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Il Partito d’Azione pannelliana. I radicali devono trovare il coraggio di uscire dal guscio

Testo: 

di Davide Giacalone

Se qualcuno mi propone: dai, andiamo a rifare il Partito d’Azione, io corro.
So già che finisce male, ma corro, e volentieri. Quando l’Italia prendeva la forma politica del dualismo ecclesiale, cattolico e comunista, nell’azionismo confluì il meglio di quel che rimaneva. Ah, quante ne ho lette, di cretinate, in questi ultimi anni, sull’azionismo. Quasi sempre scritte da chierici spretati per bancarotta della vecchia ecclesia, che si sono spinti fin quasi a riscoprire il fascino dei complotti giudaico massonici. Il Partito d’Azione fu il tentativo di coniugare il superamento del badoglismo con la necessità di dare stabilità alla Repubblica, il nerboruto rigore morale con la necessità delle alleanze. Si sfasciò, e si sfascerebbe ancora. Si sfasciò per molte cause. Ne pesco una, che non ha perso d’attualità: in quel partito di generali senza esercito mancava un vero gruppo politico, in quel partito di laici ciascuno si piccava d’essere il verbo.
Marco Pannella dice: rifacciamo il Partito d’Azione. Fedele alla premessa dovrei correre. Siccome so che finisce male, cerco prima di rendermi utile. Anche perché dei vizi dell’azionismo non ne abbiamo perso uno, mentre dei pregi è ancora da vedere se se ne è conservato qualcuno. Ho partecipato all’Assemblea dei Mille (non tutta), ho ascoltato, e ne sono uscito più perplesso che persuaso. Intanto è semplicemente ridicolo pensare che qualcuno possa rappresentare politicamente il venticinque per cento degli italiani, ovvero quelli che sono andati a votare. Non argomento neanche il perché, essendo evidente a chiunque abbia conservato ragionevolezza. Ed è non meno irragionevole prendersela con la propaganda svolta dagli ecclesiastici. So bene che esistono leggi che proibiscono ai ministri del culto di far campagna elettorale, ma sono leggi sbagliate, che vanno cambiate, non invocate. Se un carabiniere si presenta a chiuder la bocca ad un parroco, io difendo il parroco. Poi aggiungo che non ho cambiato idea e rimango un anticoncordatario e che l’idea che una percentuale delle mie tasse debba andare a finanziare le moschee, mentre altra, assai più grande, finanzia le chiese, mi dà l’orticaria. Ma che nessuno tocchi il parroco ed il suo diritto di parlare.
C’è di più: vorrei che parlassero più spesso. L’Italia di oggi non è neanche parente dei canoni morali che il cattolicesimo, giustamente (dal suo punto di vista), sostiene. Morale sessuale, morale civile, morale politica. Se ne parli più spesso e si scoprirà che il predicato non coincide con il vissuto, neanche nei campi estivi della gioventù cattolica. Certo, l’ho visto: adesso anche i disillusi della grande chiesa comunista cominciano a comprendere l’intramontabile fascino del cattolicesimo italiano, consistente nell’enunciazione di principi che poi ciascuno può comodamente violare, in modo che, peccando, dapprima goda e dopo si redima. Una bellezza. Ma se tanta flessibilità privata la si vuol poi trasformare in forza politica, adottando rigidità pubblica, allora vedrete come tutto va in pezzi, come la grande forza si sgretola. Fatemela conoscere la forza politica che cattolicamente chiede per sé la comprensione dell’adulterio, e chiede per me la proibizione del divorzio. Ah, sai che risate. Questa roba, in Italia, è in minoranza. E non c’è papa che tenga, resta in minoranza. Ma se l’altra Italia, quella laica, pensa di far valere la profonda laicità della società italiana scagliandosi contro il diritto alla parola della cattolicità, vuol dire che ha deciso di suicidarsi. Allora, cari amici radicali, la risposta al disastro referendario non è: la battaglia continua, bensì: la solfa cambia.
Dicono i radicali, oggi: visto com’è andata la campagna referendaria, noi si fa il Partito d’Azione e si dialoga con la sinistra, che a destra fanno schifo. Ora, posto che credo con la sinistra si debba dialogare, e posto che a destra fanno discretamente schifo, ma qual è la logica connessione fra le due cose? A sinistra c’è il più dinamico e giovane dei capi che ha fatto campagna per l’astensione; a destra c’è la più giovane delle ministre che s’è spesa per il sì. Senza contare che a destra c’è chi dice che la nostra Europa è quella di Blair, vicina agli Stati Uniti (evviva), mentre a sinistra c’è ancora chi spera che l’asse renano riprenda vita. E potrei continuare per ore, con un virtuosismo di cui non frega niente a nessuno, combinando esempi ed invertendo le parti. Allora, non sarà che è il bipolarismo all’italiana ad essere in bancarotta? Per cui a destra c’è anche la Lega che chiede di uscire dall’euro ed a sinistra c’è ancora chi marcia per la pace? Dire: basta con gli uni ci mettiamo con gli altri è esattamente la formula che serve a risfasciare il già storicamente sfasciato Partito d’Azione. E non di meno, lo so, le scelte vanno fatte. Come? Partendo dall’individuazione e circoscrizione di alcuni contenuti, e portando quelli ad essere gli elementi irrinunciabili di un rapporto contrattuale. Ed i contenuti sono: politica estera con una chiara scelta occidentale; politica del diritto e della giustizia con il superamento del corporativismo togato; politica economica nel senso di un mercato regolato in modo forte e chiaro, ma aperto alla concorrenza, alla nascita di nuove imprese ed alla morte di quelle che lo meritano. Di questo sarebbe bello parlare, su questo sarebbe bello tastare il terreno per controllare se il mondo laico ha visto nascere una classe dirigente, o è rimasto allo stato testimoniale. Ma di questo, appunto, i radicali non vollero parlare.
Marco Pannella venne a dirci che il luogo di questa riflessione e maturazione esisteva già, ed erano i Radicali Italiani. Aveva ragione, dal suo punto di vista, ma non coglieva l’esitenza del problema che i referendum ci hanno sbattuto sulla faccia. Ora ci dice di fare il Partito d’Azione, ma nelle condizioni ideali per replicarne la tragedia. E se la piantassimo di erigerci ciascuno a verbo, additando il dissenso e la puntuta discussione a sintomi d’eresia? I radicali li chiamo amici non perché non mi siano né compagni né camerati, ma perché in molti di loro riconosco degli amici (Pannella no, semmai maestro), li stimo e lo dico, ma debbono svegliarsi dall’incantesimo che li vede vivere in un mondo loro, felici dell’avere ragione e darsela a vicenda. Il Partito d’Azione è una cosa seria, e gli errori che allora si commisero troppo grandi e terribili per trovare la gioia di ripeterli.

Data: 
Mercoledì, 22 June, 2005
Autore: 
Fonte: 
L´OPINIONE
Stampa e regime: 
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