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Non serve liberalizzare ma migliorare la qualità

Data: 
Mercoledì, 28 March, 2007
Testo: 

Nel momento in cui il governo prova a rimetter mano al tema della riforma delle libere professioni (come già, infruttuosamente, avevano provato a fare i due precedenti), sembra proprio che il lungo tempo trascorso invano non sia neppure servito a chiarire più di tanto le idee su un progetto che costituisca, per una parte rilevante del nostro mercato del lavoro, un effettivo strumento di sviluppo economico e progresso sociale. Di che cosa ha effettivamente bisogno il mercato delle libere professioni per fornire quell’apporto di capitale intellettuale qualificato che costituisce il principale fattore di sviluppo nel terzo millennio? A leggere i progetti di riforma che si sono accumulati in Parlamento – di provenienza bipartisan – sembra ci sia bisogno di una cosa sola: di maggiore liberalizzazione. Vale a dire minori o addirittura inesistenti barriere per l’accesso e minori limitazioni soggettive allo svolgimento delle prestazioni professionali. Il tutto al fine di garantire maggiore concorrenza e favorire l’accesso dei giovani. Pur essendo condivisibili tali finalità, non sembra davvero sia questa la principale esigenza che emerge dall’osservazione della situazione nel nostro Paese e neppure la fotografia della realtà nel nostro comparto professionale. I dottori commercialisti italiani sono infatti cresciuti, negli ultimi vent’anni, di oltre il 200% (da 18.700 del 1985 a 58.500 del 2005), oltre l’82% dei colleghi ha meno di 55 anni e quasi il 44% ne ha meno di 40. Circa 60.000 sono i praticanti. L’Italia ha peraltro circa 140.000 revisori contabili (in larga parte dottori commercialisti e ragionieri): oltre tre volte quelli che esistono nel Regno Unito, in Francia, Germania e Spagna messi assieme; più del resto dell’Europa (che ne conta in tutto circa 85.000). In questo contesto, c’è proprio bisogno di liberalizzare maggiormente una professione come la nostra per garantire più concorrenza e possibilità di accesso? Si vorrebbe forse aumentare ancora di più i soggetti operanti su un mercato che già si presenta sovraddimensionato e con prospettive di ulteriore ampliamento? Smettiamola allora di generalizzare e, se vogliamo liberalizzare, andiamo ad analizzare quelle professioni e quelle prestazioni per le quali la collettività non necessita più – e, fra questi, non ci siamo certamente noi – delle protezioni e delle restrizioni ora esistenti. Altrimenti si fa solo retorica e non l’interesse del Paese che si pretende di rappresentare. Altra retorica si fa, altrettanto gratuitamente, sullo status di lavoratori autonomi e, in particolare, su quello di professionisti. Due immagini sociali a cui si tende ad associare un’identificazione sovente connotata da una sorta di ingiustificato privilegio. Deve ricordarsi allora che circa 10.000 dottori commercialisti (praticamente uno su sei) non raggiungono il fatturato annuo minimo (18.000 euro) per essere soggetti alla contribuzione previdenziale. Non si può fondatamente pensare che buona parte di costoro siano autonomi più per necessità che per scelta? E che soffrano di una precarietà spesso sconosciuta al lavoro dipendente? I professionisti, poi, convivono con la necessità dell’aggiornamento continuo in un sistema di saperi mai consolidato e in continua evoluzione. Noi dottori commercialisti, in particolare, siamo quasi schiavi di una normativa in continuo cambiamento che ci obbliga a un costante quotidiano rapporto con riviste specializzate per essere in grado di fornire la consulenza che il mercato ci richiede. Quale privilegio allora? Forse il paese e i suoi rappresentanti – nel momento in cui tutti riconoscono un ruolo centrale all’innovazione – dovrebbero mostrare maggiore considerazione e rispetto per coloro che convivono con l’innovazione stessa e che pertanto, più di altri, possono dare un contributo significativo alla collettività in questa direzione. Va detto allora con chiarezza che, a parte alcune situazioni particolari tanto conosciute quanto ben identificate, il mondo delle libere professioni vive una situazione che è già stata acutamente definita di cosiddetta “liberalizzazione permanente” nella quale il popolo dei professionisti cresce incessantemente (oggi tocca quasi i due milioni di unità), vive in una situazione di concorrenza e pertanto ben sa come il successo sia oggi indipendente da qualsiasi forma di riconoscimento di esclusive. La reale esigenza quindi, per la stragrande maggioranza dei professionisti e per i loro clienti, non è tanto quella di liberalizzare i servizi professionali (come spesso si sente disinvoltamente affermare) quanto piuttosto quella di assicurarne la qualità richiesta dal mercato. Non credo, in altre parole, che servano a questo Paese più di 140 mila revisori contabili (possibile, tanto per fare un esempio, che in Francia ne basti un decimo, 14 mila?). Credo viceversa si debba assicurare che una funzione tanto importante come la garanzia dell’affidabilità dell’informazione finanziaria sia deputata a soggetti estremamente qualificati, la cui formazione sia testata continuamente e non soltanto una volta, al momento dell’ingresso. E invece di ricercare la qualità cosa propone il disegno di riforma delle professioni? Alla ricerca di una liberalizzazione non necessaria (se non in particolari e identificati contesti), si pensa addirittura di riconoscere libere associazioni (al di fuori del controllo deontologico e formativo degli ordini) con facoltà per i rispettivi aderenti di svolgere sostanzialmente le stesse prestazioni degli iscritti agli ordini stessi. Stesso lavoro, quindi, ma con percorsi formativi – chissà perché – del tutto diversi. Risultato: ancora più inflazione di soggetti presenti sul mercato, ancora meno qualità complessiva delle relative prestazioni professionali. C'è da dubitare che sia questa la strada per ridare la competitività al nostro sistema. Due sono invece, a mio giudizio, i nodi che bisogna affrontare e risolvere: il tema del talento e quello dell’equazione prezzo-valore. Nel primo caso, bisogna domandarsi come si coltivino e si valorizzino i talenti del nostro Paese. Come si restituisca ai giovani la convinzione che valga davvero la pena di investire nel proprio talento come condizione necessaria, ma anche sufficiente, per raggiungere il successo professionale. In un sistema che sappia riconoscere e premiare la qualità della preparazione e del contributo lavorativo. Nel secondo caso, bisogna assicurare che, sempre a fronte di un prezzo richiesto, ci sia la creazione di un effettivo valore per il cliente e per la collettività. E che, per converso, siano eliminati quei costi laddove da questi non derivi, per l’utenza, una reale creazione di valore. Questi sono dunque i temi che bisogna urgentemente affrontare.

