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PDL, PD E SPINTE TERRITORIALI

Testo: 

LA DEBOLEZZA DEI NUOVI PARTITI

Questa, poi... Nel bricolage di una politica fai-da-te che ha già sfornato millanta partiti si fa largo il bisogno di metterne in campo un altro: quello territoriale. Bisogno reale, una volta tanto; come dimostra il suo input trasversale agli schieramenti, da sinistra a destra. E con un Nord-Est ancora una volta in prima fila tra chi l’ha già felicemente realizzato (Dellai) e chi rompe i piatti (e non solo quelli) in casa propria per farlo (Cacciari e Galan). Ma come? Federato, confederato, nordista, regionale, stile Csu, modello Catalogna e via elencando? Come sempre in Italia, la discussione si attarda sul contenitore anziché sui contenuti e così si polverizza in sterili polemiche, dalle quali trae vantaggio l’atavico centralismo dei partiti esistenti. Il vero nodo sta in realtà in un apparente paradosso della sfibrante transizione in atto dalla defunta prima repubblica a un’ancora indistinta seconda: i due nuovi partiti appena messi in campo, frutto per la prima volta di una semplificazione del sistema, soffrono entrambi di un’evidente debolezza. A sinistra, il Pd è la sommatoria di due schieramenti pervicacemente centralisti fino all’ultimo, Ds e Margherita; nei posti di comando rimangono arroccati i vecchi volti con le loro vetuste logiche; nel frattempo, l’unico aggancio con il territorio riguarda gli intrallazzi d’affari e gli scazzi personali che si rincorrono dall’Emilia alla Toscana, dal Lazio all’Abruzzo, dalla Campania alla Sardegna, con la bomba a orologeria di una questione morale che da un momento all’altro rischia di provocare un macello. A destra, solo la forza della Lega consente al Pdl di mascherare la sua condizione di anatra zoppa in quel Nord che si è rivelato determinante per la sua vittoria e non a caso tra i due partner volano i piatti.
La fusione tra Forza Italia e An, per ora, ha fatto perdere consensi anziché guadagnarne e in alcuni casi il socio più debole ne ha fatto pesantemente le spese (vedi l’assenza totale di esponenti di An nel nuovo consiglio provinciale di Trento). Quanto al Sud, è ancora la clientela a fare la differenza.
Sui due versanti, Cacciari (in buona compagnia) e Galan (pressoché da solo) hanno colto le rispettive debolezze, indicando nel partito territoriale il rimedio. In realtà, come sottolinea giustamente Gian Enrico Rusconi, un partito del genere presuppone l’esistenza di uno Stato federale: come in Germania, dove gli schieramenti locali hanno piena e vera autonomia in tutto, alleanze comprese (non solo nel caso Cdu-Csu, ma pure nella centralista Spd). Nell’ipercentralista Italia, il citatissimo Trentino è un’isola non esportabile e soprattutto è frutto di un lavoro ultradecennale avviato nel 1998 e di un leader vero come Dellai: il quale non a caso ha vinto, anzi stravinto, cinque elezioni (due comunali, tre provinciali) contro avversari di ogni tipo, compresi quelli interni. Se una lezione si può trarre dal voto di Trento è semmai quella che né il Pd né il Pdl oggi sono autosufficienti: per vincere servono alleanze solide. Berlusconi ha scelto la Lega e si illude a sinistra chi pensa di sfilargliela: il patto è solido e comunque quanto durerebbe un asse Pd-Carroccio al test delle scelte in tema di immigrazione e sicurezza? Un’alternativa in realtà c’è: la rete di liste territoriali che nei giorni scorsi si è saldata nell’intesa di Libertà civica sottoscritta dai movimenti veneti, friulani, lombardi e liguri, con adesioni annunciate da Piemonte, Emilia e dallo stesso Trentino e con un patto federativo che fa perno su capisaldi come etica, efficienza, merito e trasparenza. Temi su cui il centro-sinistra paga pesantemente dazio al Nord ormai dal 1994 e ai quali è sensibile un elettorato potenziale che Luca Ricolfi valuta tra il 10 e il 20%: interessato non solo a meno tasse e migliori servizi, ma anche a più equità e responsabilità individuale e insofferente dell’invadenza dei partiti nelle istituzioni, livelli locali compresi. Senza trovare nel Pd attuale risposte convincenti, anzi senza trovarle del tutto, perché i suoi dirigenti sono assorbiti da estenuanti dibattiti su inutili cretinate abissalmente lontane dalla vita reale: ultima della serie, a quale gruppo iscriversi nel Parlamento europeo... Elettori moderati, che non digeriscono né il berlusconismo né il leghismo; ma neppure i Veltroni romani e i troppi veltrini di periferia. Lasciarli orfani, perché?

Data: 
Domenica, 7 December, 2008
Autore: 
FRANCESCO JORI
Fonte: 
MESSAGGERO VENETO
Stampa e regime: 
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