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I colpi bipartisan della razza predona

Data: 
Lunedì, 15 October, 2007
Testo: 

Anticipazioni Dieci anni di scalate e scorribande. Il libro di Biondani, Gerevini e Malagutti racconta tutto. Con tanti documenti inediti
Dall' Antonveneta a Unipol. Con Berlusconi che chiama Fiorani. I contatti tra centrosinistra e Ricucci

Quando Silvio Berlusconi, da presidente del Consiglio, chiamava un Gianpiero Fiorani in piena preparazione della scalata Antonveneta e però no, «assolutamente non lo disturbi in consiglio, il Presidente richiamerà domattina». Quando Giulio Tremonti, nell' intervallo passato da ex ministro dell' Economia e prima di riprendere il posto temporaneamente passato a Domenico Siniscalco, si proponeva a quello stesso banchiere (o almeno il banchiere così più di una volta dice), come superconsulente per quella stessa scalata. Quando Angelo Rovati, al fianco di un Romano Prodi che la ruota politica non aveva ancora riportato a Palazzo Chigi, a proposito di uno dei soci del bipartisan raiders club (primus inter pares ancora Fiorani) all' inizio nega: «Ma no, ma perché mai uno come Prodi dovrebbe parlare con Stefano Ricucci? Era lui a cercarlo». E però ora si scopre che sì, per carità, anche in quel giugno 2005 era Ricucci che aveva bisogno di Prodi e non il contrario, ma sia pure anche soltanto per sfinimento a un certo punto è «Angelo» a chiamare «Stefano» e a passargli «il Professore». Gli fa solo gli auguri per il matrimonio. Non risulta si siano, in seguito, visti come chiedeva Ricucci. Ma sono i giorni caldi della scalata al Corriere della Sera. E se Rovati, che all' ex odontotecnico dà del «tu» e si presenta come «Fiscione» (trascrizione fonetica della telefonata), si preoccupa di «evitare che questi incontri vengano strumentalizzati», sul fronte opposto c' è chi evidentemente si sente molto, molto più sicuro. Romano Comincioli, senatore forzista, con Ricucci fa tranquillamente il punto sulla scalata. E nella chiamata, una delle tante fin qui inedite, torna continuamente un «lui» - «Adesso fammelo sentire, fammi sentire i suoi programmi, dai, dopo ci risentiamo» - che assomiglia terribilmente a quello che in un' altra telefonata ancora (Emilio «Chicco» Gnutti a Fiorani, citando Ennio Doris, ma questa volta l' oggetto spazia da Antonveneta a Telecom) viene definito «l' amico supremo». Berlusconi. Il premier allora in carica. Sono solo alcuni flash d' assaggio. Solo qualche fotogramma. Fin qui però non ancora mostrato, non ancora raccontato. Come buona parte del film di cui fanno parte. I dieci e passa anni delle scalate in Italia, da Telecom a Bnl e Antonveneta e Rcs, passando per i crac Cirio e Parmalat, i giornali li hanno seguiti giorno per giorno. Gli scandali li hanno denunciati e spesso anticipati. Ma è difficile, con la cronaca, seguire il filo della ragnatela, non perdersi nei vari rivoli, ricomporre le tessere di puzzle che sembrano diversi e invece (sorpresa?) si rivelano un unico, gigantesco, distruttivo patchwork. Capitalismo di rapina, l' hanno chiamato tre giornalisti - Paolo Biondani e Mario Gerevini del Corriere della Sera, Vittorio Malagutti dell' Espresso - che la trama prima l' hanno quotidianamente seguita (e denunciata con molti scoop). Poi, dopo aver continuato a scavare, a raccogliere documenti, a intrecciare prove e testimonianze e interrogatori, di quella ragnatela hanno tirato i fili. Se c' era una volta la «razza padrona», loro oggi raccontano la «razza predona» dell' economia italiana: come da sottotitolo del libro, disponibile da venerdì scorso, pubblicato da ChiareLettere (e qualcuno può vedere una sorta di nemesi nel fatto che l' editore, Lorenzo Fazio, abbia casualmente lo stesso cognome di uno dei più grandi eroi negativi di tutta questa storia). Non hanno bisogno di «sparare», Biondani-Gerevini-Malagutti: lo fanno, in Capitalismo di rapina, non le opinioni o le interpretazioni ma i fatti, i bilanci messi a confronto e, soprattutto, la rivelazione di documenti processuali, di lettere di ispettori Bankitalia (cadute nel vuoto per mesi o anni, come alcune richieste di intervento alla Consob), delle telefonate intercettate, addirittura delle agende segrete dei protagonisti (come quella di Fiorani, tenuta dal segretario Rosario