Autore: 
CLAUDIO SICILIOTTI Consigliere nazionale dottori commercialisti
Fonte: 
MESSAGGERO VENETO - Udine
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Commenti

Ecco un bell'esempio di intervento corporativo. La qualità la fa il mercato!

Condivido in pieno quello che dici Tiziano aggiungendo che i miei amici imprenditori continuano, piuttosto incessantemente, a battere il tasto sulla riduzione del carico fiscale, e non di mezzo punto, ma, come minimo, di 15-20 punti altrimenti, in tutti i settori economici, commercialisti inclusi, la nostra competitività sul mercato globale sarà pari a zero, con tutte le conseguenze che questo può comportare nella vita di tutti i giorni del comune cittadino.

Il costo del lavoro deve diminuire, non c'e' dubbio, ma occorrono risorse che al momento non sono presenti. In assenza di manovre espansive strutturali (non sostenute dal debito, tanto per capirci) devi ricordare ai tuoi amici imprenditori quel che ogni fautore del liberismo deve tenere a mente: devono SPECIALIZZARSI. Perche' i benefici maggiori del libero mercato si sostanziano con la specializzazione in settori che offrono maggiore produttivita' e possibilita'.
Il ragionamento "abbassatemi le tasse cosi' sono piu' competitivo" suona molto "aiutatemi perche' nel mio settore perdo competitivita'". Brutali semplificazioni a parte, da un lato e' vero che lo Stato deve garantire condizioni ottimali, dall'altro sono gli imprendotori che non devono perdere l'istinto animale del capitalista. Minori tasse non bastano! Se prima producevi magliette bianche ad un costo di 10 euro, non potrai mai sperare di reggere alla concorrenza dei cinesi che per 10 euro te ne danno 10. Stampaci sopra due belle ciliegine e avrai quel che ho appena definito specializzazione. E non e' un esempio inventato, questo genere di magliette esistono veramente e il Signor Ciliegia ha fatto una fortuna.

