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Pd-Radicali, storia di un’incomprensione

Testo: 

Due giorni fa, su Notizie radicali, mentre ancora alla Pisana imperversava Renata Polverini, si poteva leggere una lettera al “Caro Presidente Silvio Berlusconi” di Giuseppe Rossodivita e Rocco Berardo, i due eletti della lista Bonino-Pannella nel consiglio regionale del Lazio. La lettera invita il Cavaliere a non dire che “tutti” i gruppi della Pisana, compreso dunque il radicale, sono corresponsabili del pubblico ladrocinio.
E a non fare come i tanti gazzettieri italiani che, «pur ben remunerati» (anche i giornalisti sono Casta, si sa, ma non lo dicono) non hanno «né la voglia, né la curiosità, né l’onestà, forse neppure la capacità di andare a vedere il web del consiglio regionale... Ti salutiamo – conclude la lettera – insieme ai tuoi amici Floris, Fiorito, D’Alema, e gli altri del regime consociativo».
Lo stile, per chi ha vissuto anche la Prima repubblica, non è nuovo. È soltanto ripetitivo nella sua quasi integrale verità, e dunque monotono, ma soprattutto “esaustivo” del dibattito della Seconda repubblica: dove dominano pettegolezzo, ripicca, pseudo-ironia, a cui nessuno si sottrae: neanche la mia cara Rosy Bindi che, quando il governo Berlusconi si salvò grazie ai cinque deputati radicali che gli permisero di raggiungere il quorum dei 315 voti, poco prima che arrivasse Monti, tenne questo dialoghetto col suo collega vice presidente Lupi, tutto Cl e Santa Compagnia delle Opere: «I voti sono voti», gongoleggiava Lupi, incassato il quorum. «E gli stronzi sono stronzi», rispondeva l’altra vice presidente e cattolica adulta (nonché toscana) Rosy, dimostrando un’ormai piena insofferenza per i radicali, che avevano sacrificato al cavillo la sostanza concordata: mandare a casa il governo, esausto pei default da debito e da bunga bunga.
Fu forse segnata allora la rupture del rapporto “organico” fra radicali e democratici (che avevamo salutato con simpatia nelle elezioni politiche e nelle regionali, accettando l’autocandidatura Bonino contro la coalizione cementofascismo- clericalismo schierata con la Polverini: e vincitrice solo nella provincia laziale, da dove affluivano i Fiorito i Battistoni e altri inquisiti/e). Da allora Radio radicale, quando intervista o parla di deputati e senatori radicali, non manca mai di specificare “radicale eletto nelle liste del Pd”. Ma l’intervistato provvede subito a vanificare la definizione del giornalista, spesso scaricando critiche e un po’ d’astio sul Pd, giudicato quasi peggio d’altri partiti. Non c’è mai stata affectio societatis. Che spesso è mafiosa, ma invece poteva essere, e non è stata, societas liberale nel contesto multiculturale del Partito. Anzi i radicali si fanno cogliere spesso a demonizzare questa o quella “radice” storica del Pd, per quanto esaurita. Come Berlusconi, bambini mangiati a parte.
Forse è in questo mancato riconoscimento delle novità, per quanto ancora inadeguate e incompiute, la ragione di rancori e di tatticismi che potrebbero affondare l’esperimento di collaborazione parlamentare Pd-Pr. Essa esordì inciampando nel presidente della Vigilanza Rai: che le regole assegnano all’opposizione, ma che qualcuno pretese potesse esser scelto da Berlusconi, padrone della Mediaset, del governo e dei servizi politici e “culturali” della Rai. Rancori e tatticismi divenuti indigeribili in tutte le correnti del Pd, a parte le personali amicizie e simpatie e comunioni di una vita. Del resto, quell’indigeribilità è comune anche a spiriti radicaliliberali senza tessera, che spesso la manifestano in saggi di analisi, spinte oltre la vicenda interna del Pr, anche quando sono biografie di Marco e della sua storia di “ultimo grande eretico liberale”.
Prima delle elezioni 2008, Massimo Teodori spiegava l’evoluzione-illusione di Marco e del suo gruppo verso i fantasmi del partito “transnazionale e transpartito”. Che, ai non addetti ai lavori, grazie anche ai silenzi dell’informazione, è parso (e non era) un gioco di prestigio, come la moltiplicazione dei pani e dei pesci nella cosiddetta “galassia”: con obiettivi differenziati, ma tutti convergenti ad attuare la weltanshauung radicale. Modello non imitato dagli altri partiti, immobili in antiche monostrutture e collateralismi, fino al sopraggiungere del vento renziano- grillesco: dove il “nuovo” si configura come una Catalogna sociale.
Quindici giorni fa, al termine della sempre bella rassegna stampa di Bordin, Pannella è intervenuto con un “non appello e non messaggio” a Grillo, che erano proprio un appello e un messaggio a far divampare insieme un unico fuoco ereticale, in cui sarebbe difficile individuare legna liberale. A parte questo, il punto di crisi della politica di Marco, che coinvolge la fedele ma diversa Bonino, sta, secondo molti, nelle scelte monotematiche (come le carceri, sulle quali governo e parlamento non hanno mosso un dito, provocando una non sterile ma irritante polemica contro il Quirinale). Queste scelte monotematiche rischiano di restare guerriglia tattica, senza più la prospettiva delle grandi offensive per ribaltare il paese: quali furono, a onore dei radicali, il divorzio, la legalizzazione dell’aborto, i diritti delle donne, le riforme del codice civile, l’obiezione di coscienza. È per esse che Marco ha un posto nella storia d’Italia. Con tale pedigree, forse avrebbe potuto giocare la carta non tattica ma strategica, cioè aiutare il Pd a vincere la sua battaglia identitaria, con uomini e problemi oltre le esigenze urgenti e primarie del risanamento: per promuovere l’innovazione “liberale”, rendere comprensibile e univoco il significato di questo aggettivo in un paese illiberale. Forse Marco non ha collaborato, e non è stato invitato a collaborare affinché nel Pd laico e postnovecentesco il melting pot si evolvesse in un neoprogetto ulivista di nuova cultura.
Forse Marco aveva sperato di poter realizzare nel suo Pr quella unitarietà nuova. Il rischio di queste incomprensioni è che, tra i “giovineggiamenti”, come li scherniva Croce, e la distruzione delle maggiori industrie del paese ad opera di finanzieri e magistrati, si arrivi fuori tempo per restituire alla democrazia la responsabilità di governare senza tutele.

Data: 
Sabato, 29 September, 2012
Autore: 
Federico Orlando
Fonte: 
EUROPA
Stampa e regime: 
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