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Nucleare? Sì, forse. Ma alla finlandese

Testo: 

Servirebbero 3 condizioni: un programma a lungo termine, un ruolo pubblico di garanzia. E l'azionista giusto

Quando il nuovo governo comincerà a lavorare, si potrà forse riparlare dell'opzione nucleare alla quale l'Italia ha rinunciato con il referendum del 1987, dopo Chernobyl. Secondo un'indagine dell' Ispo, il 54% della popolazione è ora disposto a riprovarci, ma per essere seri non bisogna pensare all'atomo come arma totale per tagliare da domani la bolletta elettrica. Prima che da noi si torni a produrre energia di fonte nucleare in misura tale da abbattere il prezzo medio del chilowattora ci vorranno anni: non meno di 12 se stiamo all'esempio della Finlandia, dove si sta costruendo l'unica, nuova centrale dell'Unione europea. Altrove gli ultimi impianti nucleari hanno avuto gestazioni comunque lunghissime: 23 anni negli Usa, 18 in Russia, 9 in Germania e in Francia, 5 in Giappone.
Quello finlandese, peraltro, è il vero caso da studiare non solo perché dà un'idea dei tempi di una democrazia moderna (che pure non aveva chiuso i suoi 3 siti nucleari storici), ma anche perché la sequenza delle decisioni e la qualità della soluzione non possono non far riflettere quanti in Italia invocano il Rinascimento nucleare in mera polemica contro l'estremismo rossoverde.

Primi passi
II governo di Helsinki, dunque, muove il primo passo nel 1997 con l'Energy Strategy Report che viene approvato nello stesso anno dal parlamento. Il ritorno al nucleare deriva non solo dalla necessità economica di soddisfare la domanda crescente di energia, ma anche dall'imperativo politico di non dipendere da fonti energetiche in mano all'orso russo. L'anno dopo la Tvo (Teollisuuden Voima Oy), già attiva nel settore, avvia gli studi di fattibilità. Nel 2000 la Tvo presenta al governo la richiesta di autorizzazione per un impianto di 1000-1600 megawatt indicando anche come stoccare l'uranio nuovo e usato e come risolvere il problema delle scorie. Nel maggio 2002 il parlamento ratifica il progetto (107 voti contro 92) e il governo mette a disposizione una località e una società pubblica per gli stoccaggi radioattivi. Nell'ottobre 2003 si stabilisce di costruire a Oikiluoto, dove già operano da vent'anni 2 centrali nu-
cleari, e due mesi dopo si sceglie Framatome, il colosso francese, per il reattore che avrà 1600 megawatt e potrà dare 13 mila megawattora l'anno. A gennaio 2004 arriva il permesso di costruzione e nella primavera 2005 apre il cantiere. La produzione inizierà nel 2009.
Ecco la prima lezione per l'Italia facilona: rientrare nel nucleare vorrebbe dire avviare un'opera destinata a essere inaugurata dopo due legislature almeno. Logico chiedersi se il nuovo governo di centro-sinistra, dopo l'ignavia del centro-destra, avrà la forza di aprire un contenzioso politico, il cui prezzo va subito pagato agli antinucleari irriducibili della coalizione, mentre il ritorno sarà possibile quando Prodi avrà 80 anni. Nutrire dubbi è lecito. Ma la difficoltà ad assumersi responsabilità nel lungo termine coinvolge anche il capitale industriale e finanziario che si riempie la bocca di nucleare ma, finora, non ha mai preso alcun impegno (anche se risulta che, dopo le prime esternazioni revisioniste di Silvio Berlusconi, Edison e Techint abbiano cominciato a fare due conti e l'Assoelettrica a porre l'argomento all'ordine del giorno.
Il fatto è che l'energia nucleare non è così immediatamente a buon mercato come dicono quelli che citano la bolletta dell'Electricité de France, o della Tvo, e non sanno come sono fatte. Hans-Holger Rogner e Alan
McDonald, dell'International Atomic Energy Agency di Vienna, avvertono: «Nei mercati liberalizzati e a minor crescita dell'Occidente, le nuove centrali 'nucleari sono generalmente meno convenienti che nelle nuove economie dove la domanda di energia cresce rapidamente e le fonti alternative sono scarse». E tuttavia questo modo di produrre può essere utile, ma a condizione che lo Stato dia una mano.
Non sarebbe un intervento senza conseguenze. Cambierebbe infatti la natura del mercato elettrico appena liberalizzato, e questo sarebbe il meno se l'Italia potesse avere una bolletta meno cara. Ma il governo correrebbe il rischio di dover pagare colossali rimborsi ai privati che bruciano gas e andrebbero fuori mercato, e questa sarebbe una beffa se si pensa che alcuni di questi hanno già avuto gli aiuti del Cip 6.
Benché la Tvo non riveli quale sarà il prezzo di vendita della produzione della nuova centrale, si sa che andremo sui 30 euro al megawattora contro i 45-50 euro dell'energia da carbone e gli 80 di quella da gas. Come è possibile se la nuova centrale costa 3 miliardi di euro e l'equivalente ciclo combinato a gas non arriva agli 800 milioni? Certo, come mostra il grafico, il gas è un combustibile assai più caro dell'uranio, che peraltro ha quadruplicato i prezzi negli ultimi due anni. Certo, la nuova centrale avrà una vita utile di 60 anni, mentre le centrali a gas vengono di fatto ammortizzate in un sesto del tempo. Ma se andiamo a vedere i costi per intero questi dettagli spiegano poco. L'indagine, in verità, è assai ardua perché non esistono dati ufficiali e verificabili. Invece di tante chiacchiere i filo-nucleari farebbero meglio a mettere nero su bianco i numeri assumendosene la responsabilità di fronte al paese. Nell'attesa si può tuttavia ricorrere all'esperienza di uomini come Alessandro Clerici, già top manager dell'Abb e presidente onorario della sezione italiana del World Energy Council. Che avverte: «Il prezzo di vendita del megawattora di origine nucleare può variare da 1 a 3 a seconda delle economie di scala, della composizione dell'azionariato, del ritorno atteso sull'investimento, delle politiche locali, delle garanzie statali e dell'imposizione fiscale». Ciò vuol dire che il prezzo del megawattora può variare da 30/40 euro a 80-105 euro, dunque da un minimo assai competitivo a un massimo fuori mercato.
Qual è dunque il segreto dei finlandesi? In pratica uno solo: la capacità di prendere decisioni di lungo termine sia da parte degli industriali che da parte del governo. Ciò che esattamente manca in Italia.
I soci di Tvo, tutte imprese energivore, hanno preso una decisione rilevantissima: ritireranno l'intera produzione per i loro usi con contratti di lunghissimo termine al prezzo di costo. In questo modo si abbatte radicalmente il costo dell'elevatissimo capitale investito sia perché il socio non vuole dividendi sia perché la
banca considera basso il pericolo di insolvenza da parte di una società a cash flow stabile in quanto, avendo prevenduto tutto, riduce al minimo il rischio di mercato. Si tratta di una scelta che, secondo Clerici, abbatte al 5% il costo del capitale e dunque, nell'arco dei 60 anni, concorre al costo del megawattora per 12-13 euro.