Molte altri aspetti meriterebbero un cenno, ad ogni modo pero', mi preme ribadire la necessita' che anche loro abbiano coscienza della necesssita' di sapersi reinventare e adattare ad un mercato fluido e tutt'altro che pacifico.
Questo e' il liberalismo. Non e' una panacea, ma l'unica ricetta fin'ora sperimentata che garantisce il miglior tasso di soddisfazione possibile.

Francesco

Evidentemente non sei imprenditore ne, presumo, hai il benchè minimo contatto con questo mondo perchè altrimenti, con ogni probabilità, non parleresti in questa maniera anche perchè hai voglia a specializzarti, cosa in se giusta e sacrosanta, ma se il carico fiscale è troppo elevato e le aziende se ne vanno, per sopravvivere, in Austria o Romania, tanto per fare un esempio, uno si può specializzare finche vuole ma lavoro, se non al massimo come operaio, mai lo troverà, punto.
E poi, certo, sul costo del lavoro confrontarsi con la Cina è pressochè impossibile e quindi la specializzazione, in questo caso, è assai utile ma la competitività italiana bisogna basarla soprattutto nei confronti di altri Stati, Paesi dell'Est in testa e solo dopo, semmai, con il carico fiscale competitivo con le altre nazioni, si può, anzi si deve partire con una adeguata campagna di specializzazione, ma dopo, non prima.
Ed anche il discorso di Capezzone riguardo il suo progetto, di per se ottimo, "Sette giorni per un impresa" diventa lettera morta, se non peggio, se non coniugato ad una forte riduzione, 10-15 % del carico fiscale come minimo che, secondo più di qualche economista d'oltreceano, può essere un ottimo volano anche per stimolare nel trovare le risorse che ora mancano, in pratica, "Riduci le tasse in modo consistente mandando in pensione il neo-nazista, per gli imprenditori e le aziende, Visco, e le risorse le trovi, eccome se le trovi!" Reagan e Thatcher docet che sono, almeno per me, maestri veri, anche se un po troppo moderati per i miei gusti, di un liberalismo serio.
PS. Io gli amici imprenditori li ho sul serio, mica per finta, solo che, come molti italiani in questo momento, sono piuttosto allergici ad impegnarsi in un progetto politico forse, dico forse, uno verrebbe pure ma, vi avviso, le sue idee ultra-liberiste, che per altro condivido in pieno, potrebbero far inorridire, e sono gentile, più di qualcuno dei nostri, avvisati!

In famiglia vivo fra imprenditori. Detto questo, il fatto di averli vicini garantisce che l'analisi sia solo piu' sensibile, ma non certo piu' obbiettiva. Per ridurre di dieci, quindici punti percentuali il costo del lavoro, lo Stato puo' solamente agire su tasse e imposte. L'altra parte dei costi, i fattori capitale e lavoro, sono determinati dal mercato. Cio' premesso, operare in tal senso vorrebbe dire rovesciare come un guanto tutto l'apparato-organizzazione statale. Ma questo e' un'altro discorso, o meglio, divaghiamo da quel che volevo sottolineare nel precedente post e che mi pare abbia causato un certo fastidio. Per altro piu' che legittimo, se non fosse che avevo cautamente premesso l'omissione di una serie di importanti questioni da te ora sollevate. In sostanza, mi interessava sottolineare la necessita' di una presa di coscienza, da parte di tutti, dell'esistenza di una responsabilita' diffusa e dialogica alla base degli scarsi risultati del nostro comparto produttivo. Insomma, gravi responsabilita' le ha lo Stato (lo Stato e' fatto di persone e interessi), ma anche il mondo imprenditoriale. Detto questo, non volevo fare un processo e tanto meno mi interessava attribuire gradi di responsabilita', ma SOLO ed ESCLUSIVAMENTE segnalare l'esigenza, per altro molto costruttiva, di una certa dose di criticismo ambivalente. Mi sembra pero' abbastanza ovvio.

