politica. Esiste soltanto il vertice di casa Berlusconi - molto ristretto e solido - che di tanto in tanto dà vita a un'organizzazione elettorale, che all'indomani del voto regolarmente sparisce. Rimane attivo un arcipelago di oligarchie locali che gestiscono cosa pubblica a livello periferico ma che non riescono a esprimere iniziative politiche. Berlusconi ha fatto una scelta di realismo che lo ha portato sulle sponde della prassi politica della DC.

Il suo programma è un buon osservatorio dell'attuale, nuova classe politica.
I deputati di Forza Italia scontano la totale assenza di dibattito interno: mostrano tutti grande timidezza nell'esprimere posizioni personali che potrebbero essere mal tollerate o considerate eversive. Mentre gli esponenti di An e della Lega tendono a riproporre comunque un cliché gradito ai loro elettori, anche se spesso in Parlamento se ne discostano alquanto. I parlamentari del centrosinistra sono invece più genuini, come capita sempre a chi fa opposizione, anche se alla fine commettono sempre gli stessi errori di presunzione: distribuiscono attestati di verità storica e patenti di legittimità politica.

In Italia sembra impossibile mantenere aperto un sereno confronto tra i due schieramenti. Tutto appare bloccato, chiuso in schemi.
Purtroppo il Paese è ancora profondamente segnato dall'irruzione sulla scena del giustizialismo politico. Gli stessi attuali partiti - nati in gran parte a seguito di quell'evento traumatico - ancora oggi vivono come tramortiti questa fase post-rivoluzionaria. La politica appare asmatica, sempre strozzata da un nodo in gola. Nessun termine classico (comunismo, liberalismo, democratico, socialismo) può quindi essere declinato con convinzione. Le decisioni vengono prese al massimo in una decina di stanze senza il concorso di parlamentari e dirigenti politici, tenuti all'oscuro di informazioni riservate.

La sinistra è una casta che protegge i suoi amici al limite della complicità. A destra invece sembra prevalere l'invidia: se sei bravo diventi un pericoloso concorrente. Forse per questo in tanti preferiscono lasciare la politica e dedicarsi ad altro.
La sinistra è un arcipelago di boe galleggianti, la destra è una corazzata. Nella prima moltissimi gruppi, movimenti, reti amicali, legami culturali formano un tessuto collettivo flessibile. Nella seconda si punta invece compatti al successo e tutto ciò che non viene deciso sulla tolda del comando è ridotto a pura e inutile divagazione. Se non vieni giudicato funzionale alla strategia imposta vieni semplicemente abbandonato al tuo destino.

Come ci si sente a far parte della diaspora laica?
Ho sempre fatto politica a tempo pieno ma non ho esitato a lasciarla quando ho capito che non potevo convivere oltre con certe situazioni politiche e personali. Non ho rimpianti, inutile averli. Ho fatto sicuramente degli errori: ma perché ho fatto cose, cercando ogni volta di dare il meglio. Certo, adesso ho molto più tempo per la mia famiglia: un beneficio che alla fine restituisce in dolcezza una parte dell'amarezza provata. Se farò ancora politica? La vita è più lunga di quanto non si sospetti?

Vittorio Pezzuto

Autore: 
Fonte: 
L´OPINIONE
Stampa e regime: 
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