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«Lo Stato si riappropri delle frequenze tivù»

Data: 
Lunedì, 23 January, 2006
Testo: 

«Vengano messe all'asta o assegnate ai nuovi entranti»

Uso delle frequenze; diritti d'accesso; rapporto tra innovazione, concorrenza e pluralismo: sono questi i temi che oggi stanno più 'a cuore a Enzo Cheli. L'ex giudice della Corte Costituzionale - che pure è stato oggetto di critiche per la sua presunta «debolezza» di fronte al duopolio Rai-Media-set come presidente dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni fino al 2005 - ha le idee chiare su come rilanciare l'innovazione e sbloccare il mercato della comunicazione. Ci sta lavorando con altri esperti di comunicazioni, tra cui Franco Morganti, Emmanuel Gout, Michele Grillo e Antonio Sassano, ed è entrato nell'advisory board del-l'Italmedia Consulting di Augusto Preta.
Negli Usa è previsto che all'inizio del 2009 le tivù terrestri diventino completamente digitali e riconsegnino le frequenze analogiche allo stato. Il governo le metterà all'asta per i nuovi servizi innovativi - come i servizi mobili, i servizi senza fili a banda larga e l'accesso a Internet - incassando miliardi di dollari. Lei che ne pensa? «L'approccio americano è corretto ed efficace anche sul piano della politica industriale. Del resto nasce nel Paese che ha liberalizzato di più le telecomunicazioni. Il punto fermo è che le frequenze sono un bene pubblico dato in uso ai privati ma non sono proprietà dei privati. Le basse frequenze, che una volta servivano solo per trasmettere la televisione, oggi possono essere utilizzate efficacemente per trasmettere i principali servizi digitali. Cambiando le tecnologie e le funzioni d'uso deve mutare anche il regime giuridico che regola l'uso delle frequenze. Quindi lo Stato ha il diritto di riappropriarsi delle frequenze e di metterle all'asta, o comunque di asse-
gnarle ai nuovi entranti per nuovi usi, al fine di aumentare la concorrenza e incentivare l'innovazione».
Anche l'Ofcom, l'Autorità britannica, ha recentemente avviato il Digital Dividend Review, un'analisi approfondita per massimizzare il «dividendo digitale» derivato dalla liberazione delle frequenze resa possibile dal passaggio alla tivù digitale. In Italia invece la strada del dividendo digitale è in salita.
«Sulla gestione delle frequenze
l'Italia è diversa dal resto d'Europa e, mi lasci dire, dal resto del mondo. La legge 66 del 2001 sulla tivù digitale (approvata dal centrosinistra, ndr) ha introdotto il trading, la compravendita delle frequenze. Ma il trading era concesso solo per un periodo transitorio e limitato di tre anni, e aveva l'esplicito obiettivo di favorire l'avvio della tivù digitale».
E la legge Gasparri?
«Ha esteso il periodo transitorio fino allo switch-off (migrazione completa dall'analogico al digitale, che avverrà nel 2008 o oltre, ndr): così il trading è diventato non l'eccezione ma la norma. Da allora i maggiori operatori hanno investito centinaia di milioni di euro per acquisire le frequenze delle tivù locali e nazionali. Così nell'opinione corrente le frequenze tivù sono state equiparate a un bene privato e non più a una risorsa pubblica. In questo consiste l'anomalia italiana».
E adesso che cosa si può fare?
«Va tolta dal senso comune la percezione che le frequenze siano un bene privato e non pubblico. Il
buon legislatore deve prima contenere e poi superare questo orientamento. Altrimenti c'è il rischio che la prevalenza degli incumbent (Rai e Mediaset, ndr) si sposti dalla tivù ai nuovi servizi di Tic, ai nuovi media digitali. Va ribadito che le frequenze concesse a suo tempo per trasmettere la tradizionale tivù analogica non possono essere utilizzate a titolo gratuito per offrire nuovi pregiati servizi digitali a pagamento».
Nel 2003 l'Autorità delle Comunicazioni da lei presieduta ha fatto un piano delle frequenze per la tivù digitale che non prevedeva nessun dividendo digitale. E anche questo piano è rimasto inattuato.
«Il nostro piano delle frequenze riguardava solo la tivù digitale terrestre. Allora non c'erano ancora né si potevano prevedere nuovi servizi come la tivù mobile, il WiFi, il WiMax. In tre anni il settore delle Tlc è cambiato più che nei precedenti 20 anni. Oggi l'avvento dei nuovi servizi digitali rimette tutto in discussione. Sono cambiate le strategie delle aziende e i mercati. A mio parere anche il piano dovrebbe essere aggiornato e dovrebbe comprendere il dividendo digitale da dedicare ai nuovi servizi di Tlc, altrimenti c'è il forte rischio di con-
gelare il mercato televisivo e di frenare l'innovazione».
A parte la tivù terrestre e quella satellitare, si diffonderanno nuove piattaforme di tivù digitale, come la tivù via Adsl e la tivù mobile. Quali regole potrebbero permettere lo sviluppo dei nuovi mercati?
«Va garantita la possibilità effettiva di competere ai fornitori di rete, di contenuti e di servizi. Giustamente la legge Gasparri prevede la distinzione giuridica tra chi fornisce i contenuti e i servizi e che invece gestisce le reti. L'integrazione verticale caratteristica delle tivù tradizionali non avrà in prospettiva più ragione d'essere. Per permettere l'effettiva concorrenza occorre però che chi ha le reti abbia anche il diritto di accedere ai contenuti più pregiati per il pubblico (come il calcio e i film, ndr) e viceversa chi ha i contenuti deve avere anche un diritto di accesso alle reti».
Altrimenti?
«La concorrenza è falsata. La questione dell'accesso all'informazione ha rilievo costituzionale e deve quindi essere regolata giuridicamente sia a livello comunitario che nazionale: non può essere lasciata completamente alla contrattualistica privata».

DI ENRICO GRAZZINI

Autore: 
Fonte: 
CORRIERECONOMIA
Stampa e regime: 
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