Francesco

Evidentemente, lo ribadisco con ancora più forza, i tuoi genitori ti hanno trasmesso poco o nulla dalla loro vicinanza ma, tralasciando le questioni familiari, io dico che è chiaro che una riduzione delle tasse, anche se basilare, da sola non basta, è evidente, ci vogliono altri provvedimenti strutturali a sostegno di tutto ciò e le idee di Capezzone e i suoi Volonterosi, in questo senso sono, se associate, lo ribadisco, ad una forte diminuzione del peso fiscale, l'inizio di una strada che non può che essere positiva per il nostro Paese, quello che mi chiedo, semmai, e se sarà Prodi a gestire tutto questo, io, in tutta franchezza, ne dubito fortemente.
E poi, che anche gli imprenditori abbiano le loro colpe questo nessuno lo nega ma se lo Stato non ci mette del suo, riduzione del fisco e provvedimenti strutturali di sostegno docet, gli imprenditori, almeno quelli che conosco, non sono più assolutamente disposti a fare le pentole e pure i coperchi ed io, ad essere sincero, non posso di certo dare loro torto e poi, e questo è un mio personale parere senza alcuna influenza esterna, secondo me un vero, profondo, rinnovamento economico non potrà avvenire se non di fronte ad un vero e proprio scontro sociale modello Thatcher - Scargill, capo dei minatori inglesi, forse sarò "leggermente" pessimista ma io la penso così.
PS. La mia non era irritazione ma, molto semplicemente, era la netta sensazione che tu sostenessi la politica fiscale di Vincenzo Adolfo Visco e questo, per un liberale e liberista alla Reagan come il sottoscritto, non è molto sostenibile sempre pur, sia ben chiaro, nel pieno rispetto delle opinioni di ognuno di noi.
PS. Oggi ho fatto leggere le tue risposte sul forum ad un paio di miei amici imprenditori miei coetanei e la loro reazione, ti assicuro, non è stata delle migliori, e sono gentile.
PS. Un consiglio, di persona sei una persona assolutamente simpatica, preparata e piacevole, sul web, invece, fai trasparire tutto il tuo background universitario che, a volte, non appare troppo simpatico ai più e quindi io, per cercare di aiutarti a migliorare tutto questo, ti chiedo, molto sommessamente, di parlare, anzi scrivere, più semplice, meno ricercato, sempre che tu possa o voglia, sia ben chiaro.
Daniele

Accetto di buon grado i tuoi suggerimenti, mi sento pero' in dovere di segnalare la mia NON appartenenza, totale o parziale, alle tesi di Visco, come a quelle di Reagan o della Tatcher. Non amo sposare dottrine e categorie interpretative univoche... credo anche per ovvie ragioni. Ogni modello ha i suoi perche', la cui giustezza o erroneita' e' da determinarsi solo ed esclusivamente in riferimento a determinati interessi e contestualita'.
Premesso questo, non mi stupisco che i tuoi amici imprenditori non abbiano gradito la mia considerazione, anzi, non me la sarei nemmeno aspettato!! Ma cio' non mi preoccupa, poiche' conosco e comprendo le loro istanze nella giustezza dei particolari interessi che esprimono. Con cio' lungi da me criticare l'immenso beneficio che il loro contributo fornisce all'intera societa'.
Mettila cosi', mi stimola - e lo trovo pure utile - pormi come avvocato del diavolo per evitare di pregiudicare la buona dose di criticismo che considero fondamentale.

LA cura Visco? Per giudicarla contestualmente alla crescita non si puo' che attendere un suo sviluppo di LUNGO PERIODO. Ora come ora si possono fare previsioni, ma non sono cosi' preparato da poter cimentarmi in dato campo. E' certo che le tasse frenano la domanda e la competitivita' produttiva (e cio certamente nn fa contenti gli imprenditori - non ci vuole un genio), ma e' anche vero che aiutano ad aumentare lo stock di capitale e abbattere il costo del debito. Pro e contro, pro e contro. Un contro chi mi salta al naso e' la manovra sul TFR che non mi ha convinto tanto, anzi, per niente! poiche' alleggerisce (se non addirittura elide) i buoni effetti predetti.
Mille altre considerazioni possono essere prodotte.
Sono, ahime', una persona fiduciosa di mio. E mi auguro abbiano fondato le loro scelte su modelli che per quanto impopolari, possano dimostrarsi fruttosi. AL proposito sono a tratti scettico. Tuttavia solo il tempo - e per un certo qual modo, il voto elettorale - lo potra' sanzionare.

