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Se anche il Pd si affida al «listone»

Data: 
Giovedì, 26 June, 2008
Testo: 

Caro Direttore, ad ogni cittadino (quali che siano le sue preferenze politiche) non può non interessare la qualità generale della democrazia. E in un sistema avviato ad un bipolarismo semplificato, la qualità della politica, dipende in modo fondamentale dalla democrazia interna ai partiti. Soprattutto a quelli a «vocazione maggioritaria».

La democrazia nei partiti è il classico argomento da tutti invocato, ma assai poco praticato; E stato un cavallo di battaglia del centro-sinistra, nella polemica antiberlusconiana, quando si denunziava (giustamente) la scarsa democrazia interna nel partito del Premier. Si è ripresentato nell’Assemblea del Pd della scorsa settimana.

II problema non è nuovo. Fu segnalato in assemblea costituente da Costantino Mortati (uno dei nostri più importanti padri costituenti e costituzionalista) e da Aldo Moro. Mortati presentò un emendamento all’art. 49 della Costituzione perché fosse sancito espressamente il metodo democratico anche dentro ai partiti; l’emendamento fu bocciato con l’argomento che ciò avrebbe significato troppo controllo sulla loro vita interna. Si può dire che, simbolicamente, iniziò tutto lì.

Fu quel giorno che si affermò l’idea che i partiti fossero sottratti alla legalità generale. Che per essi, e per i propri protagonisti, valesse una legalità (?) interna e speciale. Tale svolta fu consacrata nell’affermazione (molto giacobina) del primato della politica sulle regole. Fu quel giorno che la gerarchia di poteri prevista dalla Costituzione (prima il popolo e poi i partiti, strumenti a servizio del primo) venne capovolta.

Così cominciarono le degenerazioni nella gestione interna alle segreterie, i finti tesseramenti (ricordate lo scandalo nella Margherita lo scorso anno?), si affermò la cooptazione (se non conta la democrazia interna, tanto vale ingraziarsi i vertici e farsi scegliere dall’alto) e la lottizzazione consociativa (se i sovrani sono i partiti, basta seguire la logica della spartizione e sarà dato a ciascuno il suo).

È lì che si radicò l’idea che non è bene che siano i cittadini a scegliere i governi, i presidenti, le maggioranze. Che iniziò la sclerosi delle classi dirigenti, l’assenza di ricambio, la trasformazione dei leader in notabili e dei gruppi dirigenti in nomenclature. Fu quel giorno che il modello di partito liberai-democratico (aperto al ricambio, trasparente alla responsabilità, contendibile ai concorrenti) fu sconfitto e si affermò il modello leninista, il modello del cosiddetto centralismo democratico, della democrazia calata dall’alto (lo disse Amato qualche anno fa subendo la critica di tutto l’arco costituzionale e non). - Con il centralismo democratico (e le altre versioni politiche dell’identico modello), quanto deciso dal partito è «democratico per definizione». Votare, contarsi, misurare il numero legale, sono formalismi da democrazia formalistica.

Un paradigma culturale che non può assolutamente sopravvivere in una democrazia avanzata. Mentre sembra proprio che ciò sia accaduto nel caso dell’elezione della Direzione Nazionale del Pd (l’organo di «indirizzo politico» secondo lo statuto) in occasione dell’Assemblea nazionale.

Preoccupa, infatti, proprio per la qualità generale della nostra democrazia, una elezione fatta con un metodo elettorale sfoderato all’ultimo minuto, senza che nessuno l’avesse approvato. Un sistema consistente, tecnicamente, più che in un’elezione, in un «plebiscito». L’assemblea ha infatti votato un listone preconfezionato dalla dirigenza, con l’accordo delle varie componenti e la cui votazione è stata a scrutinio palese (cioè nel modo in cui meno è garantita la libertà dei votanti).

Certo, ai dissenzienti era data un’alternativa: chi avesse voluto, avrebbe potuto raccogliere un numero di firme pari al 1o% dei componenti dell’intera assemblea. Una cifra enorme. Come se per le elezioni politiche chi si vuol presentare dovesse trovare 4 milioni e mezzo di sottoscrittori! Tanto più che all’assemblea partecipavano così pochi delegati che chiunque avesse voluto presentare una lista avrebbe dovuto raccogliere la maggioranza dei presenti.

Cavilli, si dirà. E certo nessuno vorrà insistere sulle somiglianze tra questo sistema di elezione e la legge elettorale voluta da Mussolini nel 1928. Anche lì (come ricorda De Felice in Mussolini il fascista, 324) si votava. una sola lista, preparata dal Gran Consiglio del Fascismo sulla base delle indicazioni delle varie categorie sociali e professionali. Anche lì i cittadini dovevano votare in modo palese. Anche lì si garantiva il diritto dei dissenzienti. Chi avesse voluto presentare liste alternative, avrebbe prima dovuto raccogliere una maggioranza per bocciare il listone fascista così da ottenere nuove elezioni, cui stavolta sarebbero state ammesse più liste.

Ma il problema non è questo. Il problema è che la «democrazia» calata dall’alto, il plebiscito, concordato tra i notabili è una variante della cooptazione. E stimola una militanza subalterna e compiacente verso la dirigenza, non l’attitudine ad incalzarla in una competizione netta e virtuosa.

Sembrano lontani i tempi delle primarie e i tanti cittadini che vi parteciparono si potrebbero oggi domandare: «Era partito "democratico"... ma come intende arrivare?».

Autore: 
Giovanni Guzzetta
Fonte: 
CORRIERE DELLA SERA
Stampa e regime: 
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