Scorie radioattive
Se invece la produzione fosse affidata a una società privata normale, che paga dividendi, il costo del capitale salirebbe a 45 euro e, se si va ai rendimenti del 13-15% adorati dalla Borsa, si arriverebbe fino a 80-90 euro. Clerici stima anche gli altri costi: 6-12 euro per la gestione operativa e la manutenzione; 4,5-6,5 euro per l'uranio; 2-6 per la gestione temporanea delle scorie radioattive; 3-8 euro di accantonamenti per i costi di chiusura, che oggi vengono previsti tra i 500 e i 2000 euro per chilowatt ma che dovranno essere sostenuti tra 60 anni con tutte le incertezze del caso. Altre fonti internazionali citate dall'Enel sono assai più ottimistiche su scorie e costi di smantellamento che scenderebbero a 2-300 euro per chilowatt. In ogni caso, contenere i costi del nucleare è assai complicato.
Per rendere conveniente l'energia nucleare servirebbe dunque un programma molto ambizioso, da 12-15 mila megawatt per l'Italia concentrati in pochi siti vicini, così da ottenere economie di scala sull'investimento e la gestione («si potrebbe ridurre del 35-40% l'onere di Tvo», azzarda Clerici) e dunque un reale effetto calmiere sul prezzo medio dell'elettricità. In secondo luogo, lo Stato dovrebbe essere il garante finanziario del rispetto dei tempi delle procedure, fideiussore di ultima istanza dei costi di decommissìoning e il riassicuratore finale della polizza assicurativa. Ma poi occorrerebbe l'azionista giusto, che mira a un ritorno puramente industriale e non anche finanziario. Lo sapranno essere gli energivori italiani, e lo sapranno essere in misura tale da sostenere un programma ambizioso? Potrebbe provarci anche l'Enel, se le economie di scala fossero tali da consentire comunque un ritorno finanziario degno della Borsa. La prudenza è d'obbligo. Estendendo il modello finlandese dell'acquirente-azionista, il fornitore di capitale ideale potrebbe essere un ente pubblico Ma dovremmo rifare i conti con gli spiriti (grandi) di Felice Ippolito e Riccardo Lombardi.

Data: 
Lunedì, 24 April, 2006
Autore: 
MASSIMO MUCCHETTI
Fonte: 
CORRIERECONOMIA
Stampa e regime: 
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