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Le mille conversioni dell'ex mangiapreti

Data: 
Mercoledì, 28 October, 2009
Testo: 

Si potrebbe citare Mao. «Solo i morti e gli stolti non cambiano mai idea», diceva il Grande Timoniere. E siccome Francesco Rutelli non è stupido e gode pure di buona salute, ecco che la sua svolta è spiegata. Del resto, per Samuel Beckett «le idee si assomigliano in modo incredibile» e per Seneca «le idee migliori sono proprietà di tutti».
Quindi, che c’è di strano se il fondatore del Pd lascia la sua creatura? Perché meravigliarsi se l’ex radicale mangiapreti, diventato sindaco di Roma e nel 2001 fiero avversario di Silvio Berlusconi, ora navighi verso una cattolica neo-Dc? Perché stupirsi se lo «Zelig di Montecitorio» - la definizione è di Paolo Bonaiuti - si stia preparando all’ennesima mutazione genetica? E del resto le tre parole definitive, «me ne vado», ancora non le ha pronunciate.
Certo, sullo strappo non sembrano esserci dubbi. «Occorre iniziare un percorso diverso, con persone diverse. Davanti a noi c’è un altro tragitto». Sì, ma per andare dove? Verso un terzo polo intermedio, un grande centro che ricicli la politica dei due forni? O per cercare di agganciare l’Udc, lanciandogli una testa di ponte? O magari il progetto Rutelli ha un arco temporale più ampio, da realizzarsi tra qualche anno, dopo un’eventuale scomposizione degli attuali due poli? Vuole riesumare la Balena Bianca? Flirtare con Montezemolo, Pezzotta e Casini?
Si vedrà. Intanto, come già lungamente previsto e preannunciato, si smarca dal nuovo Pd di Pierluigi Bersani. Si smarca ma non lo attacca. Anzi, dal nuovo segretario del centrosinistra, dice, «mi aspetto sorprese positive». Guai bruciarsi i ponti alle spalle: la via delle alleanze non si sa mai dove passerà.
E mentre in Transatlantico è partita la conta delle truppe che seguiranno Franciasco nella sua nuova avventura, è ormai impossibile contare le sue svolte e giravolte. Trent’anni di vita politica, trent’anni di cambiamenti piccoli piccoli, talvolta quasi inavvertibili, ma sempre costanti, senza però mai dare l’impressione di una contraddizione totale. Il personaggio è da sempre in movimento. Studiava dai gesuiti, finì in un liceo statale. Era l’allievo prediletto di Marco Pannella. Una stagione da uomo-sandwich, di polemiche aspre con il Vaticano, di battaglie per i diritti civili: nell’81 finì in galera a Latina durante una manifestazione antimilitarista per l’obiezione di coscienza e qualche mese dopo, in sciopero della fame, consumò un cappuccino mentre gli altri commensali di Pertini al Quirinale gozzovigliavano al pranzo in onore di re Juan Carlos.
Poi, piccola svoltina, diventò verde. Con quella casacca fu nominato responsabile dell’Ambiente del governo Ciampi: il ministro più giovane ma anche il più effimero, visto che si dimise appena 24 ore più tardi, per protesta contro il voto della Camera a favore di Craxi in piena bufera Tangentopoli. Ecco, anche i suoi altalenanti rapporti con il Garofano sono degni di nota: vicino a Bettino all’inizio, giustizialista poi durante la caduta del Cinghialone. In chiaro e scuro pure le relazioni con il Bottegone: prendeva schiaffi dal Pci di Berlinguer (lui metaforici, Pannella veri), Occhetto invece lo sospinse in Campidoglio.
E lì, da quello studio con vista sui Fori, riuscì a fare il salto di qualità e a diventare un leader nazionale. Come sindaco, gli vengono attribuite diverse realizzazioni, dall’Auditorium di Renzo Piano allo spostamento dei campi nomadi e alcune prese di posizione controcorrente, come dedicare alcune strade ai morti di destra. E l’avvicinamento al Vaticano, culminato con le nozze religiose con Barbara Palombelli, celebrate dal cardinale Achille Silvestrini 13 anni dopo quelle laicamente registrate in Comune. E poi, la grande idea, l’invenzione della lista civica, la traversale Lista Beautiful che lo ha fatto ribattezzare Piacione e che soprattutto gli ha fatto da formidabile trampolino. Dall’embrione del partito dei sindaci - le centopadelle su cui Giuliano Amato ironizzava - alla Margherita, la bambina concepita con Romano Prodi e i Popolari e cresciuta parecchio sotto la sua segreteria, fino alla confluenza con i Ds nel Pd. Rutelli nel frattempo ha avuto la sua grande chance, guidando il centrosinistra nel 2001 nella partita contro il Cavaliere. Sulla carta una sfida impossibile, ma lui se l’è cavata: 42,9% contro 45,4. Gli è andata peggio nel 2008, quando per spirito di servizio ha dovuto ricorrere per il Campidoglio, dove è stato sconfitto in casa da Alemanno. E da lì, che nasce la sofferenza di Rutelli nel Pd, un disagio che lo ha portato all’ultima svolta. L’ultima?

Autore: 
Massimiliano Scafi
Fonte: 
IL GIORNALE
Stampa e regime: 
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