Mondani). Non usano mai la parola «furbetti»: espressione di moda, fortunatissima, ma gli autori stanno alla larga da tutto ciò che sa, ormai, di scontato o di luogo comune. Non ricorrono nemmeno (anche se lo fa l' editore nel risvolto di copertina) a un' altra parola-chiave, «casta»: ma, di nuovo, per non cavalcare mode, perché poi in realtà quel che esce dal libro sono proprio il ritratto e il meccanismo di una casta. La più perversa, forse, sicuramente la meno evidente tra quelle che hanno messo «le mani nelle tasche degli italiani» - letteralmente derubando centinaia di migliaia di piccoli risparmiatori, azionisti, correntisti - e nella reputazione del Paese. Arriva qui un altro dei meriti di Capitalismo di rapina: non è un libro per addetti ai lavori. O meglio. Lo è, perché anche chi ha seguito o sa alla virgola storia e storie degli ultimi dieci anni, troverà fatti e documenti totalmente inediti. Ma non c' è bisogno di conoscere gli ingranaggi della finanza, per capire l' intreccio. Il racconto porta in modo facile, passo per passo, anche dentro i procedimenti più complicati. E si snoda come un romanzo. Solo che romanzo non è. Il bipartisan raiders club è (è stato? La scure della prescrizione e il gioco dei patteggiamenti incombono) tutto vero. Vero che una neolaureata stagista alla Popolare lodigiana si accorge, nel 2003, che le grandi malefatte scoperte intorno alla Bipop erano nulla in confronto ed esploderanno «presto con maggior virulenza alla Lodi», ma che Bankitalia e Consob non «vedranno» per lungo tempo di nulla e anzi addirittura (Antonio Fazio da via Nazionale) copriranno e incoraggeranno. Vero che un Governatore ingaggia consulenti esterni per smentire i suoi stessi ispettori. Vero che Fiorani «dà ordini» alla Lega, vero che molti parlamentari (soprattutto dell' allora maggioranza) tifano Lodi e hanno conti alla Lodi, vero che il deputato Ugo Tarolli organizza e paga i conti di un weekend in Trentino per Fazio, Fiorani e famiglie. Vero che il club è bipartisan. E non solo per la parallela scalata dell' Unipol di Giovanni Consorte alla Bnl, per il presunto coinvolgimento (nelle indagini in corso oggi), di Massimo D' Alema e Piero Fassino, per il link che lega Fiorani-Gnutti-Consorte. Se si va un po' più in là, al take-over dei «capitani coraggiosi» di Padania su Telecom, si scopre che al triangolo dei ben informati Brescia-Mantova-Lodi si affianca un «lato ligure». E sarà certamente solo un caso, scrivono Biondani, Gerevini, Malagutti, ma certo è bizzarro e per qualcuno quantomeno imbarazzante il ruolo di Franco Lazzarini: capofila del «gruppo dei genovesi» che appare per scomparire subito dopo la cessione di Telecom a Marco Tronchetti Provera, oggi torna in cronaca perché è lui l' amico da cui Claudio Burlando si è rifugiato dopo la separazione dalla moglie. E di lui (e d' altri del gruppo), a Genova parlano da sempre come del «dalemiano». Imbarazzante, appunto. Un imbarazzo che nessuno ha provato però a Brescia, e a Mantova, e a Lodi, e ancora a Genova, e a Bologna, quando Claudio Zulli, il commercialista di Gnutti collegato professionalmente allo studio Tremonti, usa lo scudo fiscale introdotto dallo stesso ex superministro dell' Economia per far rientrare in Italia (tra l' altro) le «commissioni» pagate «dal Chicco» a Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti (con un bluff sulle date, secondo l' accusa, che porta a un' indagine per riciclaggio e frode ai danni dello Stato). Un imbarazzo, alla fine, che dovrebbe essere di tutti. Qualcuno del giro, qua e là, qualche settimana o qualche mese di carcere li ha fatti. Ma, conclude il libro, tra prescrizioni e patteggiamenti l' intera band sarà probabilmente libera di godersi tesori e tesoretti mai recuperati. Aronne Orticolo e Pietro Di Giovanni, finanzieri, Vincenzo Morgera, carabiniere, Maurizio Rosa, vigile urbano, insieme ai magistrati dei quali sono l' ombra avranno così lavorato (e continueranno a farlo) giorno e notte, per anni, incuranti dei «tetti» agli straordinari, per senso dello Stato e della dignità (a 1.500-1.800 euro al mese), ma alla fine inutilmente: senza questo libro, nessuno a loro avrebbe nemmeno detto «grazie».

Autore: 
Polato Raffaella
Fonte: 
CORRIERECONOMIA
Stampa e regime: 
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