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Flessibilità anche per gli statali

Testo: 

Per dare vere opportunità a chi perde il lavoro

La carenza di mobilità nel lavoro rappresenta uno dei maggiori problemi italiani. La stessa “legge Biagi“, pure osteggiata da una parte della maggioranza, è ben lontana dal rappresentare una risposta soddisfacente per le imprese che chiedono di espandersi quando la domanda è forte, e di poter tirare i remi in barca quando gli ordinativi scarseggiano.

È però anche vero che quegli operai e impiegati italiani esposti al rischio di perdere il loro posto sanno bene che venuto meno il loro impiego attuale, è possibile che non abbiano opportunità. Se confrontiamo – in particolare – la nostra situazione e quella americana constatiamo che oltre Atlantico non solo vi è più flessibilità (per un’impresa è facile licenziare i dipendenti), ma i lavoratori hanno ridottissimi tempi medi di attesa tra un’occupazione e l’altra. In sostanza, mentre da noi tutto è fermo e chi è senza posto “è perduto“, nelle economie liberali la flessibilità si associa con maggiori chance di trovare una nuova sistemazione.

Di tutta evidenza siamo dinanzi ad un circolo vizioso, e senza dubbio è difficile che possano crearsi opportunità per i disoccupati fino a quando assumere un dipendente significa sottoscrivere un contratto più vincolante del matrimonio. Ma c’è pure dell’altro.

In Italia l’area dell’impiego pubblico è troppo vasta e protetta da privilegi. Mentre negli stessi paesi scandinavi chi lavora per lo Stato può benissimo perdere il lavoro, da noi vige una legge non scritta in virtù della quale l’amministrazione pubblica paga poco, pretende meno e, comunque, garantisce ai dipendenti che li retribuirà fino alla pensione. Ma se non si interviene su questo, difficilmente si riuscirà a rendere flessibile il sistema economico italiano e a riguadagnare la competitività perduta.

A tale proposito potrebbe essere utile adottare – limitatamente allo Stato (istruzione, sanità, giustizia, esercito, enti locali, ecc.) – quel modello danese che unisce flessibilità e sicurezza: secondo uno schema parzialmente liberista e parzialmente statalista, che rende possibile licenziare quando si vuole ma dà ai lavoratori un’alta percentuale del vecchio stipendio per un periodo successivo al licenziamento.

Chi pensasse di introdurre integralmente in Italia tale “flexicurity“ farebbe saltare i conti pubblici, perché dovrebbe trovare le risorse necessarie a coprire le indennità di quanti vengono allontanati da imprese artigianali, commerciali o d’altro tipo. La cosa è però diversa per ciò che riguarda lo Stato. In altri termini, in cambio della possibilità di licenziare i dipendenti pubblici andrebbe assicurata a questi ultimi una protezione particolare, che renda politicamente percorribile la riforma.

Innovazioni di questo genere sono ormai urgenti e non più procrastinabili, perché se non si riduce il numero degli statali e se non si iniziano ad eliminare i loro privilegi (a partire dal fatto di non essere mai esposti alle incertezze proprie degli altri settori), l’economia italiana non tornerà competitiva. “Precarizzare“ i lavoratori pubblici, d’altra parte, significa collegare il loro lavoro con i frutti che devono produrre: come avviene nel privato.

Per giunta vi sono ambiti monopolizzati dallo Stato in cui è urgente creare lo spazio per nuove imprese. Ma l’arrivo di queste realtà di mercato implica un ridimensionamento degli apparati burocratici, sia centrali che locali. È la stessa liberalizzazione dell’economia che chiede quindi un dimagrimento della funzione pubblica.

Nella situazione italiana – dove potenti apparati sono schierati a difesa dell’esistente – si può immaginare di licenziare i dipendenti pubblici solo prospettando loro una via d’uscita non del tutto sgradita. Ma nel mondo politico c’è chi abbia sufficiente coraggio e senso di responsabilità per combattere tale battaglia?

Data: 
Sabato, 13 May, 2006
Autore: 
di Carlo Lottieri
Fonte: 
L'INDIPENDENTE
Stampa e regime: 
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