Francesco

Visco=Epifani=Sindacato=Associazione a delinquere, De Lucia docet ed io, per la cronaca, sposo integralmente questa idea auspicando, poi, perche la nostra economia cresca in modo maturo l'assoluta urgenza di uno scontro sociale modello Thatcher - Scargill, capo dei minatori gallesi, ora più che mai questa cosa è necessaria, per il bene di tutti noi.
E poi io aggiungo che se si aspetta che la cura Visco faccia effetto le aziende, come dalle mie parti sta già avvenendo, fanno prima a chiudere così come i bar e i locali pubblici che non fanno tre scontrini, evidentemente qua c'è qualche amico che vive in un altra dimensione che non fa parte della vita di tutti i giorni, vabbè, peccato che la cosa di liberale, Adolfo Visco docet, abbia poco o nulla, mah....
E poi, parliamoci chiaro, Azienda che chiude= Disoccupazione che cresce e quindi, per evitare che questa sciagura sociale accada bisogna agire sulla prima in modo che questa non chiuda, semplice no? Mica come fa Visco che, rimpiangendo i Soviet di antica memoria, auspica la chiusura di dette aziende sperando, in ogni caso, che alle Amministrative gli elettori diano al governo guidato dall'asse Prodi - Epifani, un utilissima sberla.
PS. Io, qualche giorno fa, ho vissuto, integralmente un intera giornata di lavoro in una fabbrica di un mio amico, e quindi, certi concetti che già avevo, stando la, li ho, vivendoli in prima persona, rafforzati considerevolmente, tutto qua.
Daniele

Non sono imprenditore. E la metto giù semplice.
Un abbassamento del 10-15% delle tasse a che fa impresa non mi sembra nè equo, nè risolutivo.
Equo non è perché non vedo perchè dovrei essere io tassato di più rispetto ad un imprenditore.
Risolutivo non è perché il problema è strutturale e le tasse sono solo uno degli aspetti della questione. Che è anche una questione sociale. Molte imprese beneficiano di contributi, crediti, agevelazioni, possibilità di "nero", che alle altre categorie di lavoratori non sono concesse. Questo ha origini antiche, mi viene in mente il libro Ernesto Rossi "I padroni del vapore". Il rilancio dell'economia e dell'impresa passano attraverso la "scorporativizzazione" dell'Italia e la creazione di un mercato veramente libero e competitivo. Non si può volere la moglie ubriaca e la botte piena.

PS: Visco vuol solo far ripettare le norme, e ciò mi sembra molto radicale (tema della legalità). Capezzone vorrebbe riformare nel senso scritto sopra e ciò mi sembra moltissimo radicale.

Io, la riduzione delle tasse del 15/20%, la voglio mica solo per le imprese, troppo comodo fare così, la riduzione deve essere uguale per tutti quanti, me e te compresi.
E poi, anche se fosse solo per le imprese io dico che se in questo modo riesco a far rendere competitive le nostre aziende all'estero, creando, in questa maniera, maggiori redditi con relativa maggiore occupazione, dopo, ottenuto questo, in ogni caso, il tema dell'equita mi sembra un argomento oltemodo specioso da, come dicono i miei amici imprenditori e non io, universitari senza essersi mai sporcati le mani con la realtà lavorativa quotidiana.
Certo che, poi, che trovo oltremodo singolare sostenere liberale la tesi di Adolf Visco che per ogni tre scontrini non emessi si deve chiudere un locale pubblico, non bastava, dico io, rendere tutto scaricabile come in altri Paesi d'Europa creando il cosiddetto "conflitto d'interesse tra esercente e consumatore"? Troppo difficile, caro Tiziano, questo semplicissimo provvedimento per uno della scuola politica di Adolf Visco, altro che liberale!
Certo, ribadisco, ridurre le tasse non basta, ci mancherebbe, ci vogliono, a sostegno di questo, provvedimenti strutturali ad hoc, tipo quelli sostenuti da Capezzone coi suoi Volonterosi e, possibilmente, intervenendo massicciamente sul sistema bancario che alla fine di ogni mese vessa un normalissima piccola azienda friulana in una maniera, credimi, insostenibile.
E poi, per ultima cosa, ti inviterei a fare una scelta chiara tra Adolf Visco e Capezzone perchè, sai, tra un nostalgico dei Soviet, il primo, e un ultraliberale alla Reagan, grande uomo, come il secondo una sia pur "piccola" "modestissima" differenza c'è, parere mio.
PS. Ieri sera, che tra l'altro coincideva con il mio compleanno, ho fatto un altra full-immersion con i miei amici imprenditori il risultato, in piccolissima parte, lo stai leggendo adesso.
PS. Non hai mai pensato che un piccolo imprenditore, per mantenere la sua famiglia, e oberato dalle troppe tasse, sia Costretto a lavorare in nero? Io, ieri, ho saputo che in zona ci sono un paio di casi come questi assai emblematici.
Daniele

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