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Vince la Spagna antiamericana

Data: 
Martedì, 16 March, 2004
Testo: 

di Daniele Capezzone

Mentre invio i miei complimenti e sinceri auguri di buon lavoro al vincitore di ieri, il leader socialista Zapatero, non voglio e non posso negare che - dal mio punto di vista, di azione e di lotta politica - i risultati delle elezioni spagnole hanno i connotati di un vero e proprio dramma politico. Non c'è dubbio: la condotta di Aznar e del suo governo (e in particolare del ministro degli Interni) nei giorni immediatamente successivi agli attentati della scorsa settimana è stata dissennata, non solo sbagliata o controproducente. Ma non basta - a mio avviso - per spiegare quel che è accaduto. C'è qualcosa di più profondo e che dovrebbe provocare riflessioni di maggior respiro.
Il governo di Aznar ha compiuto, per anni, un autentico miracolo. Sul piano economico, si è registrato il raddoppio della ricchezza nazionale e il dimezzamento della disoccupazione (tra l'altro, con un piano di privatizzazioni - e liberalizzazioni - quasi senza precedenti); sul piano dei diritti civili, si sono avuti, a livello nazionale o locale, straordinari esperimenti nella direzione dell'allargamento delle libertà individuali (dalla ricerca scientifica alle coppie di fatto, passando per le politiche in materia di droghe, mai chiuse nel vicolo cieco del mero proibizionismo); sul piano della politica internazionale, infine, non si ricordava da decenni il caso di un paese capace di far crescere così tanto e così rapidamente la propria autorevolezza e il proprio peso.
Dunque, saranno certo stati costosi i gravi errori degli ultimi giorni. Ma ci deve essere qualcosa in più. E' un fatto che l'opinione pubblica spagnola (riflettendo - temo - un sentimento ben più vasto in Europa) ha reagito e deciso e votato sull'Iraq, sul legame con gli Stati Uniti, sul cuore delle scelte atlantiche di Aznar. Io sono militante di un partito che fino all'ultimo ha cercato di porre sul tappeto una soluzione alternativa alla fase bellica dell'intervento militare (quella prospettata da Marco Pannella, a partire dall'esilio del dittatore Saddam), ipotesi che tuttora mi appare lungimirante e soprattutto praticabile (alla luce dell'analogo caso liberiano).
Ma a maggior ragione per questo, considero devastante il fatto che sia stata premiata una delle posizioni (quella dei socialisti spagnoli) più antiamericane, più chiuse, più conservatrici su tutti questi temi. E' la fotografia di un Atlantico che si fa sempre più largo, e che rischia di separare realtà (Stati Uniti ed Europa) sempre più diverse, ai limiti dell'incomunicabilità. E cresce una generazione di europei in cui l'antiamericanismo non è appannaggio di frange estremiste, ma di settori sempre più vasti della pubblica opinione. Su questo - certo - anche gli americani e l'attuale amministrazione statunitense farebbero bene a riflettere, e a domandarsi se non abbiano commesso errori.
Ma - sia consentito - anche di più faremmo bene ad interrogarci qui proprio noi europei. Proprio ora (o mai più per troppi decenni, temo) è bene che si manifestino - nella sinistra europea, nella destra europea, tra gli indipendenti dalle maggiori famiglie politiche del continente - una chiara scelta atlantica e filo-occidentale. Che non vuol dire appiattimento, che non vuol dire rinuncia a critiche, a soluzioni alternative, al diritto-dovere di iniziativa, che rappresenta l'essenza stessa della politica, di una politica.
Ma - lo ripeto - tira una brutta aria. Ed è bene che chi ha a cuore la possibilità (sempre più fragile) di un'Europa liberale, atlantica, riformatrice, promotrice di libertà e di democrazia, si muova. E subito.

Autore: 
Fonte: 
L´OPINIONE
Stampa e regime: 
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